Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Into the wild truth, Carine McCandless (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 febbraio 2016
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Carine McCandless è la sorella di Chris, il ragazzo che a soli 24 anni morì in Alaska e che fu il protagonista prima di un articolo su “Outside” intitolato Death of an Innocent (Morte di un innocente) e poi del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Libro da cui Sean Penn realizzò la versione cinematografica Into the wild – Nelle terre selvagge.
Rispettando il volere di Carine, all’epoca, Jon e Sean Penn non dissero tutta la verità sulle motivazioni che avevano spinto Chris a compiere quel viaggio sventurato, questo perché Carine non voleva che i genitori passassero per dei mostri, sperando che quello che era accaduto al fratello li facesse ragionare e decidessero finalmente di cambiare. Un cambiamento che non è mai capitato, anzi erano peggiorati. Prendevano forza dalle malelingue che accusavano Chris di essere stato un figlio egoista, di aver voluto far soffrire i genitori di proposito, di essere uno stupido e uno sconsiderato.
Tutti questi fatti fecero prendere a Carine la decisione, vent’anni dopo la morte del fratello, di dire finalmente tutta la verità sulla sua famiglia, sul suo passato e quindi sulle motivazioni che spinsero il fratello a fare quel viaggio, un viaggio che non poteva evitare, una scelta che era quasi obbligata.
Cresciuti in uno stato continuo di violenza sia fisica che psicologica, in un continuo raccontarsi bugie, negare le evidenze e recitare sempre per difendere delle apparenze inesistenti, Carine e Chris passarono da uno stato mentale in cui credevano che quella fosse la normalità a quello in cui resisi conto di cosa gli girasse intorno decisero di non volerlo più sopportare e di distaccarsi.
La storia di due famiglie, quella di Carine e quella della prima moglie del padre, che furono distrutte da questo uomo che per riuscire a vivere doveva tenere il prossimo soggiogato a sé.
Into the wild truth nasce come romanzo per spiegare quello che era stato lasciato in sospeso nel primo romanzo (Into the wild), ma via via che lo si legge si capisce che è molto di più.
Carine riesce a trasmettere attraverso le parole tutto il dolore provato nella vita, descrive situazioni estreme e argomenti molto pesanti e profondi, come la violenza domestica, con una narrazione stilistica leggera, ma nello stesso tempo con la profondità che tali argomenti richiedono trasmettendo perfettamente il suo stato d’animo, le sue emozioni, il suo pensiero al lettore, che riesce a vivere e capire perfettamente le scelte fatte sia da lei che dal fratello.
Descrizioni dettagliate portano a immedesimarsi ancora più negli avvenimenti creando così un legame a doppio filo tra lei e il lettore.
Un romanzo biografico che perde il suo lato saggistico prendendo, grazie allo stile narrativo scorrevole scelto da Carine, un ritmo molto più confidenziale, come se fosse una chiacchierata tra amiche, chiacchierata in cui ci si sfoga del peso sul cuore e sull’anima, in cui ci si apre totalmente condividendo tutte se stessi. Una chiacchierata che sa tenere il lettore immerso nella lettura fino alla fine, e che dopo l’ultima pagina vorrebbe davvero prendere il telefono in mano per chiamare Carine e dirle: «Io sono qui. Ti capisco e ti sono vicino.»
Un romanzo che sa intrappolare. Un romanzo che sa sconvolgere. Un romanzo che sa insegnare. Un romanzo che entra nel cuore e nell’animo per non uscirne mai più.

Carine McCandless nasce a Annandale in Virginia nei primi anni del 1970. Sorella minore di Christopher McCandless ha passato la vita cercando di fare da paciere nella sua famiglia.
Imprenditrice e madre di due bambine ha sempre cercato nella sua vita di seguire la verità preservandola da tutto. Unica sua regola di vita l’ha portata ad affrontare molti periodi neri dai quali è riuscita a uscirne sempre a testa alta e ogni volta più forte.
Into the wild truth è il suo primo romanzo, scaturito dalla voglia di rendere giustizia al fratello e far sapere finalmente tutta la verità sugli avvenimenti che lo hanno spinto a prendere una decisione rivelatasi fatale.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: I cento fratelli di Donald Antrim (minimun fax, 2011) a cura di Giulia Gabrielli

2 febbraio 2016
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Una riunione di famiglia, cento fratelli, tutti maschi e di ogni età possibile, riuniti a cena nell’enorme biblioteca dell’antica villa di famiglia, in questa sala decadente, logora e ormai in stato di abbandono, come tutto il resto della casa e del giardino.
Un’ambientazione cupa e invernale, che riflette l’animo dell’io narrante, Doug, il fratello appassionato di araldica e genealogie, l’esperto di storia e tradizioni, depresso e quasi alcolizzato, come la maggior parte dei suoi fratelli.

I cento fratelli è, prevedibilmente, un romanzo completamente al maschile in cui nessuna donna viene mai nominata, né una madre, né le mogli dei fratelli sposati. Compare un solo nome femminile, quello di Jane, la donna con cui è fuggito il fratello mancante alla cena, George.
Il tema della discendenza (e di conseguenza del sesso) e delle tradizioni è fortissimo nel racconto: Doug è totalmente ossessionato dallo studio della storia della sua famiglia, soprattutto dallo studio delle vite di tutti gli antenati che avevano il suo stesso nome.

Il tempo sembra stagnare nella sala della biblioteca, le poche ore di una cena si dilatano all’infinito, spezzate dalle descrizioni della casa in decadenza, così come sembrano stagnare i rapporti tra i vari fratelli. C’è infatti un frustrante mantenimento dei ruoli e delle relazioni tra i fratelli, che nonostante il passare del tempo restano ancora legati ai litigi dell’infanzia: i fratelli che avevano sottomesso e maltrattato Doug da piccolo continuano a mantenere la loro supremazia, soprattutto Hiram il fratello maggiore; così come il fratello più debole e fragile psicologicamente, Virgil, continua ad aver bisogno della vicinanza di Doug.

Quella descritta da Antrim è una famiglia assolutamente disfunzionale, dove i rancori accumulati dai fratelli crescendo assieme restano sempre accesi e pronti ad esplodere, e dove la figura del padre, anche se ormai defunto da molti anni, aleggia sospesa e soffocante su tutta la serata.

«La personalità collettiva di questa famiglia potrebbe legittimamente essere descritta come convulsa, romantica, letargica, sarcastica, spaventosa, frustrata, alticcia, combattiva, impudica, crudele, alla “cane mangia cane”, narcisistica ai limiti del borderline, di vedute nervosamente ristrette, nonché più o meno rassegnata alla disperazione, pur se occasionalmente festosa, qualora ebbra.»

Ogni fratello è caratterizzato da un attributo specifico, saturato e portato all’estremo per riuscire a distinguerlo dagli altri novantanove. Ma che ci si distingua per il lavoro, l’età, il fatto di essere parte di una coppia di gemelli o per due cani sempre al seguito, non ha importanza perché si tratta sempre di variazioni minime dalla personalità collettiva della famiglia.
Sono variazioni sullo stesso tema, sullo stesso individuo visto da prospettive diverse, sono in definitiva tutte le concretizzazioni possibili di quello che il DNA di una famiglia ha in potenziale.

Donald Antrim, nato a Sarasota, in Florida, nel 1958, ha esordito come autore di romanzi nel 1993 con Votate Robinson per un mondo migliore, pubblicato da minimum fax in Italia e accolto con entusiasmo dalla critica. Sempre con minimum fax vengono pubblicati anche i suoi due romanzi successivi, Il verificazionista e I cento fratelli; il quarto romanzo invece, La vita dopo, è edito da Einaudi.

Source: acquisto personale.

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:: Breve diario di frontiera, Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2016
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Migrante vuol dire molte cose. Ma soprattutto lavorare. All’ estero non si va per divertirsi ma per fare quattrini. E in nome di questo obbiettivo si sacrifica tutto. Ci si rassegna a fare due o tre lavori al giorno; a essere pagati in nero; ad accettare un salario inferiore a quello dei lavoratori locali; a fare i crumiri; a mettersi a piangere per commuovere il padrone finchè si capisce che di padroni pronti a commuoversi ce ne sono pochi in giro,; ad alzarsi all’alba e andare in piazza Omonia, nel cuore di Atene, stando in piedi per ore come una statua vivente che gli operatori del comune hanno dimenticato di pulire.

Migranti, profughi, espatriati, ci sono vari termini per definire coloro che abbandonano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero. E per quanto possa sembrare strano di questi tempi non è una realtà solo contemporanea, sono esistiti sin dall’antichità e sempre esisteranno. Si lasciava la propria terra a causa delle persecuzioni, delle carestie, delle guerre, come oggi, allo stesso identico modo. Le loro storie spesso, ovvero sia sempre, drammatiche sono storie a parte, ognuna diversa dall’altra come le famiglie infelici di Tolstoj, che meritano la dignità di essere raccontate e quando a farlo è un autore come Gazmend Kapllani vi garantisco è un’ esperienza che non si dimentica. Breve diario di frontiera (μικρό ημερολόγιο συνόρων, 2006) è un breve testo narrativo definito dallo stesso suo traduttore Maurizio De Rosa come docu-fiction: è piacevole da leggere come un racconto ma i fatti narrati provengono dall’esperienza diretta dell’autore, e sono fatti veri, autentici e pur se narrati con un registro ironico e umoristico, simile allo spirito yiddish sebbene l’autore si professi ateo, (si ride, o per lo meno si sorride spesso strano a dirsi) non evitano al lettore di riflettere e interrogarsi, infatti il fatto che Kapllani sappia rilevare l’aspetto comico della realtà non toglie o attenua una serietà etica di fondo e una drammaticità che appunto solo l’intelligenza sa rendere tollerabile e sopportabile.

Si è disposti a condividere delle topaie, anzi dei porcili, con altri dieci, quindici, venti persone. A nutrirsi di pane con il sale, o anche soltanto di pane. Ad addormentarsi spesso e volentieri sull’autobus a causa della stanchezza e della scarsità di sonno. A puzzare come una carogna in primo luogo perché di tempo per lavarsi non ce n’è e poi per risparmiare sulla bolletta dell’acqua calda. In confronto a un migrante il peggior avaro del mondo ha le mani bucate.

La penna felice di Gazmend Kapllani insomma ci accompagna in un viaggio privandoci del dolore di chi l’ ha realmente intrapreso, ma facendocelo percepire e intuire con lucida consapevolezza. Kapllani agli inizi degli anni ’90 lasciò l’Albania, superò la cortina di ferro, (ormai le frontiere erano cadute) e raggiunse la Grecia a piedi con alcuni compagni per finire in un “campo” di accoglienza prima e poi grazie a una scelta del caso, o anche soprattutto per merito della sua conoscenza delle lingue, a non essere tra quelli che vengono rispediti indietro. Ma anzi raggiunge Atene, fa mille lavori, si laurea, e cambia il suo destino. Il testo si sviluppa seguendo due linee narrative in un susseguirsi di canti e controcanti, che mettono a confronto il passato nell’Albania comunista degli anni 70 e 80, (Kapllani è nato nel 1967) e il presente di profugo chiuso in un “campo” di accoglienza sovraffollato, sporco, senza cibo se non qualche pagnotta gettata dei poliziotti a una folla affamata. Non è un testo volto a ispirare compassione, anzi il profugo proprio la rifugge la compassione, non vuole ispirare pietà, non vuole fare pena, e la più grande offesa alla sua dignità è proprio tributargliela.

Il migrante conta i soldi come gli anemici contano le gocce del sangue. Non spende nulla, non compra nulla, vive con il minimo indispensabile, è per sentirsi sazio gli basta contare i soldi e sapere che qualcuno vuole dargli un altro lavoro, e poi un altro e un altro ancora.

Kapllani ci parla di fatti ormai considerati storia (storia passata) ma la modernità e attualità del punto di vista del profugo e in un certo senso senza tempo. I sentimenti, le difficoltà, la differenza tra prima e seconda generazione, il desiderio di integrarsi, il senso di colpa per avere abbandonato la propria terra e essere fuggiti, (alcune volte superato con il desiderio di tornare in un futuro forse remoto), tutto è reale per i profughi di ieri e di oggi e per quelli che verranno. E’ un testo interessante sia per il suo valore di testimonianza, ma nello stesso tempo perché è indirizzato a noi, popolo di coloro che dovrebbero accogliere, diradando nubi su realtà per lo più misteriose, o che l’indifferenza rende tali. Ed è difficile restare indifferenti leggendo questo libro, è difficile non provare simpatia per lui e i suoi amici, per persone molto diverse dallo stereotipo di “profugo” che emerge da televisioni o giornali: un pericolo, una minaccia, uno che arriva a toglierci il lavoro, che violenta le “nostre” donne, uno che ci priva di diritti e ricchezze “nostre”.

Finché a un certo punto ha la sensazione che le forze gli vengano meno, gli sembra di avere l’artrite, ha delle starne fitte ai reni, alla schiena, al cuore. Se è fortunato riesce ad andare all’ospedale. Ma molti non ce la fanno. Muoiono sul lavoro, restano uccisi dal crollo di un muro, perché i capi per risparmiare non si preoccupano di prevenire gli infortuni. Si sa infatti i migranti muoiono in silenzio come le mosche.

E’ difficile non provare simpatia per qualcuno che è una persona prima che una condizione, o uno stato di necessità. Una persona non di serie b, c o z, ma una persona del tutto identica a noi che ha solo avuto la sventura di trovarsi al di là della frontiera sbagliata, con il passaporto sbagliato, e che a volte ha meriti e capacità molto superiori alle nostre. Ecco a volte basta rifletter su questo. Buona lettura.

Gazmend Kapllani. È nato a Lushnjë, in Albania, nel 1967. Nel gennaio del 1991, dopo la caduta del regime totalitario albanese, ha raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti. Per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Si è laureato in lettere presso l’Università Statale Giovanni Capodistria di Atene e ha svolto la tesi di dottorato presso l’Università Pantio di Atene, dove ha anche insegnato Storia e Cultura dell’Albania moderna. È stato editorialista dell’autorevole quotidiano ateniese “Ta Nea”. Nel 2012 è stato Fellow del Radcliffe Institute dell’Università di Harvard. Vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Maurizio De Rosa. Laureato in lettere classiche nel 1996 all’Università Statale di Milano, dal 1997 a oggi ha tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori greci contemporanei. Per la sua attività è stato candidato due volte al Premio Nazionale Ellenico della Traduzione. Ha collaborato e collabora tutt’ora con il Centro Nazionale Ellenico del Libro, con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene e con l’istituto Petros Charis dell’Accademia di Grecia. Suoi articoli sono apparsi su riviste specializzate in Italia, in Grecia e a Cipro, ed è autore di un saggio storico sulla letteratura greca dal 1880 ai giorni nostri. È membro regolare dell’Associazione Nazionale di Studi Neogreci e socio del Centro Ellenico di Cultura di Milano. Per Del Vecchio Editore ha tradotto: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Creature di un giorno, Irvin D. Yalom, (Neri Pozza, 2015) a cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2016
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Creature di un giorno dell’ottantenne psichiatra Irvin D. Yalom, non è un vero e proprio romanzo. In questo libro, edito da Neri pozza, lo studioso propone una serie di vicende umane, aventi per protagonisti coloro che nel corso degli anni sono stati suoi pazienti e che, con lui, hanno affrontato problemi e traumi personali. Tra i patimenti ci sono la perdita di qualcuno d’importante per la propria vita, l’invecchiamento, il conflitto con gli altri, la malattia e la solitudine. In certi momenti della lettura si ha come la sensazione che i diversi protagonisti siano usciti dal mondo della fantasia, ma, invece, sono reali. Inoltre, leggendo le loro vicende, ci si rende conto di quanto siano umani e fragili, perché questo emerge proprio nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con quegli eventi traumatici che li tormentano da tempo. Yalom ha un garbo e una delicatezza nel raccontare queste storie, che il lettore è trascinato dentro ad ognuna di esse. C’è da dire che la stessa delicatezza, unita alla professionalità dello psichiatra, sono gli elementi che gli permettono di aiutare ognuno dei suoi pazienti. Tutti i protagonisti qui presenti riusciranno – con tempi diversi- a fare i conti con le proprie sofferenze e con quei dolori, non tanto fisici, ma psicologici, che rendono loro difficile il vivere la quotidianità. Tra i diversi pazienti c’è per esempio un uomo d’affari ossessionato dal fatto che tutto quello che lo circonda deve essere in perfetto ordine. Questa non è solo una necessità per lui, ma è quell’elemento vitale che gli permetti di pacificarsi con il suo animo caotico e tormentato. Intrigante è anche la ex ballerina della Scala in pensione, che entra nelle studio del medico come se fosse su un palcoscenico. Questo dimostra la sua difficoltà nel separare il presente da un passato che ormai non c’è più. Tra le tante storie di vita spicca anche quella di una redattrice scrittrice, dall’aspetto un po’ hippy, giunta allo stato terminale della sua malattia. Yalom, grazie alla sua finezza intellettuale e alla grande esperienza accumulata in più di cinquant’anni di pratica psicanalitica, permette anche a chi non è esperto di psicanalisi di conoscere in modo approfondito la psiche di alcune esistenze umane e di partecipare, in modo empatico, allo sbrogliarsi e risolversi dei loro tomrenti. L’uso di un linguaggio semplice, affabile, non tecnico, è l’elemento che permette a noi lettori di sentirci partecipi e coinvolti nelle vite di questi uomini e donne che hanno chiesto aiuto al noto psichiatra nella speranza di risolvere i propri problemi e di ritrovare la pace perduta. In questo libro, quello che stupisce è il fatto che autore e lettore, terapeuta e paziente, si trovino tutti sullo stesso piano emozionale. Un elemento importante che permette a tutti gli “attori” coinvolti nella narrazione di partecipare, sempre assieme, alla ricerca della soluzione. Per tale motivo la citazione iniziale tratta dai Pensieri dell’imperatore Marco Aurelio è quella che sintetizza alla perfezione l’essenza di Creature di un giorno, di Irvin D. Yalom:

“Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte”.
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Standford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Ha scritto numerosi libri e best seller internazionali, tra i quali La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietschze (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014) e Sul lettino di Freud (2015), tutti editi da Neri Pozza. Per saperne di più www.yalom.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Una presenza in quella casa, Paige McKenzie (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 gennaio 2016
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Sunshine è una ragazza di 16 anni per niente comune, adora gli abiti vintage, le piace leggere libri dei secoli passati, non segue le mode e non ascolta musica moderna. Non le piace andare alle feste o nei locali. Il suo tempo libero lo passa con sua madre Kat Griffith, che anche se non è la sua madre biologica per lei è la persona più importante che ci sia al mondo, e la sua amica e compagna di scuola Ashely.
Purtroppo dopo un paio di settimane dal suo sedicesimo compleanno, Sunshine e Kat devono trasferirsi a Richmond perché Kat ha ricevuto un’ottima offerta lavorativa dall’ospedale del posto.
Appena arrivano davanti alla loro nuova casa Sunshine inizia a sentire strane sensazioni, sente freddo, l’aria le sembra cupa, la casa e l’atmosfera che la circonda sembrano sinistre. Lo dice subito alla madre che le risponde scherzando dicendo che sicuramente è sini-strabella, e che una volta che sarebbero entrate, e che avessero sistemato le loro cose, si sarebbe sentita sicuramente a casa come quando era in Texas.
I giorni passano ma purtroppo Sunshine non riesce a sentirsi meglio, anzi si sente sempre peggio. La notte non riesce a dormire a causa di strani rumori come di passi o saltelli, di giorno quando torna a casa da scuola trova i suoi peluche e i giochi in scatola tutti spostati, fino a quando un giorno trova la sua scacchiera sul letto con i pezzi tutti al loro posto pronta per una partita.
Sunshine, dopo varie ricerche, si convince che in casa c’è il fantasma di una bambina di dieci anni, ma poco dopo aver fatto questa scoperta e aver iniziato a interagire con lei scopre che non è l’unico fantasma presente.
Un pericolo molto più grande si abbatte sulla casa e sulla famiglia di Sunshine, che si ritrova a dover superare una terribile prova con i gioco la vita delle persone a lei care.
Un romanzo basato sulla serie web The haunting of Sunshine girl, in cui Paige McKenize fa la parte di Sunshine, trasmessa su youtube e creata da Nick Hagen e Alyssa Sheinmel, e quest’ultima collabora anche con Paige McKenzie nella realizzazione di questo libro.
L’inizio è veramente da paura, già nelle prime righe il romanzo sembra come sfidare il lettore a continuare lasciandolo di ghiaccio, con i peli ritti e il respiro bloccato. Il cuore inizia a battere a mille e il lettore capisce da subito che se deciderà di proseguire non si staccherà più, e si ritroverà sempre più immerso nella vita di Sunshine e nei misteri della casa.
Paige riesce a descrivere meravigliosamente il terrore e il panico provati da Sunshine, i rumori misteriosi della casa, a tal punto che quando Sunshine torna a casa non è da sola ad aprire la porta e a infilare piano piano la testa dentro la sua camera, ma anche il lettore è al suo fianco con lo stesso stato d’ansia e di aspettativa, condividendo pienamente l’atmosfera creatasi.
Peccato che con il proseguire la storia inizi a diventare meno coinvolgente. La narrazione si sposta sui sentimenti che legano Sunshine a Nolan, un suo compagno di scuola, e gli avvenimenti prendono una piega molto simile alla serie televisiva Supernatural, infatti come nella serie televisiva ritroviamo i due protagonisti che devono dare la caccia a un demone per salvare qualcuno.
Un romanzo che nonostante le similitudini rompe la monotonia dei soliti libri sui fantasmi, creando comunque un legame con il lettore che arrivato all’ultima pagina si ritrova a chiedersi quando potrà immergersi nel secondo volume per continuare a seguire le avventure di Sunshine e specialmente riuscire a capire chi è effettivamente il suo mentore, anche se una vaga idea nelle ultime due righe si inizia a intuire.

Paige McKenzie è giovanissima. Ha già fatto parlare di sé sia sul New York Times che sul Corriere della sera. Protagonista della serie web The haunting of Sunshine girl ha scritto a quattro mani con Alyssa Sheinmel Una presenza in quella casa, primo romanzo di una trilogia basato sui racconti misteriosi che hanno stregato tanti seguaci online. È in programma anche una versione cinematografica che vedrà come regista Wes Craven, consociuto per film come Nightmare e Scream.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: La pianista di Vienna, Mona Golabek e Lee Cohen (Sperling & Kupfer, 2016)

27 gennaio 2016
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Tra i libri, soprattutto romanzi (e quest’anno sono davvero tanti) usciti in occasione del Giorno della memoria, che si celebra oggi per commemorare e onorare le vittime della Shoah, vorrei segnalare alla vostra attenzione un libro bellissimo uscito il 19 gennaio per Sperling & Kupfer, La pianista di Vienna, (The Children of Willesden Lane, 2002) tradotto da una traduttrice di grande esperienza come Anna Carbone e scritto da Mona Golabek e Lee Cohen. Un caso editoriale, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2002 e da allora ripubblicato e letto con costante interesse.
Bellissimo, dicevo per diversi motivi: innanzitutto perché è scritto (e tradotto) con cristallina limpidezza, mi ha ricordato per certi versi lo stile e la semplicità di Natalia Ginzburg; perché sebbene sia una lettura per adulti, lo consiglio particolarmente alle giovani lettrici per delicatezza e capacità di far riflettere su temi anche dolorosi con commovente naturalezza e empatia; perché ci parla di un programma di soccorso denominato Kindertransport, forse da molti non conosciuto, che si adoperò di salvare migliaia di bambini (10 000 nella sola Inghilterra), prevalentemente ebrei, dalla persecuzione nazista; e soprattutto perché è un tributo sincero e appassionato di una figlia alla propria madre e questo amore traspare in tutte le pagine.
La pianista di Vienna ci narra la vita di Lisa Jura, ebrea austriaca nata e vissuta a Vienna prima della Seconda Guerra Mondiale. Una ragazzina coi capelli rossi e un dono, un talento per la musica coltivato prima dagli insegnamenti della madre Malka, e poi da quelli del valente professor Isseles, che aveva avuto come professore uno studente di Franz Liszt.
Il romanzo inizia con una scelta straziante che i suoi genitori devono compiere un po’ come ne La scelta di Sophie: quale delle tre figlie salvare e mandare in Inghilterra con il Kindertransport. La scelta si riduce alle due figlie più piccole, le sole che rientrano nel programma, e i genitori scelgono Lisa perché è la più forte e ha la sua musica come difesa. Così Lisa Jura parte con una sola valigia, il solo bagaglio consentito dai nazisti che occupavano l’Austria, e arriva a Londra come profuga in compagnia di altri bambini come lei.
Chi non trova famiglie di parenti o amici che si occupino di loro viene smistato in centri di accoglienza o mandato a servizio in qualche casa, perché ogni bambino deve pagare il suo mantenimento col lavoro, e così capita a Lisa che finisce nella casa di campagna di un colonnello.
Ma la sua idea di futuro non è quella di diventare una cameriera e così compra una bicicletta e torna a Londra. Sarà inviata proprio a Willesden Lane (del titolo) e da questo momento in poi con lo scoppio della guerra tra i bombardamenti e le difficoltà di restare in contatto con i suoi a Vienna, avrà la sua musica come amica, come le aveva consigliato sua madre. Ho pianto leggendo questo libro, non mi capita spesso di farmi coinvolgere così intimamente, ma nel complesso è stata un’esperienza positiva, che è stata capace di arricchirmi. Sì, è un bellissimo libro, come dicevo all’inizio, e sono sicura che apprezzerete anche voi. Buona lettura.

Mona Golabek vive a Los Angeles. Pianista di fama internazionale, ha trasmesso ai suoi figli – anche loro musicisti – la passione per la musica, quella che lei stessa ha ereditato dalla madre, Lisa Jura, protagonista di questo libro.

Lee Cohen è giornalista, sceneggiatore e poeta. Vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: La ragazza con la bicicletta rossa di Monica Hesse (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Hanneke non ha nemmeno diciott’anni, ma ha dovuto crescere in fretta nella Amsterdam sotto l’occupazione nazista: dopo aver visto morire il suo piccolo grande amore, Bas, arruolatosi volontario e spazzato via dall’invasore, mantiene la sua famiglia procurando oggetti al mercato nero e girando per la sua città in bici per rivenderli. Si sente dura e mille volte più vecchia, ma un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di trovarle qualcosa di un po’ diverso a profumi, calze di nylon, caffè: Mirjam, una ragazzina ebrea che si nascondeva da lei dopo il massacro della sua famiglia, che è misteriosamente sparita.
Hanneke, non molto convinta, comincia a cercare, scoprendo un mondo che ignorava, quello dei giovani impegnati nella Resistenza ma anche quello degli ebrei ammassati in attesa della deportazione, dei troppi orrori nascosti ma anche di chi continua a vivere, a sperare, a essere umano.
L’argomento non è nuovo ma senz’altro è sempre meglio ribadire, tra l’altro su Amsterdam durante la guerra, tolto un classico come il Diario di Anna Frank non c’è poi moltissimo. Gli appassionati troveranno echi di Storia di una ladra di libri e di La chiave di Sarah, ma soprattutto si può conoscere un personaggio come Hanneke, ragazza disillusa e cinica, indurita dalla vita e dalla guerra, capace però di rischiare per un qualcosa di più importante e di ritrovare se stessa scoprendo che si può sempre avere una seconda possibilità, anche quando la tua vita sembra finita, tra grande amore morto, genitori assenti, migliore amica che ha sposato un invasore nazista.
Il libro è raccontato in prima persona e al presente dalla voce di Hanneke, immergendo bene nell’atmosfera dell’epoca, con una storia dove non ci sono gratuità e patetismi, ma solo una cronaca reale e anche avventurosa di una ricerca di una persona ma alla fine di un ritrovare se stessi. I personaggi della storia sono inventati, ma l’autrice si è basata su molti fatti reali, dalle retate degli ebrei alla Resistenza olandese, e vite come quelle della nostra eroina, che faceva contrabbando nonostante la giovanissima età o anche aiutata da quello erano molto comuni.
La ragazza con la bicicletta rossa è un libro per tutte le generazioni, per chi non si stanca di sapere, per chi vuole sapere, per chi pensa che comunque, in ogni tempo e luogo, l’importante è restare umani.

Monica Hesse è americana e questo è il suo primo romanzo, in corso di pubblicazione in tutti i principali paesi; in Olanda, dove l’autrice ha ambientato la storia, è uscito in anteprima mondiale. Monica scrive anche per il Washington Post, occupandosi di quasi tutto – dai matrimoni reali alle campagne politiche alla cerimonia degli Oscar. È originaria dell’Illinois, ma vive a Washington, DC.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La libreria dei sogni che si avverano, Christel Noir (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 gennaio 2016
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Cosa proveremmo se un giorno, svegliandoci, dovessimo trovare una figura ai piedi del letto che dice di essere il nostro angelo custode? E se, superato lo shock iniziale, dovesse dirci che si è manifestato andando contro al regolamento e che entrambi subiremo le conseguenze di quest’azione, perché siamo legati?
Sinceramente non lo so, però ho scoperto le reazioni di Marie.
Marie è una libraia, o meglio lo è diventata dopo la morte di suo nonno Samuel, quando ha preso in consegna la libreria che lui le ha lasciato in eredità. Lavora da sola, con la sola compagnia di Émile, un vecchietto amico del nonno che passa le sue giornate in un angolo della libreria a leggere uno dopo l’altro tutti i libri presenti. Fuori dal lavoro Marie ha come amica Noémie, una ragazzina un po’ fuori dagli schemi, che spesso passa del tempo a casa sua e che l’ha adottata come una sorella maggiore e cerca in tutti i modi di convincere Marie a vivere i suoi 38 anni in modo più libero, spingendola a lasciarsi andare, specialmente dopo l’incontro con Josh.
Josh è uno sceneggiatore vedovo che Marie ha incontrato un weekend al Bed&Breakfast di Margaux, un’amica di vecchia data, quando ci si è recata per la festa di compleanno di quest’ultima.
Tra Josh e Marie scatta subito qualcosa, ma entrambi lo nascondono in fondo a se stessi, lei perché molto timida e spaventata ad affrontare tutto ciò che vada fuori dal suo mondo, la libreria, e lui perché vedovo da poco e ancora con il dolore nel cuore e la sensazione che, se dovesse andare avanti con la sua vita, ogni nuova conoscenza gli farebbe dimenticare la moglie morta, cosa che porterebbe alla sparizione totale di lei dal mondo.
Sarà proprio questo incontro, e questo stato di negazione dei sentimenti, che porterà Éloïse, l’angelo custode di Marie, a contravvenire a tutte le regole e a manifestarsi alla sua protetta per spingerla a guardare dentro se stessa e a iniziare a vivere.
Un romanzo travolgente che sa come coinvolgere il lettore, portandolo a fare un viaggio interiore anche in se stesso e trasmettendo, con descrizioni molto profonde ma leggere per quanto riguarda la lettura, sentimenti ed emozioni molto forti provate dai protagonisti, sia quando si parla del dolore provato da Josh, del senso di colpa per non essere arrivato in tempo in ospedale, e nello stesso tempo le sensazioni di apertura che gli fa provare Marie, quei piccoli movimenti interni come se qualcosa si stesse ribaltando e capovolgendo dentro di lui, che le sensazioni di smarrimento, di calore, di confusione provate da Marie quando incontra Josh, le sensazioni di spavento e incredulità quando incontra per la prima volta Éloïse, e la voglia mista a timore di lasciarsi andare a questo nuovo sentimento che l’avvolge.
Un romanzo delicato e profondo nello stesso tempo, scritto con uno stile leggero, ma non superficiale, che riesce a raggiungere l’animo di qualsiasi lettore, facendolo sognare nella calma della libreria di Marie, ma nello stesso accompagnandolo in un viaggio interiore che lo porta a interrogarsi sulla propria vita, su i propri sentimenti e sul proprio stile di vita.
Un romanzo che sa coinvolgere a 360 gradi e che sa far sognare, ricordandoci che la capacità di sognare e di amare non la dobbiamo mai perdere.

Christel Noir, oltre a romanziera, è sceneggiatrice e pittrice.
La libreria dei sogni che si avverano è il suo secondo romanzo, ma per ora unico a essere tradotto in italiano. Il suo primo romanzo La confession des anges ha avuto una trasposizione cinematografica per la televisione.

Source: epub inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: È così che si uccide, Mirko Zilahy (Longanesi, 2016)

25 gennaio 2016
e così

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In una Roma crepuscolare, sotto una pioggia incessante che ricorda per molti versi scenari postindustriali alla Blade runner, è ambientato il romanzo di esordio di Mirko Zilahy, editor, traduttore e professore di lingua e letteratura italiana al prestigioso Trinity College di Dublino. Insomma non ostante la relativa giovane età (classe 1974) una vita nel mondo dei libri e della lingua italiana nonostante il cognome Zilahi de Gyurgyokai faccia pensare a un misterioso nobile ungherese.
Le origini ungheresi sono indiscusse ma Mirko Zilahy è italiano a tutti gli effetti, anzi romano, e la sua conoscenza della città si riflette nel taglio dark che le ha dato, fatto di ruggine, pioggia (radioattiva), scheletri di acciaio (come il Gazometro presso via Ostiense). Non dunque la Roma da cartolina venduta ai turisti, ma uno scenario che riflette l’anima noir del protagonista il commissario Enrico Mancini, una specializzazione a Quantico come profiler.
E questo ci porta al filo conduttore di È così che si uccide, edito da Longanesi: il crimine seriale. Alcuni pensano che questo particolare tipo di devianza appartenga solo agli scenari americani (ci vogliono ampi spazi, differenti giurisdizioni per rimanere impuniti) ma i fatti di cronaca anche recenti ci ricordano che è presente anche da noi. E in questo romanzo ci troviamo di fronte a un autentico serial killer, anche se con caratteristiche sue proprie: ha un piano in mente, una vendetta. Ciò non toglie che deve essere fermato, e Mancini e la sua squadra farà di tutto per raggiungere lo scopo.
Un taglio classico insomma, niente di eccessivamente innovativo o non visto in molti romanzi americani a partire da Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris che in un certo senso ne racchiude tutti gli archetipi. La particolarità di questo romanzo è il movente degli omicidi che riporta a chi davvero si appresta a diventare il maggior serial killer della storia contemporanea. Non una persona, ma una malattia che si sta diffondendo nel tessuto sociale quasi come una psicosi.
Essendo un thriller forse è meglio non addentrarsi troppo nella descrizione della trama, ma senz’altro in questa ultima caratteristica il romanzo si discosta da tutti gli altri thriller letti in questi ultimi mesi, infrangendo quasi un tabù e ponendosi come possibile capostipite di molti altri libri.
Insomma un thriller per palati forti retto da uno stile narrativo colto, e pieno di rimandi e riferimenti alle indagini scientifiche della polizia, come ogni procedural che si rispetti. L’analisi dei personaggi dal tormentato protagonista, allo stesso killer (a cui sono dedicati interi capitoli che si alternano alla narrazione), sono realistiche e approfondite e riflettono i veri sentimenti e le reazioni emotive di chi ha veramente dovuto affrontare drammi simili nella sua vita reale, caratteristica che forse può apparire disturbante per i più sensibili. Motivo per cui non ostante sia un romanzo accolto come un successo, che si appresta ad essere tradotto in molte lingue, non lo consiglierei a tutti, sebbene la funzione catartica dei libri è reale, e capace davvero di esorcizzare il male.

Mirko Zilahi è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Dipartimento di Italianistica del Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi, interventi su scrittori italiani contemporanei, è traduttore letterario dall’inglese (Peter Murphy, Bram Stoker, Roger Boylan, Michael Dahlie, Donna Tartt) ha collaborato con varie case editrici italiane e al momento è editor della narrativa straniera per minimum fax. Nel 2014 ha tradotto per Rizzoli il premio Pulitzer Il Cardellino di Donna Tartt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016
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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016
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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

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:: Quanta terra serve a un uomo?, Hanne Heurtier (Orecchio acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2016
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Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier prende ispirazione da Se di molta terra abbia bisogno un uomo di Lev Tolstoj, un racconto scritto dall’autore russo nel 1885 e pubblicato l’anno seguente. Il libro, edito da Orecchio acerbo, è caratterizzato da una perfetta armonia tra parole e immagini per narrare ai piccoli lettori (e non solo) la storia di Pachòm, un contadino siberiano, che abita con la famiglia (moglie e tre figli) in una piccola porzione di terra, simile ad un fazzoletto. L’uomo non è ricco, però ha tutto quello che gli serve per una vita dignitosa, ma questo scatena in lui insoddisfazione. Pachòm è convinto che se solo avesse molta più terra, sarebbe di certo più felice. Il contadino siberiano comincerà quindi a fare compere e spendere sempre più soldi, per avere terra e ancora terra, ma non riuscirà ad avere ancora tutto quello che vorrebbe per essere soddisfatto in modo completo. Pachòm deciderà di andare nel paese dei nomadi Baškiri, perché là la terra è venduta a poco e nulla. Arrivato qui, il capo della tribù gli farà una proposta che permetterà a Pachòm di avere, per soli mille rubli, tutta la terra che riuscirà a percorrere a piedi, delimitandone il perimetro. Per ottenerla il contadino dovrà ritornare dal capo dei nomadi entro il tramonto, altrimenti perderà terra e pure tutti i suoi soldi. Il contadino accetta la sfida, perché è sicuro di sé, ma non sa che il destino gli riserverà un’impensabile e amare sorpresa. Il libro di Hanne Heurtier è un‘interessante riflessione sull’avidità e il bisogno di possesso che attanaglia gli uomini di qualsiasi epoca. Pachòm ha tutto, ma non è contento della gioia che le piccole cose gli danno. Il suo attaccamento alle cose e la sua smodata ambizione personale, lo porteranno a perdere il senso della ragione. L’uomo mirerà a possedere sempre più beni materiali, nella convinzione che saranno quelli a dargli la felicità che tanto sta cercando. Il contadino protagonista di Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier, agirà seguendo la sua folle aspirazione, in modo tenace e ostinato e, arrivato alla fine, otterrà sì la terra tutta per sé, ma ben diversa da come l’aveva desiderata. I colori caldi e accesi e le forme delle illustrazioni di Raphel Urwiller rendono travolgente e appassionante la storia di Pachòm. Traduzione Paolo Cesari.

Annalise Heurtier è nata nel 1979. Nel 2003 ha cominciato a scrivere, quasi per caso, il suo primo romanzo per ragazzi, scrivendo poi venti romanzi pubblicati dalle case editrici francesi più importanti. Dal 2011 vive a Thaiti con la famiglia, scrive romanzi per adolescenti e partecipa ad incontri con le scuole.

Raphel Urwiller si è diplomato in Arti figurative a Strasburgo e si è da sempre distinto per il suo particolare tratto grafico, per l’utilizzo del colore e per la cura del particolare, derivante, forse dal contatto con la cultura nipponica dalla quale proviene Mayumi Oterio, sua compagna e collaboratrice. I due hanno creato la piccola casa editrice Icinori che fa serigrafie, libri illustrati e pop-up. Nel catalogo di orecchio acerbo troviamo Quanta terra serva ad un uomo? (2015) di Hanner Huertier tratta da Lev Tolstoj e Jabberwocky di Lewis Carrol (2012).

Source: prestito in biblioteca.

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