Archivio dell'autore

::La pedina, Mario Pacifici (Gallucci 2023) A cura di Viviana Filippini

4 agosto 2023

“La pedina” è il romanzo di Mario Pacifici, edito da Gallucci, ambientato nella Roma del 1827 dove a casa Pontecorvo, in pieno ghetto ebraico, arriva un commissario pontificio. L’uomo è giunto tra quelle mura con un compito ben preciso ricevuto direttamente dal Sant’Uffizio: prendere il piccolo David, battezzato in segreto e portarlo via dalla famiglia. Da qui inizia per i lettori un pellegrinaggio in lungo e in largo per Roma, dentro e fuori il Vaticano, perché il rapimento del piccolo dei Pontecorvo nasconde, e lo si scoprirà durante la lettura, una serie di intrighi, giochi di potere e politici che vanno ben oltre la fede religiosa. Anzi, pagina  dopo pagina, emergeranno situazioni che evidenzieranno quanto siano delicati gli equilibri presenti in Vaticano, con impreviste complicazioni come una morte (e non da poco) all’interno di un palazzo cardinalizio romano. Pacifici costruisce un trama salda, ricca di colpi di scena imprevisti che evidenziano quanto possano essere complicate le trame comportamentali e mentali del genere umano, quando di mezzo c’è il potere più che la fede. La ricaduta di questi grovigli ha al centro un bambino la cui esistenza sarà per sempre stravolta dal rapimento. Sullo sfondo della vicenda del piccolo David, c’è una Roma dove si mescolano religiosi, popolani, uomini di potere, poveracci, donne si strada, avventurieri, cristiani, ebrei unita a una intensa fase di trasformazione cittadina con i moti risorgimentali. Per “La pedina”, Mario Pacifici prende spunto da una pratica molto in voga nel XIX secolo nel mondo della Chiesa romana dove in passato furono parecchi i casi di bambini ebrei battezzati in segreto da una balia, da una serva o da qualcuno che bazzicava in famiglia e poi portati via delle famiglie di origine. Un gesto che, secondo il diritto canonico, rendeva il bambino cattolico e da educare secondo i dettami di tale credo. Uno dei casi più eclatanti (anche uno degli ultimi) fu quello avvenuto nella Bologna del 1858 dove il piccolo Edgardo Mortara, sette anni, battezzato segretamente quando aveva sei mesi, venne tolto a forza alla sua famiglia dallo Stato Pontificio, per essere cresciuto come cattolico. Il caso Mortara fece clamore in Italia e all’estero (Nord America) e accanto ai genitori si schierarono politici, scrittori, giornalisti, ma il destino del piccolo Edgardo venne deciso da altri, proprio come accade a David Pontecorvo protagonista del libro di Mario Pacifici. David come Mortara, che ha ispirato non solo Pacifici, ma anche il film di Bellocchio, “Rapito”, è una pedina mossa a proprio piacimento e interesse da un mondo adulto tutto concentrato sui propri interessi e che sembra essersi dimenticato del rispetto del prossimo diverso da sé, tanto da non rendersi conto che le proprie scelte avranno conseguenze irreparabili per l’altro.

Mario Pacifici ha esordito nel mondo della scrittura nel 2008, con al vincita del concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica con un racconto sulle leggi razziali. Nel 2012 ha pubblicato “Una cosa da niente” e altri racconti e nel 2015 “Daniel il Matto”. “La pedina” è il suo primo romanzo.

Source: ricevuto dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.

:: Via col vento 4– Il riscatto, Margaret Mitchell, (Gallucci 2023) A cura di Viviana Filippini

25 luglio 2023

Continuano le avventure di Rossella/Scarlett O’Hara, protagonista de “Via col vento 4 – Il riscatto”, quarta parte del kolossal della letteratura americana scritto da Margaret Mitchell e diventato noto anche per la pellicola cinematografica, una delle prime a colori, diretta da Victor Fleming nel 1939. Il nuovo volume del libro intitolato “Il riscatto”,  edito da Gallucci, è ambientato nella Georgia del 1866. La guerra civile americana è finita da poco (1861-1865), ma le tensioni negli stati del Sud sono ancora forti, tanto è vero che è in vigore la legge marziale. Scarlett è alle prese con diversi grattacapi, il primo, e anche quello che la preoccupa di più, è la grande somma che deve sborsare per pagare le tasse e mantenere la proprietà su Tara e se non riuscirà a trovare i soldi sarà costretta a mettere all’asta la sua amata terra. Accanto a queste preoccupazioni, la protagonista deve fare i conti anche con lo svilupparsi sempre maggiore del Ku Klux Klan, dove molti ex confederati bianchi si riuniscono per affermare il potere e la loro superiorità. Accanto a loro non mancano loschi affaristi pronti a tutti pur di gonfiare le proprie tasche. Scarlett vive in questo mondo cercando di proteggere quello che le appartiene, senza rendersi subito conto che anche persone a lei molto vicine sono coinvolte in questi traffici. La giovane donna è energica come sempre, però si accorge che in tali situazioni complicate avrebbe bisogno di un aiuto, quello di Rhett Butler per esempio, ma l’uomo è dietro le sbarre, in bilico tra vita e condanna a morte e in attesa di un riscatto, non solo che lo liberi, ma che gli permetta di rivalorizzarsi a livello sociale. “Via col vento- Il riscatto” è un affresco storico dell’America della seconda metà dell’Ottocento e  in questa quarta parte, come nelle precedenti, il lettore ha la possibilità di conoscere e scoprire una porzione della storia degli Stati Uniti d’America, unita alle sue tradizioni e realtà interne che destabilizzarono un paese da poco uscito da cinque lunghi anni di conflitto. Accanto allo sfondo storico emerge sempre un ritratto dei personaggi che dimostrano il loro carattere attraverso parole e azioni. Ci sono la coraggiosa e testarda Scarlett, con gioie e dolori della vita che la colpiranno, ma non la spezzeranno mai. Eventi che di certo lasceranno nell’animo della protagonista segni indelebili che la faranno crescere e diventare più matura. Sempre presente il suo amore di una vita per Ashley, che è però nelle braccia di Melania e Rhett Butler, con il quale la giovane Scarlett vive un continuo tira e molla tra apprezzamenti e punzecchiature. Un fare che evidenzia, da una parte intesa e, dall’altra, la difficoltà a relazionarsi di due caratteri davvero forti.  Nell’attesa del quinto e ultimo volume di “Via col vento”, buona lettura dei precedenti! (Via col vento 1- Il regno di cotone; Via col vento 2- Fine di un mondo; via col vento 3 – Fuoco e ceneri e Via col vento 4- Il riscatto). Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.

Margaret Mitchell (Atlanta, 1900-1949) pubblicò il suo unico romanzo, “Via col vento”, nel 1936 e vinse il Premio Pulitzer l’anno dopo. Tradotto in 37 lingue, è uno dei libri più venduti (30 milioni di copie) e letti della storia di tutti i tempi. L’omonimo kolossal cinematografico, diretto nel 1939 da Victor Fleming, ne ha moltiplicato il successo, grazie anche alla leggendaria interpretazione di Vivien Leigh e Clark Gable.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.

:: Catalogo degli animali inestimabili, Katherine Rundell, (Utet 2023) A cura di Viviana Filippini

18 luglio 2023

Quanto sappiamo davvero del mondo che ci circonda? Quanto conosciamo davvero gli animali che popolano il nostro pianeta. A darcene una spiegazione ci pensa “Catalogo degli animali inestimabili” di Katherine Rundell, edito da Utet in Italia. Il libro è una vera e propria raccolta di animali dei quali magari il lettore ne sa, in alcuni casi potrebbe averne sentito il nome e, in altri casi, nemmeno li conosce. Certo è che essi, più o meno noti, sono presenti nel globo terrestre e il fatto che l’autrice li racconti fa compiere a chi legge, magari comodamente seduto in poltrona, un giro in lungo e in largo per il pianeta alla scoperta di quelle che sono le affascinanti creature che in esso vivono. “Catalogo degli animali inestimabili” narra attraverso leggende, aneddoti, folklore e curiosità il mondo animale, dimostrando come oltre alla tradizionale definizione scientifica di una specie, il tempo, la tradizione orale, la storia e la letteratura ne hanno dato una propria versione. Questo rende il volume tradotto da Chiara Baffa, un libro avvincente curioso, interessante che chiama alla memoria e ricorda un po’ i bestiari del passato. Nel tomo ci si imbatte per esempio nel  vombato, molto presente in Australia anche con la variante del “naso peloso”, ricordata per quella mutazione genetica che caratterizza il suo pelo rendendolo dorato. Presente anche il misterioso squalo della Groenlandia, che non è particolarmente bello da vedere, ma di certo è uno degli esseri viventi più longevi, visto che gli studi effettuati su alcuni esemplari hanno dimostrato che può vivere dai 272 ai 512 anni. La giraffa c’è? Sì, perché della giraffa e della sua forma e manto ne parlava già il poeta romano Orazio, che non la apprezzava molto perché la riteneva un animale disordinato con quel collo troppo lungo rispetto al corpo. E poi seguono in successione  il rondone, il lemure , il granchio eremita, la foca, l’orso, il narvalo, il corvo, la lepre, il lupo, il ricco, l’elefante, il cavalluccio marino, il pangolino, la cicogna, il ragno, il pipistrello, il tonno, la talpa dorata e l’essere umano. Sono ventidue i protagonista di “Catalogo degli animali inestimabili”, ventidue creature che Katherine Rundell ci invita a conoscere, scoprire, approfondire per comprendere, da una parte, la bellezza e varietà del mondo che ci circonda e dall’altra, per avvisarci che queste specie ( e non solo queste) vanno protette, poiché perderle significherebbe un cambiamento con conseguenze irreparabili per tutti quanti. A sottolineare il valore inestimabile e prezioso degli animali protagonisti del libro oltre al testo dell’autrice ci sono le raffinate immagini di Talya Baldwin.

Katherine Rundell ha vissuto la sua infanzia tra Africa ed Europa. Oggi è docente di letteratura inglese presso l’All Souls College di Oxford. In Italia con Rizzoli ha pubblicato “Sophie sui tetti di Parigi” (2015), “La ragazza dei lupi” (2016, premio Andersen 2017), “Il Natale di Teo” (2017), “Capriole sotto il temporale” (2018, finalista al premio Strega Ragazze e Ragazzi 2019).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa UTET.

::Andare per fari, Luca Bergamin, (il Mulino 2023) A cura di Viviana Filippini

5 luglio 2023

La lanterna di Genova, San Venerio al Tino, il faro di Livorno, Capel Rosso (Grosseto), Punta Carena a Capri, Faro di Capo Suvero (Calabria) e di Capo Vaticano, Faro di Capo Colonna (Crotone) sono lì da tempo, da secoli. Sono lì a guardare il mare, a vegliare su di esso. Sono alcuni dei fari presenti in Italia raccontati da Luca Bergamin, in “Andare per fari”, edito da il Mulino, per la collana Ritrovare l’Italia. I fari sono raccontati dall’autore sotto diversi aspetti, nel senso che oltre alla descrizione fisica, architettonica, di quando e come sono state costruite queste strutture che si ergono slanciandosi verso il cielo, l’autore si addentra anche nella loro storia personale, nella quale il lettore scoprirà un po’ di storia, ma anche l’ utilizzo nel passato e nel presente, in quei casi in cui fari andati magari in disuso sono stati recuperati e portati a nuova vita. I fari sono 154 e si trovano un po’ in tutte le zone costiere e isolane d’Italia, e ci si rende conto di questo in leggendo il libro di Bergamin si compie un vero e proprio viaggio che ci porta a fare tappa a Genova, Trieste, Toscana, Marche, Sardegna, Campania, Sicilia e Puglia, a dimostrazione dell’importanza che i fari avevano per la nostra Italia in passato. Tondi, a forma di cono, quadrati, ottagonali, con o senza terrazze, i fari sono  stati un elemento fondamentale per la nostra penisola, tanto che lo stesso Vittorio Emanuele II decise di potenziare e regolamentare al meglio i fari d’Italia e, come accadde in Salento, nel XVI secolo, Carlo V li usò per difendersi dagli attacchi dei Turchi. I fari erano visti quindi come lo strumento ideale per percepire in anticipo e tutelarsi dagli attacchi che giungevano via mare e per vegliare sulle attività commerciali.  Bergamin entra nei fari, mostrando le memorie che custodiscono e ci racconta anche come le fonti luminose in essi utilizzate cambiarono nel tempo, alimentate prima a olio, poi con la paraffina, seguita dall’acetilene fino alla lampadina elettrica che permettevano a queste sinuose architetture di controllare il paesaggio marino davanti a loro. I fari caduti in disuso o riportati a nuova vita narrati in “Andare per fari” da Luca Bergamin sono dei guardiani silenziosi, dove la solitudine sperimentata tende ad essere duplice. Una solitudine per il faro stesso, ma anche per quelle persone  che dentro ad esso ci vivono o hanno vissuto e che si trovano a contatto con una sorta di isolamento silenzioso -un po’ meditativo-, utile e pure un po’ necessario per riscoprire la bellezza della natura circostante e quella celata e sopita nell’ animo umano.

Luca Bergamin è giornalista e scrittore. Collabora con il «Corriere della Sera», «La Stampa», «Il Sole 24 Ore», il «Financial Times». Ha pubblicato «Barbagia è libertà» (Ediciclo, 2021), «Giardini pazzi e misteriosi» (Pendragon, 2021), «Salento. Terre e mare a Sud Est» (Polaris, 2022). @Lucasudest è il suo progetto Instagram per valorizzare il Sud e l’Est della nostra penisola.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Elisa Montanucci – Responsabile Edimill media

:: Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954), Antonio (Nino) Zorco, (Oltre edizioni 2023) A cura di Viviana Filippini

21 giugno 2023

Credo che il fare memoria del passato, di chi non c’è, di quello che le persone hanno vissuto sulla propria pelle sia importante, non solo però nelle date segnate sul calendario. Credo che ogni momento possa essere importante e anche utile per fare memoria e per conoscere quelle parti della Storia, in questo caso quella dei fiumani italiani costretti ad andarsene dalla loro terre e non ancora abbastanza note. Scrivo questo, perché vi voglio raccontare di “Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954)” di Antonio (Nino) Zorco, un libro di memorie nel quale l’autore mette nero su bianco tutta la sofferenza provata nel campo di concentramento e appena tornato a casa. Andiamo con ordine, perché Antonio Zorco detto Nino, originario di Fiume, narra l’improvviso cambiamento della sua esistenza con l’arresto avvenuto nell’agosto del 1944 per mano dei tedeschi. Una volta catturato il giovane, che aveva evitato qualsiasi leva militare, venne spedito con altri compagni a Mühldorf, in Germania, dove rimase in un campo di concentramento per i lavori forzati (Todt) dal 9 settembre 1944 al 4 agosto 1945. Pagine di dura vita, fatta di lavoro, di paure e necessità di sopravvivenza. Per sua fortuna Nino tornò a casa, anche in modo rocambolesco, malato e bisognoso di cure. Quello che il giovane reduce nato a Fiume da genitori istriani di Visignano d’Istria, trovò nel tentativo di arrivare a Fiume, fu qualcosa di ben diverso dalla pace. Al posto di scovare una situazione sociale dove poter ricominciare a vivere e ricostruire quello distrutto dalla guerra dentro e fuori di lui, Zorco dovette confrontarsi con altri militari, i soldati titini, che nel frattempo avevano occupato la città imponendo le loro regole. Zorco visse un senso di sradicamento dalle proprie radici, nel senso che Nino non solo venne prima deportato, ma tornato a casa trovò  una Fiume svuotata dei fiumani che aveva conosciuto (amici e parenti compresi) e piena di persone nuove arrivate dell’ex Jugoslavia, che imposero negli anni usi, costumi, tradizioni diverse da quelle che Nino aveva appreso. Una situazione spiazzante per l’autore che si rese conto di non avere più dei punti di riferimento italiani precisi, tanto da sentirsi un po’ alla Jacopo Ortis, ossia “uno straniero in casa propria”. Zorco spaesato e minato ancora da problemi di salute, chiese più volte alle autorità jugoslave di partire per l’Italia ma sempre gli venne negato il permesso. Nonostante questa impossibilità a raggiungere i suoi cari partiti (anche non volontariamente) per altri luoghi, Nino rimase a Fiume lavorando come tecnico di raffineria e trovando pace  grazie all’amore della moglie Daniza. “Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954)” di Antonio (Nino) Zorco  è la storia di un giovane uomo portato via dalla sua terra natia e una volta tornato a casa sconvolto da quanto essa fosse cambiata. Il libro di Zorco è la storia di un fiumano che provò sulla propria pelle e nell’animo il vuoto lasciato dall’allontanamento dei propri cari e dalla trasformazione della propria terra occupata da altri. La testimonianza del fiumano Nino è una voce singola e, allo stesso tempo, la voce di un popolo, che con il proprio vissuto incarna quella perdita di capisaldi e quel senso di vuoto/mancanza dovuti all’allentamento forzato o, come nel caso di Nino Zorco, al doversi adattare, perché impossibilitati a partire, ad un mondo nuovo completamente diverso dalla terra istriana di un tempo. Il libro presenta un’introduzione di Diego Zandel, scrittore  nipote di Nino e la postfazione di Roberto Spazzali.

Antonio Zorco, detto Nino, classe 1925 era nativo di Fiume. I genitori erano istriani di Visignano d’Istria. Renitente a qualsiasi leva, nel 1944 venne arrestato dai tedeschi e costretto, come civile, a entrare nell’organizzazione di lavori forzati Todt in Germania, nel campo di concentramento di Mühldorf, dove restò fino alla fine della guerra e da dove tornò con mezzi di fortuna e malato in Italia, nell’agosto del 1945. Lavorò per tutta la vita come tecnico nella raffineria di Fiume, dove morì nel 2003.

Source: grazie all’ufficio stampa 1A di Anna Ardissone  e Raffaella Soldani.

::Rombo, Esther Kinsky, (Iperborea, 2023) A cura di Viviana Filippini

12 giugno 2023

Rombo è quel rumorio costante e continuo che aleggia prima della grande scossa, ed è quel sentire costante che destabilizza gli animali e gli animi più sensibili prima del grande tremore. “Rombo” è il  romanzo di Esther Kinsky, edito da Iperborea, nel quale attraverso le storie di diversi personaggi, viene ricostruito il tremendo terremoto che colpì il Friuli il 6 maggio del 1976 (in realtà ne arrivò poi un altro a settembre). Tanti sono i personaggi che animano le pagine del volume, dai bambini, a giovani, passando per i più maturi, tutti sono impegnati a raccontare le loro esistenze prima, durante e immediatamente dopo la grande scossa che cambiò per sempre le vite delle persone residenti in quella zona, e trasformato la morfologia paesaggistica. Ecco presentarsi esistenze diverse come quella di Adelmo arrivato in Italia dalla Germania, un piccolo eroe sopravvissuto al terremoto assieme al suo inseparabile amico indiano: l’unico giocattolo che è riuscito a portare in salvo dalle macerie del terremoto. Accanto a lui i racconti di  vita di Olga, nata in Venezuela ma residente da anni in Friuli, la quale narra dei suoi viaggi quotidiani in pullman per andare a lavorare in ufficio a Gemona, o Lina che usa la scrittura come strumento per fermare in modo eterno quello che vuole ricordare, poi Gigi noto come il guardiano delle capre sulle montagne e Silvia che è alle prese con una mamma un po’ presente e spesso assente, che le racconta del suo lavoro al mare. Quello che colpisce del libro è che l’autrice tedesca (spesso in Italia, proprio in Friuli), grazie al racconto corale dei protagonisti, ci permette di conoscere le vite singole dei suoi personaggi e, allo stesso tempo, di comprendere la macchina del soccorso che si mise in moto da tutta Italia dopo la grande scossa, per aiutare il dilaniato Friuli a rinascere. “Rombo”  è un libro interessante, poichè oltre alle storie di vita, forza e coraggio di persone comuni, alla fragilità che sta dentro e fuori agli esseri umani, l’autrice mette frammenti che vanno a ripescare nella tradizione, nel passato, nelle leggende popolari, unite anche – lo si nota prima di ogni nuova sezione del libro- a frammenti estratti da libri del settore, che da sempre si occupano dello studio dei movimenti tellurici. “Rombo” di Esther Kinsky è un romanzo a più voci, non solo umane, ma anche quella leopardiana natura madre-matrigna , che dovremmo imparare ad ascoltare in modo maggiore, per cogliere quei segnali di cambiamento che trasformano per sempre l’essere umano e il paesaggio. Traduzione di Silvia Albesano.

Esther Kinsky narratrice, poetessa e traduttrice letteraria, è una delle voci più alte e originali della scena letteraria tedesca, insignita dei più prestigiosi riconoscimenti, come il Premio della Fiera di Lipsia, il Premio Paul Celan e il premio Adelbert von Chamisso. In Italia ha pubblicato Macchia e Sul fiume (Saggiatore, 2019 e 2021). Il suo ultimo romanzo, Rombo, ha ricevuto il Premio Kleist ed è candidato al Deutscher Buchpreis.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Emiliano Tognetti racconta “Behind the Nobel”, dove alcuni premiati si raccontano (Graphe.it 2023) a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2023

Chi sono davvero i premiati con il Nobel? Che vita facevano prima dell’importante riconoscimento? E dopo? “Behind the Nobel” di Emiliano Tognetti, edito da Graphe.it, raccoglie le interviste ad alcuni premi Nobel (Roald Hohfmann, Frederik de Klerk, Richard John Roberts, Peter Charles Doherty, Paul Maxime Nurse, Dennis Mukwege, Didier Patrick Queloz) che hanno raccontato la loro vita prima del premio, le emozioni al momento della chiamata per Stoccolma e quello che è accaduto dopo. Un libro curioso, interessante, dove si scoprono i Nobel e le loro vite non solo per meriti in ambito medico, fisico, matematico, letterario o per la pace. Da queste pagine emerge l’aspetto professionale dei premiati, ma soprattutto quello umano con tutte le emozioni che li caratterizzano.  A raccontarci del libro l’autore Emiliano Tognetti.

In che modo ha contattato i vari premiati? Non è stato facile, ma durante la pandemia ho avuto del tempo per cercare su internet, sul sito della Fondazione Nobel e su Wikipedia, i loro riferimenti e piano piano, contattando le segreterie delle fondazioni, delle università, degli uffici stampa, ho inviato molte richieste di intervista presentando il progetto e quei sette, o meglio gli altri sei, visto che uno mi aveva già dato la disponibilità per un’intervista per il mio magazine “7gifts.org” (www.sevegifts.org), sono coloro che hanno accolto positivamente la mia richiesta e si sono resi disponibili a rispondere alle mie domande.

Come è stato intervistare i premi Nobel? È stato emozionante e costruttivo, perché l’intervista è stata preparata leggendo la loro biografia e i loro studi, e quindi poi è stato affascinante sentir raccontare dalla loro voce le scoperte, il ricordo, l’esperienza di quanto hanno vissuto. Ognuno ovviamente in maniera diversa e personale, ma non per questo, meno importante o sentita.

Tra i sette che hanno accettato l’intervista ci sono delle storie che l’hanno colpita in modo particolare e perché? Premesso che tutte ed ognuna sono uniche, quella che mi ha emotivamente impattato di più, anche per il tema estremamente delicato è quella del dottor Mukwege, che si è trovato, da ginecologo a lottare contro la violenza sulle donne. Poi non posso negare che mi ha divertito molto Rich Richards, che è stato molto gentile e molto divertente ascoltare e poi trascrivere e lui è un esempio chiaro di come impegnare il loro prestigio internazionale per fare del bene verso la società civile e le persone “meno fortunate” sotto tanti punti di vista.

Tra le domande che tornano spesso c’è quella in cui chiede ai premiati dove e cosa stessero facendo quando hanno ricevuto la notizia e come è cambiata la loro vita dopo il premio. Cosa è emerso da esse? È emerso che la notizia arriva in un momento in cui non ti aspetti. Non è un concorso in cui, bene o male, hai un range di tempo nel quale conosci l’esito, ma può arrivare la chiamata da Stoccolma mentre dormi, mentre sei in una riunione o mentre ripari una biciletta. Ogni persona ha avuto il suo brivido, quando meno se lo aspettava e questo forse è l’aspetto più intrigante delle singole storie.

Quanto è importante far conoscere i Nobel come persone e non solo come coloro che hanno ricevuto l’importante riconoscimento? Direi che è fondamentale! Nel senso che sono persone come noi; ognuno di noi è un potenziale “Nobel”, il premio non conferisce loro uno status di “semi-divinità”, se mi è permesso esagerare il temine di paragone. Sono persone straordinarie, nel senso di “fuori dall’ordinario” perché, molti di loro, hanno saputo “guardare oltre” se stessi ed il proprio recinto personale, parlo nel caso dei premi per la pace, oppure perché nel loro lavoro hanno messo impegno e passione e si sono ritrovati, assieme ad altre persone dei team di lavoro, a fare scoperte importanti che si sono rivelate passi avanti nella scienza. Quello che è emerso è che il premio Nobel, ti da una cassa di risonanza mondiale e al tuo pensiero viene dato un peso che prima non aveva. Sta a loro, ad un ognuno di loro usare questo “potere” con responsabilità; come diceva un famoso fumetto “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità” e come diceva un famoso romanzo è importante “cosa fare con il tempo concesso”; in queste due frasi, c’è il senso di utilizzare bene la potenzialità del titolo di “Nobel”.

Cosa le ha lasciato questa esperienza e il narrare le vite di questi sette Nobel prima e dopo il premio? Mi ha lasciato un’esperienza grande interiormente e l’aver appreso che anche nel tuo piccolo puoi fare molto ed essere un “premio Nobel per la vita”, cominciando dalla tua vita e da quella delle persone che hai vicino, perché se non sai prenderti cura di te stesso e di chi hai accanto, come puoi pensare di risolvere i problemi del mondo che spesso nascono dalle singole azioni di ognuno di noi? Questa è la grande lezione che ho imparato, o ricordato da loro.

Solo una donna ha risposto all’appello, riesce a trovare una spiegazione? Si chiama libertà. Io ho contattato tutti i premi Nobel, maschi e femmine che sono riuscito a trovare ed ognuno ha risposto come ha voluto. Tanti hanno detto “no grazie”, alcuni “si” ed è loro libertà, rifiutare l’intervista per tantissimi motivi, che poi restano nascosti fra le righe della risposta. Per quanto mi è stato possibile, ho ricontattato soprattutto le donne, ma questo è. Ho lavorato in uno spirito di “parità di genere” nelle richieste e rispettato la parità e la libertà di genere, nelle risposte.

Sarebbe però fattibile un seguito con solo premi Nobel al femminile? Io lo auspico. L’ho scritto anche nel libro che se qualcuno avesse qualche contatto o canale e potesse darmi una mano, sarebbe una cosa gradita ed auspicabile, poter fare un secondo volume con voci femminili o miste, maschi e femmine. Per ora direi che la cosa bella è far vedere la qualità del libro, se piacerà ai lettori, che è sempre la cosa più importante e magari con questo “attestato di merito per il lavoro svolto”, potremmo avere un volume con più voci femminili. A questo proposito, vorrei sottolineare che ho voluto una prefazione “al femminile” e di qualità, cosa che ho trovato in Ana Blandiana, proprio come forma di “riscatto” per non avere un libro con solo voci maschili, che sarebbe stato lo stesso un buon lavoro, ma credo che così possa rendere onore anche al mondo femminile, che è la prima voce che il lettore incontra quando inizia l’avventura del saggio.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’uffcio a 1AComunicazione.

:: La favolosa favola della fatina Scemarella, Pietro Clementi (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2023

Nel magico mondo di Favolosia in “La favolosa favola della fatina Scemarella” di Pietro Clementi, edito da Gallucci,  le fatine nascono tutte sotto meravigliosi fiori, ma una di loro, Scemarella, nasce sotto un carciofo che può anche avere il suo fascino, ma non è di certo una rosa, o un tulipano, o un giacinto o un fiore che trovate bello. Da subito la protagonista si dimostra ben diversa da tutte le altre sue compagne perché lei, così paffutella e simpatica, è anche un po’ maldestra e a tratti sbadata. Dettagli che agli occhi degli altri la fanno apparire imperfetta e per tale ragione la chiamano “Scemarella”. La fatina, alla quale il nome è stato appiccicato addosso per volontà altrui, è la protagonista della storia fantasy che leggiamo noi ma che, allo stesso tempo, il piccolo Luciano si sente raccontare dalla mamma. Il bimbo è molto abbattuto perché, come racconta alla mamma prima di andare a letto, a scuola i suoi compagni di classe lo deridono in quanto basso di statura. La mamma decide quindi di raccontare a Luciano la storia di Scemarella, una fatina un po’ pasticciona, ma unica nel suo genere. Il libro di Pietro Clementi, autore teatrale e scrittore, fondatore della compagnia “Un teatro da favola” è un romanzo ad atmosfere fantasy nelle quali si cela anche il romanzo di formazione, perché Scemarella, che tutti tengono a debita distanza per non finire nei guai, in compagnia del suo unico e fidato amico Othello, dovrà affrontare una serie di avventure (delle vere e proprie prove) compresa la sfida con una fata cattiva, acida e perfida, per realizzare il suo sogno. Grazie a questa narrazione, la mamma di Luciano racconta al figlio sì una storia fantastica, nella quale però ci sono temi importanti e attuali come il bullismo, il body shaming  (deridere una persona per il suo aspetto fisico) che con i social media hanno preso ancora maggiore spazio, uniti anche all’accettazione di sé, dei propri pregi e difetti. “La favolosa favola della fatina Scemarella” di Pietro Clementi è una storia divertente, ma non banale, che aiuta il piccolo lettore o lettrice, a comprendere che l’essere diversi dagli altri non vuol dire essere sbagliati, ma è essere unici e con delle qualità che permettono di raggiungere importanti traguardi, come Scemarella, che scemarella non è!

Pietro Clementi (Roma, 1972) è autore teatrale, scrittore, compositore, regista e attore. Ha prodotto più di cinquanta spettacoli per bambini in cui il pubblico è coinvolto sul piano fisico, vocale ed emotivo. Nel 2015 ha fondato la Compagnia “Un teatro da favola”, che con le sue rappresentazioni per le famiglie ha battuto tutti i record di presenze a Roma e Milano.

Valerio Chiola, classe ’88, è illustratore, fumettista, autore, storyboard artist e character designer. Ha collaborato e collabora con editori nazionali e internazionali.

Source: inviato dall’editore. Grazie a Marina Fanasca e all’uffcio stampa di Gallucci editore.

:: La strada ti chiama, Francesca Bonafini (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

2 Maggio 2023

“La strada ti chiama” è il nuovo romanzo di Francesca Bonafini, una storia che conquista perché racconta l’adolescenza di quattro adolescenti, nella Toronto (Canada) degli anni 70. I protagonisti sono quattro ragazzini, amici per la pelle che si dividono tra la scuola e le partite a hockey nelle strade del quartiere di East York. Loro sono Leonardo, Dimitrios, Oliver, Yves. Tutti hanno tredici anni, tutti vanno a scuola, adorano l’hockey e la musica (presente un po’ ovunque nelle pagine) e alcuni di loro sono figli di emigrati, ma ad unirli in modo maggior la consapevolezza che quell’estate del 1976 ha qualcosa di speciale e importate per loro, indipendentemente dalla presenza di mappe del tesoro. Il romanzo della Bonafini è una bella storia di formazione e di amicizia di un gruppetto di ragazzi che, nel loro carattere, hanno ancora l’innocenza tipica dei bambini, ma, nel loro cuore comprendono che qualcosa sta per trasformarsi per sempre. Capiranno che il cambiamento sarà su più fronti. Tanto per cominciare i quattro amici cominceranno a guardare in modo diverso  le ragazze, non più come compagne di scuola, ma come possibili fidanzate. Altro aspetto interessante del romanzo per ragazzi è la presenza di figli di emigrati di origine italiana, greca, francese che vivono la loro esistenza tra gli usi e costumi tipici del Canada, dove però mantengono vivo il legame anche con la loro terra di origine. Un mescolanza di culture che si fondono e comprendono. Non solo, perché in tutto questo turbine di emozioni, ognuno di loro sente dentro al proprio io il venire un po’ meno una serie di certezze che avevano da bambini e che li mette in crisi. Per esempio Leonardo, uno dei protagonisti da piccolo avrebbe voluto fare tanti lavori diversi (dall’astronauta al muratore come il padre), mentre ora che è un ragazzino, a parte giocare a hockey (e nemmeno tanto bene, e lo sa, ma non gli importa perché lui si diverte) dentro a sé, ha solo una gran confusione perché non sa più cosa vuole fare nel e del suo futuro. Uno stato emotivo che riguarda Dimitrios, Oliver e Yves, anche loro in una fase cruciale delle loro esistenze perché hanno capito – un po’ perché cambiano i loro interessi, un po’ perché cambiano loro stessi-  che non sono più bambini nella mente e nel corpo. Dentro di loro sono consapevoli che la strada per diventare adulti è ancora lunga, e questo li spaventa, ma non si scoraggiano. “La strada ti chiama” di Francesca Bonafini è un romanzo d’amicizia e di formazione dove questi quattro tredicenni sì si divertono giocando, affrontando anche sfide e prove tra l’avventuroso e il rocambolesco, ma ad unirli ancora di più c’è un’amicizia forte e solida e sarà quell’elemento che li sosterrà alla scoperta del loro domani. Il libro è Finalista Premio Andersen 2023 nella categoria Miglior Libro oltre i 12 anni.

Francesca Bonafini è nata a Verona e vive a Bologna. Ha pubblicato i romanzi per il lettore adulto e per ragazzi “Celestiale” (Sinnos, 2018). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango, 2008). Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume “Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo” (Auditorium, 2011). È coautrice del romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel, 2011) e del libro umoristico a quattro mani “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti” (Ad est dell’equatore, 2015). Sito web: https://francescabonafini.wordpress.com/

Source: Inviato dall’editore. Grazie all’uffcio stampa Sinnos.

Fiori Picco ci racconta la storia delle ultime donne di Bhaktu

13 aprile 2023

La scrittrice e sinologa bresciana Fiori Picco è in libreria con “Il Circolo delle Donne Farfalla- Mugao e Bhaktu” (Fiori d’Asia editrice) una storia di donne ambientata nella Cina meridionale, Yunnan Nord-occidentale, Gorgia del Nujiang, tra Tibet e Birmania nel 2016, anche se non mancano salti temporali indietro nel tempo fino al 1700 e agli inizi del Novecento. In una terra inospitale e selvaggia prende forma la storia di quattro donne anziane con i visi tatuati che vivono sole e ai margini. Loro sono le ultime testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli sfigurò molte adolescenti trasformando per sempre le loro vite. A salvaguardare queste donne arriverà una giovane assistente sociale. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea del romanzo? Sei anni fa la mia amica cinese Mila, protagonista e voce narrante del romanzo, mi contattò dopo un’esperienza di volontariato presso il popolo Dulong. Mi raccontò la storia delle quattro Donne Farfalla e l’atmosfera della Gorgia. Ne rimasi affascinata e sentii il desiderio di riportare in un libro le vicende degli indigeni. Nel 2004 mi ero già avvicinata al Nujiang, ma non ero riuscita ad arrivare al villaggio perché solo nel 2016 fu aperto il tunnel di collegamento con la parte orientale dello Yunnan. L’esperienza di Mila mi diede l’input per iniziare a scrivere un nuovo romanzo sulla “Tribù del Sole”, sul suo stile di vita attuale e passato e su fatti storici poco noti all’Occidente.  

Perché la scelta di concentrarsi sul popolo Dulong? In vent’anni i protagonisti dei miei libri sono stati gli Yao, gli Wa, gli Yi, i Miao e molte altre etnie cinesi. Avendo una ricca esperienza di docente e di ricercatrice di antropologia, ed essendo venuta a contatto per otto anni con le minoranze etniche dello Yunnan, nei miei libri ho sempre scritto di questi popoli, delle loro tradizioni e di eventi storici che li riguardano. I Dulong, rispetto ad altre etnie, sono poco conosciuti e hanno avuto una storia travagliata e drammatica. Fino alla prima metà del Novecento sono rimasti chiusi e isolati nella Gorgia vivendo in condizioni indigenti. Solo nel 2016 la loro vita è migliorata grazie all’apertura del tunnel e a vari piani di modernizzazione attuati dal Governo. Oggi sono sotto l’egida dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. 

Mila è una giovane assistente sociale, cosa rappresenterà per lei questa esperienza e quanto di te c’è in lei? Mila è una mia amica e abbiamo molti punti in comune tra cui il contatto con gli indigeni dei villaggi tribali più sperduti, l’interesse nei confronti del loro folclore e degli usi e costumi, l’amore per la natura e per i paesaggi incontaminati.  Anche lei, come me, da giovanissima è partita all’avventura verso una meta lontana lasciando la famiglia e la sua vita quotidiana. L’esperienza nella Gorgia e il suo impegno nel sociale l’hanno cambiata e, da giovane ribelle metropolitana, è diventata una donna matura, inclusiva e incline al perdono.

Cosa ti affascina della Cina e di queste popolazioni non molto note a tutti? La Cina mi ha sempre affascinata e, dopo averla visitata e conosciuta, ho scoperto le sue molteplici culture, la storia millenaria e, nell’immediato, la disponibilità nei confronti dello straniero, infatti mi sono subito sentita accolta e ben integrata. Di queste etnie ho sempre amato la gioia di vivere, il rapporto simbiotico con la natura, i culti totemici e i riti, le musiche e le danze, i costumi ricamati, coloratissimi e ricchi di dettagli simbolici, la mitologia e le leggende millenarie, le religioni sincretiche che sono una fusione di animismo, sciamanesimo e culti popolari locali. 

Protagoniste sono 4 donne. Perchè la scelta di 4 protagoniste femminili? Nei miei libri parlo spesso di donne raccontando esperienze di vita e vicissitudini che riporto come storie-verità di denuncia sociale. Nei secoli le Donne Farfalla sono state vittime di un sistema patriarcale e maschilista che le ha assoggettate e piegate alla volontà di padri e mariti padroni. Nel libro ho ricostruito il passato delle protagoniste note come “Puma la sciamana, Cina la tatuatrice, Grisa l’erborista e Duna la tessitrice”: quattro nonnine anziane e bisognose di aiuto, che non sono mai state capaci di protestare e che hanno accettato il destino con fatalismo. Con vari flash back e salti temporali ho narrato le loro vicende, familiari e personali, all’interno di un clan tribale e restrittivo che negava libertà e diritti.   

Mugao e Bhaktu: che ruolo hanno nella vita delle protagoniste? Le quattro protagoniste anziane sono chiamate dagli indigeni “i fossili viventi della Gorgia”, in quanto sono le ultime e rare testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli e fino al 1949 deturpò le adolescenti Dulong. Si trattava di un tatuaggio facciale che ritraeva il motivo di Mugao, un totem antico che, nella forma, ricordava una farfalla. L’immagine della farfalla era soave e racchiudeva un significato mistico, infatti era legata al concetto d’immortalità dell’anima. Bhaktu era una vera e propria cerimonia sacrificale, un rituale di passaggio che rendeva libere e “immuni” le ragazzine, anche se poi trascorrevano la vita intera con la diversità, l’imbarazzo e la vergogna. Bhaktu rientrava nelle cosiddette pratiche di modificazione corporea ma, a differenza di altri rituali più noti, come ad esempio la fasciatura dei piedi, è rimasto nell’ombra e, ancora oggi, sui motori di ricerca occidentali, non si trovano notizie al riguardo.   

Questo romanzo può essere visto come un romanzo di formazione?  È un romanzo di formazione come tutte le mie storie. Il viaggio di Mila non è solo fisico ma anche interiore, infatti, grazie all’anno sabbatico trascorso nella Gorgia, la ragazza scoprirà nuovi lati di sé, imparerà a essere più empatica e più attenta al prossimo e consapevole di quanto l’essere umano abbia bisogno degli altri. Il suo aiuto alle nonnine e al Governo locale è commovente. Ma Mila non è l’unico personaggio del libro a scoprire la sua nuova identità. Anche sua madre, che vive nella lontana metropoli Kunming, uscirà da una profonda crisi esistenziale e rivelerà la sua vera identità con cognizione e grande forza d’animo. 

Quanto è importante fare memoria?  La memoria è fondamentale perché riguarda le nostre origini e l’evoluzione dell’essere umano attraverso la storia. Il passato dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori; in realtà l’uomo è recidivo e la sua memoria è breve. A mio avviso, il compito dello scrittore è portare a conoscenza il lettore di determinate situazioni del passato e del presente, nel caso specifico di un popolo della Cina che per secoli fu oggetto di soprusi e violenze da parte di un’altra etnia di cui l’Occidente crede di sapere tutto. In realtà le poche notizie attuali e ripetitive riportate dai media non rivelano tutto il tessuto socio-politico e relazionale che da sempre riguarda le etnie e le culture presenti nel territorio cinese, comprese quelle delle regioni autonome. 

Tre libri editi da Galucci per la Pasqua dei piccoli lettori

5 aprile 2023

Tre sono i libri ideali da mettere nell’uovo per i piccoli lettori, editi da Gallucci e che vi voglio suggerire oggi, perchè ci sono avventura, mistero, suspense, passato, presente, fantasia, ma anche una buona dose di coraggio e amicizia. Ecco i tre scelti:

::Indaco Wilde nelle Terre Sconosciute, Pippa Curnick

In  questa nuova avventura “Indaco Wilde nelle Terre Sconosciute”,  Indaco vive sempre nella sua fantastica e meravigliosa casa al 47 di Jellybean Crescent. Qui ci sono a farle compagnia, come tradizione, strane creature come i goblin, le piante carnivore e gli sbuffofanti. Tutto sembra andare per il meglio ma, e un ma c’è sempre, ogni cosa si complica quando ad un certo punto i genitori di Indaco partono per una missione verso terre ignote senza poi dare nessun segno dal loro viaggio. Indaco sospetta che i genitori siano in pericolo e con il fratellino Quark -e in più una nuova amica che incontra-, parte a cercare mamma e papà per salvarli dal pericolo. Il libro della Curnick è una narrazione ricca di suspense ed emozioni, dove compaiono creature misteriose e luoghi del tutto sconosciuti nei quali i protagonisti dovranno imparare a muoversi per trovare gli scomparsi e riportare pace per tutti. Traduzione Benedetta Gallo.

Pippa Curnick è un’illustratrice di grande esperienza. Ha lavorato per le principali case editrici del mondo anglosassone e con la saga di Indaco Wilde è diventata per la prima volta anche autrice.

:: Elisabeth principessa alla corte di Francia. Il segreto dell’automa, Annie Jay

Siamo in Francia, a Versailles nel 1774. La protagonista di questo primo libro di una serie, è l’ultima sorella (la quinta) del futuro re di Francia Luigi XVI. Elisabeth è  nobile sì, ma l’etichetta le sta un po’ stretta, perché lei è vivace, dinamica, curiosa e in quell’enorme castello si sente sola, troppo. Tutto cambia quando conosce Angélique, la figlia della governante e un certo Goldoni, maestro che la fa divertire con le sue lezioni di italiano. Le due ragazzine diventano subito amiche inseparabili, tanto è vero che quando troveranno un misterioso biglietto da decifrare nascosto in dentro ad un automa cercheranno di capirci qualcosa in più, perché quelle parole sembrano riferirsi ad un dipinto scomparso molto tempo prima. La Jay crea una trama di piacevole lettura, dove gli eventi nei quali Elisabeth e l’amica si trovano, si incastrano alla perfezione in una storia carica di emozioni, suspense e colpi di scena che evidenziano come non sempre la vita di corte sia noiosa come sembra. Traduzione dal francese di Camilla Diez.
 Annie Jay, l’autrice, vive nel Sud-Ovest della Francia e da sempre è appassionata di storia. Nel 1993 ha scritto il suo primo romanzo ambientato nel passato, ottenendo immediato successo. Poi, ne sono seguiti una cinquantina, molti dei quali premiati dal pubblico e dalla critica.

Ariane Delrieu vive in Normandia e disegna da quando ha imparato a tenere in mano una matita. Dal 2007 illustra storie per bambini e ragazzi divertendosi a dar vita a personaggi e avventure sulle pagine dei libri.

:: I Fuoriposto. La mummia scomparsa, Luca di Gialleonardo

Cosa ci fa una antica mummia egizia nascosta nello scantinato di una clinica abbandonata? Bella domanda! È quello che si chiedono anche i Fuoriposto, il gruppo di amici protagonista di questa misteriosa avventura. Loro sono Beba, un piccolo genio dalla fine intelligenza che ha un rapporto un po’ complicato con il concetto teorico e pratico di ordine e con l’essere costante in quello che si fa. Al suo fianco troviamo Laura che è completamente diversa da Beba, perché è attenta, precisa, molto ordinata e con la parola così facile e inarrestabile da sembrare un fiume in piena e poi c’è lui, Paolo. Quest’ultimo è il fratello di Laura, che a tratti potrebbe sembrare uno sbruffone, ma dietro quella maschera da gradasso si nasconde un giovane molto protettivo e anche coraggioso. Il trio si immergerà in questa avventura veloce, dal ritmo cinematografico dove non mancano momenti di alta tensione e personaggi da tenere a bada (come il maresciallo un po’ troppo curioso) per risolvere il mistero della mummia scomparsa, nascosta in un ospedale dove non ci dovrebbe proprio stare.

Luca Di Gialleonardo (1977) vive a Roma. Autore di romanzi storici e di gialli, scrive anche libri per ragazzi, storie fantasy e di fantascienza e si diletta nel game design di giochi da tavolo.

Betti Greco è un’illustratrice e graphic designer che lavora nell’ambito dell’editoria e della comunicazione. Il suo linguaggio visivo, colorato e onirico, digitale ma con un solido background pittorico, è in continua sperimentazione.

:: Manimàn. Storie insolite su Genova e paraggi, Lorenzo Beccati, (Oligo editore 2023) A cura di Viviana Filippini

30 marzo 2023

Un libro che è un condensato di aneddoti, personaggi e curiosità su Genova. Pagine dove durante le lettura ci si imbatte Buffalo Bill, Jean- Michel Basquiat, i Beatles o qualche loro reliquia, il primo Maciste (Bartolomeo Pagano), Carlo Goldoni, Winston Churchill, vari personaggi vissuti in momenti diversi e tutti accomunati da una cosa: Genova. Ognuno di questi nomi e tanti altri sono i protagonisti di “Manimàn. Storie insolite su Genova e paraggi” di Lorenzo Beccati, edito da Oligo editore di Mantova. La città portuale e capoluogo della regione Liguria è stata nel corso dei secoli un importante punto di riferimento per  il commercio marittimo, ma qui è la protagonista unica e indiscussa di un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore di un luogo affacciato sul mare dove personaggi illustri, e non solo, hanno fatto una piccola tappa nella loro vita. Lo scrittore e autore televisivo è andato a ripescare nella memoria e nei suoi ricordi di una vita, tante storie e aneddoti sentiti nel corso degli anni e ha deciso di metterli nero su bianco per lasciare ai lettori di oggi una testimonianza di persone, eventi, e situazioni curiose accadute tutte a Genova. Nelle pagine si scopre che Genova non si è fatta mancare nulla, e non a caso ci si imbatte nella peste, ma anche nel primo clown della storia e ancora nell’antica Barberia Giacalone, in Albert Einstein, Frankenstein, Stanlio e Ollio, tal lady Parker (la principessa Sissi) e pure Evita Peron. Sembra che nessuno sia escluso e che tutti siano quindi passati, almeno una volta nella vita (me che scrivo compresa, se ci penso bene) a Zena! Ed ecco che allora viene spontaneo chiedersi che sarà mai quel  “Manimàn” del titolo. È un  modo di dire dei genovesi, quel “non si sa mai” o “non sia mai”, nel quale si intravede un pizzico della classica circospezione, prudenza e diffidenza genovese. Lorenzo Beccati, noto anche per essere autore televisivo, ha un linguaggio fluido, trascinante, tanto è vero che leggendo il suo libro colmo di particolarità tratti davvero impensabili come la storia della nave Garaventa o del cane di San Lorenzo, sembra di avere Beccati al fianco che accompagna il lettore nelle viuzze della città alla scoperta di un mondo, di personaggi e di situazioni a volte così surreali e insolite che, manimàn, anche se non si è genovesi è impossibile resistere alle travolgenti e sorprendenti sfaccettature che Genova dona a chi la incontra.

Lorenzo Beccati (Genova, 1955) è scrittore e autore televisivo. Ha collaborato a Drive in, Lupo Solitario, Paperissima e tuttora a Striscia la notizia. Ha all’attivo molti libri, soprattutto romanzi e thriller storici. Per Oligo ha pubblicato Il pescatore di Lenin (2021) e Uno di Meno (2022) (www.lorenzobeccati.com)

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.