Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Le mie cene con Edward di Isabel Vincent (Garzanti, 2016), a cura di Federica Spinelli

17 gennaio 2017
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Si sa che il cibo può essere di grande conforto: vi ricorriamo dopo una delusione d’amore, per noia (a tutti è capitato di aprire il frigo in cerca di risposte), fagocitiamo per ansia, ma più di ogni altra cosa il cibo e l’atto del sedersi a tavola sono un rituale che se curato e goduto può davvero salvare la vita.
È questo quello che succede alla protagonista di Le mie cene con Edward. Questo è un libro sull’amore, ma non tra i due protagonisti (Edward è un simpatico vecchietto capace di squisitezze culinarie), sull’amore per il cibo e per la vita.
Isabel, la protagonista, è una giornalista sposata con una figlia in cerca di risposte che si offre di fare un po’ di compagnia al padre della sua amica Valerie, Edward, rimasto solo dopo la perdita della moglie.
Quello che parte come un favore fatto ad un’amica diventa un appuntamento irrinunciabile, perché Edward l’avvicina alla buona cucina e le fa riscoprire la gioia di vivere. Quando incontra Edward per la prima volta, Isabel  è smarrita, cerca la forza per interrompere un matrimonio ormai alla deriva, riuscirà a fare questo grazie agli appuntamenti settimanali a casa di Edward che tra una galette alle mele e una porzione di ostriche alla Rockefeller riuscirà a farle ritrovare la strada per la felicità e a riscoprire sé stessa.

“Col tempo compresi che le cene con Edward erano dei rituali, intrisi di sacralità.”

Il libro si compone di una serie di capitoli, ognuno dei quali ruota intorno all’incontro tra Edward e Isabel, enumerati e denominati dal menù delle cene al centro del capitolo. Il romanzo però non si concentra sulle ricette in sé come spesso fanno i romanzi sulla cucina ma sul fascino che il cibo e la sua preparazione esercita sui protagonisti. È un libro che celebra l’arte del saper mangiare e il potere benefico della buona tavola. E’ un romanzo caldo e accogliente, piacevole, un inno al buon cibo, scritto con in un stile che strizza l’occhio a quello giornalistico. Edward e Isabel sono due personaggi in cerca di pace che si rifugiano nella confortevole carezza del cibo ben cucinato, in particolare Edward è la versione “cuciniere” di Arthur Abbott de L’amore non va in vacanza, lo sceneggiatore in pensione che aiuta Kate Winslet a recuperare la stima di sé stessa, mentre Isabel ricorda un po’ Julie di Julie&Julia interpretata da Amy Adams, perché Isabel proprio come lei ritrova nel buon cibo la spinta per cambiare la sua vita.
Le mie cene con Edward è un libro da regalare a chi ama i romanzi sulla cucina (come me) e a chi ama le storie intrise di dolcezza ma anche piene di fascino.

Isabel Vincent (1965 Toronto) è giornalista del New York Post. Suoi lavori sono comparsi su «The New Yorker», «Daily Telegraph», «The Indipendent», «Marie Claire». Attualmente vive e lavora a New York.

Nota: Questo prodotto appartiene alla promozione  Gems Sconto del 25 %.

Source: libro inviato dalla casa editrice Garzanti. Si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo? “Non tutto si dimentica” di Wendy Walker (Nord, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

16 gennaio 2017
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Non tutto si dimentica dell’avvocato e scrittrice americana Wendy Walker ruota interamente attorno alla domanda: “Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo?” Il perché lo si scopre nello struggente finale che induce nel lettore ulteriori interrogativi sugli effetti, a livello psichico, del male, inferto e subito.
Il romanzo, uscito negli Stati Uniti col titolo All is not forgotten e tradotto o in corso di traduzione in oltre venti Paesi, arriva in Italia edito dalla Editrice Nord nella versione tradotta da Barbara Ronca, in prima versione digitale a ottobre 2016.
Il libro ha una trama che non può non far presa sul lettore. Adolescenza violata, disperazione dei genitori, segreti, relazioni extraconiugali, personalità borderline, vecchi misteri e crimini irrisolti che si intrecciano con i nuovi… c’è tutto quello che un lettore può chiedere a un thriller psicologico. Lo stile di scrittura è schietto ma la narrazione subisce dei cali di scorrevolezza dovuti alla volontà ripetuta di creare suspense utilizzando dei “diversivi”. Più volte il racconto di quanto accaduto e dei possibili indizi per arrivare alla risoluzione del mistero viene bruscamente interrotto per essere ripreso solo in seguito, spesso in un differente capitolo del libro, oppure “deviato” dalle informazioni circa le abitudini della cittadina e dei cittadini di Fairview, una piccola comunità che nasconde innumerevoli segreti ma che molti di essi non hanno nulla a che vedere con il delitto oggetto delle indagini.
Un lettore che vuole appassionarsi al libro avendolo scelto perché è un thriller e non “solo” un romanzo a tratti si infastidisce per queste dispersioni narrative volendo egli, come consuetudine per gli amanti del genere, riuscire a entrare fin da subito nel crimine e nelle indagini e realizzando solo all’incirca a metà libro che la sfida per lui può essere ancora più interessante del solito, in quanto deve giocarsela con un “professionista” delle turbe mentali.
L’io narrante è lo psichiatra Alan Forrester che segue “la vittima” Jenny Kramer, i suoi genitori, il suo migliore amico e il suo aggressore.
Lo sviluppo della trama e la sua risoluzione invitano chi legge a riflettere sulla reale necessità della “condivisione” di un crimine o di una violenza, inflitti o subiti.
Studi psicologici ipotizzano un “ambivalente piacere” procurato dalla sofferenza altrui. E se ciò vale per le persone “normali” non si può non chiedersi cosa provoca la “spettacolarizzazione pubblica” di crimini e violenze sempre più diffusa, in nome dell’imperativo che vuole il silenzio un’arma ancor più affilata in mano agli aggressori, in personalità al limite, in bilico o già criminali.
Non tutto si dimentica di Wendy Walker ci dimostra che l’eccessivo bisogno di “condividere” può causare e causa addirittura emulazione, che gli effetti di un grosso trauma non si riescono a cancellare nemmeno con una terapia farmacologica studiata ad uopo, che neanche il tempo ci riesce del tutto, che un buon libro, anche se è un thriller, non deve limitarsi a rispondere a degli interrogativi bensì generarne degli altri.

Wendy Walker: È un avvocato specializzato in diritto famigliare dello Stato del Connecticut. Non tutto si dimentica è il suo romanzo d’esordio.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Laura dell’Ufficio stampa Nord.

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:: VersOriente – La colpa di Keigo Higashino e la condanna sociale (Atmosphere Libri, 2016), a cura di Andrea D’Angelo

16 gennaio 2017
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Cos’è Tsuyoshi se non, in fin dei conti, un povero diavolo? Tsuyoshi è uno dei protagonisti di 手紙(Tegami) di Keigo Higashino, un romanzo del 2003 proposto in versione italiana solo nel 2016, da Atmosphere Libri.
Tsuyoshi è un  Raskol’nikov giapponese dei primi anni del XXI secolo. Non a caso la traduttrice Anna Specchio preferisce rendere il chiarissimo tegami, e cioè la lettera o le lettere, con un più criptico La colpa. È una scelta che si accoglie facilmente, se si pensa a una traduzione che non vuole solo mostrare, ma anzi vuole spiegare profondamente un messaggio più ampio. È in questo modo che La colpa ripropone all’occhio del lettore la questione del delitto e del castigo, già esaminata da grandi menti della letteratura e della filosofia, non più attraverso l’occhio febbricitante di Raskol’nikov, ma bensì attraverso quelli di Naoki, fratello minore di Tsuyoshi, che dopo l’arresto del fratello si ritrova a essere solo.
L’omicidio assume attraverso l’esperienza di Naoki la dimensione di una colpa che si abbatte non solo su chi la compie, ma anche su tutti i suoi legami affettivi. Se Tsuyoshi soffre la condanna al carcere, Naoki deve subire la condanna sociale, che spinta da commenti meschini si intrufola a piccoli passi tra le pieghe della vita quotidiana. È una condanna che si decifra nei termini dell’isolamento, dell’esclusione senza via di scampo, perché non si fonda su un atto concreto da negare, ma bensì su un pregiudizio che vuole Naoki violento, in quanto partecipe della stessa natura di Tsuyoshi che si è dimostrato violento. Allo stesso tempo è una condanna che si reitera e che viene riaffermata ogni qual volta qualcuno scopre il suo segreto.
Leggere手紙(Tegami) di Keigo Higashino nel suo adattamento italiano fa sì che il lettore non possa esimersi dal chiedersi se si stia trovando di fronte a una finestra aperta sul Giappone contemporaneo o se si tratti, osservando più attentamente, di un racconto dal respiro universale. Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

Higashino Keigo nasce a Ōsaka in Giappone nel 1958. È uno dei più famosi scrittori giapponesi, autore di numerosi bestseller. Nel 1985 conquista il premio Edogawa Ranpo, dedicato alla letteratura mistery, con il romanzo Hōkago (lett. “Doposcuola”). I risultati ottenuti grazie a questo riconoscimento lo convincono a licenziarsi e a intraprendere la carriera di scrittore. Si trasferisce a Tōkyō e nel 1999 vince il Premio dell’Associazione scrittori mistery del Giappone con Himitsu (La seconda vita di Naoko, Dalai Editore). Il vero successo arriva nel 2006 con Yōgisha x no kenshin (Il sospettato X, Giunti Editore), con il quale si aggiudica sia il premio Naoki che il Grande premio del mistery professionale. Nel 2012 gli viene assegnato il premio letterario Chūōkōron per Namiya zakkaten no kiseki (Il miracolo della drogheria Namiya), nel 2013 il premio Renzaburō per Mugenbana (Fiori onirici). In questo stesso anno, la Giunti Editore pubblica la traduzione di Seijo no Kyūsai con il titolo de L’impeccabile. Nel 2014 riceve il premio Yoshikawa Eiji per Inori no maku ga oriru toki (Quando cala il sipario delle preghiere). Oltre a romanzi polizieschi, scrive anche romanzi letterari, saggi e libri di storia per bambini. La Colpa (titolo originale: Tegami, 手紙) è del 2003 e ha avuto anche una trasposizione cinematografica nel 2006.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore, ringraziamo Mauro dell’ufficio stampa Atmosphere Libri.

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:: Urla e silenzi, Gabriele Licciardi (Villaggio Maori edizioni, 2016) a cura di Micol Borzatta

14 gennaio 2017
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Saggio che narra la vita dell’ospedale psichiatrico di Verona dal 1880 al 1945.
Recuperando alcune cartelle originali dei pazienti dell’ospedale, Licciardi vuole raccontare la vera storia delle condizioni dei pazienti che venivano rinchiusi perché dichiarati pazzi, definiti successivamente malati di mente, per arrivare al riconoscimento moderno di schizzofrenici, alterazione della personalità, etc. etc.
I pazienti venivano usati come cavie per gli studi sul cervello umano, tenuti in condizioni disumane, non considerati come esseri umani, ma solo come dei numeri.
Solo con il passare dei decenni, e con l’arrivo di nuovi scienziati che modernizzarono la psicanalisi, si ebbe un miglioramento della qualità delle condizioni, riconoscendo a ognuno di loro la condizione umana, fino ad arrivare alla chiusura delle strutture e alla cura dei malati tramite sedute psichiatriche con specialisti.
Un saggio cruento, che racconta tutta la verità, spesso nascosta, legata a condizioni dello stato mentale derivati prevalentemente dalla ignoranza.
Con toni poco addolciti e cartelle cliniche alla mano, Licciardi, svela tutto quello che è stato nascosto e a volte insabbiato, portando alla luce una parte tragica della nostra storia.
Saggio non adatto a tutti per i temi forti, dà un ottimo spunto per riflettere e imparare a rispettare il prossimo.

Gabriele Licciardi è autore di Macchie rosse. L’operaismo italiano tra politica e lotta armata (NdA press) e Urla e silenzi (Villaggio Maori edizioni).

Source: pdf inviato al recensore dall’editore (di difficile lettura a causa di una scritta in sovrimpressione), ringraziamo Elena dell’ufficio stampa.

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:: Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2017
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La Golem edizioni propone un nuovo titolo per la sua collana dedicata alla narrativa fantastica con Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book, nome già noto come blogger letteraria e autrice di altri romanzi del genere.
Nelle pagine di Everlasting Anita Book ci porta in una Norvegia fredda e magica, dove vive il giovane Henrik Pedersen, costretto a crescere di colpo per occuparsi della sorellina e della mamma in preda alla depressione dopo la morte del padre. La vita di Henrik prosegue in maniera non esaltante nella cittadina di Trondheim, finché non cominciano ad emergere misteri dal fitto di un bosco eterno, esseri selvaggi che girano in quelle notti lunghissime e qualcuno gli offre una cura per far stare meglio sua madre, ad un prezzo altissimo.
Henrik dovrà lasciare la sua casa e andare nel mondo di Everlasting, abitato da creature fantastiche e non sempre benevole, per cercare di salvarlo: sulla sua strada incontrerà la bella principessa Frida, con segreti nascosti, a cui non resterà indifferente mentre la sua situazione in un mondo non suo diventerà sempre più critica e si chiederà anche perché è stato scelto.
Il fascino delle leggende del nord Europa, componente dell’immaginario che ha valicato i confini, affascinando gli autori Marvel e un’autrice come Joanne Harris, rivive nelle pagine di un libro che è un romanzo fantasy ma anche una storia di formazione, una ricerca di sé, una rielaborazione di un lutto, una riflessione sulle difficoltà di crescere e trovare un posto nuovo nel proprio mondo.
Everlasting Il nuovo mondo apre una nuova saga tra mondo reale e mondo alternativo, archetipi antichi e problemi moderni, presentando di nuovo ma in maniera non scontata il tema dell’eroe per caso che si confronta con peripezie al di sopra di sé, per salvare il suo mondo e un altro e trovare un nuovo scopo nella vita. Un libro divertente e non banale, di cui si aspetta il seguito.

Anita Book è una bookblogger/booktuber di ventotto anni. Il suo blog, L’Ora del Libro, racconta di lettura ai piccoli e grandi lettori innamorati. Adora le cupcakes e l’inglese; è segretamente innamorata di Stephen King e la sua musa ispiratrice è J.K. Rowling. Crede nell’esistenza di draghi, fate, sirene e altre creature fantastiche e ha un debole per le velette e l’oggettistica fandom. Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Dunwich Edizioni nel 2015. Ad oggi scrive articoli come giornalista freelance per la rivista letteraria Leggere:Tutti. Everlasting. Il nuovo mondo è il primo capitolo di una nuova saga fantasy. Il suo blog ufficiale è loradellibro.blogspot.com/

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

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:: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (2016, Salani), basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, a cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2017
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“Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali, e grazie tante”.

E’ questo l’incipit della saga di Harry Potter, cioè del primo libro: Harry Potter e la Pietra filosofale (1998).
Con molta circospezione mi accingo a dire la mia su un bestseller che ha conquistato il mondo, e che è diventato un must per i lettori di ogni età. Una vera e propria industria del piacere per affetti da libridine mai sazi di trottole mentali, guizzi linguistici, girandole di avventure stregate.
Non chiedetemi perché proprio Harry Potter abbia raggiunto una platea vasta quanto il pianeta nel disegnare la parabola di un ragazzo che diventa uomo pagina dopo pagina, libro dopo libro, magia dopo incantesimo…
Accade spesso quando un romanzo dosa gli ingredienti senza lasciar trasparire la ricetta dei loro miscugli.

“Il signor Dursley fabbricava trapani, era un uomo corpulento, nerboruto. La signora Dursley era magra, bionda, passava il tempo a spiare i vicini. Avevano un figliolo di nome Dudley, e secondo loro non esisteva al mondo bambino più bello. (..)Possedevano anche un segreto: odiavano i Potter. La signora Potter era sorella della signora Dursley, ma non si vedevano da anni. I Potter avevano un figlioletto ….”

E’ una famiglia – quella del piccolo Harry – che surroga quella vera: l’assenza di affetto genitoriale, la vita priva di entusiasmo e prospettive. Harry cresce come una ginestra solitaria e mal tollerata dal terreno sassoso che la racchiude.
Da queste premesse tristi a aride, nasce il virgulto di un successo letterario senza precedenti. Ma come si è evoluto il percorso narrativo della scrittrice
– J.K.Rowling – che ha dato vita ad un cult? Il nuovo capitolo – che è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro (la première si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016) – regge il confronto col primo in termini di coinvolgimento, novità, leggerezza stilistica?
Ora Harry è impiegato al Ministero della Magia, è marito e padre di tre figli.
Albus, suo secondogenito, deve combattere con il peso di un’eredità famigliare che non ha mai sopportato.
Assieme al suo amico Scorpius intraprende un trip che lo porterà a scoprire rivelazioni sorprendenti sulla scia di peripezie, avvicendamenti, tortuosi camminamenti nel passato.
Albus e Scorpius non stanno sparendo e riapparendo, stanno viaggiando . Nel tempo” (..)
E’ stata rubata una GiraTempo. Ho rubato una GiraTempo. Con Albus” , dice Scorpius.
Questo libro è un agenda promemoria, un riassunto, un ripasso per chi
‘si è perso qualcosa’ della vicenda toccata ad un ragazzo sfortunato e predestinato.
Vorrei poter dire altro di questo ultimo tassello aggiunto ad un puzzle studiato e minutamente predisposto, invece mi trattengo e lascio che la Harry- Potter-mania faccia il suo corso: non c’è critica nel voler incanalare l’avidità di esseri ipnotizzati.

J.K.Rowling nasce il 31 luglio 1965 a Chipping Sodbury, un piccolo paesino nei pressi di Bristol, in Inghilterra. Già durante l’infanzia aveva dimostrato capacità e fantasia nello scrivere racconti. A soli 6 anni scrive “Rabbit”, la storia di un coniglietto con il morbillo. Dopo il liceo studia Francese all’Università di Exeter. Dopo l’università è a Londra dove lavora per Amnesty International. E’ durante questo periodo, tra un viaggio in treno e la pausa pranzo, che inizia a prendere forma il personaggio di Harry Potter. A 26 anni si trasferisce in Portogallo per fare l’insegnante di inglese. Qui conosce il marito, con il quale divorzierà poco dopo la nascita di una bambina. Dopo il divorzio, si trasferisce con la figlia ad Edinburgo, dove, essendo disoccupata, vive grazie ai sussidi statali. Per far fronte allo stato depressivo che la attanaglia, cerca conforto nella fantasia, continuando a scrivere con passione. Nel 1997 la piccola casa editrice Bloomsbury pubblica il suo romanzo, dal titolo “Harry Potter e la pietra filosofale“, avviando uno degli eventi letterari più importanti degli ultimi anni. Il successo travolgente del primo romanzo ha spinto l’autrice a proporre altre nuove avventure di Harry Potter, le quali sono state trasposte per il grande schermo. “Harry Potter e i Doni della Morte”, settimo e ultimo episodio della serie, uscito nel luglio 2007, ha venduto 72 milioni di copie in tutto il mondo solo nel primo fine settimana, diventando il libro più venduto nella storia dell’editoria. Dalla necessità di ricevere sussidi statali, l’autrice è diventata più ricca della Regina, grazie ai diritti d’autore, cinematografici e d’immagine. Joanne Rowling è inoltre nota per il suo impegno nelle opere di beneficenza in aiuto dei poveri.

Jack Thorne scrive per il teatro , il cinema, la televisione e la radio.

John Tiffany è un regista teatrale pluripremiato e di grande successo sia nel West End che a Broadway.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa “Salani”.

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:: Il sogno di Keribe, Ilaria De Togni (Gargoyle, 2016) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2017
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La casa editrice Gargoyle, specializzata in narrativa di genere fantastico, è tornata nelle librerie, proponendo come primo titolo di questa sua rinascita Il sogno di Keribe, romanzo di un’autrice italiana suggestivo e pronto a dare una nuova visione di un genere amato ma a tratti forse inflazionato come il fantasy.
In un mondo alternativo insolito dove ci sono varie forze in gioco, esiste una dimensione oltre questo mondo, Keribe, un luogo onirico dove le coscienze ritrovano corporeità dopo la Prima Morte. Questo mondo è celato allo sguardo normale da quattro confini invalicabili: da uno di essi, Orlo, oscuro mare innavigabile, emerge Erinke, una ridestata, appartenente ad una stirpe sterminata secoli prima per i loro poteri. Tutti temono ancora le persone come lei, e il suo arrivo non passa inosservato, così come il fatto che è e resta profondamente umana come emozioni e sogni. I Guardiani dei Confini e la Resistenza, due forze in aperto contrasto, la cercano e Erinke sceglie di affidarsi a Nimpha, l’unica istituzione in grado di proteggerla.
Ruben la deve catturare per la Resistenza, ma il loro incontro sconvolgerà le vite di entrambi, scoprendo di essere uniti in ideali che porteranno Keribe sull’orlo di una guerra tra i mondi.
Una storia tra leggenda e interiorità, con un nuovo personaggio femminile interessante e insolito e una riflessione non da poco sulla paura per il diverso e l’insolito, che ha creato nella realtà e nella fantasia non pochi problemi e tragedie. Il mondo ideato da Ilaria De Togni è dominato da forze naturali che sono giudici insindacabili dei conflitti interiori e esteriori, con al centro di tutto chi combatte per sopravvivere e chi combatte per costruire un mondo per cui valga la pena sacrificare se stessi.
Più onirico di altri titoli ma non privo di azione e di suggestioni, Il sogno di Keribe svela una nuova voce del fantastico italiano, capace di creare un mondo che resta dentro: la storia può sembrare autoconclusiva, solo il tempo ci dirà se ritroveremo questo universo o altri della stessa autrice, mentre si attendono altri titoli in tema Gargoyle.

Ilaria De Togni è nata all’ombra delle mura medievali di Montagnana (Padova). Creativa per vocazione, fin da giovane si interessa di arte e simbologia, mito e psicologia. Si forma sulla letteratura pulp degli anni ’90 e 2000, incontra sulla sua strada le visioni oniriche di Alejandro Jodorowsky. Suona e canta in alcune band gothic metal locali, quindi si forma in comunicazione pubblicitaria e graphic design e diventa art director di un’importante azienda organizzatrice di eventi live. Il Sogno di Keribe è il suo romanzo d’esordio.

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Sergio Vivaldi dell’ufficio stampa.

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:: I signori della cenere, Tersite Rossi (Edizioni Pendragon, 2016) a cura di Micol Borzatta

12 gennaio 2017
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Una grande battaglia sta affliggendo il mondo quasi dalla sua creazione. Il tutto inizia con il Grande Ordine, una setta monacale fanatica, con sede nei Pirenei, e la sua antagonista, la Grande Madre, con sede nell’Isola di Creta e che predica la rinascita della pace e dell’uguaglianza dei sessi, abolendo le gerarchie e le autorità.
Con la modernizzazione del mondo, anche i seguaci delle due parti si sono evoluti, così i Globocrati diventano i leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e governano con le loro banche e le multinazionali, imponendo morte e distruzione.
Proprio per questo la Grande Madre si è sempre rifiutata di sottostare al Grande Ordine, creando piano piano un nuovo mondo, governato da una società matriarcale e non gerarchica, società vigente dal 7 mila fino al 3 mila e 500 anni prima di Cristo, quando purtroppo il patriarcato ha preso il soppravvento.
In un lungo cammino che parte dalla Creta del XII secolo a.C. fino ai giorni nostri si vedrà come i Globocrati, detti anche Signori della Cenere, saranno i potenti delle varie ere, trasformando tutto in cenere, da qui il loro nome, e come la società matriarcale fu sepolta sotto alla distruzione.
Romanzo abbastanza complesso, ma di facile e veloce lettura, grazie al suo stile narrativo di facile comprensione, pur trattando argomenti anche complessi come la finanzia speculativa e la crisi economica.
Il lettore si sente protagonista del romanzo, come se ci interagisse direttamente, e questo grazie alle molteplici domande che gli autori lo portano a porsi capitolo dopo capitolo.
Un romanzo quasi didattico e contemporaneamente libro denuncia, che unendo fantasia alla realtà dà molti spunti a cui pensare facendo capire come l’uomo ha ridotto la visione del bene e della felicità a concetti chimerici.
Un romanzo profondo e toccante adatto a qualsiasi target.

Tersite Rossi pseudonimo usato per indicare un collettivo di scrittori formato da Mattia Maistri, insegnante, e da Marco Niro, giornalista, entrambi trentini.
Esordiente nel 2010 con il romanzo È già sera, tutto è finito entra nel panorama della Narrativa d’inchiesta.
Nel 2012 pubblica Sinistri che parla dei mali della Capitale.
I Signori della Cenere chiude la trilogia.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore, ringraziamo il collettivo Tersite Rossi.

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:: Lanark. Una vita in quattro libri (Vol. 2), di Alasdair Gray (Safarà Editore)a cura di Lucilla Parisi

10 gennaio 2017
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Definito dal Guardian come “uno dei pilastri della narrativa del XX secolo” e da Anthony Burgess come “il miglior romanziere scozzese dai tempi di Walter Scott”, Alasdair Gray, autore, drammaturgo, scenografo e pittore riesce con l’ambizioso progetto Lanark. Una vita in quattro libri (pubblicato in Italia da Safarà Editore; traduzione di Enrico Terrinoni) a uscire dallo schema di narratore etichettabile in qualche genere, creando una sorta di biografia surrealista, gotica, e a tratti distopica, del personaggio di Duncan Thaw, antieroe enigmatico sulle strade di una Glasgow al contempo antica e futurista.

Si trovava ai piedi di una rupe di granito quattro volte la sua altezza, con un pendio formato da uno strato più basso che finiva per proiettarsi oltre quello più alto. Man mano che si arrampicava, la paura dell’altitudine raffinava la sua eccitazione. Il pendio era eroso e pieno di ghiaia, e a ogni passo sassolini crepitavano per poi rimbalzare nel cielo oltre la scogliera.

Scritto in un periodo di quasi trent’anni e considerato un classico della letteratura, Lanark. Una vita in quattro libri fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. Nei primi due volumi già pubblicati assistiamo alla formazione di Duncan Thaw, bambino e poi ragazzo, dal carattere difficile, nato precocemente da genitori indigenti dell’East End di Glasgow. Le vicende narrate iniziano con l’evacuazione del quartiere in tempo di guerra, l’istruzione scolastica di Duncan fino all’ottenimento della borsa di studio per la Glasgow School of Art, dove la sua incapacità di stringere relazioni con le donne e la sua ossessiva e visionaria concezione dell’arte lo condurranno verso un percorso di follia e nichilismo, fino al tentativo di suicidio per annegamento.

L’angoscia lo attirò a sé da un angolo della mente di cui era quasi inconsapevole, come un cucciolo che prova a catturare l’attenzione del padrone, strattonandolo per l’orlo del cappotto.

Con influenze che vanno da Franz Kafka a Aldous Huxley, l’opera può essere vista come una trasposizione letteraria degli incubi e dei presagi dell’autore nei confronti di una certa società massmediatica e contemporanea. Bizzarre, oniriche, le riflessioni di Duncan Thaw, alter ego di Alasdair Gray, rimandano continuamente a una catastrofica visione di una disgregazione umana totale, devastata dai conflitti politici, dall’avarizia, dalla paranoia e dall’endemica crisi economica mondiale.

A volte mi fai paura, Duncan. Le cose che dici non sono di uno che ci sta con la testa. Tutto perché vuoi essere superiore alla vita normale.

Lanark è parte del progetto editoriale di narrativa con il quale Safarà Editore è risultata tra le quattro case editrici italiane vincitrici del programma di finanziamento europeo EACEA, un bando che intende favorire la circolazione di opere letterarie in traduzioni di alta qualità.

Alasdair Gray (Glasgow, 28 dicembre 1934) è un eclettico scrittore, artista, poeta e drammaturgo scozzese. Personalità poliedrica del panorama artistico europeo, nelle sue opere fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma, e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. L’opera più nota è il suo primo romanzo Lanark – Una vita in quattro libri. Scritto in un periodo di quasi trent’anni e oramai considerato un classico della letteratura, è stato definito dal New York Times Book Review «La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone». Il suo romanzo Poveracci! ha vinto il Whitbread Novel Award e il Guardian Fiction Prize.

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:: “Dimmi che c’entra la felicità” di De Filpo e Corraro (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

10 gennaio 2017
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Dimmi che c’entra la felicità di Margi de Filpo e Vincenzo Corraro è una silloge di 18 racconti, alternati per autore, che in punta di piedi e con un linguaggio pacato e misurato accompagnano il lettore nei mille mondi descritti. Piccoli universi di storie di vita ordinaria. Infiniti microcosmi di una quotidianità a volte struggente altre accompagnata da una profonda leggerezza che comunica, in ogni caso, una vocazione alla parola come narrazione di fatti sentimenti riflessioni e denuncia.
Il libro si apre al lettore con un testo di Corraro. La collina davanti al mare racconta la parabola di un uomo del Sud che le ha provate tutte, compresa l’emigrazione, prima di gettare la spugna e arrendersi. Una resa che nel protagonista equivale a una rinascita, una voglia di riscatto che si concretizza nel desiderio di azzerare tutto e ripartire, cercando di non sprecare di nuovo ciò che la vita offre o che a questa si riesce a strappare.
Una riflessione amara, quella condotta da Corraro, sulle psicosi e nevrosi della vita moderna. Sul desiderio sfrenato di “possedere”: una casa, una famiglia, dei figli, del denaro, una posizione sociale… Sul ruolo che in questa vorticosa giostra viene dato agli affetti e all’amore. Sulla vita che può essere un rettilineo oppure una curva mal progettata dove basta un attimo, un granello di brecciola, un rivolo d’acqua o una piccola distrazione per farti precipitare nel vuoto.
Se Corraro descrive la “periferia” dello Stato nella sua marginalità di luoghi dimenticati, per certi versi, dal progresso e dalla modernità, la De Filpo racconta invece quella di una grande metropoli come Roma dove “combattono” per sopravvivere giovani e meno giovani formatisi in tutti i gradi (lauree, dottorati, master…) e che lottano per un misero posto in qualche anonimo call center sempre in bilico tra il rinnovo del contratto e il licenziamento, spesso dovuto alla “necessità” di una delocalizzazione dell’azienda per ridurre i costi e poter restare sul mercato. Assurdità e contraddizioni di luoghi dove invece il progresso e la modernità sono entrati a gamba tesa e hanno manifestato il loro lato più nero. Questo raccontano i protagonisti di L’ultima chiamata al call center.
Diego de Silva ha sapientemente sintetizzato in poche battute ciò che il lettore trova in Dimmi che c’entra la felicità quando ha descritto gli autori «pazienti e sapientemente incostanti» in grado di comprendere da soli quando è il momento giusto per “affacciarsi” al pubblico, ovvero quando il loro lavoro è abbastanza maturo.
Non si trova alcunché di “acerbo” nei racconti di De Filpo e Corraro. Anzi la narrazione scorre fluida, i personaggi sono ben caratterizzati al punto che nei racconti successivi più volte chi legge spera di rincontrarli.
Il tema centrale del libro è naturalmente la felicità. Questa chimera che ognuno rincorre a proprio modo e che in pochi riescono a intuire che «non è un accidente come la tragedia, che quando la eviti arriva da un’altra parte». La felicità si nasconde «lungo la strada, dietro l’ultima curva prima del mare».

Margi de Filpo: Di origini lucane, vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Nero di lacrime e luoghi comuni e Liza, oltre alla short story Sensation.

Vincenzo Corraro: È nato e vive a Viggianello, in Basilicata. Ha scritto i romanzi Isabella e Sahara. Vincitore del premio “Nati 2 volte” per l’opera prima, i suoi racconti sono apparsi anche in varie antologie e su testate giornalistiche.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Cristina della Sala stampa Ensemble.

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:: Manuel el Negro, David Fauquemberg (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

9 gennaio 2017
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Manuel el Negro, protagonista dell’omonimo romanzo di David Fauquemberg, pubblicato in Italia da Keller, è un fenomeno del canto e del ballo. Lui viene dal luogo dove cantare, suonare e ballare il flamenco, sono l’essenza dell’esistere delle popolazioni gitane. Manuel el Negro e il suo travolgente talento lasceranno ben presto la terra natia per farsi conoscere al mondo. Per raccontare la vita del cantante ballerino di fama mondiale partito dal Sud Ovest dell’Andalusia, dalla terra vicina al fiume Guadalquivir e racchiusa tra le città di Cadice, Siviglia e Jerez de la Frontera, l’autore ha scelto la voce narrante di Melchior, chitarrista e grande amico del personaggio principale del libro. Melchior, soprannominato Gordo, accompagnerà in giro per il mondo Manuel.  I due amici lavoreranno gomito a gomito per far conoscere il flamenco, ma il successo e la fama cambieranno Manuel, a tal punto che dopo una tourneè a New York, tra le due “M” i rapporti si incrineranno e ognuno seguirà la propria strada. Melchior sarà attraversato da una profonda crisi personale e artistica, così grave da indurlo a smettere di suonare la chitarra, per ricominciare solo più tardi e a piccoli passi. Poi, il ritorno di Manuel porterà Melchior ad accettare di collaborare, ancora una volta, con lui per far risuonare e vibrare, con ritmo e calore, l’anima pura del flamenco. Il romanzo di Fauquemberg è la storia di un’amicizia profonda tra ragazzi diventati uomini e di una cultura – quella gitana- che scaldano il cuore e le viscere di chi ascolta il flamenco e di coloro che lo suonano. Quello che si percepisce durante la lettura è la possente forza che unisce la voce narrante e il protagonista e si ha come la sensazione che Melchior e Manuel siano le due metà diverse di una stessa moneta. Melchior è un animo solitario, è molto tecnico e riflessivo nell’esecuzione musicale e nella vita. Non a caso per lui l’unico modo per raggiungere la perfezione è il massimo esercizio. Manuel è l’opposto. È impulsivo, irregolare nel modo di vivere, non segue le regole condivise da tutti. Lui ha le proprie “leggi personali” che lo portano anche ad eccedere, pur di ottenere quello che vuole. Questo farà attorno al cantate terra bruciata. Manuel sarà lasciato a se stesso dagli amici, dai colleghi e, elemento più drammatico, dalla moglie Rocio e anche da Manolito, suo figlio. Il ragazzo, non trovando un punto di riferimento stabile nel padre, si rivolgerà a Melchior per imparare a suonare la chitarra. Il giovanotto si avvicina al Gordo non solo per la musica, forse percepisce nell’amico del padre  quella persona equilibrata capace di fornirgli l’affetto e i valori esistenziali che il genitore sembra aver dimenticato.L’autore trascina il lettore dentro alle trame di un universo di vita dove la musica è la linfa vitale che alimenta l’esistenza di Manuel el Negro e di Melchior. Manuel el Negro di David Fauquemberg non è solo la storia di due amici, in essa si percepisce la parabola di un uomo (Manuel el Negro) che ha avuto tutto dalla vita, ma non è contento di nulla. Inoltre, il romanzo è un’interessante resoconto narrativo sulla cultura gitana, sulla sua  lingua e sul come gli usi e i costumi della tradizione vengano mantenuti vivi e tramandati da chi in essa ci è nato. Traduzione dal francese Beatrice Parisi.

David Fauquemberg è nato nel 1973 e vive nel Cotentin. Ha studiato Filosofia e ha viaggiato in diversi paesi: Cuba, Patagonia, Lapponia, Andalusia, California, Europa dell’Est e solcato l’Atlantico con la barca a vela. Per due anni ha soggiornato in Australia dove un periplo tragico nell’isola- continente gli ha ispirato il suo primo romanzo Nullarbor (Hoëbeke, 2007; Folio, 2009) che nel 2007 ha vinto il premio Nicolas-Bouvier. Tornato in Francia è diventato critico teatrale, autore di guide Dakota e Gallimard, scrittore e traduttore e reporter per le riviste “XXI” e “Gèo”. Per Keller è già uscito Mal tiempo.

Source: inviato al recensore dall’ editore.

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:: Cerniera lampo, di Luca Raimondi e Joe Schittino (Il Foglio, 2016) a cura di Federica Belleri

9 gennaio 2017
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Una cittadina di provincia e il suo istituto alberghiero. Due ragazzi, Teo e Dino. Diversi, nel carattere e negli interessi. Si ritrovano nella stessa classe a partire dalla quarta. Questo è l’ultimo anno, quello della maturità. È il 1994. I due giovani non si parlano mai, occupano i lati opposti nella classe, ma le loro vite sono destinate a incrociarsi. Gli anni novanta ci ricordano gli 883, il programma Non è la Rai, le discoteche aperte di pomeriggio e le paninoteche viaggianti. Ci si trova a discutere di comunismo e di fascismo, di ragazze, di materie da studiare e di come superare al meglio un’interrogazione di Storia dell’Arte. Si affrontano gli attriti fra genitori e figli adolescenti. Si parla di insegnamento convenzionale e anticonformista. Ci si interroga sugli sbocchi professionali una volta usciti da scuola. Ci si muove attraverso l’istinto, fra una risata e un attacco di gelosia. Si vive nell’inquietudine, covando rancore. Il tutto è miscelato a dovere, con personaggi che paiono delle caricature e scene grottesche, pur nella loro semplicità.
L’esercizio di scrittura dei due autori è ben strutturato. Dalla prima alla terza persona, ad una voce fuori campo che sembra riprendere alcune scene dopo un “ciak, si gira”. Per un risultato che crea movimento alla trama.
Il finale è assolutamente inaspettato e invita alla riflessione sull’equivoco, sull’imprevedibilità degli eventi, sulle debolezze degli uomini.
Davvero una lettura interessante che vi invito ad affrontare.

Luca Raimondi, nato ad Augusta (Sr) nel 1977, è bilaureato in Filosofia e in Scienze dell’educazione. Ha pubblicato diverse opere narrative, tra cui i romanzi Marenigma (Aracne, 2009), Se avessi previsto tutto questo (Il Foglio, 2013) e Tutto quell’amore disperso (Il Foglio, 2014). È autore anche di alcuni saggi, tra cui Nient’altro che un sogno. Pasolini e la Trilogia della vita (Bastogi, 2005), Il pensiero pedagogico di Pier Paolo Pasolini (Sampognaro & Pupi, 2006) e Comunicare la cultura (Bonanno, 2007). Collabora con il notiziario on line “Diorama”.
Blog: lucaraimondi.blogspot.it

Joe Schittino, nato a Siracusa nel 1977, si è diplomato all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma. Tra i suoi collaboratori e interpreti: Maison d’Éducation de la Légion d’Honneur, Novosibirsk Philharmonic Chamber Orchestra, Orchestra Filarmonica Italiana, Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Delta Saxophone Quartet, Ensemble Algoritmo, Klaus Rohleder, Steve Martland, Claudio Saltarelli, Angelo Cavarra, Mario Ciaccio. La sua musica. pubblicata da Suvini Zerboni, Edition Gamma, Ebert Musik Verlag e BAM, è stata eseguita e radiotrasmessa in undici Paesi europei, Russia, Taiwan e USA.

Source: omaggio dell’editore

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