Archivio dell'autore

:: Favole del morire, Giulio Mozzi, (Laurana Editore, 2015)

4 marzo 2015

faE’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
I libri dopo tutto trovano strane e misteriose vie per raggiungere i lettori, e la curiosità è una ragione non meno nobile di altre.
Giulio Mozzi è uno scrittore dichiaratamente cattolico, per cui la morte, o meglio il morire dovrebbe acquistare valenze etiche e spirituali legate anche al credere a una vita altrove, oltre questa nostra terrena. E Favole del morire, sebbene raccolga pezzi scritti tra il 2003 e il 2014, alcuni su commissione, (“ciò non ne fa scritture occasionali“) per le ragioni più disparate, (certo non prevedeva che sarebbero stati raccolti in un’antologia, o per lo meno non in questa), ha come tema centrale proprio questo destino che accomuna ormai sette miliardi di persone nate per vivere su questa terra. E quindi nel bene o nel male ci interessa tutti, sebbene molti sfuggano questo pensiero come molesto.
E’ così sgradevole, parlare del decadimento, della vecchiaia, della morte, per alcuni è addirittura di cattivo gusto, ma ciò non toglie che anche se nessuno può parlarne per esperienza diretta (il mistero su questo resta assoluto) tutti noi, vedendo morire familiari o amici, ne facciamo un’esperienza perlomeno riflessa. Quindi la morte è cosa nostra, molto più di altre cose più vanesie e marginali.
I sette pezzi facili (che facili non sono) di Giulio Mozzi sono frammenti di scrittura che si compongono di testi in prosa, altri in versi, Emilio delle tigri se n’è andato, è un testo teatrale per esempio, (che l’autore vorrebbe fosse ri-rappresentato).  Insomma difficilmente questo libro potremmo definirlo con un genere, se non ibrido. Tuttavia una strana unità e omogeneità anche stilistica la possiede, e i vari pezzi si possono leggere tranquillamente nell’ordine in cui l’autore li ha posti.
Se abbiamo una concezione edonistica della lettura e il piacere (parente stretto della felicità,) guida le nostre scelte, forse avremo qualche ritrosia iniziale, ma non spaventatevi Mozzi non tratta la morte, ovvero il morire, in modo tragico o peggio macabro. A tratti si sorride, e dopo tutto l’ironia è una delle maggiori difese immunitarie che abbiamo.  

Giulio Mozzi (Camisano Vicentino, 1960) ha pubblicato vari libri tra cui Questo è il giardino (Theoria, 1993), La felicità terrena (Einaudi, 1996), Fantasmi e fughe (Einaudi,1999), Fiction (Einaudi, 2002), Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009). Consulente editoriale, attualmente per Marsilio, ha maturato anche una solida esperienza come docente di scrittura. Su questo argomento ha pubblicato un fortunato Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo; Zanichelli, 2000) e da ultimo (Non) un corso di scrittura e narrazione (Terre di Mezzo, 2009). Nel 2009 ha creato la casa editrice in rete Vibrisselibri, che si va ad affiancare all’omonimo bollettino di scritture e letture.

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Tredici storie d’Adriatico, Paola Rambaldi, (Edizioni del Gattaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2015

bLe ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
Sorrise.
Non le sarebbe dispiaciuto incontrare uno così, ma con la sfortuna che si trovava avrebbe solo corso il rischio di incontrare l’Alain Delon dei giorni nostri, appassito e con manie suicide.
Altra cosa che non aveva afferrato del film era il titolo: cosa stava a significare?
Alzò le spalle senza trovare una risposta convincente.
Delon rimaneva sempre Delon e la sua pausa era finita.

Sì sa le raccolte di racconti non godono di grande fortuna nel mercato editoriale italiano. A meno che non siate Cheever, Carver o Flannery O’Connor non vendono molto e spesso ai giovani autori, così coraggiosi da volerle praticare, dicono non scrivetele, o per essere più magnanimi, sì scrivetele ma almeno non proponetele agli editori. Si da il caso che io ami la forma breve, anche la forma brevissima come la flash fiction, e spesso la legga. Non è facile scriverla, pregiudizio altrettanto radicato quanto il precedente a cui ho accennato. Per molti la narrativa breve è una palestra di scrittura, per altri una necessità. E’ anche vero che trovare bravi scrittori che scrivano racconti è difficile, ma quando li incontri, be’ da lettore è una bella esperienza, credetemi.
In queste ultime settimane ho letto tre libri, tra cui anche una raccolta di racconti, di un piccolo editore di Milano. Conosco Paola Rambaldi per il suo spirito, per i suoi divertenti post su Facebook, e per le interessanti recensioni cinematografiche che scrive, ma non sapevo che avesse davvero talento nello scrivere racconti. Mi sono proprio piaciuti: originali, personali, caustici, alcuni proprio divertenti. Qualche svista in via di revisione. Spero si arrivi a una seconda ristampa, dove le imperfezioni attuali vengano corrette. Meriterebbe davvero.
So dall’autrice che una buona parte li aveva letti Luigi Bernardi a suo tempo. Non so cosa ne pensasse ma è stata sua l’idea di portarli sull’Adriatico, inizialmente di ambientati al mare ce n’erano solo tre o quattro. E sicuramente questa scelta scorre come filo conduttore e ci accompagna nella lettura
In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città: Lido delle Nazioni, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, Cesenatico e altre meno famose. Tutti con venature noir, e sorretti da uno spirito combattivo e molto romagnolo. (L’autrice è originaria di Argenta, ma ora vive in provincia di Bologna). C’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare. Molte protagoniste sono donne, non edulcorate, non idealizzate, “veraci” la più sorprendente la incontrerete in “Le tre caravelle“. Non vi anticipo altro, leggeteli, e poi mi saprete dire. Aspetto i vostri commenti.

Paola Rambaldi  è originaria di Argenta (FE), trasloca spesso e attualmente vive a Castello di Serravalle (BO).
Impiegata per quasi trent’anni in una multinazionale dell’informatica, è riuscita a rimanere digiuna sia di hardware che di software. E nonostante il quantitativo industriale di relazioni, offerte e contratti commerciali digitati ha costantemente concentrato il pensiero sulle proprie fantasie noir tardivamente riportate sulla carta. Ha pubblicato “Bassa e nera” (ed. Pontevecchio), “La fudréra” (ed. REM) e tanti racconti in riviste e antologie (con Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa). Finalista per il soggetto cinematografico a Storie del nuovo millennio 2003 e Premio Teramo 2005.
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine.

:: L’amore negato, Giancarlo Vitagliano, (Lettere Animate, 2014)

3 marzo 2015

0Una storia di camorra ambientata a Napoli, una delle tante che spesso, ormai con rassegnazione, leggiamo sui giornali, potrebbe essere stata fonte d’ ispirazione per Giancarlo Vitagliano, cardiologo ospedaliero prestato alla scrittura, nello scrivere L’amore negato, poliziesco classico con commissario, indagine, vita privata dei vari personaggi. Per mestiere l’autore ha davvero ha che fare con la vita e la morte delle persone, e l’umanità necessaria a svolgere la sua professione ufficiale è presente anche in questo romanzo. Sono esseri umani anche i camorristi, verità che se non giustifica i loro crimini, che sempre vanno condannati in una società civile, ci spinge comunque a non perdere la nostra umanità nel valutare le loro azioni. Assunta Noci, la vittima, figlia di don Luigi ‘o Cecato, boss di primo piano dell’omonimo clan criminale, ritrovata cadavere nella sua abitazione, nella sua vasca da bagno, è innanzitutto una donna e tramite il suo diario, che il nostro commissario si ritroverà misteriosamente nelle mani durante l’indagine, impareremo a conoscerla. A capire molte sue scelte, e soprattutto il rifiuto per le attività criminali del padre che la porteranno a commettere forme diverse di crimini, la “camorra bianca” la chiamano, specializzata per esempio in frodi fiscali. Proprio l’altro giorno guardavo alla tv un servizio in cui si spiegava che i boss di oggi non sono più i banditi col ‘coltello tra i denti’ che la mitologia ci narra, ma comunissimi uomini in giacca e cravatta, quasi indistinguibili da altri professionisti, che si interessano di borsa, che investono anche in attività lecite, che insomma si confondono nel tessuto sociale. E pur sempre restano criminali, gente che uccide. Ma i confini tra il bene e il male sembrano farsi più fumosi, più indefinibili. E l’animo noir dell’autore fa capolino e ci parla di persone che a volte non hanno scelta, che sono vittime prima di essere carnefici. Assunta Noci subisce violenze, diventa boss a sua volta quasi per un senso distorto di difesa della famiglia. E il commissario Reinhard, pur combattendo coi suoi demoni personali, deve imparare a conoscerla per risolvere il delitto, mascherato da incidente, di cui è vittima. Per capire le assurde ragioni della sua morte. L’amore negato, per molti versi è simile a molto altri polizieschi, ma se vogliamo alcune componenti si discostano dal genere. Innanzitutto la componente quasi “esistenzialista” che caratterizza i personaggi: il commissario, il vecchio boss, la vittima. Non mancano nel testo poi forme dialettali di stampo verista, che rendono i dialoghi più verosimili, e realistici. L’uso del dialetto in un testo scritto in italiano spesso può essere un azzardo, (anche se ci sono eccezioni come per esempio i testi di Camilleri, che ha fatto del dialetto siciliano un suo punto forte)  risultando poco comprensibile per lettori di altre regioni. In questo caso, a mio giudizio, le forme dialettali sono facilmente comprensibile da tutti. Sono appunto solo accenni, facilmente identificabili nel discorso. Per concludere un dignitoso poliziesco, ben scritto e sicuramente una lettura consigliata.

Giancarlo Vitagliano vive e lavora a Napoli. Dopo aver frequentato il Liceo Classico si è laureato in Medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. Appassionato di libri, fumetti, cinema, musica e moto, da alcuni anni ha smesso di fantasticare soltanto e ha deciso di scrivere le storie che gli nascono in mente. È sposato e ha due figlie.

:: L’angelo del campo, Clifford Irving, (Longanesi, 2015) a cura di Laura M.

2 marzo 2015

irUn campo di sterminio in Polonia.
Piccolo, ben tenuto, asettico come una sala operatoria.
Ma sempre un campo di sterminio dove gli ebrei, dal primo all’ultimo, vengono uccisi: i deboli subito, i più forti quando sono ridotti pelle e ossa dalla fame e dal lavoro.
Ma in questo campo avviene qualcosa di speciale, di imprevisto.
C’è un assassino che uccide delatori e anche una SS ucraina particolarmente feroce.
Siamo nel gennaio del 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, i morti dovrebbero essere all’ordine del giorno, e lo sono ancora di più, – drammaticamente di più -, in un campo di sterminio, nonostante questo un poliziotto della Criminalpol di Berlino, il capitano Paul Bach, viene inviato a indagare. In un punto quasi invisibile sulle mappe, a Zinoswicz – Zdroj (non cercatelo, non esiste, l’autore nelle note avvisa che non è reperibile in nessuna parte della Polonia, nasce come “sintesi” di tanti campi veramente esistiti), Zin, per abbreviare e rendere più facile il “lavoro”.
Paul Bach non è il classico nazista che siamo portati a immaginare. E’ un reduce di guerra proveniente dal fronte orientale, dove ha perso un braccio. E’ un ottimo poliziotto, scrupoloso, efficiente, umano, padre amorevole di due bambini, vedovo. Vede l’abominio e non crede ai suoi occhi.
Non riesce a credere che i suoi connazionali si siano abbassati a tanto per seguire gli ordini di un pazzo, che siano capaci di uccidere migliaia di migliaia di esseri umani solo perchè appartengono a un altra razza, un’altra religione. Dove il vero disastro è che nessuno si ribella, nessuno fa niente. Finché questo angelo vendicatore organizza una rivolta di questi esseri ridotti all’ombra di loro stessi.
Paul Bach scoprirà chi è l’angelo del campo, è un bravo poliziotto ve l’ho detto, ma come agirà lo scoprirete leggendo questo libro.
L’angelo del campo, (The Angel of Zin, 1984) tradotto da Federica Oddera, è un romanzo che si legge molto velocemente. Scorre come il corso placido di un fiume. Pieno di umanità, seppur della descrizione della bolgia dantesca che è un campo di sterminio. E’ morale parlare di queste cose in un romanzo, frutto di fantasia, anche se nato dopo un approfondito lavoro di ricerca? Quando si parla di Olocausto è sempre difficile, la retorica a volte nasconde i veri sentimenti, per un meccanismo di difesa, anche negli spiriti più sensibili e intenzionati a capire. E questo libro aiuta a capire. Perchè raggiunge il lettore nella sua profonda coscienza, ponendo il germe dell’idea che colpevole del male non è solo chi lo compie ma anche chi non fa niente per combatterlo e impedirlo. Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti diceva Martin Luther King. Niente di più vero anche oggi.

Clifford Irving (1930) è stato per lungo tempo uno degli uomini più conosciuti d’America. Nel 1970 ha scritto una falsa autobiografia del magnate Howard Hughes, nella quale ha messo alla berlina Richard Nixon e altri importanti politici dell’epoca, in seguito alla quale è finito in prigione per un anno e mezzo. Grande viaggiatore, nella sua esplosiva esistenza ha fatto per due volte il giro del mondo, ha prestato servizio come guardia in un kibbuz israeliano e ha contrabbandato whisky e sigarette tra Tangeri e la Spagna. Recentemente ripubblicato in USA dopo la prima edizione del 1984, L’angelo del campo è balzato subito ai primi posti delle classifiche di vendita. Clifford Irving vive in Colorado.

:: La Notte della Mediarchia Il commissario Elio Gamba, Carlo Vanin, (Panda Edizioni, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

2 marzo 2015

La-Notte-della-Mediarchia-img1Nessuno mi ha chiesto di scrivere una recensione de “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin, questo conviene precisarlo subito. Ho deciso di sedermi e di pensare al commissario Elio Gamba di mia spontanea volontà. Questo perché sono sempre più convinto che nel panorama editoriale di oggi, soprattutto tra le righe di chi in qualche modo sostiene di rappresentare un certo tipo di scrittura di genere, si possano incontrare due tipologie di autori: la prima, molto comune, è quella del mestierante, dell’artigiano della scrittura (quanto piace, oggi, questa definizione…), del lavoratore schematico, di chi potrebbe scrivere centoventisei romanzi in serie, tutti secondo lo stesso disegno e gli stessi stratagemmi narrativi; la seconda, quella che nove volte su dieci è incline al fallimento, che nove volte su dieci non viene capita, quella che dieci volte su dieci vende poco o niente quando per miracolo viene pubblicata, è quella che preferisco. È questa seconda categoria che ci fa ricordare come le storie che ci vengono raccontate possano evadere dalla banalità di una scrittura piatta e incolore, adagiata nello stile, per svegliarsi nello stilema, nella variazione, nella visione. È questa seconda famiglia di autori che mette la vita nelle pagine. Tra le due, intercorre la stessa differenza che passa tra un Big Mac e un panino al lampredotto. La tragedia è varia: il mondo è pieno di mangiatori seriali di schifezze, ormai assuefatti alle schifezze, e a pochi piace il lampredotto. Ma a chi piace, piace davvero…
Ogni scrittore si trova a un certo punto della sua vita a un bivio: seguire la svolta che porta al McDonald’s o sentire da lontano il refolo che esce dal baracchino fermo sul bordo della strada, perso tra banchine insicure, sdrucciolevoli, e affilati guardrail.
Carlo Vanin sa cucinare bene. E per nostra fortuna ha pure trovato un chiosco, che porta il nome di Panda Edizioni, pronto ad accendergli i fornelli.
La sua è una scrittura pop, variopinta nelle sfumature di riferimenti sempre a portata di mano, mai banale, ridondante senza mai essere barocca, coerente e, soprattutto, viva. Il suo è un romanzo di genere, certo, ma il genere che ci troviamo davanti ribolle, ricorda la furia assetata del primo Glen Duncan, quello di “I, Lucifer”, e la lezione livida e alienata dello Shannon Burke de “I Corpi Neri”. La Marghera descritta si muove su livelli che si intersecano tra l’onirico e il surreale, tra il grottesco e il realista, tra il fantascientifico e il gotico, che solo in rari momenti, in cui il nostro si sente in dovere di mostrare al mondo intero quanto sia buono il suo pane e lampredotto, svirgola nell’inessenziale. Eppure non c’è mai uno sbilanciamento, una perdita consistente dell’equilibrio narrativo. Il fondale su cui si muovono i personaggi, una Marghera isolata dal cielo dall’esplosione della famosa raffineria, è solido, e questo è il primo merito di Carlo Vanin, ma non solo. Il suo contesto non è unicamente un paesaggio fotografico, è anche un cantiere in cui una società estrema annaspa tra pastiglie sintetiche e spot televisivi, tra ingorghi infernali che tanto ricordano scenari cyberpunk, figli di quegli spazi precari che Marc Augé definì nonluoghi: la Mediarchia all’apice del suo splendore, in una vibrante attesa.
Poi c’è lui, il protagonista indiscusso del romanzo, il commissario Elio Gamba, un uomo che ha perso la moglie e il figlio nell’esplosione di Marghera senza mai perderli davvero, un corpo scosso dalla droga e dall’alcool, una mente violenta, disturbata e corrotta da Sole-Occhio, la voce che sussurra, la guida che lo elegge a profeta in una landa di desolazione e violenza, fino a portarlo allo scontro finale con i Ministri della Mediarchia. Ecco, non vorrei svelare di più della trama, perché in realtà questa si sviluppa lungo una serie di flash narrativi in cui i protagonisti si collocano secondo una propria comodità formale. Più che un elemento di tensione, il romanzo diventa un insieme di punture, lo dice l’autore stesso (“Ci sono cose che pungono qui dentro”). Non lascerà indifferenti.
Carlo Vanin è uno preciso. Mi perdonerà se ho attinto dalla tradizione culinaria fiorentina per parlare del suo romanzo, lui che è veneto. Eppure mi sembra l’omaggio adatto a chi ha digerito così bene la lezione cinematografica di Robert Rodriguez e di Quentin Tarantino, la visionarietà di Hans Ruedi Giger e di H. P. Lovecraft, la letteratura fisiologica di Tiziano Scarpa, la metafisica insondabile di Stephen King, l’antropologia sadopornografica degli hentai giapponesi con i personaggi di Nivea e Rexona. Citare Miyamoto Musashi ci porta più a pensare a Takehiko Inoue e al manga Vagabond che al personaggio storico realmente esistito. Così come un vero esperto di fumetti giapponesi non può non godere nella citazione di Berserk di Kentaro Miura, quando lo stesso Musashi perde un occhio e rimane con un braccio maciullato.
Carlo Vanin non ha preso la via per il McDonald’s. Per fortuna nostra e per sfortuna sua. E questo panino al lampredotto ci è davvero piaciuto. Chissà se a lui il lampredotto piace. Una volta mi pare di averglielo pure chiesto.

Carlo Vanin: nasce nel 1977 a Spinea, cittadina veneta di cui oggi si autoproclama miglior scrittore vivente. Lavora come libraio alla Libreria Ubik di Castelfranco Veneto. Dal 2009 è membro del direttivo del movimento Sugarpulp nonché segretario dell’omonima associazione. “Mirko e il mostro”, pubblicato nel 2012 per l’editore L.A. Case, è il suo romanzo d’esordio.

:: Addio a Bertrice Small, regina del romance hot, a cura di Elena Romanello

2 marzo 2015

Bertrice_SmallA chi non è addentro al mondo del romanzo storico, anzi del romance storico, il nome di Bertrice Small dirà niente o poco niente, ma per i patiti di un genere che, soprattutto nei Paesi di lingua anglosassone miete successi, la perdita di una delle loro autrici di culto è un grosso lutto, anche perché Sunny, come la chiamavano gli amici, era una persona che sapeva mantenere un ottimo rapporto con i lettori, di persona e tramite i nuovi media.
Nata nel 1937 a Manhattan, nel cuore di New York, aveva vissuto poi per quasi quarant’anni a Long Island, dove ha scritto 54 romanzi, soprattutto storici ma con qualche incursione nel contemporaneo e nel fantasy. Al centro dei suoi libri, eroine indomite e affascinanti, alle prese con amori e passioni, sullo sfondo di epoche storiche come il Medio Evo celtico, l’Inghilterra della regina Elisabetta, l’inizio dell’Ottocento.
Una caratteristica dei romanzi di Bertrice Small era la forte componente erotica, descritta in maniera molto esplicita con pratiche note e meno note: un qualcosa che le portò molti stimatori e stimatrici, anche perché fu una delle prime autrici ad abbattere tabù e a portare sensualità in storie di solito caste, ma anche detrattori che non digerirono la sua visione legata a più amori e relazioni contro un’idea che c’è ancora in molte lettrici del romance secondo cui l’amore deve essere unico, e pazienza se è tutto poco verosimile.
I suoi libri si organizzano in varie serie e in alcune storie autoconclusive, tra cui spiccano la saga di Skye O’Malley, quella delle eredi di Skye, quella dell’eredità di Friarsgate e la serie del mondo di Hetar.
Sulla reperibilità dei suoi romanzi c’è da aprire un capitolo a parte: in lingua originale i titoli sono tutti disponibili, basta fare una ricerca con Bertrice Small e vengono fuori, e un ottimo punto di partenza è il bel sito ufficiale della scrittrice, http://www.bertricesmall.com, con link a negozi on line. I libri della Small sono quasi tutti disponibili anche in francese, molti nella collezione di narrativa popolare J’ai lu, in vendita in tutte le librerie più importanti.
In Italia, si registrano un’uscita di Ribelle in amore, uno dei suoi primi libri, a se stanti e ambientati tra Europa e Turchia durante il periodo napoleonico, a metà anni Ottanta per Rusconi, e un titolo, Incantatrice, nella collana I romanzi Mondadori, per una storia di avventura e sensualità sullo sfondo dell’anno Mille, uscito all’inizio degli anni Novanta, insieme a L’indomabile ostaggio, un tuffo nell’Inghilterra medievale, per una collana di romance della Nord poi conclusasi. Diversi altri romanzi sono usciti negli anni per Euroclub o Mondolibri e non sono di facilissima reperibilità, anche se presso le biblioteche possono essercene delle copie così come nel mercato dell’usato.
In un momento di interesse provocato da un libro sbagliato per l’erotismo, merita senz’altro prendere in mano le storie provocanti, colorate, violente e piene di sesso in tutte le salse di Bertrice Small, innnazitutto per ribadire il concetto che con le sfumature non si è inventato niente e poi per leggere degli intrecci senz’altro molto più coinvolgenti e appassionanti, con qualche iperbole di troppo che alla fine non disturba ma intrattiene.

:: Lolita di Vladimir Nabokov, letto da Marco Baliani (Emons:audiolibri, 2015)

27 febbraio 2015

lolit“Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.
Era Lola in pantaloni.
Era Dolly a scuola.
Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti.
Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.

“Il primo, piccolo palpito di Lolita mi percorse alla fine del 1939 o all’inizio del 1940, a Parigi, in un periodo in cui ero costretto a letto da un violento attacco nevralgia intercostale. Lo scrissi in russo, la lingua nella quale scrivevo romanzi sin dal 1924… (…). Verso il 1949, a Ithaca, nel nord dello Stato di New York, il palpito, che non era mai cessato del tutto, cominciò di nuovo a tormentarmi…” scrive Vladimir Nabokov. Il suo Lolita questa volta sarà scritto in inglese, e diventerà il capolavoro che tutti conosciamo. “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo.li.ta”.

Traduzione di Giulia Arborio Mella

Ascolta un estratto

In libreria dall’ 11 Marzo

Approfondimenti: Lolita: storia di un amore senza tempo

:: Segnalazione: Brigada fantasy per Tunuè, a cura di Elena Romanello

27 febbraio 2015

briLa casa editrice latinense Tunué, che da dieci anni si è distinta nel panorama italiano e non solo presentando saggi su fumetto e cinema d’animazione, graphic novel e ultimamente anche romanzi fuori dagli schemi, aggiunge un nuovo titolo per festeggiare il suo primo decennio.
Ad aprile uscirà, in esclusiva mondiale, la trilogia fantasy Brigada, ideata da Enrique Fernández, vincitore del Romics d’oro in occasione dell’omonima fiera capitolina nel 2014. Brigada è stata realizzata grazie alla campagna di crowfunding lanciata dall’autore sulla piattaforma Verkana, con cui sono stati raccolti oltre 52 mila euro.
La storia di Brigada è ambientata in una terra fantastica, dove esiste e prende vita la magia, un gruppo di mercenari sotto il comando dello spietato Ivvro viene reclutato per combattere contro gli Elfi neri. Ma, durante la battaglia, il gruppo viene avvolto da una nebbia misteriosa e portato in una terra ostile dove ci saranno da affrontare nuove minacce.
Per questa sua opera Enrique Fernández si è ispirato ai romanzi dell’autore fantasy Andrej Sapkoski e al suo personaggio Geralt de La Rivia, uno stregone guerriero, protagonista del videogame open word The Witcher.
Un titolo quindi che dimostra, oltre che l’attenzione per Tunué per il fumetto d’autore in tutte le sue forme, la forza crescente delle produzioni dal basso, sostenute dagli appassionati, un fenomeno in crescita soprattutto all’estero, e anche l’importanza ormai fissa del fantasy nell’immaginario multimediale.

Enrique Fernández (1975) inizia la sua carriera firmando gli storyboard dei lungometraggi animati di El Cid, la Leyenda (2003) e Nocturno (2007). Nel 2004 debutta nel mondo del fumetto, in Francia. Lavora con lo scrittore David Chauvel per l’adattamento de Il Mago di Oz (Tunué, 2012) e realizza Les Libérateurs, pubblicato dalla casa editrice svizzera Paquet e da Glénat in Spagna. Nel 2009 scrive e disegna L`île sans sourire pubblicata da Drugstore, pubblicato da Tunué con il titolo L’isola senza sorriso nel 2013. Nello stesso anno pubblica in Italia Aurore e nel 2014 vince il Romics d’Oro e pubblica I racconti dell’era del Cobra.

:: Hotel Calcutta, Sankar, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2015

hotel_calcuttaShankar è un giovane impiegato di un avvocato inglese – l’ultimo- dell’alta corte di Calcutta, un lavoro importante e interessante. Tutto si complica quando il togato muore e il protagonista resta solo, senza il suo lavoro e si trova a non avere più nessuna forma di sostegno economico. Shankar sa’ che deve trovare un nuovo impiego e pur di guadagnare qualche spicciolo si aggira per la labirintica Calcutta degli anni Cinquanta come venditore di cestini per le cartacce. Il ragazzo non ha nulla, non ha una casa, non ha soldi e a volte dorme al parco di Chowringhee, la zona della città che gli inglesi chiamano Esplanade, ed è qui che un giorno il ragazzo viene raggiunto da Byron, un detective capace di trovare la soluzione anche al caso più spinoso. L’uomo, che sa tutto di Shnakar, decide di aiutare il protagonista trovandogli un lavoro allo Shahajahan Hotel, l’albergo più antico e noto di Calcutta. Qui il giovane protagonista imparerà l’arte del tuttofare ma, allo stesso tempo, assistendo i tanti ospiti dell’albergo avrà modo di conoscere la variegata dimensione umana che entra ed esce da quell’imponente stabile. Quello proposto da Shankar, uno dei più importanti autori in lingua bengali, è un vero e proprio viaggio nella Calcutta della seconda metà del XX secolo, dentro alle viscere della città che in quegli anni stava vivendo gli ultimi fasti dell’era coloniale. La narrazione a volte può sembrare lenta, ma questo ritmo pacato è quello che porta il protagonista, e allo stesso tempo illettore, allo scoperta delle storie e delle persone che animano Calcutta. Shankar incontrerà persone come Marco Polo, il direttore dell’albergo che sembra un gigante tanto è grande e grosso, ma ha un passato di grande dolore. Ci saranno Connie e il fratello che non avranno vita facile; Rosie, la dattilografa, amante del cioccolato e tanti altri esseri umani che con il loro viver quotidiano animano le stanze dell’hotel. Leggendo il libro di Sankar si ha come l’impressione di essere in un dedalo di camere da letto, di hall di alberghi e di viuzze della città, dalle quali si diffondono i tipici profumi delle spezie tanto presenti nella cucina indiana. In realtà accanto ad esse ci sono i sentimenti, le paure dei diversi personaggi e i pregiudizi radicati nella metropoli. Hotel Calcutta è un libro di ricordi, di memorie di vita appartenenti ad un mondo umano ormai scomparso per sempre, che rivive e giunge a noi grazie alla dettagliata scrittura di Sankar. Traduzione Norman Gobetti.

Sankar (Mani Shankar Mukherji) è uno dei più noti scrittori di lingua bengali. Il suo primo libro Kato Ajanare, è considerato una pietra miliare della letteratura bengali. Nel 1962 scrisse Hotel Calcutta, divenuto uno dei film di culto della cinematografia indiana col titolo del romanzo, Chowringhee.

:: Un’ intervista con Antonio Paolacci

25 febbraio 2015

san

Ciao Antonio, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Già nel 2010, quanto tempo, Giulia Guida ti ha intervistato (chi vuole leggere l’intervista) e da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto presentati, parlaci di te, e della tua professione di editor e di scrittore.

In quell’intervista Giulia mi incontrava in veste di autore, e rileggerla mi aiuta a risponderti. Penso che, se ho realizzato cose di valore in questi anni, è anche perché ho sempre lavorato con lo spirito di uno scrittore, invece che con quello di un dipendente. E dopo anni di battaglie, di scontri con menti ottuse, di progetti naufragati e andati in porto, posso dire che oggi sono fiero di tutte le mie scelte, sia personali che lavorative. Il fatto che sto ancora combattendo ne è la prova più concreta.

Lo scorso autunno ha preso il via Progetto Santiago, (ha un sito, invito i lettori a visitarlo, http://www.progettosantiago.it/) un’associazione culturale, ma forse qualcosa di più, una cooperativa di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, editor, con a cuore (sembra così retrò dirlo) l’editoria e la letteratura nel nostro paese. Ce ne vuoi parlare?

La prima cosa che chiedo ai lettori è di fare attenzione: Progetto Santiago va osservato con attenzione perché è qualcosa di nuovo e, come tale, non può essere inquadrato se viene associato mentalmente a realtà già esistenti. Per esempio alcuni hanno voluto capire che siamo un gruppo di scrittori intenzionati a combattere contro i grandi editori, mentre per certi aspetti è l’esatto contrario: basta scorrere i nomi per vedere che tra noi ci sono autori Mondadori, Einaudi, Bompiani, ed è quindi ovvio che ci stia a cuore la grande editoria italiana. Il fatto è che il discorso andrebbe proprio ribaltato, perché vedi, in questo momento storico è l’editoria ad aver bisogno di scrittori, molto più del contrario. Si è cercato di renderla un’industria dai grandi fatturati mettendo da parte gli scrittori veri, ma come si vede l’impresa era fallimentare. Diciamola così: è la letteratura a fare l’editoria, quindi è chi si intende di letteratura che dovrebbe occuparsene.

In un mondo editoriale dove il mugugno sembra lo sport nazionale, voi offrite un progetto concreto, dettato dal classico ma ormai minoritario, “rimbocchiamoci le maniche”. La crisi è globalizzata, nessuno l’ignora, ma c’è una specie di frenesia in cui i pochi che agiscono tentano strade politiche, culturali, economiche quasi procedendo a tentoni nel buio. Sono sicura che il vostro progetto sia nato da lunghe riflessioni condivise. Fatte da gente che lavora all’interno del sistema editoria. C’è ottimismo, una luce in fondo al classico e abusato tunnel?

Non per tutti. Per giocare con la tua metafora, diciamo che lo si può definire tunnel solo se appunto si viaggia verso una luce, altrimenti si chiama buco. E per molti l’editoria italiana è un buco. Molti se ne stanno lì, nel buco, a dire che sono in un buco e ad aspettare che magari qualcuno li tiri fuori non si sa come. Si scrivono articoli sul disastro dell’editoria, anche ottimi articoli. Belle parole che in genere supportano ragionamenti teorici, incentrati sul tema “Come si starebbe bene fuori dal buco”. C’è la tendenza a credere che per cavarsi dal buco si debba piacere a qualcuno che conta nell’ambiente. Solo che nell’ambiante editoriale, al momento, anche chi conta è incastrato nel buco. Progetto Santiago è nato anche per questo: invece di parlare del buco, noi abbiamo cercato una luce e ci siamo incamminati in quella direzione.

Per alcuni, si dice così quando non si vuole fare nomi e cognomi, la crisi editoriale è iniziata quando si sono affidate le scelte editoriali agli addetti marketing, sottraendole a chi avrebbe dovuto invece occuparsene, per i più ottimisti gente come Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, gente che intendeva il lavoro culturale come artigianato. Naturalmente sto estremizzando, tu cosa ne pensi?

Il problema delle case editrici affidate agli esperti di marketing è uno di quelli che abbiamo posto tra le premesse della nascita di Progetto Santiago. È un problema gravissimo, enorme davvero. Ma occorre anche capire che insultare gli editori che hanno fatto questa scelta non porta a niente. Più utile è lasciare a loro i fallimenti finanziari e noi occuparci di libri altrove. Perché il nostro mestiere è proprio artigianato, non si scappa: se Calvino intendeva il lavoro culturale come artigianato non lo faceva perché i tempi erano altri, lo faceva perché il lavoro culturale è quello, può essere solo quello. Se non è quello, non è culturale. La cultura e l’alta finanza non possono stare sullo stesso campo da gioco: se fai marketing non fai cultura, e se fai cultura non puoi tollerare il marketing. Il che non nega la possibilità di fare soldi con la cultura. La cultura ha un suo mercato da sempre, e lo avrà sempre. Solo, non funziona come quello delle saponette.

Un progetto editoriale ha anche una dimensione economica o è destinato al fallimento e a smarrirsi nelle nebbie dell’utopia. Voi che scelte avete fatto? Finanziamenti pubblici, sponsor privati, autotassazione, condivisone delle entrate comuni, un po’ come nelle comunità cenobitiche?

La prima scelta è stata quella di non rischiare il fallimento. Non siamo imprenditori: facciamo altri mestieri. Vogliamo che sia il nostro lavoro a portarci il guadagno, non che i nostri soldi finanzino un sogno. Per cui Progetto Santiago non ha scopo di lucro: nelle casse dell’associazione culturale non resta un centesimo. Tutto ciò che incassa serve a pagare i singoli che con il loro lavoro hanno permesso quel guadagno specifico. Poi, sì: esiste anche un sistema di autotassazione, così come cerchiamo sponsor, pubblici e privati, e chiunque può finanziare il progetto con una semplice donazione… Diciamo che il sistema è abbastanza complesso, però è giusto, equo, e permette a ognuno di restare autonomo e di lavorare anche altrove. Ma la cosa più importante di questo sistema è che quanto più il singolo lavora, tanto più viene retribuito.

Il monopolio dei grossi gruppi editoriali sembra una realtà quasi riscoperta in questi giorni (la possibile fusione Mondadori / Rcs, ha scatenato dibattiti e tavole rotonde) quando appunto non è una “nuova” realtà con cui i piccoli e gli indipendenti devono avere a che fare. Parlare è facile, agire un po’ meno. Servono scelte politiche, prima che dibattiti? In Germania si investe in cultura. Da noi?

Da noi no. Ma parliamoci chiaro: a me questo dibattito non interessa più. Mi spiace davvero per le persone che adesso rischiano di finire in mezzo a una strada, ma negli ultimi dieci anni ci sono state molte altre persone che meritavano successo e hanno invece perso il lavoro. Guardiamo la realtà: se l’unione tra due soli gruppi crea un monopolio in un Paese dove gli editori sono centinaia, vuol dire che l’editoria era già monopolizzata da quelle due sole aziende. Il monopolio è una realtà da anni: ha già fatto fallire molti piccoli editori, ha già fatto sparire scrittori meritevoli, ha già ucciso un sacco di ottimi libri. L’intervento dell’Antitrust andava chiesto anni fa, quando la distribuzione è stata assorbita da quelle aziende monopolizzando di fatto tutta la filiera. Se l’Antitrust interverrà solo ora, e solo sul caso Mondadori-Rcs, sarà l’ennesima beffa. Così come a me sembra una beffa che solo ora alcuni autori di Mondadori e Rcs firmino petizioni dicendosi preoccupati per l’editoria indipendente. È divertente che si facciano paladini dei piccoli editori giusto adesso, dopo che per anni il monopolio li ha avvantaggiati proprio a spese di quei piccoli editori, mentre ora sembra minacciare anche loro.

Il lettore è in fondo l’ago della bilancia del mercato, e non so a te, a me fa venire in mente scuola, educazione, capacità critica. “Educare” il gusto del lettore, senza snobismo, ma proprio perché lo si rispetta e lo si vuole considerare al centro del sistema, non importante solo quando va in libreria e apre il portafoglio, non sarebbe la strada da percorrere? Voi cosa fate in questo senso?

Noi lavoriamo proprio in questo senso. Siamo partiti da qui: dall’intenzione di incontrare i lettori, formarli e informarli. Tutti i nostri primi sforzi si sono concentrati sulla creazione di corsi, seminari, eventi e occasioni di incontro. I lettori cosiddetti forti in Italia sono assetati di libri che non trovano. Ciò che vogliono sono informazioni e stimoli. Lo scambio è molto produttivo: noi abbiamo tante cose da dire e loro vogliono sapere, vogliono consigli di lettura, libri diversi, idee nuove e informazioni su come funzionano davvero l’editoria e la scrittura.

Non vi proponete come concorrenti, rispetto alle realtà editoriali già esistenti, ma proponete un progetto comune di collaborazione. Cosa fate perché sia percepito?

Quando paliamo di collaborazioni, parliamo di lavori precisi: su singoli libri, su eventi letterari o artistici, su futuri progetti editoriali e quant’altro. Il tutto, per i lettori o spettatori (presto apriremo anche una sezione dedicata al teatro), deve tradursi nel semplice fatto che Progetto Santiago propone cose meritevoli di attenzione. Per cui con gli editori (così come con gli autori) dialoghiamo nella misura in cui la loro proposta ci interessi e la loro etica sia ineccepibile.

Grazie Antonio, della disponibilità. Nel salutarti ci diamo appuntamento fra qualche mese per scoprire come saranno andate le cose, i vostri progressi. Prometti che ci sarai?

Grazie a te, Giulietta. Sì, certo, quando vuoi…

:: Nella mente dell’ipnotista, Lars Kepler, (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

25 febbraio 2015

nelSono passati cinque anni dal primo libro di Lars Kepler L’ipnotista, si cui è stato fatto anche un film nel 2012, che ha avuto un enorme successo e anche stavolta Kepler ha fatto centro pubblicando un altro successo.
Alla polizia svedese arriva un video di You Tube dove la protagonista è una donna che si sta vestendo ripresa a sua insaputa da fuori dalla sua finestra e il giorno dopo viene trovata morta.
Margot Silvermann, esperta di serial killer, gay e incinta di nove mesi, inizia a indagare sul caso, ma dopo una settimana non è ancora arrivata a una soluzione e le arriva un secondo filmato.
Questa volta però quando trovano la vittima scoprono anche che il marito sotto shock ha ripulito tutto e ha cancellato dalla memoria ogni ricordo. Entra così in scena Erik Maria Bark, l’ipnotista che avevamo incontrato anche nel primo libro, per sondare la mente del marito e aiutare in questo modo a risolvere il caso.
Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero ed Erik finisce a sua volta nei guai.
Un romanzo che come i precedenti sa conquistare il lettore con una storia mozzafiato piena di suspance e colpi di scena che guidano il lettore per tutto il libro portandolo a indagare insieme alla polizia e come i personaggi del libro a volte viene fuorviato per poi trovarsi davanti a un nuovo colpo di scena.
Altra caratteristica di Kepler è la sua capacità di rispettare sempre nei suoi libri la parità dei sessi e di ideologie, i suoi personaggi infatti hanno diversi gusti sessuali, diverse religioni, ma vengono accolti tutti nella stessa maniera e descritti a 360° senza nessun pregiudizio.
I luoghi sono molto interessanti e la minuziosa caratterizzazione denota la conoscenza degli autori dei paesaggi descritti.
Un thriller da cardiopalma come ce ne sono pochi, che farà innamorare tutti sia dei protagonisti che degli autori.

Lars Kepler è lo pseudonimo di Alexander Ahndoril, classe 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, classe 1966, entrambi svedesi. Abitano a Stoccolma, con le loro tre figlie, nei pressi della centrale della polizia.
Nel 2009 decidono di sospendere le loro carriere lavorative per seguire il loro sogno e scrivere un romanzo giallo a quattro mani. Per non mischiare lavoro e passione decidono di pubblicare con lo pseudonimo Lars Kepler.
Il loro primo romanzo L’ipnotista esce nel 2010 diventando subito un best seller e nel 2012 ne viene tratto un film. Questo è il loro quinto libro.