Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017
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La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
“I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

“Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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:: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy, 2017)

20 marzo 2017
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Alla periferia di Shenyang, città industriale della Cina nord orientale, la famiglia Zhang vive miseramente in mezzo a fabbriche abbandonate. Eppure, Wei e i suoi possiedono un tesoro: l’ultimo albero della lacca sopravvissuto in città. Il loro sogno: diventare proprietari della loro piccola casa, in modo da onorare una promessa fatta ai parenti, sepolti sotto il famoso albero. Questo sogno sta per realizzarsi quando un grande progetto di estrazione minaccia improvvisamente la famiglia di espulsione. Tra l’umile famiglia di Wei e i rappresentanti del capitalismo cinese si ingaggerà allora una dura lotta.

“Siamo gente semplice, Wei. Il mondo va avanti anche senza di noi e la Terra non ha bisogno delle nostre gambe per girare! Hai presente i banali fiorellini sulle bacinelle di plastica che usiamo ogni giorno?”

Libro molto particolare, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, (Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes, 2015) edito in Italia da Clichy, collana Gare du Nord, e tradotto dal francese da Tania Spagnoli. Dal ritmo lento, poetico, struggente, un’ampia riflessione tra il filosofico e il documentaristico (perlopiù di denuncia nei confronti del potere politico e economico) sulla natura, sulle spietate regole del progresso, sui legami familiari, sulla povertà e la ricchezza, sull’avidità e la corruzione, sul senso della vita.
Finalista al Premio Goncourt 2015, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, del francese Olivier Bleys, insomma è una parabola esistenziale dal sapore fiabesco, con una morale, un lieto fine, e una leggerezza tutta orientale simile, perlomeno in spirito, agli antichissimi racconti buddisti, densi di saggezza e malinconica fatalità.
E soprattutto è una lettura introspettiva e delicata, anche se non risparmia eventi tra il grottesco e il tragico, che ci riporta a un realismo non proprio magico, ma sicuramente profetico.
Tutto ruota intorno a un albero, un vecchissimo sommacco, albero della lacca, che rischia di essere abbattuto e a una povera famiglia cinese di operai, gli Zhang, che vive ai margini della modernizzazione, (dopo il licenziamento, il sussidio) in una umile casa in mezzo ai ruderi fatiscenti di una Cina (post) industriale.
Il sogno degli Zhang, (padre, madre, figlia e nonni materni) è diventare proprietari della loro casa, acquistandola dal ricchissimo, scaltro e disonesto signor Fan. Hanno risparmiato da una vita, raccogliendo gli yuan necessari in una scatola. Ma non sanno che la loro apparente tranquillità sarà presto turbata da uno sfratto, da una vera e propria espropriazione, che nei piani di chi pianifica e decide dovrebbe permettere a una ditta di estrarre dal terreno sottostante il terbio, un rarissimo metallo.
L’assedio sarà drammatico, ma Wei sotto la neve, al freddo, riscaldato solo da una zuppa fatta dalle amorevoli mani di sua moglie sarà pronto a difendere la sua proprietà (ma in realtà l’integrità della sua famiglia e le sue radici) più col coraggio e l’ostinazione, che grazie all’aiuto di una vecchia arma, forse non funzionante.        

Olivier Bleys, nato a maggio del 1970, scrittore francese, ha pubblicato fino ad oggi 27 libri tra romanzi, scritti, diari di viaggio, strisce illustrate, ecc. Premiato dall’Accademia francese per Pastel (Gallimard, 2010), il suo Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è stato selezionato per il premio Goncourt. Nel 2014 è stato nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ha fondato un’associazione per promuovere il viaggio artistico e nel 2010 ha fatto partire un progetto su «Il giro del mondo a piedi, per tappe».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Clichy.

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:: Il respiro del fuoco, Federico Inverni (Corbaccio, 2017)

17 marzo 2017
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Dopo Il prigioniero della notte, romanzo con cui ha esordito nel 2016, Federico Inverni torna con un nuovo thiller sempre ambientato a Haven, sempre con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas.
Che Federico Inverni sia uno pseudonimo è un dato risaputo, che comunque ha ben poco a che fare con la bravura di questo autore o con l’interesse che suscitano i suoi romanzi. Insomma non toglie e non aggiunge niente, e l’autore sicuramente ha le sue buone ragioni per aver fatto questa scelta.
Allora questo suo nuovo romanzo si intitola Il respiro del fuoco, è sempre edito da Corbaccio e se vogliamo l’ho trovato ancora più interessante del primo. Insomma Inverni è un autore che migliora col tempo. Diciamo che potete anche leggere questo senza aver letto il precedente, la storia è solida, i personaggi sono ben caratterizzati, comunque essendo una sorta di continuazione (per lo meno nell’evoluzione dei personaggi) è sicuramente consigliabile leggere prima Il prigioniero della notte. Il passato di Anna Wayne e di Lucas hanno un’ importanza determinante, sia per la comprensione di questo romanzo, che per l’eventuale seguito, che ci è preannunciato nel finale di questo libro. Insomma è una storia in più capitoli, in cui ogni libro è un dettaglio del puzzle.
Chiarito questo veniamo al romanzo vero e proprio. Il respiro del fuoco è un thriller investigativo, molto americano per certi versi, oltre che per l’ambientazione che seppure immaginaria, richiama a periferie, luoghi, condizioni sociali americane, anche per il tipo di scrittura caratterizzata da capitoli brevi e veloci concatenati l’uno nell’altro.
Al centro della trama una setta religiosa, i Testimoni dell’Avvento, guidata dal reverendo Tobias Manne. E questo già ci offre un approfondimento sui meccanismi interni di queste comunità chiuse, dalla manipolazione mentale al vero e proprio plagio. Che queste sette portino a fenomeni degenerativi come il suicidio rituale è un fatto concreto, la cronaca è piena di questi eventi drammatici, e Inverni si ispira proprio a questi accadimenti per creare sia il personaggio del reverendo Tobias Manne, che per descrivere la strage vera e propria, con cui inizia il libro. Ad indagare Anna Wayne e il detective Lucas, ossessionati da un inquietante interrogativo: è davvero un suicidio rituale o c’è dell’altro?
Parlarvi troppo della storia credo rovinerebbe la lettura a chi deciderà di iniziarla, per cui mi limito a dire che il fuoco ha un ruolo centrale, tanto che alcuni versetti dell’Apocalisse racchiudono la chiave di lettura del libro, per cui leggeteli attentamente sono in epigrafe del romanzo.
La storia si sviluppa in un breve lasso temporale, tre giorni, dal venerdì alla domenica, poco prima di Natale.
Oltre all’indagine poliziesca parallelamente scorre la storia personale dei personaggi, entrambi danneggiati e feriti da avvenimenti del loro passato. Lucas è in cura, sta seguendo un trattamento per superare i suoi traumi, Anna (i cui capitoli a lei dedicati sono in prima persona) ai suoi traumi reagisce con una sorta di rabbia che esplode più o meno controllata.
Può Anna fidarsi davvero di Lucas? Cosa le nasconde? Ecco questi interrogativi solo accennati troveranno risposte più chiare sicuramente in seguito, per ora creano un vago senso di inquietudine che accentua la drammaticità della trama.
Insomma una lettura davvero consigliata, se amate il thriller, ancor più se amate leggere autori italiani.

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore che preferisce conservare il proprio anonimato, lasciando che siano i suoi romanzi a trovare la loro strada, ma è felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network. Nasconde i suoi interessi e le sue passioni fra le righe che scrive. Ha esordito nel 2016 con il thriller «Il prigioniero della notte» (Corbaccio), il primo romanzo con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas. «Il respiro del fuoco» è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

17 marzo 2017
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Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Non dirmi bugie, Rena Olsen (Newton Compton, 2017) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2017
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Clara sta spazzolando i capelli ad una delle sue figlie adottive, quando alcuni uomini armati di un corpo di polizia scelto, fanno irruzione in casa, arrestano suo marito Glen, portano via le sue bambine e rinchiudono lei in un reparto psichiatrico.
Qui agenti federali e medici la chiamano con il nome Diana e iniziano a incalzarla con domande su suo marito e sulle sue attività, minacciando di chiuderla in un carcere femminile se non collabora: Glen ha urlato a Clara di non dire niente e lei vuole obbedirgli perché lo ama tanto, così come non vuole tradire la madre di lui, così importante nella sua vita.
Man mano che la storia procede, alternata tra passato e presente, emerge un’inquietante verità, basata su menzogne di anni, in mezzo alla quale Clara ha vissuto, sequestrata da un’associazione criminale che traffica in ragazze e bambine, tra bugie, violenze, omicidi, lavaggio del cervello, stereotipi inculcati. Per Clara sarà duro capire che tutta la sua vita è stata uno sbaglio, che Glen non era certo un grande amore da difendere, che ha perso cose e persone importantissime e che per lei può esserci redenzione e una nuova vita a patto che sappia rinnegare e distruggere quella vecchia.
Un thriller psicologico che racconta il dramma reale del traffico di esseri umani, soprattutto di giovani donne e bambine, frequentissimo anche nel civile Occidente, dal di dentro, spiegando che raggiri e bugie vengono raccontati spesso alla vittime, quando vengono prese da bambine, perché si accetti l’indicibile e l’anormale, fatto di prevaricazione e violenza, tra bordelli e vite come schiave di uomini molto più anziani.
Ma Non dirmi bugie è un libro interessante non solo dal punto di vista del thriller e della denuncia: in un momento in cui da più parti si esalta la sottomissione della donna, la sudditanza all’uomo, la mancanza di ribellione e soprattutto si minimizza la violenza domestica perché sempre amore è, questa storia di sopraffazione e menzogna è doverosa e da leggere proprio per far capire che amore non è violenza, amore non è oppressione, amore non è limitazione di una libertà e la ribellione di Clara, con il suo ritrovare se stessa può essere d’aiuto a qualunque donna o ragazza che si trovi alla prese con un rapporto oppressivo e limitativo.
Non dirmi bugie quindi si pone tra le storie thriller interessanti e di valore, quelle avvincenti ma capaci anche di parlare di problemi attuali e non certo solo legati al mondo della criminalità organizzata.

Rena Olsen Vive in Iowa, è una scrittrice, terapeuta, insegnante, cantante a tempo perso e soprattutto un’incrollabile ottimista. Di giorno cerca di salvare il mondo come psicologa scolastica, mentre di notte costruisce nuovi mondi sulla carta. Non dirmi bugie è il suo primo romanzo. Il suo sito internet è renaolsen.com

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Feroci Pulsioni, Bilkis Saba, (Koi Press, 2017) a cura di Micol Borzatta

15 marzo 2017
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Periferia londinese.
Curtis è un uomo di età non ben definita, con una mentalità più da ragazzino che da uomo, si aggira con una borsa sportiva e una cartellina rosa che stringe forte. In quella cartellina ha il suo tesoro più prezioso, tutte le azioni che deve compiere scritte dettagliate, quale autobus prendere, per quante fermate, quanti metri percorrere a piedi, dove dirigersi e con chi parlare. Una routine quotidiana perfetta, che vive secondo per secondo, sempre uguale, fino a quando non si sente a proprio agio, così allora potrà aggiungere una nuova azione, una nuova quotidianità.
Charlie è un dodicenne che viene perseguitato dai bulli. Ogni giorno lo picchiano sempre più forte, fino a quando finisce in ospedale. Solo Pitt, suo fratello maggiore, sa quello che succede, ma non può dire nulla perché Charlie continua a negare tutto. Cinque anni dopo, Charlie ha grandi cambiamenti nella sua vita. Pitt è stato ucciso in guerra, il patrigno continua a picchiare la madre e lui non si fa più picchiare dai bulli, in compenso ha iniziato a torturare e seviziare piccoli animali, per lo più scoiattoli e lucertole.
Entrambi spinti da tensioni invisibili che partono nel loro profondo.
Romanzo molto particolare che, pur essendo narrato in terza persona, riesce a coinvolgere appieno il lettore trasportandolo direttamente nella testa di Curtis e di Charlie, facendogli vivere tutte le loro pulsioni, che siano esse coraggiose per affrontare nuove quotidianità, o pericolose, atte a riversare su altri esseri viventi tutto il dolore subito e l’odio per la vita. Un romanzo toccante che sa far riflettere molto e che dimostra ancora una volta una bravura e una profondità della Bilkis pari a pochi.

Bilkis Saba è di origini bengalesi, ma è cresciuta in Italia sin da bambina.
Attualmente lavora tra Milano e Londra.

Source: pdf inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ ufficio stampa Koi Press.

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:: Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017)

15 marzo 2017
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Avevo promesso che ve ne avrei parlato. Ho anche cercato di fotografare qualche scatto, qualche immagine contenuta in questo volume, ma il riflesso è fastidioso, senza flash vengono sgranate, insomma mi sono arresa. E poi forse non sarebbe neanche giusto. Ma veniamo al dunque, parliamo del libro. Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone è un agile volumetto fotografico – con 134 foto del set di Anna Camerlingo – dedicato all’uscita in tv de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Finalmente i personaggi di una sua serie hanno un volto, una voce, una dimensione “reale”, ed è bello quando letteratura e cinema o televisione trovano quasta commistione. Alessandro Gasman è un ottimo ispettore Lojacono, credo davvero il migliore attore italiano adatto al ruolo, (adesso voglio proprio vedere chi sceglieranno se mai decidessero di fare una trasposizione televisiva delle storie del commissario Ricciardi), l’autore non può che esserne contento, così come i suoi lettori. Se siete fan della serie, insomma questo libro non può mancare nella vostra libreria. Le foto sono in bianco e nero, un po’ dietro le quinte, un po’ foto ricordo, insomma scatti interessanti e non banali. Il volume è diviso in sei parti, ognuna per un personaggio, (Lojacono, Pisanelli, Alex, Ottavia, Romano, Aragona), accompagnata da una parte scritta. E’ un volume curato, l’ho sentito definire una mera operazione commerciale, credo sia ingiusto, esistono da sempre memorabilia legati al cinema, collezionati, conservati. Se proprio non vi interessa non credo che de Giovanni vi corra dietro perché l’acqustiate ;). Io comunque sono contenta di averlo. Ora solo vogliamo anche Ricciardi in tv!

Maurizio de Giovanni è nato a Napoli nel 1958 ed è autore di una serie di romanzi gialli di grandissimo successo. La sua carriera di scrittore è cominciata nel 2006 con il romanzo “Le lacrime del pagliaccio”, pubblicato dall’editore Graus e ripubblicato l’anno successivo da Fandango con il nuovo titolo “Il senso del dolore”. Questo romanzo, ambientato nella Napoli degli anni Trenta, ha per protagonista il commissario Ricciardi, eroe di tanti successivi lavori di De Giovanni come “La condanna del sangue”, “Il posto di ognuno”, “Il giorno dei morti”, “Per mano mia”, “Vipera”, “In fondo al tuo cuore”, “Anime di vetro”. Questi romanzi devono il loro grandissimo successo alla peculiarità della loro ambientazione, nella Napoli del periodo fascista, e al fascino del loro protagonista, un poliziotto intuitivo, tormentato e animato da un’insaziabile sete di giustizia. Accanto alla serie del commissario Ricciardi De Giovanni ha pubblicato anche un’altra serie di romanzi, ambientata nel commissariato di Pizzofalcone (“Il metodo del coccodrillo”, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Buio per i bastardi di Pizzofalcone”, “Gelo per i bastardi di Pizzofalcone”), da cui è stata tratta una fiction televisiva, e svariati racconti, molti dei quali dedicati all’altra grande passione dell’autore: quella per lo sport, al centro del recente romanzo “Il resto della settimana”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

14 marzo 2017
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È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

Source: ebook inviato al recensore dall’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Le nostre anime di notte, Kent Haruf (NN Editore, 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

13 marzo 2017
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Kent Haruf è stato uno scrittore americano di innegabile talento, morto nel 2014 e al quale la NN editore ha deciso di legare il suo destino, pubblicando i suoi libri dal 2015. Benedizione, Il canto della pianura, Crepuscolo, acquistabili anche insieme in un cofanetto intitolato Trilogia della pianura, sono tutti ambientati ad Holt, cittadina immaginaria del Colorado. Nelle stesse strade prende vita anche l’ultimo racconto lungo di Haruf, Le nostre anime di notte, subito bestseller e sulla base del quale verrà girato un film originale Netflix, con protagonista Jane Fonda.

“Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.”

Addie Moore e Louis Waters, entrambi relativamente anziani, vedovi e con figli, decidono di frequentarsi per tenersi compagnia e trovare il coraggio di non dimenticare di vivere. Di notte, Addie e Louis si raccontano attraverso dialoghi semplici e non costruiti, conversazioni che danno l’impressione di essere esistite, parole vere perché chi le proferisce è autentico. Infatti, i due protagonisti sono persone comuni con storie ordinarie ed hanno sperimentato i doni che la vita regala generosamente ma anche quelle croci che attribuisce con violenza e senza chiedere: la loro vita è quasi finita ma ancora non vogliono smettere di vivere e per questo iniziano una relazione di amicizia e d’amore. Il loro rapporto non rispetta le puritane regole sociali delle cittadine americane di periferia e fa parlare gli abitanti di Holt, ma, scegliendo di essere liberi, i due non si interessano dei pettegolezzi della gente, anche se in questa storia alcuni giudizi hanno inevitabilmente più peso di altri. Addie e Louis escono dalla prigione della solitudine tenendosi per mano ed incarnano in modo intimo, delicato e quotidiano la Bellezza. In centosettantacinque pagine, il lettore trova il tempo di riscoprirsi, riassaggiando con sorpresa la beatitudine e il conforto nei piccoli gesti, nell’abbraccio della natura, nella presenza calda e rassicurante di chi si sceglie di avere accanto.

“Di nuovo in camera di Addie, Louis mise una mano fuori dalla finestra e sentì la pioggia che gocciolava dalle grondaie, quindi tornò a letto e con la mano bagnata sfiorò la guancia morbida di Addie.”

Le nostre anime di notte è una carezza sul viso piena di questa stessa premura e della consapevolezza che esista una pioggia capace di far fiorire ogni fase della nostra vita, trasformandola sempre in primavera.
Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Jane Austen di Manuela Santoni (Becco Giallo, 2017) a cura di Elena Romanello

13 marzo 2017
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Duecento anni fa moriva, a soli 42 anni, per una malattia degenerativa all’epoca inguaribile, Jane Austen, una delle più amate autrici di tutti i tempi, oggi come non mai al centro di un fenomeno di costume e di fandom.
I suoi libri continuano ad essere pubblicati, sono usciti film ispirati a lei e alla sua vita di donna comunque controcorrente, visto che non si sposò mai e si dedicò alla scrittura sia pure facendo uscire i suoi libri in maniera anonima. A Jane Austen si sono ispirati seguiti, riletture, avventure gialle, fumetti, viaggi tematici a Bath e altro ancora.
Per ricordarla degnamente, però, occorre rivolgersi ad un titolo appena uscito nella collana Biografie di Becco Giallo, Jane Austen, dell’italiana Manuela Santoni, una graphic novel che dà dell’autrice una lettura nuova e interessante, partendo dal mistero delle lettere di Jane bruciate dalla sorella Cassandra su richiesta dell’interessata subito dopo la morte, per nascondere forse dei segreti che non dovevano essere svelati.
Jane Austen, ormai malata e prossima alla morte, scrive una lettera alla sorella Cassandra, in cui ricorda la sua vita, da quando era una ragazzina che detestava le tradizionali attività femminili perché preferiva leggere, alla nascita delle sue storie, passando per l’amore breve per il giovane Tom Lefroy, al quale preferì comunque libri e scrittura.
La graphic novel racconta per sommi capi la vita dell’autrice, risultando comunque esauriente nel ricostruire il percorso di una donna in anticipo sui suoi tempi, che si dedicò ad un’arte che era considerata allora al massimo buona per intrattenere i salotti ma che ha saputo raccontare come poche l’alta società di inizio Ottocento e soprattutto le sue donne e ragazze, senza diritti ma volitive, acute, mai sottomesse.
Un libro che piacerà a chi ama Jane Austen e il suo mondo, qui ricostruito in maniera minimalista rispetto allo sfarzo di altre opere anche fumettistiche, ma molto efficace, con uno stile di impaginazione e grafica che ricorda non poco quello di un altro fumetto al femminile, molto diverso come storia anche se inerente sempre il ruolo delle donne nella società, e cioè Persepolis di Marjane Satrapi.
Jane Austen a fumetti è completato da un breve saggio che racconta l’opera dell’autrice di Mara Barbuni, insegnante, ricercatrice universitaria e traduttrice, nonché direttrice di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy. Un modo per entrare ancora di più in un universo che non cessa di avere qualcosa da dire, contro forse le stesse aspettative dell’autrice.

Manuela Santoni, classe 1988, è illustratice e fumettista e vive in provincia di Roma. Diplomata al liceo artistico, si è laureata in lettere alla Sapienza, ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti e il Master annuale di illustrazione a Macerata. Ha lavorato a vari progetti individuali e collettivi sul fumetto e l’illustrazione. Il suo sito ufficiale è http://www.behance.com/manuelasantoni

Suorce: inviato al recensore dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: La casa dei Krull, Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2017
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Simenon non è solo Maigret. “La casa dei Krull” (Chez Krull, 1939), nuovamente tradotto da Simona Mambrini per Adelphi, appartiene infatti alla sua produzione svicolata dal celebre commissario con sede al numero 36 di Quai des Orfèvres. E’ un romans-dur, come si è soliti definire la sua produzione altra, non prettamente poliziesca, più letteraria, ma in fin dei conti omogenea e coerente con l’intera poetica simenoniana. Che non è altro che un puntuale e inesorabile scavo nella psicologia dei personaggi, nel cuore e nei bassifondi della psiche umana.
Atmosfere plumbee, pioggia, umidità, il tram che passa scampanellando ogni 3 minuti, la vita che scorre monotona lungo un canale, un modesto emporio-osteria frequentato da marinai e cavallanti, questo è lo scenario in cui si apprestano a recitare i personaggi di questo breve romanzo scritto alla fine degli anni 30, (poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) in cui traspaiono tutti gli odi e l’ostilità che avrebbero poi quasi profeticamente portato al conflitto.
Al centro, protagonista una famiglia tedesca naturalizzata francese, e mai accettata dalla piccola comunità di provincia in cui si è trasferita. Poi l’arrivo di Hans, parente di Germania, rompe gli equilibri. Chi ha ucciso Sidonie? Povera ragazza del luogo tubercolotica e senza futuro? La comunità compatta accusa i Krull.
Il tema del diverso, dello straniero viene trattato da Simenon con grande attenzione psicologica, scavando nell’interiorità di personaggi opachi, quasi scoloriti. E’ la luce infatti che manca, in questo romanzo fatto di ombre, che scoloriscono tra crepuscoli e albe livide. Il grigiore, il non colore si insinua nelle cose di pessimo gusto dell’abitazione dei Krull, casa rifugio, muro eretto contro l’emarginazione di cui sono vittima, pur avendo fatto di tutto per adeguarsi, confondersi con il paesaggio umano circostante, che ha il privilegio di avere una sua dimensione autoctona, conforme, integrata. I Krull sono “tedeschi” “crucchi” spregiativamente diversi, strani, peggiori. I Krull sono un corpo estraneo da espellere, da cacciare.
Oltre ad essere una storia di atmosfere e ambienti La casa dei Krull è sicuramente una storia di personaggi, di presenze spettrali e tragiche. C’è Cornelius, il capofamiglia, artigiano intrecciatore di cesti, isolato nel suo laboratorio e nella sua lingua (non più tedesco, ma non ancora francese) figura che si erge a simulacro dolente e biblico, la madre che cerca in ogni modo di difendere il figlio, Anna e Liesbeth che partecipano al dramma in atto.
E Hans che osserva questo dramma familiare in interni quasi come occhio esterno, e di più contribuisce alla degenerazione verso la tragedia: seduce la cugina Liesbeth, (fatto che sarà fondamentale, se ben osserviamo, per il concatenarsi degli eventi) estorce soldi al futuro suocero del cugino Joseph, ricambia l’ospitalità con il suo cinismo e la sua indifferenza.
Che poi alla fine chi ha ucciso Sidonie diventi un dettaglio marginale, di scarsa importanza, accentua l’impegno di Simenon a non farne un poliziesco (sebbene ci sia un omicidio, e una blanda indagine poliziesca) con le sue classiche dinamiche di disvelamento del colpevole. Anche se un colpevole (del vero dramma del romanzo) c’è, e non è l’assassino di Sidonie. Questo sdoppiamento credo sia il coup de teatre magistrale dell’autore, in una vicenda comunque troppo deprimente e verista, per scivolare nei canoni rassicuranti di chi cerca sempre in una storia il lieto fine.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

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:: Missione Grande Bellezza, Alessandro Marzo Magno, (Garzanti, 2017) a cura di Greta Cherubini

10 marzo 2017
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«Fare la guerra in Italia è come combattere in un maledetto museo», osserva il generale Mark W. Clark, comandante delle forze alleate nella penisola.

Se  la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico italiano poteva risultare d’intralcio alle operazioni belliche alleate,  non fu sicuramente tale per quanti di quel «maledetto museo» fecero man bassa.
Quella raccontata da Alessandro Marzo Magno nel nuovo libro «Missione Grande Bellezza» è la storia di un saccheggio lungo un secolo, compiuto dai francesi prima e dai tedeschi poi. Un vero e proprio stillicidio di quadri,  sculture, preziosi, manoscritti, damaschi e  broccati, che hanno lasciato l’Italia a bordo di carovane, navi e treni, spesso per non farvi più ritorno.
Ma è anche e soprattutto il racconto delle eroiche gesta compiute dai Monuments Man e le Monuments Women che hanno dedicato la propria esistenza al recupero del maltolto: dall’ “emballeur” Antonio Canova, allo «007 dell’arte» Rodolfo Siviero, passando per l’affascinante Palma Bucarelli e il controverso Ante Topić Mimara, non ché dei tanti sconosciuti che hanno offerto coraggiose prove d’«onore verso la patria» collaborando alle restituzioni, come il marmista romano Antonio Bonomi, che dopo oltre vent’anni di onorata carriera presenta le proprie dimissioni al Louvre per aiutare gli inviati pontifici ad individuare le opere da riportare in patria.
L’arte diventa oggetto (o meglio, vittima) di trattati politici, giochi diplomatici e contenziosi spesso lunghi e impegnativi, in cui vincitori e vanti fanno sfoggio delle più sottili arti della persuasione per trattenere o riconquistare il maltolto.
Con una narrazione avvincente, ricca di aneddoti e testimonianze tratte dagli epistolari e dalle memorie dell’epoca, l’autore porta alla scoperta un retroscena spesso dimenticato dei grandi eventi bellici che hanno travolto il Belpaese. Perché se innumerevoli sono state le perdite umane causate dai conflitti, altrettanto può dirsi per le opere d’arte coinvolte nel grande scacchiere degli equilibri politici europei:  monili d’oro e argento fusi per ricavarne lingotti, paramenti sacri dati alle fiamme per recuperarne i fili di metallo prezioso, mobilio fatto a pezzi e usato per scaldarsi, reperti rivenduti ai collezionisti o messi all’asta, interi edifici distrutti. Senza contare i danneggiamenti subiti dalle opere d’arte nel corso del trasporto verso la Francia o la Germania ( o, con ogni probabilità la Russia): tele tripartite, vetri frantumati, statue sfregiate.

«Non sapremo mai quale impressione dovesse dare entrare in una chiesa rutilante di tessuti e pietre preziose, o nella sede di una confraternita con gli oggetti accumulati dai soci nel corso dei secoli: un patrimonio che l’ondata napoleonica ha spazzato via per sempre».

Un sterminata quantità di opere d’arte apertamente rubate per arricchire le collezioni personali dei potenti di turno o per aumentare il prestigio dei musei della nazione dominante.
 «Missione grande bellezza» è la descrizione di un lento e lugubre corteo funebre che lascia dietro di sé «mestizia, silenzio, solitudine e desolazione»; un’enciclopedia dei tesori trafugati dedicata ad esperti e amanti di storia dell’arte che intendano conoscere l’entità e la qualità del patrimonio perduto, ed insieme un’appassionata perorazione all’individuazione e al recupero di quanto ancora oggi resta da riconquistare.
«La guerra continua».

Alessandro Marzo Magno, veneziano, laureato in storia, vive e lavora tra Milano e Trieste. È stato per quasi dieci anni caposervizio esteri del settimanale «Diario». Ha scritto, tra l’altro, Il leone di Lissa. Viaggio in Dalmazia (2003), La carrozza di Venezia. Storia della gondola (2008), Piave. Cronache di un fiume sacro (2010), Atene 1687. Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone (2011). Con Garzanti ha pubblicato L’alba dei libri (sette edizioni, tradotto in inglese, giapponese, coreano e spagnolo), L’invenzione dei soldi (sei edizioni, tradotto in coreano e in turco), Il genio del gusto (seconda edizione 2015, tradotto in coreano) e Con stile (2016).

Source: pdf inviato al recensore, ringraziamo Francesca Ufficio stampa esterno Garzanti.

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