Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Washington. Fondazione della repubblica degli Stati Uniti d’America, Francois Guizot, curato da Maurizio Griffo, (Rubbettino, 2004), a cura di Daniela Distefano

6 aprile 2017
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Ci sono avvenimenti che la Provvidenza cela alla comprensione dei contemporanei. Eventi così grandi, così complessi che superano per molto tempo lo spirito umano, e che, anche manifestandosi in maniera eclatante, rimangono per lungo tempo oscuri in quelle profondità dove si preparano i mutamenti importanti che decidono dei destini del mondo.

A volte cade sulla Terra un meteorite, a volte ha il volto umano, impassibile, amletico di George Washington, oggetto di studio di un eclatante intellettuale prestato alla politica, cioè Francois Guizot.
Non ci vogliono trattati interminabili per abbozzare la figura di un servo di Dio.
Non serve tratteggiare una sagoma con maestria leonardesca per comprendere che tanto il biografo quanto il personaggio approfondito siano sparsi in un un’unica porzione di cielo, confusi tra le nubi della fama mondiale e la pioggia di riconoscimenti ultrasecolari.
Due uomini e basta. Uno vive, agisce, si eclissa nella notte della vittoria, l’altro ne ricostruisce il cammino predestinato.
Sullo sfondo l’America in cui le colonie crescevano rapidamente in popolazione, ricchezza, importanza all’estero.
Invece di pochi insediamenti oscuri, si veniva formando un popolo che con l’agricoltura, il commercio, gli scambi, le relazioni prendeva il suo posto nel mondo.
Intanto, assieme alle fortune del paese cresceva lo spirito pubblico, e il sentimento di appartenenza alla comunità si elevava. Così quando il re Giorgio III e il suo parlamento, più per orgoglio e per impedire la prescrizione del potere assoluto che per raccoglierne i frutti, pretesero di tassare le colonie senza il loro consenso, un partito numeroso, forte, ardente, il partito nazionale si sollevò d’improvviso, pronto a resistere in nome del diritto e dell’onore del paese.
Questione di diritto e d’onore, non di benessere e di interesse materiale.
Le tasse erano leggere e non imponevano alcuna sofferenza ai coloni.
Questo era, all’inizio della contesa, il pensiero dello stesso Washington e il sentimento pubblico.
Sentimento politico e morale.
Washington era convinto che la causa per conquistare l’indipendenza fosse giusta.
Nei giorni peggiori, quando doveva difendersi dalla sua propria tristezza diceva:

“non posso non sperare e credere che il buon senso del popolo alla fine prevarrà sui suoi pregiudizi … Non riesco a immaginare che la Provvidenza abbia fatto tanto per nulla … il grande sovrano dell’universo ci ha condotti troppo a lungo e troppo avanti sulla via della felicità e della gloria, per abbandonarci a metà del cammino … Ho fiducia che ci resti abbastanza buonsenso e virtù perché possiamo riprendere la strada giusta prima di essere del tutto perduti”.

Genio regolare, più fermo che fecondo, giusto, benevolo verso gli uomini, ma grave, un po’ freddo, nato per comandare più che per combattere, George Washington nell’azione amava l’ordine, la disciplina, la gerarchia e preferiva l’impiego semplice e potente della forza di una buona causa alle complicazioni sottili e alla discussioni appassionate del pulpito.
Rimase federalista, avversario delle pretese locali e popolari, partigiano dell’unità e del potere centrale.
Fece le due cose più grandi che in politica sia dato all’uomo di tentare: mantenne, con la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti conquistata con la guerra; fondò un governo libero, in nome dei principi d’ordine e ristabilendo il loro dominio.
Scusate se è poco; quando un simile astro sorge nel manto celeste non resta che seguirne la scia, ben visibile ancora oggi basta rivolgere lo sguardo in su, oltre le nubi della decadenza, laddove placidi sogni si uniscono al regno dell’immortalità e nascono desideri realizzati per gli uomini di ogni tempo.

Francois Guizot (1787-1874) è stato uno storico e uomo politico.
Di famiglia protestante, partecipò alla vita pubblica francese a partire dalla Restaurazione, come membro influente del gruppo dei cosiddetti “dottrinari”.
Dopo la rivoluzione di Luglio fu ministro della Pubblica istruzione, poi ministro degli esteri, e da ultimo presidente del consiglio.
La rivoluzione del 1848 mise fine alla sua carriera politica.
Fra le sue opere più importanti, “La Storia della civiltà in Europa”, la “Storia della civiltà in Francia”, e la “Storia della rivoluzione d’Inghilterra”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: L’ultima sillaba del verso, Romano Luperini (Mondadori, 2017) a cura di Greta Cherubini

5 aprile 2017
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“Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e un po’ casuale, una cronaca insomma. […] D’altronde, chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie”.

Valerio, stimato professore universitario, è reduce da una devastante malattia che ne ha trasfigurato il corpo. Sempre più solo e ormai privo di riferimenti, si immerge in un’opera di ricostruzione storica (o, per meglio dire, cronachistica) allo scopo di individuare il senso del proprio vissuto.
Quello che ne risulta è una “Cronaca di fine millennio”, il racconto frammentario degli avvenimenti  che negli ultimi anni hanno segnato il corso della vita del protagonista.
Al centro di tutto la figura della madre, simbolo di un mondo arcaico, ciclico, immutabile e in quanto tale certo, rassicurante, infallibile; un mondo che ormai è possibile soltanto rievocare nostalgicamente nella memoria,  irrimediabilmente perduto con la morte di lei.
Tutto intorno, lo sgretolarsi delle certezze, il crollo di un castello di carte che ha inizio con la separazione dalla moglie e con la contemporanea fine della militanza politica: il tramonto di un’epoca che determina una scelta di vita solitaria ed appartata e a partire dalla quale nulla sarà più come prima.
Sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della guerra del Goffo, dell’inchiesta Mani pulite (che coinvolge anche il fratello Bruno), della guerra in Iraq, dell’ascesa politica di Berlusconi; e nella vita privata, delle relazioni altalenanti con l’archeologa Betty e con la sfuggente Claudine.

“Avevo dedicato l’esistenza alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna. La letteratura era diventata un mestiere, la lotta politica era ormai impossibile e le donne…le donne erano ancora un problema, un nodo che non riuscivo a sciogliere”.

Il memoriale di Valerio è il racconto frastornato e attonito di un attore di prim’ordine della storia, reduce dalle battaglie del ’68, drammaticamente trasformato in spettatore della stessa, privato ormai di qualsiasi possibilità di azione e intervento concreto.

“Un tempo […] le cose accadevano perché noi le facevamo accadere. Ora accadono indipendentemente da noi e noi possiamo soltanto guardarle accadere. Eravamo protagonisti, o magari ci sembrava soltanto di esserlo, ma era comunque una illusione importante, ora siamo solo spettatori davanti a un televisore, e non abbiamo più neppure illusioni”

La misura della nuova realtà è il disimpegno, l’accettazione passiva e rassegnata degli eventi, dove solo la dimensione individuale è possibile; non esistono più le categorie collettive né i valori condivisi: persino la distinzione netta tra Bene e Male è venuta meno, a favore delle più aleatorie dimensioni del Giusto e dell’Ingiusto.
Il racconto stesso della Storia non è più praticabile: la realtà odierna è fluida, i fatti si susseguono incomprensibili e senza alcuna logica, determinando l’assenza totale di stabilità e punti di riferimento.
Quello che rimane è la nostalgia per un mondo che non c’è più e non è più recuperabile, il senso amaro di uno scacco pubblico e privato e la condanna a scontarne le conseguenze:

“Ho dedicato buona parte della mia vita a interpretare i segni del presente e a tentare di cambiarlo, sono vissuto di passioni politiche e pubbliche, e ora ho capito…capito cosa? Che non c’è più nulla da capire e non mi resta che una passione tutta privata, privatissima, addirittura clandestina? Che quanto accade nel mondo non è più storia, percorso decifrabile, ma cronaca, caos di avvenimenti, somma di esistenze solo individuali?”

Quel che resta da salvare Valerio lo scoprirà grazie alla madre, con la sua capacità innata di trovare il senso nelle minuzie e nella quotidianità; grazie a Betty, con la sua esperienza nel rimettere insieme i frammenti; grazie infine a Claudine, che resterà sempre una possibile e imprendibile amante.
La cronaca di fine Millennio è questo tentativo estremo di restituire significato alle cose, di tracciare il filo di un’esistenza attraverso l’insieme dei pezzi:

“Se è impossibile trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte, è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere frammenti di senso, mettere insieme dei tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni. Non era questo che aveva fatto per tutta la vita mia madre?”

Romano Luperini, noto studioso e critico letterario, è nato e vive in Toscana. Ha pubblicato presso Laterza saggi su Verga, Pirandello, Montale e sul tema dell’incontro nel romanzo europeo, ha insegnato in università italiane e straniere ed è autore di un manuale di storia e antologia della letteratura molto diffuso nei licei. Dirige due riviste di teoria e critica della letteratura, “Allegoria” e “Moderna”, e il blog http://www.laletteraturaenoi.it. Come narratore, nel 2013 ha vinto il premio Volponi con il romanzo L’uso della vita. 1968 (Transeuropa). Nel 2016 ha pubblicato per Mondadori La rancura, candidato al premio Viareggio Rèpaci e vincitore del premio nazionale letterario Pisa per la narrativa.

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Mondadori, ringraziamo Anna.

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:: Il libro di mio padre, Urs Widmer, Keller editore 2017 A cura di Viviana Filippini

3 aprile 2017
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Il libro di mio padre di Urs Widmer è un viaggio dentro ad una vita intera, nella quale l’autore affronta in modo completo la figura del padre, rendendolo un personaggio letterario formidabile per il quale non è possibile non sentire un po’ di affetto ed empatia. La storia ha al centro la morte di un uomo (il padre dell’autore-narratore) e il tentativo del figlio di mantenerne vivo il ricordo. Il viaggio letterario si svolge nelle Svizzera del passato, permettendo al lettore di addentrarsi dentro ad usi e costumi a molti di noi sconosciuti. Tra le diverse tradizioni c’è il vero e proprio rito iniziatico alla comunità che il padre dodicenne del protagonista sperimenta sulla propria pelle. Una lunga corsa immerso nella natura boschiva, alle intemperie. Un bagno purificatore, il dono del libro dalle pagine bianche da riempire ogni giorno della propria vita e la consegna della bara nella quale essere sepolti il giorno della morte. A raccontarci tutto è il figlio che, una volta deceduto il genitore, cercherà quel misterioso e affasciante libro per leggerlo, perché è così che la tradizione vuole, ossia che il volume scritto a mano venga letto solo dopo la morte del suo proprietario. Qui però sorge un problema, perché il librone dalla scrittura fitta fitta è scomparso e per tale ragione il figlio attuerà una vera e propria corsa nella memoria nel tentativo di mettere su carta tutti i ricordi dell’esistenza paterna. Quello che emerge dalle pagine di Urs Widmer, non è solo una volontà di un figlio fare memoria di un genitore scomparso, ma l’intenzione dello scrivente è quella di far capire ai lettori chi era e come viveva Karl. L’uomo descritto dalle pagine stese dal narratore era carismatico. Karl aveva nel proprio Dna una passione viscerale per i libri e per l’arte in ogni sua possibile forma espressiva e, non a caso, tra le pagine scorrono i tanti incontri con letterati, pittori, musicisti e scrittori. Non mancano i ricordi legati alla guerra combattuta da Karl e al suo costante timore che qualcosa di brutto potesse accadere, non tanto a lui al fronte, ma ai suoi cari a casa in Svizzera. L’immagine di Karl è quella di un uomo molto impegnato e appassionato nel proprio lavoro editoriale ma, allo stesso tempo, la sensibilità del protagonista è così compatta da permettergli di amare in maniera profonda la moglie Clara (compresi i momenti difficili derivanti dal ricovero in ospedale psichiatrico da parte della donna) e per il figlio. Il libro di mio padre non è solo un libro nel quale Urs Widmer omaggia la figura del padre. Il libro dello scrittore svizzero, edito in Italia da Keller, è una storia sull’importanza dei legami familiari e del fare memoria per mantenere vivi i ricordi, gli affetti e le tradizioni del proprio mondo d’origine. Traduzione di Roberta Gado.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Il manicomio dei bambini – Storie di istituzionalizzazione di Alberto Gaino (Edizioni Gruppo Abele, 2017) a cura di Giulia Gabrielli

31 marzo 2017
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«Pericoloso per sé e per gli altri» è questa la definizione lapidaria che segna l’ingresso in manicomio dei bambini raccontati in questo libro. Ma certo ci si chiede come possano essere ritenuti pericolosi dei bambini di tre, quattro o cinque anni. L’internamento, infatti, di solito avveniva ancora prima che i bambini fossero mandati a scuola e spesso su richiesta dei genitori stessi che, non avendo altre possibilità, ricorrevano al sistema degli istituti per poter garantire ai propri figli un pasto.
Quello di Alberto Gaino non è un saggio storico, critico, distaccato, ma un reportage molto personale e sentito, che intreccia le vicende lavorative dell’autore (che come giornalista aveva avuto accesso ad alcuni dei reparti non ancora chiusi nei manicomi torinesi) con i documenti e le interviste raccolti in anni di lavoro. Anche l’esposizione è fortemente empatica: punta a restituire una storia, una vita, ai bambini che furono internati negli istituti di cura piemontesi negli anni Sessanta e Settanta.
Tutto il lavoro di Gaino si muove nella scia di quell’editoria socialmente impegnata che ha segnato la storia culturale italiana degli anni Settanta: gli scritti di Franco Basaglia, primi tra tutti L’istituzione negata e La fabbrica della follia, e Il paese dei Celestini – Istituti di assistenza sotto processo di Bianca Guidetti Serra e Francesco Santanera, sono questi i saggi che hanno contribuito in maniera determinate al crollo dell’istituzione manicomiale e che sono stati un modello per Il manicomio dei bambini.
La struttura è quella classica del saggio: ad una prima parte sulle condizioni dei manicomi per adulti e per bambini, ricostruite attraverso le testimonianze puntuali della documentazione ed attraverso una lunga intervista ad uno dei pochi bambini sopravvissuti all’internamento; segue una seconda, centrale per argomento e posizione, cruda e dal forte impatto emotivo sul lettore, che raccoglie le storie di otto bambini, tutti internati a Villa Azzurra, l’ospedale psichiatrico per l’infanzia di Torino chiuso nel 1979. La chiusura, infine, è un’interessante terza parte di approfondimento sull’attualità, sulle condizioni psichiatriche dei bambini e ragazzi di oggi, sui casi recenti di plagio e maltrattamento dei minori e sui casi difficili che si presentano nei centri di accoglienza per i migranti.
A quasi quarant’anni dalla chiusura dei manicomi in Italia ci si potrebbe chiedere a cosa può servire un’inchiesta sulle condizioni di vita e di “cura” dei più piccoli dei pazienti di queste strutture. La prima ovvia risposta sarebbe per non dimenticare, per far conoscere (ed è su questo che si concentrano le prime due parti); ma serve, almeno nella mia prospettiva, anche a riflettere sul nostro presente, quando questo sembra avvicinarsi di nuovo, troppo, a quelle situazioni:

La crisi è diventata la giustificazione di nuove e più profonde diseguaglianze che ci riportano indietro di mezzo secolo: se non ai manicomi come Villa Azzurra a tentazioni vecchie, rassicuranti. Il personale dei servizi pubblici è stato tagliato pesantemente, le liste d’attesa si sono allungate in modo impressionante, non si conosce neppure il fabbisogno di richieste per affrontare il disagio mentale della nostra gioventù. Per cui, come si possono programmare gli stanziamenti di risorse e interventi? Si tampona: è la sola politica che si conosce in Italia. Intanto, il diritto alla salute viene silenziosamente cancellato per i poveri – che sono sempre di più – con un’erosione dello Stato sociale che, per i bambini e gli adolescenti, si traduce nell’azzeramento di ogni possibile progetto di prevenzione.

Alberto Gaino, giornalista per il Manifesto negli anni Settanta, dal 1981 ha lavorato prima per Stampa Sera e poi per La Stampa; si è occupato di cronaca giudiziaria, seguendo le maggiori inchieste della magistratura torinese. Dal 2013 è in pensione. Autore di Falsi di stampa, Eternit, Telekom Serbia e Stamina (Edizioni Gruppo Abele, 2014).

Source: gentilmente inviato al recensore dall’ufficio stampa dell’editore per la recensione.

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:: L’altro figlio, Sharon Guskin, (Neri Pozza, 2017) a cura di Federica Belleri

30 marzo 2017
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Primo romanzo per Sharon Guskin, scrittrice e produttrice americana. Una storia ambientata a New York. Janie è un architetto e ha un bimbo bellissimo e precoce, Noah. Dice cose non adatte alla sua età, parla di un’altra casa, vuole andare dall’altra mamma. Janie è preoccupata, inquieta, i problemi che il figlio le crea diventano difficili da gestire. L’asilo emargina Noah, gli amici si allontanano, la frustrazione sale. Essere mamma single di un bambino del genere non è semplice.
L’altro figlio racconta di Noah, un meraviglioso biondino dagli occhi azzurri di quattro anni, in grado di spalancare la porta a sensazioni nuove e inspiegabili. La sua determinazione lo porta lontano, a conoscere persone nuove e a ritrovare chi ha perso …
È un aiuto prezioso per la madre, anche nel dolore. È l’ago della bilancia, che fa pendere il piatto dalla parte dell’amore. È l’incontro con l’inevitabile e il rifiuto verso una situazione che si fatica ad accettare. Ci si chiede, chi è davvero Noah? Perché spaventa così tanto? La sua piccola vita è disturbata dalle lacrime, da una tristezza profonda e da incubi notturni. Cosa gli succede?
L’incognita crea ansia, il vuoto negli affetti rende insicuri, il dolore lacerante provoca effetti devastanti, le emozioni esplodono a cascata. Da che parte si deve stare per capire questo bambino? Nel passato, nel presente o nel futuro?
L’altro figlio è il cerchio della vita e la consapevolezza della morte. È il disperato desiderio di rivedere chi non c’è più. È l’amore immenso tra madre e figlio. È la forza di lasciar scorrere gli eventi e di imparare ad accettarli. È la fiducia nel prossimo per ritornare a respirare.
Romanzo unico, intenso, riflessivo, dai toni del thriller, sostenuto da emozioni sempre in bilico. Assolutamente consigliato.
Buona lettura.

Sharon Guskin è una scrittrice e produttrice americana. Si è laureata a Yale e poi alla Columbia University School of the Arts. Vive a Brooklyn con il marito e due figli. L’altro figlio è il suo primo romanzo. http://sharonguskin.com/

Source: acquisto personale.

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:: Chi è senza peccato, Jane Harper (Bompiani, 2017) a cura di Micol Borzatta

30 marzo 2017
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Kiewarra, outback australiano.
Aaron Falk, un agente federale di Melbourne, ritorna al suo paese di nascita per presenziare al funerale di un amico d’infanzia: Luke Hadler. La sua presenza è stata richiesta esplicitamente dal padre di Luke, che vuole che Falk indaghi sugli avvenimenti che hanno portato a quel triste epilogo.
Luke infatti è stato accusato di essere il colpevole della morte della moglie e del figlio maggiore, per poi uccidersi a sua volta.
Sia Gerry Hadler che Falk sanno perfettamente che Luke invece è innocente, ma dimostrarlo non sarà così semplice.
A peggiorare tutta la situazione ci saranno i parenti di Ellie Deacon, una ragazza morta all’età di sedici anni che usciva in gruppo con Falk e Luke, e della cui sorte incolpano Falk.
Romanzo molto particolare che cattura il lettore fin dalle prime righe, con un ritmo molto incalzante e una narrazione misteriosa, che continua a dare piccoli input al lettore, ma non gli rivela assolutamente nulla fino alla fine, dove il grande colpo di scena stupirà il lettore.
Descrizioni minuziose trasmettono perfettamente tutti gli stati d’animo direttamente nel cuore e nell’animo del lettore, come lo trasportano nelle campagne australiane, pur non conoscendone i luoghi.
Un romanzo davvero spettacolare che sa stupire.

Jane Harper nasce a Manchester e si trasferisce in Australia all’età di otto anni.
Da tredici anni lavora come giornalista.
Chi è senza peccato è il suo romanzo d’esordio e ha vinto il Victorian Premier’s Literary Award come miglior manoscritto nel 2015.
I diritti del romanzo sono già stati venduti in più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Germania, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca e Israele.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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:: Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Isabella Guanzini, (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Daniela Distefano

28 marzo 2017
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La tenerezza – con il suo corredo di affezioni tenaci, che sfidano i predatori e i prepotenti, i cinici e gli insensibili, i corrotti e i gaudenti a spese altrui – sta nell’ombra delle virtù civili e dei tempi forti della comunità.
E’ un integratore della vita privata, una tisana per il tempo libero.

Forse non siamo più capaci di appuntare nel nostro cuore la spilla degli affetti. Siamo presi da altro oramai, “quell’altro” che non vale oltre la vita ma che per molto tempo è la nostra ragione di vita: il successo, l’ambizione, il timore di cadere..
Il saggio “Tenerezza” di Isabella Guanzini è un regalo che dobbiamo fare alla nostra coscienza brutalizzata dalla noia della lotta quotidiana.
Siamo così stretti nell’armatura, nella corazza dell’indifferenza che non sappiamo più apprezzare le gioie della condivisione, della dolcezza, della compassione.
Ci stordiamo con il ritornello delle emozioni usa e getta. Non ci manca la leggerezza, ma l’appesantiamo con la superficialità.

Ci troviamo – almeno noi occidentali – in una costellazione sociale, culturale e tecnologica povera di tracce di una vita complessiva dello spirito: la nostra anima non ha più storia, non sa a che cosa affezionarsi.

Come recidere questa zizzania che cresce assieme al nostro grano buono?
Di chi è la colpa? Come si è arrivati a venerare l’alienazione e la distanza siderale tra un corpo e l’altro?
Un abbraccio è ancora il punto esclamativo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità?

La rimozione sistematica della tenerezza reciproca dalla grammatica della vita crea un’insensibilità devastante per la qualità della convivenza:
in ogni civiltà, anche la più rispettabile e la più avanzata.

Contro l’immigrato, contro il profugo, contro l’omosessuale, contro la donna, poi contro noi stessi. Contro. E se fermentassero, fiorissero, sbocciassero come in primavera i sorrisi, le parole dette con gli occhi, il sentimento senza paura di rimanere sempre fregati?
Il rischio. Dobbiamo solo rischiare, agguantare la mappa dei nostri percorsi emotivi, e poi lasciarci andare, c’è Dio che supervisiona, ovunque.

Finché qualcuno ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare.
Noi umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza che mettono in questione tutto.

Un saggio libro che ci conduce per mano alla lettura delle criticità della società di oggi. L’Occidente è in crisi ma ha ancora riserve visibili per sopravvivere alla notte dei pensieri mutilati.

Isabella Guanzini, nata a Cremona, è filosofa e teologa.
Ha insegnato Storia della filosofia e Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Dal 2016 è professore ordinario di Teologia fondamentale dell’Università di Graz.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

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:: Piccola Orsa, Jo Weaver, (Orecchio Acerbo, 2016), a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2017
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Piccola Orsa, tutta morbida e pelosa è la protagonista del libro Piccola Orsa di Joe Weaver, edito da Orecchio Acerbo. L’orsacchiotta non è sola, ma in compagnia di grande Orsa che vigila e protegge la piccoletta. Le due sono mamma e figlia e compiranno un viaggio attraverso le stagioni della natura. Dalla nascente primavera dove la vita si rigenera, alla calda estate nella quale è divertente cercare sfiziose bacche di cui cibarsi, fino all’autunno annunciato dalla partenza degli uccelli migratori per terre calde e lontane. Da ultimo arriva l’inverno con il suo gelido freddo e quelle tempeste improvvise che metteranno a dura prova la coppia protagonista. Mamma Orsa infatti metterà in campo tutta la sua esperienza e il suo fiuto per ritrovare la via verso la protettiva e calda tana. Il libro della Weaver, adatto per i bambini dai 4 anni in su, è una vero e proprio viaggio di formazione che ha per protagonista la piccola Orsa. Durante le camminate nei boschi e nella foresta, il piccolo mammifero, grazie all’aiuto della madre, non solo consocerà le stagioni, ma capirà quanto la vita sia fatta di momenti in cui si alternano gioie e dolori. Tutte prove che l’esistenza pone a chi vive e che servono a formare il carattere. L’autrice mette in campo in questo libro dei protagonisti animali, e non esseri umani, come a voler dimostrare che le situazioni dell’esistenza sono comuni e simili. Piccola Orsa e mamma Orsa, sono figlia e madre che accompagnano il lettore nelle pagine di Piccola Orsa e sono legate da un universale legame affettivo ed emotivo che le sostiene nell’avventuroso cammino della vita. Traduzione Carla Ghisalberti.

Jo Weaver si è diplomata in Children’s Book Illustration alla Cambridge School of Art, Oggi vive a Nord di Londra con con tredici pesci, alcune coccinelle e un compagno. Nel 2014 è stata finalista del prestigioso The AOI Illustration New Talent Awards, Piccola Orsa è il primo libro che ha scritto e illustrato.

Source: acquisto del recensore.

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:: Il giardino dei musi eterni, Bruno Tognolini, (Salani, 2017) a cura di Micol Borzatta

23 marzo 2017
Giardino dei Musi Eterni

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Ginger è una gatta Main Coon a pelo semi lungo che si sveglia in un grande prato, che è il Giardino dei Musi Eterni, un cimitero per gli animali gestito da un Custode cattivissimo e menefreghista e dal suo cane Bestio, che pur non vedendo gli Animanimali, li sente e li percepisce.
Gli Animanimali, che fra di loro si chiamano Animan perché troppo lungo e complicato come termine quello completo, vivono in armonia, accogliendo i nuovi arrivati, tuffandosi nella pioggia e rincorrendosi tutto il giorno, per poi passare le nottate a cantare con le ranocchie che vivono nel fossato ai margini del cimitero.
Purtroppo però la loro vita viene stravolta. Infatti da qualche tempo alcuni loro fratelli spariscono nel nulla mentre il Custode continua a fare strane ricerche tra le tombe e i peluche che i bimbi umani portano con loro alla domenica, quando vanno a trovare le tombe dei loro piccoli amici, sembrano quasi prendere vita e diventare cattivi.
In questa atmosfera inquietante Ginger, insieme a Orson, Ted, Trilly e Mama Kurma, creerà un gruppo per indagare e risolvere ogni mistero, ma il tempo a loro disposizione però è poco, perché qualcuno vuole comprare il terreno del cimitero per smantellarlo e farci delle villette a schiera.
Un romanzo davvero particolare, raccontato tutto in terza persona ma dalla visuale di Ginger, con un linguaggio molto inventivo che si adatta perfettamente a degli animali.
Libro toccante che, specialmente per chi ha avuto o ha tuttora un animale, arriva fino all’animo e al cuore del lettore portandolo a partecipare ancora più attivamente alla storia.
Lo stile linguistico, come accennato, è perfetto, si addice ai singoli animali trasmettendo appieno al lettore il loro carattere e le loro peculiarità, anche se devo ammettere che il modo di parlare di Mama Kurma risulta spesso incomprensibile, distraendo un po’ dalla lettura e rallentando il ritmo.
Nel complesso un romanzo istruttivo e didattico che non si può non amare.

Bruno Tognolini nasce a Cagliari nel 1951. Negli anni ’80 ha passato quasi un decennio nel teatro, per poi passare, da quasi trent’anni, a scrivere per i bambini e i loro grandi.
Nel 2007 e nel 2011 è stato Premio Andersen e ha scritto poesie, romanzi e racconti e programmi televisivi come L’albero azzurro e la Melevisione.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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“Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

3 bis

Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: La ragazza del dipinto, Ellen Umansky (Newton compton, 2017) a cura di Laura M.

22 marzo 2017
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Esce domani un romanzo accolto molto positivamente dalla critica dal titolo La ragazza del dipinto (The Fortunate Ones, 2017), della scrittrice americana Ellen Umansky, tradotto da Adriana Cicalese, ed edito da Newton Compton.
La ragazza del dipinto narra la storia di Rose e Gerard, due giovani fratelli, che all’ inizio dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando a Vienna e in altri stati europei le famiglie mettevano in salvo i figli perché sapevano che le ombre della guerra sarebbero state fosche (anche se nessuno immaginava le proporzioni del genocidio che i nazisti avevano in mente), lasciano il loro paese.
Rose abbandona così gli eleganti genitori e l’appartamento al centro di Vienna dove è conservato un importante quadro di Soutine, artista ebreo già di chiara fama e si rifugia a Londra, accolta da una coppia di ebrei osservanti, mentre il fratello è accolto da un’ altra famiglia.
Lo strazio della separazione è grande anche se non così grande non essendo consapevole che non vedrà più Mutti e Papi che saranno deportati e moriranno a Auschwitz nell’ultimo inverno di guerra.
Rose si rimprovererà sempre di non aver fatto di più per loro, consapevole che se avessero raggiunto l’Inghilterra si sarebbero salvati. Poi sposa Thomas un ingegnere e trova un lavoro di insegnante in una scuola inglese di buon livello.
Ma il marito viene trasferito in America dove Rose incontra Lizzie una ragazza il cui padre era amico di Rose e aveva posseduto il Fattorino fino a che era stato rubato dalla sua casa assieme ad altri quadri. Poi il quadro tanto amato dalla madre di Rose ricompare. Quale è il mistero legato a questo prezioso dipinto? Ecco il mistero su cui ruota l’intera storia, anche se il mistero più difficile da sondare resta sempre quello intorno al cuore umano.
Tra le vicende orrende della guerra e la vita un po’ più calma nel nuovo continente la trama si dipana narrando una parte molto significativa della nostra storia. La ragazza del dipinto è se vogliamo l’affresco corale di un’ epoca travagliata e nello stesso tempo affascinante, dove si toccano temi come la perdita, il senso di colpa, la luce rasserenante dell’arte, l’amicizia, e il perdono.
Una lettura da fare soprattutto se amate approfondire le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e ai suoi sopravvissuti. Certo è una storia di fantasia ma molto attenta alle dinamiche psicologiche e capaci di rivelare piccoli tratti di suspense.

Ellen Umansky è cresciuta a Los Angeles e vive a Brooklyn con il marito e le sue due figlie. Ha pubblicato sia racconti che saggi, apparsi, tra gli altri, su «New York Times», «Salon» e «Playboy». Ha lavorato nelle redazioni di «The New Yorker», «Forward» e «Tablet». La ragazza del dipinto è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ufficio stampa Newton Compton.

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:: I segreti della famiglia Ferrolongo, Danilo Persicani, (Parallelo45, 2017) a cura di Micol Borzatta

22 marzo 2017
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Asti, settembre 1939.
Nella villa della ricchissima e famosissima famiglia Ferrolongo vengono ritrovati i cadaveri di due persone, uccise con due semplici colpi di pistola, sparati a bruciapelo.
Quando i carabinieri vengono chiamati, riscontrano che i cadaveri sono la signora Agnese Ferrolongo e il figlio Corrado Lanzi.
Le indagini iniziano subito, anche se si svolgono esclusivamente all’interno della famiglia, senza sospettare nessun coinvolgimento esterno.
I Ferrolongo, infatti, sono un’antica famiglia nobiliare piemontese di cui tutti i salotti dell’alta società, come anche i vicoletti bui delle strade, si parla a mezza voce, riferendo passandosi aneddoti e pettegolezzi., perfino degli scandali che si protrarrebbero da generazione a generazione.
Proprio a causa di questi pettegolezzi e questi scandali, viene accusato dell’omicidio Federico Lanzi, marito di Agnese e padre di Corrado, con il movente di voler far cessare tutte le dicerie che coinvolgono la sua famiglia.
Solamente l’avvocato penalista Alfredo Vigerio, chiamato in difesa di Federico, avrà l’abilità di smascherare tutti i pettegolezzi e le dicerie, scartando le invenzioni e rivelando la verità, fino a scagionare il suo cliente trovando il vero colpevole.
Romanzo che mischia una storia familiare a un classico thriller, con bravura e maestria, portando il lettore ad appassionarsi sempre più degli avvenimenti, sentendosi coinvolto in prima persona a tal punto da voler indagare anche lui per svelare misteri, segreti e avvenimenti.
Scritto con uno stile limpido e lineare, l’autore sa dosare perfettamente colpi di scena e scoperte rivelatrici, senza mai esagerare e senza mai portare il lettore a sapere troppo, troppo presto.

Danilo Persicani nasce a Piacenza nel 1953. Geologo, ricercatore e docente, passa la sua carriera lavorativa presso l?università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e il Politecnico di Torino.
Durante la sua carriera universitaria scrive anche degli articoli scientifici.
A suo carico ha già due monografie: Elementi di scienza del suolo e La parola al Professore.
A scritto anche due romanzi gialli facenti parte della stessa storia, ovvero Il tesoro di Santo Stefano, il primo atto di I delitti della via Francigena, e Le pievi di San Colombano che è il secondo atto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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