:: Recensione di L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun (Bompiani, 2006) a cura di Michela Bortoletto

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Per quelli che, come me, provano un amore incondizionato per i libri girare tra le bancarelle di libri usati è un’esperienza triste e affascinante allo stesso tempo. Triste perché si trovano i libri che qualcuno non vuole più: libri nuovi, vecchi, libri che sono stati letti oppure messi da parte dopo qualche pagina, libri amati ma più spesso odiati, ritenuti un inutile spreco di carta oppure una scomoda eredità. Affascinante perché ogni libro nasconde una propria storia fatta di amore, odio, affetti e ricordi.
Affascinante anche perché spesso tra quei mucchi di libri che qualcuno non ha più voluto si fanno delle vere e proprie scoperte. Ci si può trovare di fronte a vecchie edizioni di grandi classici  ma anche agli ultimi titoli usciti in libreria, regali non apprezzati e subito buttati via.
Ieri, curiosando tra i titoli esposti in una di queste bancarelle mi sono imbattuta ne L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun, un libro abbastanza recente, del 2004, che si trova ancora tranquillamente in commercio. L’ho notato non per la sua copertina, che sgargiante non è, e nemmeno per il titolo. Semplicemente l’ho preso tra le mani per curiosità, l’ho voltato e ho letto la quarta di copertina.
Stamattina ho ricevuto una lettera. Una busta di carta riciclata. Sopra la testa di Hassan II con la djellaba bianca, un timbro, su cui data e luogo sono difficilmente leggibili. Una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico.”
Non so spiegare il motivo, ma queste brevi frasi mi hanno convinto: quel libro doveva essere mio!
L’ho preso, portato a casa e letto d’un fiato. Dentro di me qualcosa mi diceva che non mi avrebbe deluso. E così è stato.
La storia è semplice: Mamed è Ali sono amici d’infanzia. Si sono conosciuti tra i banchi di scuola. Tahar Ben Jelloun ci racconta di questa amicizia dai punti di vista di entrambi. Le versioni sono simili ma non coincidono del tutto: la scuola, le prime esperienze sessuali, la prigionia, il matrimonio e i figli. Finché qualcosa si interpone tra loro e il forte legame che li unisce sembra spezzarsi definitivamente. Mamed all’improvviso diventa astioso e rinfaccia ad Ali di averlo ingannato. Ali non capisce il perché di tanto odio, ma sa che non possono essere i soldi il vero motivo dell’allontanamento di Mamed. Ci deve essere sotto dell’altro. E infatti è così. Mamed è malato, sta per morire e decide di allontanare Ali. Non vuole averlo accanto, vedere negli occhi del suo amico la sofferenza, la pietà e la compassione per la sua inevitabile fine. Vuole risparmiarlo.
Quello di Mamed è per lui un gesto di generosità. Ma quello che ha fatto Mamed è giusto? È corretto mentire all’unico vero amico di una vita, allontanarlo, fargli credere di essere in collera con lui e impedirgli di starci accanto e dirci addio come si deve?
La storia di Mamed e Ali fa riflettere. Leggendo il racconto di questa grande amicizia mi sono chiesta più volte cosa avrei fatto io al posto di Mamed. Avrei allontanato da me Ali? O forse gli avrei detto tutta la verità chiedendogli di rimanermi accanto? O piuttosto, avrei fatto scegliere a lui se rimanere o scappare?
Quello che ci offre Ben Jelloun è solo una delle tante soluzioni possibili. Ci racconta la scelta di Mamed, che forse è la stessa che avrebbe fatto lo stesso autore o forse no. Ma con il suo racconto ci dona anche l’occasione di riflettere sull’amicizia, sulla malattia, sulla morte e sulle innumerevoli scelte e possibilità che ci troviamo davanti tutti i giorni. I libri migliori sono quelli che non finiscono con l’ultima pagina ma vanno avanti dentro di noi, ci spingono a riflettere, a immaginare, a cercare di capire quali potrebbero essere la nostra versione e le nostre idee e opinioni su quel determinato argomento, arrivando anche a contestare le scelte dell’autore. Perché ogni libro è un universo a sé che apre la porta a un’infinità di altri universi.

Tahar Ben Jelloun, nato a Fès (Marocco) nel 1944, vive a Parigi. Poeta, romanziere e giornalista,ha vinto il Premio Goncourt nel 1987. È noto in Italia per i suoi numerosi libri, tra cui Creatura di sabbia, 1987; L’amicizia, 1994; Corrotto, 1994; L’ultimo amore è sempre il primo?, 1995; Nadia, 1996; Il razzismo spiegato a mia figlia, 1998, giunto alla quarantottesima edizione (e ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); L’estrema solitudine, 1999; L’albergo dei poveri, 1999; La scuola o la scarpa, 2000; Il libro del buio, 2001 (International IMPAC Dublin Literary Award 2004); L’Islam spiegato ai nostri figli, 2001 (ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); Jenin, 2002; Amori stregati, 2003; L’ultimo amico, 2004; “La fatalità della bellezza”, in Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi, Notte senza fine, 2004; Non capisco il mondo arabo, 2006; Partire, 2007; L’uomo che amava troppo le donne, 2010.

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