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:: La ragazza nel parco, di Alafair Burke (Piemme, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

4 ottobre 2016
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Pubblicato in Italia da Piemme, nella versione tradotta da Sara Marcolini, La ragazza nel parco di Alafair Burke è un libro con una storia che non poteva non fare presa sul pubblico, soprattutto quello americano.
Dall’11 settembre del 2001 in ogni sparatoria o esplosione che ha luogo sul territorio statunitense si cerca immediatamente la pista jihadista o del terrorismo in generale e quando così non è entra in gioco un altro triste aspetto della contemporanea società americana e non solo: le stragi folli messe in atto per i più svariati motivi, che vanno dal risentimento religioso a quello etnico, di orientamento sessuale…
Ne La ragazza del parco di Burke si ritrova tutto questo, studiato, elaborato in maniera tale da incastrarsi alla perfezione con i fatti di cronaca più o meno recenti.
Olivia Randall è un avvocato di successo con dei trascorsi burrascosi con Jack Harris, scrittore famoso, padre di una figlia adolescente che cresce da solo da quando sua moglie Molly è rimasta vittima di un attentato. Harris è accusato di triplice omicidio, di essere l’artefice di un attentato in cui ha perso la vita anche il padre del ragazzo che ha ucciso sua moglie.
L’epilogo che l’autrice ha scelto di dare alla vicenda bene si inserisce nei tristi risvolti a cui la narrazione rimanda. Le conseguenze delle azioni proprie e degli altri che ritornano quando meno ce lo si aspetta. I traumi che riaffiorano più forti che mai anche se ci si era illusi di averli superati. La vita che è un correre e un ripercorrere eventi che si incastrano tra di loro meglio delle tessere di un puzzle.
La narrazione è fitta di salti temporali tra il presente e il passato, in particolare al periodo giovanile di Olivia, agli anni del College e della relazione con Harris. Nella maggior parte dei casi sono dei flashback nei quali la protagonista rivive momenti del suo passato, situazioni intime o emozioni personali e come tali risultano, restando quasi estemporanei al racconto della vicenda principale non riuscendo neanche a dare spessore alla storia e ai trascorsi del suo rapporto con Jack Harris.
Leggendo La ragazza nel parco di Alafair Burke a volte sembra proprio che la storia e le scene siano state studiate per risultare interessanti, accattivanti per il lettore e non determinate dall’evoluzione della vicenda narrata. Quasi come se si volesse dare al lettore ciò che pensa di volere: una triste vicenda cui interessarsi e dei protagonisti cui affezionarsi.

Alafair Burke: È un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi sono bestseller del New York Times elogiati da autori come Micheal Connelly e Dennis Lehane.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Elena Ferrante sono io

3 ottobre 2016

indexC’è voluto un giornalista di inchiesta italiano – in collaborazione con colleghi di altri paesi del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, del sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e di quello della rivista americana The New York Review of Books –  per svelare l’identità (ancora presunta) di Elena Ferrante.
Un segreto che a quanto si mormorava tra gli addetti ai lavori non era esattamente tale, ma ora sulle pagine del Sole24 c’è scritto nero su bianco, con prove documentate, che Elena Ferrante non è altro che Anita Raja.
È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!
Cosa cambierà da adesso in poi? Anita Raja e il marito Domenico Starnone non commentano, non ammettono ne negano. Dalla casa editrice di Elena Ferrante non è ancora uscito un comunicato ufficiale, ma si può intuire non sono contenti.
Come non sono contenti molti lettori, e scrittori che in queste ore commentano sui social (una parte perché sembra che un’altra parte del vasto mondo dei lettori e dei critici non riconosca alla scrittrice il diritto all’oblio, a nascondere la sua identità affinché solo i suoi libri vengano letti e giudicati).
Elena Ferrante ha sempre difeso la sua privacy, il diritto a stare in disparte, il diritto a tenere la sua vita privata separata dal grande clamore dovuto al successo (ormai planetario). Mormorii sussurrati sulla sua identità non l’ hanno mai disturbata, ma ora sembra sia stata detta la parola definitiva, sia stata messa all’angolo, sia stata svelata la sua colpa.
Beh perché sì, solitamente indagini patrimoniali, collegamenti internazionali, etc… si fanno per presunti mafiosi o criminali, non per gli scrittori. Molti infatti pensano che il talento investigativo dei giornalisti coinvolti sarebbe stato meglio impiegato in altre cause, più nobili, più utili alla società. Che di per sé è vero, anche noi che qui e ora ne stiamo parlando potremmo impiegare meglio il nostro tempo occupandoci della fame nel mondo, dei rifugiati, dei bambini abbandonati. Io ho scelto di occuparmi di libri e letteratura, per cui mi sembra giusto riflettere su questo caso, eclatante solo per l’importanza e la fama delle persone coinvolte.
Riflessioni che comunque portano altrove su temi molto più seri e universali. L’identità, il diritto alla privacy e la liceità di separare l’artista dalla sua opera. Ma torniamo a Elena Ferrante.
L’indagine investigativa del Sole 24, che porta una firma autorevole, Claudio Gatti, (giornalista serio, impegnato in molte indagini realmente importanti, dallo scandalo Oil for Food, alla denuncia che la banca americana JP Morgan Chase era coinvolta nella truffa da 50 miliardi di dollari perpetrata da Bernard Madoff ) ha di per sé avuto un taglio molto aggressivo se non ostile. Quasi come se tenere nascosta la propria identità fosse un fatto illecito e finalmente solo ora la Ferrante fosse stata inchiodata alle sue responsabilità.
L’articolo dice che è una bugiarda, (lo dice in modo elegante, affermando che è proprio la Ferrante ad ammetterlo) per cui è più che giustificato tutto questo impegno profuso per fare chiarezza e portare a galla la verità. Ecco spero che suoni anche a voi piuttosto eccessivo ed esagerato. Soprattutto perché non si indagano le ragioni di Anita Raja, le serie motivazioni che l’hanno spinta, sempre che sia lei, a nascondere di essere Elena Ferrante. E possono essere ragioni serie, etiche, anche dolorose.
Tutto è stato spazzato via, giudicandolo poco importante. Il prossimo passo quale sarà, indagare sulle presunte amanti del marito, pubblicare le sue cartelle cliniche?
Ecco è questo punto penso abbia spaventato e indignato tutti coloro che in queste ore dibattono. Identificarsi con Elena Ferrante, per quanto il parallelo è sicuramente poco bilanciato, e dire Elena Ferrante sono io.

:: La mia vita con Mr.Dangerous, di Paul Hornschemeier (Tunué, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

3 ottobre 2016
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«Di tutte le teste qui… Solo la tua chiede a dei cartoni di essere dei lucchetti»

Amy è una ragazza che ha appena compiuto 26 anni, lavora come commessa in un negozio d’abbigliamento, vive da sola con il suo gatto Moritz, si è appena lasciata col suo ragazzo e per il compleanno ha ricevuto in regalo dalla madre una maglia fuxia con un unicorno.
Ma soprattutto Amy è appassionata, anzi direi proprio ossessionata, da un cartone animato, Mr. Dangerous, i cui personaggi sono diventati un filtro e un veicolo per i suoi pensieri e sogni (ad occhi aperti e non) e anche un metro di valutazione nelle sue relazioni con gli altri.
Le relazioni di Amy con gli altri sono difficili, è spesso sola, incastrata in un lavoro poco gratificante e al di sotto delle sue capacità: solo con la madre sembra avere un legame stabile, ma si tratta comunque di un rapporto in cui è più quello che non si dicono a riempire i loro pranzi assieme. La madre infatti è una donna dolce, affettuosa, che ama profondamente la propria bambina, ma anche stanca, sfinita da un lavoro che non ama (lo stesso di Amy) e dall’età.
I rapporti con gli uomini poi sono ancora più disastrosi: del padre non c’è proprio traccia, se non per un cenno al fatto che abbia lo stesso umorismo di Amy; mentre cinque/sei relazioni si sono susseguite nella vita della ragazza, ma senza trovare mai qualcuno con cui poter davvero condividere qualcosa, relazioni che alla fine l’hanno lasciata ancora più sola, piena di complessi col proprio fisico e insicurezze.
L’unico vero legame profondo di Amy è con Michael, l’amico lontano, trasferitosi a San Francisco, presente però solo come una voce al telefono e mai nemmeno inquadrato in una vignetta. Una presenza insomma che si fa sentire soprattutto per la sua assenza. Michael condivide con lei lo stesso amore per Mr.Dangerous, per le avventure folli e i racconti strampalati, lo stesso tipo di umorismo; ma è lontano, spesso irraggiungibile al telefono. E anche Michael fa parte dell’immaginario di Amy, proiettato nel suo “teatro mentale” sotto forma di un gatto nascosto dietro una barba posticcia.
Michael è a tutti gli effetti il centro delle relazioni di Amy, la persona che più influenza le sue giornate, ma è un centro lontano, fuori dalla sua vita quotidiana per colpa della distanza.
La solitudine e i silenzi della vita di Amy sono ingabbiati in una griglia regolare, fatta di vignette dalla suddivisione classica, e in un disegno pulito, preciso, dal tratto un po’ “morbido”. I colori, senza sbavature o effetti di chiaro-scuro eccessivi, restano sempre tenui, mai carichi o saturi se non per certe scene oniriche in cui Amy trasforma se stessa in un personaggio del cartone di Mr. Dangerous e che finiscono con l’essere i momenti di introspezione più veri della ragazza.

Paul Hornschemeier è autore completo delle sue opere: testi, disegni e colori. Nato nel 1977 da genitori avvocati, cresciuto nel sud dell’Ohio, in una piccola città, le sue opere, famose per smascherare i meccanismi con cui si mente a se stessi, sono state tradotte in molte lingue e gli sono valse diversi premi, tra cui tre Eisner (Best Limited Series; Best Writer/Artist; Best Coloring). Ha lavorato con la Dark Horse che ha pubblicato il suo primo fumetto, Mother, come home, nel 2004 e con la Marvel per la quale ha colorato e diretto una mini serie.
La mia vita con Mr.Dangerous, 2011, è stato inserito tra i New York Time Best Seller.

Source: inviato dall’ufficio stampa di Tunué

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:: Questo non è un romanzo fantasy!, Roberto Gerilli (Plesio editore, 2015) a cura di Elena Romanello

3 ottobre 2016
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Filippo Mengarelli è un appassionato di giochi di ruolo e fantasy, e ha debuttato nel genere con Le cronache di Falcograd: il problema è che il libro non ha avuto nessun successo, è stato stroncato senza pietà dal più noto blogger del settore, vera e propria autorità per tutti gli appassionati che pendono dalle sue parole virtuali, e l’editore ha troncato con lui ogni rapporto.
Rimane solo una speranza per lui: andare al Lucca Comics & Games, la più grande manifestazione in tema dedicata all’immaginario nel nostro Paese, e cercare di riannodare i fili per salvare il suo futuro di scrittore. Perché Le cronache di Falcograd è solo il primo di una trilogia, che rischia di restare incompiuta, con un finale aperto sul più bello.
Con lui c’è l’inseparabile Alessandra, sua migliore amica, illustratrice e fangirl, con una particolare passione per l’universo di Doctor Who. Arrivato a Lucca, Filippo si scontra subito con gente che lo evita e lo prende in giro, ma poi scopre che in giro per la fiera ci sono quattro ragazzi vestiti come i protagonisti della sua saga. Ma forse non sono cosplayer come gli altri, forse sono gli stessi personaggi, che si sono catapultati nel nostro mondo in cerca di un autore che li porti alla giusta conclusione. Il problema è che non sono arrivati da soli, con loro c’è il nemico, che come tutti i nemici del fantasy vuole il potere assoluto e distruggere tutto e tutti.
Sono ormai tanti anni che il genere fantastico ha preso piede nel nostro Paese, soprattutto durante eventi come il Lucca Comics, tra i più amati e frequentati al mondo, insieme al Komiket di Tokyo e al Comicon di San Diego.
Roberto Gerilli scrive un romanzo fantasy, ma anche una parodia del genere e un omaggio scherzoso a tutti gli appassionati e i cultori, in un libro che si divora spesso piegandosi in due dalle risate.
Tra La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen per la mescolanza tra realtà e fantasia e Balle spaziali di Mel Brooks per gli omaggi al fandom fantasy e fumettistico con tutte le sue follie, Questo non è un romanzo fantasy è un libro imperdibile per gli appassionati di ogni età che ogni anno affollano Lucca e non solo, perché ognuno troverà qualcosa di se stesso e di quello che ha vissuto, amato, seguito in un luogo diventato magico. Ma è anche un libro per chi vuole capire di più la complessità, il divertimento e l’importanza di un certo fandom, per tanto tempo visto come meno influente di quello per esempio della musica, ma tutto da scoprire, tra citazioni, parodia, umorismo, presa in giro e riflessione. Perché di Filippi e di Alessandre è sempre pieno a Lucca, e qualcuno di loro è riuscito nel corso degli anni a realizzare i propri sogni, e a farli diventare realtà.
Lucca è tra poco più di un mese, e questo libro, uno dei primi se non il primo dedicato alla vita in fiera è un ottimo modo per prepararsi all’evento, a giorni dove davvero sembra che il confine tra fantasia e realtà sia labile.

Roberto Gerilli è un anconetano che da trentacinque anni vive cibandosi di libri, fumetti, film e serie tv. Si è laureato in ingegneria elettronica ma non è riuscito a creare il flusso canalizzatore, per cui ha deciso che da grande diventerà uno scrittore. Nel frattempo beve tè e racconta storie alla lepre marzolina. Nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Città Senza Eroi”, edito da UteLibri. Scrive per “Diario di Pensieri Persi” e “Speechless Magazine”. Il suo sito ufficiale è http://www.robertogerilli.it

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: Liberi junior – Il pigiama verde, Guia Risari (Coccole Books 2016) a cura di Viviana Filippini

30 settembre 2016
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Il piccolo Andrea è un bambino parecchio capriccioso, che sa dire sempre e solo no! Fosse solo questo a rendere il protagonista de Il pigiama verde una piccola peste, lo si potrebbe accettare, ma il bambino diventa ancora più cocciuto e dispettoso quando deve andare a letto, perché non vuole mai indossare il pigiama. La ragione? È il semplice fatto che il pigiamino gli ricorda troppo l’oscurità della notte, il buio e l’inquietante silenzio che la caratterizzano. Una sera il papà fa un regalo molto speciale ad Andrea: un bel pigiama verde. Il bambino è molto sospettoso e non capisce perché mai dovrebbe indossare quell’affare, ma il babbo gli fa notare che quell’indumento non è un semplice capo d’abbigliamento. Quella è una tuta speciale che gli farà vivere fantastiche avventure. Andrea, un po’ riluttante, indossa il pigiama verde e una volta chiusi gli occhi per dormire, il piccoletto comincerà una serie di inimmaginabili avventure. E così Andrea si trova con una fantastica tuta impermeabile nelle profondità marine dove scorge strane creature, compreso un polipo che cambia colore. In un attimo, il protagonista si ritrova prima nella giungla tra scimmie, uccellini canterini e felini maculati, e poi nello spazio, dove vede stelle luminose e sorridenti. Il libro di Guia Risari è una storia corredata dalle simpatiche e colorate illustrazioni di Andrea Alemanno che rendono agli occhi del piccolo lettore molto coinvolgenti le mirabolanti avventure vissute dal piccolo protagonista. Il pigiama verde di Guia Risari è una piacevole storia che aiuta i bambini a capire come il sonno, grazie ad un piccolo aiuto (in questo caso il pigiama verde) possa diventare una dimensione nella quale riposare con piacere, sperimentando emozionanti e fantastiche avventure.

Guia Risari (Milano, 1971) è laureata in Filosofia morale all’Università Statale di Milano. È specializzata in Studi ebraici moderni in Inghilterra e in Letteratura comparata in Francia, dove ha vissuto per qualche tempo e ha collaborato con diverse università francesi. Ha lavorato come educatrice, giornalista e traduttrice. Scrive racconti, libri per bambini, testi teatrali, saggi, testi surrealisti, poesie. Tiene laboratori, conferenze e corsi di scrittura e lettura. Fra i suoi libri si citano: Jean Améry. Il risentimento come morale sul risentimento nella filosofia occidentale (Franco Angeli 2002), vincitore di cinque premi letterari, L’alfabeto dimezzato. Storie di coccodrilli scottati e scimpanzé in piscina (Beisler, 2007), Il cavaliere che pestò la coda al drago (EDT-Giralangolo, 2008), Gli occhiali fantastici (Franco Cosimo Panini, 2010), Il Decamerino (Mondadori, 2015), La porta di Anne (Mondadori, 2016), Il viaggio di Lea (Einaudi Ragazzi, 2016).

Source: libro inviato dall’autrice, che ringraziamo, al recensore.

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:: Nomi di donna, Gianluca Pirozzi (L’erudita, 2016) a cura di Elena Romanello

30 settembre 2016
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Gianluca Pirozzi, autore e attivista per i diritti civili, si confronta nella sua terza fatica con l’universo femminile, con una serie di racconti, alcuni collegati altri no (ma si scopre mentre si legge), che raccontano tante sfaccettature dell’essere donna oggi, con pochi ma efficaci tratti, che portano subito nel cuore di esistenze diverse, opposte, ma tutte degne di essere raccontate e svelate da uno sguardo equilibrato e rigoroso.
Con le illustrazioni oniriche di Clara Garesio e una suddivisione in base alle ore del giorno e della notte in base al momento in cui avviene l’incontro tra il lettore e le protagoniste del libro, si scoprono scampoli di vita di Stella, Clara, Edda, Diana, Monica, Nadia, Aristea e altre, donne di tutte le età alle prese con i sentimenti, il lavoro, la propria vita, gioie, dolori, ricerche di se stesse e tanto altro.
Sono attimi di vita, come quella di Monica che va a correre tutte le mattine dopo aver perso un amore e poi torna verso quella che è la sua vita ormai solitaria, Nadia, che va a lavorare in albergo percorrendo un tratto illuminato da vetrine di negozi che le aprono per un attimo nuovi orizzonti, Aristea, che vive in una roulotte, Giovanna che fa i conti con un amore che dura da una vita all’alba degli ottant’anni, la nuova italiana Bianca che non ha dimenticato il suo Kenya, la transgender Fabiana che inizia la sua nuova vita come Andrea, Edda che deve affrontare la perdita di una persona amica, Agata che vede la sua vita distrutta dalla persona da cui pensava di essere amata.
Tutte storie essenziali che raccontano però il mondo al femminile di oggi, gli studi, i lavori anche fuori sede, la maternità, l’adolescenza, la vecchiaia, gli amori sbagliati, l’omosessualità, il transgenderismo, le famiglie disfatte e ricomposte, le crisi esistenziali, il vedere il mondo da una prospettiva diversa, con toni sempre efficaci e interessanti.
Un libro edito da una casa editrice indipendente e molto attiva, L’Erudita di Giulio Perrone, che negli ultimi mesi ha avuto varie presentazioni e segnalazioni proprio per le tante tematiche che tratta, che hanno reso interessante dibattiti in varie sedi, dai festival letterari alle associazioni GLBT, proprio perché gli spunti su cui parlare sono tanti, a partire da ognuna delle storie contenute nel libro

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli ed ha vissuto a Roma, Bruxelles, Parigi, Bogotá, Mumbai e Skopje. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e pubblicati in antologie e raccolte narrative. Ha pubblicato la raccolta Storie liquide (2010) e il romanzo Nell’altro (2012). Nomi di donna è il suo terzo libro.

Source: inviato dall’editore al recensore su segnalazione dell’autore.

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:: Blogathon “I classici della letteratura”: La dama delle camelie, Alexandre Dumas figlio

30 settembre 2016

vert « Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. »

(William Shakespeare, La Tempesta, Atto IV, Scena I)

Lessi per la prima volta La signora delle camelie, tradotta dal francese da Francesco Tarquini, una trentina di anni fa, avrò avuto 15 anni, e per quanto possa sembrare bizzarro, ben pochi libri furono capaci di influenzare sicuramente in meglio la mia vita e la mia idea di cosa significasse essere una donna, e anzi la mia stessa percezione della femminilità o se vogliamo anche di una certa visione del femminismo che da allora non mi ha più lasciato. Piuttosto bizzarro che tutto questo nacque appunto da un libro edito nel 1848 e scritto da Alexandre Dumas figlio in memoria di una cortigiana parigina che per un anno fu sua amante. Quindi quando è arrivato il momento di scegliere un classico per questo Blogathon non ho avuto quasi esitazione e ho scelto La Dame aux camélias.
Ho amato certamente molti altri libri, anche forse oggettivamente più belli stilisticamente o più complessi nella trama o maturi, Dumas era giovanissimo quando lo scrisse, ma il mondo che è riuscito evocare questo breve, anzi brevissimo romanzo, nessun altro romanzo è riuscito ad eguagliare.
I primi capitoli soprattutto quando il narratore si aggira per le stanze di Marguerite Gautier al numero 9 di Rue d’Antin, aperte al pubblico perché possa vedere gli oggetti che saranno poi battuti all’asta per coprire i debiti di una vita dispendiosa e dissoluta, sono della letteratura tutta i più struggenti e allo stesso tempo terribili che abbia mai letto. Rileggerli mi provoca sempre una forte emozione, per quel carico di non detto, critica sociale e pietà umana che racchiudono.
Marguerite Gautier, la bella, affascinante e sfortunata Marguerite Gautier è appena morta, e i membri dell’alta società parigina si aggirano come avvoltoi su quanto in vita aveva posseduto. Una morte che non fa rumore, tanto che il narratore si lamenta che nessuno gliel’abbia detto tornato a Parigi da poco. Questo genere di donne, per quanto bellissime, circondate dal lusso, colte, creano rumore e scandalo da vive, ma la loro morte scivola nel silenzio e nella più totale indifferenza. Quasi fossero infiltrate in un mondo per cui appunto sono solo state fonte di divertimento, niente di più.
Per la facile morale del mio secolo, puntualizza il narratore, che per queste donne prova una sincera e autentica umana comprensione. Che ha smesso di giudicarle da quando vide una donna portata via da gendarmi con un figlio in braccio dal quale stava per essere separata. Forse oggi sono riflessioni abbastanza comuni, ma certo non lo erano a metà Ottocento. Per sfuggire alla povertà la giovane Marguerite Gautier non ha scelta, può solo usare il suo corpo e la sua bellezza per ottenere quelle ricchezze, quella libertà, quell’indipendenza che altrimenti le sarebbero stati negati, condannandola ad una vita di stenti. Marguerite Gautier ammette di non essere una donna onesta, ammette che quelle cose valgono per lei di più di una buona reputazione, e forse anche dell’amore del duca che vede in lei un riflesso della figlia morta.
Marguerite Gautier è promiscua, tendenzialmente infedele, dilapida patrimoni, conosce le regole di quel mondo e le piega per i suoi interessi. Frequenta orge, e avida sempre di nuove sensazioni, anche forse per la malattia, la tisi, che la divora. Poi incontra il giovane Armand Duval e di colpo il suo mondo gretto, egoista, vizioso, crolla. Conosce l’amore e l’impossibilità di viverlo. Il suo passato le pesa come un macigno, le regole della sua società l’uccidono prima che lo faccia la tisi. E quando il padre di Armand le chiede di rinunciare a lui, il suo sacrificio è totale, rinuncia alla sua speranza di felicità quasi senza esitazione. Tanta generosità e sensibilità in una donna di tal genere è il motivo stesso per cui il narratore decide di tramandare la sua storia. Un’ eccezione, un’anomalia.
La Dame aux camélias parla della sostanza di cui è fatto l’amore, impalpabile come un merletto veneziano, e allo stesso tempo fragile e indistruttibile. Anche se la sofferenza che procura non fa sconti ed è reale e drammatica come ogni dolore che ci procuriamo con le nostre azioni, o le nostre debolezze. Marie Duplessis, la vera Marguerite Gautier non avrebbe potuto avere maggiore tributo, e grazie a questo libro infatti ancora oggi la ricordiamo con tenerezza e simpatia. Potere della letteratura.

Alexandre Dumas (figlio), figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

Source: acquisto personale.

Per conoscere tutti gli altri blog partecipanti e i relativi libri scelti vi invito a visitare il post di lancio.

:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016
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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il regalo, Eloy Moreno (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 settembre 2016
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Lui ha tutto, ha un lavoro che gli rende bene, una moglie che ama e che a sua volta ha un lavoro che rende bene, una figlia bellissima che adora, una casa grande e da quella mattina anche una macchina nuova. Già il suo desiderio si è avverato, tutti i risparmi che ha messo da parte sono serviti per comprare quella macchina, con la quale quel giorno sarebbe partito per lavoro, una delle sue solite settimane fuori casa che spesso capitano. Solo che quella settimana anche sua moglie deve partire una settimana per lavoro e la bambina starà con i nonni, ma lei sa che le vogliono bene.
Appena arriva al solito autogrill a cui si ferma quando è in viaggio scende per andare a fare colazione, dà qualche monetina al barbone che suona la chitarra fuori dall’ingresso ed entra.
Poco dopo, appena sta iniziando a bere la sua tazza di caffè sente il rombo di un motore conosciuto, si gira e vede la sua macchina uscire dal parcheggio, uscire dall’area di sosta e prendere l’autostrada fino a scomparire.
A nulla serve correrle dietro, gli tocca tornare all’autogrill bagnato fradicio a causa della pioggia con il morale distrutto.
Per fortuna il direttore dell’autogrill, gentilmente, si prende cura di lui e gli procura un passaggio per arrivare all’Isola, un paesino lì vicino per fare la denuncia del furto.
Il passaggio glielo dà proprio il barbone seduto fuori, un musicista che in realtà recapita pacchi all’Isola ma che il suo vero lavoro è suonare ovunque.
L’uomo è disperato, ha paura, non si fida, ma intraprende comunque quest’ultima parte di viaggio per poter far denuncia e così tornare nel mondo normale, ma quello che lo aspetta è completamente diverso.
Un romanzo molto carismatico e profondo che si rivela essere totalmente diverso da quello che il lettore si aspetterebbe a primo impatto.
Infatti se a prima vista, dopo aver letto la quarta di copertina, ci si aspetta il classico romanzo di viaggi, stile on the road, dove il protagonista deve affrontare disavventure per conoscere se stesso e tornare migliorato, qui il viaggio è solo in un unico paesino. Il vero viaggio però è dentro alle persone che incontra in questo paese. Pur avendo tutte un segreto alle spalle, e pur essendo tutte in combutta contro l’uomo, lui le conoscerà solo nella versione migliore, quella rinata, quella che hanno ora, non conoscerà mai a fondo la loro parte nera e segreta, ma nonostante questo le loro spiegazioni, i loro insegnamenti, la loro dimostrazione pratica di vita lo porteranno a farsi un esame di coscienza per capire meglio cosa realmente vuole lui dalla vita e cosa invece sta facendo solo perché crede di volerlo a causa degli insegnamenti inculcatici dalla società fin da piccoli.
La trama di sottofondo è molto elaborata ma resa comunque semplice e di facile comprensione grazie allo stile narrativo semplice scelto dall’autore.
Molto ben sviluppati sono i pensieri del protagonista, la sua confusione, i suoi timori, i suoi sogni e le sue rassegnazioni, specialmente a fine romanzo quando dentro di lui inizia la lotta tra il voler provare a realizzare i suoi sogni e la parte più concreta che gli impone di lasciare i sogni chiusi in un cassetto perché la società è quello che richiede.
Il musicista, invece, è realizzato bene da un lato, ma dall’altro a volte forse è stato reso un po’ troppo pedante, con quel suo modo di fare da so tutto io che indispone, ma anche questo comunque dimostra la capacità dell’autore di realizzare personaggi molto realistici sia nel bene che nel male.

Eloy Moreno nasce a Castellon de la Plana nel 1976.
Laureato in Ingegneria Tecnica Informatica di Gestione all’Università Jaume I, ha iniziato a lavorare in un’impresa informatica per poi vincere il concorso di informatica al Municipio di Castellon de la Plana.
Il regalo è il suo secondo romanzo pubblicato, il primo è Ricomincio da te.
Nel 2008 ha vinto il concorso di Racconto Breve con La cama Creciente.

Source: ebook inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Un’ intervista con Andrea D’Angelo

29 settembre 2016

lisbBenvenuto Andrea su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te per questo spazio, Giulia. La prima cosa che mi viene in mente al momento, se devo descrivermi, è “ho 28 anni”. Sarà che li ho compiuti da poco o sarà che mi sembrano essere trascorsi molto in fretta. In qualche modo sembrano darmi la misura di tante cose passate, alcune davvero, altre per finta.
L’impennata veloce del tempo è sicuramente venuta a 20 anni, quando mi sono trasferito in Germania per la prima volta. A pensarci adesso vedo un ragazzino che si lanciava nel vuoto. Quella caduta però non la cambierei per niente al mondo. È stata un passo cruciale verso l’età adulta, come persona e come scrittore. Mi ha permesso di imparare il tedesco che è oggi la mia principale lingua di lavoro, e di conoscere il mondo accademico di Berlino che ha un approccio alla letteratura completamente diverso dall’università italiana. Con questo non intendo sempre migliore, anzi vado molto fiero della preparazione che mi ha dato L’Orientale di Napoli. Senza di questa non avrei mai potuto affrontare il percorso che ho fatto. Ho un legame molto forte sia con Napoli, sia con Berlino. Principalmente fra Napoli e Berlino si muove infatti il mio primo romanzo L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate. Poi però quando ho finito i miei studi alla Freie il bisogno di nuovi stimoli mi ha portato a Lisbona.

Si parla tanto in Italia di fuga di cervelli, tu lasciasti l’Italia per la Germania in tempi non sospetti già una decina di anni fa. Cosa ti ha spinto a partire?

Ammetto che la mia decisione di partire per la Germania sia stata più motivata dal desiderio che dalla necessità. Inizialmente il mio progetto era quello di specializzarmi in lingua e cultura giapponese in Germania. Poi però la passione per la letteratura ha prevalso e ho scelto di continuare sulla strada delle letterature comparate. Forse la vera spinta è venuta molto prima, quando a 18 anni sapevo di voler studiare il giapponese e, leggendo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera mi ha convinto ad abbinarlo al tedesco. C’è un passaggio in cui scrive che il tedesco è una lingua di parole pesanti, nel senso che le parole del tedesco sono piene di significato.
Lo scontro con la realtà del lavoro è venuto dopo, quando inevitabilmente ho dovuto constatare che di spazio per gli umanisti in Italia ce n’è veramente poco.

Come ti sei trovato al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro, la gente come ti ha accolto?

La Germania all’epoca mi ha accolto, ma a modo suo – non certo a braccia aperte, ma più con un’espressione di “mi raccomando, non sporcare”. La ricerca del lavoro è stata forse la cosa più facile da affrontare. Ce n’è tanto e soprattutto se si parla bene il tedesco si ha un accesso privilegiato in confronto ai tanti che arrivano senza parlarlo e che spesso non lo imparano per niente, nemmeno dopo anni.
Al contrario trovare casa a Berlino può essere un inferno, specialmente nel contesto delle case condivise. Ma con gli anni almeno per me è diventato più facile, grazie a una buona cerchia di amici. Ci siamo aiutati l’un l’altro. Di tedeschi in questa cerchia ce ne sono pochi, malgrado in Germania abbia cominciato a sentirmi culturalmente molto integrato. Paradossalmente questa integrazione si è rivelata maggiormente in altri contesti, conoscendo tedeschi in Portogallo per esempio. E come se il trovarci tutti in una terra straniera abbia colmato quella distanza culturale dettata dalle etichette del tedesco e dell’italiano che in Germania non riuscivamo a colmare.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Ai ragazzi che volessero seguire un percorso come il mio consiglierei di immergersi completamente, per non rischiare di sentirsi sempre inevitabilmente dei pesci fuor d’acqua. Questo comprende imparare la lingua del posto e studiarne la cultura, per farla lentamente propria.
Chiaramente in tutto questo la letteratura è un accesso privilegiato, l’espressione diretta di una cultura che cerca di spiegarsi a parole.

Ora vivi a Lisbona, una città piuttosto insolita come meta di migrazione. Descrivicela? Come ti trovi? Cosa ami, cosa ti piace meno di questa tua nuova città?

A Lisbona sono finito per caso. Una mattina a colazione a Napoli, un’amica mi ha detto che sarebbe stata un bel posto dove andare. E allora mi sono messo a cercare lavoro e qualche giorno dopo ero già lì.
Ho riscoperto poi in Lisbona, a piccoli passi, una città in grande fermento. È un grande cantiere. È in piena fase di restauro, da cima a fondo. Inoltra la nuova ondata di immigrazione europea comincia a farsi sentire molto e questo è sempre positivo, come tutte le immigrazioni, perché crea confronto.
Di Lisbona amo la luce, i palazzi, le strade e tutta la sua cultura da scoprire, nella musica, nella storia e nel suo essere mezza modernissima e mezza attardata in una lentezza antiquata.
Non me ne piace la burocrazia e a volte l’atteggiamento disfattista che i portoghesi si lasciano sfuggire.

Come è la vita culturale a Lisbona. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Lisbona è culturalmente molto viva. Si può dire che tutti i mesi ci sia qualche grande evento culturale, come il festival delle lingue o della letteratura. Ci sono alcune delle librerie più vecchie d’Europa. I portoghesi leggono molto, anche se non lo danno a vedere. Conoscono tutti la storia del Portogallo e della sua letteratura a menadito e passano il tempo ad accusarsi di non saperne abbastanza.
Ammetto di non essermi riuscito ancora a fare un’idea molto chiara dell’aria che tira. Mi sembra che al momento a farla da padrone nella produzione cultura portoghese sia una nuova elaborazione del passato coloniale.

Lisbona è una tappa di passaggio o pensi che tra una ventina d’anni sarai ancora lì?

Sinceramente non lo so. Per il momento sento di doverla scoprire ancora e che ha ancora molto da darmi. E poi non me ne andrei mai prima di aver imparato bene il portoghese.

Oltre che viaggiatore sei anche scrittore. Stai scrivendo un libro sulla tua esperienza, vero? Ce ne vuoi parlare?

La scoperta del Portogallo ha portato con sé tanti spunti di riflessione. È una realtà composita che si configura in maniera ben distante dall’immaginario collettivo del Paese della crisi acuta. Tutti schiavi in Portogallo è un romanzo a puntate che per ora si può leggere sul mio blog Penelope a pretesto e che si incentra ironicamente proprio su questo assunto generalizzante e semplicistico. Marta, la sua protagonista, è un personaggio dai sentimenti semplici e dai pensieri complessi. Analizza il Portogallo con un occhio attento e si lascia stupire dalle contraddizioni tra ciò che si dice e che quindi necessariamente si aspetta e la realtà fattuale. Si sente per esempio in dovere di odiare il suo lavoro, che non corrisponde affatto ai sogni che voleva realizzare una volta, però non ci riesce davvero. E il suo Portogallo si trasforma lentamente in un posto dove tutto è possibile e che intenzionalmente cerca di insegnarle qualcosa.

Grazie del tuo tempo, ci diamo appuntamento appena l’hai pubblicato.

Grazie a te.

Nota: potete leggere i primi capitoli del romanzo qui

:: Referendum costituzionale 2016: le ragioni del sì e del no, a cura di Daniela DiStefano

28 settembre 2016

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Per il Sì o per il No, l’Italia si prepara ad una svolta. Ma gli italiani saranno preparati a ciò?

Fissato l’appuntamento per il quattro dicembre, gli italiani sono chiamati a presentarsi alle urne muniti di coscienza. Naturalmente, parliamo del Referendum sulla Riforma costituzionale, l’argomento, il cruccio, la questione del momento. Non è compito di queste righe spiegare sommariamente o dettagliatamente la Riforma della nostra Carta Fondamentale, però qualche riflessione può nascere leggendo alcuni saggi pubblicati nei mesi scorsi. Si cimentano in essi le menti più avvezze del nostro panorama costituzionale. Nel volume “Loro DIRANNO, noi DICIAMO. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza), Gustavo Zagrebelsky (presidente onorario di “Libertà e Giustizia” nonché professore emerito nell’Università di Torino) e Francesco Pallante prendono in contropiede i fautori del Sì, affermando come:

Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare.

Per i due dotti, La Costituzione è un patto solenne che unisce un popolo sovrano mentre questa riforma non unisce ma divide, non è altro che la codificazione della perdita di sovranità.
Entrando più a fondo, si evince come il dimagrimento del Senato propugnato nella revisione non porterebbe gli effetti auspicati di una riduzione dei costi in favore di un bicameralismo non più illogicamente paritario. Insomma, che senso avrebbe la “supervisione” del Senato quando sarebbe già nota l’esistenza di una maggioranza alla Camera, in grado comunque d’imporre la propria scelta? Conterebbe  in definitiva solo ciò che accade alla Camera, dove permarrebbero 630 deputati, mentre il Senato da 315 scenderebbe a 95 (più cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica).
Poco chiara anche la dinamica sulla composizione del Senato.
I Consigli regionali dovrebbero mandare in Senato i consiglieri più votati o gli elettori  esprimerebbero due voti (uno per il Consiglio regionale, l’altro per il Senato)?
E’ chiaro che solo nel secondo caso si può parlare di una indicazione popolare.
Veniamo all’altro spinoso, odioso, oggetto del contendere: l’Italicum.

Con questa leggere elettorale, la lista che “arriva prima” alle elezioni ottenendo almeno il 40% dei voti conquista 340 seggi, cioè il 54% dei 630 seggi alla Camera.  Se nessuna lista raggiunge il 40% si svolge un secondo turno di ballottaggio. La lista che vince il ballottaggio conquista 340 seggi. Un premio di maggioranza così configurato è incostituzionale. Accedono alla ripartizione dei seggi solo le liste che abbiano ottenuto almeno il 3% dei voti. Non è invece prevista alcuna soglia minima per il ballottaggio. Questo significa che se si presentassero alle elezioni decine di partiti  e tutti prendessero pochissimi voti, con il 3,01% si accederebbe al ballottaggio e, in caso di vittoria al secondo turno, si avrebbero 340 seggi!

Assurdo? Possibile. Persino la legge Acerbo, ai tempi del fascismo, prescriveva che per accedere al premio di maggioranza si dovesse conseguire come minimo il 25% dei voti… .
Parlando di fascismo, c’è il pericolo di una involuzione autoritaria?
Il quadro non è catastrofico ma preoccupante, c’è il rischio di una “democrazia d’investitura” dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti si sono trasformati in appendici di vertici personalistici. Altra materia aspra di lotte è quella che riguarda gli Enti locali.
Spicca l’abolizione delle Province, al loro posto emergono “gli enti di area vasta”. Il rischio è che al posto di una Provincia avremo una pluralità di “enti di area vasta”, ciascuno dotato dei propri vertici e di una propria struttura amministrativa.

Forse, sarebbe stato più razionale accorpare le Province esistenti e aumentarne le competenze, a scapito della miriade di enti oggi esistenti.

Concludendo, Zagrebelsky ritiene che l’accoppiata Italicum-revisione costituzionale  evidenzi come il vero obiettivo delle riforme sia lo spostamento dell’asse istituzionale a favore del Governo: una specie di autarchia elettiva. Edito da Laterza è anche il saggio di Gaetano Azzariti – ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza – “Contro il revisionismo costituzionale”.
Un titolo eloquente, quest’ultimo,  che fornisce indicazioni preziose pure sul concetto di divieto di mandato imperativo: limite benefico,  garanzia, difesa della sovranità dell’organo.

Viviamo un tempo infinito. Una transizione costituzionale che non ha mai termine e che passa da una << grande riforma>> all’altra. C’è bisogno di una << rivoluzione culturale>>.

La revisione costituzionale – per Azzariti –   deve diventare strumento di << manutenzione>>  dei valori costituzionali nelle mutate condizioni storiche. Valerio Onida (presidente emerito della Corte costituzionale) e Gaetano Quagliarello (ex ministro delle Riforme costituzionali del governo Letta) spiegano, in un libro edito da Rubbettino, “Perché è saggio dire No. La vera storia di una riforma che “ha cambiato verso”. Per questi esperti di colore politico differente,

le Costituzioni, quando sono valide, come la nostra certamente è, esprimono non ciò che è mutevole ma ciò che è destinato a durare nel tempo. Il che non significa che la Carta Fondamentale sia intangibile anche nella sua seconda parte, ma la revisione dev’essere frutto di condivisione.

In materia costituzionale il “meglio qualcosa di niente” non esiste. Ciò che è malfatto produce danni. Porre una sorta di questione di fiducia sul governo è un fatto che svilisce la Costituzione stessa.
Fin qui, i fautori del No alla Riforma, a favore invece della revisione costituzionale si sono pronunciati, tra gli altri, Luciano Violante e Marcello Pera. Giovanni Guzzetta,  un costituzionalista, è autore, invece,  di un saggio dal titolo:  “Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale” (Rubbettino).
Il saggio compie un ampio giro storico, risalendo fino a De Gasperi, per approdare alla conclusione che per settant’anni si è vissuti nella provvisorietà, eccezione, emergenza, senza mai pervenire ad una duratura stabilizzazione.

E la Costituzione è stata di volta in volta reliquia intoccabile o feticcio da abbattere. Oggi, i cittadini possono decidere sul futuro della Repubblica transitoria.

Più o meno questi i punti emersi nel conflitto delle idee sulla revisione della Costituzione. Tocca all’elettore l’ultima parola, e far zittire una delle due parti in sfida. Chiunque vinca, sappia che perderà di fronte alla montante sfiducia che circonda la Politica e i politici oggi. Si griderà al tradimento della carta Fondamentale, se prevale il Sì. Si condanneranno i gufi dello status quo, se prevale il No.
E l’Italia intanto va indietro per sorpassare il domani.

:: Ci proteggerà la neve, Ruta Sepetys (Garzanti, 2016)

26 settembre 2016
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La guerra è una catastrofe. Spezza famiglie in cocci irreparabili. Ma non è detto che coloro che se ne sono andati siano persi.

Ci sono pieghe della storia destinate a rimanere oscure. Episodi, vite vissute che non verranno mai ricordate, che non compariranno nei libri di storia, o nei discorsi di conferenze e dibattiti, perché nessuno si è preso la briga di narrarli, di tramandarli. E’ inevitabile, molto andrà perduto, quello che resta è solo un’ infinitesima percentuale di memoria condivisa.
Poi ci sono fatti nascosti nel passato che non vedrebbero la luce, che non giungerebbero all’opinione pubblica, se non per un concatenarsi di eventi, a volte fortuiti, a volte sorprendenti. Testimoni ancora in vita che decidono di narrare eventi di 70 anni prima, una ricercatrice, con il dono di saper scrivere, con la voglia e il coraggio di passare anni a viaggiare, scartabellare documenti, biglietti, leggere interviste, consultare biblioteche, e soprattutto lettori desiderosi di conoscere una storia per certi versi dimenticata.
Ruta Sepetys, già autrice di Avevano spento anche la luna (2011), ci riporta durante la Seconda Guerra Mondiale e nel suo nuovo romanzo, Ci proteggerà la neve, (Salt to the Sea, 2016) fa luce su uno di quegli episodi che senza di lei sarebbero stati destinati all’oblio. Ci narra infondo una storia di famiglia, al massimo conosciuta dai suoi stretti familiari, sussurrata in qualche incontro conviviale, destinata ad essere conosciuta solo dai pochi discendenti di coloro che la vissero. Una storia tragica, di dolore, di guerra, ma anche di coraggio, di eroismo, di speranza. Insomma una storia capace di coinvolgere e interessare anche coloro che non fanno parte del suo cerchio familiare, per il suo respiro universale, per il suo essere testimonianza e in un certo senso monito per le generazioni future.
Molto di quello che leggerete in questo libro probabilmente vi sorprenderà, arrivando a intaccare anche molte vostre convinzioni profonde. Alcuni fatti sono davvero incredibili, addirittura inverosimili, ma tuttavia la vita è incredibilmente più strana di qualsiasi cosa la mente umana possa inventare.
Cuore del romanzo è un episodio dimenticato che lascio le parole dell’autrice descrivere:

durante la Seconda Guerra Mondiale una nave nota col nome di Wilhelm Gustloff salpò durante una cupa bufera di neve, con a bordo più di diecimila sfollati, tra cui cinquemila bambini e adolescenti. La nave partì ma non arrivò mai alla sua destinazione stabilita. Scomparve. Cosa successe alla Wilhelm Gustloff e ai diecimila passeggeri che trasportava?

Tra quei bambini profughi dispersi per l’Europa ci fu il padre dell’autrice e una sua cugina trovò un passaggio sulla Wilhelm Gustloff. Da questo nucleo reale si è dipanata la storia di Joana, Florian, Emilia e Alfred. La storia di un gruppo di profughi (quanto oggi questa parola suona drammaticamente reale) in fuga dalla Prussia invasa dall’ Armata Rossa di Stalin. Per la maggior parte civili tedeschi, ma anche lituani come il padre dell’autrice, polacchi, lettoni, prussiani. Tutti in fuga verso il mar Baltico in attesa di una nave che li porterà (forse) in salvo.
La Sepetys ci narra le loro storie, drammatizzando certo, ma condensando esistenze reali, fatti vissuti. Così conosciamo una ragazza lettone all’ottavo mese di gravidanza, una infermiera lituana che ha lasciato il suo paese, Florian, un tedesco che nasconde un segreto che può renderlo ricco, ma anche portarlo alla morte. E ancora un anziano calzolaio, che sa quale scarpa ognuno dovrebbe portare per arrivare alla meta. Un bambino che ha perso la mamma e che ha adottato il calzolaio come nonne ed Eva una donna grande e grossa che trascina con un cavallo un carro che porta tutte le sue ricchezze.
Questo gruppo eterogeneo si trascinerà in mezzo alle insidie e ai pericoli tutto per arrivare al porto dove li attende la nave della salvezza. Non anticipo altro, starà al lettore arrivare a questo punto e proseguire seguendo il destino della Wilhelm Gustloff e dei suoi passeggeri, per lo meno di coloro che riuscirono a salire a bordo.
Ci proteggerà la neve, l’avete capito è un romanzo che non farà fatica a commuovervi, e a farvi sentire come reali le vite dei personaggi. Il suo realismo infatti, grazie all’attenta ricostruzione storica dell’autrice, è senz’altro la parte più efficace e sorprendente, soprattutto perché racchiude molte riflessioni sulla brutalità della guerra, che inevitabilmente rende peggiori alcuni e altri eroici soprattutto quando è in gioco la vita e la sopravvivenza.
La sorte dei civili nelle zone di guerra sono passati 70 anni ma non è cambiata di molto. I profughi fuggono in cerca di salvezza e son pochi quelli che riescono a trovarla.
L’edizione italiana è pubblicata da Garzanti e tradotta da Roberta Scarabelli.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013) e Ci proteggerà la neve (2016), tutti editi da Garzanti. Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.