Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Al Sassofono blu, di Serena Venditto (Homo Scrivens, 2016) a cura di Federica Belleri

2 febbraio 2017
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Napoli. Profumi, odori, vita, passioni. Quattro amici che vi invito a scoprire piano piano. Samuel, Ariel, Kobe e Malù. Diversi ma uniti. Sconclusionati ma con una certa logica. Fra di loro un bellissimo gatto nero, dagli occhi verde smeraldo, Mycroft; l’immaginario fratello maggiore di Sherlok Holmes la fa da padrone …
Al Sassofono blu va in scena una cena con delitto. I quattro, pardon, i cinque vengono invitati a partecipare. Purtroppo il locale si rivela il luogo di un reale omicidio, per altro insolito. Malù, dal sorriso contagioso e seducente, ha la passione per l’investigazione, e questo caso è per lei. S’ impiccia, si intrufola dove non le sarebbe permesso, spiazzando anche il commissario incaricato delle indagini. Gli amici poi, sono ormai rassegnati a questa sua attrazione particolare. Sanno che, se Malù si mette in testa una cosa, quella deve fare.
Gli attori della compagnia che ha interpretato l’evento nel locale sono i principali sospettati. Malù scava nel loro privato con furbizia e tatto, ben calibrati. Non le sfugge nulla. Ma chi scava nel passato di Malù per portare la luce ai suoi momenti bui? Chi scava nel passato dei suoi affezionati amici? Fra sorpresa e sgomento anche Mycroft fa la sua parte, intralciando ma fiutando una possibile pista.
Chi ha partecipato a quella maledetta serata ha un passato e un presente. Soffre e ama, come chiunque altro. O forse di più? Vive di coincidenze, di occasioni sfumate, di sospiri soffocati. Chi è in realtà la donna uccisa? Cosa porta con sé? Come si sono intrecciati nella sua vita dolore, amore e morte?
Al Sassofono blu. Il sapore del giallo classico, dove gli indagati vengono riuniti da chi gestisce le indagini, esclusi uno ad uno da un ragionamento preciso, fino a lasciare il vero colpevole al centro del palcoscenico, di fronte a se stesso e alle proprie responsabilità. Il sapore di un’altra storia gialla e amara, che si mescola alla trama principale. Il miscuglio di canzoni, di sorrisi che il quotidiano ci regala. I colori, accesi e ben definiti, e un meraviglioso felino, capace di strappare coccole e tenerezze a chiunque.
Serena Venditto ci dimostra come la sofferenza e il dolore possano rimanere nella nostra memoria, stampati e indelebili. Silenziosi e innocui, in attesa del momento giusto per manifestarsi. E se il dolore arrivasse all’improvviso, quale sarebbe la nostra reazione? Quanto saremmo consapevoli del male che in quell’istante ci viene fatto?
Buona lettura.

Serena Venditto è nata a Napoli nel 1980, un giorno dopo Harry Potter. Ha esordito con una commedia rosa, Le intolleranze elementari (Homo Scrivens 2012), più volte ristampata e da cui è stata tratta una rappresentazione teatrale a cura della compagnia Parole Alate; nel 2014 ha pubblicato la commedia gialla Aria di neve, il primo romanzo in cui compaiono i 4+1 di Via Atri 36 e il gatto detective Mycroft, vincitore del premio della critica Costadamalfilibri 2015, seguito l’anno successivo da C’è una casa nel bosco (Menzione speciale al Giallo Garda 2016).
Ha partecipato all’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 e a Faximile. 101 riscritture di opere letterarie, entrambi editi da Homo Scrivens; cura la rubrica Bar Sport per il sito Napoliclick.it.
Ama i libri e i colori: oltre a leggere e scrivere gialli, ha i capelli rossi, gli occhi verdi e un gatto nero.

Source: libro del recensore.

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:: La lettrice, Tracy Chee (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2017
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Nel mondo di Sefia leggere un libro è un atto proibito, i libri sono oggetti messi al bando e la cultura è trasmessa solo per via orale, come forma di controllo anche sulle classi subalterne. Anche se ha solo sedici anni, Sefia ha visto il padre morire assassinato in maniera brutale, è dovuta fuggire con la zia Nin che ha insegnato a cacciare, seguire le impronte e rubare tra mercati e boschi.
Ma un giorno anche Nin viene rapita da qualcuno di potente, che vuole scoprire i segreti che nasconde, e Sefia rimane sola, con un unico aiuto, un oggetto che il padre ha custodito fino alla morte, un manufatto rettangolare che nasconde un potere incredibile e pericoloso, visto che è uno di quei libri vietati in quel mondo.
Con l’aiuto del libro e di un ragazzo che incontra e che nasconde oscuri segreti, Sefia partirà alla ricerca della zia e dei misteri che nasconde la sua vita, in un mondo dove trovano spazio pirati e briganti, giochi di potere e magie, potenti quando partono dalla pagina scritta.
Il fantasy è e continua ad essere un genere amatissimo, non sempre è facile trovare però storie interessanti, soprattutto nei libri che nascono rivolti ad un pubblico di adolescenti, ma non è il caso di questa opera di esordio, ricca di spunti curiosi, a cominciare dal tema di fondo, la proibizione della lettura, che riecheggia un classico della distopia come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Là eravamo in un mondo di un futuro prossimo, con un’evidente critica della realtà del Novecento attualissima ancora oggi, qui siamo in un universo alternativo, dove i libri hanno un potere magico in più e per questo sono temuti, una sorta di merce pericolosa che viene temuta e che gira sottobanco.
Il mondo in cui Tracy Chee porta i suoi lettori è composito e ricco di suggestioni, con echi più di Dumas che di Tolkien, tra avventure di vario tipo e una rilettura fresca dell’archetipo del viaggio che accompagna la narrativa di genere fantastico dalle origini, dall’Odissea in poi. Tra l’altro, La lettrice è il primo capitolo di una nuova saga, come è ormai consuetudine del fantasy, e quindi resta alla fine del libro la voglia di capire come andrà avanti un’epopea in cui spicca un bel personaggio femminile, Sefia, ragazza in cerca di sé e della verità sulle sue origini, ma anche pronta a difendere il potere che le danno i libri.
La lettrice è senz’altro una storia avvincente per i ragazzi, soprattutto per chi è stanco di storielle melense con vampiri e lupi mannari, ma è piacevole e intrigante anche per chi ha un’altra età e magari viene da lunghi anni di letture del genere, che permettono di apprezzare questo nuovo universo parallelo in cui si viene catapultati.

Tracy Chee ha studiato letteratura e scrittura creativa all’Università della California di Santa Cruz e ha conseguito un Master of Arts alla San Francisco State University. Traci è cresciuta in una piccola città con più mucche che esseri umani, e ora si sente a casa in montagna, in mezzo alla natura e alle sue meraviglie. Vive in California con il suo cane. La lettrice è il suo romanzo d’esordio.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Giuseppe Dossetti. Un itinerario spirituale, Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Eugenio Ravignani, (Nuova dimensione, 2006), a cura di Daniela Distefano

1 febbraio 2017
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Il mio sacerdozio è nato per una scelta non mia, ma di altri, da uno sbocco, che è sembrato coerente, della vita che già conducevo, vita già consacrata nell’intenzione e nella forma, già orante, prevalentemente orante, con un dominio dell’orazione sull’azione, che intrideva, si mescolava nel profondo con la vita di ricerca e di studio…

Giuseppe Dossetti nacque a Genova nel 1913, fu deputato alla Costituente e nella legislatura successiva, si ritirò dalla vita politica per dedicarsi al sacerdozio monastico.
La sua strategia era la non ingerenza della chiesa nelle questioni di natura puramente politica e rispetto assoluto per la chiesa stessa come istituzione divina.
In questo libro che fa tappa nel vissuto di un uomo speciale si ricava linfa da una meravigliosa unità interiore, una lucida razionalità del suo procedere ragionando.
L’Italia di oggi, l’Italia della ritrovata “partecipazione popolare”, della “centralità repubblicana”, della “difesa dei diritti”, deve a Dossetti grande riconoscenza.
Sembra quasi un paradosso, ma è almeno divertente, che sia stato per primo
Il Sole 24Ore – di certo non il giornale della “povera gente” – ad “azzardare l’ipotesi che un po’ più di Dossetti e un po’ meno di realpolitik ci avrebbero riservato anni migliori di quelli che abbiamo vissuto”.
Ma come si sviluppò il suo percorso sociale che poi digradò lentamente verso il sacerdozio monastico?
L’attività pubblica di Dossetti incomincia con un colpo di fiuto, cioè con l’idea che se vuole avere un futuro all’interno della Dc deve “conquistare il Veneto”. E per conquistare il Veneto alla fine del ’45 dedica otto settimane di capillare predicazione repubblicana itinerante all’interno delle parrocchie, dei gruppi,
dei circoli, delle sezioni democristiane di questa regione.
De Gasperi non voleva che si prendesse posizione sul referendum istituzionale, Dossetti, invece, era convinto che senza una scelta repubblicana non si sarebbe dato un sicuro sviluppo democratico del Paese.
Da dove prese origine l’astio tra questi due giganti?
Lo scontro con De Gasperi non era solo un dissidio fra capi corrente, fra due grandi leader politici, entrambi di enorme statura morale e intellettuale.
I due si distinguevano su un punto fondamentale: per De Gasperi la questione di fondo era quella delle soluzioni pratiche, della empirìa, del concreto, mentre per Dossetti i problemi si potevano affrontare e risolvere solo partendo dal piano dei sistemi e delle istituzioni. Due prospettive diametralmente diverse.
Quale evoluzione si materializzò nelle sue scelte politiche?
La preoccupazione di Dossetti negli anni del primo dopoguerra è stata quella di una linea politica che certamente condivideva e che non gli era per nulla estranea, cioè l’opposizione al Partito Comunista: Dossetti non è mai stato un “criptocomunista”, “un pesce rosso che nuota nell’acqua santa”.
Gli anni successivi furono per lui quelli del silenzio espresso, della tacita lotta contro l’ipocrisia ed il degrado morale.
Mancano oggi figure che possano –  anche solo lontanamente  – accostarsi alla sua sagoma diritta, alla sua levatura spirituale, alla sua umile metafora di vita.
Un esempio però, il suo,  che porta frutto: oggi forse no, ma domani un nuovo Dossetti può farci rivivere il sogno di una fede che non stinge nel nero mare della perversità umana.

Giuseppe Alberigo (1926-2007)  è stato professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Bologna, ha diretto  l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, fondato da Dossetti.
E’ stato direttore della rivista “Cristianesimo nella storia” nonché titolare della Cattedra Unesco di Bologna Giovanni XIII sul pluralismo religioso e la pace.

Alberto Melloni è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dirige la Biblioteca G. Dossetti della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.
Collabora con la Rai e il “Corriere della Sera”.

Eugenio Ravignani. Già vescovo di Vittorio Veneto dal 1983,  è vescovo emerito  di Trieste.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah dell’Ufficio Stampa “Ediciclo- Nuova dimensione”

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:: Patti Smith. Voglio, ora di Adriana Schepis (Imprimatur, 2016), cura di Lucilla Parisi

31 gennaio 2017
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Adriana Schepis ripercorre la vita di Patti Smith attraverso quei momenti e quegli incontri – straordinari nella loro unicità – che ne hanno segnato irrimediabilmente la carriera e l’esistenza.
In quarant’anni di poesia, musica e impegno sociale (compresa la pausa quasi decennale lontano dai riflettori) Patti Smith – complice il fermento culturale e politico degli anni Sessanta e Settanta e la ricchezza del panorama musicale di quel periodo – può vantare un bagaglio di storie, incontri e modelli davvero eccezionali. Ad aiutarla, oltre all’invidiabile carisma e il talento innato, anche una grande determinazione, quella che giovanissima la catapultò, senza soldi e senza lavoro, dal New Jersey (dove viveva con la famiglia) a New York e che la rese, in pochissimo tempo, una stimata (anche se decisamente stravagante) icona del rock in tutte le sue variabili.
Ventenne decisa e terribilmente seducente (nonostante la corporatura esile e l’abbigliamento di fortuna), Patti si sente un’artista ed è in quella direzione che vuole andare. Il suo modello e mentore – insieme a Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Jim Carrol e naturalmente Bob Dylan – è Arthur Rimbaud, entrato nella sua vita come una visione (con la scoperta casuale della raccolta di poesie Illuminazioni su una bancarella di libri usati) e da cui trarrà continua ispirazione.
La conferma di trovarsi nel posto giusto è l’incontro con un giovanissimo e bellissimo Robert Mapplethorpe, anche lui alle prese con la propria “missione” artistica. E’ amore a prima vista, ma è anche contaminazione, intreccio, scoperta. Così lo ricorda Patti:

“Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri; giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.”

Patti e Robert condividono molto di più di una stanza, prima nell’appartamento in Hall Street, a Brooklyn e poi sulla Ventitreesima al Chelsea Hotel: sono due anime affini consapevoli di avere uno scopo, di dover coltivare la propria arte non per se stessi ma per lasciare un segno, dare un messaggio, scrivere e rappresentare il mondo attraverso di lei, per renderlo migliore.
Robert e Patti sono dei veri sognatori e sognano insieme e continueranno a farlo anche quando le loro strade si separeranno, ma mai veramente distanti e sempre profondamente avvinti.
L’ambiente del Chelsea Hotel è in quegli anni (siamo nel 1969) il luogo giusto per nutrire le loro menti e per lusingare il talento dei due giovani ed è proprio nella sua hall e nelle sue stanze che Patti Smith intreccerà il destino di uomini e donne fondamentali per la propria crescita artistica e umana.

“Negli anni il Chelsea era diventato l’ambita casa di un numero impressionante di menti artistiche, che nelle sue stanze vivevano, creavano e si influenzavano a vicenda […] Pochi anni prima che ci arrivassero Patti e Robert il Chelsea era stato la seconda casa della Factory di Warhol; Bob Dylan ci aveva composto l’album Blonde on blonde, e Leonard Cohen aveva concepito lì il suo disco d’esordio, Songs of Leonard Cohen.”

Così Patti Smith lo ricorda nel 2010:

L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qua è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.” (da Just Kids edito da Feltrinelli).

E’ solo uno dei numerosi e affascinanti luoghi che Adriana Schepis si ritrova a esplorare e a raccontare in queste pagine: sono gli anni del debutto di Patti Smith con il suo gruppo (nel 1974) sul palco del CBGB, al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan, dell’uscita del suo primo album Horses (1975), dell’incontro con Fred Sonic Smith, chitarrista degli MC5 (e suo futuro marito) e del riconoscimento internazionale. Ci sono poi gli anni del silenzio, del ritorno con il suo quinto album Dream of life, uscito nel giugno del 1988, e quelli più recenti in cui Patti ha continuato e continua tuttora a farsi apprezzare.
La movimentata e intensa vita di Patti Smith diventa anche il pretesto per soffermarsi sui numerosi incontri con personaggi e icone del panorama musicale (e non solo) di quel periodo: è commovente la chiacchierata con un’affranta Janis Joplin al Chelsea Hotel e insolito lo scambio di battute con un timido Jimi Hendrix sulle scale che portano agli Electric Lady Studios; per non parlare delle circostanze in cui è avvenuto lo scatto fotografico che immortala una raggiante Patti Smith e un divertito Bob Dylan dopo il concerto dal vivo all’Other End, nel Village.
I testi delle canzoni, le numerose poesie, i libri (tra cui Just Kids) oltre alle interviste rilasciate negli anni dall’artista e al copioso materiale pubblicato su di lei, tra cui il bellissimo e consigliatissimo lavoro di Dave Thompson Danzando a piedi nudi (Edito da Odoya), rappresentano il punto di partenza del viaggio di Adriana Schepis che, con accuratezza e grande sensibilità, rivive aneddoti e ripercorre i pensieri di una donna – come la stessa autrice sottolinea nella sua breve introduzione al libro –

“che ha avuto il coraggio di realizzare i suoi sogni mentre li scopriva, senza smettere mai di interrogarsi sui suoi desideri.”

Che si conosca o meno Patti Smith, o che la si apprezzi oppure no, il libro di Adriana Schepis è sicuramente un buon modo per lasciarsi travolgere dal clima rock e molto “psichedelico” di anni irripetibili, in cui i sogni erano palpabili e ancora possibili e la voglia di libertà un mantra irrinunciabile.

Adriana Schepis è nata a Trieste d’estate, nel 1980. Ama scrivere a matita, bere buon caffè e camminare. Non ama le matite spuntate, i granelli di caffè sulle mani umide né le scarpe col tacco. Da tempo si è avvicinata allo zen, ma lui continua a schivarsi. Ha conseguito una laurea in Psicologia, un dottorato in Psicologia della comunicazione e un master in Comunicazione della scienza. Per Imprimatur ha firmato nel 2015 Spregiudicate: grandi donne che hanno usato il loro potenziale d’amore.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Imprimatur.

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:: Rosso Parigi di Maureen Gibbon (Einaudi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

30 gennaio 2017
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Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il farmacista del ghetto di Cracovia, Tadeusz Pankiewicz, (Utet, 2017) a cura di Viviana Filippini

28 gennaio 2017
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Il 27 gennaio come sappiamo è il Giorno della Memoria, ma io credo che ogni giorno dell’anno dovrebbe, anzi, deve essere il Giorno della Memoria, per ricordare il male passato ed evitare che accada ancora nel presente e nel futuro. Purtroppo gli eventi spesso dimostrano un ripetersi ciclico della storia, ma sarebbe bello se ogni tanto il fare memoria riuscisse davvero a cambiare le persone e le cose. Tra i libri che raccontano quello che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale c’è Il farmacista del ghetto di Cracovia di Tadeusz Panckiewicz, pubblicato da Utet, nel quale l’autore racconta quello che accadde nel ghetto di Cracovia istituito, negli anni Quaranta del 1900, dalle autorità del ghetto ebraico in una zona periferica della città. Pankiewicz, polacco e cattolico, si ritrovò a vivere nel ghetto e a fare il farmacista proprio durante il periodo dell’occupazione tedesca. L’uomo era proprietario della farmacia L’Aquila, aperta nella città dal 1933, attiva anche durante il periodo della guerra. Una scelta molto importante che permise a Pankiewicz di aiutare davvero tanti ebrei. Accanto al farmacista polacco ci furono sempre le sue aiutanti, tre giovani donne che sostennero il farmacista e ognuna delle persone che a loro si rivolgeva. Leggendo le pagine del libro-testimonianza di Pankiewicz non ci sono solo nomi, date e dati, ma per ogni persona citata l’autore racconta la vita che quelle persone avevano, come vivevano e quello che accadde loro. Ci sono le storie di donne, uomini e bambini che fecero il possibile per salvarsi la vita, compreso il nascondersi per ore e giorni dentro le fognature o nelle case abbandonate. Accanto a loro, quegli ebrei che nel ghetto avevano un ruolo ambiguo, perché si ponevano al totale servizio dei militari tedeschi, eseguendo i loro ordini. La storia del farmacista del ghetto di Cracovia si addentra anche nelle violenze assurde compiute dai militari tedeschi contro gli ebrei durante i diversi rastrellamenti. Gesti insensati e assurdi che portarono dolore, morte e il progressivo sfollamento del ghetto. Ebrei presi a calci e pugni, picchiati con armi o freddati senza pietà e senza motivo. Episodi agghiaccianti che però non fermarono mai il farmacista polacco, il quale con coraggio fece tutto il possibile per aiutare chi nel ghetto ci viveva, non solo portando medicinali, ma anche recapitando informazioni, notizie e messaggi tra chi stava dentro, chi usciva dal ghetto per lavorare grazie a foglio blu e chi invece veniva deportato. Pankiewicz riuscì a salvare molte vite di ebrei e per il suo operato nel 1983 l’Istituto Yad Vashem gli riconobbe il valore di Giusto tra le nazioni. Il farmacista di Cracovia di Tadeusz Pankiewicz è un’ importante testimonianza umana di un periodo storico passato da ricordare per la memoria di chi fu vittima e nella speranza che certi drammi non si ripetano più. Prefazione di Marcello Pezzetti. Traduzione di Irene Picchianti.

Tadesuz Pankiewicz (Sambor, 21 novembre 1908 – Cracovia, 5 novembre 1993), polacco cattolico, ha vissuto nel ghetto di Cracovia durante l’occupazione tedesca. Titolare della farmacia All’Aquila dal 1933, dopo la creazione del ghetto nel 1941 ha scelto di tenere ugualmente aperta la sua attività, aiutando migliaia di ebrei. Per il suo valore, nel 1983 ha ricevuto dall’Istituto Yad Vashem (l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah) il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni”. A partire da quello stesso anno la farmacia è diventata parte del museo della Farmacia di Cracovia.

Source: richiesto all’editore UTET. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio stampa.

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:: 27 gennaio Giornata della Memoria – L’orsetto di Fred, Iris Argaman, Illustrazioni di Avi Ofer, (Gallucci, 2017), a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2017
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L’orsetto di Fred di Iris Argman, è il libro per bambini che l’editore Gallucci ha deciso di far uscire in occasione della Giornata della Memoria. La vicenda ha per protagonista un simpatico orsacchiotto e il suo padroncino Fred, un bambino di origine ebraiche. Tutti e due furono coinvolti in un lungo viaggio nell’Europa afflitta dalla Seconda guerra mondiale fino all’arrivo negli Stati Uniti d’America, la terra di salvezza per entrambe. Negli USA Fred divenne un uomo, si sposò e si creò una famiglia, sempre con la compagnia e il sostegno dell’inseparabile amico di pezza poi, un giorno, una telefonata venuta da lontano chiese a Fred Lessing se gli andava di prestare il suo amico orsetto al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme. Il tutto per aiutare altri bambini a conoscere la sua storia. Fred, prima di confermare a chi lo chiamava da Israele, chiese al suo inseparabile amico cosa ne pensasse e l’orsetto accettò di compiere quel lungo viaggio verso Gerusalemme, dove ancora lo si può vedere oggi. L’orsetto di Fred è una storia vera che ha per protagonista il piccole ebreo Fred Lessing e la rocambolesca fuga che affrontò per avere salva la vita. L’autrice Argman ha dato vita ad una narrazione dove i piccoli lettori potranno conoscere la vicende del piccolo ebreo attraverso il racconto fatto dal suo inseparabile orsacchiotto, passando attraverso ai diversi nascondigli dove i due finirono in Olanda, prima di arrivare in America. Fred, figlio di un musicista, e l’orso sopravvissero alla Shoah, alla discriminazione raziale e all’insensata violenza che il regime Nazista attuò nei confronti degli ebrei. A testimoniare l’esito positivo di questa vicenda, oggi, al museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme c’è davvero l’orso di Fred Lessing. L’orso di Fred di Iris Argaman, con le delicate ed eleganti illustrazioni di Avi Ofer, è un libro per bambini e adulti, ideale per fare memoria attraverso le parole e i disegni e per aiutare i piccoli lettori di oggi a conoscere il passato, nella speranza che gli errori di ieri non si verifichino mai più nel presente e nel futuro. Traduzione di Elena Lowenthal.

Iris Argaman è nata nel 1967 ad Ashdod, in Israele. Dopo gli studi in Letteratura all’Università di Gerusalemme e di Tel Aviv, ha cominciato a scrivere libri per l’infanzia.

Avio Ofer è nato e cresciuto a Tel Aviv, è illustratore e regista di film di animazione. Con i suoi lavori ha partecipato a mostre e festival in diversi paesi del mondo.
Vive a Barcellona.

Source: inviato al recensore dall’editore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa.

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:: Il Fabbricante di Gargoyle, Clark Ashton Smith, a cura di Davide Mana (Amazon Media, 2017)

26 gennaio 2017

Clark Ashton SmithOggi vorrei parlarvi di un interessante progetto, nato senza mezzi, senza importanti sponsor o grandi Fondazioni alle spalle, un progetto di un traduttore e scrittore italiano che ho la fortuna collabori (ormai devo dire molto saltuariamente) con il mio blog. Questo mi permette di avere notizie di prima mano e qualche aneddoto curioso, che ho deciso di condividere con voi. Allora il progetto, a dire il vero piuttosto ambizioso, è quello di tradurre in italiano pian piano e con tutta calma, i racconti di Clark Ashton Smith, ormai liberi da vincoli e di dominio pubblico, presenti nel sito The Eldritch Dark. Per colmare una lacuna, davvero ingiustificabile, che tiene lontani i lettori italiani da una delle colonne portanti del fantastico americano del secolo scorso. Ma le condizioni del fantastico in Italia sono note a tutti, quindi in realtà la cosa non dovrebbe sorprendere più di tanto. Tuttavia Davide Mana, questo è l’incosciente e intraprendente traduttore, non si è fatto scoraggiare e si è messo al lavoro. Fan di Clark Ashton Smith ne esistono ancora, anche nella nostra ultima e sperduta colonia dell’impero, quindi sono certa che questa notizia farà felici in molti. Due racconti sono già stati tradotti (e disponibili su Amazon), sono: La Bestia di Averoigne e Il Fabbricante di Gargoyle (credo una terza dovrebbe uscire proprio oggi, ma prendete la notizia con le pinze). Ed è di quest’ultimo che vorrei parlare. E’ un racconto breve, corredato di postilla e annotazioni, uscito per la prima volta su Weird Tales nel numero di agosto del 1932. Di genere weird fantasy, quel genere di fantasy con contaminazioni horror che ha avuto grandi maestri come H. P. Lovecraft, e in tempi più recenti Michael Moorcock, che confermo è vivo e vegeto, e firma ancora autografi. E proprio confondendo (naturalmente io, ma come attenuante devo dire che ero piuttosto stanca) Michael Moorcock e Clark Ashton Smith, vicini di scaffale nella mia libreria, una sera parlammo io e Mana del ciclo dell’ Averoigne e del bellissimo racconto The End of The Story (1930, The Popular Fiction Publishing Company). Che sia stata io a dargli l’idea? Sinceramente penso che gli frullasse già da parecchio per la testa, e aspettasse il via solo dopo aver chiarito la questione dei diritti. Allora Il Fabbricante di Gargoyle è una storia maledetta, parla di demoni che scorrazzano per l’amena città di Vyones e fanno scempio di cristiani. Il clero della zona non ci fa una gran figura come difensore della cristianità, e questa vis ironica è una caratteristica spiccata degli scritti di Clark Ashton Smith che impareremo a conoscere bene. Dall’analisi del testo cosa spicca? Innanzitutto lo stile elegante e alto, la maturità sintattica, la ricchezza di vocaboli, la grande leggibilità. E’ affascinante la scrittura di Clark Ashton Smith, e il traduttore mette a disposizione il suo bagaglio narrativo (si vede che è un autentico appassionato del genere) per rendere al meglio in italiano, un testo non semplice e ricco di sfumature, che richiama gli scritti medioevali. Infine Il Fabbricante di Gargoyle è un testo che colpisce sotto la cintura, non si può leggerlo senza esserne in un certo senso influenzati se non spaventati. Il male sembra più forte, più spietato, più determinato, e l’uomo una piccola cosa in sua balia. Se non fa paura questo, non so cos’altro. Alla prossima.

Davide Mana è nato a Torino nel 1967. Geologo, traduttore, scrittore, blogger. Appassionato di fantascienza, letteratura del fantastico, culture orientali, ha pubblicato diversi romanzi, novellette e racconti sia in italiano che in inglese. Vive disperso nelle campagne dell’astigiano, sperando che la sua connessione internet lo assista.

Source: ebook inviato dall’autore.

:: Il lettore di cadaveri, Antonio Garrido (Sperling & Kupfer, 2012) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2017
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In questi ultimi tempi sto leggendo parecchi libri di ambientazione cinese, da Strange Tales from Chinese Studio di Pu Songling a vari saggi storici di Gernet, e come si suol dire una ciliegia tira l’altra, così mi son trovata tra le mani un romanzo del 2012, edito da Sperling e Kupfer, dal titolo Il lettore di cadaveri.
Il nome dell’autore non vi inganni, Antonio Garrido non è italiano, ma spagnolo, nato a Linares nel 1963 e docente all’ Università di Valencia, e ha scritto un romanzo davvero interessante, accurato nella ricostruzione storica, frutto di una certosina documentazione, e brillante nella forma.
Il lettore di cadaveri ha per protagonista principale un personaggio storico davvero esistito, Song Ci (1186–1249), un medico forense ante litteram di cui sappiamo davvero poco, oltre al fatto che scrisse un trattato Collected Cases of Injustice Rectified (Xi Yuan Ji Lu) fondamentale per le scienze forensi.
Il fatto che esistano pochi riferimenti sulla sua vita ha permesso a Garrido di usare la fantasia e spaziare nel tempo e nello spazio creando un personaggio singolare e ricco di fasciano.
Insomma Garrido ha riunito le suggestioni del romanzo storico e la suspense del thriller in modo eccellente e personale, dando vita a un romanzo che seppure in Spagna ha vinto parecchi riconoscimenti, da noi avrebbe meritato più diffusione, e infatti sono qui dopo anni a parlarne, sperando di porlo all’attenzione dei lettori interessati.
Siamo dunque in Cina, durante la dinastia Song Meridionale, intorno all’inizio del 1200, e il nostro protagonista Song Ci (il cognome per tradizione veniva anteposto al nome) è un giovane di belle speranze, allievo del giudice Feng, che per vicissitudini familiari si ritrova nel villaggio natale tiranneggiato dal fratello maggiore e costretto ai lavori più umili nelle campagne. Lui sogna di studiare, di frequentare l’Università della capitale Lin’an e solo dopo grandi sofferenze vi giunge fuggiasco e senza un soldo.
L’incontro con il maestro Ming dà una svolta al suo destino, ma solo quando sarà chiamato a corte per indagare su una serie di misteriosi delitti, la sua vita prenderà la giusta direzione.
La storia è composta da diverse indagini svolte da Song Ci in maniera scientifica possiamo dire, e l’autore, ispirato a reali indagini presenti nei testi scritti dal vero Song Ci, è attento che ogni particolare collimi e sia credibile, adeguandolo con la situazione sociale e tecnica del periodo.
Il tutto senza sembrare noioso o nozionistico, ma con il ritmo vivace del thriller capace di incollare il lettore alle pagine e anche qualche sfumatura di erotismo quando il nostro si innamorerà della sensuale Iris Azzurro. Insomma io mi sono divertita a leggerlo, spero farete altrettanto voi.

Antonio Garrido, nato a Linares nel 1963, insegna all’ Università di Valencia. Appassionato di storia, ha iniziato la carriera di scrittore con Il monastero dei libri proibiti, grande successo in Spagna. Il lettore di cadaveri è il suo secondo romanzo, bestseller in patria e tradotto in 12 Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cetta dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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Nota: attualmente fuori catalogo in cartaceo, ma disponibile in ebook.

:: I Medici, una regina al potere, Matteo Strukul (Newton Compton, 2017) a cura di Federica Belleri

23 gennaio 2017
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Ultimo capitolo della saga de I Medici. Matteo Strukul ci racconta di Caterina, sposa di Enrico di Valois. Donna temuta alla corte di Francia, mai accettata per il solo fatto di essere italiana. Non bella, ma fiera. Fedele a Enrico, ombroso e taciturno, manipolato dalla sua avvenente amante Diana, donna  intrigante e irresistibile, da spezzare il fiato. Abile calcolatrice. Il periodo storico narrato in questo romanzo va dal 1525 al 1589. Periodo caratterizzato da sfarzo e pranzi sontuosi, mantelli e stivali, corsetti e gioielli preziosi. Ma anche da intrighi e presunti avvelenamenti, da editti e guerre di religione. Si combatte la peste, si lotta per un ideale. Si odia per mantenere fede all’amore verso il proprio uomo e si è disposti a tutto pur di sostenere il regno. Sono gli anni di Nostradamus, caffettano nero come i suoi occhi e barba biforcuta. Il suo sguardo ammalia e stordisce. Caterina lo cerca, per anni e lo fa entrare a corte al servizio del suo ventre sterile. Ne è affascinata in modo ipnotico. Nostradamus, schivo e geniale, esperto di astrologia. Speziale, medico, personaggio discusso e controverso.
È il periodo dei Lanzichenecchi, soldati mercenari al servizio di Carlo V. Abili con la spada, ma non abbastanza veloci. È anche il periodo della terribile notte di San Bartolomeo, che provoca il massacro degli ugonotti. È la storia di una guardia speciale, forte e leale, innamorato perdutamente di Caterina, disposto a tutto pur di proteggerla. La Francia passa da una guerra all’altra, cattolici contro protestanti, fedeli
contro eretici. Spari, ripari fortuiti, agguati sanguinari, pene di morte.
Nel privato di Caterina non c’è amore e a nulla serve la sontuosità del suo palazzo. Non ha importanza la discendenza che ha creato, quando le viene portata via troppo presto. La morte, nella sua famiglia, è una linea ben definita. Nel momento in cui arriva, crolla tutto. Ogni speranza, ogni certezza. A cosa serve la vendetta quando si rimane soli, quando anche i figli non appartengono più a chi li ha generati?
Questa è la vita di Caterina alla corte di Francia. È la trasformazione del suo cuore nel corso degli anni, che diventa austero, come il suo portamento. Un’esistenza a convivere con il dolore, cercando di non mostrarsi mai debole agli occhi dei suoi sudditi. Caterina, la dignità di piangere i propri cari in solitudine, la determinazione a non abbandonare il trono.
I Medici, una regina al potere. Passione e sangue del Rinascimento. Assolutamente da non perdere le note dell’autore. Buona lettura.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in 20 Paesi e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della trilogia sui Medici, Una dinastia al potere: il libro è stato il caso editoriale della Fiera di Francoforte, i diritti di traduzione sono stati venduti in vari Paesi (tra cui Germania, Spagna e Inghilterra) ed è stato sin dall’uscita ininterrottamente in cima alle classifiche italiane di vendita. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è http://www.matteostrukul.com

Source: libro inviato in anteprima dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: VersOriente – La vegetariana, Hang Kang, (Adelphi, 2016) a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2017
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Yeong-ye, è la protagonista de La vegetariana romanzo di Hang Kang, edito da Adelphi. La giovane donna, piccola, minuta e dalla pelle giallastra svuota da ogni tipo di cibo, carne e similari, il frigorifero e il congelatore della casa che ha messo su con il marito. Per lei è un azione naturale, per il consorte è qualcosa di inaccettabile. Lui sbraita, si arrabbia e chiede spiegazioni alla moglie che non solo non parla, ma dimostra un’inquietante calma e freddezza nel suo vivere e agire. La scelta di Yeong-ye sarà un qualcosa di inaccettabile pe la sua famiglia che farà di tutto per salvare la moglie/figlia/sorella dal baratro- secondo loro- nel quale lei sta volontariamente precipitando. Hang Kang divide in tre parti il suo scritto e questi tre atti mi hanno richiamato alla memoria la struttura dell’antica tragedia greca. Non a caso tra le pagine del libro si assiste ad un dramma che scombussolerà in modo completo le esistenze di tutti i diversi personaggi dell’intreccio, portandoli a vedere la vita in modo diverso da come hanno sempre fatto. Elemento che ritorna in modo costante, come un mantra, è il fatto che in più occasioni la protagonista affermi di aver fatto un sogno. Non lo racconta mai a chi la circonda, ma noi lettori siamo ammessi a conoscere quello che sta nella sua testa e che la tormenta. Di forte impatto sono le scene nelle quali il padre di Yeong-ye cerca di ficcarle del cibo in bocca. Immagini di estrema violenza e, allo stesso tempo, di violazione di un corpo e delle scelte da esso compiute. Poco nobile anche l’agire del cognato, uno pseudo artista -come narrato nelle seconda parte del romanzo “La macchia mongolica”- che farà della cognata l’oggetto del suo film artistico. Un’opera d’arte che rischia di scadere in un misero e triste film a luci rosse da lui girato solo per il proprio piacere personale. La protagonista è succube in modo completo dell’uomo ed è come ipnotizzata dai colori e dai fiori disegnati che le ricoprono il corpo durante la fase di lavorazione della pellicola. Yeong-ye è come in un altro mondo e sembra essere incapace di comprendere quello che realmente le sta accadendo. La vegetariana non è solo la storia di una figura femminile che ha scelto di non mangiare più carne di nessuna specie. È la storia di una donna che ha compiuto un passo in più. Un donna che oltre alla carne come cibo ripudia, giorno dopo giorno, la carne che costituisce il suo corpo. Una scelta estrema vero, ma necessaria per trovare armonia. L’unica persona che sembra davvero capirla e non la prende per pazza è la sorella. Il non mangiare della protagonista è la spinta principale della sua ricerca personale che punta all’immaterialità corporea per una vita di pura anima. La vegetariana di Hang Kang per qualcuno potrebbe essere un romanzo sulla dissoluzione esistenziale di una vita umana e di autolesionismo, ma la scelta di Yeong-ye ci fa riflettere. La sua decisione è forte, però per lei è un vero e proprio percorso di spoliazione del superfluo (materialità corporea), in funzione della ricerca di una spiritualità pura e immateriale che dona pace e pone fine al tormento. Traduzione Milena Zemira Ciccimarra.

Han Kang, nata nel 1970, è figlia dello scrittore Han Seungwon e ha vinto il “Yi Sang Literary Award” come il padre. In Italia è uscito il suo La vegetariana (Adelphi 2016).

Source: acquisto del recensore.

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:: Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola, 2016), e intervista a Claudio Giunta, a cura di Daniela Distefano

18 gennaio 2017

libro-claudioIl libro di cui mi accingo a parlare è un manuale di letteratura per le scuole superiori, uno di quei testi che incutono timore anche a chi ha oltrepassato da un bel po’ la frequentazioni di banchi, la campanella delle lezioni, le ore di studio spesso inconcludente, come è capitato alla sottoscritta.
E invece no: il volume in questione ha già dal titolo definito il proprio raggio di seduzione per  ragazzi e non solo.
Già, perché “Cuori intelligenti” non sono poi così rari da pescare.
La rete viene gettata ogni anno con l’avvio dell’anno scolastico, però qualcosa finisce per incepparsi sempre.
Compagni di classe non stimolatori di interessi culturali, programmi al limite della digeribilità, lezioni leziose, spiegazioni usuranti.
E poi c’è quell’alone di indeterminatezza che compare come una nuvoletta sulle teste degli studenti:
“Perché devo studiare? A cosa serve apprendere cose che per noi non hanno attinenza con la realtà quotidiana?”.
E’ uno stillicidio di menti che al Sud sono spremute per altro, non di certo per la scuola.
Poi però capita che lo sconforto, il pessimismo, spariscano di colpo, basta una domanda acuta nel bel mezzo della lezione deserta, è sufficiente far lievitare una curiosità spontanea, l’attenzione che è in grado di affiorare grazie ad antologie come questa: globale, sinteticamente completa, predisposta con amore da chi vede l’insegnamento come la maieutica applicata al pensiero.
E così non possiamo non parlarne, difenderne la cristallina purezza d’intenti, la capacità di coinvolgere, intrigare, far innamorare della letteratura italiana che si è evoluta lentamente come la nostra forma politica, come i nostri ideali, come il nostro passato non sempre unitario.
Nell’approntare questo percorso verso la comprensione di capolavori letterari di oggi e di ieri, Claudio Giunta –  docente all’Università di Trento,  saggista, scrittore e storico della letteratura italiana – si serve del proprio armamentario stilistico con una coloritura vivace che ‘acchiappa’ il lettore.
Nel trattare i vari argomenti, l’autore fa uso di riquadri che specificano, chiariscono, accompagnano le note e la bibliografia:

-Analisi del testo.
-Laboratorio: comprendere- analizzare – contestualizzare.
-Mappa di sintesi.
-Il percorso delle opere.

Nel focalizzare l’attenzione sulla pagina di un nuovo secolo, delle sue caratteristiche, dei suoi impulsi innovatori,  Giunta compie una panoramica dei vari aspetti rilevanti per la società:

  • l’arte con tutti i suoi presupposti;
  • la storia con le sue vittorie e sconfitte;
  • la scienza e il suo progresso.

E poi la narrativa, la poesia, non solo italiane, non solo raccontate in modo didascalico, anzi, cercando di ammaliare il giovane che si ritrova a godere della propria intelligenza, della propria capacità di cogliere al volo quello che gli autori giganti del passato hanno voluto tramandare.
Abbiamo incontrato Claudio Giunta al termine del suo tour di presentazione del volume “Cuori intelligenti” in tutta Italia.

Il suo manuale ha il dono della sintesi nel mare vasto della nostra letteratura italiana, ritiene necessario un cambiamento nei programmi scolastici delle scuole superiori?
Più voce alle voci nuove letterarie o più attenzione alla storia della nostra lingua?

Direi che i manuali-antologie in commercio sono generalmente buoni. Però sì, generalmente sono scritti da professori universitari di una certa età, mentre sono destinati a ragazzi di 14-18 anni che parlano un tutt’altro linguaggio e che non devono per forza diventare professori universitari di letteratura (o storia, storia dell’arte ecc.). L’impianto del mio manuale è storico, e in ciò è simile a tutti gli altri: ma con dei ‘tagli tematici’ che forse aiutano i docenti (e gli studenti di riflesso) a non restare schiavi delle scansioni cronologiche. Però sì, credo che occorra ripensare in toto l’insegnamento della letteratura a scuola: sacrificando un po’ di storia, facendo più Novecento, tagliando o riducendo molto lo studio di grandi autori che sino a ieri sarebbero stati intoccabili.
E sì, credo che a scuola sia utile fare non solo un po’ di storia della lingua ma anche di filologia: poche cose semplici (per esempio partire dalla domanda “Che storia ha il libro che ho di fronte? Era un manoscritto? Nasce come libro a stampa?” Ecc.).

Crede che le vignette e i fumetti possano trovare una congrua collocazione nell’elenco materie da studiare a scuola? E’ anche questa letteratura?

Lo è senz’altro. A scuola però cercherei di far studiare i grandi autori ‘canonici’ del passato per una ragione molto semplice: se non lo fa la scuola non lo fa nessun altro. Perciò non esageriamo con la modernizzazione, anche perché di fumetti i ragazzi sanno più di noi, si rischia di fare la figura degli attardati proprio mentre ci si crede moderni. Comunque, con un collega abbiamo provato a fare una lista di bei libri da leggere, qualche settimana fa, e dentro c’è anche Andrea Pazienza (qui) (e ci possono stare anche i Peanuts, i fumetti della Disney, Calvin e Hobbes, eccetera. Ma ripeto, con cautela).

Qual è l’autore che – secondo lei  – merita più di ogni altro di essere approfondito dai ragazzi delle scuole superiori?

Be’, difficile inventarsi delle novità, e difficile indicare un solo nome. Direi, per il primo anno Dante (e non è una risposta originale); per il secondo cercherei di leggere un po’ di buona prosa illuminista francese (Voltaire, Diderot, d’Holbach) e italiana (Verri, Beccaria, Filangieri): di solito non si ha il tempo di leggerla, ma è un peccato, perché sono dei modelli di pensiero e di argomentazione; per il terzo anno direi, a parte quelli ovvi (Verga, Montale, Svevo), un paio di grandi scrittori del secondo Novecento: le poesie di Sereni, i saggi e i romanzi di Sciascia.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, Il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, Il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola.
I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al «Sole 24 ore» e a «Internazionale». Condirige la «Nuova rivista di letteratura italiana».