Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Leonid, Frédéric Brrémaud e Stefano Turconi (Star Comics, 2016) a cura di Elena Romanello

19 dicembre 2016
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La Star Comics presenta una graphic novel che non mancherà di piacere agli amanti dei gatti, frutto di una collaborazione franco italiana tra Frederic Brrémaud e Stefano Turconi.
Nelle colorate pagine vive l’epopea di Leonid, gatto che abita in un sobborgo residenziale in mezzo al verde, dove è libero di entrare e uscire dalla sua casa e di conoscere altri gatti, sia selvatici che domestici. Il tutto sembra perfetto, tra amicizie che nascono, scorribande, pappe e coccole, finché nella fattoria in fondo alla strada alcuni agnellini vengono massacrati da qualche belva sconosciuta. Il fattore decide di liberare i suoi feroci cani da guardia, per dare la caccia all’assassino, senza tenere conto che questi animali non fanno nessuna differenza tra i gatti e sono un pericolo per tutti.
Leonid e i suoi amici a quattro zampe, felini ma non solo, iniziano a far luce su quello che è successo, scoprendo un’inquietante verità ma anche un passato tragico che torna, di qualcuno che una volta era proprio come loro, un animale coccolato e amato.
Il filone di storie con animali protagonisti, tra l’avventuroso, il fantastico e la denuncia sociale, trova in Leonid un nuovo capitolo interessante, per una storia che comprende al suo interno sia libri che graphic novel, con nomi illustri come Il vento tra i salici, La collina dei conigli e la serie Warrior Cats. Qui gli animali non sono umanizzati come avevano fatto a suo tempo due artisti come Beatrix Potter e Walt Disney, sono animali a tutti gli effetti, con le loro caratteristiche, ma nello stesso tempo sono metaforici della vita umana e dei suoi problemi e questioni.
I temi di fondo sono due: la storia di formazione e la denuncia del dramma dell’abbandono degli animali domestici. Leonid compie un processo di cambiamento, da gatto appena adulto a essere consapevole di se stesso e delle sue azioni, scoprendo realtà nascoste, che possono aver toccato i suoi simili, abbandonati, dimenticati, buttati per strada verso un destino non certo felice.
Leonid è una bella storia per i più giovani, con disegni in tinta pastello che incantano senza rinunciare al raccontare anche situazioni reali anche se restituite in toni romanzeschi, con un incontro tra mondi e modi di vita diversi sempre ricco di interesse. Ma alla fine può piacere e appassionare a tutte le età, in particolare se si amano i gatti, personaggi versatili in tanto immaginario anche fantastico e fumettistico.

Frederic Brrémaud, classe 1973, è uno sceneggiatore francese. Estremamente prolifico e versatile, ha firmato serie di successo quali, per esempio, Love (con Federico Bertolucci), Drakka (con Lorenzo De Felici) e Chats! (con Paola Antista).

Stefano Turconi, classe 1974 è un disegnatore diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, in forza poi all’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. Ha collaborato a varie testate come Topolino, PK e W.I.T.C.H., e dal 2001 comincia a collaborare con il gruppo di autori Settemondi Studio. Continua poi la sua collaborazione in casa Disney nsieme alla sceneggiatrice Teresa Radice con cui realizza la graphic novel Il Porto Proibito, uscito per Bao nel 2015 vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2015 e del Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2016.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Blogtour – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016), ultima tappa

17 dicembre 2016

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Chiudiamo oggi questo lunghissimo blogtour dedicato a Il rituale del male (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé, che ci ha tenuto compagnia per un po’ più di quindici giorni, questa è la diciassettesima e ultima tappa. Ringraziamo i lettori che ci hanno seguito, Grangé che ha scritto il libro, (stanno traducendo proprio in questi giorni il seguito, Congo Requiem), Garzanti per averci supportato, nelle persone di Bianca e Giulia, e in ultimo ma non meno importanti i traduttori che hanno accettato di partecipare. Spero vi sia piaciuto, noi ci abbiamo messo tutto l’impegno e ci siamo anche divertiti. Nella tappa di oggi lo scrittore Stefano Di Marino ci parlerà del libro, con il suo stile inconfondibile. Buona lettura.

֎ La trama ֎

L’aria è malvagia sull’isola di Sirling, al largo della costa bretone. Un’aria salmastra, appiccicosa, in cui l’odore del mare si mescola alle immagini di un macabro rituale, al ricordo di un uomo, uno spietato serial killer dalla firma inconfondibile. L’Uomo Chiodo, però, ha smesso di colpire da più di quarant’anni. Nel 1971. A Lontano, nel cuore del Congo.
Ma i segni di quei terribili omicidi emergono ora dal limbo del tempo in una base militare di fulgida tradizione. Il corpo di un giovane cadetto, dilaniato da un’esplosione, viene ritrovato all’interno di un bunker. I rilievi del medico legale non lasciano dubbi: il corpo è stato trafitto da centinaia di chiodi arrugginiti, gli organi asportati, gli arti orrendamente mutilati. A occuparsi del caso, stranamente, non è la polizia militare, ma la prestigiosa squadra Omicidi di Parigi, guidata dal comandante Erwan Morvan. Erwan è figlio di quel Grégoire Morvan che, proprio a Lontano, aveva messo fine alla scia di sangue dell’Uomo Chiodo, quello che sulle risorse minerarie del Congo ha costruito la propria fortuna e che ora, da una posizione defilata, comanda le leve della polizia francese. E mentre le vittime si moltiplicano e gli indizi si fanno via via più evanescenti, il fantasma dell’Uomo Chiodo torna a braccare i Morvan e a scuotere dalle fondamenta il buon nome di una famiglia in apparenza inattaccabile. Ben presto l’indagine costringe Erwan sulle tracce delle più oscure gesta di suo padre in Africa, trasformandosi in una sfida che oltrepassa le leggi dello spazio e del tempo, in cui nessuno è senza colpa e nessuno conosce la verità. Una corsa sfrenata per salvare chi ama, che condurrà Erwan lontano dalla Francia, nel cuore del Congo oscuro e sanguinoso che ha tenuto a battesimo la sua stessa esistenza.

֎ L’autore ֎

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

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֎ Stefano Di Marino legge Il rituale del male ֎

Dopo il non riuscitissimo Il respiro della cenere (Kaiken), e un film di successo mai arrivato in Italia (La Marque des Anges preso da Miserere, con Depardieu) Jean-Christophe Grangè ci regala un altro romanzo di ampio respiro (più di 700 pagine) recuperando in maniera originale alcune delle sue tematiche più forti.
Lasciando i tentativi di esplorare troppo approfonditamente la psicologia femminile, come succedeva in L’istinto del sangue (La Foret des Manes),  si concentra con Il rituale del male (Lontano) su forti psicologie maschili all’interno di una famiglia. Fondamentalmente quelle di Gregoire ed Erwan Morvan, padre e figlio, entrambi poliziotti. Specchi di generazioni e ideologie differenti. Il vecchio ha la grinta di un Gabin e un passato di gauchista diventato uomo forte del potere nelle colonie e, a modo suo, ‘padrino’ di una famiglia disastrata. Incombono ricordi di sevizie familiari (sulla moglie Maggie) e un’inchiesta di quaranta anni prima che ha condotto a uno spettacolare arresto di un serial killer bianco nella comunità degli espatriati della remota città di Lontano, in una zona impervia del Congo. Malgrado una vita di avventure, soprusi, operazioni da ‘barbouze’[1], quell’indagine portata felicemente (si fa per dire…) a termine resta un evento epocale.
Forse la chiave di volta dell’intera vicenda umana di Gregoire, dei suoi difficili rapporti con i figli. Se Erwan è quello che più gli assomiglia, pur nell’antitetica visione della legge e della famiglia, altri risultano interessanti. Il bel Loic, bisessuale, drogato, disgraziato e genio della finanza. Un disperato angelo maledetto, almeno quanto la più giovane Gaelle che s’illude di poter sfondare nel mondo dello spettacolo e invece fa la prostituta di lusso nei circoli altolocati di Parigi. E poi c’è Sofia, figlia di un finanziere italiano, ex moglie di Loic e amore segreto di Erwan.
In questo complesso quadro familiare arriva come una meteora un’indagine su un incidente a una scuola militare in Normandia, luogo d’origine della famiglia Morvan. Subito s’intuisce qualcosa di malsano e anche il sospetto di un episodio di ‘nonnismo’ degenerato in tragedia impallidisce di fronte di fronte alla brutalità di un omicidio che ha qualcosa di rituale.
Di più, le circostanze rimandano direttamente ai delitti di quel serial killer, l’Homme-clou, l’uomo dei chiodi che seviziava e riduceva le sue vittime a feticci della magia nera Yombè. Si apre, come di consueto, un sipario su un universo lontano e tropicale, in cui la follia e la crudeltà si confondono con il mondo degli spiriti e della superstizione. In breve emerge un arazzo di depravazioni, di vizi e di follia mescolati con manovre economiche e brutalità criminali.
La famiglia Morvan è sotto attacco e, pur senza appianare le loro divergenze, padre e figli devono ricompattarsi e affrontare nemici senza volto.
Abilissimo come sempre a tessere un ordito complesso tra sentimenti, ricordi, verità nascoste, Grangè fonde azione e suggestioni di avventura esotica con il mistero, l’indagine poliziesca e l’interazione dei personaggi. Più volte siamo sul punto di svelare il mistero, ma sempre qualcosa sfugge, un dettaglio non torna. Così si arriva all’ultima pagina con una rivelazione che il lettore attento ha forse presagito, ma che non viene del tutto chiarito. Potrebbe esserci un seguito oppure no. Di fondo, al thriller più angoscioso si avvicina un ritratto familiare che, partendo da un canovaccio machbethiano, arriva a impensate conclusioni.
Come nel caso di tutte le opere di Grangé Lontano è un romanzo che è qualcosa di più di un thriller. Diciamolo, per quanto io sia un sostenitore dei giallisti italiani (e ci mancherebbe) qui ci sono anni luce di distanza. Purtroppo mi pare che sia per quanto riguardi il cinema che la produzione letteraria ci sia un pregiudizio condiviso da editori, spettatori e lettori verso la produzione francese. Forse ci siamo fatti un po’ trarre in inganno da Lelouche, da Romer e da una certa produzione che ha indotto alcuni a immaginare la Francia come fornace di storie romantiche e non a tutti gradite.
Guardiamoci un po’ intorno. Da Oltralpe arrivano prodotti filmati e scritti di grande qualità, originali, non è che si limitano a imitare Maigret per tutta la vita. Grangè (come il suo imitatore Thillez, ma anche Lemaitre) è un autore di classe, molto originale. Val la pena di conoscerlo.

[1] Barbouze è un termine gergale dispregiativo usato per i membri dei vari corpi dell’ OAS (lOrganisation de l’armée secrète), la cui lotta veniva condotta in modi che nè la polizia e nè l’esercto potevano usare ufficialmente. Così agivano in maniera semi-clandestina (“barba finta”). Successivamente, questo termine è stato usato per descrivere gli agenti SDECEE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage) e gli agenti segreti tutti senza distinzione, ma sempre con una connotazione peggiorativa o burlesca.

֎ Il link a tutte le tappe ֎

:: Amy Snow, Tracy Rees (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

16 dicembre 2016
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Hertfordshire, profonda provincia inglese, anno di grazia 1848: l’inverno è giunto con tutta la sua carica di freddo e gelo, mentre Amy Snow, diciassette anni appena, si allontana dalla casa signorile di Hatville Court, non più desiderata nel luogo dove ha vissuto tutta la sua vita, in cerca di una nuova strada per la sua giovane vita.
Dopo la perdita dell’unica persona che lei abbia mai amato non sembra esserci del resto altra scelta: Aurelia Vennaway, la figlia unica di Lord Charles e Lady Celestina Vennaway, donna in anticipo sui suoi tempi, colta e arguta, se ne è andata a soli venticinque anni per una fatale malattia cardiaca che l’ha minata sin dall’adolescenza. Era stata Aurelia, allora bambina intraprendente e ribelle, a trovare Amy durante un’altra giornata gelida, neonata e nuda sulla neve, e a insistere perché la piccola venisse a vivere nella sua famiglia, come sguattera prima ma poi come sua cameriera e confidente. Una cosa che ai suoi genitori, provati dalla mancanza di un erede maschio, non era mai piaciuta, così come avevano digerito male le ribellioni di Aurelia ad una vita convenzionale, comunque impedita dalla sua malattia, come l’anno che aveva passato lontana da casa qualche tempo prima di andare incontro ad una rapida fine.
Amy ha ricevuto da Aurelia un piccolo lascito, ma soprattutto la prima di una serie di lettere che la accompagneranno in giro per l’Inghilterra, tra Londra e York, alla ricerca dei molti segreti dell’amica e forse di una traccia sul suo passato. Un viaggio che la aiuterà a capire meglio se stessa ma anche Aurelia, e forse a dare una nuova svolta alla sua vita.
L’Inghilterra vittoriana continua a suscitare un grande fascino in lettori e autori: Amy Snow, romanzo d’esordio di Tracy Rees, si rifà ai classici di Charles Dickens, Charlotte Bronte e Elizabeth Gaskell costruendo un intreccio di ricerca e di agnizione senza snaturare epoca e personaggi, ma nello stesso tempo creando due personaggi femminili interessanti, Amy da una parte e Aurelia dall’altra, assente e presente nei ricordi di chi l’ha conosciuta, amiche per la pelle in un mondo in cui le differenze di classe erano alla base dell’ordine sociale.
Un libro interessante per chi ama il mondo inglese dell’Ottocento, una ricerca di se stesse e del proprio posto nel mondo, condotta omaggiando la narrativa dell’epoca ma nello stesso tempo attuale e intrigante.

Tracy Rees è originaria del Galles. Si è laureata a Cambridge ed è autrice di diversi saggi. Amy Snow è il suo romanzo d’esordio, con cui ha partecipato al premio indetto dal Richard & Judy Bookclub e che è diventato un caso editoriale, segnalato anche dalla prestigiosa Historical Novel Society.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La ragazza perfetta, Gilly Macmillan, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2016
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Fin dall’infanzia, Zoe Maisey ha rivelato un grande talento per la musica, incoraggiata dalla madre che ha visto in lei un riscatto per una vita non felice, insieme ad un suo secondo matrimonio con un uomo ricco e alla nascita di una nuova bambina. Ma una notte causa un incidente d’auto in cui perdono la vita tre suoi coetanei e deve scontare una pena detentiva.
Il discorso sembra chiuso e Zoe Maisey è pronta ad affrontare un nuovo concerto con il fratellastro Lucas, a cui è legata e che oltre alla musica ha anche velleità di sceneggiatore cinematografico. Ma qualcuno scopre la sua esibizione e non manca di rovinarle la festa e quella stessa notte sua madre muore in condizioni misteriose.
Il tema del disagio adolescenziale non è nuovo, ma l’autrice lo tratta in maniera non banale, parlando anche di un tabù come un periodo in carcere per un incidente non voluto ma accaduto (nei Paesi anglosassoni se si guida in stato di ebrezza e si provoca un incidente mortale si va in galera, anche se si è giovani), ma anche di bullismo, droga e violenze familiari, oltre che di dipendenza affettiva.
Il romanzo procede su più piani, tra il racconto delle verità dei vari personaggi fino alla rivelazione finale: il personaggio di Zoe è interessante e ben tratteggiato, una ragazza caduta all’inferno ma capace di risollevarsi e di voler essere diversa da una madre che si rivelerà l’anello debole della catena. Risulta però essere più interessante Lucas, membro di quella nuova famiglia in cui Zoe si è trovata inserita, e dove dovrebbe trovare la sua nuova strada. Lucas condivide interessi e passioni artistiche con la sorellastra, ma nelle storie che scrive, come quella della morte di sua madre Julia per un male incurabile, forse sa dire la verità su una situazione d’inferno nascosta dietro ad una casa elegante.
La ragazza perfetta racconta quindi tante storie con tante voci, in una ricerca della verità e della giustizia, parlando anche di seconde possibilità e anche di ruolo della donna nella società, tra aspettative eccessive di madri che non sono riuscite a realizzarsi come volevano e dipendenza amorosa che come insegna la cronaca nera per troppe donne risulta essere fatale.
La vita è comunque fatta di chiaroscuri e tante verità, in cerca di una soluzione per la vita di una ragazza che doveva essere perfetta e che invece è solo umana, vittima di situazioni ma forse capace anche di cambiare e andare avanti.

Gilly Macmillan è cresciuta nel nord della California, poi è venuta in Gran Bretagna, dove ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al Burlington Magazine e alla Hayward Gallery, poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Vive a Bristol con il marito e i tre figli e ha debuttato con un altro thriller di successo, 9 giorni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: La notte dimenticata dagli angeli, Natsuo Kirino, (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

14 dicembre 2016
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L’investigatrice privata Murano Miro viene contattata dall’editrice e giornalista femminista Watanabe Fusae, per un incarico che a prima vista potrebbe sembrare poco più che semplice routine: trovare Isshiki Rina, una ragazza giunta a Tokyo qualche tempo prima, finita nel giro dei porno amatoriali e degli snuff movies, sparita e forse morta suicida.
Miro inizia a indagare, più che altro perché al momento non ha molto altro da fare, aiutata anche dal suo nuovo vicino Akihiko Tomobe, un quarantenne che gestisce un bar per gay nel quartiere di Shinjuku. Presto il suo lavoro prenderà una piega pericolosa, Miro inizierà a essere vittima di telefonate e gesti intimidatori, mentre man mano scoprirà il mondo degli appassionati di film porno a basso costo e delle case di produzione che li realizzano, dove spesso le ragazze rimangono vittime di veri e propri stupri, come avviene in uno dei film interpretati da Rina, la giovane scomparsa, mentre in un altro sembra che commetta un suicidio in diretta.
Miro indaga nelle vie di Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo, quasi tutto in mano alla yakuza, suscitando i fastidi tra l’altro della Create Pictures, la casa produttrice dei film in questione, dove spicca il regista Yashiro Sen, personaggio decisamente ambiguo ma purtroppo non privo di fascino. Ma forse la vera strada per capire cosa è successo a Rina, che usa da anni un nome falso invece che quello vero, Yukie, non è all’interno di quel mondo spietato, violento e scabroso, ma in altri luoghi, dove la ragazza è vissuta da bambina, e nel mistero legato alla sua nascita e alla madre assente e emigrata poi negli States senza lasciare recapiti. Quando Watanabe Fusae muore all’apparenza suicida da un grattacielo Murano Miro capisce che la situazione si sta complicando sempre di più, e che la verità può essere vicina ma anche molto pericolosa, oltre a coinvolgere persone insospettabili.
Natsuno Kirino racconta di nuovo una storia di donne giapponesi di oggi, tra tradizioni, modernità, trasgressione, regole, discese agli inferi, mettendo in scena le molte contraddizioni di una società interessante ma molto contraddittoria soprattutto per quello che riguarda l’altra metà del cielo. Una storia di donne, ma anche un viaggio nell’animo umano e una ricerca della verità dietro ai comportamenti autolesionisti di una giovane, comune a molte sue coetanee e coetanei in particolare nel Paese del Sol levante, oltre che un thriller disseminato di piste e agnizioni.
Murano Miro si dimostra una nuova figura di investigatrice alla ricerca della verità, mostrando come le tematiche alla base del thriller di qualità, la voglia di giustizia, l’esame sociale, la critica di un mondo, siano valide sotto qualsiasi latitudine, come in questa Tokyo cupa e piovosa.

Natsuo Kirino è nata nel 1951 a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale. Nel 1993 si è aggiudicata il premio Edogawa Ranpo con il romanzo Pioggia sul viso. Con Le quattro casalinghe di Tokyo ha raggiunto una notorietà internazionale e ha vinto il prestigioso premio dell’Associazione giapponese degli autori di romanzi polizieschi. Le sue altre opere sono Real world, Grotesque, Morbide guance. Il suo sito ufficiale è http://www.kirino-natsuo.com/

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: L’incanto del tempo, Niccolò Gennari (Nulla Die, 2016) a cura di Micol Borzatta

14 dicembre 2016
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Siamo alla vigilia del ritorno della Lunga Notte. L’incanto che sta rinchiudendo il temibile Incantatore è agli sgoccioli e i quattro vecchi maghi elementali, guardiani delle quattro bacchette più potenti derivanti dal grande Albero della Luce, decidono che non rinnoveranno gli incanti e scelgono quattro maghi che dovranno andare a recuperare le quattro bacchette dal loro nascondiglio.
Per la bacchetta del vento viene scelta Xinti, che in una delle sue vite precedenti aveva già avuto dei legami con questa bacchetta.
Vite precedenti perché i maghi sono immortali, ma ogni tot anni, a loro scelta, cambiano involucro mettendo al mondo dei figli e passando al primogenito la reminescenza che man mano cresce e gli permette di rievocare tutti i ricordi delle vite passate.
Per la missione Xinti viene accompagnata da un orco, un folletto e tre umani, di cui uno è Joona, un teatrante da strada che Xinti incontrò mentre si recava a Monte Corvo, dove era stata chiamata dai grandi maghi e tra cui si era instaurato un legame.
L’inizio della missione è molto travagliato, sembra quasi dover fallire, ma la tenacia di Xinti e Joona permettono al gruppo di andare sempre avanti.
Primo romanzo di una saga sa come far innamorare il lettore per poi lasciarlo a bocca aperta con un cliffhanger finale che toglie il fiato e lascia tutti in sospeso.
La struttura del romanzo è molto ben fatta che sa unire i classici del fantasy senza cadere nei cliché. Infatti durante la lettura il lettore può trovare alcuni passaggi che possono ricordargli Il signore degli anelli, oppure Harry Potter e qualcosa anche di Deltora e della saga di Shannara, però sono solo vaghi ricordi perché effettivamente non ci sono citazioni dirette e copiature. Il tutto è narrato in maniera del tutto innovativa e travolgente.
Le descrizioni sono fatte minuziosamente, tant’è che il lettore si ritrova davvero a viaggiare per le lande gelate in direzione di Monte Corvo, oppure dentro a Bosco Rosso, a combattere con il serpente dell’incanto dell’acqua, creando in questo modo un legame empatico tra lettore e protagonisti fortissimo, che sarà poi il motivo per cui alla fine del romanzo il lettore si ritroverà sperduto, come se qualcuno gli avesse strappato qualcosa dal petto, lasciandolo in fibrillazione e in ansia ad attendere il seguito per poter ritrovare tutti i personaggi, oramai diventati degli amici, e scoprire il proseguo delle loro avventure.
Un romanzo avvincente, struggente, conturbante che non può passare inosservato.

Niccolò Gennari nasce a Pesaro nel 1978.
Dopo essersi laureato in Astronomia a Bologna frequenta un Master in Matematica applicata e uno in Astronautica e scienze da satellite.
Finiti gli studi si trasferisce a Bibione e fonda l’azienda fantasy con vari punti vendita La fata & il Drago.

Source: inviato al recensore dall’autore.

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:: Jamaica Inn, Daphne du Maurier (BEAT, 2016) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2016
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Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbeo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia. Sarebbe stato buio prima delle quattro.

Sebbene universalmente conosciuta per Rebecca, la prima moglie, Mia cugina Rachele, La casa sull’Estuario, (fu autrice in realtà di più di una trentina di libri nella sua lunga e fortunata carriera), Daphne du Maurier scrisse anche, nel suo periodo giovanile, un romanzo forse minore, ma di sicuro interesse, intitolato La taverna della Giamaica, che la Beat ripubblica con il titolo originale Jamaica Inn, nella nuova traduzione di Marina Vaggi. E’ un libro del 1936, Daphne aveva quasi 30 anni, e si rifaceva significativamente al romanzo gotico inglese fatto di brughiere, mari in tempesta, nebbie e, sua variante, contrabbandieri. Ebbi modo di leggerlo da ragazzina, nell’edizione del 1963 di Mondadori, tradotta molto poeticamente da Alessandra Scalero, e me ne innamorai. Per cui ho colto l’occasione di poterlo rileggere in questa nuova edizione, sicuramente più moderna e aggiornata, e devo dire, passano gli anni, ma il libro è così bello che non perde il suo smalto. La storia è ambientata nella Cornovaglia ventosa e umida di inizio Ottocento, e narra le vicissitudini di Mary Yellan, giovane orfana che dopo la morte della madre si trova a dover cercare rifugio dalla zia Patience, che vive in un remoto angolo della Cornovaglia tra picchi e scogliere. Un luogo freddo e inospitale, un amore tormentato, un pericolo incombente, insomma c’è tutto per attirare il lettore nelle strette maglie di un libro in cui la suspense e l’inaspettato la fanno da padrone. Non a caso piacque a Hitchcock, il maestro del brivido, che ne fece una trasposizione nel 39 (forse infelice) ma che rafforzò il suo amore e il senso di affinità per questa scrittrice di cui portò sullo schermo Rebecca, la prima moglie e successivamente, molti anni dopo, gli Uccelli, usando come canovaccio un suo racconto. Forse a un pubblico smaliziato dei giorni nostri molte soluzioni possono apparire prevedibili e scontate, ma la bellezza di questo libro credo risieda nell’ atmosfera che sa creare, e nella costruzione di un bellissimo personaggio femminile come quello di Mary Yellan, giovane donna affatto sottomessa o debole, o indifesa. Un personaggio protofemminista se vogliamo, che cresce durante la storia, e perde un po’ di durezza, acquistando una più morbida femminilità e una maggiore comprensione umana su cosa sia il bene o il male. Un personaggio che regge sullo stesso piano il confronto con l’ambiguo e violento zio Joss Merlyn, e il giovane Jem, di cui si innamora. Romanzo di formazione, d’amore, d’avventura e di suspense, tutto ambientato in uno scenario selvaggio e maestoso, lugubre e denso di fascino. Io quasi sempre di un autore amo le opere minori, quelle sconosciute, o poco apprezzate, capaci di racchiudere piccoli tesori, magari con anni di distanza. Per cui non mi risulta difficile dare a questo libro la giusta collocazione che si merita, tra i libri che maggiormente hanno inciso nella mia crescita di lettore e essere umano. Sempre ci sarà un posto per questo libro, il cui fascino permane inalterato dopo tanti anni dalla prima lettura. Forse i miei 15 anni non ritorneranno più, ma questo romanzo me li ricorda molto vividamente.

Daphne du Maurier (Londra, 1907 – Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele (1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa BEAT.

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:: Fiabe Islandesi, a cura di Silvia Cosimini (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

13 dicembre 2016
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Fiabe Islandesi è il nuovo libro edito da Iperborea nel quale sono raccolte alcune della fiabe e delle storie popolari della terra d’Islanda, a dimostrazione del fatto che il “C’era una volta…” è, da un lato, un tratto comune delle culture a livello mondiale e, dall’altro, un bisogno delle persone di raccontarsi storie da condividere. Tante sono le fiabe scelte da Silvia Cosimini per la raccolta Fiabe Islandesi e, leggendole, si ha la possibilità di scoprire usi e costumi per certi aspetti simili, e per altri diversi, dai nostri. Certo è che queste fiabe islandesi una volta lette e poi rilette lasciano attorno alla lontana terra d’Islanda un alone di piacevole mistero e curiosità, che spinge il lettore a voler conoscere meglio quella terra nordica da noi così lontana. Accanto a principesse, a principi, a sovrani coronati, chi legge si imbatterà in creature fantastiche come animali parlanti, troll, orchesse ed elfi che si aggirano in paesaggi boschivi. Da subito si conosce il Popolo nascosto, ossia gli elfi, diventati tali quando Eva, per vergogna, non mostrò a Dio i suoi figli non ancora lavati. Dio, che vede tutto, si accorse di questi piccoli e decise che ciò che rimaneva nascosto ai suoi occhi doveva essere tale anche per gli esseri umani. Ogni fiaba è ricca di suspense, di azione, di rituali magici e incantesimi da sbrogliare, ma quello che affascina di queste storie orali, ora scritte, è il fatto che, nonostante siano nate molto tempo fa, esse contengono temi ed insegnamenti ancora attuali. Ad esempio nella Fiaba del re Oddur si affronta il tema delicato del cambiamento di sesso (transgender), nel senso che il re ogni notte lascia il mondo dove è costretto a vivere come uomo, per raggiungere quello vero di appartenenza e assumere la sua vera identità femminile di regina. Se nella nostra tradizione fiabesca siamo abituati al fatto che siano forti giovanotti a salvare le principesse in pericolo, nelle fiabe islandesi, invece, molto spesso ci sono povere contadine che dimostrano grande coraggio sfidando creature mostruose e misteriose per riportare a casa, sano e salvo, il principe imprigionato. Una vera e propria inversione di ruoli dei canoni tradizionali delle fiabe e segno evidente di figure femminili coraggiose, giovani e intraprendenti. Interessante anche la presenza di animali che accompagnano i personaggi principali, creature che una volta giunta la fine tendono a riassumere la loro vera natura di esseri umani. Il ritrovare la propria identità è sì la fine di un incantesimo maligno, ma allo stesso tempo permette a chi ne è vittima di liberarsi da una sorta di prigione e di trovare il proprio posto nel mondo. Da ricordare è che questo volume raccoglie solo una parte delle fiabe dell’Islanda, quella isola che per anni fu sotto il dominio della Danimarca e che vide messe in forma scritta e stampata i propri racconti folclorici solo nel XIX secolo. Una delle caratteristiche presenti in queste storie è il fatto che il confine tra realtà vera e soprannaturale è spesso molto labile, ma è proprio tale aspetto che rende le fiabe islandesi appassionanti per il lettore bambino e adulto.Le vicende raccolte in questo volume hanno tutte un lieto fine nel quale, dopo lotte contro creature mostruose con tre teste e orchesse inquiete, il male è sconfitto per lasciare spazio al trionfo del bene e dell’amore. Ogni vicenda narrata ha in sé elementi fantastici, ma allo stesso tempo le Fiabe Islandesi mettono in gioco valori e insegnamenti dal carattere universale (l’amicizia, l’amore per il prossimo, il rispetto per il diverso, la carità e l’aiuto verso il debole in difficoltà, l’umiltà, il rispetto delle leggi comuni) che dovrebbero essere ricordati e adottati oggi come ieri, ovunque. Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Silvia Cosimini (Montecatini Terme, 9 giugno 1966) è una traduttrice, critico letterario e insegnante italiana. Laureata in Lingue e letteratura inglese all’Università di Firenze (1992), con studi in Irlanda (Cork, Dublino) e in Galles, ha poi preso una seconda laurea, in Lingua e cultura islandese, all’Università d’Islanda (1996). Ha tradotto numerose opere di autori islandesi, classici o emergenti, dall’islandese o, più raramente, dall’inglese. Nel 2011 le è stato conferito il Premio nazionale per la Traduzione.

Nota: Per chi volesse approfondire le fiabe dei paesi nordici Iperborea ha in catalogo anche le Fiabe Danesi e le Fiabe Lapponi, comprese nella serie di volumi sulle fiabe nordiche curati da Bruno Berni.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le Piege de la Belle au bois dormant, Mary Higgins Clark, Alafair Burke (Éditions Albin Michel, 2016)

12 dicembre 2016

maryPiccola premessa: il libro di cui parlo oggi non l’ho letto in lingua originale, ma in francese. Lo so disattende un po’ il titolo della rubrica, ma ho fatto questa piccola deroga per una migliore catalogazione, e perché non penso di aprire una rubrica di libri tradotti dall’originale in altre lingue (che non sia l’ italiano). Insomma questo sarà forse l’ unico caso. Il libro, scritto originariamente in inglese americano, si intitola The Sleeping Beauty Killer, edito da Simon & Schuster quest’anno, e scritto a quattro mani da Mary Higgins Clark e Alafair Burke, scrittrice quest’ultima che non ostante l’ingombrante cognome paterno merita attenzione per originalità, e come si dice da noi impegno e palle ferme. Non sono al corrente se ci siano propositi di traduzione in italiano, o per lo meno non so i tempi, è molto probabile che fra qualche anno uscirà per Sperling & Kupfer editore storico della Higgins Clark. Io l’ho letto nella versione francese edita da Albin Michel e tradotta da Anne Damour. Ho fatto molta meno difficoltà che a leggere Grangé,  in pratica il testo è molto più semplice, e se volete cimentarvi sono certa che non avreste difficoltà. Il titolo francese è Le Piege de la Belle au bois dormant, qualcosa come La trappola della Bella addormentata nel bosco. Non è la prima volta che Mary Higgins Clark e Alafair Burke si cimentano in un’ opera a quattro mani. Hanno già pubblicato, sempre tradotti in francese, L’affaire Cendrillon e La mariéé était en blanc, titolo che fa il verso a un capolavoro di Cornell Woolrich (titoli originali, The Cinderella Murder, in Italia è uscito Così immobile tra le mie braccia per Sperling & Kupfer, sempre quest’anno, e All Dressed in White). Tornano dunque Mary Higgins Clark alla bella età di quasi novant’anni, per la terza volta insieme con una nuova inchiesta di Laurie Moran, giornalista investigativa tv che si occupa di True Crime. Questa volta seguiamo la storia di una bellissima ragazza americana Casey Carter, che a una festa data dalla famiglia del suo fidanzato viene drogata. Il fidanzato, Hunter Raleigh l’accompagna nella villa di famiglia dove la ragazza continua a dormire in preda a uno psicofarmaco molto forte. Quando si sveglia trova il suo ragazzo moto sul letto, ucciso da alcuni colpi di pistola. Lei si ritrova polvere da sparo sulle mani r viene arrestata come l’assassina di Hunter. Il giovane apparteneva ad una ricca e importante famiglia newyorkese che ha rapporti persino con la Casa Bianca. Casey si protesta sempre innocente, anche se dichiarandosi colpevole avrebbe una pena più lieve. Invece viene condannata per omicidio non preterintenzionale. Quando viene rilasciata ha ormai 40 anni e la vita compromessa. Ma non si arrende. Quando un programma televisivo Suspicion la interpella per una trasmissione che ricordi tutta la sua odissea. Lei si professa ancora innocente, ma la sarà davvero? O se no chi è l’assassino che ha escogitato tutto quel diabolico piano? Un mystery di impianto classico, insomma, sulle tracce di un cold case, con in più lo sfondo dei grandi programmi televisivi americani dedicati ai crimini realmente accaduti, imitati anche da noi con programmi come Quarto Grado. In America hanno un taglio più investigativo e non è raro che aiutino davvero a scoprire il colpevole di crimini irrisolti, o che per cui era stato incastrato un innocente. Buona lettura.

Mary Higgins Clark, battezzata dal Corriere della Sera  “la regina del thriller psicologico” è l’acclamata autrice di numerosi bestseller internazionali che hanno venduto più di 300 milioni di copie.

Alafair Burke, figlia di un mostro sacro della letteratura americana, James Lee Burke, è una giallista americana, insegnante di diritto e giornalista di giudiziaria. È autrice di due serie crime e i suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue. Attualmente vive a New York ed è Professore di diritto penale alla facoltà di legge della Hofstra University. È autrice del libro La ragazza nel parco recentemente pubblicato da Piemme.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ophélie dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: Soltanto una vita, Laura Lombardo Radice, Chiara Ingrao, (Baldini&Castoldi, 2016), a cura di Daniela Distefano

9 dicembre 2016
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Chiara Ingrao racconta la lunga esperienza di vita della madre, una donna sommessamente speciale, una combattente che non ha mai sbrindellato il concetto di Pace.
Ecco cosa diceva di sé:

Io sono una Lombardo Radice, figlia di Giuseppe Lombardo Radice e sorella di Lucio. La nostra famiglia negli anni del regime fascista era di livello finanziario modesto, di vita monacale. Mia madre, Gemma Harasim, era una fiumana e un’irredenta socialista.. Così noi fratelli non siamo mai stati iscritti al fascio: mai balilla, mai avanguardisti, mai piccole italiane..

Essere antifascisti oggi vuol significare stare dalla parte del Vero, della Forza, della Ragione. Non era così ai tempi della giovinezza di Laura Lombardo Radice. Rigettare il Regime voleva dire cacciarsi nei guai, mettere in conto di essere perseguitati, sputare in silenzio la saliva della sottomissione.
Laura era giovane, istruita, attenta ai risvolti del destino che la vedeva lottare da una parte che si preannunciava vincente ma non lo era ancora.

Mia madre mi diceva:<< Il fascismo è andato avanti perché la gente ha avuto paura del comunismo>>. E allora bisognava fare una ricerca marxista. Si comincia da Marx.

Un impegno preciso: stare al fianco dei deboli, amare il proprio mestiere, accudire l’amore per Pietro Ingrao che fu il compagno della sua esistenza, il padre dei suoi figli, la metà della mela che combaciava perfettamente con la sua.
Laura fa parte di quell’universo di donne che hanno scoperto di essere pianeti non alienati. Non c’era solo il mondo maschile con le sue alleanze, le prevaricazioni, la prepotenza dell’essere privilegiato. La guerra è stata fatta anche da donne come Laura, come lei in prima linea nell’azione umile dell’obbedienza a principi che venivano sottoposti al macero.
Si lottava per una liberazione totale, anche per e della donna.

Quando Togliatti, dopo la liberazione di Roma, riunì per la prima volta le compagne, nel teatrino del ministero delle Finanze, aveva davanti un pubblico con tutti i difetti antichi delle donne: emotività che rasentava l’isterismo, bisogno di farsi sentire, di farsi apprezzare.. Ma aveva davanti un pubblico di non subalterne, un pubblico di donne sindacaliste, organizzatrici, propagandiste; donne italiane del 1945 che facevano comizi.

C’era voglia di gettare via la maschera della schiava che per secoli ha offuscato il vero volto celato in ogni donna del nostro mondo.

Scriveva Laura nel 1944:

La metà della popolazione non può essere lasciata nelle stesse condizioni in cui il fascismo aveva voluto ridurre l’intera popolazione: senza diritti e con tutti i doveri.

Oggi – complice il tempo di declino che respiriamo – abbiamo compiuto passi da gambero sulla strada dell’emancipazione femminile. Mancano donne che, come Laura Lombardo Radice, mettano la propria vita al servizio di un ideale di sorellanza. Siamo ridiventate monadi solitarie.
Il Potere è maschio, l’intelligenza della donna un contorno ornamentale.
Non è l’uomo che ha vinto, è la donna che non è riuscita a porgere la fiaccola alla staffetta del 2000. Corriamo troppo e rimaniamo ferme ai posti di partenza. “Soltanto una vita” (Baldini&Castoldi) è una raccolta di riflessioni sotto le quali si nasconde la biografia di una donna miracolata. Il suo pensiero è giunto a noi per vie traverse, per cunicoli di lettere, articoli, appunti, scritti che compongono il puzzle di una vita piena di gioie e lotte, sottofondo di un’epoca che si ripropone alle porte della nostra memoria come monito e mai rassegnazione.

Laura Lombardo Radice, figlia di pedagogisti innovativi, ha maturato molto presto una coscienza antifascista e negli anni ‘40 ebbe un ruolo di primo piano nella Resistenza. Nel movimento di cospirazione incontra Pietro Ingrao, suo compagno di vita. Nel dopoguerra, Laura e Pietro si impegnano nella vita politica del PCI: lui ne diventa dirigente, lei sceglie l’attività politica << di base>>. Professoressa appassionata, negli anni ’60 e ’70 Laura si impegna sui temi della scuola e della cultura, partecipa al movimento del ’68.
Negli anni ’80 è insegnante volontaria nel carcere romano di Rebibbia. Muore nel 2003, lascia cinque figli, nove nipoti e una lunga schiera di pronipoti.

Chiara Ingrao è nata nel 1949, è sposata e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti. Scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, ha lavorato come interprete, sindacalista, programmista radio, parlamentare, consulente del Ministro per le pari opportunità.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: Il giorno del giuramento di Steve Berry (Nord, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 dicembre 2016
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Steve Berry, come diversi altri autori americani, può vantare il fatto di avere libri pubblicati in tutto il mondo considerati bestseller internazionali. The 14th colony edito in Italia da Nord nella versione tradotta da Alessandro Storti non sarà da meno.
Ne Il giorno del giuramento si trova tutto quello a cui già Ian Fleming ha abituato i lettori, amanti del genere e non, con i libri che narrano le strabilianti avventure e prodezze dell’agente dell’MI6 James Bond.
Spionaggio, avventura, amori, paesaggi e lande sperdute, pericoli intrighi e cospirazioni ordite contro la ‘democrazia occidentale’ svelate e sconfitte sempre sul filo di lana.
La guerra fredda ha caratterizzato tutta la geopolitica della seconda metà del secolo scorso e il braccio di ferro tra gli Stati Uniti d’America e l’allora Unione Sovietica è sempre stato visto e vissuto come l’ago di una immaginaria bilancia che soppesava l’imminente scoppio o meno del terzo conflitto mondiale, di una guerra nucleare, di una temibile e terribile distruzione del ‘mondo occidentale’.
Berry ne Il giorno del giuramento immagina che non sia mai stata del tutto superata e che in un paese sperduto della Siberia il fuoco del conflitto sia perennemente alimentato al pari dell’odio contro il nemico temuto, ovvero gli americani.
Una vicenda che trova le sue origini nell’incontro avvenuto tra l’allora presidente Ronald Reagan e papa Giovanni Paolo II. Un’udienza troppo privata che viola i protocolli di sicurezza ma che garantisce agli astanti la massima riservatezza. Nessuno deve venire a conoscenza del loro segreto… della volontà condivisa di sconfiggere il nemico comune: il comunismo russo. Considerato il male più temibile del 1900 al pari del terrorismo islamico nel nuovo millennio.
Cotton Malone, l’ex agente operativo del dipartimento di Giustizia americano che si è trasferito a Copenaghen per gestire una libreria antiquaria, è richiamato in servizio, spedito nella taiga siberiana e costretto a rischiare di nuovo la vita per salvare il suo paese e fare in modo che tutto fili liscio come l’olio, soprattutto in uno dei giorni considerati tra i più importanti per gli Stati Uniti, il giorno del giuramento appunto.
Agli incombenti eventi di importanza mondiale Steve Berry affianca i più o meno gravi problemi della quotidianità raccontando, tra l’altro, dell’ansia di Stephane Nelle costretta alle dimissioni, in seguito alla decisione di sciogliere la Sezione Magellano, e quindi all’abbandono dell’unico agente ancora attivo, Malone.
Il ritmo del libro di Berry è incalzante, le vicende si rincorrono e si accavallano, il countdown prosegue impietoso ma, ovviamente, alla fine tutto si risolve per il meglio e Cotton Malone riesce a fare in modo che il giorno del giuramento sia memorabile per il presidente e il suo vice, entrambi minacciati di morte, e per tutti gli americani.

Steve Berry: Da oltre venti anni svolge la professione di avvocato nella Camden County. Grande appassionato di Storia e di narrativa a partire dagli anni ’90 ha dedicato sempre più del suo tempo alla scrittura di romanzi e racconti. Dopo che i diritti di Terzo segreto e Profezia del Romanov sono stati venduti in tutto il mondo, Berry si è confermato un autore di bestseller internazionale grazie al successo dei romanzi che vedono come protagonista l’agente Cotton Malone.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Nord.

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:: Mickey – Uomini e topo, Tito Faraci (Add editore, collana Incendi- narrazioni combustibili, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

6 dicembre 2016
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La collana Incendi di Add editore racconta la passione di artisti di ogni tipo, sperando che quel fuoco vivo che ha incendiato la vita di scrittori, pittori, sportivi e musicisti spinga “il lettore a fare propria quella passione, o a cercarne altre, ancora più deflagranti.” Tra queste  “narrazioni combustibili” c’è quella di Tito Faraci: “MICKEY, uomini e topo”.

Questo libro è come una chiacchierata in un bar. Come se fossimo seduti al bancone e io vi parlassi di Topolino, spiegandovi perché è così importante per me. Spiegandolo anche a me stesso (…) Quindi ora mettetevi comodi e ordinate un’aranciata (nei bar di Topolinia si beve quella). E ascoltate una storia, fatta di tante storie. Compresa la mia. (pag. 7)

Il libro di Tito Faraci inizia in modo calviniano, catturando immediatamente l’attenzione del lettore e catapultandolo inevitabilmente a Topolinia, senza quasi nemmeno aver iniziato a parlare del suo abitante più famoso.
Generazioni sono cresciute con Topolino, il settimanale che Tito distingue bene dal personaggio attraverso l’uso del corsivo, e in moltissimi hanno imparato a leggere proprio associando le immagini ai testi dei baloon. Eppure quasi tutti preferiscono Paperino e Paperopoli alle avventure del topo con le orecchie tonde che, infatti, viene solitamente considerato antipatico e troppo perfettino, come se Topolino se la tirasse e fosse sempre pronto a fare il primo della classe. Leggendo questo libro capirete quanto tutto questo non sia vero: Faraci cade consciamente nella trappola della sfida tra papero e topo, risolvendo l’agone a favore di quest’ultimo e con argomentazioni che vi sorprenderanno, soprattutto se siete tra quelli che, dopo aver fatto acquisti in edicola il mercoledì, saltano le storie ambientate a Topolinia.
Tito Faraci ci racconta un altro Topolino, quello vero, che da giovane era folle e scavezzacollo nei cartoni animati (come si vede in “Streamboat Willie” e “Plane Crazy”) ma che poi è cambiato, è diventato responsabile e ha fatto le giuste amicizie. Secondo Tito, è semplicemente cresciuto.

“L’irresponsabilità si è trasformata in autentico coraggio. La follia in capacità di accettare e affrontare ciò che sembra impossibile. L’anarchia in indipendenza e autonomia di pensiero. Imparando a uscire dai propri guai, Topolino ha imparato a togliere gli altri dai loro.” (pag. 74-75)

Topolino è gentile dentro e ha tanti amici. Faraci parla anche di loro: Pippo, Pluto, Basettoni, Manetta, Zapotec e Marlin; attraverso la penna di Faraci persino Gambadilegno diventa un nemico-amico e sono interessantissime le pagine che in “Mickey, uomini e topo” sono dedicata al buon vecchio Gamba.
L’autore, inoltre, difende il mondo del fumetto da chi vuole declassarlo e descrive il suo lavoro di sceneggiatore: gli orari, cosa pensa la gente di lui, come si scrive un soggetto, la realtà da cui si prende spunto, quali sono gli argomenti e le parole tabù in Topolino. Faraci ci parla della redazione, che è come una famiglia, e dei colleghi che stima (per citarne alcuni Cavazzano, Ziche, Artibani, Enna e Casty, secondo il fandom un nemico-amico); ci informa sui grandi nomi che hanno scritto e disegnato Topolino (Gottfredson e Scarpa per esempio) ma anche sulla sua ricerca di autori nuovi a disposizione dei quali mette tutta la sua esperienza. Insomma, come promesso nel titolo, vengono raccontati uomini e topo.
Protagonista di questo libro, però, è il rapporto privilegiato tra Tito e Topolino, al quale Faraci vuole davvero bene e ha dedicato tutta la sua vita. Anche quando durante la sua carriera si è allontanato dalla redazione, è stato per poi ottenere una visione d’insieme e capire che senza Topolino non poteva proprio stare. Topolino è suo amico anche se non si sono mai incontrati e Tito ci confessa che sta ancora sperando di ricevere una sua telefonata.

Tito Faraci (nome d’arte di Luca Faraci) nasce a Gallarate il 23 maggio 1965. Fumettista e scrittore, emerge a metà degli anni novanta. È autore di storie per Topolino, PKNA, Dylan Dog, Martin Mystère, Tex, Zagor, Diabolik, Lupo Alberto e tra i primi scrittori italiani ad essersi confrontato con personaggi della Marvel Comics, come Uomo Ragno, Devil e Capitan America. Recentemente ha pubblicato “La vita in generale” (Feltrinelli 2015) ed è autore, insieme allo youtuber Sio, di “Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri” (Feltrinelli, 2016)

Source: ebook inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Enea di Add editore.

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