Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La fragilità della farfalla. Dietro la tenda, Maura Maffei, Rónán Ú. Ó Lorcáin (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

21 gennaio 2016
frt

Clicca sulla cover per l’acquisto

Irlanda 1746. Due grandi famiglie, i Ó Cléirigh con capostipite Cian e i Ó Brolcháin con capostipite Bran, di origine antiche e nobiliari, hanno sempre intessuto tra di loro relazioni di amicizia e amore, tant’è che quando Cian viene imbarcato dagli inglesi con il figlio neonato Caomhín mentre la moglie si annega pur di cercare di raggiungerlo a nuoto lasciando il figlio piccolo Cearúll da solo, sarà proprio Bran a prendersi cura di lui come se fosse il padre biologico.
Gli anni passano e le famiglie crescono con nuovi matrimoni, nuove nascite e nuove alleanze, ma il predominio dei protestanti e degli inglesi purtroppo non lascia l’Irlanda.
Sarà proprio in quest’atmosfera di guerra e sotterfugi che Caomhín farà ritorno in patria, insieme a un gruppo di uomini sotto le mentite spoglie di carpentieri che lavoreranno nella falegnameria di padre Hugony Newman, con il progetto di sradicare una volta per tutte il dominio inglese e riportare la libertà al suo paese natio.
Qui però farà conoscenza di sua nipote Labhaoise, una ragazza bellissima che rapirà il cuore sia di Bran, nipote del capostipite Bran Ó Brolcháin, che di padre Hugony Newman, vedovo di Pádraigín sorella del Bran innamorato di Labhaoise.
Inizia così una guerra interna alla guerra tra i due pretendenti, ma il cuore di Labhaoise appartiene a Bran, ma riuscirà lui a convincere il padre di lei, rinnegato dalla famiglia, a concedergliela in moglie o sarà bloccato da padre Newman?
E il complotto riuscirà a liberare l’Irlanda?
Primo romanzo di una trilogia La fragilità della farfalla non è il classico romanzo storico a cui siamo abituati, infatti in esso troviamo non solo fatti storici, ma anche storie di vite quotidiane, sentimenti, emozioni e pensieri che rapiscono il lettore trasportandolo all’interno degli eventi, portandolo a sostenere un personaggio piuttosto che un altro, vivendo in prima persona le emozioni.
Descrizioni minuziose ma leggerissime riescono a creare intorno al lettore non solo i personaggi a 360 gradi ma anche i luoghi e le atmosfere, dando quella sensazione tridimensionale che permette così di ambientarsi e seguire perfettamente la storia anche se non si conoscono i luoghi, così da potersi concentrare ancora di più sulla storia.
Gli autori poi usano uno stile che è alla portata di ogni lettore, anche quando ci si scontra con il linguaggio gaelico. Infatti nelle primissime pagine ci si trova un pochino spiazzati tra i nomi e le parole dei dialoghi, dovendo necessariamente andare ogni volta a vedere nelle note il significato, la bravura si riscontra nel fatto che superate appunto le prime pagine, il lettore riesce a imparare le parole e non ha più il bisogno di andare per forza a vedere i significati, così da seguire tutta la narrazione senza salti, senza contare che il significato delle parti in gaelico viene anche spiegato dalle azioni e dalle risposte dei vari personaggi.
Un romanzo che sa colpire e rapire e che alla fine lascia un senso di vuoto e di dispiacere causato dal dover dire addio a degli amici, ma che nello stesso tempo ti rincuora sapendo che li ritroverai nei successivi due libri, così da creare quel senso di attesa che si prova quando si aspetta il ritorno di amici in visita da città lontane.

Maura Maffei nasce in Liguria ma vive tutta la sua vita in Piemonte, e ha una grande passione, che l’ha portata ad avere una sterminata conoscenza, per la storia e la cultura irlandese.
Nella vita è erborista, soprano lirico, insegnante di Metodo dell’Ovulazione Bilings per la regolazione naturale della fertilità di coppia e presidente diocesano di Azione Cattolica Italiana.
Tra il 2001 e il 2007 ha firmato oltre 200 articoli monografici per il mensile Keltika.
Nel 1993 ha pubblicato Il traditore, nel 2003 Le lenticchie di Esaù, nel 2007 La lunga strada per genova, nel 2015 Feuilleton.
Nel 1999 ha pubblicato un romanzo tutto in gaelico per la casa editrice Coiscéim di Dublino dal titolo An Fealltóir.
Nel 2012 ha pubblicato l’ebook Astralabius e nel 2014 l’ebook An Nuachar – Lo sposo.
Nel 2015 ha anche vinto il premio letterario al 56° Concorso Letterario Internazionale “San Domenichino – Città di Massa” con il romanzo La sinfonia del vento.

Rónán Ú. Ó Locáirn è nato in Irlanda dove vive tutt’ora.
Per anni ha abitato e lavorato in Italia, e per questo mantiene tutt’ora forti legami affettivi e professionali.
Tecnologo e progettista di talento è molto apprezzato per il suo lavoro e gli viene riconosciuta grande originalità nei progetti che firma.
Musicista e traduttore, è appassionato di linguistica, specialmente dell’irlandese in cui crede fermamente convinto che sia molto importante per il bene e il progresso del suo paese natio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Introduzione al mondo, Idolo Hoxhvogli (OXP, Napoli 2015) a cura di Micol Borzatta

20 gennaio 2016
ido

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quando mi hanno proposto Introduzione al mondo l’ho accettato perché incuriosita: incuriosita dal nome dell’autore, così strano; incuriosita dal titolo scelto, che rivela tantissimo ma nello stesso tempo così poco visto la vastità dell’argomento; incuriosita dalla sua lunghezza, o meglio brevità, perché com’è possibile che in sole 120 pagine l’autore possa aver approfondito un argomento così complesso come il mondo? Così ho ceduto alla mia curiosità e mi sono avvicinata a questo scritto. Mai scelta fu più felice.
Spiegare esattamente di cosa tratta Introduzione al mondo non è facile. Intanto si riscontra che è diviso in tre parti.
La prima parte, La città dell’allegria, è scritta quasi come un racconto. La suddivisione della narrazione è di piccoli capitoli, ognuno come se fosse un pensiero o una regola, caratteristica che troviamo per tutto il libro, ma collegati tra loro da una storia. Un sindaco che vuole portare l’allegria nel suo borgo riempiendolo di altoparlanti che trasmettono musica 24 ore su 24. Un giorno però gli altoparlanti vanno in cortocircuito e si incendiano distruggendo l’intero borgo.
La seconda parte e la terza sono invece più complesse.
Nella seconda parte, Civiltà della conversazione, ritroviamo sempre i soliti capitoli brevi, ma questa volta sembrano piccoli aneddoti che vogliono trasmettere al lettore il significato di conversazione. Ovvero l’interazione vocale degli uomini, quell’attività che ci insegnano fin da piccoli e che crescendo diventa molto spesso vuota e senza significato, comprensiva solo di frasi fatte giusto per rispettare le convenzioni sociali.
Nella terza parte, Fiaba per adulti, l’argomento trattato è un argomento molto forte: la pedofilia. I vari capitoli assomigliano ai pensieri di una bambina che passando dall’età infantile all’adolescenza, racconta i suoi passi, la sua introduzione al mondo. Una bambina vittima di pedofilia che scopre un mondo diverso da tutti gli altri, un mondo che fa paura e dove la gente si volge dall’altra parte.
Come dicevo un romanzo molto breve, che si legge in 2-3 ore, però sa toccare argomenti molto complessi e forti, con uno stile narrativo molto particolare. L’autore infatti gioca con la musicalità delle parole, usandole come delle note su un pentagramma, creando frasi melodiose e poetiche.
Lo stile narrativo rappresenta benissimo la bravura dell’autore, ma purtroppo nello stesso tempo lo penalizza, restringendo il target del lettore, perché non tutti riescono ad approcciarsi a una narrazione così complessa.
Per chi cerca un romanzo che lo faccia evadere trasportandolo in altri lidi e in altri tempi, non troverà nulla in Introduzione al mondo, ma per chi vuole fare un viaggio profondo, sia interiore che nelle profondità di tutto ciò che ci circonda, trova in questo romanzo ancora di più di quello che potrebbe aspettarsi e che lo porterà a riflettere a ogni pagina.

Idolo Hoxhvogli nasce a Tirana nel 1984. Laureatosi in Filosofia alla Cattolica di Milano ha seguito la sua passione iniziando a scrivere. Le sue opere possono essere lette in numerose riviste italiane e straniere, tra cui “Gradiva International Journal of Italian Poetry” e “Cuadernos de Filologia Italiana”.

Source: libro inviato dall’ autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Teste Matte, di Guido Lombardi e Salvatore Striano (Chiarelettere, 2015) a cura di Lucilla Parisi

18 gennaio 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ambientato nei Quartieri Spagnoli di inizio anni Novanta, quando la zona era una cittadella dove le persone vivevano secondo proprie regole e dove la polizia veniva percepita come un corpo totalmente estraneo, il romanzo di Guido Lombardi e Salvatore Striano, Teste Matte (Chiarelettere, 2015), racconta la storia di due cugini, ancora bambini, Sasà e Totò, artisti del furto, mariuoli sempre alla ricerca di occasioni. Tra contrabbando, prostitute, soldati americani, troveranno presto un protettore, il ladro più abile del quartiere, ’O Barone. La madre di Sasà, Carmela, prova a frenare quel figlio che cresce troppo in fretta. Lei sa cos’è la malavita: suo fratello è in carcere per omicidio e da allora combatte contro chi si vuole vendicare.
Così Sasà si trova di fronte a una scelta paradossale, eppure l’unica possibile: entrare nella camorra per difendersi dalla camorra. Non ancora maggiorenne incontra i due uomini che gli cambieranno la vita: un trafficante di coca che tutti chiamano Rummenigge e un bandito detto Cheguevara, per il suo spirito rivoluzionario. Insieme combatteranno contro il boss dei Quartieri spagnoli, ’O Profeta, dando vita alla prima vera scissione nella storia della camorra napoletana. Dalle ceneri di questa guerra, nascerà qualcosa di mai visto prima: Le Teste Matte. Ragazzi così pazzi da dichiarare guerra a tutti i clan di Napoli.
Il romanzo, a tratti travolgente, nonostante le coincidenze costruite per non dare fiato al lettore a volte risultino un po’ troppo “cinematografiche”, è un buon libro, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.
Le Teste Matte, estranei ai codici d’onore, con un nome più da ultras calcistici che da malviventi di strada, sono giovanissimi. Molti di loro non hanno nemmeno vent’anni, sono più affezionati alle orge di cocaina che alle reverenze ai boss del quartiere. Si muovono nel dedalo di vicoli addossato alle strade della Napoli più commerciale e alle tradizionali riunioni mattiniere di stile camorristico preferiscono i giri in tarda sera sulle loro motociclette, mentre l’effetto della cocaina sta svanendo e nuove strisce e nuove guerre li aspettano con il calare totale del buio.
Dalle loro gesta ne nasce un romanzo fiume, un affresco su una delle zone più controverse della città partenopea, dove ai ritratti dei componenti della banda si affiancano quelli dei loro famigliari – su tutti quello di Carmela, la madre di Sasà – delle persone che vivono nei Quartieri Spagnoli, dei loro amici e dei loro nemici. E più la storia avanza verso un non scontato epilogo, più il ritmo si fa incalzante, violento, adrenalinico. I morti aumentano, così come l’abuso di droga, la follia collettiva e la disperazione di non riuscire a controllare un contro-potere una volta abbattuto il vecchio sistema malavitoso che imperversa per le strade.
Teste Matte è una lettura consigliata a tutti quelli che vogliono immergersi in una cronaca dolorosa e molto più vicina di quanto crediamo, un testo che, grazie al suo linguaggio semplice e diretto, può essere amato anche da lettori tutt’altro che forti.

Guido Lombardi (Napoli 1975) è regista, sceneggiatore e scrittore. Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, Là-bas, vincitore del Leone del Futuro alla 68a Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Del 2013 è la sua opera seconda Take Five, in concorso al Festival di Roma e in cui figura come protagonista proprio Salvatore Striano. Sempre nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, Non mi avrete mai (con Gaetano Di Vaio), edito da Einaudi.

Salvatore Striano è nato a Napoli nel 1972. Durante un periodo di reclusione nel carcere di Rebibbia ha frequentato corsi di recitazione, appassionandosi al teatro, soprattutto shakespeariano. Dopo essere uscito grazie all’indulto nel 2006, ha esordito nel cinema grazie al regista Matteo Garrone, che l’ha scritturato per il film Gomorra, tratto dal bestseller di Roberto Saviano. Dopo alcuni anni è ritornato in veste di attore a Rebibbia, dove ha interpretato il ruolo da protagonista di Bruto nel film dei fratelli Taviani Cesare deve morire. Nel 2015 firma insieme a Guido Lombardi Teste matte pubblicato da Chiarelettere: un romanzo travolgente e feroce, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Chiarelettere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’invenzione della madre, Marco Peano o della malattia come metafora (minimum fax, 2015) a cura di Giulia Guida

17 gennaio 2016
madre

Clicca sulla cover per l’acquisto

Marco Peano ha scritto il romanzo che stavo cercando dalle sei di mattina del dodici febbraio duemilatredici, quando mio padre – nella sua forma di organismo umano bipede a sangue caldo come l’avevo immaginato per i primi ventitrè anni della mia vita, con tanto di discutibili maglioni a rombi, una passione irrefrenabile per la frutta martorana, un’eccitazione quasi fisica per i numeri e gli LP di Giorgio Gaber nascosti tra un ventricolo e l’altro con disincanto e ostinazione – ecco, quando tutto quello che aveva contribuito a costituire l’entità “padre” fino a quel momento ha smesso di esistere. Quando si guarda una persona morire, – nell’istante della transizione tra uno stato e l’altro della materia – nella coscienza dell’osservatore si impone un’evidenza, arriva luminosa e inappropriata, quell’evidenza che accomuna tutte le specie dell’universo fin dall’era della formazione del primo protozoo unicellulare: ovvero, noi siamo il nostro corpo.

Si vive dentro un corpo per anni, decenni alle volte, senza avere una piena consapevolezza del suo peso, senza la necessità di combattere per la sua sopravvivenza, senza la preoccupazione di preservarlo dal suo naturale e inevitabile processo di decadimento. Da giovani si canalizzano tante di quelle energie verso l’interno, impegnati come siamo nella costruzione e nella cura della nostra introspezione, che si finisce per dimenticare la caducità del corpo, ridotto a mero involucro della personalità, concepita invece come un’entità immateriale ma destinata a un’esistenza più duratura, vincolata a una promessa di non deperibilità, scriverebbe Peano. Fin quando non ci si ammala o si guarda qualcuno ammalarsi. Solo a quel punto l’integrità del corpo appare in tutta la sua indispensabilità, quando il mondo già comincia a dividersi in sani e malati, in funzionanti e guasti, in vivi e morituri. Ecco perché Peano è riuscito laddove altri hanno fallito: ha raccontato con una lingua dolorosamente concisa non la morte e la successiva rielaborazione della perdita, ma la storia di un corpo che muore, la storia di una malattia, che si trasforma nella storia della malattia stessa.

Mi ricordo che una delle volte in cui mio padre era ricoverato presso l’ospedale di Padova, mentre bighellonavo nella sezione saggistica della Feltrinelli, mi sono imbattuta nel libro di Susan Sontag, “Malattia come Metafora”. “La malattia”, scriveva Sontag, “è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiamo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”. La dicotomia che consegue dall’insorgenza della malattia, tra la vita prima e la sopravvivenza dopo – come se la scoperta delle cellule cancerose segnasse un anno zero, l’inizio di una grottesca rinascita al contrario – si reifica nel romanzo di Peano a tal punto da spaccare la sua casa a metà, la sua famiglia in due ambienti separati: un “di qua”, dove lo status quo è ancora intatto e un “di là”, in cui i punti di riferimento implodono, la rete dei rapporti familiari si riduce a un cumulo di significanti senza significato, gli articoli ospedalieri sono accolti come “nuovi membri della famiglia” e i blister di medicine giacciono sul comodino come “le scatole di cioccolatini per gli ospiti nelle case delle altre famiglie”:

“Di là” è il mondo convenzionale con cui Mattia e suo padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia […] Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla “al di là”. La malattia di questa madre diviene un elemento fondante del nucleo famigliare, tanto “da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni”.

Il cancro trangugia ogni parola e rimodula il linguaggio fino a diventare l’unico strumento di narrazione della realtà esterna: se il cancro non può essere sconfitto, lo si impara a conoscere in tutte le sue possibili manifestazioni, se ne studia morbosamente l’eziologia, la patogenesi, la percentuale di incidenza, le variabili del processo di accrescimento e di metastatizzazione. Se il cancro non può essere sconfitto, non resta altro che diventare il cancro. Un giorno, mentre è seduto al caffè di un centro commerciale, incontra due ex compagni di classe che si stanno per sposare di lì a poco. Seppur più per cortesia che per reale interesse, i due domandano notizie delle condizioni della madre e Mattia si confida, sente l’urgenza di una valvola di sfogo esterna rispetto alla dimensione del “di là” – ma quando comincia a illustrare nel dettaglio i segni del carcinoma meningeo che sta devastando il corpo di sua madre – l’orrore della perdita dell’autosufficienza, della vista e della coscienza – gli amici inorridiscono, non possono e non vogliono comprendere, i loro occhi non conoscono la decomposizione del corpo, i loro sguardi sono proiettati al futuro – lo stesso futuro a cui il padre di Mattia il 1° agosto del ’74 andava incontro il giorno del suo matrimonio, “nervoso ed eccitato mentre visualizza il profilo di quella che sta per diventare sua moglie stagliarsi perfetto nella luce del giorno”.
In quel momento il figlio percepisce la portata della propria inadeguatezza e della propria liminalità: è un organismo anfibio, ormai incapace di esistere nel mondo dei vivi, ma non ancora destinato a occupare uno spazio in quello dei morti. Ed ecco dunque la misura del danno, tragicamente racchiusa nella condizione dell’orfano: “una parola che stringe nelle spire delle o in apertura e in chiusura chi le indossa: due catene circolari che ammanettano a un infinito presente”.

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Jo Rebel, a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2016

indexJo Rebel è una giornalista specializzata nel settore automotive, ma anche un’appassionata lettrice, con come libro di culto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen di cui adora il personaggio di Darcy. Torinese, gattofila in particolare per la sua micia Mya, amante dei viaggi e della musica, Jo Rebel ha pubblicato presso Golem edizioni il suo primo romanzo, l’urban fantasy Craving, storia di due vampiri eternamente giovani, Gregorio e Victoria, che si trovano, nella loro ricerca eterna di nutrimento ma anche d’amore, nel capoluogo piemontese. Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle qualcosa in più sul suo libro e non solo.

Come nasce il tuo interesse per i vampiri?

Quando ero ragazzina ho visto il film Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, l’ho trovato geniale e ho cominciato a interessarmi alla figura del vampiro. Ho letto molto, dai classici alla letteratura contemporanea, e sono rimasta colpita da come la figura dei bevitori di sangue si sia evoluta e trasformata nel tempo. Il concetto di vampirismo esiste da millenni, già nelle antiche culture greche e romane alcune figure demoniache, per le loro peculiarità, potevano essere considerate come i precursori del moderno vampiro, anche se le leggende sulle creature soprannaturali che si nutrono di sangue, così come le conosciamo oggi, sono nate in tempi ben più recenti per lo più nell’Europa dell’est. Oggi alcuni addirittura splendono come diamanti, ma questa è un’altra storia.

Chi sono i tuoi maestri, del settore fantastico e non?

Come dicevo ho letto molto, dal racconto breve di Polidori a Bram Stoker e Van Helsing, ma l’amore vero e proprio per la letteratura dark fantasy con protagonisti i vampiri è nato grazie a Anne Rice e alle sue Cronache, soprattutto i primi libri. Lei per me resta la vera regina della scrittura di genere. In epoca più recente ho apprezzato parecchio Scott Westerfeld e Cassandra Clare. Ammetto di leggere poco che non sia fantasy, ma esulando dal genere mi piacciono molto gli scrittori sudamericani, Allende e Coelho soprattutto. Trovo 11 minuti un libro pregno di significati. Altre opere che sono state fondamentali nella mia crescita come lettrice sono stati Mattatoio n°5 di Vonnegut, Sulla Strada di Kerouac e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, che rileggo almeno una volta l’anno.

Che rapporto hai con Torino, città in cui ambienti la tua storia?

Amo Torino, è una città ricca di storia e di mistero. A metà del Cinquecento Nostradamus passò del tempo a Torino, dove fecero la loro comparsa anche Cagliostro, il Conte di Saint-Germain, Paracelso e Fulcanelli, tutti personaggi di grande rilievo nell’ambito dell’occulto. Gli esperti di esoterismo dicono che Torino sia parte di due triangoli magici, quello bianco (insieme a Praga e Lione) e quello nero (con Londra e San Francisco) vivendo perciò una lotta perenne tra la luce e le tenebre. Possiede una splendida collina da cui è possibile ammirare la metropoli e le montagne non distanti, è attraversata dal grande fiume Po, e porta con sé un fascino storico e barocco a cui è difficile resistere. È stata definita da Le Corbusier come la città con la più bella posizione naturale del mondo e Jean-Jacques Rousseau descrisse il panorama dalla vetta collinare di Superga come il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano. Come non amarla? 😀

Cosa pensi della situazione attuale in Italia per quello che riguarda la letteratura di genere fantastico?

Non è una domanda facile a cui dare risposta. Credo che per quanto riguarda il numero di potenziali lettori di genere fantastico siamo messi bene, ma manca un po’ la cultura. Per tanto, troppo tempo i lettori italiani sono stati poco recettivi verso questo tipo di letture, spesso non per colpa loro, ma a causa della visione comune circa il genere, qui da noi sovente inteso come fantasia fatta galoppare senza una meta. Così non è. Faccio alcuni esempi di opere straniere che hanno avuto (giustamente) grande successo: La storia infinita di Michael Ende è un romanzo di formazione, la storia di un’indimenticabile avventura, uno dei più grandi libri dell’epoca moderna; la saga di Harry Potter, che ho rivalutato di recente dopo averla stupidamente snobbata per troppo tempo (amo ammettere i miei errori) è una lettura sagace, ricca di contenuti e metafore, adatta sia ai bambini che agli adulti e scritta da una penna sapiente e colta come quella della Rowling; e poi Stardust di Gaiman dove tutto comincia in una fredda sera di ottobre quando una stella cadente attraversa il cielo e il giovane Tristan promette a Victoria, per conquistarla, di andarla a prendere, iniziando una incredibile e coinvolgente avventura. La lista è lunga, passa da Tolkien a Orwell, da Brooks alla Rice, senza dimenticare anche i successi di massa (che forse però con il fatto che si tratti di fantasy contemporaneo c’entrano poco) come Twilight.
Abbiamo tanti ottimi scrittori made in Italy che scrivono libri fantasy (e vari sotto generi) ma che fanno fatica a emergere, forse anche un po’ per colpa delle grandi case editrici che hanno sempre considerato il fantastico come un genere di nicchia (per non dire di serie B) buono per far soldi con la traduzione di autori stranieri già affermati. Questo spiace. Ciò che mi auguro, in quanto amante da sempre del genere fantasy (soprattutto contemporaneo), è che in Italia, così come avvenuto in altri Paesi, si possano aprire nuovi orizzonti verso la letteratura di genere fantastico, che è anche una lettura per adolescenti, ma non solo. Anzi, spesso può contribuire ad aprire la mente di chi la maggiore età l’ha superata da un pezzo, portandolo oltre la realtà quotidiana e, con l’aiuto della fantasia, aiutandolo almeno in parte a superarla.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo il sequel di “Craving”, il mio primo romanzo urban fantasy (2015, Golem Edizioni), che è stato l’inizio di una trilogia. Per adesso mi concentro esclusivamente su questo progetto e sulla promozione della storia dei due protagonisti, i fratelli immortali Victoria e Gregorio 🙂

:: Annientamento di Jeff VanderMeer (Einaudi, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

14 gennaio 2016
sa

Clicca sulla cover per l’acquisto

Tra i tanti libri ricevuti per Natale il primo a cui mi sono dedicata è stato Annientamento: già da diversi mesi ero incuriosita dalla nuova trilogia pubblicata da Einaudi nella collana dei Supercoralli, anche per il coinvolgimento di un illustratore che amo molto per le copertine (Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ), ma devo dire che questo libro ha superato di molto le mie aspettative.
Ero preparata a leggere un romanzo di fantascienza con un probabile buonismo ambientalista di fondo e invece mi sono trovata tra le mani una storia inquietante, con un pizzico di orrore lovecraftiano, un’indagine della mente umana e molteplici piani di lettura, un romanzo del genere che di solito appartiene alla fantascienza alta, quella di riflessione sociale e politica.
La storia è quella della dodicesima spedizione esplorativa nell’Area X, composta solo da donne: la Biologa, la Psicologa, la Topografa e l’Antropologa. E le altre undici spedizioni? Nessuno è mai davvero tornato indietro dall’Area X, tutti hanno fallito, i più fortunati sono morti lì.
E anche la dodicesima spedizione è destinata a fallire: ce lo dice subito la nostra voce narrante, la Biologa, che come ogni membro di ogni spedizione deve tenere un diario delle proprie scoperte, dei propri pensieri.

«Vi direi i nomi delle altre tre, se fosse importante, ma solo la topografa sarebbe durata un paio di giorni in più. E poi ci avevano sempre vivamente sconsigliato di usare i nomi: dovevamo concentrarci sulla nostra missione e «lasciare a casa qualunque dato personale». I nomi appartenevano al luogo da cui venivamo, non alle persone che eravamo durante la missione nell’Area X.»

Una totale spersonalizzazione delle protagoniste, indicate solo con il loro ruolo, e totale assenza di riferimenti geografici o temporali. Perché l’Area X è un ambiente alieno all’uomo, ecosistema incontaminato che da trent’anni è riuscito a liberarsi di tutte le presenze umane che hanno tentato di violarlo, è un’area di transizione che lega assieme la foresta, le paludi e il mare. Un ambiente in cui affiorano solo poche costruzioni umane: un villaggio soffocato dalla vegetazione, un faro fortificato sul mare, il tunnel, o meglio la Torre. Qui si cela il mistero dell’Area X: le “parole viventi” che brillano nel buio e sprofondano nella terra, formate da una sorta di colonia di funghi luminescenti che crescono lungo le pareti della torre.
Nella narrazione di VanderMeer le parole hanno il peso dell’ipnosi, riecheggiano nella mente confusa e offuscata della Biologa, divisa tra il mistero di un luogo che i suoi strumenti scientifici non sono in grado di spiegare e i ricordi della vita fuori dall’Area X, i ricordi dell’infanzia e di suo marito, scomparso nella spedizione precedente.
Ma le parole ipnotizzano anche il lettore: la vertigine, la transizione, la mutazione della natura, la luminosità, le onde, la Torre, si rincorrono sulla pagina, tornano sempre a legare, a suggerire nuovi percorsi nell’interpretazione del testo.

Jeff VanderMeer, nato a Bellefonte in Pennsylvania nel 1968, ha trascorso la maggior parte della sua infanzia nelle Isole Figi; scrittore ed editore statunitense, autore di antologie di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il “New York Times”, il “Guardian” e il “Washington Post”. VanderMeer ha lavorato anche con altri media: ha girato un film basato sul suo romanzo Shriek con la colonna sonora della rock band The Church, e dal suo racconto A New Face in Hell Joel Veitch ha realizzato una versione animata per la Playstation.
Per il momento in Italia sono stati pubblicati solo i tre libri della Trilogia dell’Area X.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La legge dell’oblio, Luca Simioni (Limana Umanìta Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2016
LLDOfronte

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nella Marca Occidentale di un impero di un mondo alternativo, con echi sia medievali che della società europea prenindustriale, vive il popolo dei Wadi, un’etnia guerriera con gli occhi rossi e la capacità di vedere durante la notte. La loro comunità, dove vivono anche persone di etnie diverse, viene attaccata da un misterioso nemico che arriva dal deserto che si stende poco lontano dalla marca. Un fatto inaudito, visto che il deserto è un luogo disabitato secondo le mappe, dove ci sono solo resti di civiltà scomparse. Mado, uno dei Wadi, con una lunga esperienza come soldato alle spalle, viene incaricato di pattugliare il deserto per capire cosa c’è dietro queste nuove minacce, con un gruppo di cinque individui, molto diversi tra di loro come estrazione sociale e appartenenza etnica.
Insieme scopriranno quanto di falso è stato loro detto, e che là fuori ci sono insidie e una guerra possibile, su pensiero e stili di vita, che può schiacciare la vita di un mondo che per generazioni aveva vissuto in maniera tranquilla e autosufficiente.
Curioso e originale: questi sono i primi due aggettivi che possono venire in mente leggendo le pagine di un libro che si pone nella tradizione del fantasy epico, anche se è molto diverso e molto lontano da autori come Tolkien, Terry Brooks, Terry Goodkind, George R.R. Martin. Se si vuole trovare qualcosa di simile nel mercato straniero, il nome che viene in mente è quello di Joe Abercrombie, da cui Luca Simioni riprende ambientazioni e toni, compreso il tema della ricerca e del viaggio, più da western che da fantasy, al centro per esempio di Red Country dell’autore statunitense.
Nel mondo fantasy scelto da Luca Simioni ci sono comunque anche echi del genere steampunk, ma tutto l’insieme è insolito, un universo fantastico formato da tante suggestioni, e non tutte di stampo irreale e fuori dal mondo.
Attuale: questo è l’altro aggettivo che richiamano le pagine del libro. Perché, certo, la storia raccontata è irreale, certo ci troviamo nei territori del fantasy epico e steam, ma ci sono forti echi del mondo di oggi e delle sue contraddizioni e problemi. La storia de La legge dell’oblio parla di incontro tra diversità, a livello globale nella vicenda narrata ma anche a livello individuale con la squadra di Mado che va in cerca di una possibile salvezza per il loro modo di vivere, facendo i conti con problemi di comprensione spesso insormontabili. Senza contare poi i giochi di potere e lo scontro di civiltà che c’è sotto tutta la storia, molto realistico e molto metaforico dell’oggi, con il deserto visto come non luogo ma anche luogo universale, un po’ come sono i deserti nel mondo reale.
La legge dell’oblio, pubblicato dalla casa editrice indipendente Limana Umanìta che ha inaugurato così una collana dedicata ai romanzi di genere, è quindi una storia avvincente di genere fantastico che piace e piacerà ai cultori del genere, soprattutto a chi cerca vicende insolite e non ripetizione trita e ritrita di modelli noti. Ma è anche uno specchio deformante di tanta attualità, dalla convivenza tra persone diverse all’incontro tra mondi opposti passando per il desiderio di imporre uniche ideologie. Un libro quindi con più livelli di lettura che rivela una nuova voce di casa nostra.

Luca Simioni, originario di Cittadella, in provincia di Padova, è laureato in Storia dove si è specializzato in nazionalismi e movimenti di massa. Ha scritto vari racconti, uscite in antologie edite da Limania Umania, come Time Warp e I mondi del fantasy. Nel 2014 ha fatto uscire il suo primo romanzo E ora, con l’aiuto del sole. La legge dell’oblio è la sua seconda prova letteraria a lungo raggio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le ateniesi, Alessandro Barbero (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2016
cover

Clicca sulla cover per l’acquisto

Atene, 411 a.C.: la cittadinanza si appresta ad assistere alla nuova commedia di Aristofane, Lisistrata, che racconta una ribellione di donne contro il potere patriarcale degli uomini che pensa solo a fare la guerra. In parallelo, nelle campagne vicine alla città, le due giovanissime Charis e Glicera sognano una vita diversa che quella di lavoratrici indefesse nelle piccole fattorie dei rispettivi padri, una vita che per loro sembra rappresentata dal ricco coetaneo Cimone, figlio di Eubolo, che sta tramando con altri qualcosa contro la democrazia di Atene. Mentre in città gli abitanti di Atene assistono alla presa in giro graffiante, scurrile ma molto realistica di Aristofane, Charis e Glicera in campagna vanno da Cimone per concludere la vendita dei fichi coltivati dai padri, senza immaginare che conseguenze tragiche potrà avere la loro azione.
Alessandro Barbero ci porta in un’antica Grecia ritratta in uno dei suoi momenti e luoghi di massimo splendore, la classicità di Atene, per raccontare una storia eterna e molto attuale, di violenza contro le donne e soprusi classisti. Una violenza derisa ma denunciata da Aristofane, che sconvolge i benpensanti ateniesi convinti di essere al centro del mondo, mettendoli davanti ai propri vizi e limiti, ma una violenza vissuta e subita da due ragazzine troppo curiose, in un’escalation brutale, restituita dall’autore con uno stile sobrio da cronista che però non risparmia niente al lettore, senza gratuità.
Una Grecia metafora del presente, visto che classismo e maschilismo continuano ad essere prerogativa dell’oggi: Alessandro Barbero, oltre a omaggiare Aristofane, ha dichiarato con questo libro di aver voluto ricordare uno dei fatti italiani di violenza contro le donne più gravi e orrendi, il delitto del Circeo, dove due ragazze di estrazione modesta furono sequestrate, torturate, stuprate e una uccisa da tre rampolli di famiglie bene. Un fatto vergognoso, che ha segnato la generazione di chi, come l’autore, era adolescente al momento dei fatti, ma che è rimasto come eco anche anni dopo, simbolo, nella realtà e anche nel libro, di sopraffazione verso le donne ma anche di oppressione classista verso chi è più povero, supportata da ideologie estremiste che sono sempre uguali.
La donna che rappresenta di più la sopraffazione è Aglaia, fatta schiava a Melos, evento vergognoso della guerra tra Atene e Sparta che non appare nei libri di scuola, costretta a diventare schiava con il nome di Andromaca. Da lei viene la soluzione della vicenda e un messaggio di ribellione, ieri come oggi, contro ogni forma di oppressione, violenza e prevaricazione. Un libro duro, questo di Alessandro Barbero, durissimo, forse non indicato per parlare di Grecia ai giovanissimi, ma su cui leggere e meditare comunque se si ha qualche anno in più.

Alessandro Barbero, torinese, classe 1959, è docente universitario di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale. Collabora con la Rai, dove è un volto noto e popolare di Rai storia e della trasmissione Il tempo e la storia. Ha scritto sia libri di saggistica che di narrativa: tra i suoi maggiori successi nell’uno e nell’altro campo ricordiamo Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza, 2010), Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali (Laterza 2012), Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori, 1995, vincitore del premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia (Mondadori, 2011).

Source: prestito in biblioteca SBAM.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’eredità medicea, Patrizia Debicke Van Der Noot (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

12 gennaio 2016
3107217

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alessandro de’ Medici, duca di Firenze, è appena stato assassinato da Lorenzino de’ Medici, detto il filosofo, lasciando vedova Margareta d’Austria. L’assassinio era stato messo in atto per una voglia da parte del filosofo di salire al potere al posto del parente, ma dopo aver compiuto l’omicidio ed essersi vantato in lungo e in largo, preso da un attacco di codardia consono alla sua natura, scappa da Firenze lasciando il seggio vuoto. I fiorentini vogliono come successore assolutamente uno di loro, non accetteranno nessun altro candidato come nuovo duca, così il consiglio dei Quarantotto decide di nominare Cosimo de’ Medici, ragazzo molto giovane con i suoi 17 anni, ritenendolo facilmente malleabile e manovrabile, ma con il passare del tempo dimostrerà lo stesso spirito e la stessa forza d’animo del padre, Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere, e della nonna, Caterina Sforza.
Appena arrivato a Firenze Cosimo si innamora subito di Margherita D’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, e cerca in tutti i modi di sposarla, ma l’imperatore, padre di lei, ha altri piani per la figlia e con la scusa che la figlia deve rispettare il lutto temporeggia fino a quando Cosimo non decide di sposarsi con Eleonora di Toledo.
Durante il regno di Cosimo grandi forze si muovono nell’ombra, a partire da un personaggio sconosciuto e misterioso che si fa chiamare appunto L’Ombra, fino ad arrivare alla Chiesa Cattolica nelle veci del Papa, alle famiglie rivali dei de Medici che vogliono a tutti i costi spodestare Cosimo per conquistarsi tutto il potere.
Un romanzo storico che sa unire fatti reali a narrazioni di fantasia unendo così storia e sentimento.
Una narrazione che pur partendo molto avvincente e briosa con l’omicidio di Alessandro de’ Medici e la fuga di Lorenzino de’ Medici, rallenta purtroppo in maniera drastica, bloccandosi con lunghe descrizioni di piatti cucinati, pasti luculliani e vestiti sfarzosi, perdendo così l’attenzione del lettore che deve aspettare di arrivare almeno a metà romanzo prima di ritrovare un po’ di azione che riesca a riassorbirlo nella lettura, azione che questa volta riesce però a tenerlo legato fino alla fine del romanzo facendogli provare emozioni contrastanti e coinvolgendolo al punto che si ritroverà a incitare i suoi personaggi preferiti, mentre combatterà con loro per difendere la vita di Cosimo.
I personaggi sono molto ben caratterizzati, sia a livello fisico che a livello emotivo, tant’è vero che si riesce a percepire l’amore di Alessandro Vitelli per Angela, la frustrazione di Bianca quando Cosimo parte per Firenze e pensa che pur essendo incinta di lui non lo potrà più avere tutto per sé, i sentimenti prima contrastanti e poi sempre più profondi di Margherita d’Austria…
Un modo tutto nuovo e alla fine molto piacevole di riscoprire fatti di storia, un romanzo che, nonostante il suo andamento altalenante, sa rapire il lettore ed entrargli nel cuore e nell’animo, trasportandolo in un bellissimo viaggio nell’Italia del 1500.

Patrizia Debicke Van Der Noot è nata a Firenze nel 1942.
Nipote del segretario storico del famoso premio letterario fiorentino L’Antico Fattore, Candido Vanni, ha trascorso molti anni della sua vita a viaggiare, vivendo così sia in Italia che all’estero.
Bilingue, grazie anche alla nonna alsaziana, ha lavorato sempre come scrittrice.
Grazie al primo marito, il principe Alessandro Ruspoli, ha frequentato gli ambienti dell’aristocrazia degli anni ’60 e ’70.
Tra le sue pubblicazioni ci sono vari racconti e antologie, ebook con MilanoNera e Delos Digital. Con Corbaccio ha pubblicato L’oro dei Medici, La gemma del cardinale e L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2010 ha vinto il secondo premio assoluto al VI Festival Mediterraneo del giallo e del noir con L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2012 premio letterario alla carriera al IX Premio Europa di Pisa.
Nel 2013 ha pubblicato La sentinella del Papa con Todaro.
Tra i suoi impegni anche molte conferenze storiche per il FAI, circoli di lettura e corsi di scrittura.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La nonna vuota il sacco, Irene Dische,(Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2016
6486663_966172

Clicca sulla cover per l’ aquisto

La nonna vuota il sacco di Irene Dische è un romanzo allegro e davvero coinvolgente. La voce narrante è quella di Elisabeth, una donna tedesca di fede cattolica che narra la vicenda della sua famiglia, dal suo matrimonio fino alla nascita dei suoi nipoti e pure pronipoti. La nonna vuota il sacco non è un vero e proprio diario ma, il carattere della narrazione biografica e memorialistica gli calzano alla perfezione. Elisabeth ci porta dentro al suo mondo privato e noi lettori scopriamo che lei -capelli castani, naso fine, occhi azzurri e labbra perfettamente delineate- è una giovane donna corrispondente al 100% ai canoni della bellezza germanica. Il marito, Carl Rother, ha un naso adunco, occhi profondi e neri, è medico ed è il figlio di un ferramenta ebreo dell’Alta Slesia. Siamo tra gli anni Venti e Trenta del Novecento e le differenti religioni, per ora, non impediscono a Elisabeth e Carl di sposarsi. Tutto però si complica con la salita al potere dei nazisti. La loro violenza, e politica repressiva, andranno a colpire ogni ebreo, compresi coloro che hanno sposato tedeschi puri. Mentre i fratelli di Elisabeth diventeranno gerarchi nazisti, lei e il marito, sentendo incombere il pericolo, decideranno di scappare in America, nel New Jersey, con la figlia Renate. Qui, nel Paese dove tutto sembra essere possibile, l’inserimento dei fuggitivi non sarà proprio facile, ma un po’ alla volta, superati i diversi ostacoli e pregiudizi, la famiglia riuscirà a trovare un’adeguata stabilità. Il tutto durerà fino a quando Renate sposerà lo scienziato Dische, un uomo intelligente sì, ma pieno di manie comportamentali e la situazione sembrerà sfuggire al controllo completo, di tutto e tutti, quando arriverà Irene, la loro figlia. Il libro della Dische narra la vita di una famiglia, mostrandone le gioie, i dolori, le incomprensioni (il rapporto tra Elisabeth e Renate sarà sempre un po’ teso), gli improvvisi colpi di testa (Irene da adolescente dimostrerà una instabilità del vivere che la porterà a cambiare più scuole e ad intraprendere viaggi senza mete e obiettivi precisi) che condurranno i personaggi protagonisti a compiere scelte a volte stravaganti, ma per loro fattibili e importanti. Il romanzo della Dische è un vero e proprio viaggio nella memoria che riunisce tre diverse generazioni di donne appartenenti ad un unico nucleo familiare. Elisabeth, Renate e Irene sono rispettivamente una nonna, una madre e una figlia. I caratteri sono tra loro diversi, ma ciò che unisce queste tre figure femminili, oltre al legame di sangue, è il legame madre figlia che attraversa i tempi, è una sorta di senso di protezione sempre presente, nonostante i contrasti. Il linguaggio schietto e l’ottima traduzione di Riccardo Cravero permettono al lettore di entrare nel mondo privato di Elisabeth, nel quale la quotidianità è velata di ironia e da situazioni che commuovono e fanno riflettere chi sta fuori dal libro. Leggere La nonna vuota il sacco di Irene Dische è stato appassionante, è stato come essere a fianco della narratrice stessa e si percepisce in Elisabeth (e anche in Irene Dische stessa) la volontà di condividere con i lettori, i legami affettivi e una vita ricca di colpi di scena che ricordano emozionanti film ma, in questo caso, sono realtà vera e vissuta.

Irene Dische è nata a New York e vive a Berlino. È giornalista, scrittrice di libri per adulti e per ragazzi. Ha pubblicato anche Pietose bugie (Feltrinelli, 1991), Un accordo drammatico (Feltrinelli, 1995), Esterhazy. Storia di un coniglio, scritto con Hans Magnus Enzensberger (Einaudi, 2002), e La nonna vuota il sacco (Neri Pozza, 2006). Le lettere del sabato, con cui Dische ha vinto il Deutsche Jugendliteraturpreis, il più autorevole riconoscimento alla letteratura per ragazzi in Germania, è stato pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1999.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Beat.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Oversight, Charlie Fletcher (Fanucci, 2014) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2016
over

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nella Londra vittoriana, luogo iconico per tante storie che non cessa di affascinare anche se è ormai distante decenni, la società segreta Oversight ha come compito quello di proteggere gli esseri umani dalle scorribande delle creature fatate, che non sono certo benevole. Per motivi vari, non ultimo il crescente scetticismo della società ottocentesca, alla Oversight sono rimasti solo in cinque, in mezzo a problemi che aumentano, anche perché uno dei loro compiti più difficili è quello di proteggere la Chiave, un oggetto magico che mantiene l’equilibrio tra le dimensioni e i tempi diversi.
Oversight è il primo romanzo rivolto ad un pubblico adulto di Charlie Fletcher, autore di diversi romanzi di genere fantasy per ragazzi, con cui l’autore ha iniziato una saga di cui è già uscito in lingua originale il seguito, Paradox. Per questa sua fatica, l’autore si è rivolto alla grande tradizione narrativa dell’Ottocento inglese, formata da autori come Charles Dickens, Charlotte Bronte, Elizabeth Gaskell, Thomas Hardy, Willie Collins. Ovviamente il suo stile è più moderno, ma il fascino di quella narrativa e di quella Londra cupa e dove entrava il gotico e il paranormale c’è tutto.
L’universo fantastico messo al centro di tutto non è formato dalle creature classiche del gotico, a cominciare dagli un po’ troppo inflazionati vampiri, ma è legato al Piccolo Popolo, le cosiddette Faeries che non vanno rese in italiano come Fate, ma sono creature maligne e temibili, presenti per secoli nella cultura irlandese e celtica a cui l’autore si ispira.
Un libro quindi che parte da molto lontano, da un folklore remoto e dalla letteratura ottocentesca, ma con echi anche di romanzi, film e telefilm attuali, da Neil Gaiman a Susanna Clarke, senza dimenticare Penny Dreadful, ma anche un Torchwood o un X-Files in salsa vittoriana: il risultato è un romanzo complesso e affascinante, originale in tempi in cui il gotico è diventato sinonimo di storielle d’amore per quindicenni amanti di vampiri luccicanti, pronto a far riscoprire o scoprire, in chiave moderna, una tradizione fondamentale per l’immaginario non solo fantastico.
Il tutto con al centro una lotta tra bene e male che non si può esaurire in 600 pagine dense e nella migliore tradizione del romanzo a capitoli capaci di avvincere pagina dopo pagina: un libro per gli amanti del genere fantastico ma anche per chi cerca storie avvincenti, con dietro tradizioni antiche ma sempre valide.

Charlie Fletcher, classe 1960, è laureato in letteratura inglese e ha iniziato la sua carriera lavorando come sceneggiatore alla BBC. Si è poi trasferito in California dove ha collaborato con case cinematografiche come Tri-Star, MGM, Paramount e Warner Bros, ma ha svolto anche attività di giornalista di vario genere, dallo sport all’enogastronomia. Autore della serie Stoneheart, sta ora lavorando alla saga iniziata con Oversight e vive con la sua famiglia a Edimburgo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Forse non tutti sanno che a Firenze… (Newton Compton, 2015) di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni a cura di Irma Loredana Galgano

11 gennaio 2016
forse

Clicca sulla cover per l’acquisto

A ottobre 2015 è uscito nella collana Quest’Italia di Newton Compton Forse non tutti sanno che a Firenze… di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni.
Un tentativo di mostrare a turisti e fiorentini tutto ciò, del capoluogo toscano, che ben resta celato a uno sguardo distratto, sfuggente o frettoloso.
La storia di una delle tante eccellenti città d’arte italiane ricostruita assemblando piccoli tasselli apparentemente disgiunti fra loro.
Un testo, quello di D’Isa e Salimbeni, nel quale vengono armonizzati storia, arte e tradizione orale. Racconti, poco più che leggende, si uniscono a testimonianze storiche grazie alla presenza ‘fisica’ dell’arte, elementi che rendono, per gli autori, la città “magica”.

« Accanto all’Arno, scorre un secondo fiume, fatto di riflessi quasi impercettibili che solo una particolare inclinazione dello sguardo può essere in grado di cogliere.»

Il lavoro svolto dagli autori per Firenze ricorda, nelle intenzioni, quello condotto da Palumbo e Ponticelli per Napoli e diventato un libro edito sempre da Newton Compton nel 2014, Il giro di Napoli in 501 luoghi. «La città come non l’avete mai vista» è il sottotitolo del libro che racconta i luoghi, i misteri e gli “incredibili tesori artistici” del capoluogo campano.
Una dichiarata volontà da parte di tutti di far conoscere a quante più persone possibili i segreti che stanno alla base del fascino delle rispettive città, una bellezza che non va ricercata nelle mode e nella eccessiva modernità, bensì in una riscoperta del passato e della tradizione, veri pilastri in grado di sorreggere questi ‘colossi’ di arte, storia e cultura.
Il balcone al contrario, le buchette del vino, la finestra sempre aperta, la donna pietrificata, la sfilata della Venere senza braccia… curiosità e misteri sconosciuti ai più, «lampi d’identità che sono più che stranezze o note a margine alla storia ufficiale», sono fasci di luce che illuminano una città dalla tradizione mista e composita.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Matteo Salimbeni cresce a Firenze e vive a Milano. Si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. È drammaturgo e autore di varie opere teatrali di prosa e lirica rappresentate in giro per l’Italia e all’estero. Ha scritto romanzi (L’ascensione di Roberto Baggio, con Vanni Santoni, Mattioli 2011), sceneggiature (Bathrooms di Lorenzo Bechi) e racconti per numerose riviste.

Source: ebook inviato da uno dei due autori, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.