Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il maestro delle ombre, Donato Carrisi, (Longanesi, 2016) a cura di Federica Belleri

4 gennaio 2017
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Piove senza sosta su Roma e il Tevere fa paura. Viene programmato un black out. La città non è mai stata al buio, lo intimava anche Leone X nella sua bolla papale. Perché questo ritorno alle origini, all’uomo privato di ogni comodità? Ventiquattro ore anomale, che spaventano. Perché l’ignoto può arrivare da ogni dove. La luce è sicura, consente di orientarsi e di prevedere il pericolo. Il buio no. Il buio nasconde, inganna, illude. Modifica dimensioni e sensazioni. Un pugno di ore per distruggere la capitale della storia e della cultura. Un pugno di ore per morire annegati o vittime di un’aggressione. Come se fosse “the day after”, come una moderna apocalisse, fra macerie, fuoco e atti vandalici. Nel buio ci sono ombre che si muovono, silenziose. Ombre pericolose e calcolatrici, portatrici di morte. Marcus deve trovarne una in particolare. Fa parte dell’Ordine dei Penitenzieri del Tribunale delle Anime. È nudo, ammanettato, in una stanza circolare che sembra ricavata nel tufo. Non ricorda come e perché si trova lì. Ha memoria solo del suo nome. La sua missione comincia proprio da quel luogo di prigionia, o forse no? Passa attraverso orribili omicidi e il mistero di un bambino scomparso nove anni prima. È costellata di segni premonitori e simboli strani, da riordinare e legare nella giusta sequenza. Tutto deve essere interpretato, in nome della verità. Il romanzo è animato da personaggi che sono antagonisti di se stessi. Nel peccato ad esempio, e nel desiderio di essere perdonati per poi peccare di nuovo. Nella solitudine, dove rifugiarsi per dare libero sfogo alle pulsioni del corpo. Nel lusso, lasciando da parte la missione apostolica. Nelle bugie, per coprire il male, nella dimensione più inaspettata. Anima e carne. Buoni e cattivi. Luce e buio. Come cambia la prospettiva delle cose dal giorno alla notte? Come si riduce l’essere umano quando non può essere identificato e può dare vita a una guerra personale? Quanto si lascia influenzare dagli eventi e dall’illusione di conoscere veramente se stesso? Nemmeno l’amore può aiutare, quando si ha un obiettivo preciso. Forse il male nascosto nell’ombra si lava con altro male. Forse i segreti più infamanti si possono utilizzare per il proprio tornaconto … Fin dove può arrivare la cattiveria? Quali sono le conseguenze quando si viene plagiati? Forse è meglio non ricordare, come nel caso di Marcus. Oppure ricordare è un’espiazione della colpa?
Donato Carrisi mantiene alta l’attenzione e la tensione per tutto il romanzo, portandoci in una Roma surreale e claustrofobica. La trama stimola le emozioni che ovviamente strindono fra di loro. Il Maestro delle ombre domina, in silenzio. Nessuno sa chi sia. Eppure …
Bentornato Marcus. Buona lettura.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio e La ragazza nella nebbia, tutti pubblicati da Longanesi.

Source: acquisto del recensore.

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:: Gli amori di Frida Kahlo di Valeria Arnaldi – (Bizzarro/Red Star Press, 2016) a cura di Lucilla Parisi

3 gennaio 2017
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Y aunque te amo con locura ya no vuelves
Paloma negra eres la reja de un penar
Quiero ser libre vivir mi vida con quien yo quiera
Dios dame fuerza que me estoy muriendo por irla a buscar

Così recita la canzone popolare messicana Paloma Negra, interpretata tra l’altro da Chavela Vargas, cantante messicana talentuosa e appassionata, amica e amante di Frida Kahlo.
Versi di un’intensità disperata, come disperato è l’amore dell’uomo innamorato e tradito dalla sua “colomba nera.” Il cuore tradito, però, è quello della Kahlo, che Valeria Arnaldi ci racconta nelle pagine del suo libro a lei dedicato, ripercorrendone la vita attraverso i molti incontri di amicizia, amore e passione.

Frida era sedotta da bellezza e personalità, ovunque si trovassero.

La poliedrica artista messicana che ha saputo incantare con il suo fascino e la sua forza generazioni di uomini e donne, rimase prigioniera di un amore doloroso e complesso, quello per il due volte marito Diego Rivera, il pittore e muralista della Rinascita messicana (1920-1960).
Nonostante l’indole ribelle e il profondo desiderio di libertà che la contraddistinsero, Frida non riuscì mai a riscattarsi dalla sofferenza che quel legame intenso – nato quando, ormai pittrice ventenne, rivide l’artista già incontrato in passato – le procurava.
Traditore per vocazione, Diego Rivera ebbe numerose e spesso celebri amanti, relazioni mal celate e spesso scaturite nella stravagante decisione di portare la terza incomoda nella casa coniugale, nel diabolico tentativo del pittore di ottenere l’approvazione di Frida che, per compiacerlo, ne diventava amica, confidente e forse anche amante.

Rivera era affascinato da quel gioco di allacci che vedeva le sue amanti godere insieme a lui di una sorta di piacere diffuso e, come tale, moltiplicato. Era un solletico erotico e perfino una lusinga. Sapeva, infatti, che erano proprio le attenzioni che lui dedicava a quelle donne il primo motivo di interesse di Frida.

Se l’elenco delle amanti di Rivera fu degno di nota (la pittrice Irene Bohus, l’attrice messicana Maria Felix, solo per citarne alcune), quello di Frida Kahlo non fu da meno.
Le mancanze del controverso matrimonio spinsero la pittrice messicana a ricercare l’appagamento e la tenerezza tra le braccia di amanti (donne e uomini) appassionati, avvenenti e disposti ad accettare di condividere il cuore dell’amata con l’insensibile Rivera.
Nonostante, infatti, le fughe e gli strappi (significativo fu quello causato dal tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina Kahlo), il legame tra i due non si spezzò mai definitivamente, fino alla morte della pittrice, venticinque anni dopo il loro primo matrimonio celebrato il 21 agosto del 1929.
Gli amori di Frida Kahlo è un percorso interessante e raffinato tra le numerose pieghe di una relazione amorosa per nulla semplice, ma destinata a sopravvivere anche per la stima e il rispetto che – nonostante i tradimenti – Frida e Diego Rivera nutrirono per il rispettivo lavoro e lo straordinario talento che li contraddistinsero. Diego fu per Frida un modello, un maestro e sicuramente un punto di riferimento anche nei momenti di maggiore difficoltà. Erano le sue attenzioni che, in preda al dolore fisico – eredità dell’incidente che la devastò a soli diciotto anni – e alla disperazione che ne seguiva, la pittrice anelava, nonostante il suo letto e il suo cuore furono spesso scaldati da altri corpi e da altri amori.

«Se soltanto avessi vicino a me la sua carezza», scrive sul suo diario la pittrice. «La realtà della sua persona mi farebbe più felice, mi allontanerebbe dalla sensazione che mi riempie di grigio […] Ma come gli spiego il mio enorme bisogno di tenerezza! La mia solitudine di anni».

Celebri furono gli intrecci amorosi con Leon Trotsky, Josephine Baker e Georgia O’Keeffe, incontri che – in alcuni casi – si trasformarono in relazioni profonde e durature come quella con il fotografo Nickolas Murray, che la immortalò in scatti meravigliosi, o quella con l’illustratore catalano Josè Bartoli, arrivato in un momento di grande solitudine e con cui accarezzò nuovamente il pensiero di una gravidanza ancora possibile e sempre negata dal suo fisico provato dai numerosi interventi (ben trentadue) alla spina dorsale e alla gamba. Furono tuttavia relazioni destinate a esaurirsi nella distanza e nel tempo, se non soffocate sul nascere dall’ingombrante presenza di Rivera nel cuore come nella vita di Frida.
Valeria Arnaldi pone l’accento sulla donna e sull’artista eccentrica, energica e talentuosa e si sofferma sugli eventi, gli incontri e gli intrecci che resero la vita di Frida Kahlo decisamente straordinaria, complice il grande fermento culturale e politico del Messico postrivoluzionario, che attrasse nel Paese artisti da tutto il mondo, molti dei quali incrociarono la strada di Frida Kahlo.
A questi intrecci e all’arte messicana del XX secolo è dedicata la mostra in corso presso Palazzo Albergati (Bologna) sino al prossimo 26 marzo, in cui sono esposti – insieme a opere della Kahlo e di Rivera – anche lavori di David Alfaro Siqueiros e di Marìa Izquierdo, la prima pittrice messicana a esporre negli Stati Uniti.
Della stessa autrice Valeria Arnaldi, consiglio la lettura di Tina Modotti hermana, dedicato – per chi ancora non la conoscesse – alla fotografa, attivista e attrice di origine italiana, vissuta in Messico e amica di Frida Kahlo.

Valeria Arnaldi, giornalista professionista, critica d’arte e scrittrice. Scrive su testate italiane e straniere. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Per l’etichetta editoriale Bizzarro! ha già pubblicato, tra gli altri, Tina Modotti hermana e Chi è Banksy? E perché ha tanto successo? 

Source: libro del recensore.

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:: Un trascurabile dettaglio, Anne-Gaëlle Balpe (Terre di mezzo, 2016) a cura di Viviana Filippini

31 dicembre 2016
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Il protagonista di Un trascurabile dettaglio libro della Balpe, edito da Terre di Mezzo, è un bimbo nato con una piccola differenza, così piccola che quasi, a dire la verità, in un primo momento non la si nota nemmeno. Poi quello che sembra un particolare marginale comincia a rendere un po’ complicata la vita del protagonista il quale, purtroppo, non riesce a fare le cose al meglio. Tutte le persone che lo circondano si accorgono di questa sua difficoltà, ma al posto di aiutarlo, cominciano a prendere le distanze da bimbo disegnato da Csil, che si ritrova senza amici e solo in compagnia di quel piccolo trascurabile dettaglio che rischia di fagocitarlo. Poi, l’incontro con uno specialista (anche lui affetto da un piccolo trascurabile dettaglio) che fornisce al nostro piccolo eroico protagonista la giusta formula magica per una nuova vita. L’albo della Balpe, illustrato da Csil, è un libro per bambini dai 5 anni in su, ma direi che è interessante anche per gli adulti, per un lettura di gruppo, per dimostrare come a volte i piccoli difetti che ognuno di noi ha, sono imperfezioni che possono crearci problemi e impedirci di vivere bene con noi stessi e con il prossimo. La soluzione, come fa il protagonista di Un trascurabile dettaglio della Balpe, è imparare a conoscere i propri difetti per controllarli, per non lasciarsi sopraffare da loro e per far capire a chi ci sta attorno che non sono così mostruosi come sembrano.

Anne-Gaëlle Balpe è nata nel 1975 e vive a Parigi. Autrice di libri per bambini e ragazzi, si divide tra la scrittura e l’insegnamento in una scuola materna.

Csil è nata nel 1977 nelle Ardenne. È illustratrice e art-director di libri per bambini.

Source: acqusito del recensore.

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:: Cicerone, Stefan Zweig, (Castelvecchi,2016), a cura di Daniela Distefano

31 dicembre 2016
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“La scelta più saggia, per un uomo intelligente ma non particolarmente coraggioso che si trovi alle prese con qualcuno più forte di lui, è di evitarlo e restarsene in disparte senza vergognarsi, in attesa di una svolta che possa sgombrargli nuovamente il campo. Marco Tullio Cicerone, il primo umanista dell’Impero romano, il maestro dell’Oratoria, il campione del diritto, per tre decenni si è dedicato alla difesa delle leggi dei padri e alla tutela della Repubblica (…) Ma ora è arrivato qualcuno più forte di lui: Giulio Cesare”.

Cosa può fare un monumento umano di tale grandezza di fronte al pericolo incombente rappresentato da un’altra statua vivente di eguale magnificenza? Il pensatore si allontana da un ambiente indegno di lui per ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ogni forma di esilio per lui è una spinta al raccoglimento personale. Cicerone ha condotto processi nel Foro, ha comandato legioni sul campo di battaglia, da console ha governato la repubblica e da proconsole alcune province, milioni di sesterzi sono passati per le sue mani liquefacendosi in debiti. Solo a una cosa non si è potuto dedicare, la più importante: l’esame della sua stessa vita.
Adesso è arrivato il momento di riappropriarsi del suo spirito. Cicerone lascia  così Roma, la metropoli caotica, e fa ritorno a Tusculum, l’odierna Frascati, nella sua casa circondata da uno dei più bei paesaggi italiani.
Nuovamente sconfitto e amareggiato, farà ritorno ai suoi libri nell’isolamento della villa Pozzuoli sul golfo di Napoli.
E’ qui che redigerà il suo testamento politico e morale, vale a dire il “De officiis”, la dottrina dei doveri che l’uomo libero e onesto ha verso se stesso e verso lo Stato. Si tratta di un capolavoro letterario in cui prevale il sentimento di humanitas : la cooperazione tra gli uomini è l’ideale più importante e alto.
In questo opuscoletto di pochissime pagine, Stefan Zweig incanala il lettore verso la comprensione di scelte fatali che – per metà frutto del destino, per metà effetto dell’arbitrio dell’ànthropos – hanno accompagnato il tragitto di un letterato eccezionale e poliedrico.
Cicerone ha abbandonato strada facendo i bagagli ingombranti delle ambizioni smodate, le bramosie del Potere, gli appetiti di gloria, ha abbracciato la morte per non vivere da semplice spettatore del disastro di un mondo che oramai non gli apparteneva più.

Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis 1942) è stato  poeta, drammaturgo, romanziere, tra gli scrittori più popolari del primo Novecento e maestro del genere biografico.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Enzo dell’Ufficio Stampa “Castelvecchi”.

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:: Zitelle, Kate Bolick (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2016
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Il femminismo ha sdoganato molti comportamenti e modi di vivere per le donne, soprattutto qui in Occidente, ma non mancano i ritorni indietro e soprattutto resta ancora un po’ tabù il fatto che ci siano ragazze di tutte le età che non ci tengono a sposarsi e non vogliono essere bollate come infelici e incompleto.
Kate Bolick, giornalista e autrice, parte da un suo articolo di qualche anno fa in tema per costruire Zitelle, saggio gustoso che difende la scelta sua e di tante altre donne di non sposarsi, ricordando in partenza una frase che purtroppo si è ancora in molte a sentirsi dire: Chi sposerò? E quando?
Il libro è a metà strada tra un memoir personale sul come e perché l’autrice non si è sposata e un trattato sulla vita delle donne libere fuori e dentro negli Stati Uniti a partire dall’Ottocento, per arrivare a quella che oggi è una scelta condivisa da una maggioranza crescente di donne americane.
Per arrivare a questo c’è stata un’evoluzione e Kate Bolick parla dei suoi modelli, citando alcune icone protofemministe come la poetessa Edna St. Vincent Millay, di cui non ricorda purtroppo il suo impegno per far scagionare Sacco e Vanzetti, la scrittrice Edith Wharton, che nei suoi libri, a cominciare da La casa della gioia denunciò anche come fosse difficile per una donna non sposarsi, l’eclettica Maeve Brennan, che ispirò il personaggio di Holy Golightly in Colazione da Tiffany di Truman Capote, distrutto nell’adattamento filmico da un irritante lieto fine tradizionale.
Queste donne, in anticipo sui loro tempi, hanno ispirato l’autrice e possono ispirare anche chi legge il libro, molto americano negli intenti sociali e storici, ma in ogni caso divertente e godibile, per raccontare storie di tenacia, di affermazione, di avventure di vita. Un libro quindi per riflettere su come le idee e le azioni di donne che hanno precorso i tempi, ma anche per guardarsi dentro, per scoprire il modo di costruirsi una vita gratificante, assaporando la giovinezza o godendosi la mezza età e il poter finalmente farsi gli affari propri.
Ma Kate Bolick lancia anche un chiaro messaggio non solo per le single ma per tutte le donne: si può essere “zitelle” dentro. Perché vivere da sole non è una condizione imbarazzante a cui sfuggire, ma può essere una forma, esigente e appagante, di libertà.
Un libro per tutte le donne, quindi.

Kate Bolick vive a Brooklyn, insegna alla New York University e collabora con le maggiori testate americane, tra cui l’«Atlantic», il «New York Times», «Elle» e «Vogue». Qualche anno fa pubblicò un articolo memorabile in cui dichiarava di preferire una vita da single a un matrimonio mediocre. Il testo fece il giro del mondo e ispirò questo speciale memoir, diventato subito un caso editoriale. Zitelle è già stato tradotto in diverse lingue; il «New York Times» l’ha riconosciuto come uno tra i migliori libri del 2015.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Sonzogno.

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:: L’arte non è faccenda di persone perbene di Lea Vergine, (Rizzoli, 2016) a cura di Lucilla Parisi

30 dicembre 2016
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“L’arte è il magico e il mostruoso insieme”, e quando questo accade l’opera d’arte ti lacera senza che tu riesca, a parole, a spiegare il dolore. “Ci sono immagini che toccano chissà quali nodi del nostro inconscio, per cui ciò che stai guardando ti immobilizza”. E’ ciò che accade con la bellezza, quella bellezza che “può essere un colpo al cuore, un affanno.”
Così Lea Vergine, critica d’arte e autrice di numerosi libri, ci introduce nel suo viaggio attraverso la sua esperienza con la vita e con l’arte, dal suo passato “che non passa” e dove tutto cominciò – al quinto piano di un palazzo (“il grattacielo”) di Napoli situato nell’allora piazza Matteotti, oggi piazza Carità – al fermento culturale dei salotti milanesi, passando attraverso le Gallerie d’Arte romane, come La Tartaruga di via del Babuino o la Galleria Pogliani, solo per citarne alcune.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, diciannovenne, lasciò gli studi universitari per scrivere d’arte su riviste e giornali napoletani, cimentandosi in quella che poi diverrà la sua professione di critica, nata dalla passione per l’arte e la scrittura. Dopo Napoli vennero Roma e Milano e, soprattutto, il necessario distacco dalla famiglia.
Lea Vergine ci racconta di un’infanzia complicata, fatta di separazioni e non detti: un pianerottolo divideva la sua casa, in cui viveva con i nonni paterni, dall’appartamento della madre e dei suoi fratelli più piccoli. Un compromesso per salvare le apparenze e le fragilità di un padre, morto giovanissimo, e di una madre incapace di volerla abbastanza e lei, Lea, stretta tra il peso delle aspettative dei nonni e i sentimenti contrastanti per una madre negata: “se l’infanzia è stata dura (ne posso parlare solo da un paio d’anni), l’adolescenza e la gioventù sono state molto peggio. Alla paura si è aggiunto il dolore e non mi riesce neanche adesso raccontarlo.
Nella delicata conversazione con Chiara Gatti che si sviluppa in queste pagine, Lea Vergine tenta di ricucire pensieri ed emozioni legate proprio a quel periodo della vita, rivivendo quelle immagini infantili come presagi carichi di significato. E vivi sono i ricordi di Napoli, come i sentimenti che ancora, la scrittrice, porta con sè: il turbamento alla vista dei colori dell’aurora sulla città, quella che – ventenne – correva ad ammirare, pescando, dal mare; la commozione per il tramonto sui muri delle case, il cui grigio e rosso pompeiano si mescolavano al viola, per compiere il miracolo; la nostalgia per i grandi spazi e l’architettura stratificata da secoli di storia, dominazioni e contaminazioni. E’ impossibile dimenticare l’esperienza di una città colma di tradizioni, profumi, suggestioni e Napoli, dal canto suo, non è una città che dimentica, anzi “è una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri.
Roma e Milano vennero dopo, con gli incontri importanti e i luoghi di ritrovo, le occasioni di lavoro e gli scambi in un ambiente ricco di spunti e idee:

all’Hotel Continental, una volta alla settimana, Ettore Sottsass e Nanda Pivano tenevano banco. Erano incontri importanti per lo svecchiamento di Milano, perché Nanda arrivava dall’America e raccontava, mentre Ettore chiosava. A casa di Lalla e Gillo Dorfles esisteva l’idea di generosa ospitalità, proprio come a casa di Ottiero Ottieri e Silvana Mauri. […] La casa alternativa, oggi si direbbe, era quella di Achille Mauri, illuminata dalla presenza della moglie Diana, dove conobbi Carmelo Bene. […] Erano tutte case dove si cenava e poi si discuteva per ore, fino a notte. Tutto questo faceva di Milano una città diversa.

E poi il matrimonio con Enzo Mari “una pietra. Indispensabile.”
L’arte è il significato e la scrittura il mezzo: Lea Vergine scrive d’arte e non solo, e lo ha sempre fatto con cura, con la dovuta attenzione ai particolari, ai vezzi e al carattere.

Si scrive col corpo, dalla testa ai piedi. Muovo le mani sulla carta. Il tatto è imprescindibile. Devo sentire la materia della carta, devo sentire l’odore, e devo sentire la matita tra le dita, devo poter piegare il foglio in diversi modi. […] Le parole sono pietre che mi tengono ancorata alla scrivania. Sono particelle di un pensiero che prende forma. […] Butto sulla carta tutto quello che mi passa per la mente. Quando ho finito questo traffico, tra il demente e il demenziale, accendo un’altra sigaretta, prendo una forbice, ritaglio gli appunti, prendo una spillatrice e attacco gli appunti su un foglio. […] Spengo la sigaretta nel posacenere, lascio sul tavolo il testo concluso ed esco a comprare dei fiori. Fiori di stagione.

Non si può fare a meno dell’arte, e se lo si fa sarebbe davvero un peccato: trovarsi di fronte all’ “enigma”, al metafisico, all’inspiegabile è qualcosa per cui vale la pena rischiare la caduta, la lacerazione che spesso l’abbandono alla bellezza può portare.
Ciò che si guarda è il riflesso dell’ignoto che ognuno di noi si porta dentro: l’arte non fa altro che riportare a galla l’arcano e il magnifico insieme. Certo non è per tutti e sicuramente “l’arte non è faccenda di persone perbene.” D’altronde

chi non è intento all’ombra dell’immagine ignora il senso dell’immagine poiché è nell’ombra che l’immagine ristà, celata. L’immagine, come la persona, senza ombra è l’immagine che non ha il doppio. […] E tuttavia l’ombra resta inaccessibile perché noi siamo l’ombra, giacché siamo fondamentalmente quanto ci manca.

Lea Vergine, critica d’arte, è autrice di numerose pubblicazioni tra cui Il corpo come linguaggio / Body Art (1974); Attraverso l’Arte / Prati-ca Politica (1976); L’Arte ritrovata (1982); L’Arte in gioco (1988); Gli ultimi eccentrici (1990); Arte in trincea (1996); Body art e storie simili (2000); Ininterrotti transiti (2001); Parole sull’arte (2008) e La vita, forse l’arte (2014).

Source: libro del recensore.

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:: Vento del sud, Elmar Grin (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2016
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Non capita spesso di poter leggere un romanzo di un esponente della cosiddetta “intellighenzia sovietica”, tra censura, epurazioni e difficoltà varie che impedivano oggettivamente ai romanzi sovietici di uscire dai confini della Russia, ne sono giunti a noi molto pochi, e ancora meno sono sopravvissuti all’impietosa corsa del tempo, che tutto appiana e livella, rendendo obsolete e a volte scomode ideologie e concezioni del mondo.
Caso a parte sembra rappresentato da Vento del sud, (Veter s juga, 1946) del russo Elmar Grin, al secolo Aleksandr Vasiljevitš Jakimov, giunto in Italia già nel 1948, tradotto da Pietro Zveteremich, per l’editore Macchia.
A risollevarlo dall’oblio e dalla irreperibilità ci pensa l’editore Marcos Y Marcos, ripubblicandolo quest’anno, sempre nella bella traduzione dal russo di Pietro Zveteremich.
Il modo di scrivere del 1948 certo potrà suonare antiquato ad un lettore contemporaneo, ma sicuramente accresce il fascino di questo libro, soprattutto perché la poesia non passa mai di moda, e il registro poetico utilizzato in questo libro è senz’altro percepibile, una poesia minima, quotidiana, forse elementare, legata alla natura, ai moti dell’animo, alla crescita personale e alla presa di coscienza in questo caso di un contadino finlandese, onesto e operoso, prima schiavo e fedele al suo padrone, poi dopo un’ interiore lotta di classe, sempre povero, ma libero.
La componente ideologica è indubbia, (vinse il Premio Stalin 1947) tuttavia è evidente che l’autore, pur restando nei canoni dell’ortodossia sovietica, devia verso una concezione più spirituale di rinascita e affrancamento, che ne decreta in un certi versi la modernità e universalità, accostandosi alla grande tradizione russa ottocentesca, della rivincita dei vinti e degli oppressi.
Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi alla lenta cadenza del narrato, ad acquistare una certa attenzione per i fatti minimi che succedono della vita di Einari, voce narrante del romanzo, e di suo fratello Vilho. Certo la guerra farà da catalizzatore e punto di svolta, ma sono sempre gli episodi minimi, le sfumature, che Elmar Grin illumina con la sua prosa sobria e umile. Nessun stentoreo proclama, nessuna enfatica agiografia spiccia. Resta senz’altro un sapore vintage, anche ideologico, la Russia sovietica non è ancora passata attraverso il revisionismo e la demitizzazione di Stalin, tuttavia come documento di un’ epoca e di una mentalità non priva di derive utopistiche ed eccessivamente ottimistiche, cattura, e affascina. Potere oscuro della vera letteratura.

Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksandr Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 in una famiglia contadina nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha raggiunto la notorietà con Vento del Sud, vincitore del premio Stalin e tradotto in molte lingue.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Morire senza salute, Gabriele Pagliariccio (Dissensi, 2016)

23 dicembre 2016
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Soldi e salute, un binomio quanto mai esplosivo, al centro di dibattiti, tavole rotonde, riflessioni di economisti e filantropi. Binomio che risolleva il dilemma etico se sia giusto lasciare la salute, la vita umana, in balia di mere regole di mercato. I ricchi si curano, e sopravvivono, hanno al loro servizio le migliori strutture ospedaliere, i più avveniristici strumenti di diagnosi e intervento, i migliori specialisti. I poveri muoiono abbandonati nelle corsie di luoghi a cui non possono accedere, privi di coperture assicurative, privi delle più elementari tutele. Questo sembra lo scenario a cui sembra condannato il nostro mondo civilizzato, globalizzato, sempre più di stampo liberista e attento ai bilanci, al profitto, al PIL, dominato da una sorta di privatizzazione selvaggia, e da un prevalere di una sorta di selezione naturale sempre più disumana, sempre più simile all’eugenetica economica. Scenario che emerge dal breve saggio Morire di salute, del chirurgo vascolare, docente universitario, volontario in numerose missioni umanitarie, Gabriele Pagliariccio. Agile volumetto che esce nelle edizioni Dissensi, con una prefazione combattiva e sanguigna di Don Luigi Ciotti. Comunque se questa è la tendenza, da cui Pagliariccio ci mette in guardia, quasi metà del libro è dedicata a un caso virtuoso, forse unico, a una lezione di civiltà medica che arriva da un paese lontano dell’America Latina, che non molto tempo fa avremmo potuto definire tranquillamente Terzo Mondo, l’Equador. Insomma il mondo sta prendendo una gran brutta piega, ma non tutto è perduto, sembra dirci Pagliariccio, con una certa veemenza, non priva della forza di chi ha imparato molto di quello che sa sul campo. Morire senza salute si compone di tre sezioni: “La salute nel mondo”, “Il quadro italiano”, e appunto “Un paese solidale: l’Equador”. Nella prima parte abbiamo un taglio di respiro storico, atta a darci un breve quadro generale, con termini tecnici, tendenze, e una focalizzazione verso i singoli sistemi sanitari: nei paesi poveri, nei paesi cosiddetti emergenti, nei paesi post URSS, negli Stati Uniti, e nei paesi con sistemi universalistici Beveridge e Bismarck. Nella seconda parte l’autore analizza più nel dettaglio il settore Italia, vittima della tendenza generale in atto nei paesi industrializzati di cui parlavo prima, ma anche vittima di suoi mali endemici, come gli sprechi, la corruzione, l’incapacità amministrativa, i partitismi, i privilegi e la grande disparità e disomogeneità dei nostri sistemi regionali, (nascere nelle regioni del nord, a volte è per i pazienti molto più “felice” che nascere nelle regioni del sud o delle isole). Nella terza e ultima parte l’autore ci presenta il sistema Equador, come una sorta di modello, non privo comunque di precise congiunture forse non ripetibili altrove come il lavoro e il seguito che è riuscito ad avere tra la popolazione, il presidente Correa, o la presenza di figure carismatiche come l’ex ministro della salute Davide Eduardo Chiriboga (di cui pubblica una breve intervista). Tra welfare “casalingo” e l’Operazione Mato Grosso, veniamo a conoscere che la presenza italiana non è marginale in questo circolo virtuoso. Di Pagliericcio colpisce la limpidezza di pensiero, sebbene si evinca una certa matrice ideologica, le sue riflessioni non sono dettate da cieco fanatismo. Vede i limiti, le cose non ancora fatte e migliorabili, non proclama lo statalismo immune da vizi e distorsioni. E questo ha reso senz’altro la sua testimonianza, viva e sentita, di maggior effetto ed efficacia. Buona lettura.

Gabriele Pagliariccio, medico italiano. Si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1988 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, si è specializzato in Chirurgia Generale presso l’Ateneo di Ancona nel 1993 e in Chirurgia Vascolare nel 1999 presso la stessa Facoltà. Ha seguito un Corso di Specializzazione in Diagnostica Vascolare GIUV nel 1993 ed ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Flebologia Clinica e Specialistica presso l’Università Cattolica. E’ professore a contratto dell’Università Politecnica delle Marche presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia generale. E’ docente della Scuola di Ecografia delle Marche della SIUMB.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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:: Bookteen – Manuale del guerriero della luce di Paulo Coelho, (Bompiani, 1997) a cura di Lucrezia Romussi

21 dicembre 2016
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Il ‘’Manuale del guerriero della luce’’ è un libro scritto e pensato dallo scrittore e poeta brasiliano Paulo Coelho nato a Rio De Janeiro il 24 agosto 1947. L’autore, sin da giovanissimo, mostra una vocazione artistica ed una sensibilità assai rara. In età sbarazzina tende a rifiutare regole e dogmi comportamentali, causa questa di gravi contrasti con i genitori, i quali successivamente decidono di ricoverarlo in un ospedale psichiatrico. Qui viene sottoposto a un elettroshock poiché desidera studiare teatro, disciplina reputata dalla borghesia brasiliana come una sorgente di perversioni ed immoralità. Si cimenta, poi, nello studio dell’alchimia. Viene arrestato dalle forze della dittatura brasiliana, come sovversivo. Si sposa due volte. Successivamente, durante il 1981, nei Paesi Bassi entra in contatto con un maestro spirituale, da lui denominato “J”, che lo riconduce alla religione cristiana. Nel settembre 2007, l’ONU nomina Paulo Coelho il nuovo messaggero della pace. Pubblica diverse opere tra le quali ‘’Il Cammino di Santiago’’ e ‘’L’alchimista’’. Il testo preso in considerazione è edito da asSaggi Bompiani, con la traduzione di Rita Desti ed è stato da me acquistato in una libreria. L’opera inizia con un prologo, nel quale una misteriosa donna invita un bambino a scoprire un antico tempio edificato su un’isola. Una leggenda racconta che le sue campane, nonostante la struttura sia ormai sprofondata negli abissi del mare, continuino a suonare. L’ effetto acustico si manifesta dopo che il bimbo si abitua ai vari suoni dell’ambiente circostante come il verso dei gabbiani o il rumore del vento. Diventato adulto, torna sulla spiaggia, incontra nuovamente la figura femminile, per nulla intaccata dai segni del tempo, che gli consegna un quaderno azzurro e lo invita a prendere nota. Il libro procede come un manuale guida per il “guerriero della luce”. Tra le pagine, attraverso l’utilizzo di concetti metaforici e filosofici, lo scrittore racconta al lettore l’esistenza di un entità presente in ciascuno che crede nei sogni e nella loro realizzazione. L’essere ama la vita cercando di assaporare ogni momento concesso comprendendo la sofferenza e la gioia, sfidando le difficoltà e tentando sempre di riflettere e ragionare per vincere ogni battaglia, ma sapendo anche accettare la sconfitta intesa come fonte preziosa di miglioramento. Un vero “guerriero della luce” possiede la meravigliosa capacità di credere in Dio attraverso una fede pura ed incontaminata, l’unica forza essenziale e perfetta dell’uomo. Paulo Coelho in questo libro, attraverso un linguaggio semplice, esprime concetti determinanti per affrontare la vita in maniera giusta, onesta e vera. Per questo motivo consiglio l’opera ai ragazzi. Infatti, in questa fase della vita, ciascuno di noi deve ancora decidere cosa desidera fare della sua esistenza e siamo alla ricerca di valori, virtù e dogmi da seguire. In questo testo possiamo, infatti, certamente trovare elementi essenziali per una crescita morale ed interiore. Concludo con le parole della donna misteriosa che recitano: ‘’Un guerriero della luce non tenta di sembrare. Egli è.’’.

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro nel 1947. È considerato uno degli autori più importanti della letteratura mondiale.
Prima che Coelho diventasse autore di best-seller è stato direttore teatrale, commediografo, hippy e noto autore di canzoni per alcune tra le più famose pop star brasiliane. Successivamente ha lavorato come giornalista e autore televisivo.
Dall’ottobre del 2002 Coelho è membro della Accademia Brasileña de las Letras. Inoltre è anche autore di una rubrica domenicale su “O Globo”, uno tra i quotidiani a maggior tiratura in Brasile e diffuso in tutto il mondo. Dal settembre 2007 è stato nominato Messaggero di Pace delle Nazioni Unite.
Le opere di Paulo Coelho sono state pubblicate in più di 170 paesi e tradotte in 72 lingue e hanno venduto ben 65 milioni di copie!
Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti in molti paesi, fra cui il “Crystal Award 1999”, conferitogli dal World Economic Forum, il prestigioso titolo di Chevalier de l’Ordre National de la Légion d’Honneur, attribuitogli dal governo francese, e la Medalla de Oro de Galicia.
I lettori e i critici apprezzano in particolare il suo stile poetico, realistico e filosofico così come quel suo “linguaggio simbolico che non parla alla nostra testa ma al nostro cuore”.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La solitudine delle stelle lontane, Kate Ling (HotSpot, 2016), a cura di Elena Romanello

21 dicembre 2016
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Anno 84 della Missione, la nave spaziale Ventura è in viaggio infatti da ottantaquattro anni verso il sistema stellare Epsilon, da cui è arrivata una remota richiesta di contatto: ci arriverà tra duecentosessanta anni, con i discendenti dell’equipaggio di oggi, che non conosceranno mai cosa vuol dire vivere su un pianeta abitabile, sulla terraferma, ma solo il buio dello spazio.
In questa microsocietà strutturata e basata su rigide regole, dalla scuola alle unioni che bisogna fare per garantire una discendenza che un giorno arriverà forse a colonizzare un nuovo pianeta, la giovane Seren ha appena visto morire la nonna, l’ultimo essere sulla nave che ricordava ancora la Terra. Alla fine della scuola scopre che dovrà unirsi con Ezra Lomax, ragazzo che non sopporta, ma incontra Domingo Suàrez, un ragazzo con delle ombre nel suo passato per aver trasgredito alle regole di Ventura. Tra i due nasce l’amore, contro tutto e tutti, proprio mentre l’astronave arriva nelle vicinanze di un possibile pianeta abitabile, che potrebbe essere una soluzione di fronte ad un peregrinare senza fine e senza prospettive.
Sarebbe facile liquidare questo romanzo come l’ennesima storia young adult, che usa il fantastico come filtro per raccontare un triangolo: in realtà, per fortuna, nelle pagine de La solitudine delle stelle lontane c’è molto di più, e non solo una storia di formazione e di ricerca di una propria identità, ma anche una variante interessante su un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri come la fantascienza.
I viaggi nello spazio sono, grazie a serie tv popolari come il sempre verde Star Trek, un tema principe del genere fantascientifico: in realtà, ipotizzare un viaggio nello spazio ha alcuni ostacoli insormontabili, a cominciare da quello, non risolto nemmeno nel futuro ipotizzato da Kate Ling, di non riuscire a superare la velocità della luce, e quindi dal dover pensare a astronavi generazionali di persone che dovranno per secoli vivere e riprodursi nello spazio in attesa che i discendenti di chi partì un giorno dalla Terra trovino un nuovo pianeta dove vivere.
Una prospettiva affascinante e angosciante, alla base di una distopia sull’astronave dove non si è costruita una società ideale come quella ipotizzata sull’astronave Enterprise, ma un mondo chiuso, basato su regole che alla lunga vanno strette e che forse bisogna pensare ad infrangere. La storia di una ribellione, certo, ma anche un modo per scampare a un destino ipotizzato da altri come scenario di un futuro possibile, in cerca di un mondo ideale talmente remoto da risultare impossibile.
La solitudine delle stelle lontane si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma non solo come del resto i libri della collana Hot spot di Castoro: gli appassionati di fantascienza più attempati troveranno tematiche e visioni che magari li hanno già affascinati decenni fa, nell’eterna ricerca di una casa e di una felicità fuori nel cosmo e nell’impossibilità oggi di realizzare in pieno questa utopia.

Kate Ling è nata e cresciuta a Londra, dove ha conseguito un master di scrittura creativa. Negli ultimi dieci anni ha lavorato come bibliotecaria nelle scuole di tre diversi continenti e come coordinatrice dei programmi di letteratura nelle scuole. Appassionata di fantascienza e viaggi, debutta con La solitudine delle stelle lontane. Il suo sito ufficiale è http://www.kateling.co.uk

Provenienza: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Castoro.

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:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2016
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Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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:: I dodici bambini di Parigi, Tim Willocks, (Multiplayer Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2016
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Nella Parigi in festa per il matrimonio nel 1572 tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois, ma dove scoppierà l’eccidio ai danni dei protestanti destinato a passare alla storia come il massacro di San Bartolomeo, giunge Mattias Tannhauser, uomo che ha alle spalle una storia tormentata, di combattente tra Oriente e Occidente. Vuole ricongiungersi alla moglie Carla, incinta e quasi al termine della sua gravidanza, che è stata invitata ai festeggiamenti per le nozze, ma che sparisce nelle ore concitate successive al massacro, rapita dalla banda di pitocchi di Grymonde, mentre Mattias si trova imprigionato al Louvre, al centro di una cospirazione che vuole la sua morte, per questioni del suo passato e presente che danno non poco fastidio a vari potenti.
Mattias e Carla erano già protagonisti di un libro uscito qualche anno fa per Cairo editore, Religion, che raccontava il loro incontro sullo sfondo dell’assedio di Malta ad opera degli ottomani una decina d’anni prima dei fatti narrati qui. I dodici bambini di Parigi è godibilissimo anche senza aver letto il primo capitolo, che però aggiunge dettagli di comprensione importanti.
Tim Willocks, considerato da alcuni come l’erede di Alessandro Dumas padre e insignito a Verona del premio Salgari come migliore romanziere contemporaneo di avventura, porta in un mondo crudo e spietato, in uno dei momenti peggiori della Storia europea, durante uno dei fatti più vergognosi e intolleranti, oggi forse dimenticato ma che non è male da ricordare per non dimenticare nessuna discriminazione e nessuna vittima del fanatismo che trascinò nella follia parigini e non di tutte le classi sociali. L’autore costruisce un intreccio avventuroso e appassionante, ma realistico e non idealizzante, per raccontare quei giorni là, in una città che crollò sotto i colpi dell’integralismo religioso, non alieno a nessuna cultura. Un libro d’avventura ma anche una storia per non dimenticare, per appassionarsi tra corti corrotte e bassifondi restituiti con realismo e senza melensaggi purtroppo presenti per tanto tempo in tanti romanzi storici. Mattias e Carla sono personaggi a cui è facile affezionarsi, ma restano nel cuore anche i 12 bambini del titolo, simbolo di ogni vinto di tutte le epoche, da quella Parigi là alla Siria e ai barconi di oggi.

Tim Willocks, britannico, classe 1957, è psicologo, attivista sociale nella lotta contro le tossicodipendenze, cintura nera di karate, sceneggiatore e scrittore di thriller e romanzi storici. Ha scritto i romanzi thriller Bad City Blues (1991), Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995), Re macchiati di sangue (Bloodstained Kings, 1996) e Doglands (2011) e gli storici Religion (The religion) e I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris). Da alcuni anni risiede in Irlanda.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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