Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Forse non tutti sanno che nelle Marche, Chiara Giacobelli (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

2 aprile 2016
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Una raccolta di racconti, misteri e leggende scritte da una giovanissima marchigiana.

Il romanzo è composto da vari racconti, partendo da i Della Robbia, passando per i Da Varano, la biblioteca più famosa e importante del rinascimento costruita da Federico da Montefeltro, Renata Tebaldi che con la sua voce concorreva a Rossini, la riserva naturale Sentina e la sua liquerizia, Piero e Sara così simili a Paolo e Francesca ma non ugualmente conosciuti…

Racconti che parlano delle marche sconosciute, una terra che non è solo mare e grotte, ma anche misteri, storia e soprattutto vite. Vite di uomini e donne che hanno saputo amare e creare questa terra.

Un romanzo che in realtà è una guida per conoscere a fondo non solo le Marche, ma anche l’amore profondo che lega anima e corpo la terra all’autrice.

È proprio grazie a questa passione che Chiara Giacobelli è riuscita a creare un’opera avvincente e conturbante, fuori da ogni schema, un’opera che scritta da qualcun altro sarebbe solamente una semplice e noiosissima guida.

Chiara Giacobelli nasce ad Ancona nel 1983. Laureata in Scienze della comunicazione con una tesi sul Cinema di Antonio e Visconti, ha deciso di specializzarsi in seguito in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo. Attualmente lavora come giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

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:: Figlie dell’estate, Lisa-Maria Seydlitz, Keller 2015 a cura di Viviana Filippini

1 aprile 2016
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“E ho pensato alle famiglie che ci vengono date e a quelle che siamo capaci di costruire”, così Natascha Lusenti concludeva il suo risveglio di CaterpillaraAM, su Radio2, il 10 dicembre del 2013. Questa frase mi si è accesa nella mente appena mi sono imbattuta nella lettura di Figlie dell’estate di Lisa-Maria Seydlitz. Nel libro edito da Keller, la scrittrice crea un’intricata storia di vite umane, dove due giovani donne riusciranno, passo dopo passo, a superare ostacoli, incomprensioni e pregiudizi, dando vita ad un legame affettivo e di sangue indissolubile. Tutto comincia quando Juno, nella torrida estate tedesca, riceve una lettera anonima che l’avvisa di un fatto a lei del tutto sconosciuto. Frank, il padre defunto, le ha lasciato in eredità una casa in Bretagna. La ragazza è perplessa e un po’ sconvolta per il dono ricevuto. Il tutto diventa ancora più misterioso, quando facendo una serie di domande alla madre per avere spiegazioni sensate, l’unica cosa che la giovane riceve sono pesanti silenzi e un mazzo di chiavi. Juno capisce che la mamma non la aiuterà mai a risolvere questo enigma. Un bel giorno la ragazza sale in macchina e parte con una meta precisa: la Bretagna. Arrivata alla famigerata casa lasciatale dal padre, Juno scopre che nell’abitazione vicina al mare, ci vive un certa Julie, una ragazza di Marsiglia che lavora al Bar du Matin. Quest’ultima accoglie Juno, ma il suo atteggiamento si dimostra da subito un po’ circospetto e poco propenso al contatto. Da questo momento l’autrice, qui al sue esordio letterario, alterna il presente della Bretagna, al passato dal quale emerge molto dell’infanzia di Juno. Una parte della sua vita dove si scopre la passione per il nuoto del padre, il lavoro di libraia della madre e i frequenti viaggi in Francia di lui, fatti prima con la famiglia poi, troppo spesso, in solitaria. Tassello dopo tassello il lettore viene trascinato nel mondo di Juno, dove tante verità le sono state nascoste, ed esse, una volta scoperte, porteranno la protagonista a guardare se stessa e il mondo in modo del tutto nuovo e diverso da prima. La casa sul mare in Bretagna per Juno non è solo un’eredità del padre, essa è un vero e proprio dono che l’uomo le ha voluto fare, per permetterle di trovare un’altra parta della sua famiglia. Figlie dell’estate è un romanzo tutto al femminile, in quanto le principali protagoniste che agiscono sono donne (Juno, sua madre che vende libri, poi Julie e ancora Camille che gestisce il bar) e ognuna di loro, con il proprio dire e il proprio fare, contribuirà alla costruzione di un romanzo familiare. All’inizio Juno e Julie sono distanti, si guardano con sospetto, sono estranee poi, pian piano, tra loro nascerà una forte empatia condivisa, che evidenzierà quanto per entrambe è stato importante Frank. Lui non c’è più, ma la sua casa in Bretagna ha unito e avvicinato due persone per l’uomo-padre molto importanti. Lisa-Maria Seydlitz con Figlie dell’estate crea un romanzo dalla trama delicata, avvincente, nel quale l’amicizia, l’amore materno e fraterno sono gli strumenti ideali che permettono alle protagoniste di superare i diversi ostacoli e imprevisti che la vita riserva. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Lisa-Maria Seydlitz è nata nel 1985 a Mannheim, ha studiato scrittura creativa e giornalismo culturale alla Hildesheim Univesität e teatro all’ Université Aix-Marseille. Figlie dell’estate è il suo romanzo d’esordio.

Source: spedito al recensore dall’editore. Grazie a Silvia Turato per l’attenzione costante.

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Squisito! di Ruth Reichl (Salani, 2015) a cura di Federica Spinelli

1 aprile 2016
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Billie Breslin non è una ragazza che noteresti per la strada passando. Ha i capelli lunghi scuri che le ricadono sul volto, porta gli occhiali e un abiti slavati e informi. Billie è il diminutivo di Whiliemina, la sorella della perfetta Genie. Cresciuta all’ombra di quest’ultima, Billie custodisce un vero e proprio talento: la capacità di riconoscere con estrema precisione ogni singolo ingrediente che compone il sapore di un piatto, ma sviluppatolo fin da piccola, a causa di un tragico incidente è costretta a seppellire questa sua dote e ad allontanarsi da casa. Si trasferisce a New York da Santa Barbara con l’obiettivo di mettere tra lei e la sua famiglia più chilometri possibili e dedicarsi alla sua passione: il cibo, trova così un posto nella redazione della famosa rivista culinaria Squisito!. Quando Jake, il capo redattore della rivista, le fa un colloquio capisce subito che sotto quei vestiti si nasconde un talento, un’innata perspicacia nel riconoscere gli ingredienti e un sesto senso per la cucina. Per farle ottenere il posto e saggiare queste sue qualità Jake la mette alla prova con diversi trabocchetti, uno dei quali prevede il coinvolgimento di Sal, il benevolo proprietario di origini italiane di una “boutique” di alimentari che prende a cuore la ragazza, e la talentuosa cuoca del Pig, Thursday. Per Billie il posto da Squisito! è un’occasione per ricominciare, alla rivista si occupa della Garanzia, storico risarcimento elargito ai clienti insoddisfatti delle ricette pubblicate nei numeri. Lavorando nella bellissima Timber Mansion, la sede di Squisito!, Billie conosce l’insopportabile ma bravissima Maggie, Sammy, buongustaio dai modi raffinati e pieno di aneddoti su luoghi lontani, il fotografo Richard e molti altri che in breve diventano suoi amici. La ragazza si ambienta, riesce a ricostruirsi una routine tra il lavoro, in cui smista le chiamate di improbabili signore e Fontanari, il negozio di Sal, dove la ragazza trascorre i fine settimana. La vita sembra sorriderle di nuovo quando arriva la notizia che la rivista deve. Tutti tranne Billie sono costretti ad abbandonare Timber Mansion, mentre lei viene incaricata di continuare a occuparsi della Garanzia. Mentre gironzola per l’edificio deserto si imbatte nella biblioteca, rimasta chiusa per anni. In questo luogo che sembra il più bello di tutto l’edificio sono nascoste alcune lettere scritte da una lettrice di Squisito!, Lulu, al direttore della rivista, il famoso cuoco James Beard. A mano a mano che riesce a decrittare gli indizi che le permettono di scovarle, Billie e Sammy ricostruiscono la corrispondenza tra la bambina e il cuoco. Questo viaggio a ritroso nel tempo costringe Billie ad affrontare il suo passato e con esso il trauma che l’ha allontanata dalla famiglia, a ritrovare il coraggio di vivere la sua vita e a trovare l’amore. Mentre vengono alla luce le varie lettere, Billie sente sempre più forte il desiderio di ritrovare Lulu tanto da spingersi ad andare a cercarla…
Ruth scrive questo romanzo con estrema vivacità e meticolosità; in poco più di 400 pagine, l’autrice ricostruisce ambienti unici popolati da personaggi reali. Il cibo non è un pretesto per la storia ma ne è parte integrante, in maniera diversa muove ciascuno dei personaggi; si potrebbe quasi dire che esso stesso è un personaggio fondamentale della storia. La storia scorre veloce sotto gli occhi del lettore che si affeziona alla storia di Lulu, al talento di Billie, alla stravaganza di Sammy e a ciascuno dei personaggi raccontati. Le ambientazioni smbrano famigliari al lettore che si ritrova in una New York di editori e buon gustai, di leggende e racconti. Un romanzo da gustare, assaporare piano piano per non farlo finire troppo in fretta!

Ruth Reichl è nata e cresciuta al Greenwich Village. Ha scritto il primo libro di cucina a ventun anni. È stata direttore della rivistaGourmet per dieci anni, ha lavorato come critico gastronomico per ilNew York Times e per il Los Angeles Times. Ha scritto per Vanity Fair, Metropolitan Home, Food and Wine. Attraverso le sue recensioni di ristoranti e i suoi memoir bestseller (La parte più tenera e Confortatemi con le mele, entrambi usciti per Ponte alle Grazie) ha conquistato migliaia dilettori. Vive a New York con il marito, il figlio e due gatti.

Source: ebook ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Matteo, addetto stampa Salani.

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:: A pietre rovesciate, il libro della memoria di Mauro Tetti (Tunué, 2016) a cura di Federica Guglietta

1 aprile 2016
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A pietre rovesciate è un libro difficile.
Un racconto solenne e antico, in cui vecchio e nuovo insieme a un passato remotissimo, un presente indefinito e un futuro più che mai immaginato si mescolano in una danza sconosciuta e incalzante, in un ritmo che sa di nocche che tamburellano tempie di un’anziana donna che non ama parlare, ma racconta storie.
Se non avessi la certezza che Mauro Tetti abbia trent’anni appena compiuti, abiti in Sardegna e che, nella vita, adori scrivere, lo scambierei sicuramente per aedo, rapsodo o cantastorie – che dir si voglia. Mauro Tetti è al suo primo romanzo.
Vero, sarà pure un libro difficile, alle cui pagine non ci si avvicina di certo facilmente, ma vale la pena leggerlo. In questo mio breve articolo proverò a esternare quelli che sono i motivi per cui si tratta di un’assoluta novità editoriale.
Quella in cui vi immergerete con A pietre rovesciate è una lettura intensa. Non è solo un romanzo, è più un libro della memoria: tanto prende dal passato, tanto è disposto a dare al futuro.
L’impostazione stessa del romanzo si rifà, come avrete già capito, a qualcosa che è tutt’altro che contemporaneo.
Nell’incipit, rigorosamente senza titoletto, assistiamo a una vera e propria reinterpretazione della Genesi:

“In principio Dio creò il cielo e la pietra. Il di su e il di giù. Le tenebre tremanti di su, le acque inerti di giù. E Dio disse: A Li Ga. Le acque si aprirono, emerse l’isola e Dio vide che era cosa buona. (…) E Dio disse: L’isola produca germogli, le erbe producano semi e i semi producano frutti, ciascuno secondo la sua specie. Dio si tastò più volte la fronte corrugata, dimenticava le cose.
Disse: L’isola produca povertà, produca miseria, ricchezza per pochi a svantaggio del resto della specie. E poi: L’isola brulichi di esseri viventi, rettili e bestie secondo la loro specie. Poi colse un pugno di farina bianca e una noce di miele di corbezzolo e disse: Cri Stia Nu. Dio creò l’uomo. A sua immagine lo creò.”

Ci troviamo davanti a una riscrittura personalissima e straniante, che lascia prefigurare quale sarà il successivo andamento successivo di tutta la narrazione. Tutto il romanzo, infatti, è caratterizzato da un ritmo spezzato, ma allo stesso tempo cadenzato. Una storia dal forte richiamo epico, pur restando attuale e ben contestualizzata nel suo essere sfuggente.
Persino lingua usata dall’autore, idioma misto che padroneggia alla perfezione, spazia dal repertorio classico e desueto, passando per termini autoctoni di inflessione sarda, fino a fondersi appieno con il carattere prevalentemente orale, vivo e spezzato della comunicazione non scritta.
Stessa cosa sul piano dei contenuti, una sorta di registro, vivido e in divenire, delle reminiscenze dell’antico paesaggio pietroso di Nur.
O meglio, della sua gente: ruvida come la pietra, resistente, ma scalfita da mille dolori. Una popolazione che esiste da sempre e per sempre, stirpe plasmata dal sudore e dal fango, che vive ai nostri giorni, ma che sembra esistere da quegli albori mitici, da quando Dio plasmò la sua prima Creatura, poi la Donna e il Maureddino, elemento di Caos e Perdizione.
La memoria di questo paese isolano, a metà tra fantasia e realismo, vive attraverso le parole di Nonna Dora, l’anziana racconta storie a cui facevamo riferimento all’inizio. Suo nipote l’ascolta, come se fosse un insegnamento indispensabile per vivere al meglio il suo presente, insieme a Giana, ragazza-bambina dal triste destino, che lui chiama, affettuosamente e molto spesso, “l’innamorata sua”, ma non le risparmia, in tono canzonatorio, persino un soprannome dispregiativo come “La Balena”, cosa che mai ci si aspetterebbe da un innamorato di tal specie. Eppure, per la sua Giana, questo ragazzo senza nome e senza fisionomia, che non è più un bambino, ma non è ancora del tutto un uomo, farebbe qualsiasi cosa.

“Giana La Balena la chiamavo io, e i suoi occhi, come gli occhi di una balena, si riempivano di lacrime. Mi dispiaceva molto, ma ridevo anche, allo stesso tempo. Il nostro umore cambiava alla velocità di uno sparo, contenti ma con le lacrime agli occhi. Ci amavamo molto.”

I due personaggi femminili vengono descritti dal ragazzo, voce narrante della storia, come figure decisamente creepy, eppur squisitamente degne di essere amate. Si tratta di descrizioni, sia quelle fisiche che quelle naturali, che hanno a che fare con la sfera del sogno: sono impalpabili e presenti, spaventose e bellissime. Tutto ruota principalmente attorno a questi tre co-protagonisti, ai quali, però, si alternano, come in un vortice senza fine, anche alcune figure del passato: regine guerrafondaie e principesse tristi, marinai e nonni eroi, giovani cadute nel pozzo per amore, ladri senza scrupoli e pugili fortissimi.
Provare a riassumere la trama di A pietre rovesciate in modo ancor più dettagliato sarebbe inutile e a tratti controproducente. Abbiamo sotto gli occhi un libro che va letto e capito, una narrazione intensa che prende e rapisce. Arriverete in poco tempo alla fine del libro e, credetemi, non ve ne accorgerete neanche. Di storie così ben fatte non ne scrivevano più da un pezzo.
Non a caso, questo romanzo breve in lunghezza e pieno di avvenimenti nei contenuti – quasi fosse un fiume in piena, fa parte della fortunata collana dedicata alla narrativa della Tunué, casa editrice che ci ha visto bene e lungo, proponendosi di dare voce a un arcobaleno di storie – sentitevi liberi di prendere quest’affermazione nel senso più letterale possibile e precipitatevi a guardare le loro copertine – , tutte nate dalla penna di giovani scrittori emergenti, con la curatela di Vanni Santoni: un dato, questo, che è più di una garanzia.

Mauro Tetti, classe 1986, vive a Cagliari. Ha pubblicato diversi racconti su Flanerì, Inchiostro e altre riviste. Nel 2011 ha vinto il premio Masala con il monologo Adynaton.
A pietre rovesciate, settimo titolo della collana Tunué Romanzi e vincitore del Premio Gramsci per inediti, è il suo primo romanzo.

Source: libro ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Simone e Claudia, addetto stampa e ufficio stampa narrativa Tunué.

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:: La felicità è una pagina bianca, Elisabeth Egan (Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

1 marzo 2016
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Alice Pearce è una tranquilla madre di famiglia. Lavora part time per la rivista You e adora occuparsi dei suoi tre figli, a cui sta cercando di trasmettere l’amore per la lettura, e nel tempo libero aiuta la sua amica Susanna nella sua libreria organizzando eventi e a volte servendo i clienti.
Un giorno purtroppo il marito di Alice le comunica che è stato licenziato e che vorrebbe mettersi in proprio. Per fare tutto ciò Alice è costretta a cercare un lavoro a tempo pieno.
Viene assunta da Scroll, una grande azienda che ha come obiettivo aprire delle sale di lettura dove la gente può godersi un po’ di tempo libero in un luogo tranquillo leggendo delle prime edizioni.
Alice si butta anima e corpo nel lavoro, ma con il passare del tempo scopre che non è tutto come si aspettava, e Scroll non vuole più aprire sale di lettura, ma luoghi in cui i bambini possono giocare ai videogiochi e i genitori leggere qualche ebook.
La tensione lavorativa e gli orari impossibili stanno allontanando Alice dalla sua famiglia, il marito sta diventando un alcolizzato e i figli non le parlano quasi più.
Alice si trova dunque a dover decidere: continuare la carriera o tornare in famiglia?
Un romanzo davvero profondo che spiega nei minimi particolari le problematiche che possono esistere sia sul posto di lavoro, ma ancor di più in famiglia. Argomenti che sono presenti in ogni famiglia, specialmente nei tempi moderni dove si dà sempre più spazio al lavoro piuttosto che alla famiglia, perché ci viene imposto dalla situazione critica in cui permane il nostro paese.
Un romanzo che fa molto pensare, specialmente quei lettori che lo leggono durante il loro inizio di vita di coppia. Un romanzo da cui prendere molto insegnamento e su cui riflettere parecchio.

Elisabeth Egan lavora per la rivista Glamour, di cui è la responsabile della rubrica letteraria. Scrive recensioni che vengono pubblicate sulle più importanti testate americane. Attualmente vive nel New Jersey.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’Ufficio stampa Nord.

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:: Deserto americano, Claire Vaye Watkins (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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In un futuro prossimo, una temibile siccità ha colpito la California, trasformandola in un deserto, e creando nuove forme di vita, molto inquietanti, nella fauna e nella flora. Luz, ex modella che ha visto sfumare la sua carriera nonostante sia ancora molto giovane, e Ray, reduce da una delle tante guerre nel mondo che ha visto la sua città natale distrutta da una duna di sabbia incandescente, vivono all’interno di questo inferno, giovani ma già rassegnati.
Un giorno i due fanno un giro in una Los Angeles post apocalittica, dove incontrano una bambina sola, ignorata se non maltrattata dal branco di sballati e che abitano in quella che una volta era una delle capitali morali dell’Occidente e decidono di prenderla con loro. A questo punto diventa fondamentale cambiare luogo, e la piccola famiglia riunita parte per il Wisconsin, dove forse la siccità non è ancora arrivata. Sulla strada troveranno una comunità parareligiosa, dominata dal presunto rabdomante Levi, che plagia i suoi seguaci, e dal quale sarà difficile liberarsi, mentre nuove catastrofi incombono.
Inquietante, senza pietà, senza speranza, avvincente: sono tanti gli aggetttivi che possono venire in mente leggendo le pagine di Deserto americano, in cui la giovane autrice mette dentro le esperienze della sua infanzia, figlia di un guru di una setta che anni prima aveva seguito anche un’anima nera come Charles Manson, protagonista di uno dei più terribili fatti di cronaca nera a stelle e strisce.
A prima vista e non solo Deserto americano si pone nella tradizione della distopia fantascientifica, raccontando un futuro prossimo totalmente negativo, basato sul disastro ecologico che dopo la guerra atomica è diventato la nuova emergenza reale. Come in molte storie del genere distopico, le metafore dell’oggi sono evidenti, in una realtà alterata ma in parte già presente oggi, tra sette, emarginati, nevrosi. Questioni molto diffuse in California, Stato da un lato all’avanguardia come libertà civili e cultura, ma dove serpeggiano inquietudini e ingiustizie. Un libro interessante sia come romanzo di genere che come specchio della realtà, paragonato da qualcuno a Steinbeck e a Cormack, senza speranza forse perché in certe situazioni non esiste speranza.

Claire Vaye Watkins è nata a Bishop in California nel 1984 ed è cresciuta in comunità alternative tra il deserto del Mojave e il Nevada. La sua raccolta di racconti d’esordio, Battleborn, ha vinto nel 2012 lo Story Prize, il Rosenthal Award, il National Book Foundation «5 Under 35» e una borsa di studio della Guggenheim Fellowship. Le sue storie sono apparse su «Granta», «One Story», «The Paris Review». Attualmente è assistant professor alla University of Michigan e coordina insieme al marito, lo scrittore Derek Palacio, la Mojave School, un workshop di scrittura creativa per ragazzi.
Il sito ufficiale è http://clairevayewatkins.com/

Source: libro scelto dal gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il canto del ribelle, Joanne Harris (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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Tutto si può dire di Joanne Harris, tranne che non sia un’autrice eclettica, che ha provato e sperimentato vari generi, dal romanzo storico al thriller, dalla commedia sociale al fantasy.
Ne Le parole segrete e Le parole di luce ha tracciato un intreccio ispirato alla mitologia norrenica, gli Dei del nord, in un mondo fantastico alternativo in un futuro remoto dove si scontrano due personaggi femminili magici e interessanti. In Il canto del ribelle Joanne Harris invece racconta una sorta di antefatto della sua storia precedente, con la ribellione di Loki ma anche l’aiuto che porta agli altri dei, Odino e Thor in testa. Una storia eterna, raccontata dal punto di vista dell’antagonista, dell’outsider, scelta non nuova per Joanne Harris che nei suoi romanzi ha sempre messo al centro personaggi maschili e femminili fuori dalle regole, stravaganti, insoliti, in anticipo sui loro tempi.
Loki, d’altro canto, sta vivendo un periodo di grande interesse nella cultura popolare e nerd, dopo la sua comparsa decisamente carismatica nei due film ispirati alle avventure di Thor secondo il fumetto della Marvel, e non è un caso che sia stata citata proprio la casa editrice di supereroi come lancio per un romanzo anomalo, interessante, eclettico, come la sua autrice.
Tra gli altri a cui Il canto del ribelle può piacere ci sono i lettori della saga del Ghiaccio e del Fuoco, meglio nota come Game of thrones di George R.R. Martin, il cui autore sta tenendo da anni sulle spine visto che non si decide a terminare gli ultimi due libri della saga, creando problemi anche alla serie tv. D’altro canto, il fantasy si rifà come genere a miti, leggende, fiabe, epica, e molti intrecci tornano nelle sue storie, e per motivi di vicinanza culturale dei tanti autori e autrici anglosassoni il mondo degli dei e degli eroi nordici risulta essere di grande ispirazione.
A chi si rivolge un’autrice come Joanne Harris? Le storie che ha raccontato sono talmente diverse tra di loro che possono, volta per volta, accontentare pubblici diversi o comunque gente curiosa, che ha voglia di cambiare e essere stimolata. Il canto del ribelle è senz’altro per questi ultimi, ma è un libro che non può mancare nelle biblioteche dei cultori del genere fantasy, e si distingue comunque per originalità, in un ambito dove spesso si trovano cose un po’ ripetitive.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove v ive tuttora.. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno. Fino al 1999 ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds. Tra i suoi libri di maggiore successo vanno ricordati ovviamente Chocolat, trasposto anche al cinema, il seguito Le scarpe rosse, il romanzo storico La donna alata, il thriller Il ragazzo con gli occhi blu e il gotico Il seme del male.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Librerie, Jorge Carrión (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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Chi ama i libri e la lettura ha, fin dall’infanzia, un suo luogo di elezione, anzi due: la libreria e la biblioteca. I bibliofili, quando sono in altri luoghi, anche distanti da casa, per svago o lavoro, tendono a cercare un luogo dove ci sono i libri, con alcuni incontri folgoranti soprattutto quando si va in città di un certo tipo, come Londra, Parigi, New York, Tokyo e non solo.
Alle librerie del mondo è dedicato questo saggio, non una guida turistica ma utilizzabile come tale, in cui l’autore racconta i suoi giri per il mondo in cerca di templi dei libri, imperdibili se si sente la passione per la carta stampata. Un percorso con aneddoti, storie, salti tra passato e presente, per raccontare una passione e una ricerca, che non può mancare in chiunque dica di amare i libri, e che rende il libro interessante e curioso, anche se non esaustivo sull’argomento, ma per quello ci volevano molte più pagine.
Un saggio, certo, ma a tratti appassionante come un romanzo, con cose anche poco note nelle sue pagine, illustrate da foto in bianco e nero di diversi di questi luoghi, giusto per far venire un po’ di acquolina in bocca.
L’autore porta comunque non solo in luoghi aulici, come le librerie di Londra e Parigi, ma anche in America latina (una delle più belle librerie del mondo è appunto a Buenos Aires, in un ex teatro), a Atene, città sulle prime pagine dei giornali non certo per i libri ma dove questi non mancano certo, nel Maghreb, in Oriente, mescolando anche aneddoti su intellettuali e scrittori, in una storia forse un po’ stringata ma che dà buoni spunti di giri e riflessioni. Tra le righe si parla anche di censura e lotte, di storie di autori e autrici non solo libresche e di tanto altro ancora, e c’è da sperare in future integrazioni sul tema.
Del resto, se si pensa bene, ci sono libri su tutti gli argomenti e con tutti i tipi di storie, ma di libri sui libri e sul mondo legato a loro non ce ne è poi così tanti. Certo, può apparire una libreria in un romanzo (o in un film), ma un libro che racconti come e perché ci sono le librerie, luoghi fondamentali per la diffusione della lettura non è così frequente. I libri parlano di tutto ma raramente di loro stessi e del loro mondo. Curioso, ma con le Librerie di Jorge Carrión si può cominciare a compensare una mancanza.

Jorge Carrión (Terragona, 1976) insegna letteratura contemporanea e scrittura creativa preso l’Universidad Pompeu Fabra di Barcellona. Collabora come critico per varie testate tra cui El Pais e Letras Libres.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Senza nome, Wilkie Collins (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016
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La casa editrice Fazi continua la sua proposta di classici ottocenteschi tutti da riscoprire con questo titolo di Wilkie Collins, autore all’epoca popolare quanto il più celebre oggi Charles Dickens, prolifico e capace di alternare romanzi di ambientazione realistica ad altri a tematica fantastica e gotica.
Senza nome, ottocento pagine raccontate attraverso le voci vive di personaggi, tra peripezie, lettere, articoli, con uno schema molto moderno, racconta la vicenda di Magdalen e Norah Vanstone, due giovani donne di ottima famiglia, cresciute senza che a loro mancasse niente, che devono confrontarsi con la morte improvvisa dei genitori, il padre in un incidente, la madre di parto. Le due ragazze scoprono di essere figlie illegittime, perché i genitori si sono sposati molto tempo dopo la loro nascita, e per la legge vittoriana non hanno diritto a niente e sono costrette a stravolgere le loro vite. Norah accetta di abbracciare una delle poche carriere concesse alle donne, quella di governante, rassegnandosi ad una vita di rinunce in tutti i campi, compreso quello sentimentale, mentre Magdalen diventa attrice, ma vuole alla fine riconquistare il suo posto in società, arrivando a valutare un’offerta di matrimonio da un uomo che detesta.
Senza nome racconta una storia di denuncia sociale, ambientata non in mezzo ai bassifondi cari a Dickens, di cui Collins era ottimo amico e collaboratore sul suo giornale letterario, ma in quell’alta società vittoriana da cui si poteva venire esclusi perché non rispettosi delle sue regole, a cominciare da quella sui figli illegittimi. L’autore, usando i toni della narrativa popolare ma non certo scadente, racconta una storia di caduta agli inferi e di risalita, mostrando le storture sociali e la psicologia di due personaggi femminili, doppiamente discriminati in un Paese governato da una donna come la regina Vittoria che però non fece molto per aiutare le sue simili.
Senza nome è quindi una storia appassionante che si divora, ma anche una riflessione impietosa su regole sociali disumane e sulle discriminazioni a cui sono soggette le donne, con al centro due dei tanti personaggi femminili interessanti della letteratura dell’epoca, da scoprire o riscoprire, visto che il libro manca da parecchio nelle nostre librerie.

Wilkie Collins (1824-1889), londinese, figlio del pittore di paesaggi William, è considerato il padre del genere poliziesco. Studiò Legge e divenne avvocato, senza praticare mai la professione legale, ma utilizzando la conoscenza del crimine nei suoi scritti. Amico di Charles Dickens, fu uno dei più prolifici tra gli scrittori vittoriani e collaborò alla rivista “All the year round”. Ha scritto venticinque romanzi, più di cinquanta racconti, numerose opere teatrali Tra le sue opere più famose ci sono La donna in bianco e La pietra di Luna, uno dei primi romanzi gotici.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fazi.

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:: L’amante giapponese, Isabel Allende (Feltrinelli, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016
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Isabel Allende è tornata in libreria con una storia ambientata di nuovo in California, sua patria d’adozione da ormai più di vent’anni, mettendo in scena una vicenda che mette tanta carne al fuoco come tematiche e personaggi, con al centro, come suo solito, i personaggi femminili, in questo caso due.
Da una parte c’è Alma Belasco, ex ragazzina ebrea fuggita dall’Europa minacciata dal nazismo, cresciuta e invecchiata negli States con un unico grande amore, dall’altra c’è Irina, giovane infermiera di origine moldava, con un passato da dimenticare e un presente tra lavoro e fantasie su romanzi fantasy. Due persone diverse, ma che si trovano unite nell’eccentrica casa di riposo in cui Alma ha deciso di passare gli ultimi anni della sua vita,tra ricordi del passato e nuovi spunti per il presente.
L’autrice parla, come suo solito, di tanti argomenti, alcuni scomodi, come la pedofilia nel civile Occidente, o le persecuzioni a cui furono sottoposti i giapponesi durante la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, pagina praticamente assente e su cui non si parla mai in in film e romanzi, se si toglie il film degli anni Novanta Benvenuti in paradiso di Alan Parker e poco altro. Ichimei, l’amore di tutta la vita di Alma, che vivrà un matrimonio insolito con un omosessuale nascosto tra le altre peripezie della sua esistenza, viene infatti rinchiuso con la sua famiglia in un campo di raccolta durante la guerra, vergogna nascosta nella storia americana che toccò tutti coloro che erano originari, anche solo come famiglia ma non loro direttamente, facendo loro perdere tutto e facendo nascere astii e disagi poi non più sopiti, in una variazione sul tema del razzismo che non colpì invece tedeschi e italiani.
Una storia tra ieri e oggi appassionante e non melensa: amore, morte, discriminazioni, razzismo, violenze, possono sembrare tematiche scontate, ma non lo sono se uno vuole trattarle in maniera efficace e senza sbavature e cose già viste. Dopo aver raccontato anni fa l’epopea del suo Cile, Isabel Allende è a suo agio anche in storie presso altre culture, un Occidente europeo e americano di cui tocca alcuni aspetti salienti, positivi e negativi, nell’incontro tra due donne che restano nel cuore, nelle pagine di un romanzo che, a dispetto del titolo, è tutto tranne che una storiella rosa e melensa, ma è una vicenda di formazione, un romanzo storico, una storia di denuncia, il ricordo di ingiustizie da non dimenticare.
In attesa ovviamente della prossima fatica di Isabel Allende, che non sembra intenzionata per ora ad andare in pensione. E che chissà dove ci porterà.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Parente alla lontana di Salvador Allende, ha lasciato il Cile dopo il golpe di Pinochet e si è traferita negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio è stato La casa degli spiriti, del 1982, grandissimo successo, e da allora si è affermata come una delle scritttrici più importanti in lingua spagnola. Tra i suoi altri libri ci sono D’amore e ombra, Il Piano infinito storia del marito statunitense, lo struggente Paula, la trilogia per ragazzi La città delle Bestie, Il Regno del Drago d’oro e La Foresta dei pigmei, il thriller Il gioco di Ripper.Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: acquisto della collaboratrice sul mercatino “Il libro ritrovato”, la mostra-mercato dei libri antichi e fuori stampa a Torino.

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