
Valeria G.
“Tirò fuori le foto di Katharina e di Johannes e le appese a due chiodi arrugginiti che spuntavano dalla parete del bunker, vicino al suo giaciglio. Passò le dita sulle foto e baciò la moglie sulle labbra. Lei gli sorrideva. Sorrideva davanti alla sua pelle squamata, alle gambe rinsecchite ….
… Si distese vicino al fuoco, rannicchiato in posizione fetale, e chiuse gli occhi. Gli piaceva la neve. Attutiva il rumore della battaglia tanto da non fargli più sentire gli uomini che combattevano a nord della città nel tentativo di contenere la pressione russa ….”
Ogni libro ha un’anima propria, parla una lingua nuova e unica e nasconde sentimenti profondi, qualche volta oscuri. Davanti ad un libro, quindi, il lettore si trova spesso a dover sostenere un compito gravoso, per niente divertente, quando il tema in trattazione è il dolore puro. Difficile scorrere le lettere che compongono le parole, la parole che scrivono le frasi, le frasi che si uniscono per formare le pagine senza farsi troppo male. Anzi, sarebbe praticamente impossibile farlo quando si affronta il tema della guerra e di tutto ciò che essa rappresenta.
Questo mi è accaduto quando ho aperto la busta che mi è stata recapitata contenente il primo romanzo (e mi auguro, sinceramente, primo di una lunga serie ) dell’esordiente Audrey Magee edito da Bollati e Boringhieri nella collana “Varianti”.
L’immagine in copertina anticipa in parte il dolore che ci si appresta a vivere: l’editore italiano ha scelto un fiore a gambo lungo, dal bulbo rosso scarlatto pronto alla fioritura, incorniciato da lugubri fili spinati. Questo è sicuramente il primo scontro obbligato per il lettore curioso che non può far a meno di porsi una domanda preliminare: cosa ci fa un simbolo di così immensa purezza accanto ad uno che sa rappresentare solo morte?
D’obbligo anche l’analisi del titolo che per noi italiani diventa “Quando tutto sarà finito”. Per il lettore si apre un varco. Un’illusione. Una vana speranza. Perché, forse, dopo il male nasce il bene.
Forse.
Le prime righe del primo breve capitolo ci presentano Peter Fabel, insegnante diventato soldato per garantire l’espansione del regno tedesco, e Katharina Spinell, dolce fanciulla figlia di genitori ossessionati dal potere del Fuhrer, che si sposano. Non si tratta di uno dei tanti matrimoni tra innamorati perché questo è semplicemente un atto di convenienza tra due giovani travolti dal vento di guerra che si è abbattuto sulle loro vite, una contratto stipulato solo per accedere a delle agevolazioni, economiche per lei in caso di vedovanza, per l’ottenimento delle tanto attese licenze per lui. Peter e Katharina non si sono mai conosciuti. Non si incontrano nemmeno nel giorno che li rende marito e moglie. Ma, anche se le premesse di amore e rispetto non vengono attese, il momento del loro incontro segna le loro vite, per sempre. Katharina si aggrappa al ricordo di quei giorni di quotidiana serenità che ha trascorso con lui per provare ad accettare un padre pronto a sacrificare tutto, anche la propria famiglia, per il bene del partito. Perer si stringe al petto l’immagine di lei e la lettera nella quale apprende la sua paternità per cercare di non morire sotto il fuoco dei cecchini durante la terribile battaglia di Stalingrado. Katharina e Peter arrancano nella loro disperazione forti della promessa che si sono scambiati (da qui probabilmente il titolo originario “The Undertaking”). Per loro esiste solo il futuro armonioso che li attende quando la guerra sarà finita e il popolo tedesco avrà conquistato il mondo.
Il libro della Magee ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche per la scelta di affidare la narrazione dei fatti attraverso pagine intere di dialoghi, nonché fitti e crudi scambi di battute tra i protagonisti. In aggiunta a questa coraggiosa prova di scrittura, peraltro riuscita egregiamente, mi permetto di dire che non è questo il solo aspetto che rende il romanzo particolarmente interessante. Mi riferisco al fatto che, a mio giudizio, il vero protagonista che apre e chiude le trecentoventi pagine in questione non è un personaggio bensì un insieme di sentimenti: il dolore, la disperazione, la vendetta.
La scrittrice ci trascina violentemente al fianco di chi non ha più occhi per vedere la distruzione, di chi non riesce più a respirare quell’aria gravida di morte e sangue, di chi è costretto a fuggire per vivere, di chi non ha più la forza di accettare il suo ruolo di assassino, di chi non trova risposte alle domande che inevitabilmente sorgono di fronte a tanta feroce crudeltà, di chi non ha modo di difendere la propria innocenza, di chi crede che sia giusto sottomettere ed eliminare. E poi, con estrema naturalezza, ci consegna la morte. L’atto finale. La fine di tutto, del fiume di male e delle briciole di bene.
Altro aspetto particolarmente incalzante del libro, è la voglia di normalità, di quotidianità, di serenità che spira marcatamente in parallelo a tanta sofferenza. E naturalmente, la voglia di amare e di vivere che aleggia in ogni singolo dialogo.
Un romanzo forte, di straordinaria bellezza, di inestimabile autenticità che, attraverso una scrittura semplice ma estremamente efficace, riesce ad affrontare un tema particolarmente complesso come quello della violenza e degli effetti che essa causa. Un argomento decisamente attuale, purtroppo. Traduzione di Carlo Prosperi.
Elena Romanello
Dopo altri scrittori e scrittrici, anche la giornalista irlandese Audrey Magee si confronta con la Seconda guerra mondiale, conclusasi settant’anni fa e ben prima che lei nascesse. Anziché raccontare le vicende dal punto di vista degli Alleati, come sarebbe abbastanza normale tenendo conto della sua provenienza, Audrey Magee sceglie di parlare dei vinti, dei tedeschi, per decenni odiati, dei loro errori e anche delle loro sofferenze.
Quando tutto sarà finito è una storia d’amore insolita e amara, ma anche un affresco d’epoca, attraverso la vicenda di Peter Faber, insegnante in attesa di partire come soldato sul fronte orientale, e Katharina Spinell, ragazza berlinese oppressa da genitori invadenti e da un lavoro che detesta. I due, come capitava all’epoca, si sposano per convenienza, senza conoscersi, ma per avere lui una licenza e lei una pensione di reversibilità nel caso rimanesse vedova. Tra i due è però amore a prima vista, ma la felicità breve, Peter sparisce nell’assedio di Stalingrado, mentre Katharina rimane ad attenderlo per anni nella capitale tedesca, vedendo la vigliaccheria dei genitori, filo nazisti, la morte del fratello vittima delle idee dei genitori, la disfatta del nazismo e la punizione smisurata dei vincitori contro i vinti.
Quando tutto sarà finito è scritto con l’immediatezza di una sceneggiatura, tanti dialoghi, poche descrizioni, per raccontare il dramma di due vinti dalla Storia e dagli eventi, non eroici, che rimangono vittime di eventi che rivivono senza orpelli ma in tutta la loro ferocia. La ritirata di Russia è stata raccontata tante volte dal punto di vista degli italiani, che hanno saputo, grazie ad autori come Mario Rigoni Stern, rielaborare un dramma e un errore madornale, ma meno dalla parte tedesca e Audrey Magee ricorda sia la ferocia dell’esercito di Hitler contro la popolazione civile sia poi l’internamento dei sopravvissuti nei campi di prigionia in Siberia, da cui tornarono anche anni dopo. Un altro fatto di cui si è parlato poco, tranne Ken Follett e pochi altri, e che torna nel romanzo, sono le violenze contro le donne tedesche da parte dell’Armata Rossa, che per decenni non hanno trovato un narratore come Alberto Moravia con La ciociara per parlare di un dramma che distrusse vite e creò drammi insanabili.
Quando tutto sarà finito racconta il dramma di un mondo e di una società che sbagliò, scegliendo la banalità del male e la tranquillità senza rendersi conto in che follia stava andando a mettersi, e anche l’impossibilità di un amore che nasce per caso ma che si scontra con gli eventi della grande Storia, capaci di cambiare, modificare e distruggere e che non sa trasformarsi in qualcosa di più duraturo.
Un libro secco, tagliente, non lungo come invece spesso sono i romanzi storici, per raccontare uno dei tanti drammi della guerra, la storia di due persone a caso, rappresentative dei tanti Peter e Katharina che ebbero la vita distrutta dalla guerra. Un romanzo interessante su un argomento che a tratti può sembrare inflazionato ma su cui, a quanto pare, c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare, anche a settant’anni di distanza.
Audrey Magee lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, The Times, The Irish Times, The Observer e The Guardian. Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.
Lo ammetto, da piccola non ho mai letto questo libro, forse perché ho visto – mai per intero – l’anime giapponese degli anni Settanta che passavano, e lo trasmettono ancora oggi, in televisione dedicato alla piccola Heidi, la vivace ragazzina che vive con il nonno sulle alpi svizzere. Poi, per curiosità ho deciso di leggere il libro, scritto da Johanna Spiry, e così sono entrata nel mondo di Heidi, del burbero nonno e dei pascoli verdi sui monti, dove Peter fa pascolare sue caprette (sì, esatto quelle che nella canzone cantata da Elisabetta Viviani le fanno ciao). Un bel giorno, dalla città ritorna la zia che prende la piccola e la porta a vivere a Francoforte. Qui Heidi conosce Clara, bloccata sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, e ne diventerà grande amica, ma allo stesso tempo dovrà confrontarsi con un sistema di vita ben diverso da quello adottato sui monti e che la porterà a perdere il sorriso di sempre. Il libro della Spyri è un classico della letteratura per ragazzi, e non importa se la prima edizione risale al 1880, perché le tematiche presenti in esso sono ancora attuali. Heidi è orfana e la zia che la accudisce la affida al nonno perché, avendo trovato lavoro, non riesce più ad occuparsi della nipotina. Il nonno è un uomo silenzioso e, purtroppo, vittima del pregiudizio di chi lo conosce che lo giudica taciturno, molto scorbutico, tanto da avere il dubbio sul fatto che l’anziano sia la persona adatta ad occuparsi di una bambina di cinque anni. Sarà proprio grazie alla spontaneità della piccola protagonista che, un poco per volta, le chiacchiere del paese cadranno nel dimenticatoio. Il romanzo di formazione della Spyri mette in scena anche il contrasto tra vita di montagna, caratterizzata dal contatto diretto con natura, da gesti semplici, ricchi di emozioni, e vita di città. Quando la piccola Heidi arriverà a Francoforte nella famiglia dove la zia lavora, si renderà conto che nella casa dei Seseman non potrà comportarsi come faceva dal nonno, perché in città la vita è organizzata secondo ritmi precisi e ordini da rispettare con leggi intoccabili che la Rottenmeier farà rispettare. Per Heidi tornerà la gioia di vivere solo quando le permetteranno di tornare dal nonno, da Peter e dalle sue caprette, perché solo sulle Alpi, la piccola si sente davvero viva e felice. Heidi è sì un libro per ragazzi, dove l’autrice non manca di analizzare con attenzione il mondo dei suoi tempi. Un universo sociale nel quale il lavoro minorile e il livello di analfabetismo erano elevati (non a caso Peter preferisce pascolare le capre che andare a scuola), ma allo stesso tempo la Spyri attraverso le avventura della piccola Heidi ci fa capire quanto la vita vissuta in libertà e a contatto con il mondo naturale possano giovare ai bambini e agli adulti. Tradotto da Alessandra Lavagnino. Illustrazione di copertina di Edwin Rhemrev.
Questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Come scrittore e come saggista io penso sia una delle migliori penne di sempre. La sua scrittura così precisa, varia e strutturata è capace di rendere accessibile a chiunque anche la materia più oscura. Ma come dicevo questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Mi accingo quindi a parlare per la prima volta di uno scrittore che per me è un Mostro Sacro.
Dal 14 al 18 maggio torna al Lingotto di Torino il Salone del libro e fervono ormai i preparativi e il conto alla rovescia, ricordando che grazie all’iniziativa Salone off 365 ormai tutto l’anno Torino è la città del libro, con incontri in biblioteche e luoghi vari che vanno oltre i giorni del Salone.
In
Piemme ripropone, a qualche anno dalla sua uscita ma sembra trascorso un secolo e l’argomento è diventato di grande attualità oggi più di ieri, Semina il vento di Alessandro Perissinotto.
A tutti quelli che hanno apprezzato gli ultimi due libri di Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi 2014) e Condominio Oltremare (L’Orma 2014, con fotografie di Sabrina Ragucci) e soprattutto Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014; Premio Calvino 2013), mi sento di consigliare la lettura di un testo più esile ma ben riuscito, che parla anch’esso del totale sconquasso del tessuto sociale della provincia italiana, tra corruzione, abusivismo edilizio, crisi economica, necrosi intellettuale e ignoranza di ritorno: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali (Stilo, Bari 2014, pp. 120, euro 12). Il libro, pubblicato da un piccolo editore pugliese, è di un autore schivo ma non minore, Francesco Dezio, che esordì nel 2004 con il fortunato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), romanzo pioniere della letteratura precaria. A chi, come me, vive in Puglia e soprattutto nella provincia barese, questi racconti ricordano luoghi, tipi umani, paesaggi osservati fin dall’infanzia: gli outlet super-artificiali, costruiti nelle conurbazioni di periferia, a discapito dei centri storici, tra i più belli d’Italia, svuotati di ogni vitalità. Oniriche le descrizioni del racconto “L’outlet di Molfetta”: sono in un artificioso e rutilante panorama di compensato… un agglomerato di case di Barbie a schiera ingigantite all’inverosimile… Guardo ancora su, verso le finestre cieche… perché mi viene da piangere mentre busso con le nocche e scopro che il mascherone antichizzato di Vacanze Romane è fesso, suona cavo? Eh? Perché sto male davanti a questo orrore marzapanato che si para davanti ai miei occhi? (pagg. 88 e sgg.). O ancora: la Murgia devastata dagli stupri ambientali e dai capannoni industriali del distretto del mobile imbottito (Natuzzi e tutte le piccole imprese dell’indotto), moltiplicatisi in un’orgia di sviluppo che è finita nel peggiore dei modi, con licenziamenti e delocalizzazioni (come nei racconti Almeno il sabato e Alla conquista dell’Est).
Torna in libreria il commissario Andrea Lucchesi il protagonista di una serie di romanzi gialli molto amati dal pubblico di lettori, creato dalla mano di Gianni Simoni. L’ultimo, Omicidio senza colpa, è appena uscito per Tea. Il nuovo romanzo di Simoni comincia con il fugace incontro di Lucchesi con un ragazzino a Milano. Il piccolo è magro, impaurito e il commissario nota ai suoi piedi un cappellino con qualche moneta. Da subito il suo fiuto indagatore gli permette di capire che qualcosa nella vita di quel giovane non va, e decide di assoldare alcuni suoi colleghi per capire dove il ragazzino vive e cose fa. Poi, la storia prende un improvviso cambiamento di rotta, quando Lucchesi viene chiamato ad indagare sulla morte di un vecchio professore in pensione, trovato impiccato nel suo appartamento. L’uomo, vedovo, senza figli, viveva da solo, ma il commissario guardando la salma e scrutando con attenzione la scena del crimine (l’appartamento, le tazzine del caffè usate di recente, i libri, i soprammobili) comincia a sospettare che quello non sia un caso di suicidio. Andrea Lucchesi, aiutato dalla sua squadra, cercherà di ricucire i tasselli di questo intricato puzzle sentendo le testimonianze della giovane vedova (ma nessuno sa bene come sia morto il marito), vicina di casa della vittima, passando poi all’ex domestica e valutando il responso dell’autopsia fatta dai colleghi. La risoluzione del caso si rivelerà più complessa del previsto e ancora una volta il commissario, sempre più cupo e tormentato, dovrà fare i conti con le ambiguità che caratterizzano l’agire umano. In Omicidio senza colpa, Gianni Simoni mette in scena due casi che in apparenza possono sembrare tra loro distanti, ma in realtà, se si fa un parallelo tra la vita del professore e quello del piccolo Hamsy, ci si rende conto di come quelle due esistenze siano, purtroppo, caratterizzate da una profonda solitudine e mancanza di affetti. L’anziano e il bambino, a causa di queste mancanze, sono entrambi deboli e vulnerabili, ed è questa loro fragilità che infonde in Lucchesi quella grinta e voglia di giustizia che lo porterà a lottare per risolvere entrambe i casi. In parallelo alle due indagini, ancora una volta, l’autore ci porta dentro il mondo affettivo del commissario, un uomo sì adulto, ma dall’animo molto sensibile che dovrà sistemare, da un lato, le scaramucce d’amore con l’amata Lucia e, dall’altro, rendersi conto che Alice, la figlia, non è più una bambina, ma è una giovane donna. Omicidio senza colpa di Gianni Simoni è un giallo dal ritmo incalzante, con colpi di scena inaspettati che scuotono l’animo di Lucchesi, troppo coinvolto dal lavoro per pensare alla sua salute, e quello del lettore. Nella trama creata da Simoni, come vuole il suo stile di scrittura, la dimensione lavorativa e privata vissute del commissario Lucchesi viaggiano assieme e restituiscono a chi legge un quadro narrativo nel quale è possibile scovare molte similitudini con la vita quotidiana di ogni giorno
La 001 edizioni di Torino, casa editrice leader nel fumetto d’autore di varia provenienza (o se si preferisce delle graphic novel) lancia una nuova collana, Nowcomics, che coniuga qualità e prezzo nel campo della narrativa disegnata, proponendo storie che si rivolgono all’appassionato e al neofita, con tavole a colori e spazio dato ad approfondimenti su storia e autore, a ricordare che anche il fumetto è un’arte e una forma letteraria, e che spesso la vicinanza tra fumetto e letteratura avviene anche nel campo degli scambi di miti letterari e personaggi.
Thriller anomalo, Non puoi dimenticare (Moving day, 2014), quinto romanzo di Jonathan Stone, edito in Italia in questo inizio 2015 da Newton Compton e tradotto da Roberto Lanzi. Certo un’ opera di fantasia, pur tuttavia capace di affrontare temi anche profondi che solitamente nei thriller sono poco presenti. Già il protagonista Stanley Peke, non è esattamente il classico vecchietto ormai in pensione, un po’ svanito, benestante, chiuso nella sua casa confortevole e piena di ricordi del New England. Stanley Peke ha un segreto racchiuso nel suo passato quando come Stanislaw Shmuel Pecoskowitz si trovò ad affrontare uno dei più grandi drammi della storia. Sfuggito all’Olocausto, forte abbastanza da attraversare l’Oceano e ricostruirsi una vita in America con la moglie Rose, ora sente di essersi meritato di trascorrere gli ultimi anni che gli restano sotto il sole della California. Così organizza il trasloco di tutti i suoi beni terreni affidandoli ad una ditta di trasporti che li consegnerà nella nuova residenza. Se non che quando la ditta di trasporti si presenta con un giorno di anticipo, il dubbio che qualcosa non torni lo assale, ma forse è solo lui che inizia a dimenticare le cose. E invece si trova vittima di una delle tante truffe ai danni di anziani che si stanno diffondendo a macchia d’olio. Il giorno dopo quando si presenta la vera ditta di trasporti è tutto chiaro. L’hanno derubato di tutti i suoi beni, dei suoi ricordi, delle sue fotografie, del suo passato. E Stanley Peke non ci sta. Ha sofferto troppo nella vita, già una volta l’hanno privato della sua esistenza, della sua storia e ora è deciso a non lasciare correre, anche se l’assicurazione ripagherebbe il danno puramente economico. Ma lui rivuole ciò che gli appartiene, così si mette sulle tracce dei ladri con l’aiuto del figlio Daniel e del suo vecchio amico Itzhak, sopravvissuto come lui.
Anni Ottanta: la giovane fotografa Kate scopre che sua madre June, celebre ballerina da poco scomparsa, non era la vera figlia di sua nonna Evie, insegnante di danza.
























