Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Fiabe in rosso, Lorenzo Naia, Roberta Rossetti (Verba volant, 2015) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2016
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Quante volte si è sentito dire che certi stereotipi sessisti contro le donne nascono proprio dalle fiabe classiche, o meglio da come sono state tramandate, che presentano l’altra metà del cielo come sottomessa, passiva e in cerca sempre e solo di un Principe azzurro che la salvi? Tante, troppe volte.
Per fortuna, molte fiabe sono state rilette in tal senso, ma si è trattato praticamente sempre di progetti rivolti ad un pubblico adulto, come il lavoro che fece per esempio Angela Carter nel suo Le fiabe delle donne.
Fiabe in rosso, uscito per Verba Volant con i testi di Lorenzo Naia e i disegni di Roberta Rossetti si rivolge invece ad un pubblico di bambini e bambine, anche se non fa male leggerlo se si ha qualche anno in più. Tra le pagine del libro si ritrovano una serie di fiabe della tradizione, con protagoniste femminili e da sempre icone di sottomissione e conformismo, rivisitate nel finale. Per cui Mignolina troverà qualcosa di meglio di un principino come lei, Cappuccetto rosso si salverà senza l’intervento del Cacciatore, Biancaneve salverà lei il principe, Rosaspina, cioè la Bella Addormentata, si sveglierà con l’aiuto di qualcuno di imprevisto e Raperonzolo non attenderà in eterno chiusa nella torre.
1Un modo efficace per scardinare gli stereotipi di genere e per rappresentare eroine che dicano ai bambini e alle bambine che non ci sono ruoli preordinati e che ognuno è padrone del proprio destino e di cosa vuole essere e diventare. Il tutto aiutato dai testi di Lorenzo Naia, che ha ideato il progetto la Tatamaschio, in cui vuole lottare contro luoghi comuni che perpetuano violenza, sopraffazione e stereotipi.
Interessanti anche i disegni di Roberta Rossetti, lontani dall’iconografia che vuole le principesse delle fiabe tutte perfette nella loro eterna attesa, con disegni più vicini alla sensibilità dei bambini e bambine più piccoli, con all’interno inserti di carta di giornale come aggancio alla realtà e alla cronaca.
Il richiamo al rosso, non certo un colore zuccheroso, rende omaggio ad uno dei più importanti progetti per i diritti delle donne portato avanti in questi anni, Zapatos Rojos di Elina Chauvet, per non dimenticare le donne morte in Messico nella zona di Ciudad Juarez e con loro tutte le donne vittime di violenza, una cosa che non è certo una fiaba.
Fiabe in rosso è un libro doveroso per i più piccoli e piccole, ma da leggere anche se si è più grandi, anche perché certi stereotipi inculcati a forza sono duri a morire, e anche in età adulta possono creare non pochi problemi.

Lorenzo Naia è educatore e parent coach e coordina un centro educativo per bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni. Ha conseguito una laurea in psicologia della comunicazione ed ha approfondito le tematiche della psicologia dell’educazione e del disegno infantile.

Roberta Rossetti è illustratice e scenografa, laureata presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con anche un diploma presso la sabauda Accademia Pictor in Illustrazione per l’infanzia. Gestisce laboratori di educazione all’immagine per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Verba volant.

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:: I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 febbraio 2016
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Finito di leggere più di un mese fa, questo libro che pare “scritto per dare forma a un dolore vero”- come si può chiaramente leggere in quarta di copertina -, ma non riuscivo proprio a parlarne, ad esternare tutto il bagaglio di emozioni, smarrimento ed empatia che mi aveva lasciato dentro.
Così me lo sono trascinato dietro per un po’ di tempo, presenza fissa sul mio comodino, nella borsa e persino nella valigia. L’ho spiegazzato, come si fa con qualcosa che non si capisce, l’ho trascurato per esorcizzarne il dolore, l’ho ripreso quando ho capito che potevo parlarne. Ma andiamo per gradi.
Vincitore del Premio Sinbad 2015 come miglior libro straniero, è il mio primo Toews. Esatto, prima di avere tra le mani I miei piccoli dispiaceri, io, Miriam Toews, non la conoscevo. Eppure ne ha scritti di libri prima di questo.
La mia personale iniziazione alla sua scrittura è avvenuta insieme a una trafila di dolori, come se gli amabili uccellini rappresentati su quella copertina neutra e pulita lasciassero in qualche modo presagire, con l’apparente calma, i loro colori vivaci e l’essere rivolti verso direzioni tutte diverse, un lieto fine per quei (già annunciati) piccoli dispiaceri. Titolo che è, tra l’altro, una citazione dotta, ripresa da un verso della poesia di Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem, in cui si legge appunto All My Puny Sorrows.
Come se, ammettiamolo, il dolore possa essere qualitativamente e quantitativamente piccolo, poi.
La piacevolezza della copertina, invece nasconde e tutela un racconto duro che vi rimarrà nel cuore con un tonfo secco e vi aprirà gli occhi: non sempre c’è una spiegazione agli eventi della vita, alcune cose sono così inspiegabilmente assurde da sembrare irreali, quando poi sono le più reali di tutte. Facevo male, eccome se facevo male, a non conoscerla, ma non quanto ne faccia questa storia. Ve l’assicuro.
I miei piccoli dispiaceri parla di tante cose. Di famiglia, una in particolare, quella di Elf e di sua sorella Yoli, legatissime seppur così diverse. Fanno parte di una comunità mennonita, hanno una grande famiglia, ma sono diverse. Di un amore, il loro, fraterno ed immenso che farà da contrappeso a scelte difficili. Di un dolore, unico e multiforme, totalizzante.
Elf, la sorella maggiore che di mestiere è pianista di successo con intelligenza fuori dal comune, è stanca. Elf vuole morire e vuole farlo proprio a sole due settimane da un tour molto importante. Yoli, che ci racconta la sua storia, è la sorella minore e problematica, con due figli avuti da due uomini diversi senza che sia mai stata sposata con nessuno dei due e una vita decisamente sopra le righe.

“Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.”

Elf vorrebbe essere portata in Svizzera, per finire lì i suoi giorni, lì c’è la possibilità di morire in pace, c’è l’eutanasia. Invece resta in Canada, a Toronto. Yoli vorrebbe solo strattonarla e portarla via, lontano dall’inquietudine che la sta dilaniando e annichilendo. Cerca di farlo consolandola e canzonandola, a volte la sgrida, spesso finisce per dirle: “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?
Elf giace su un letto d’ospedale: ha tentato per la prima volta di togliersi la vita, ma non ce l’ha fatta.
Yoli ed Elf sono solo i tasselli principali di questa storia dalla trama esile, ma con un apparato di personaggi collaterali ricco e variegato, che dà perfettamente l’idea di quella che dev’essere la vita in una comunità che segue determinate regole e che probabilmente, non ha nel proprio codice comportamentale quell’insoddisfazione che caratterizza il presente di Elf. Difatti nessuno la comprende.
I miei piccoli dispiaceri è nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice e racconta perfettamente il dolore e il nero della depressione, il male vero che si prova, senza giri di parole e inutili metafore. Il dolore è vero e percepito proprio perché è vissuto.
Un male raccontato in modo crudo e drammatico, ma che finisce per essere solo buffo e paradossale, inesorabilmente attaccato alla vita. Una scrittura che dà vita a personaggi veri quanto la loro sofferenza, nati dal ricordo personale e dalla voglia di farlo rivivere per trarne un insegnamento che sia utile ad altri, alla società, al mondo.
Consigliato a chi crede che non ci sia scampo, che finirà schiacciato dal peso della propria esistenza tanto da non poterci fare nulla. Perché, se è vero che si parla così tanto di morte, non ci si ritrova a fare altro se non desiderare di voler vivere ancora.
Traduzione di Maurizia Balmelli, immagine di copertina di Lorenzo Lanzi.

Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

Maurizia Balmelli, nata e cresciuta a Locarno, ha studiato all’École Lecoq a Parigi e alla Scuola Holden a Torino. Collabora con varie case editrici italiane tra cui Einaudi, Adelphi, Rizzoli. Dal 2003 è titolare del corso di Traduzione dal francese presso la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali gestita dall’Agenzia Tuttoeuropa di Torino. Tra gli autori tradotti Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Aleksandar Hemon, Martin Amis.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Il fiume ti porta via, Giuliano Pasini (Mondadori, 2015) a cura di Federica Belleri

14 febbraio 2016
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Pontaccio è un piccolo paese nella Bassa emiliana. Siamo in agosto.  Il fiume con i suoi argini, grande e piccolo, lo minaccia ogni volta che si ingrossa. Fa rumore, ha una voce cupa, gorgoglia. Il suo suono entra nella testa e non se ne vá. Il commissario Roberto Serra è stato sospeso dal servizio. Il suo rapporto con Alice è ormai compromesso e la piccola Silvia gli manca terribilmente.  Il paesino è un luogo semplice.  Ci si divide fra bar, chiesa e trattoria. Esiste ancora una cabina del telefono! Fra alluvioni, zanzare, afa e nebbia, i pochi abitanti rimasti cercano di sopravvivere. Gli anziani giocano a carte, si cucina e si beve alla grande, il maresciallo gioca a fare lo sceriffo e i giovani sono colmi di rabbia e risentimento. In questo posto che sembra dimenticato dai più,  viene ucciso il dottor Gardini, detto “il re dei matti” e il commissario Serra si mette a indagare sulla sua morte, anche se non sarebbe autorizzato a farlo. Nonostante le ferie previste in agosto, si muovono i RIS di Parma e il piccolo agglomerato di case si trova i riflettori puntati addosso.

Giuliano Pasini,  dopo Venti corpi nella neve e Io sono lo straniero, ci ripropone il personaggio di Roberto Serra. Uomo particolare, fragile e complicato. Uno che mette “dopo”il lavoro,  affetti e sentimenti. Capace, per un brutto scherzo del destino, di vivere le vite degli altri, di rivedere omicidi e violenze, con gli occhi dell’assassino. Una “Danza” la sua, che spaventa e gli fa terra bruciata intorno. Serra si ritrova a scavare nella vita del dottor Gardini e di tutti i “matti” che aveva curato nel manicomio di Colorno. Cosa lo aspetta? Una sorta di percorso per essere accettato, visto che non è della zona. L’incapacità di fare una distinzione tra sani e matti, se non cercando di immedesimarsi. La paura di non riuscire a trovare un confine fra odio e amore. L’angoscia di dover affrontare una malattia o un ossessione.  La voglia di scoprire documenti del passato, custoditi nel buio, sottoterra. Il terrore dell’elettroshock. Chi uccide? Qualcuno ha bisogno di essere protetto? E da chi, forse anche da se stesso? Quanti vuoti affettivi da colmare, quante responsabilità evitate. Per quale motivo? Perché non ci si lascia andare in direzione della corrente, come fa il fiume? Perché vivere nel dubbio di essere stati ingannati? Il dolore non si allontana con l’alcol. Non serve coprire gli occhi con le mani per far finta di non vedere o per non essere scoperti. Il “brutto” va affrontato, prima o poi. Tanto arriva, ci presenta il conto, proprio come una piena, lasciando emergere quello che non ci piace, quello che non ci sembra giusto. Trovandoci impreparati, disarmati, ma più consapevoli. Buona lettura.

Giuliano Pasini è nato a Zocca (Modena) nel 1974 e vive a Treviso. Ha esordito nel 2012 con il romanzo Venti corpi nella neve (TimeCRIME) che ha ottenuto un notevole successo di pubblico. ‘Nuova stella del thriller italiano’ secondo Antonio D’Orrico del ‘Corriere della Sera’, ha pubblicato con Mondadori la seconda avventura di Serra Io sono lo straniero e partecipato all’antologia Alzando da terra il sole. I suoi romanzi, tradotti in Germania, Austria e Svizzera, si sono aggiudicati i premi Mariano Romiti, Massarosa, Provincia in giallo, Sapori del giallo, Lomellina in giallo.

Source: acquisto del recensore.

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:: Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, a cura di Tommaso De Lorenzis (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2016
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Se amate James Ellroy è difficile che vi sia sfuggito Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, uscito lo scorso novembre per minimum fax a cura di Tommaso De Lorenzis. Beh se vi è sfuggito siete ancora in tempo per rimediare e farvi una full immersion nella vita, scritti e miracoli del demon dog della crime fiction statunitense. Ellroy Confidential contiene il meglio o per lo meno una selezione molto ragionata delle interviste che il nostro ha concesso negli anni a vari scrittori e giornalisti, partendo dalla prima che leggenda metropolitana vuole se la sia fatta da solo. James Ellroy è un buon soggetto da intervista, generoso, loquace, affatto refrattario a concedersi ed esporsi. Quanto gli piaccia essere intervistato non è dato sapere ma quello che è certo se serve a promuovere il suo culto maledetto ben venga, non si tira indietro, anzi collabora molto attivamente. Un po’ ingrandisce qualche episodio, stando a lui dovrebbe essere stato arrestato in gioventù una quantità spropositata di volte, quando la realtà ci indurrebbe alla prudenza e a ridimensionare un po’ le cifre. Ma se anche colorisce un po’ la realtà, e molte cose vanno prese col dubbio di inventario, più che un mentitore seriale è un ricordatore creativo, e soprattutto divertente. E’ piacevole leggere le sue interviste, quanto i suoi libri, solo che qui appunto ci sono due voci a confronto la sua e quella di un presunto antagonista, che quasi mai veste e calza il ruolo dell’inquisitore molesto. Ellroy porta l’intervistatore dove vuole lui, e raramente capita il contrario. Le parti più sincere e spontanee sono senz’altro quelle dedicate alla madre e alla sua morte. Ne parla senza reticenze, quasi come se avesse elaborato un lutto durato una vita, che continua tutt’ oggi ed è il carburante di cui si nutre la sua stessa creatività. Spesso si ha la sensazione che non sia così pazzo come il suo mito narra, e che si diverta piuttosto a spiazzare, disorientare e stupire i suoi interlocutori, sia che siano lettori storici dei suoi libri, che occasionali conoscenze da una notte e via. E’ molto più razionale e rigoroso di quanto gli piaccia far credere, come se un’anima d’acciaio lo sorreggesse e spingesse a un’autoanalisi feroce, strumento privilegiato che utilizza spavaldamente per migliorare sé stesso e il suo essere scrittore, a quanto pare la sola cosa che davvero lo interessi. Di aneddoti ce ne sono numerosi, alcuni gustosi, altri grotteschi, alcuni straconosciuti, altri che non avevo mai sentito, insomma ce ne è per tutti gusti e per tutti i gradi di conoscenza dell’autore. Non ci si annoia in sua compagnia, e soprattutto in controluce si vedono le ombre dei suoi libri che si muovono come fiamme. James Ellroy è un personaggio altrettanto stravagante quanto i suoi personaggi di carta e non è detto che non ci dedichi altrettanta cura nel costruirlo. Chi sia davvero Ellroy forse non lo sapremo mai, ma in fondo saranno pure affari suoi. Il ruolo del lettore voyeur dopo tutto ci sta stretto, come sta stretto a lui.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: La tomba maledetta. Il figlio di Ramses, Christian Jacq (TRE60, 2016) a cura di Laura M.

13 febbraio 2016
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Il fascino dell’ Egitto antico sembra davvero senza tempo e destinato sempre a nuove rinascite se pensiamo che Christian Jacq è tornato con una nuova serie destinata molto probabilmente a riscuotere il meritato successo di opere come Il figlio della Luce, La battaglia di Quadesh, L’ultimo nemico (alcuni dei cinque libri che compongono la serie Il Grande romanzo di Ramses).
Chi ha qualche anno in più non può non ricordarle assieme al suo prolifico autore, forse lo scrittore egittologo più celebre al mondo. Christian Jacq nacque a Parigi nel 1947 e fin da giovanissimo fu attratto dalla magia dell’Antico Egitto, per poi specializzarsi con un dottorato sugli studi sull’Antico Egitto alla Sorbona.
Faraoni, piramidi, mummie, principesse velate e tesori sono diventati grazie a lui (senza nulla togliere alla letteratura di genere tra fine Ottocento e inizi Novecento) scenari consueti dell’immaginario comune e i suoi meriti non si limitano a pure opere divulgative o romanzesche. E’ autore infatti di un nutrito apparato saggistico, di indubbio valore scientifico, che lo differenzia da molti che scrissero d’Egitto senza avere le sue approfondite conoscenze. La letteratura naturalmente è fatta di fantasia, (anche il nostro Salgari ne scrisse, pensiamo a Le figlie dei Faraoni, certo senza essere un egittologo) ma se amate dare profondità scientifica alle vostre letture fantastiche non potete evitare di leggere Jacq.
La nuova serie Il figlio di Ramses, esordisce con La tomba maledetta (La Tombe maudite, 2014) edito da Tre60 e tradotto da Stefania Barontini Conversano (di prossima pubblicazione Il libro proibito).
Dopo vent’anni qualcosa doveva cambiare dalla prima serie dedicata a Ramses e se vogliamo la prima cosa che notiamo è il taglio poliziesco che l’autore ha dato alla sua storia, e un pizzico di fantasy, le arti magiche, le leggende, le maledizioni, sono parti integranti del mondo antico e al centro di questa storia c’è proprio il furto del vaso sigillato di Osiride che contiene il tesoro dei tesori, il segreto della vita e della morte. Scoprire chi è stato a rubarlo spetterà al giovane figlio di Ramses II aiutato dalla bellissima Sekhet, anch’essa esperta di arti magiche, Setna dovrà opporsi alle forze del male in una battaglia senza esclusioni di colpi per difendere il regno del padre e l’intero Egitto.
Avventura, magia, mistero, amore, gli ingredienti ci sono tutti per una storia appassionante e coinvolgente. La scrittura è semplice e lineare, piacevole anche per i giovani lettori, che diventeranno magari i nuovi Jacq di domani. Consigliato.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

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:: La guerra delle Rose – Bloodlin, Conn Iggulden (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2016
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Dopo aver raccontato pagine non così note della Storia di Roma e dell’epopea di Gengis Khan, l’autore inglese Conn Igguldenn ha immerso i suoi lettori in una trilogia ambientata durante la Guerra delle Rose, periodo cruciale, remoto e forse un po’ ostico per i neofiti della Storia inglese.
Dopo Stormbird e Trinity la saga arriva alla fine con Bloodline, ultimo capitolo di una storia così lontano, il Quattrocento britannico (che comunque in patria è stata trattata da vari autori, non ultima Philippa Gregory), in cui le due famiglie rivali anche se con legami di parentela dei Lancaster e degli York si contesero il trono inglese in una lotta all’ultimo sangue.
Bloodline inizia dove Trinity era finito, con la decapitazione di Riccardo di York, mentre Enrico VI è ancora prigioniero e la regina dei Lancaster, la francese Margherita d’Angiò, è in marcia verso il sud, in testa ad un esercito di temibili guerrieri scozzesi, quelli che nemmeno l’Impero romano riuscì a piegare. Edward, figlio di Riccardo, si proclama re e giura vendetta, e ci saranno ancora scontri tra le due casate, perché alla fine solo un re può cingere la corona, a qualsiasi costo.
Si diceva che non è un’epoca che si conosce molto, soprattutto fuori dalla Gran Bretagna, ma niente paura: l’autore sa portare per mano in questo mondo spietato, tra battaglie, intrighi, lotte di potere, morte, che poi ispirò alcune tragedie a Shakespeare oltre a influenzare la Storia non solo inglese per i secoli successivi.
Conn Iggulden sa far appassionare a questa pagina terribile ma ricchissima di fascino, raccontando una vicenda che si dispana man mano riservando colpi di scena e sviluppi che sono stati reali ma che diventano puro romanzesco. A differenza di altri autori, anche pregevoli, di romanzi storici, Iggulden sceglie di raccontare non personaggi inventati ma persone reali, svelandone splendori e nefandezze, rendendoli alla fine umani nelle loro debolezze e riuscendo ad appassionare chi legge ad una vicenda dove comunque non ci sono né eroi né cattivi, perché tutti sono in quanto modo stati corrotti da questa ricerca del potere.
Non è un caso che ci sia stato chi ha paragonato questo mondo reale e remoto a quello fantasy di George R.R Martin nella saga del Trono di spade, del resto più di una volta il un po’ lento Martin ha detto di avere come fonti di ispirazione proprio la storia inglese di quel periodo. Per cui la saga della Guerra delle Rose, disponibile anche in un cofanetto con i tre libri, è ottima per chi ama il romanzo storico non stucchevole ma realistico, ma è da consigliare anche a chi attende in modo spasmodico le prossime avventure dei non certo eroici abitanti di Westeros e dintorni.

Conn Iggulden è uno dei più famosi autori contemporanei di romanzi storici. Nato a Londra nel 1971 ha esordito con la serie dedicata alle imprese di Giulio Cesare (Le porte di Roma, Il soldato di Roma, Cesare padrone di Roma, La caduta dell’aquila), seguita da quella su di Gengis Khan (Il figlio della steppa, Il volo dell’aquila, Il popolo d’argento, La città bianca e Il signore delle pianure). Bloodline è il terzo episodio della nuova serie dedicata alla Guerra delle due Rose, dopo Stormbird e Trinity.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La copia infedele, Stefano Trinchero (66thand2nd, 2016)

11 febbraio 2016
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Tra gli esordi italiani di questi primi mesi del 2016 si conquista il suo spazio un noir, piuttosto divertente, dal titolo sfuggente La copia infedele, scritto da Stefano Trinchero, – vercellese, classe 1979-, e pubblicato da 66thand2nd che non ringrazierò mai abbastanza per aver portato in Italia Alain Mabanckou. Ambientato interamente a Torino, La copia infedele è dunque un esempio di cosa un giovane (non tanto per età anagrafica) autore può fare partendo dai canoni del noir più classico di ambientazione sabauda (pensiamo a un Fruttero & Lucentini d’annata) e innestando una propria freschezza e vivacità in cerca della propria voce, sforzo credo principale di chi da alle stampe la propria opera prima.
Trinchero è bravo, e non privo di una sua dignità letteraria e questo rende il romanzo già interessante di per sé, anche se non è un autore di trame, (in questo romanzo è a dire il vero piuttosto esile) ma di atmosfere, di personaggi, di dialoghi, di sfumature. Ha una scrittura molto sobria, asciutta, schiva, priva di barocchismi, in sottrazione se vogliamo incarnazione quanto mai veritiera del tipico understatement torinese ed è piacevole seguirla mentre il suo protagonista, un giornalista sportivo, indaga su un incidente occorso a una stella (cadente) del calcio torinese non di prima categoria. (Se non amate il calcio, niente paura il tema è più un pretesto per parlare d’altro, come vi accorgerete durante la lettura).
Dicevo che è un noir divertente, l’umorismo torinese è piuttosto particolare (se vogliamo diametralmente opposto a quello toscano), ma se lo gradite, qui non manca, educato, composto, un po’ dolente. C’è una certa critica sociale, anche se sfumata, nella più piena tradizione del néo-polar, e sebbene non credo Trinchero sia un militante, si trova decisamente a suo agio a stigmatizzare vizi, ipocrisie e privilegi della buona borghesia del denaro, sempre con le dita guantate di un educato disincanto.
La Torino di Trinchero è sicuramente la Torino della crisi (sia morale che economica) di questi anni, dei capannoni abbandonati, delle fabbriche in disuso, dei barboni che dormono nelle auto, delle truffe delle assicurazioni, della bassa manovalanza, e di chi cade sempre in piedi, dei calciatori che hanno visto finire sogni e denaro, di giornalisti squattrinati. Anche la geografia del romanzo è piuttosto puntuale, piena di punti di riferimento, da ripercorrere se vogliamo con la mente, dal centro (ancora carico di una sua dignitosa bellezza) verso la periferia disagiata. Esilarante la scena al Platti, tra dialoghi dalla penna avvelenata e le abilità funamboliche di chi riesce a mettere in un piatto solo tutto un menù di antipasti a sbafo.
Insomma le premesse per un buon esordio ci sono tutte, e anche numerose promesse, sarà interessante infatti vedere Trinchero cimentarsi nella sua opera seconda, (spero presto), concludo con l’augurargli quel briciolo di fortuna che permette alle opere di trovare la loro strada, ma se tanto mi da tanto, La copia infedele non farà fatica.

Stefano Trinchero è nato a Vercelli nel 1979. Vive a Torino. La copia infedele è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio Stampa 66thand2nd.

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:: Cronache di Mondo9, Dario Tonani (Mondadori, 2015) a cura di Barbara de Carolis

9 febbraio 2016
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“Avrei dovuto capirlo subito che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui quella “cosa” ci guardava, acquattata nella sabbia. Immersa nei brontolii dei suoi intestini. Ma avevo solo undici anni e a quell’età i portenti generano soltanto stupore. Non paura. E poi il deserto è così grande che hai sempre l’impressione che le sue ali ti possano proteggere, che sia più forte di ogni avversità. E che ci sia sempre un luogo dove scappare… “

Esiste un mondo nel quale sangue, metallo e dolore sembrano fondersi continuamente.
Tre lune illuminano le notti di Mondo9, il cui desertico silenzio è rotto dall’incessante stridore del vivo metallo, che operoso, muove ogni sua molecola in cerca di nuova linfa. In questo pianeta nulla sembra morire… tutto si trasforma in altro.
Dario Tonani scrive una fantascienza inquietante, intelligente, immaginando e raccontando le cronache di un luogo inospitale, popolato da creature ibride, lontane dalla originale natura, che si manifesta ormai in un’oscura e abominevole parvenza di vita. I pochi umani, sopraffatti e malati, portano avanti le loro esistenze in un pianeta dove il metallo e gli ingranaggi vivono, mutano e si moltiplicano, occupando, di fatto, il gradino più elevato della gerarchia evolutiva. Il cupo futuro che attende gli abitanti di queste terre viene implacabilmente ricordato – quasi a monito di un destino già scritto – e raffigurato ai loro occhi, dai corpi straziati che si trascinano sui ponti delle navi, tra il metallo bramoso di accoglierne le carni che alimentano ogni funzione e che placano l’infinito appetito dei pesanti mezzi. La narrazione procede, le vicende dei protagonisti si intrecciano come anelli taglienti, il metallo si muove, il morbo incombe, mentre gli interludi tra un capitolo e un altro costruiscono quieti sipari di respiro, che preparano il lettore a sconcertanti epiloghi o a nuovi e inaspettati inizi.
Le navi, affondano scaltre la propria imponenza nelle sabbie tossiche degli sconfinati deserti e l’autore invita lo sguardo del lettore a posarsi anche sul cielo, dove poter scorgere la presenza di macchine volanti messaggere di morte; tuttavia, la speranza non è ancora del tutto straniera a queste lande e la possibilità di una conservazione della propria umanità si cela proprio là dove di umano c’è rimasto ben poco…

Dario Tonani è decisamente uno scrittore di fantascienza nonché giornalista italiano. Vincitore di numerosi concorsi dedicati alle opere fantastiche, nelle Cronache di Mondo9 racchiude un ciclo steampunk di successo, tradotto e apprezzato anche all’estero. Le illustrazioni sono del bravissimo Franco Brambilla che ha dato corpo al metallo.

Source: acquisto del recensore.

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:: Adone, Elisa Zimarri, (Scienze e lettere, 2015) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2016
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Adone è il protagonista del nuovo libro per bambini edito da Scienze e lettere, realizzato da Elisa Zimarri. Il volume dalla bella e intrigante copertina arancio appartiene alla collana Monstra, che la casa editrice ha creato per occuparsi di tutte quelle figure della mitologia antica, non esistenti in natura, che sono un po’ uomini e un po’ animali, ma forse anche qualcosa di più. Il libro di Adone è caratterizzato da un perfetto mix di parole e immagini colorate che narrano al lettore bambino la storia di questo essere dei miti antichi. Ogni bambino appassionato di lettura si addentrerà in un mondo di parole, forme e colori per conoscere la storia di questo giovanotto nato da Mirra, trasformata in albero da Zeus, colmo di pietà per lei e per l’inganno che le aveva giocato la gelosa Afrodite. Il piccolo Adone, uscito dal ventre dalla mamma albero, verrà affidato da Afrodite a Persefone, la signora dell’Ade. Quest’ultima si innamorerà alla follia del ragazzino e dimostrerà la sua esplicita intenzione di tenerlo con sé per sempre e di non restituirlo mai ad Afrodite. Il forte e saggio Zeus interverrà per porre fine alle liti tra le due dee, stabilendo che Adone dovrà vivere sei mesi con una dea e se mesi con l’altra. Adone accetterà questo destino e vivrà in modo spensierato la sua vita sui monti del Libano, fino a quando l’incontro con un cinghiale cambierà per sempre la sua vita e determinerà la nascita del fiore rosso dell’anemone. A narrare il tutto, grazie alla scorrevole scrittura di Elisa Zimarri, è Adone in prima persona, che prende per mano i piccoli lettori portandoli in una dimensione nella quale natura, mito e sentimento si mescolano alla perfezione. Adone è sì un libro per bambini, ma lo consiglio anche agli adulti per riscoprire la storia della mitologia classica e i suoi personaggi. Vivaci, colorate e molto utili per rendere ancora più coinvolgente il testo son le immagini di Martina Vanda.

Elisa Zimarri è laureata in lettere antiche con indirizzo archeologico, studiosa di miti dell’arte antica, insegnante di lettere ed esperta di educazione interculturale. Si occupa di integrazione di disabili, di alunni con bisogni educativi speciali e di alunni con DSA. Il suo incontro con la figura di Adone è avvenuto in occasione della redazione della tesi di laurea e l’approfondimento è stato realizzato con viaggi di studio in Sira e Libano.

Martina Vanda è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri son pubblicati in Italia e all’estero in Francia, Spagna, Messico, Cina e Cile. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunellingP. Per Scienze e Lettere ha realizzato Sirene e ha avuto riconoscimenti internazionali come la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), al CJ BOOK Awars Korea (2010) e al Premio Querty (2010). Il suo libro Estela Grita muy fuerte ha venduto 100mila copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Scienze e Lettere.

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:: Bianca da morire, Elena Mearini, (Cairo, 2016) a cura di Natalina S.

8 febbraio 2016
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“Siedo alla scrivania. Il portatile acceso, un bicchiere d’acqua e trenta pasticche di cinque diversi colori. Ne ingoierò sei alla volta colore dopo colore.”

Porta il nome dell’innocenza e un rigurgito di arcobaleno impigliato nello stomaco la protagonista del nuovo romanzo di Elena Mearini, Bianca da morire, pubblicato da Cairo editore. Si chiama Bianca, ha sedicianni e vive a Milano, una città che le somiglia e di cui Bianca ne è perfetta metafora, perchè anche Milano come Bianca è stata amputata nelle sue parti più vere, anche Milano come Bianca appare candida e pura. Da tre anni frequenta il Liceo artistico, nè per talento nè per interesse, per quel desiderio smisurato di corteggiare l’Immagine e diventare una Star anche al prezzo di stuprare la propria esistenza. È figlia Bianca – di un tempo suo e di un tempo non suo- di una società che gravita attorno al vuoto morale e di una famiglia troppo patriarcale per riservare alla donna il ruolo di una Stella. Forse è proprio questa una delle ragioni per la quale Mearini sceglie, ancora una volta, come nel suo romanzo di esordio, “360 gradi di rabbia”, ed in quello successivo, “Undicesimo comandamento”, di dar voce al sentire femminile, tanto più in un contesto spazio-temporale quotidianamente macchiato di rosa. L’autrice consegna a Bianca carta e penna la quale racconta, in prima persona e attraverso il valore simbolico dei colori, il proprio morso di bestia ferita. Bianca recita dal principio alla fine un monologo da teatrante perfetta, o quasi, senza però riuscire a prevedere la fine. È uno sfogo, il suo, che restituisce a sè stessa la propria identità e a noi la fotografia più autentica di una società che, troppo rapidamente, sta cambiando volto ed è assai lontana dal sapore buono dei frollini della nonna. Bianca ci racconta il male d’esistere degli adolescenti di cui noi adulti siamo attori/spettatori spesso inconsapelvolmente responsabili; Bianca accusa e, nella mancanza di ascolto, risiede la colpa più grande. Ancora una volta, come per Vera e Serena, nei primi due romanzi, l’autrice lombarda consente a noi lettori di avvicinarci alle riflessioni più intime e fragili della sua protagonista, la sveste mettendone a nudo le carni sporche di sangue per restituirla vergine e bianca a nuova vita. Lo fa attraverso un linguaggio che sfiora la poesia e un ritmo che lascia spazio al respiro anche quando le vicende della Storia il respiro lo tolgono e il romanzo si tinge di nero.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti), nel 2011 pubblica per Perdisa Pop Undicesimo comandamento (Premio Speciale Unicam-Università di Camerino). Seguono il terzo romanzo A testa in giù (Morellini Editore, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti) e le raccolte di poesie Dilemma di una bottiglia (Edizioni Forme Libere) e Per silenzio e voce (Marco Saya Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’autrice.

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:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Il paradiso degli animali, David James Poissant (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

4 febbraio 2016
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Una legge non scritta dell’editoria è solita sentenziare che “tanto le raccolte di racconti non vendono”.
Niente di più sbagliato, almeno per me che, nell’ultimo anno, ho decisamente privilegiato, nelle letture personali più o meno assidue, proprio questo genere.
Ebbene sì, Il paradiso degli animali è definitivamente “La raccolta di racconti del 2015”: l’unica che è stata capace di scardinare il mio punto di vista fino ad ora, straniante e umana, tagliente e spietata nei temi e nel linguaggio, assolutamente fuori dal comune.
Altro punto a suo favore? David James Poissant è uno scrittore emergente. A riprova del fatto che non solo i racconti possono interessare ed essere letti da tanti, ma anche che esiste un nuovo – nuovissimo – modo di intendere la scrittura che nulla toglie e tanto dà alla letteratura canonica.
Il paradiso degli animali ci racconta l’America. Non di certo quella straordinaria e patinata, dei grattacieli, uomini d’affari e della vita che passa frenetica tra un taxi giallo e una limosine, magari. Ci racconta un’America tanto ordinaria quanto inaspettata e cruda. L’America figlia degli uomini del sud. Il Sud, appunto: dall’Alabama passando per la Georgia e la Florida. Luoghi che sembrano stampati nella mente dell’autore, che li descrive nel dettaglio pur non scadendo in qualsivoglia intento didascalico. Sedici racconti, torno a ripetere, totalmente e “stranamente” americani per ambientazione, modus vivendi e fatti narrati.
Ci racconta un’America popolata di esistenze e di storie che sconvolgono fino a far male. Storie di fallimenti e delusioni, dissapori e false partenze che si stagliano contro le strade sempre dritte e periferiche che si perdono a vista d’occhio nell’orizzonte, costellate di motel, market e polvere che brucia sotto al sole. Storie di padri e figli, incompresi ognuno a suo modo: il genitore manesco e chiuso nelle sue convinzioni diventa predatore, il figlio (seppur tanto amato e “bellissimo”) preda indifesa e sanguinante, come in Lizard Man, racconto in apertura di fortissimo impatto emotivo.
La raccolta prende il titolo da The Heaven of Animals, poesia di James L. Dickey: qui la vita animale è vista come qualcosa di inesorabilmente predestinato in cui i predatori si distinguono in maniera netta dalle prede e saranno in grado di primeggiare e cacciare, gli uni, e di fuggire e poi soccombere, gli altri:

“Sotto l’albero
cadono
sconfitti,
si rialzano,
si rimettono in cammino.”

Di paradiso degli animali si torna poi a parlare anche nell’ultima delle storie, quella che chiude il libro e che, per questo motivo, porta lo stesso titolo. Come a voler rappresentare l’ultimo anello di un cerchio che si chiude, ciclo vitale animalesco e ciclo esistenziale squisitamente umano si mescolano in un’atmosfera slegata, ma continuativa, che non smette mai di stupire.
Poissant è riuscito a trasporre questa metafora, mutuandola dalla poesia e dalla tensione ferina propria del regno animale, in ognuno dei suoi racconti in modo differente e più che unico.
La narrazione risulta attuale in ogni suo punto. Proprio come “animali sociali”, ma neanche troppo dediti all’aggregazione, i personaggi di Poissant sono aggressivi e fragili, cadono e rialzano per poi riaccasciarsi, perennemente sul filo del rasoio, con un piede saldo a terra e l’altro a penzoloni in un fosso. Poco importa se nel fosso inaspettatamente troveremo un alligatore a cui legheremo la bocca stretta nel nastro isolante.
Degna di menzione la traduzione dall’inglese a cura di Gioia Guerzoni: evocativa, mai noiosa e, sicuramente, di assoluta efficacia narrativa.

David James Poissant, esordiente, ha scritto numerosi racconti poi pubblicati su diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, che hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.
Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Gioia Guerzoni, traduce prevalentemente narrativa, da vent’anni. Sue le traduzioni di autori come Teju Cole, Iris Murdoch, Siri Hustvedt. Si occupa di progetti editoriali e scouting, oltre a partecipare a numerosi festival letterari internazionali.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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