Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, (Einaudi, 2017) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2017
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Chi decideva di farsi rossa, lo faceva perché sceglieva quel tipo di personalità. E io, dopo essermeli tinti, avevo lottato una vita intera per restare fedele alla mia scelta.

Una favola antica dal ritmo incalzante, personaggi che tornano per farsi reali, intrecci dettati dal fato, incontri presenti che sono già l’ombra di fughe passate. Il futuro è scritto nelle ossa, nello sguardo, nei gesti di ognuno e, per alcuni, anche nel colore dei capelli.
Così Orhan Pamuk racconta la sua favola dentro la favola. Le pagine si susseguono in un circolo tumultuoso e la sensazione è quella di percorrere strade già battute e di rileggere storie mai concluse.
Cem è solo un adolescente quando lascia Istanbul per raggiungere il villaggio di Ongoren, a trenta chilometri dalla città, oltre il Bosforo: lì affiancherà come apprendista Mahmut Usta per costruire un pozzo artesiano per conto di un imprenditore in cerca d’acqua. Per Cem è il primo, per Mahmut è l’ennesimo scavo: è bravo ed è uno stimato mastro cavapozzi.
Per Cem, con velleità da scrittore, è l’occasione per guadagnare dei soldi e iscriversi alla scuola preparatoria in vista del test d’ammissione all’Università, ora che il padre se ne è andato e sua madre non può aiutarlo.
Mahmut Usta è più di un mastro, è il padre che Cem non ha più. Tra loro, giorno dopo giorno, scavo dopo scavo, si rafforza un legame sempre più profondo e reso più forte dalla naturale ritrosia di Mahmut che parla al ragazzo solo attraverso le sue storie, quelle che gli racconta sotto il cielo silenzioso e senza luci di Ongoren, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono tratte dal Corano, alcune, altre prendono vita dalla terra che Mahmut scava ogni giorno alla ricerca dell’acqua.

Mio padre non mi aveva mai raccontato una fiaba o una storia. Mahmut Usta, invece, notte dopo notte se ne inventava una, partendo dall’immagine sfocata e confusa del televisore, da un problema che aveva incontrato nell’arco della giornata. I suoi racconti non avevano un inizio, né una fine. Quanto erano veri, e quanto frutto della sua fantasia? Ad ogni modo, adoravo lasciarmene conquistare, e ascoltare la lezione che ne traeva.

 Poi un giorno, qualcosa si insinua nella loro quotidianità: un germe, un indizio, un presagio.
Cem incontra Gulcihan, la donna dai capelli rossi. E’ un’attrice e ha un marito. Cem ne rimane impressionato: è annientato dalla bellezza di questa donna matura e seducente, dal sorriso che gli rivolge al primo incontro, dalle allusioni del suoi sguardo. C’è qualcosa nella sconosciuta che gli toglie il sonno e che lo spinge, sera dopo sera, a raggiungere il centro di Ongoren per vederla o aspettarla, inutilmente, sotto la sua casa. Sotto il tendone del teatro è lei la madre di Sohrab ucciso in scena dal padre Rostam, protagonisti del Libro dei re, un poema epico scritto in Persia mille anni prima, “una sorta di enciclopedia delle storie dimenticate dei grandi eroi, dei sultani e degli scià del passato.” La scena riaccende in Cem il ricordo di Edipo e del padre Laio, della relazione incestuosa con la madre Giocasta e della tragedia che si consuma all’insaputa dei suoi protagonisti.

La sera mi immergevo così tanto nella lettura di quel libro che mi rendevo conto che non l’avrei mai più scordato, come le favole che sentivo da bambino, un sogno inquietante o un’esperienza personale indimenticabile.

Così la storia del pozzo, di Cem e della donna dai Capelli Rossi, prende una direzione inevitabile: questo entrare e uscire dalle fiabe, dai poemi epici e dalle parabole di Mahmut Usta dettano il flusso degli eventi, che si susseguono impetuose nella vita di ciascuno di loro, come una promessa mantenuta: tradimenti, fughe, sogni, successi, sensi di colpa, ritorni e presagi che prendono forma, pagina dopo pagina, in una continua sovrapposizione di piani.
La sensazione è quella di assistere alla catastrofe imminente, alla rivelazione divina, alla conclusione inevitabile della storia, come spettatori di una tragedia da consumarsi.

Perché le antiche fiabe e leggende alla fine capitano sul serio. Più uno legge e crede in quelle vecchie storie, più certe cose avvengono. E poi si chiamano leggende popolari proprio perché sono storie che possono capitare a tutti.

Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell’innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L’innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nella testa e La donna dai capelli rossi.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: La classe dei misteri, Joanne Harris (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

10 febbraio 2017
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Torna in libreria Joanne Harris, una delle autrici contemporanee più poliedriche e prolifiche, con La classe dei misteri, seguito non ufficiale de La scuola dei desideri, viaggio nei meandri dei collegi inglesi tra passato e presente, con toni thriller ma non solo.
Un nuovo anno è iniziato al St. Oswald, collegio antico dalle grandi tradizioni e dall’aspetto suggestivo, minato negli anni da alcuni fatti non proprio edificanti. Alla riunione di inizio anno l’anziano professore di lettere classiche Roy Straitley scopre con i suoi colleghi che si è deciso di scegliere un nuovo rettore, per dare nuovo lustro ad un’istituzione non cristallina e comunque legata ad una visione ormai forse superata di istruzione.
Il problema è che il nuovo rettore è Johnny Harrington, già studente di Roy, legato ad una brutta storia di decenni prima, tra bullismo, pedofilia, disagio giovanile, che il docente conosce e ricorda fin troppo bene. Tutto il corpo docente è entusiasta di questo nuovo arrivo che secondo loro non può portare che bene, ma Roy ricorda troppo bene un passato di anni prima e soprattutto non capisce come mai Johnny è tornato in un luogo da cui avrebbe dovuto voler stare alla larga. Man mano che l’anno procede ritornano fuori le violenze, le sopraffazioni e i problemi di un tempo, e il professor Straitley si trova di fronte ad un dilemma, tra denunciare il tutto e mettere fine a quella che sembra una maledizione che porta solo sofferenza ai ragazzi o chiudere gli occhi e salvare la scuola a cui ha dedicato tutta la sua vita.
La classe dei misteri è un libro complesso e avvincente, sospeso tra vari piani temporali, tra l’oggi e due passati, per raccontare le storie spesso tragiche di ragazzi e insegnanti, in un microcosmo che può segnare la vita e che è l’altro grande protagonista della storia, tra aule, dormitori, corridoi, anfratti nascosti. Un thriller per molti versi, ma anche un romanzo di formazione su modello vittoriano, oltre che un viaggio negli abissi dell’animo umano, con una denuncia non moralistica di gravi problemi come il bullismo, le violenze scolastiche, il disagio giovanile che può portare a comportamenti deviati come le crudeltà contro gli animali. Un romanzo intrigante, che può anche essere letto in maniera indipendente da La scuola dei desideri, capace di parlare di un microcosmo allucinante e di sicura presa, da cui resta difficile poi staccarsi, basato alla fine su un dilemma eterno, quello di voler cambiare, costi quello che costi, sperando che le cose migliorino, e il voler rimanere ancorati ad un passato come unico rifiugio della vita, tra il desiderio di giustizia e il voler dimenticare per un quieto vivere non sempre proponibile e sostenibile. Tutto questo in attesa della prossima sperimentazione di Joanne Harris, autrice che ha sempre e comunque qualcosa da dire.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno, e ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Dopo Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo, da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Le parole di luce (2013) e Un gatto, un cappello e un nastro (2014).
È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003), Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007) e Il piccolo libro di «Chocolat» (2014).

Source: omaggio al recensore della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: C’era una svolta – 18 favole con un finale diverso, Autori Vari, (Quelli del Sabato, 2017)

9 febbraio 2017

nmOggi vi parlerò di un libro molto speciale, perchè speciali sono gli autori, i curatori, i disegnatori, e anche i lettori che lo leggeranno. E’ un libro di favole, forse le più famose della storia della letteratura, ma molto diverse da come noi tutti le abbiamo conosciute. Favole reinventate da 18 ragazzi ugualmente abili, dell’Associazione Quelli del Sabato, accompagnati da 18 autori professionisti, persone che han fatto della scrittura il loro mestiere. Ma chi sono Quelli del Sabato? Sono un gruppo di volontari e ragazzi speciali di Bellinzago Novarese, che si riuniscono il sabato, dal 1992, per attività ludiche e ricreative, e per sviluppare progetti come questo, questo bellissimo libro fatto di parole e immagini. Tutti conoscono le favole di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il Gatto con gli Stivali. Ecco gli autori sono partiti da queste favole e le hanno modificate, ampliate, abbellite con la loro creatività. Scrittori come Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Fulvio Ervas, Eduardo Savarese, a coppie con ragazzi come Gabriella, Antonio, Renata, Eva, hanno unito la loro fantasia per far nascere questo libro magico e coloratissimo. Se avrete la fortuna anche solo di sfogliarlo vedrete oltre alle storie, anche le immagini incredibili di Hikimi (Roberto Blefari), e una cura per i dettagli e i particolari davvero professionale.

Credo che tutti gli autori vadano citati (in ordine di apparizione):

Ester Armanino e Gabriella, Biagio Autieri e Manuela, Christian Mascheroni e Tiziana, Luigi Romolo Carrino e Dalila, Lella Costa e Antonio, Barbara Di Gregorio e Cosimo, Emiliano Poddi e Nicoletta, Eleonora Sottili e Andrea, Linda Griva e Massimo, Fulvio Ervas e Mauro, Ivano Porpora e Luigi, Maria Paola Colombo e Renata, Raffaele Riba e Roberta, Cristina Di Canio e Isabella, Eduardo Savarese e Ilaria, Errico Buonanno e Ylenia, Isabella Dilavello e Fabio, Martino Gozzi e Eva.

Source: libro inviato da Ilaria, volontaria dell’Associazione “Quelli del Sabato”, che ringrazio.

:: Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 febbraio 2017
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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Gli anni di Allende, Carlos Reyes, Rodrigo Elgueta, (Edicola, 2016)

8 febbraio 2017

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Scommetto che siete un po’ curiosi di sapere qualcosa di più del libro che ha vinto l’edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Io almeno lo ero,  sinceramente se non l’avessero candidato e poi votato in così tanti probabilmente non ne avrei mai sentito parlare. Gli anni di Allende è una novella grafica, il titolo dell’edizione originale è Los anos de Allende, uscita nel 2015 per Heditorial Hueders. I testi sono di Carlos Reyes, le illusitrazioni di Rodrigo Elgueta. Si inserisce nella tradizione di impegno civile e politico, e conservazione della memoria di grandi graphic novel, come Maus di Art Spiegelman, solo per citare la più famosa che mi viene in mente, e ci parla di un periodo storico a noi vicino della storia del Cile che va dal 1970 al 1973. La ricerca storica è stata affidata a Manuela Vicuna, la traduzione in italiano a Paolo Primavera. E’ in bianco e nero e devo dire che l’effetto grafico è molto pulito e di impatto (non c’erano né aree verdi né parchi, tutto era grigio e sporco), idoneo a mio avviso a narrare gli eventi drammatici di cui tratta.

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Salvador Allende morì l’11 settembre del 1973, durante il golpe militare che portò al potere il generale Pinochet. Salvador Allende cambiò la storia non solo del Cile e del Sud America, ma se vogliamo anche di tutti quei giovani che condividevano il suo sogno di un mondo più equo e più giusto, di un’ inedita via istituzionale al socialismo dal volto umano, e che nonstante tutto hanno continuato a crederci. Ancora oggi infatti questo sogno vive nella memoria di molti, non sono cileni, e credo che questo premio ne sia un po’ la prova, senza nulla togliere alla bravura degli autori di questo libro, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta. La storia a volte è più facile conoscerla tramite una graphic novel, lo sperimento ogni giorno, l’impatto visuale aiuta a fissare nella memoria concetti, stati d’animo, avvenimenti. Forse non tutti conoscono i fatti che portarono al potere Salvator Allende, democraticamente eletto, e poi alla sua morte. Forse non lo collegano direttamente a Pinochet, che quest’ ultimo forse addirittura confondono con il suo omologo Jorge Rafael Videla, presidente dell’Argentina tra il 1976 e 1981 e di fatto artefice di una delle ditature militari più sanguinose del Sud America. Ecco questa novella grafica aiuta a fare chiarezza, a mettere tutti i tasselli al posto giusto, ad avere una visione di insieme.  Non che non sia doloroso, pur tuttavia è doveroso. Interessante il punto di vista esterno, del giornalista statunitense John Nitsch, che fa da filo conduttore e narratore di tutta la storia, dal suo arrivo in Cile al suo ritorno 41 anni dopo. Avrò modo di intervistare l’autore, sarà presente sia la versione italiana che spagnola, per i nostri lettori cileni. A presto, dunque.

Carlos Reyes è sceneggiatore, editore, esperto di comunicazioni audiovisive e docente. Tra i fondatori del sito ergocomics.cl, è uno dei creatori dei festival El Día de la Historieta e Viñetas del fin del mundo, e conduttore dell’omonimo programma radio. Co-fondatore della casa editrice indipendente Feroces Editores, è stato editore di Suda Mery K! – rivista internazionale di storie sudamericane. Ha collaborato a diverse pubblicazioni cilene e straniere attraverso saggi, interviste e fumetti. Alcune sue storie sono state pubblicate nelle raccolte Los 3 volumenes de La Ruta de los Arcanos, In Absentia Mortis e In Nomine Mortis e nei libri Heredia Detective e Cómo vivir un terremoto.

Rodrigo Elgueta è disegnatore di fumetti e illustratore. Ha esposto in Cile e all’estero. Si è dedicato alla gestione di attività culturali, organizzando e coordinando diversi progetti ed eventi di narrativa grafica. Ha lavorato insieme alle case editrici Arrayán, SM ediciones e Salo S.A., per la quale ha disegnato parte della serie Mitos y Leyendas. Ha pubblicato il fumetto di fantasia Dragón Lemur per la casa editrice Visual ediciones e la storia a fumetti Flamenco. Insieme all’autore Juan Vásquez ha creato la rivista di fumetti e illustrazioni Platino. La sua prima novella grafica, El origen, è stata scritta da Daniel Benavides e pubblicata da Catalonia. Ha partecipato alle raccolte di fumetti In Absentia Mortis e In Nomine Mortis con gli sceneggiatori Ángel Bernier e Carlos Reyes e, con quest’ultimo, ai volumi della serie Heredia Detective (LOM).


Intervista a Carlos Reyes qui

:: Appunti di Vita Volume 2, Boulet (Bao Publishing, 2017) a cura di Micol Borzatta

8 febbraio 2017
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La vita di un fumettista non è assolutamente semplice. Partendo dal doversi mantenere con i propri disegni, spesso non molto capiti, a volte non giudicati appieno, fino ad arrivare a tutto il lavoro che c’è dietro, sia nella fase di creazione che nella fase di vendita e marketing. Ed è proprio della fase marketing, ovvero la presenza degli autori alle fiere del fumetto per sponsorizzare e proporre il proprio lavoro, che si vuole dedicare Boulet in questo secondo volume di vita quotidiana raccontata a vignette. Boulet infatti è un disegnatore di graphic novel molto conosciuto specialmente in Francia. I suoi lavori, spesso introdotti da Zerocalcare, hanno una comicità realistica che sa conquistare sia il mondo dei ragazzi, ma anche quello degli adulti, specialmente per la sua scelta di raccontare semplicemente la verità della vita, tutto quello che una persona che sceglie di fare un certo tipo di lavoro deve sopportare e affrontare per continuare a realizzare il suo sogno e potersi mantenere seguendo il suo sogno.
Partendo dalle domande incredule dei genitori che accompagnano i figli e che non credono che con quel genere di lavoro i loro piccoli possano un giorno mantenere adeguatamente una famiglia, tarpando loro in questo modo le ali e obbligandoli a scegliere percorsi scolastici più consoni, alle richieste assurde dei fan o della gente che pretende di avere un disegno con dedica arzigogolato in pochissimi secondi perché non ha voglia di stare in coda.
Raccontato con molto cinismo, ma anche accompagnato da disegni di qualità che prendono una vita tutta loro, e che invece di accompagnare il testo diventano protagonisti e il testo solo una spalla descrittiva a volte nemmeno del tutto necessaria, troviamo una situazione di vita reale che apre gli occhi su un mondo spesso conosciuto e giudicato molto sottogamba.
Una graphic novel di un certo peso, e non solo per il volume consistente di pagine, che introduce il lettore in una vita piena sacrifici e poesia e che sa come tenere il lettore attaccato alle proprie pagine, facendolo vivere concretamente e a 360 gradi ogni singola vignetta.

Boulet La vita del fumettista non sempre è così facile come la si immagina. Lo sa bene Boulet, al secolo Gilles Roussel, che nella raccolta di strisce del suo blog http://www.bouletcorp.com tratteggia con inconfondibile verve umoristica i chiaroscuri di una vita a fumetti. Apprezzato sia dal grande pubblico sia dalla critica (Lewis Trondheim lo ha scelto come autore per la serie La Fortezza, insieme a nomi del calibro di Joann Sfar, Kerascoët e Christophe Blain), Boulet è uno degli artisti che più hanno influenzato la scena contemporanea dei blog a fumetti nonché autori di prestigio come Zerocalcare. Nel 2015 Appunti di vita, la raccolta delle sue strisce a fumetti, viene pubblicata in Italia per i tipi di Bao Publishing.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Domani è domenica, Sandrine Fabbri (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2017
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Domani è domenica di Sandrine Fabbri, edito da Keller, è un romanzo coinvolgente e doloroso, nel quale la protagonista, nonché voce narrante, è una giovane donna intenta a ripercorrere la propria vita. Il tutto è da lei vissuto nel tentativo di comprendere quanto il carattere autoritario del padre abbia influito sulla drammatica scelta di sua madre. Una figlia, molto turbata a quanto si percepisce dalla sue parole,racconta la propria vicenda intima familiare evidenziando come il padre sia riuscito, giorno dopo giorno, anno dopo anno, a distruggere in modo completo l’io della mogli- madre che tanto aveva desiderato sposare. Quello che emerge dalle pagine della Fabbri è la diversità caratteriale tra i due genitori. Lui, sempre uguale a se stesso, è un immigrato sloveno fuggito da Tito, che non ha esitato ad italianizzare il suo nome. Amante del ballo, della musica, ha un carattere riservato e molto dispotico. Silvia, la madre, è la bella ed elegante ragazza un po’ bohèmienne, amante della propria indipendenza e della bella vita divisa tra canti e balli. Poi, l’incontro e l’amore per questo serioso immigrato scateneranno in lei, e nessuno riesce a capire il perché, una completa rinuncia alla propria autonomia. Il dramma completo della famiglia si verifica a Ginevra, quando un giorno, prima delle tradizionali vacanze estive, Silvia decide di farla finita con un salto nel vuoto dal quale sarà impossibile fare ritorno. La voce narrante della figlia della coppia guiderà noi lettori in una ricerca dolorosa della verità attraverso gli indizi derivanti da una scatola di vecchie fotografie, dal sapore di una pastina ai lamponi che ricorda molto le dolci madeleine di Proust e da una cartella clinica che prima non si trova e poi compare all’improvviso. Accanto a questi elementi tanti altri piccoli dettagli che mostreranno verità dolorose e sconosciute. Silvia, come il marito, ha avuto un passato tragico che la costrinse a francesizzare il suo nome in Sylvia, per nascondere le sue origini svizzero germaniche e sfuggire dalle persecuzioni riservate ai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, nazisti proprio per le origini tedesche. Il tentativo compiuto dalla figlia di ricostruire il doloroso puzzle della sua famiglia si rivelerà un rompicapo non facile da risolvere, come non sarà facile comprendere la scelta estrema della madre e il perenne atteggiamento prevaricatore del padre. In Domani è domenica di Sandrine Fabbri, marito e moglie sono due persone dalle vite tormentate, piene di traumi le quali, unendosi in matrimonio hanno come tentato di rinascere, peccato che la loro incompatibilità caratteriale abbia impedito loro il raggiungimento della pace condivisa. Traduzione Daniela Almansi.

Sandrine Fabbri è nata a Ginevra da padre sloveno italianizzato e da madre svizzera e ha lavorato a lungo come giornalista culturale. Dopo aver vissuto a Zurigo e Parigi, è tornata nella sua città natale dove insegna francese e comunicazione in un istituto tecnico commerciale. Ha tradotto Lukas Bärfuss e Sibylle Berg. Il suo romanzo Domani è domenica ha ricevuto il premio Pittard 2010 ed è stato tradotto anche in tedesco.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Madame Claudel è in un mare di guai, Aurélie Valognes (Newton Compton, 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2017
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Libro delizioso, Madame Claudel è in un mare di guai, (Mémé dans les orties, 2015), della francese Aurélie Valognes. Edito in Italia da Newton Compton e tradotto da Federica Romanò. Si sa i francesi hanno un modo tutto loro di raccontare storie un po’ magiche, leggere, dalle tinte color pastello, in bilico tra la favola e il sogno. Avete presente le atmosfere delicate de Il favoloso mondo di Amelie? Quel non so che, tutto francese, appunto, che non scade però mai nella sdolcinatezza e nella zuccherosità. Madame Claudel è in un mare di guai racconta una storia chiusa nel microcosmo rarefatto di un condominio parigino, al numero 8 di Rue Bonaparte. Protagonista è un arzillo vecchietto, un po’ scorbutico e taciturno, Monsieur Ferdinand Brun, che proprio non ne vuole sapere di finire in una casa di riposo. La figlia Marion è lontana, vive a Singapore con il nipote di Ferdinand, la moglie l’ha abbandonato per il suo carattere ruvido e insopportabile, (scappando con un postino italiano), la solitudine è alleviata solo dalla compagnia di Daisy, un alano affettuoso e intelligente. Ma un giorno il dramma, il cane viene investito e ucciso, e da quel giorno è una lotta fitta, senza esclusione di colpi, contro i condomini, e soprattutto contro la terribile Madame Suarez, la portinaia, che lo odia dal primo momento che l’ha visto per il suo carattere indipendente e ostinato. Ma Monsieur Brun, inaspettatamente trova anche due improbabili alleate, Juliette, una dolce bambina di dieci anni, che ha dovuto crescere in fretta dopo la morta della madre, e Madame Beatrice Claudel, una novantenne arzilla quanto lui e fuori dagli schemi. Ricordate Poupette, la bisnonna di Vic ne Il tempo delle mele, beh un po’ la ricorda per la sua grinta e eccentricità. Una storia, dunque non priva di conflitti, ma tenera e delicata, che ci parla di amicizia, vecchiaia, finanche amore, e lo fa usando personaggi credibili e ben caratterizzati, che subito si guadagnano la simpatia del lettore. Una storia per un pubblico giovane, ma a dire il vero senza età, in cui il bene alla fine trionfa, (il lieto fine è assicurato) in un susseguirsi però di colpi di scena, che vedranno addirittura Monsieur Brun, soprannominato il “serial killer” accusato di omicidio. Ben scritto, divertente, intelligente, in parte spaccato di una condizione sociale reale, il mondo degli anziani (tra partite di bridge, e programmi alla tv), le problematiche dei figli combattuti tra la preoccupazione per la tutela dei loro vecchi genitori, e le legittime esigenze di indipendenza di quest’ ultimi, Madame Claudel è in un mare di guai è un libro che consiglio. Nasce come romanzo autopubblicato, il cui passaparola ha attirato l’interesse di un importante editore come Michel Lafon, diventando in breve un grande succeso editoriale francese. Ora sono curiosa di vedere quale sarà l’impatto in Italia. Esce il 9 febbraio in libreria, ho avuto modo di leggerlo in anteprima.

Aurélie Valognes, si è laureata alla École Supérieure de Commerce de Reims. È specializzata in comunicazione e marketing, e ha lavorato per diverse multinazionali spostandosi tra Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi. Attualmente risiede a Milano. Il suo esordio è stato un incredibile fenomeno del selfpublishing, in seguito uscito in Francia per i tipi di Michel Lafon. Negli Stati Uniti è stato pubblicato solo in versione digitale e ha venduto oltre 160.000 copie. In Francia è uscito il suo secondo romanzo dal titolo Nos adorables belles filles. Per saperne di più www.aurelie-valognes.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Fieno falciato, Silvia Corsi, (Stampa Alternativa, 2016) a cura di Federica Belleri

6 febbraio 2017
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Primo romanzo per Silvia Corsi, scrittrice torinese. Un’indagine per Gioia, che da Parma si sposta a Torino. Un passato di sofferenza e solitudine, che le cambia il carattere. Una dote meravigliosa la sua, di memorizzare dettagli, colori, suoni, odori, numeri e volti, con grande naturalezza. Il suo ingresso in polizia, dopo aver fatto tutt’altro e aver combattuto il sistema con ogni mezzo. L’amicizia con Berto, il Capo, che la considera una figlia della sua professione e la morte di Pietro, figlio di Berto. Equilibri sottili, nell’esigenza di barricarsi dietro una freddezza che non esiste. Lacrime trattenute a fatica. Paura di innamorarsi e il terrore di trovarsi a gestire una vicenda troppo pericolosa.
Torino è protagonista di questo libro, tanto quanto i personaggi che lo animano. Il passato e il presente confusi nei viali e lungo la Dora. I quartieri che hanno segnato un’epoca florida e i locali dove si vive di sballo. Il contatto fra culture diverse, che spesso le vede scontrarsi.
Gioia è impegnata a rivedere le sue priorità,  combattuta fra sentimento e lavoro. Spigolosa e fragile, attenta ma imprevedibile. Un’indagine che si apre a diverse soluzioni. Quale sarà quella giusta?
Scrittura precisa, pulita. Intervallata da passaggi personali, intimi pensieri svelati al lettore, che si sente molto coinvolto. Frasi che esaltano la territorialità della storia, grazie alle espressioni tipiche del dialetto torinese. Trama ben costruita,  ritmo sostenuto. Ve lo consiglio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Stampa Alternativa.

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:: La famiglia Pickard, Michele Arigano, (Bonfirraro, 2014), a cura di Elena Romanello

4 febbraio 2017
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Il regista John Pickard ha avuto un breve e intenso momento di successo, nello spietato star system a stelle e strisce, ma ora si trova in un momento di grave crisi creativa e economica. Per ritrovare se stesso, decide di fare un viaggio lontano dalle grandi città, in quella profonda provincia che nei decenni ha ispirato artisti di tutti i tipi. Il suo errare lo porta a Woodcutterhill, un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, con le case fatiscenti, le strade piene di fango e erbacce, simile ai villaggi fantasma vicini, uno dei tanti lasciti della conquista dell’Ovest americano, ma abitato da una comunità che ignora il resto del mondo così come il resto del mondo ignora Woodcutterhill.
In ogni caso, John Pickard rimane colpito dal luogo, così diverso da quelli a cui è abituato, senza tecnologia e con ritmi che all’apparenza sembrano meno frenetici, e lì scrive un nuovo film, coinvolgendo anche l’amico sceneggiatore Mark Thomas, con cui torna poi per girare il suo nuovo lavoro. Ma a questo punto le cose si complicano, perché i due scoprono cosa c’è dietro Woodcutterhill, un’antica maledizione che porta le persone ad arrivare lì e a non riuscire più ad andare via, oltre che storie cupe e torbide di abusi e morti. Con loro ci saranno sette ragazzi, giunti lì in un momento di difficoltà, che accetteranno di collaborare alla lavorazione del film, con esiti però via via sempre più terrificanti, perché Woodcutterhill ha dentro di sì qualcosa di diabolico che rende schiavi, e il beneficio che John Pickard ha avuto in partenza si trasformerà in una trappola terribile.
L’italianissimo Michele Arigano si confronta in questo romanzo con archetipi della cultura popolare e non solo americana (tra le righe non c’è solo Stephen King ma anche Faulkner e Steinbeck) in uno dei generi più emblematici e inquietanti della contemporaneità come l’horror. Le pagine del libro ripercorrono i percorsi di un genere, da Lovecraft in poi, con l’arrivo dello straniero nel luogo che non conosce, spinto da un desiderio impellente del momento, l’incontro scontro con la realtà esistente e il risultato del conflitto, creando un crescendo di suspense dove Woodcutterhill diventa un emblema di circolo chiuso e spaventoso, un microcosmo che tutto ingoia, inquietante come i luoghi di Stephen King, luogo antico e pericoloso, rassicurante solo all’inizio.
Il risultato è un romanzo avvincente, interessante, agile come dimensioni, in cui gli appassionati di horror potranno assistere ad una nuova discesa agli inferi dell’animo umano secondo uno schema che a prima vista può apparire appunto come già sentito ma che funziona sempre. La famiglia Pickard, un titolo che anticipa un finale agghiacciante (ma se non si legge il libro non si capisce) è interessante comunque anche per i non patiti del genere, in un momento in cui da oltreoceano, luogo da sempre di frontiera e di incontro tra diversità, giungono notizie non certo rassicuranti.

Michele Arigano è nato nel 1979 ad Halle, in Belgio, ma si è trasferito a cinque anni a Enna, in Sicilia, dove risiede tuttora. La famiglia Pickard è il suo primo romanzo.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa, si ringrazia Bonfirraro Press.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il gatto che insegnava a essere felici, Rachel Wells (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

3 febbraio 2017
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Torna Alfie, il gatto protagonista de Il gatto che aggiustava i cuori, per un nuovo capitolo della sua epopea di gatto condiviso dagli abitanti di Edgar Road, dove ha trovato la sua casa, anzi le sue case, dove varie peripezie in seguito alla morte della sua anziana compagna umana.
Alfie racconta queste sue nuove avventure in prima persona, mentre vive i problemi dei suoi compagni umani, tra Claire, che vorrebbe tanto avere un bambino che non arriva e Alesky, che ha problemi di bullismo a scuola. Un giorno arriva nella via una nuova famiglia, misteriosa e schiva, che non vuole avere rapporti con il vicinato, e che riempie di sospetto tutti. Con queste nuove persone vive un qualcuno che colpisce subito Alfie, la bellissima gatta Snowball, che però è decisamente scostante e poco propensa a dare confidenza agli altri felini, con inevitabili invidie e dubbi da parte degli amici a quattro zampe di Alfie. Ma Alfie non si arrende e cerca di fare breccia nei suoi nuovi vicini umani, cercando di capire cosa c’è che li angustia tanto, anche perché si è preso una bella cotta per Snowball, anche se lei non lo tratta proprio bene.
Alla lunga, Alfie riuscirà a fare in modo che la nuova famiglia e i suoi vecchi amici riescano ad interagire, e a far emergere la verità su certi comportamenti, non certo da criminali come pensava qualcuno, ma legati ad un fatto triste e non ancora superato del loro passato recente.
Le storie con animali protagonisti hanno una lunga tradizione nei Paesi anglosassoni, basti pensare a titoli come La fattoria degli animali di George Orwell o La collina dei conigli di Richard Adams. Qui l’autrice sceglie un approccio diverso, quello di un universo parallelo di animali che sono visti dagli esseri umani come tali, ma che hanno capacità di relazionarsi e cambiare gli eventi.
Fiaba per tutte le età, la saga di Alfie si legge con simpatia, raccontando microcosmi umani alla fine molto realistici, dove la presenza di un animale domestico è riconosciuta come fondamentale. Un libro essenziale per i gattofili, anche se i puristi potranno notare che lo splendido gattino rosso di copertina non rispecchia il vero aspetto di Alfie, classico grigio tabby. Ma sono dettagli su cui si può sorvolare, con una storia positiva ma non buonista, che mette in pace con il mondo, anche solo per il tempo in cui la si legge.

Rachel Wells vive nel Devon con la sua famiglia, ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici. Ha combinato queste due passioni nei suoi amatissimi romanzi sulle avventure di Alfie: Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, 2015) e il suo seguito, Il gatto che insegnava a essere felici.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti, che ringraziamo.

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:: Fine turno, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2017
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Dopo Mr Mercedes e chi Perde paga, chiude la trilogia Fine turno, (End of Watch, 2016) edito in Italia sempre da Sperling e Kupfer e tradotto da Giovanni Arduino, con una dedica niente di meno che a Thomas Harris. Piuttosto impegnativa direte voi? Concordo e rilancio soffermandomi sulle ragioni che hanno spinto il Re a giocare coi generi e tentare qualcosa che inevitabilmente scontenterà alcuni e deluderà altri: unire l’ hardboiled classico all’ horror (certo molto sfumato, ma presente). Insomma non un gioco da ragazzi. Però c’ era da aspettarselo che Stephen King ci avrebbe provato, è da lui, rientra appieno nella sua “poetica”, nella sua costante evoluzione personale, prima che artistica. Fine turno chiude un cerchio, dà compimento a una storia che poteva avere due derive: una prettamente razionale, riportando tutto ciò di apparentemente soprannaturale a una spiegazione, certa e scientifica; l’altra di stampo nettamente contrario dando alla fantasia campo libero, lasciando il soprannaturale prevalere a costo di deludere chi in un hardboiled vuole i duri fatti della vita, narrati senza ornamenti superflui o trucchi. Dunque che fa King? Prende questi due opposti e ci gioca, lasciando aperta l’eventualità che la tecnologia raggiunga e ottenga cose che apparentemente la ragione ci dice siano impossibili. Il potere della mente è ancora inesplorato, il potenziale che davvero racchiude ancora un mistero, venato dalla consapevolezza che ne usiamo solo una parte, sia nel bene che nel male. Quindi un cattivo come Brady Hartsfield una certa inquietudine la crea per i fenomeni di telecinesi che scatena, la sorta di invasione nelle psichi altrui, la sua capacità manipolativa, ampliata (forse) da medicine sperimentali date a lui come cavia non sappiamo quanto inconsapevole. Ho visto di recente un film Limitless, a sua volta tratto da un romanzo, Territori oscuri, dello scrittore irlandese Alan Glynn, e sicuramente chi li conosce sa di cosa parlo, quando mi accosto alle suggestioni fantasiose di sostanze che alterano i normali processi celebrali ampliandoli o distruggendoli. E ammettiamolo la materia affascina e spaventa, più degli omicidi mascherati da suicidi di cui il romanzo abbonda. Per non parlare degli Zappit, console portatili, porte del male, veicolo di messaggi subliminali letali, sotto le innocue apparenze di giochini elettronici. E il fatto che molti giovani e adolescenti (ma anche adulti) siano schiavi di smartphone, telefonini, tablet e quant’altro, non è fantascienza e quasi King sembra metterci in guardia. A modo suo, con le sue tortuose spire. Nelle note finali ci piazza anche il numero da chiamare per la prevenzione del suicidio, male reale, causa di innumerevoli morti ogni anno, e non solo mero pretesto per trovare materiale per un libro di paura. Come la malattia di cui soffre il protagonista, un’altra piaga inguaribile della nostra società, sempre più evoluta, sempre più tecnologica. Cioè ragioni per cui questo libro ci faccia realmente paura ci sono e esulano dalla bravura di King nel creare quell’atmosfera, quel particolare stato d’animo nel lettore di cui è maestro. Il nostro eroe Bill Hodges, e la sua fida assistente e socia Holly Gibney, (interessante personaggio femminile affatto scontato), insomma lottano contro forze soverchianti, contro un nemico che a rigor di logica dovrebbe vincere, anzi stravincere e spazzarli via. Più il nemico è potente, e più il valore dei buoni spicca e brilla di luce propria, sembra dirci King, e infondo come possiamo dargli torto? Malinconico il finale, ma infondo non poteva essere diverso, senza volere prevedere risurrezioni da soap televisiva. Una porta chiusa a doppia mandata. Non il classico lieto fine, ma qualcosa che ci va molto vicino.

Stephen King, il maestro dell’horror è nato a Portland, nel Maine, nel settembre del 1947. Il padre, ex capitano della Marina Mercantile durante la Seconda Guerra Mondiale, scompare due anni dopo la nascita di Stephen, e la famiglia King, è costretta, per il lavoro della madre, a spostarsi tra Maine, Massachusetts, Wisconsin, Indiana, Illinois e Connecticut.
Oltre all’abbandono del padre, l’infanzia di King è segnata da un altro evento tragico: a soli quattro anni, assiste alla morte dell’amico, travolto da un treno mentre i due giocano sulle rotaie. Il piccolo Stephen torna a casa sconvolto ma senza ricordare nulla.
A partire dai primi anni delle elementari inizia a leggere da solo tutto ciò che gli capita tra le mani; è di questo periodo anche il suo primo racconto. Anni dopo trova nella soffitta della zia i libri del padre, amante dei racconti di Edgar Allan Poe, H.P. Lovercraft e Richard Matheson. Nel 1962 comincia a frequentare la Lisbon Falls High School e poco dopo viene contattato per lavorare al Lisbon Enterprise, settimanale di Lisbon.
Studia letteratura presso l’Università del Maine, dove tiene una rubrica sul giornale universitario. Per pagarsi gli studi, King lavora e vende alcuni suoi racconti. Nell’estate del 1969 conosce Tabitha Jane Spruce, giovane poetessa e laureanda in storia che diventerà sua moglie due anni più tardi. Conseguita la laurea, comincia ad insegnare lettere in una scuola superiore.
Il successo, e la prima vera pubblicazione, arriva con Carrie nel 1974, che supera il milione di copie vendute. Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) riscuotono ancora più successo, con i rispettivi tre milioni e quattro milioni di copie vendute. Nel 1970 nasce la figlia Naomi Rachel e due anni dopo il figlio Joseph Hillstrom.
Due eventi tragici colpiscono lo scrittore negli anni a seguire: lo scrittore comincia ad avere seri problemi di dipendenza da alcol e droga, da cui uscirà solo dopo un processo di disintossicazione durato più di un anno. Nell’estate del 1999, inoltre, durante una passeggiata King viene travolto da un’auto subendo pesanti traumi. Sottoposto a numerosi interventi, ci vorranno mesi prima che King si riprenda totalmente.
Nell’arco della sua carriera, Stephen King ha venduto oltre 500 milioni di copie e dai suoi libri sono state tratte oltre 40 pellicole cinematografiche.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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