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:: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono (EO/2016) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

11 Maggio 2016
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La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte .

Così l’incipit dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche” (E/O edizioni), magistrato “prestato” all’arte della scrittura. L’autrice narra due storie che corrono parallelamente, anche se temporalmente si dipanano indipendentemente l’una dall’altra, apparentemente destinate a non incontrarsi tra di loro, che invece, attraverso un semplice meccanismo narrativo, diventano complementari e complici,  sapientemente raccontate su piani letterari perfettamente scorrevoli e intriganti.
Al primo approccio il lettore si trova dinanzi ad una architettura composita, ad un labirinto di personaggi e vicende umanamente complesse, dove  il valore funzionale  del singolo  è determinato e valorizzato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi, sovrapporsi con gli altri, all’interno di un tutt’uno, che dopo un iniziale  caotico mosaico,  troverà esplicitazione  nella linearità  di una  tragica  storia di solitudine, emarginazione, ignorante pregiudizio.
Con una costruzione narrativa intensa, appassionante, struggente, “condita” con raffinatezza poetica , l’autrice  ci conduce per mano  tra le stradine, le trazzere del piccolo e sperduto, borgo siciliano di Lenzavacche : Un piccolo centro che gravita intorno a una chiesa e a una piazza, sospeso fra mare e terra , nomen omen,  dicevano i Padri latini,  colorandolo qua e là,  con sapienti pennellate di un suggestivo “realismo magico”  meno ingenuo e spirituale di quello sudamericano, anni luce dal mondo fiabesco di Cent’anni di solitudine.
Corre l’anno 1938, l’Italia il sabato veste  alla “balilla”, i ragazzini cantano “Fischia il sasso” ed anche a Lenzavacche : Ululano le sirene che inneggiano al fascio. Ed è proprio in questa atmosfera oscurantista, che esalta  la teoria del darwinismo sociale, la purezza della razza, la forza, la prestanza fisica, la salute,  che dal ventre, sacro e profano, di mamma Rosalba,  nasce Felice, tra le fragranze dell’ ibiscus,  e le tisane di camomilla e cardamomo per il sonno, di aloe e valeriana per la fantasia,  di  nonna Tilde, esperta di erbe officinali di cui  ne conosce  i più reconditi  e oscuri segreti e principi curativi, “pioniera ante litteram” della  moderna fitoterapia.
In una famiglia matriarcale, declinata al femminile, Felice  vive  oggettivamente da  infelice o, come si dice oggi, con un sottile e perfido velo di ipocrisia, da “diversamente felice”. Un bambino malformato, punito dalla “fatal sorte”, destinato ad una eterna solitudine, ad una esistenza che nega qualsiasi speranza di riscatto umano piuttosto che sociale:

Ovunque si faceva il vuoto, Felice.  A qualsiasi orario rincorrevo per te la vita, e la vita fuggiva, si scansava lesta al tuo passaggio, era intuitiva e feroce, la vita, ti fiutava come una bestia pericolosa e – inesorabilmente – ti lasciava indietro(...)

eppure, come un piccolo Ulisse: (…) fatti non foste a viver come bruti (…),  è assetato di conoscenza, ama ascoltare le storie.
Il marchio del diverso, la “lettera scarlatta” della vergogna, nella società omologata del fascio littorio, lo seguono  come fedeli segugi, non solo perché deforme e senza parola, ma colpevole discendente di:

un gruppo di “streghe” del Seicento, che erano in realtà un gruppo di mogli abbandonate, donne gravide, figlie reiette o emarginate,  riunitesi in una casa ai bordi del paese e bruciate come seguaci del diavolo. Sono le “escluse”, “le dimenticate”, le “ultime” per eccellenza. Ma nel gruppo trovano forza, comprensione, condivisione. Iniziano quindi a vivere una esperienza comunitaria.

Ritorna in mente, lo stesso cupo clima di caccia alle streghe, di un grande romanzo  dei primi anni novanta, di Sebastiano Vassalli, La Chimera. Due donne a confronto, Antonia e Rosalba, “innocenti colpevoli” l’una per la propria bellezza, l’altra per la sua innata indipendenza, per essere una folle visionaria sognatrice:

La prudenza non si addice all’amore, è una nemica dell’improvvisazione, guasta lo slancio, la fantasia, la felicità,

e in mezzo? Un “popolino”, né buono né cattivo, solo ignorante e pericoloso, incline ad una pazzia collettiva, schiavo della sua superstizione  che ne condiziona il modo di pensare e di agire, che sfocia in un fanatismo religioso e di intolleranza culturale.
Tilde e Rosalba sono vittime di un  perfido antifemminismo che impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione:

Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura… ma tutte le altre sono sospette, in particolare le giovani, belle e libere,  che suscitano odio e (…) inconfessabili desideri.

Con un “pizzico” di teatralità pirandelliana e il senso critico e illuminista di Manzoni, l’autrice “confeziona” un romanzo storico, dove finzione e verità si mescolano, si confondono, s’intrecciano in una favola dalla morale amara, dai contorni sfumati, meravigliosamente indistinguibili. La scrittrice entra nel romanzo,  ne prende parte, sceglie con chi stare perché ha la capacità di saper ascoltare, ode le strazianti   “urla del silenzio” di Felice,  di sua madre,  degli ultimi, i diseredati per antonomasia della Storia,  sente la loro voglia di vivere in pienezza, di conoscere, leggere storie….e allora, che fa? Semplice, gli dà voce, gli dona  metaforicamente  la parola, il potere della parola, per avere : (…) un’opportunità di riscatto, di raggiungere una conquista interiore, (…) per ribaltare il destino, contrapponendo lo spirito anarchico, libero da ipocriti e vili legami, delle “streghe”, a quello miseramente acritico, moralmente “bacchettone”,  della massa inerme, senza energia, senza vita, sottomessa alla imperante “comunicazione” del regime totalitario dell’epoca.
In una società dogmatica e autoreferenziale, che non contempla, disprezza, aborra la diversità e se potesse, ricorrerebbe al Monte Taigeto,  come metodo di selezione naturale per una razza superiore, non tutti “abbassano la testa”, ci  sono  “angeli umani”,  paladini di giustizia, che vanno al di là delle apparenze, che valorizzano  le più impensabili “variazioni della natura umana”, perché “risorse”, portatrici dei  valori universali di solidarietà,  accettazione dell’altro, amore verso il prossimo, che forse la “rivoluzione del cristianesimo” ha smarrito.
Ed ecco il  plot twist, che cambia la storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità, fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa: mamma Rosalba, mette la toga dell’avvocato, e va alla ricerca di una legge, mai applicata, che permette a Felice, figlio di un  “Dio minore”, di frequentare la scuola, seppure in classi “differenziali”, dandogli una chance, una seconda possibilità di riuscita.
Qui, la sua storia s’incrocia con quella di Alfredo, maestro elementare, che con l’allievo disabile arriva al numero minimo necessario per tenere la classe che altrimenti verrebbe cancellata:

E’ un incantatore: racconta storie per commuovere ed emozionare. Non vuole fare dei soldati, ma degli esseri pensanti, responsabili. Aiutare i piccoli a trovare la loro vera vocazione .

L’autrice crea un triangolo che funge da “protesi” per il bambino, al cui ultimo vertice colloca “U dutturi Mussumeli”, mente aperta, stravagante e libertino, capace di assaporare, succhiare  la vita fino al midollo, perché la: normalità è questione di postazione e varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo.
Nel romanzo, la Lo Iacono dà un ruolo da protagonisti ai libri, alla letteratura: finestre sul mondo e farmaci per l’anima, per capire, conoscere, interpretare, tradurre, le innumerevoli e cangianti, sfaccettature della realtà: Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo.
Nel registro linguistico  passa  con “galateo letterario”  dall’io narrante all’epistola, ad una polifonia di voci, colonna sonora di una  storia dal retrogusto  apparentemente fiabesco, pregna di suoni, odori, colori mediterranei, mescolati  a  trame esoteriche, a leggende misteriose che si perdono nella notte dei tempi,  come i “cunti”,  lentamente declamati, nelle afose notti siciliane, da nonnine  eternamente ammantate a nero o da  vecchi saggi con la coppola, nei cortili, nei vicoli, nelle piazzette di una Sicilia che non c’è più.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

Source: proprietà del lettore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La gemella silenziosa, S.K. Tremayne (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 Maggio 2016
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Dopo un terribile lutto che ha colpito lei e la sua famiglia, Sarah si è trasferita nell’isola di Skye, in Scozia, lontana da chi potrebbe sapere e dire, e spesso si sofferma a guardare la sua bambina sopravvissuta, Kirstie, così simile alla gemellina morta, Lydia.
Ma un giorno, in attesa del marito e isolata sull’isola da una tempesta, Sarah si sente dire da Kirstie che in realtà lei è Lydia e che è Kirstie a essere morta: questo sarà l’inizio di un viaggio alla ricerca di una verità che sconvolgerà e distrugggerà ogni certezza, sopratuttto quando man mano verranno fuori le circostanze della morte della piccola.
Un thriller con qualche eco paranormale, un dramma familiare, una variazione sul tema del doppio: nelle pagine di questo romanzo c’è tutto questo, senza scopiazzature di storie precedenti e costruendo una storia che avvince fin dalla prima pagina, con vari livelli di lettura, coesistenti tra di loro e che si sciolgono solo nel finale, con un nuovo cambio di prospettiva e di voce narrante.
Già sentito ma funzionale alla trama il tema del cambio di luogo come inizio di tutto ma anche come scelta per avere nuove opportunità, e l’Isola di Skye, persa nell’estremo nord della Scozia, è anche lei coprotagonista della vicenda e diventa man mano un essere vivente capace di influenzare la storia. Anche il tema dei gemelli non è nuovo ma è sempre efficace, con la sua dose di inquietudine inevitabile che porta con sé, amplificata da una vicenda con tante piste e colpi di scena, ma comunque con richiami alla realtà della vita con due gemelli o gemelle identici.
Certo, La gemella silenziosa può essere letto come un thriller con una punta di paranormale (spiegato alla fine), visto che alla base c’è una ricerca della verità, verità dietro le parole di una bambina che forse ha solo troppa fantasia e sente comunque un dolore grande, ma anche verità di come si sono svolti davvero i fatti legati ad una morte, verso una conclusione non scontata, non rassicurante e non accomodante, con chi indaga, Sarah, che vedrà confuso alla fine il suo ruolo.
Il dramma familiare ha il suo peso, con tutto quello che si nasconde e non si dice, anche di fronte a tragedie, senza patetismi e tristezze, per la storia di anime ferite e distrutte in una vicenda in cui nessuno uscirà vincitore.
La gemella silenziosa ha quindi diversi elementi interessanti dentro di sé e piacerà a chi a ma i misteri, non solo quelli su cui indagano le forze dell’ordine, ma quelli nascosti nelle vite delle persone, che emergono complici situazioni e luoghi particolari, suggestivi e terribili come la remota Isola di Skye, ancora in Europa nominalmente ma sul confine di un mondo tra realtà e fantasia, dove si può scoprire la verità e non uscirne indenni.

K. Tremayne è nato nel Devon, vive a Londra con le sue due figlie e scrive regolarmente su giornali e riviste internazionali. La gemella silenziosa ha riscosso grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

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:: Nel nome di mio padre, di Viveca Sten (Marsilio, 2016) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 Maggio 2016
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Micol Borzatta

Novembre 2006. Sandhamm. Una ragazzina, Lina Rosén, sparisce mentre tornava a casa in bicicletta dopo aver passato la serata a casa dell’amica del cuore. L’ispettore Thomas Andreasson viene chiamato immediatamente a investigare, ma purtroppo non c’è traccia di Lina. Le indagini rimangono bloccate e il corpo della ragazzina non viene mai ritrovato.
Febbraio 2007. Nora è costretta ad andare a una festa, non ha nessuna voglia, ha la testa piena di pensieri. Mentre sta cercando di sbrogliare la matassa che ha in testa un’altra partecipante alla festa le sta parlando. Le parole continuano a uscire velocemente, ma a un certo punto qualcosa attira l’attenzione di Nora. La signora sta infatti parlando di una sua amica infermiera che ha una relazione con un dottore sposato di nome Henrik. Peccato che Henrik è il marito di Nora.
Ritorna a casa il più velocemente possibile e sbatte fuori di casa il marito. Decide poi di approfittare delle vacanze dei figli per andare con loro a Sandhamm, l’isoletta in cui hanno la casa e dove Nora ci è cresciuta da piccola.
Arrivata sull’isola spera di passare qualche giorno tranquilla ma purtroppo non sarà così. I bambini infatti mentre giocano trovano un corpo sepolto dalla neve. Sembrerebbe una ragazzina.
Viene chiamato immediatamente Thomas Andreasson che inizia subito le indagini sempre più convinto che sia il corpo di Lina.
Nora, che conosce Thomas fina dall’infanzia, decide così di unirsi alle indagini e di far chiarezza su quel ritrovamento.
Un romanzo dal classico stile nordico, non solo per le ambientazioni, ma anche dal ritmo di narrazione.
Si nota fin da subito che Sten Viveca è stata molto ispirata da Camilla Lackberg, non solo dalla presenza di una coppia di investigatori che si conoscono fin da bambini, ma anche dallo stile delle descrizioni.
I luoghi e i personaggi infatti non sono per niente originali, molto stereotipati, anche se comunque ben definiti, tanto che il lettore riesce subito a immedesimarsi e a legare con loro, che tutto sono tranne che semplici comparse.
Un’altra bravura da riconoscere a Viveca è la capacità di mischiare la storia di base con le vicende personali dei personaggi, creando così linee secondarie che portano il lettore ad avere dubbi e a essere depistato dalla soluzione del mistero che non capirà per certo se non alla fine del libro.
Un romanzo adatto a qualsiasi lettore che voglia avvicinarsi alla narrativa gialla scandinava.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Anna Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Elena Romanello

Dalla Svezia arriva per Marsilio una nuova voce del thriller, già definita la nuova Lackberg, che non vuol dire comunque essere un suo clone.
L’isola di Sandön, chiamata Sandhamn da chi ci vive, esiste veramente, ed è sul Mar Baltico al largo di Stoccolma. Nei mesi estivi è una rinomata località turistica, tra spiagge bianche e un cuore di boschi, d’inverno ha gli stessi problemi della terraferma a quelle latitudini. In un novembre gelido, quando sull’isola sono rimasti solo i residenti, una sera scompare Lina, vent’anni, dopo una serata passata con la sua migliore amica. La madre dà subito l’allarme, anche perché non si capisce cosa possa esserle successo in un posto così tranquillo, e a Sandhamm arriva l’ispettore Thomas Andreasson, originario dell’isola, che si trova a dover fare i conti con un clima non certo amichevole per girare e fare ricerche. A lui si unisce Nora, sua amica d’infanzia, avvocato in fuga da un matrimonio infelice, che si è rifugiata a Sandhamm e che si rivelerà una valida alleata, soprattutto quando alcuni mesi dopo un gruppo di bambini dell’isola farà una macabra scoperta nei boschi.
Il tema dei delitti che si nascondono dietro ad un luogo idilliaco non è nuovo e Camilla Lackberg è stata maestra a raccontare questo, tenendo conto che le democrazie scandinave hanno rivelato nei loro thriller tanti lati oscuri nascosti nelle pieghe della società, tra estremismi politici, violenza contro le donne, razzismo, discriminazioni e conti mai fatti con il passato, soprattutto con il periodo nazista dove nel Nord Europa ci furono non pochi fiancheggiatori. In questa storia, tra un inverno gelido che ridimensiona un piccolo paradiso e un’estate in cui il paradiso è contaminato dall’inferno, è il passato che torna il grande responsabile, un ricordo di quando Paesi all’avanguardia oggi comunque nei costumi e nelle libertà erano decisamente bigotti e legati a schemi arcaici, cose che possono anche a distanza di anni scatenare rabbie e rancori.
Nel nome di mio padre è l’ennesimo titolo di un filone che non stanca, che riesce comunque a raccontare storie interessanti, forse anche perché sa entrare nell’animo umano, uguale anche in un’isola che oscilla tra inverno e estate, tra inferno e paradiso. I due protagonisti, che si ritroveranno in altre storie, sono un’altra di quelle coppie riuscite, anche loro alla fine legati al passato e a un luogo da cui non riescono a staccarsi.

Provenienza del libro: dono dell’ufficio stampa, si ringrazia Chiara Tiveron

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Viveca Sten è nata a Bergstedt nel 1959 ed è una scrittrice e avvocato svedese. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva Omicidi a Sandhamn, con protagonisti il detective Thomas Andreasson e la sua migliore amica Nora Linde sull’isola di Sandhamn. Viveca vive a Stoccolma con il marito e i tre figli ma trascorre lunghi periodi sull’isola di Sandhamn dove la sua famiglia possiede una casa da generazioni.

:: Il ristorante dell’amore ritrovato, Ito Ogawa, (Beat 2016) a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2016
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L’arte culinaria è in grado di abbattere i dissidi e di avvicinare le persone? In ambito letterario sì e lo dimostra il romanzo Il ristorante dell’amore ritrovato della scrittrice giapponese Ito Ogawa, pubblicato da Beat. La storia prende il via quando Ringo, una giovane addetta al lavoro di cucina in un ristorante turco di Tokyo, scopre che il suo fidanzato, un maitre di origine indiana con il quale convive da un po’, se n’è andato per sempre, svuotando di tutto l’appartamento che condividevano. Nulla è rimasto. L’ex della protagonista non solo ha portato via i mobili, quadri, vestiti e utensili da cucina. Lui si è preso pure il mortaio di epoca Meiji che Ringo aveva ereditato dalla nonna materna. La giovane è così traumatizzata da non riuscire più a parlare. La sua voce si è come volatilizzata e per mettere ordine alla tremenda pena d’amore, Ringo torna nel villaggio ai piedi del Monte delle Tette, dal quale era scappata quando aveva 15 anni. Arrivata a casa, la giovane dovrà imparare a convivere con Ruriko, quella madre con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Quella donna che, secondo Ringo, non è mai stata in grado di amarla abbastanza e davvero. Sarà nella tranquillità dei monti giapponesi che la protagonista, non solo cercherà di appianare i suoi dolori, ma darà forma al Lumachino. Un piccolo ristorante su prenotazione, che ospita pochi clienti (una persona o un coppia al giorno), per i quali la ragazza prepara dei menù ad hoc, dando forma ai desideri dei commensali. Un bel giorno tra gli avventori di Ringo, ci sarà sua madre Ruriko e, cucinando per lei, dopo un iniziale imbarazzo, la nascente cuoca comprenderà molto del carattere della mamma e degli eventi che, purtroppo, hanno creato tra loro una distanza quasi incolmabile. Il romanzo di Ito Ogawa non è solo la storia di una ragazza alle prese della ricerca della pace esistenziale perduta e di una voce che non vuole tornare. Il ristorante dell’amore ritrovato è una storia che porta il lettore dentro ad un mondo affascinate (il Giappone) nel quale i sapori, le forme e i colori dei piatti preparati con amore da Ringo prendono forma dettagliata nella mente del fruitore. Ogni singola portata assomiglia ad una vera e propria opera d’arte e Ringo si rivela una cuoca saggia ed esperta che, non solo riesce a soddisfare i clienti, ma con quello che cucina, lei è in grado di trasformare e cambiare le vite delle persone. Il libro della Ogawa è una narrazione intensa e delicata, in grado di avvicinare noi lettori alla scoperta del mondo intimo di Ringo e della sua famiglia. Allo stesso tempo, Il ristorante dell’amore ritrovato ci fa conoscere le tradizioni gastronomiche della cultura nipponica, così lontana e diversa dalla nostra italiana, ma ricca di gusti tutti da scoprire. Inoltre, la placida e diligente Ringo ci insegna come l’arte della preparazione dei piatti è, e deve continuare ad essere, un vero e proprio atto di amore per gli altri. Traduzione di Gianluca Coci.

Nata nel 1973, Ito Ogawa è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Con Il ristorante dell’amore ritrovato (Neri Pozza, 2010), il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto un grande successo di critica e pubblico. Il libro si è aggiudicato il Premio Bancarella della Cucina 2011. Nel 2012 pubblica La cena degli addii (Neri Pozza).Ha un sito web (solo in giapponese) dove propone ricette di cucina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Maschiaccio, Liz Prince (Vanda Epublishing, 2016) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2016
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Liz è sempre stata una ragazza fuori dal comune. Si è sempre definita un maschiaccio. Odiava le femmine, odiava tutto ciò che era femminile e odiava la visione del mondo sul comportamento che dovrebbero avere le donne.
Mentre in famiglia il suo comportamento inusuale viene accettato, fuori casa è sempre bersaglio sia dei bulli che delle ragazze.
Un fumetto molto ironico quanto biografico che racconta in una veste semplice e intrigante le difficoltà reali che una persona che non si adegua ai canoni standarizzati che ci impone la società deve sopportare.
Disegni semplici e dialoghi leggeri sono un ottimo mix per avvicinare qualsiasi tipo di lettore, dal più giovane al più grande in modo da poter prendere spunto e meditare seriamente sugli insegnamenti dati e ricevuti.
Una graphic novel che denuncia in modo perfetto come la società sia di oggi che di trent’anni fa trasmette ai propri figli, generazione dopo generazione, preconcetti che hanno solo il compito di rovinare la vita altrui.

Liz Prince nasce a Boston nel 1981 ma cresce a Santa Fe nel New Mexico.
Finite le scuole dell’obbligo frequenta la Museum of Fine Arts a Boston dove si diploma.
Autrice e illustratrice di magazine underground vive poco fuori Boston.
Ha già pubblicato Will you still love me if I wet the bed? che ha vinto l’Ignatz come miglior esordio nel 2005 ed è stato candidato per diversi premi.
Ha collaborato con la CartoonNetwork con lavori come Adventure Time, Regular show e Clarence.
Nel 2014 ha pubblicato A graphic memoir.
Attualmente scrive per la rivista punk Razorcake e disegna la copertina degli album di diverse band.

Source: ebook inviati dall’editore, ringraziamo Fabia dell’Ufficio Stampa VandA ePublishing.

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Nota: solo in ebook.

 

:: L’angelo di ghiaccio, Stefan Ahnhem (Sperling & Kupfer, 2016)

9 Maggio 2016
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Non avrebbe dovuto succedere. Del resto nulla lasciava immaginare che quella lettera potesse davvero arrivare al suo destinatario. Gli ostacoli erano così numerosi che le probabilità di giungere a destinazione rasentavano lo zero.
Eppure era proprio quello che era accaduto.
Un anno, quattro mesi e sedici giorni dopo che la lettera era stata infilata in una fessura del convoglio dei prigionieri ed era stata strappata via dai venti nella notte nera, Maria Shawabkeh l’aveva trovata; alcune ore dopo riusciva solo con grande sforzo a riporla nella busta a mancava tutto tranne un nome.
Tre notti insonni dopo aver letto quella orribile cronaca fece alcune ricerche in rete, l’affrancò scrisse l’indirizzo completo e la lasciò all’ufficio postale più vicino. Senza la minima idea delle conseguenze.

Dopo aver esordito con Domani tocca a te, Stefan Ahnhem porta al thriller svedese una ventata di novità o per lo meno cattiveria che non mi sembra di aver notato ultimamente in nessun altro giallo nordico. L’avevo già riscontrata nel libro di esordio, a dire il vero, ma se vogliamo in L’angelo di ghiaccio questa componente è ancora più marcata e tendente all’ horror, per lo meno in alcune scene che sicuramente lasceranno nel lettore un certo sgomento. Insomma un poliziesco per palati forti, per lettori che sopportano scene di cannibalismo (per lo meno in sogno) ritrovamenti di cadaveri dissezionati (con orbite oculari conservate in frigo e scambiate per cipolline). In breve non voglio farvi la carrellata di tutti i macabri reperti, ma se vi aspettate un normale e tranquillo giallo nordico, L’angelo di ghiaccio non lo è.
Detto questo vi avverto di una sorta di straniamento che vi assalirà iniziando il libro. Per chi ha già letto Domani tocca a te e conosce il personaggio di Fabian Risk, un piccolo riepilogo: allora nel primo romanzo della serie troviamo questo poliziotto amareggiato e reduce da un’ indagine che lo costringe a lasciare Stoccolma e rifugiarsi nella sua città natale Helsingborg, nel sud della Svezia, a cercare di rimettere assieme i cocci della sua vita. Bene questo secondo episodio, narra fatti cronologicamente precedenti al primo. Scopriamo insomma perché lascia Stoccolma, continuando sempre a fare il poliziotto.
Un altro punto da chiarire è il titolo. Il titolo originale Den Nionden Graven #TheNinthGrave, La nona tomba, (che ha un significato preciso nella narrazione), viene tralasciato in favore di un più poetico L’angelo di ghiaccio, termine che pur se non accennato si riferisce senz’altro all’assassino, e se leggerete il libro avrete modo di avvertirlo anche voi. Dunque vi ho avvisato delle componenti splatter, (sangue e budella), dell’aspetto cronologico, ho chiarito il titolo, un’altra cosa che mi preme dire è che un romanzo molto complesso.
Basta insomma un attimo di distrazione e zac perderete il filo della storia, per cui per una lettura ottimale, sono 453 pagine, prendetevi un weekend libero o per lo meno alcuni giorni in cui potete leggere senza interruzioni. Non che sia cervellotico o confuso ma considerate che ci sono due indagini una condotta in Danimarca e una in Svezia, con nomi di vittime, presunti colpevoli, ipotesi, false piste, e tutto il corollario. Un po’ di attenzione ci vuole se no finireste con non capire bene l’intreccio. E solo oltre metà avrete chiaro il tema del romanzo.
Tutto inizia con una lettera, e le sue tragiche conseguenze. Il prologo racconta tutto l’accidentato modo tramite cui (la lettera) arriva alla sua destinataria, e anche se sembra slegato dalla storia, è invece essenziale e illumina tutta la narrazione. Dicevo precedentemente che abbiamo due filoni di indagine parallele, una condotta in Svezia da Fabian Risk e la sua squadra e una condotta in Danimarca da Dunja Hougaard. Risk deve capire che fine ha fatto il ministro della Giustizia, praticamente scomparso a due passi dal Parlamento. Ci si metteranno di mezzo i servizi segreti, quindi va da sé che la cosa si rivela già da subito più complessa del previsto. Dunja Hougaard invece deve indagare sulla morte della moglie di un noto personaggio televisivo danese, uccisa in casa in un modo decisamente brutale. Subito si pensa che sia il marito l’assassino, ma anche lui scompare.
Sta arrivando Natale, nelle centrali di polizia si preparano le feste di fine d’anno, occasioni per sbronzarsi e magari per importunare le colleghe, Dunja Hougaard vivrà una brutta esperienza. Insomma la neve cade trasformando Stoccolma una delle città più belle del mondo, e i nostri investigatori si troveranno ad affrontare forse i casi più drammatici delle loro carriere. Fabian Risk per il lavoro trascura i figli (divertente, ma a dire il vero drammatico, quando una maestra della figlia lo chiama ad una riunione dei genitori), si interessa troppo a una collega, con cui lavora fianco a fianco nelle indagini, e con la quale si lascerà andare mettendo a repentaglio il suo matrimonio con Sonja. Malin collega di Risk, incinta di due gemelli, per il troppo lavoro si ammala di gestosi, e sebbene odi la sua condizione di donna in attesa, resta un poliziotto di prim’ ordine capace di intuizioni brillanti. Dunja Hougaard invece se la deve vedere con il suo più stretto superiore, con un collega che la odia perché crede che gli ha fatto le scarpe per avere l’indagine, e con un fidanzato che non ama. Insomma tra vita privata e vita professionale i nostri protagonisti avranno di che stare allegri.
In conclusione una bella serie, un autore interessante, capace di scrivere polizieschi affatto banali e con una sorta di morale. C’ è pure una componente sociale e politica nella più pura tradizione di Stieg Larsson, si può condividere o meno, senz’altro è efficace nel dare drammaticità alla trama, ai motivi che spingono l’assassino a fare quello che fa.
Buona lettura e se l’avete letto venite pure a commentare, ma mi raccomando senza spoiler. Traduzione di Roberta Nerito.

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Ha iniziato la serie con l’ispettore Risk in Domani tocca a te, un successo internazionale. L’angelo di ghiaccio è il secondo romanzo con Fabian Risk, bestseller in Scandinavia e vincitore del premio Crimetime Specsavers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Ruggine, Anna Luisa Pignatelli, (Fazi 2016), a cura di Viviana Filippini

9 Maggio 2016
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Ruggine e ferro sono due elementi che vanno di pari passo, nel senso che se noi scorgiamo della ruggine, sappiamo che vicino a essa c’è del ferro. Ruggine e Ferro sono anche i protagonisti del romanzo Ruggine di Anna Luisa Pignatelli, pubblicato da Fazi editore. Ruggine in realtà si chiama Gina ed è una donna anziana e sola, dalla vita solitaria e parecchio travagliata. La sua compagnia un gatto nero di nome Ferro, ed è l’unico essere vivente in grado di darle l’affetto e quella comprensione che gli umani le negano da tempo. Ruggine/Gina aveva un marito, ma è morto e l’unico figlio, Loriano, è rinchiuso in una casa di cura a causa del suo comportamento violento. Attorno a lei e all’allontanamento del figlio ci sono una marea di pettegolezzi e chiacchiere malevole che prendono forma da fatti torbidi avvenuti nel passato familiare della donna. Al centro dello scandalo il rapporto morboso e malato tra madre e figlio e il conseguente ricovero di lui. Ciò che ha scatenato questi eventi, sono atti e gesti animaleschi compiuti da Loriano nei confronti della madre che, purtroppo, a causa delle dicerie popolari è stata additata come la responsabile di tutto. Ruggine/Gina, sempre con a fianco il suo inseparabile Ferro, lotterà e farà il possibile per ricostruirsi una vita degna di essere vissuta, che le permetta di guadagnarsi quel rispetto che i suoi compaesani sembrano aver scordato cosa sia. Ruggine è per tutti una malefica strega dalla quale stare lontani per non finire male. In realtà, la donna è la vera vittima delle violenze piscologiche, ma soprattutto fisiche attuate dal figlio prima, e dalla meschina gente del suo paese, dopo. I vicini di casa e vita di Ruggine, perché tutti la chiamano con questo soprannome, sono individui grotteschi, quasi caricaturali, la cui mente è accecata da una tale ottusità e ignoranza, che non comprendono la verità dei fatti e non capiscono che Ruggine più che carnefice è vittima. Nonostante la malvagità e l’isolamento che gli altri le impongono, l’anziana donna cercherà di ricominciare a vivere cambiando casa e facendo qualche lavoretto per guadagnare qualche spicciolo. Tutto svolto con il massimo rispetto degli altri, che invece di lei non ne vogliono sapere e fanno di tutto per punirla, per colpe che non ha. Solo Tamara, un’adolescente con la passione per la lettura, desiderosa di lasciare il claustrofobico e bigotto paesello per cercare fortuna altrove, sembra voler capire davvero chi è Ruggine. Il problema è che la protagonista ha talmente sofferto nel corso della sua vita, da aver timore della ragazzina, nel senso che Ruggine non riesce a comprendere quanto possa fidarsi di questa adolescente. La donna è attanagliata dal dubbio se Tamara sia davvero interessata a lei o se, magari, invece è stata spedita a casa sua per poi riferire al resto della comunità cosa fa la strega Ruggine. Ruggine della Pignatelli è dominato da atmosfere cupe e tenebrose che riflettono come la malignità delle persone che circondano la protagonista. Gente che non riesce andare oltre il pregiudizio e per tale ragione si scaglia contro chi, come Ruggine, è debole e indifeso. Questa massa popolana è così cattiva, da architettare persino spedizioni punitive verso una donna che in fin dei conti non ha mai fatto male a nessuno. Ad un certo punto Ruggine finirà al ricovero e qui assisterà, senza poter far nulla, alle “punizioni” che il tempo assegnerà a tutti i suoi principali nemici, ma questo non sarà motivo per le di felicità. Sarà una nuova condanna alla sofferenza.

Anna Luisa Pignatelli è nata in Toscana, ma ha vissuto per molti anni fuori dall’Italia. Fra le località dove è stata Dar es Salaam e Seoul. Come scrittrice è molto conosciuta e apprezzata in Francia dove, nel 2010, ha vinto il Prix de lecteurs du Var con la traduzione del suo primo libro Nero toscano, pubblicato in Italia nel 2013. Attualmente vive in Guatemala.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fazi.

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:: Zona d’Ombra, Jeanne Marie Laskas (Piemme, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 Maggio 2016
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Settembre 1968. Nella zona più remota del Biafra, mentre imperversa la guerra, nasce Bennet Omalu.
Fin da bambino venne considerato un genio dalla sua famiglia, e lui capì subito che questo poteva evitargli i classici lavori casalinghi a cui tutti i bambini erano costretti, così ogni volta che doveva fare qualcosa prendeva la scusa di dover studiare. Scusa che poi divenne realtà. Infatti Bennet scoprì presto che non gli interessava uscire a giocare a palla con gli amici, ma preferiva stare immerso nei libri e scoprire cose nuove.
Passione che lo portò a quarant’anni ad avere cinque lauree, più due da conseguire entro la fine dell’anno in corso, ed essere il neurologo con maggior esperienza del cervello umano.
Questa sua esperienza lo portò così, esaminando il corpo di Mike Webster, a trovare una nuova malattia del cervello.
Mike Webster era stato un grande campione di football, ma finita la carriera aveva iniziato ad avere comportamenti irosi, letargia, amnesie, fino a quando non è morto, per tutti a causa di un attacco cardiaco.
Bennet riesce a farsi dare il permesso, sia dal suo mentore e superiore che dall’avvocato della famiglia Webster, di studiare il cervello di Iron Mike, come lo chiamavano ai tempi del football, e scopre che l’ex giocatore soffriva di Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE) causata dai colpi alla testa presi durante la carriera sportiva.
Subito lo fa presente alla lega NFL, portando a testimonianza anche gli esami eseguiti su altri ex giocatori morti suicidi, ma la lega fa di tutto per nascondere ogni fatto e lavarsi le mani.
Inizia così una battaglia legale che durerà anni in cui Bennet e le famiglie dei giocatori combatteranno con le unghie e con i denti.
Un romanzo che non è un romanzo, la Laskas infatti narra una storia vera, storia che le è stata raccontata direttamente da Bennet in persona e dalle famiglie degli ex giocatori morti.
Una storia di come il potere spesso viene usato in malo modo e le grandi multinazionali cercano sempre in tutti i modi di insabbiare qualsiasi cosa possa andare contro i loro interessi, come ad esempio le aziende di tabacco che insabbiarono il legame tra le sigarette e il cancro, e lo stesso avvocato che all’epoca difendeva quelle aziende, successivamente ha provato a difendere la NFL.
Bennet Omalu sembra essere per tutto il libro un narratore che sta ai margini, e come si definisce lui stesso è perché lui è un uomo da dietro le quinte, ma Bennet Omalu, pur non essendo mai stato riconosciuto dalla storia, è l’effettivo scopritore della CTE, colui che ha fatto in modo che negli anni a venire la gente sapeva cosa aspettarsi.
Un romanzo che fa accapponare la pelle, raccontato con una narrazione semplice, tocca a fondo un argomento fortissimo e di vitale importanza.
Romanzo che grazie a Ridley Scott, e alla partecipazione di Will Smith nei panni di Bennet, è approdato anche al cinema per aprire gli occhi a tutti e denunciare questi comportamenti.

Jeanne Marie Laskas nasce nel 1958.
Scrittrice e docente di scrittura creativa ha collaborato con Esquire e per quindici anni con il Washington Post Magazine e il New York Time Magazine.
Autrice di sette libri, molti dei quali premiati.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: Maria Viani e la ombre del ’68, di Maria Teresa Valle (Fratelli Frilli Editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

6 Maggio 2016
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Maria Viani è a Genova per seguire i corsi all’università di medicina. Per non dover fare la pendolare a orari impossibili decide di dividere le spese con una ragazza. La sua coinquilina è Elisabetta, una ragazza che studia scienze politiche e che è coinvolta molto attivamente nelle rivolte studentesche dell’epoca.
Un giorno, dopo che durante una manifestazione un poliziotto viene ferito, Elisabetta dice a maria che va via con degli amici per tre giorni, ma dopo un mese non è ancora tornata e non si è nemmeno fatta sentire.
Maria inizia a essere preoccupata e grazie all’aiuto di un suo amico poliziotto e del fratello di Elisabetta inizia a indagare su quanto accaduto all’amica.
Un romanzo davvero spettacolare che sa come tenere il lettore con il fiato sospeso e soprattutto trasportarlo nella dura realtà del ’68 italiano. Le rivolte studentesche e le lotte di classe sono descritte molto dettagliatamente, sia per quanto riguarda lo sviluppo, quindi la parte materiale e concreta come le manifestazioni, la preparazione dei cartelli, le gesta dei partecipanti, che per quanto riguarda tutta la parte astratta, quindi le emozioni che si accavallano e alternano negli animi del popolo, i pensieri degli studenti che gli operai, i dolori e le disillusioni, lo stato d’animo dei cellerini, che pur dovendo eseguire obbligatoriamente gli ordini, alcuni di loro hanno una battaglia interiore continua perché contrari ai metodi che sono costretti a usare.
Una realtà che purtroppo fa parte del nostro passato e che purtroppo a causato molti danni e problemi e che solo le vecchie generazioni hanno ben presente e conoscono fino in fondo, ma che in realtà dovremmo conoscere tutti e non solo come ci viene raccontato dalle istituzioni, ma dovremmo conoscere realmente i fatti, conoscere realmente cosa spingeva le persone a rivoltarsi e imparare dal loro coraggio.
Un romanzo che sa unire storia e fantasia in maniera impeccabile, trattando argomenti molto importanti e pesanti con serenità e con uno stile narrativo leggero così che possa essere accolto da tutti.

Maria Teresa Valle nasce a Varazze (SV). Laureata in scienze biologiche ha iniziato a lavorare come Dirigente Biologa all’Ospedale San Martino di Genova. Attualmente fa la nonna.
Ha già pubblicato nel 2008 La morte torna a settembre, nel 2009 Le tracce del lupo, nel 2010 Le trame della seta. Delitti al tempo di Andrea Doria, nel 2012 L’eredità di zia Evelina. Delitti nelle langhe, nel 2013 Il conto da pagare, nel 2014 La guaritrice. Piccoli sospetti e nel 2015 Burrasca. Delitto al liceo Chiabrera.
Ha inoltre vinto il 36° premio Gran Giallo della città di Cattolica con il racconto Apro gli occhi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editore.

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:: È arrivato tolino vision 3HD, ora vi dico cosa ne penso

3 Maggio 2016

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Mi hanno contattato dall’ufficio stampa Ibs e mi hanno detto: hai voglia di recensire un eReader, un tolino vision 3HD, nuovo nuovo appena arrivato sul mercato? Un fiore all’occhiello, se vogliano, della categoria. E io ho detto: perché no? Non sono un’ esperta di congegni elettronici per cui vi dirò le mie impressioni da profana, che pensa che una cosa è buona se funziona. Non lo paragono ad altri dispositivi, perché in vita mia ho giusto potuto vedere da vicino un Kobo, e niente altro.
Allora facendo una rapida ricerca è progettato e realizzato da Deutsche Telekom, sana tecnologia tedesca, e come diceva mio nonno loro i congegni li sanno fare, per cui già questo basta a farmi pensare che sia robusto, affidabile, e che non si rompa appena lo guardi. Si vive di preconcetti, ma a dire il vero mio nonno si è sbagliato poche volte.
La prima cosa che salta agli occhi è la forma gradevole, con gli angoli arrotondati, è un oggetto bello, e soprattutto è leggero, pesa solo 174 grammi, io non ho una mano grandissima, essendo una ragazza di ossatura piuttosto esile (siamo o non siamo noi donne a leggere di più?), ma agevolmente lo tengo in una sola mano e considerato che basta un tocco sul retro per voltare le pagine, gli esperti lo chiamano Tap2Flip, è sicuramente facile da utilizzare.
Si accende con un tastino sulla sinistra, nel bordo superiore, e la prima cosa che si nota è che è in bianco e nero (o meglio in tante sfumature di grigio). Sulla destra in alto c’è un altro tastino per l’illuminazione. Si può mettere o togliere, la luce risulta, calda e avvolgente, per il tempo che l’ho utilizzato non mi ha stancato la vista. L’alta risoluzione dei caratteri è piacevole, non ci sono sbavature, lo schermo risulta pulito.
E’ resistente all’acqua, Water Protection by HZO, attenzione l’acqua dolce, fino a un metro di profondità e per 30 minuti. Se entra in contatto con acqua salata o altri liquidi sciacquare subito e fare asciugare. Quindi forse non è tanto consigliato portarlo in spiaggia, anche se sinceramente non credo esistano ancora sul mercato dispositivi resistenti all’acqua salata di mare. Lo schermo è composto da un vetro a filo, almeno non si possono depositare né granelli di polvere né di sabbia. E’ ultrapiatto 163 x 114 x 8,1 mm.
Caratteristica che ho molto apprezzato è che è in dotazione di un sistema aperto, ovvero gli ebook potete acquistarli dove volete, potete leggere Epub, PDF (con e senza DRM), e TXT, tranne ovviamente Mobi, per ovvi motivi di concorrenza con Amazon, e lì dovrete cambiare il formato. Ma se siete esperti non dovrebbe essere un problema. Naturalmente si può connettere in rete, collegandovi alla vostra rete wireless, per scaricare, salvare e sincronizzare i vostri ebook. Ha 4 GB, più o meno si possono immaganizzare 2000 ebook.
E tasto sensibile il consumo. Questo congegno ha un’ autonomia di diverse settimane. Con il cavo ubs in dotazione lo potete collegare al computer, mentre non è in dotazione il caricabatteria da parete, che dovrete acquistare separatamente.
Che dire, in conclusione, l’esperienza di valutazione è stata piacevole e positiva, se vi capita di acquistarlo, passate a trovarmi e ditemi le vostre impressioni.
In Italia è in vendita da ibs e Libraccio. Costo 159 Euro.

Source: da Ibs, in comodato d’uso, da restituire dopo la valutazione.

:: La stagione del sangue, Samuel Bjørk (Longanesi, 2016)

1 Maggio 2016
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Hugo Lang sorrise e con una mano sfiorò lo schermo per accarezzarle una guancia. Si era tanto affezionato e quella prima, quella più giovane con il tatuaggio, da aver pensato che non potesse esistere nulla di meglio, mentre adesso, anche se la conosceva solo da due giorni, si rendeva conto che quest’altra gli piaceva ancora di più. Strano, eppure era così.
Il primo giorno non gli era parsa granché sveglia: non si era resa conto di come dovessero andare le cose. Poi però era arrivato lui, il tizio coperto di piume. Era entrato nella stanza chiusa a chiave, e da allora lei aveva fatto quello che doveva.

Chi ha letto La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013), romanzo di esordio di Samuel Bjørk, uscito l’anno scorso in Italia per Longanesi, già conosce i personaggi di Holger Munch e Mia Krüger. Lui capo dell’unità investigativa di Mariboes gate, divorziato, barbuto, sovrappeso, cinquantenne amante di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi (Una stanga di ferro si trova in un lago. Metà della stanga è sottoterra. Un terzo della stanga è sott’acqua. Otto metri spuntano dalla superficie. Quanto è lunga la stanga?). Lei esile, capelli neri da indiana, occhi azzurri chiarissimi, un passato difficile che cerca di esorcizzare con alcol e psicofarmaci, sempre a un passo dal suicidio, ma con un talento infallibile per decifrare le scene del crimine e sondare le menti criminali (Io credo sia il suo lavoro a farla ammalare).
A unire i loro destini questa volta un nuovo caso, (sono passati solo pochi mesi dai fatti di La stagione degli innocenti) che inizia con il ritrovamento di un cadavere. Così appunto inizia La stagione del sangue, (Uglen, 2015), tradizione letterale del titolo originale “La civetta”. Sempre edito da Longanesi, e tradotto questa volta oltre che da Ingrid Basso, anche da Alessandro Storti.
Siamo in autunno, i primi giorni di ottobre, il fresco sole del sabato inondava il paesaggio circostante con una luce magnifica: tenui raggi sulle foglie d’autunno rosse e gialle che molto presto sarebbero cadute lasciando il posto all’inverno. Tom Petterson, un botanico che lavora all’istituto di biologia dell’Università di Oslo, lascia la vista del fiordo di Oslo (è un fiordo della Norvegia meridionale che si estende per un centinaio di chilometri, sullo Skagerrak) e si inoltra in un bosco sulla punta della penisola di Hurunlander. In una radura trova il corpo senza vita di un’ adolescente. La particolarità del ritrovamento consiste nella messinscena organizzata dall’assassino che fa pensare a un rito sacrificale di qualche strampalato culto satanico.
La ragazza, magrissima quasi scheletrica, con una parrucca in testa giace nuda con gli occhi spalancati in un letto di piume. Con un giglio bianco in bocca. Intorno a lei, candele disposte a formare un pentacolo, una stella a cinque punte, un simbolo magico. Occultismo. Satanismo. Ma la cosa davvero strana è che dal referto autoptico risulta che lo stomaco è pieno di mangime per animali. Da qui la magrezza. La ragazza è stata imprigionata, seviziata dalla sua scomparsa tre mesi prima da un centro per ragazzi problematici. Si chiamava Camilla Green.
Holger Munch capisce al volo che c’è un’unica strada per cercare di decifrare la scena del crimine e catturare l’assassino, avvalersi dell’aiuto di Mia Krüger, giudicata instabile e estromessa dalla squadra. Holger Munch non è uno che lecca il culo a nessuno, ma per riaverla e pronto a farlo convincendo il suo capo che non c’è altra scelta. Così Mia più o meno ufficiosamente torna al lavoro. Tra interrogatori, false piste, antropologi radiati dall’università, e direttori di musei di storia naturale a cui hanno rubato un’ intera sezione del museo, i passi avanti non sono molti, finchè un hacker amico di Gabriel, uno dei membri più giovani della squadra, non scopre nei meandri più oscuri di Internet un video, e pur non amando le forze dell’ordine, lo consegna alla polizia. E allora sì, finalmente le nebbie si diradano e la chiave del mistero è nelle loro mani.
La stagione del sangue è dunque certamente un poliziesco all’altezza del precedente. Oscuro, realistico, per certi versi anche splatter, sebbene non è la paura di un horror la sensazione principale che riesce a trasmettere. Diviso in nove parti, suddivise in capitolo molto brevi, il romanzo è senza dubbio capace di tenere desta l’attenzione del lettore con un intreccio sì complesso, ma non confuso e sicuramente non banale. La parte che ho apprezzato di più è sicuramente la descrizione della vita dei giovani di Oslo, tra pub e locali dove l’alcol scorre a fiumi, associazioni animaliste, cortei contro il potere dello Stato, e un’avversione endemica per il “sistema”.
La Norvegia di Samuel Bjørk è sicuramente diversa da quella che vediamo nei depliant turistici. Proliferano le sette, e le associazioni esoteriche, l’ Ordo Templis Orientis, i massoni, il satanismo. In Norvegia. Oggi. Vivi e vegeti. Su internet si organizzano live feed, i giovani hacker sono attivissimi, (e non sono tutti white hat) la branca norvegese delle associazioni animaliste organizzano veri atti di guerriglia contro le persone o le aziende che maltrattano gli animali, i professori universitari vengono radiati per l’uso della marijuana. Insomma è una società molto vivace e per nulla statica. Interessante nei suoi intrecci tra il “sistema” (non è in parlamento che si decidono le cose) e i giovani ribelli che ad esso vogliono sfuggire.
Il quadro generale penso di averlo fatto, spero di non aver parlato troppo della trama, ma ho cercato di essere criptica il più possibile pur dandovi un’ idea della storia. Buona lettura.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Cospirazione Caravaggio, Alex Connor (Newton Compton, 2016)

30 aprile 2016
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Se amate i thriller ambientati nel mondo dell’arte internazionale certo conoscerete il nome di Alex Connor, artista di Brighton specializzata in romanzi storici, classe (beh questo è un mistero, ma si sa a certe signore non si chiede l’età, piccola vanità). Nel 2011 la Connor esordì con il thriller Il segreto di Rembrandt, (che uscì in Italia con Mondadori per la traduzione di Teresa Albanese) un notevole successo (c’era ancora l’eco del successo de Il Codice da Vinci a fare da traino), e da quel momento non ha più smesso a scrivere thriller in cui una cospirazione del passato continua nel presente con i quadri e il mondo degli antiquari come protagonisti. Da allora infatti ha scritto The Other Rembrandt, Legacy of Blood, The Hogarth Cospiracy, Memory of Bones, Isle of the Dead, e nel 2014 finalmente Caravaggio Cospiracy, il libro che oggi pubblica in Italia Newton Compton e io ho avuto modo di leggere. Segue un altro titolo, l’ultimo, The Bosch Deception, ancora inedito da noi.
Cospirazione Caravaggio (The Caravaggio Cospiracy, 2014) pubblicato in Gran Bretagna da Quercus Editions,  arriva da noi nella traduzione di Marta Lanfranco e non ci vuole un profeta dell’Antico Testamento per supporre che sarà uno dei titoli di punta di questa tarda primavera della Newton. Se amate il genere, se vi appassionano gli intrighi all’ombra di blindatissime gallerie d’arte, se vi piace vagabondare tra New York, Londra e Berlino per poi finire nelle Catacombe di Palermo in cerca di quadri scomparsi, trafugati, dati per distrutti, dal valore inestimabile, è il libro che fa per voi. Avrete modo leggendolo di respirare l’aria del mondo che ruota intorno all’arte internazionale, tra casseforti e caveau, collezionisti, galleristi, e i loro assistenti, autisti, segretari. Un mondo dove il delitto sembra frequente, o almeno lo è qui estremizzato per esigenze narrative. Ma anche nella realtà non penso si scherzi.

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Natività – Caravaggio, 1600? 1609?

Al centro del romanzo due quadri del Caravaggio Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, amante e musa del pittore. Il primo, il più prezioso, fu rubato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, presumibilmente dalla Mafia, un pentito si dichiarò artefice del furto e del fatto che si rovinò irreparabilmente tanto da far piangere il mandante. Comunque continua a essere nella lista dei capolavori più ricercati dalle polizie di tutto il mondo. Il secondo, meglio noto col nome di Ritratto di Cortigiana, anche lui perduto, ha una storia forse più certa, risulta andato distrutto, con altre opere del Caravaggio, a Berlino durante la Seconda Guerra Mondiale nell’incendio della Flakturm Friedrichshain.
Il romanzo parte dal presupposto che le cose non siano andate proprio così, e che i quadri esistano ancora e in tutto il romanzo si assisterà ai maneggi, ai veri e propri raggiri, per riuscire a ritrovarli e impossessarsene. Tra false autenticazioni, persone che si dichiarano discendenti di Caravaggio, galleristi uniti in associazioni dedite a traffici illeciti simili a sette, e naturalmente la strada sarà costellata di morti, uccisi nei modi più efferati.

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Ritratto di Cortigiana – Caravaggio, 1597

Il romanzo inizia con il ritrovamento dei cadaveri di due galleristi londinesi, i gemelli Sebastian e Benjamin Weir, strangolati e legati nudi, con i genitali martoriati da una sparachiodi, con colla di coniglio in bocca, e gli scalpi scambiati. A ritrovarli il gallerista e collega Jacob Levens, che subito chiama ad indagare un vecchio amico, Gil Eckhart, fisico da pugile e una laurea in Beni culturali, protagonista se vogliamo del romanzo.
Eckhart, un passato da investigatore, esita a farsi coinvolgere. Ha cambiato del tutto vita, ora ha un famiglia, una moglie, Bette, prossima al parto, un lavoro tranquillo, aiuta nelle ricerche gli scrittori di romanzi. Ma l’amicizia e la riconoscenza sono importanti, per cui accetta di tornare in pista. Anche se vogliamo c’è un’altra ragione ha farlo tentennare. Diversi anni prima a Berlino, il suo ultimo caso era per certi versi identico a quello, due galleristi, questa volta marito e moglie, uccisi allo stesso modo. E la donna di quel duplice delitto era proprio la sorella di Jacob Levens. Coincidenze? Gil Eckhart non crede, anzi vede la stessa mano e un legame molto stretto con Jacob Levens. Poi perché i due gemelli non hanno segni di aver lottato o cercato di difendersi? A questa domanda darà una risposta il medico che effettuerà l’autopsia. Fatto che ancora di più collega con il duplice omicidio di sette anni prima, periodo nefasto per Eckhart che coincise con la morte di sua moglie, in un apparente incidente.
Poi un blogger annuncia sul suo sito di essere l’ultimo discendente di Caravaggio e della sua amante Fillide Melandroni di avere le prove e di sapere dove sono i due quadri scomparsi. E’ l’inizio di una caccia spietata, con nuovi morti, tutti collegati a una diabolica cospirazione, che solo Gil Eckhart può sventare, fino a rischiare anche lui la vita in un doppio finale che lascia sconcertati, per quanto sia ampiamente credibile e coerente con la storia.
Oltre al presente, corre parallelo anche il passato, con un’altra cospirazione che vede coinvolto Caravaggio stesso, con brevi capitoli che inframmezzano la narrazione, e hanno proprio lui come protagonista. Come finì per Caravaggio si sa, mori di febbre il 18 luglio del 1610, a Porto Empedocle in Toscana. La grazia da Roma, insomma arrivò troppo tardi, come l’ordine di uccidere Caravaggio non fu portato a termine.
Insomma fuoco alle polveri, come dicevano i bucanieri. Buona lettura.

Liberi di scrivere intervista Alex Connor: qui

Alex Connor è autrice di molti thriller e romanzi storici, perlopiù ambientati nel mondo dell’arte, tutti bestseller e in cima alle classifiche di vendita. Lei stessa è un’artista e vive a Brighton. Per saperne di più: www.alexconnorthrillers.com

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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