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:: Un’ intervista con Gianluca Giusti, “Sono fermo, mi muovo”, a cura di Elisa Costa

1 novembre 2016

giuntiCiao, Gianluca! Vorrei porti qualche domanda a proposito del tuo bel libro, “Sono fermo, mi muovo”. Sei pronto a cominciare?

Certo Elisa, grazie per l’opportunità.
Lasciami solo salutare e ringraziare i lettori che leggeranno questa intervista.

Parliamo innanzitutto del titolo: si dice che restare immobili troppo a lungo impedisca la crescita e il cambiamento, eppure le tue parole sembrano affermare che a volte è necessaria una sosta, laddove ne valga la pena. Secondo te la società odierna ha perso il senso della contemplazione?

In un mondo che è sempre più chino sugli smartphone e i tablet la contemplazione rischia di diventare un concetto utopico o da ricreare con una applicazione ma, a parte questo, dici una verità incontestabile. Il protagonista del libro, infatti, alterna soste e movimento per lasciare spazio alla riflessione riprendendosi a muovere poco dopo. Quel momento di riflessione serve proprio a creare i presupposti per cambiare ed adattarsi ad una società che a sua volta cambia a velocità pazzesche. Indipendentemente che cambi in meglio o in peggio, senza capacità di adattarsi e reagire, il rischio è di trovarsi troppo indietro. Il mondo del lavoro ne è un esempio classico. Per un giovane la speranza di trovare lavoro è direttamente proporzionale a quanta differenza può fare e il valore aggiunto che può dare per chi lo assume. O per il mercato, se decide di mettersi in proprio. Consiglierei, in particolare ai giovani, e anche ai meno giovani, di alzare ogni tanto gli occhi e chiedersi in che modo possono fare la differenza. Facendo questo è più probabile che il concetto di cambiamento diventi molto più incline ai nostri comportamenti che, per comodità o pigrizia, rimangono generalmente troppo standardizzati.

L’argomento principale dell’opera, lo si capisce fin dalle prime pagine, è l’amore smisurato che nutri nei confronti di Montecatini Terme. Ti propongo un piccolo gioco: se la tua città fosse un fiore, quale sarebbe?

Purtroppo il mio già scarno armamentario di buone qualità si è dimenticato d’inserire l’opzione: animo sublime. Io passo, ma rilancio per il lettore. Coloro che mi daranno il privilegio della lettura possono identificare il libro con un fiore, che per loro è quello ideale.
Il loro fiore sarà il mio fiore.

E se fosse una canzone?

Beh, qui mi dai il più bello degli assist per un goal all’incrocio dei pali.
Naturalmente la canzone del gruppo emergente Zocaffè che, con il suo ritmo trascinante, accompagna le immagini del booktrailer di “Sono fermo, mi muovo”.

E se invece ti imbattessi in un alieno proveniente da un’altra galassia e dovessi descrivergli Montecatini Terme con quattro semplici parole, quali useresti?

La Terra è qui!

Se ti venisse offerta la possibilità di diventare lo scrittore più famoso e apprezzato del mondo, ma per coglierla fossi costretto a lasciare la tua città… Cosa sceglieresti?

Non sono già famoso? Come dici? No? Ah scusa, per un attimo…
A parte gli scherzi, lascerei ma i buoni esempi aiutano come Sirio Maccioni. Montecatinese doc, è il titolare del super rinomato ristorante “Le Cirque”, di New York. Lui puoi giuraci che è famoso. Eppure il legame con la sua città, che poi è anche la mia, è rimasto immutato. Non è tanto la distanza ma come si vive la distanza.

Comunque non dimentichiamo che “Sono fermo, mi muovo” è anche un saggio d’attualità, nel quale esprimi la tua opinione circa problemi importanti. Ma che tipo di ascoltatore sei? Ti piace conoscere le idee di chi magari è in disaccordo con te, senza cercare di persuadere gli altri a ogni costo?

Figuriamoci! Io non sono un guru e ancor meno vado in giro alla ricerca di proseliti. Ascolto volentieri perché ho ancora tanto da imparare e quando ci sono le circostanze, posso tranquillamente cambiare opinione. Ma le circostanze devono esserci, date da fatti dimostrabili e ripetibili. Siamo prossimi a un referendum e ho la mia idea, al momento la parte opposta non è riuscita a convincermi ma non smetto certo di ascoltare. Vedi, saper stare zitti è un’arte, quasi quanto quella oratoria. Anzi, in alcune circostanze lo è anche di più, perché quando si parla per il solo gusto di voler dire qualcosa, la bischerata, detto alla toscana, è prossima a uscire dalla bocca.

Ciò che scrivi dimostra che possiedi un’intelligenza vivace, la capacità di formulare giudizi precisi e, soprattutto, la voglia di aiutare gli altri. Hai mai pensato di proporti per un impegno politico serio, al fine di migliorare il presente e il futuro della tua città? O forse è un’esperienza che hai già fatto?

Mai fatto e che mai farò. Servono capacità che sono consapevole di non avere quindi rischierei di fare danni. Il problema è quando, chi fa danni, ha iniziato pensando di avere le capacità o di utilizzare la politica per i propri interessi personali. Io do il mio contributo con l’esempio e il comportamento, pagando le tasse prima di tutto e agendo con educazione e senso civico. Contributo che ho cercato di dare con Sono fermo, mi muovo, parlando della nostra città in modo positivo esaltando le grandi potenzialità e bellezze che ha da sempre. Guarda caso, e sembra incredibile a dirsi, è stato praticamente ignorato dai politici della maggioranza della città. Ho fatto due presentazioni nello stabilimento principale delle terme e non è passato nessuno di loro, nemmeno per una presenza di circostanza. Potrei capirlo se avessi scritto qualcosa che parla male di Montecatini o per esaltarne le inefficienze, ma è tutto il contrario. La decadenza e le negatività sono bandite da questo libro. Io non cerco i guadagni, la gloria o le copertine patinate, sto solo cercando di dare una mano.

Veniamo ora al misterioso Wilson. Nel finale ci sveli una sorpresa a proposito di questo personaggio, ma per quasi tutta la durata della storia parli di lui come di un fantasma: ti è mai capitato di sentirti davvero inseguito da un’ombra? Un ricordo scomodo, una paura, o magari un rimorso?

Permettimi di ringraziare Silvia Motroni. Lei è il deus ex machina. Scoprirete leggendo perché Silvia è così importante per “Sono fermo, mi muovo” ma, oltre alla sua prefazione, c’è molto di più. Per esempio, che l’idea di creare Wilson è nata proprio da una sua critica, positiva, dopo aver letto la prima stesura. Il racconto, senza questo strampalato co-protagonista, risultava piatto e lei me lo ha fatto notare invitandomi a ravvivare, “in qualche modo”, la scena. Arrovellandomi ho pensato d’inserire questo personaggio che ha delle peculiarità: non lo vede nessuno eccetto me, non parla con nessuno e neanche con me ma, posso rassicurare i lettori che ravviva eccome, la scena. Ombre che m’inseguono no, ma che mi segue sì, ed è la mia. Sufficientemente spaventosa. La paura invece è un’altra faccenda, quella non mi lascia mai. Per il rimorso credo nessun essere umano ne sia privo. Il bello è che spesso sono rimorsi che non hanno ragion d’essere ma di sola auto creazione, giusto per farsi un po’ del male. Il mio rimorso è tra le pagine del libro, emerge potente in uno strano pomeriggio di giovedì, nella piazza principale.

In “Portrait of a Lady”, Henry James faceva dire a uno dei protagonisti che soltanto chi ha sofferto può vedere un fantasma. Come ti comporti davanti ai dolori della vita?

Per fortuna Wilson è solo un fantasma sui generis. Poi non fa paura ma l’esatto contrario. È elegante, stravagante, simpatico, istrionico, impiccione e tante altre cose, tutte anti paura. Definirlo fantasma è riduttivo. In realtà è molto di più di uno spirito inquieto e nel libro si capirà, alla fine, qual è il suo ruolo e il motivo per il quale mi si appiccia dietro sin dall’introduzione. Per venire alla tua domanda, l’esistenza purtroppo si porta spesso dietro tanti fantasmi creati da sensi di colpa oltre che dal dolore e sono presenze ben più scomode dell’innocuo Wilson. Mi piacerebbe poterti dare una risposta da eroe pallido del West e uscire alla grande da questa domanda, ma non sarei credibile, posso solo dare delle indicazioni di massima. Reagire al dolore è sempre una questione personale legata al momento e alle circostanze. Siamo piccoli di fronte al dolore ma può farci diventare grandi, se lo affrontiamo con rispetto e senza mai giudicare.

Ti ringrazio tanto per aver giocato con me e aver risposto alle mie domande! Buona fortuna per tutti i tuoi progetti, a presto!

Grazie a te Elisa, e a tutti i lettori.
Ciao a presto

:: Blogathon “Halloween Party”: Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969), Agatha Christie a cura di Giulietta Iannone

31 ottobre 2016

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Ebbene sì, siamo giunti al 31 ottobre anche quest’anno, questa notte sarà la magica notte di Halloween, festa profana della vigilia di Ognissanti, e per festeggiarla in modo degno il blog letterario “Scheggia tra le pagine” ha lanciato il Blogathon di Halloween. Tutti i blog partecipanti in questo giorno parleranno di un libro che ha per personaggi streghe, zucche, mostri, vampiri, insomma tutti gli eroi di questa notte. Per scoprire l’elenco dei blog partecipanti seguite questo link: (qui) scoprirete anche i titoli dei libri protagonisti.

Io ho scelto forse il più orrorifico giallo di Dame Agatha Christie Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969) ambientato proprio in questo periodo dell’anno. Non ho usato il termine orrorifico a caso, Hallowe’en Party è senz’altro uno dei romanzi più cruenti della Christie, e sebbene ci sia il personaggio buffo di Poirot, uno dei più inquietanti e crudeli, per certi versi. Il male (sotto le spoglie di un’ insana avidità) questa volta non risparmia neanche i ragazzi, che saranno (più d’uno) tra le vittime. Mai la Christie si era spinta a tanto, a tali estremi di spietatezza, da escogitare una successione di efferatezze degne di un racconto dell’orrore, che culminerà in un crescendo dai contorni violenti da tragedia euripidea.

poirTanti personaggi, tanti morti, sia nel presente narrativo che nel passato più o meno recente, tanti inganni, tante trappole per il lettore, che solo Poirot saprà disinnescare per giungere alla verità. Verità che porta ben poca redenzione, tra un padre che progetta l’assassinio della figlia, (Agamennone sacrificò sua figlia per avere il vento favorevole) una donna (molto probabilmente uxoricida) che scopre l’abiezione del suo amante (un uomo di non comune bellezza) e quanto poco la ami, e una ragazzina che scopre suo malgrado quanto dire bugie a volte si riveli mortale, quanto il ricatto o origliare incautamente alle porte.

Tutto ha inizio il pomeriggio prima della notte di Halloween (sebbene la vera origine della storia abbia radici ancor più lontane). Siamo a Woodleigh Common, uno di quei paesini inglesi pittoreschi e sonnolenti non lontani da Londra, fatti di villette eleganti, giardini curati, e gente cordiale e ospitale dove tutti si conoscono ed è difficile conservare segreti. Fervono i preparativi per la festa di Halloween in casa della bonaria e ricca vedova Rowena Arabella Drake, pilastro della comunità, che ha organizzato una festa per ragazzi (dai 10 ai 19 anni), con tutti gli elementi caratteristici dell’ occasione: le zucche, i palloncini colorati, le luminarie, i giochi, gli scherzi, tanto da prevedere al culmine pure l’arrivo di una strega, impersonata dalla Signora Goodbody (oltre ad avere i lineamenti adatti al ruolo, la voce chioccia e piuttosto sinistra, possedeva una certa prontezza nell’ improvvisare versetti e rime magiche).

L’atmosfera è festosa, le feste di Rowena Drake sono sempre riuscite, ma questa volta una tragedia sta per compiersi. La tredicenne Joyce Reynolds, una dei ragazzini invitati, racconta una strana storia, per attirare l’attenzione degli adulti, per farsi bella davanti a tutti gli ospiti. Racconta di aver assistito a un omicidio, o meglio di averlo capito solo molto tempo dopo che di ciò si trattasse. Nessuno le crede, naturalmente, è nota per essere una racconta frottole inveterata. Nessuno tranne l’assassino. Perché tra i tanti presenti c’è chi vede nella ragazzina una possibile testimone di un delitto davvero compiuto anni prima.

Per Joyce Reynolds non c’è scampo, viene affogata nella tinozza per il gioco della mela che galleggia (l’Apple bobbing è tipico gioco di società, giocato spesso in Inghilterra ad Halloween in cui si riempie d’acqua una tinozza e i bambini devono raccogliere solo coi denti delle mele messe dentro a galleggiare). Viene avvisata la polizia ma tutto potrebbe finire nel nulla se non ci fosse presente alla festa anche Ariadne Oliver, scrittrice di mystery, ospite della vedova Butler, in cerca di personaggi per i suoi romanzi e destino volle amica di Hercule Poirot. Ariadne Oliver è certa che il delitto sia nato proprio da quello che la ragazzina ha raccontato improvvidamente alla festa. Racconta tutto a Hercule Poirot, che non si tira indietro, si reca a Woodleigh Common e inizia a investigare, e la lista di omicidi recenti nella zona non è breve, ognuno dei quali potrebbe essere quello visto da Joyce Reynolds. Poirot non si arrende fino a scoprire che la storia e molto più complessa e torbida di quello che sembra. Che la morte di una ragazzina bugiarda è solo un tassello di un puzzle molto più diabolico.

Una storia per Halloween insomma, se avete modo recuperate anche l’episodio tv con David Suchet, alcuni particolari differiscono dal romanzo, ma per lo più è una ricostruzione fedele.

:: I segreti della casa sul lago, Kate Morton (Sperling & Kupfer, 2016), a cura di Elena Romanello

30 ottobre 2016
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1933: in una dimora nobiliare in Cornovaglia la giovane Alice Edevane, figlia di un reduce di guerra, ha la testa piena di sogni e di intrecci misteriosi. Durante una festa d’estate vede sparire il fratellino Theo, di soli due anni, un fatto che porterà la sua famiglia a lasciare la casa e segnerà le vite di tutti. Settant’anni dopo, nel nuovo millennio, la poliziotta Sadie viene sospesa dal servizio per un arbitrio che si è presa in un caso su una donna scomparsa e si rifugia dall’adorato nonno Bertie, che vive a due passi da dove accaddero i fatti di tanti anni prima. Durante una passeggiata con i cani del nonno scopre una casa invasa dalla vegetazione e viene a conoscenza di cosa è successo: decide quindi di indagare sul fatto e cerca di contattare l’Alice di allora, ormai anziana e affermata autrice di gialli.
Kate Morton racconta anche questa volta una storia tra passato e presente, un cold case rimasto in tutto il suo dolore negli animi di chi è stato coinvolto e un’indagine nei sentimenti, e anche questa volta riesce a far centro, restituendo innanzitutto l’incanto della Cornovaglia, luogo di castelli, di laghi e di spazi verdi in cui da secoli si nascondono leggende e misteri. Di nuovo il tutto viene visto in una prospettiva al femminile, con due donne, una ragazza di ieri sognatrice e una ragazza di oggi ossessionata dall’abbandono e dalla perdita, che si incontrano per svelare un mistero che si infittisce, tra sottotrame, tragedie mai raccontate, ripicche, vendette, antiche passioni, voglia di far giustizia e scoprire la verità, forse l’unica cosa che può dare giustizia alle vittime.
Un thriller appassionante e insolito, che racconta due epoche della Storia inglese, concentrandosi in particolare sugli anni durante e dopo la Prima guerra mondiale e svelando il dramma spesso taciuto e sottovalutato dei reduci traumatizzati dalla guerra, una storia che commuove senza essere leziosa o patetica, su cosa si perde nel corso della vita, tragico quando tocca gli affetti più cari e soprattutto quando capita una scomparsa e non una morte, quindi un qualcosa che non si riesce a risolvere. Il personaggio di Alice è interessante sia da giovane nella sua incoscienza che da più anziana, spiace che resti sullo sfondo l’interessante sorella Clemmie, maschiaccio che diventerà una delle tante donne pilote della RAF, ma Sadie, donna con un segreto che l’ha resa attenta a scomparse e perdite, risulta più convicente, un’incarnazione originale dell’archetipo del detective in fondo inventato dalla narrativa anglosassone.

Kate Morton, australiana, si è laureata con una tesi sulla tragedia nella letteratura vittoriana e si è a lungo dedicata al tema del gotico nel romanzo contemporaneo.
A ventinove anni ha debuttato nella narrativa: tra le sue opere ricordiamo i grandi successi de Il giardino dei segreti, che Clint Eastwood ha opzionato per trarne un film, Una lontana follia e L’ombra del silenzio, tutti editi da Sperling & Kupfer come anche I segreti della casa sul lago. I suoi romanzi sono tutti ai vertici delle classifiche dei bestseller internazionali. Il suo sito ufficiale è http://www.katemorton.com

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM torinese.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ala del corvo. Dietro la tenda, Maura Maffei e Rónán Ú. Ó Lorcáin (Parallelo45 Edizioni, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 ottobre 2016
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Irlanda 1746. Eravamo rimasti che Labhaoise era contesa da due rivali in amore: Bran Ó Brolcháin e Padre Hugony Newman, vedovo di Pádraigín, sorella proprio di Bran e per la quale morte è accusato proprio il vedovo in combutta con la famiglia Ó Chléirigh.
Bran è innamorato folle di Labhaoise, però vuole sposarla anche per sottrarla a Hugony, il quale con il matrimonio riuscirebbe nei suoi intenti e prendere possesso, oltre che delle terre degli Ó Brolcháin acquisiti con il precedente matrimonio, anche di quelli degli Ó Chléirigh, ovvero della famiglia di Labhaoise.
Purtroppo però non è così semplice poter chiedere la mano di Labhoise al padre, essendo le due famiglie in guerra fin dai tempi dei tempi, e c’è il forte rischio che la richiesta venga rifiutata.
Il cuore di Labhoise però per chi dei due rivali batte più forte? E chi dei due riuscirà alla fine a conquistare la sua mano?
Nel frattempo il complotto che è tutt’ora in ballo per liberare l’Irlanda riuscirà nel suo intento?
Secondo romanzo della una trilogia La fragilità della farfalla ritroviamo tutte le atmosfere storiche a cui gli autori ci avevano abituati nel primo romanzo, nelle quali è facile farsi ritrasportare per incontrare vecchi amici e seguirli e aiutarli nelle loro imprese.
Imprese e avventure che nonostante siano passati mesi tra le due pubblicazioni il lettore riesce a riallacciare tranquillamente e rimmergersi senza nessun bisogno di dover andare a rileggere parti del primo romanzo per aiutare la memoria. Questo grazie alla bravura degli autori di saper coinvolgere e raccontare una storia rendendola il più reale possibile, così che rimanga impressa quasi a fuoco nella mente e nel cuore del lettore. Storia, reale, che ritroviamo anche stavolta inframmezzata da fatti di pura fantasia, ma mescolati con talmente tanta maestria da sembrare reali anch’essi.
Anche stavolta troviamo descritti molto minuziosamente, ma sempre con stile leggero e una narrazione veloce, sia la parte psicologica dei personaggi, dando così l’impressione al lettore di provare lui stesso i sentimenti e le emozioni dei protagonisti, sia degli ambienti, ricreandoli alla perfezione e con una grazia quasi tattile.
In questo romanzo, oltretutto, si è andato a eliminare l’unico vero problema che si era riscontrato nel primo. Infatti conoscendo già tutti i personaggi e l’ambientazione, stavolta il lettore non ha nessun problema a seguire tutti i protagonisti senza confondersi con i nomi, che effettivamente rimangono complicati e a volte quasi ripetitivi, ma orami appartenenti a figure ben distinte che hanno una vita propria e che ormai si amano a tal punto da riconoscerle anche senza l’obbligo dell’uso del nome.
Un romanzo che continua a saper colpire e rapire e che alla fine lascia ancora un senso di vuoto e di dispiacere causato dal dover dire addio a degli amici, ma che nello stesso tempo ti rincuora sapendo che li ritroverai nell’ultimo libro della saga, così da creare quel senso di attesa che si prova quando si aspetta il ritorno di amici in visita da città lontane.

Maura Maffei nasce in Liguria ma vive tutta la sua vita in Piemonte, e ha una grande passione, che l’ha portata ad avere una sterminata conoscenza, per la storia e la cultura irlandese.
Nella vita è erborista, soprano lirico, insegnante di Metodo dell’Ovulazione Bilings per la regolazione naturale della fertilità di coppia e presidente diocesano di Azione Cattolica Italiana.
Tra il 2001 e il 2007 ha firmato oltre 200 articoli monografici per il mensile Keltika.
Nel 1993 ha pubblicato Il traditore, nel 2003 Le lenticchie di Esaù, nel 2007 La lunga strada per genova, nel 2015 Feuilleton.
Nel 1999 ha pubblicato un romanzo tutto in gaelico per la casa editrice Coiscéim di Dublino dal titolo An Fealltóir.
Nel 2012 ha pubblicato l’ebook Astralabius e nel 2014 l’ebook An Nuachar – Lo sposo.
Nel 2015 ha anche vinto il premio letterario al 56° Concorso Letterario Internazionale “San Domenichino – Città di Massa” con il romanzo La sinfonia del vento.

Rónán Ú. Ó Locáirn è nato in Irlanda dove vive tutt’ora.
Per anni ha abitato e lavorato in Italia, e per questo mantiene tutt’ora forti legami affettivi e professionali.
Tecnologo e progettista di talento è molto apprezzato per il suo lavoro e gli viene riconosciuta grande originalità nei progetti che firma.
Musicista e traduttore, è appassionato di linguistica, specialmente dell’irlandese in cui crede fermamente convinto che sia molto importante per il bene e il progresso del suo paese natio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Dal 4 al 6 novembre torna la XIV edizione della Rassegna della Microeditoria di Chiari (Brescia), a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2016

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Sarà il tema del cammino che animerà la quattordicesima edizione della Rassegna della Microeditoria il 4, 5 e 6 novembre  a Chiari in provincia di BS. L’evento a cadenza annuale ha per protagoniste le piccole e piccolissime case editrici italiane ed è ideato e promosso dall’associazione culturale L’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari,  patrocinato dalla Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Consigliera di Parità della Provincia di Brescia e sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura. Grazie alla Rassegna della Microeditoria, la città di Chiari, in questo 2016, è stata l’unica località in provincia di Brescia ad essere inserita tra le “Città del libro”, rivelandosi un soggetto attivo nella comunicazione dell’importanza e del piacere della lettura. Il tutto si terrà nel caratteristico scenario la centenaria Villa Mazzotti, la residenza del conte ideatore della famosa gara automobilistica Mille Miglia che ospita la kermesse.

Nel corso degli anni la manifestazione si è dimostrata in costante in crescita perché «ambisce a diventare il riferimento in Lombardia per l’editoria indipendente» come ha spiegato il direttore artistico Daniela Mena, elemento che fa di Chiari una vera e propria capitale del libro e della lettura. Saranno oltre 100 le piccole e piccolissime case editrici presenti quest’anno e 80 gli eventi  in cartellone suddivisi tra incontri, dibattiti, reading e presentazioni accumunati dal tema del cammino, suggerito dal Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, che ha proclamato il 2016 l’Anno Nazionale dei Cammini.

«Il cammino – ha affermato Paolo Festa, presidente dell’Associazione l’Impronta –è la rappresentazione dell’esperienza umana, è un viaggio fatto di relazioni, di incontri e di possibilità di ammirare quello che abbiamo intorno. Alla Rassegna della Microeditoria vogliamo dare spazio a tutti i modi di camminare, sia nel senso fisico del viaggiare ma anche al cammino della vita, di scoperta e di crescita». 

Testimonial d’eccezione sul tema saranno il ciclista Felice Gimondi (Venerdì 4 ore 21.30 Salone Marchetti in via Ospedale Vecchio). Attesi anche il matematico Piergiorgio Odifreddi (sabato 5, ore 16.30 Tendone nel parco di Villa Mazzotti), Tendone nel parco di Villa Mazzotti) e lo scrittore conosciuto con lo pseudonimo di Wu Ming 2 (sabato 5, ore 18.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti) . Non mancheranno come ospiti anche “viaggiatori straordinari” come Roberto Mantovani, Franco Michieli, Pietro Scidurlo, Anna Rastello e il musicista Michele Gazich. Torna per la terza volta lo scrittore Andrea De Carlo (sabato 5, ore 15.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti), e parteciperanno la nota grafologa Candida Livatino (domenica 6, ore 10.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti) e la scrittrice e giornalista, voce di Caterpillar AM su Radio 2: Claudia De Lillo  (domenica 6, ore 14, Tendone nel parco di Villa Mazzotti).

L’inaugurazione dell’edizione 2016 è fissata per venerdì 4 novembre alle 19.30 presso il Salone Marchettiano. Sabato 5 e domenica 6 novembre invece la Rassegna si svolgerà come di consueto nella cornice di Villa Mazzotti, dalle 10 alle 20.

Tutti gli appuntamenti sono gratuiti. L’ingresso è libero, salvo dove diversamente indicato ed è richiesta la prenotazione. Il programma è consultabile sul sito www.rassegnamicroeditoria.it

:: Le cento vite di Nemesio, Marco Rossari (edizioni e/o, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

29 ottobre 2016
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Quando nasce suo figlio, Nemesio Viti detto il Vecchio ha sessant’anni e per questa ragione ogni mattina, appena sveglio, Nemesio jr si ripete la stessa frase: Sono nato da uno sperma vecchio (pag.9).
Nemesio odia suo padre e talmente non riesce a sopportarlo che si fa chiamare Nemo, nomignolo aberrante, soprannome che indica chiaramente come il giovane si senta un nessuno. Da una vita, infatti, egli è costretto a confrontare la sua inutile esistenza con quella avvincente e caledoiscopica di Nemesio il Vecchio; nel giorno del suo centesimo compleanno, però, l’anziano genitore ha un ictus e, finito in coma, è ormai prossimo alla morte. Disorientato dalla disgrazia e dalle forti dosi di Ansiolin, ogni notte Nemo sogna di rivivere tutto il secolo in cui il padre è stato protagonista: il ‘900 delle due guerre mondiali, del fascismo e delle avanguardie, della guerra partigiana e del PCI, della caduta del muro di Berlino.

«Senti, un conto è essere scioccato» continuò Nemo. «Un conto è…è…». Non trovava le parole. «È una metempsicosi a ritroso! Una trasmigrazione controcorrente da una generazione all’altra! Una reincarnazione surreale! Un delirio notturno…». (pag.149)

Nemo di notte diventa suo padre, ama l’arte come suo padre e ama le donne, numerose, che suo padre ha amato. Episodi storici si riempiono di dettagli rocamboleschi e di picaresche avventure che scuotono Nemo nel profondo; il giovane inizia a desiderare che la notte sopraggiunga per sognare ancora e conoscere meglio un padre tanto distante. Sebbene le sue visioni siano il risultato di un cocktail di psicofarmaci, fantasia e suggestione, a Nemo sembra di sperimentarle sulla sua pelle e, finalmente, di vivere per davvero.
Le cento vite di Nemesio” sono cinquecento pagine di scrittura ironica, intelligente, sempre piacevole e mai banale, il cui finale è dolce e insieme vigoroso. Vero acrobata della parola, l’autore racconta di un giovane depresso e del suo complesso d’Edipo o, forse, semplicemente narra la storia di un figlio e di un padre. Infatti, Rossari dimostra copiosamente di conoscere la storia, la musica e la letteratura ma il suo sapere più prezioso non è accademico, è la sua capacità di comprendere la natura umana. In questo romanzo, l’autore affronta le difficoltà dei rapporti interpersonali, le lotte interiori, la forza che nasce dal dolore e la fragilità che si nasconde dietro ogni maschera che si sceglie di portare e, a conferma di tutto ciò, dietro una prosa tagliente cela la sua sensibilità straripante.

Marco Rossari: nasce a Milano nel 1973, è scrittore e traduttore. Ha scritto anche “L’unico scrittore buono è quello morto” (Edizioni e/o, 2012) e “Piccolo dizionario delle malattie letterarie” (Edizioni Italosvevo 2016) e tradotto autori come Dickens, Twain, Everett, Eggers, Cain, Thompson.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I capolavori della lingua italiana

29 ottobre 2016

519ve2tiahlCari lettori, in questo post raccoglierò i capolavori della letteratura italiana da voi e da me segnalati. Potete mettere i vostri titoli nei commenti e io li aggiungerò qui. E’ semplice, no? Ma ci aiuterà magari a riscoprire capolavori dimenticati, libri bellissimi di cui nessuno ne parla, o perlomeno non ne parla più. Se trova riscontro lo farò per varie letterature. Avviso che ci sarà un piccolo premio per uno dei partecipanti, scelto insindacabilmente da me.

Anonimo veneziano. Testo drammatico in due atti, Giuseppe Berto

Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani

Il giardino dei Finzi-Contini, Giorgio Bassani

I Viceré, di Federico De Roberto 

Marcovaldo, Italo Calvino

Se questo è un uomo, Primo Levi

Mastro Don Gesualdo, Giovanni Verga

Fontamara, Ignazio Silone 

I promessi sposi, Alessandro Manzoni

Il Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa

Il piccolo omaggio spetta a Paola, ha scelto Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda.

:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

28 ottobre 2016
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La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un’altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: L’ uomo è morto, Wole Soyinka (Calabuig, 2016), a cura di Micol Borzatta

27 ottobre 2016
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Nigeria. Wole Soyinka viene denunciato e arrestato nel 1967 a causa dei suoi articoli contro la guerra e per il suo reclutamento di intellettuali, interni ed esterni al paese, per bandire la fornitura delle armi a qualsiasi parte della Nigeria.
Ovviamente i capi d’accusa sono di ribellione al governo e oltre a essere incarcerato ingiustamente, viene anche interrogato con mezzi oppressivi, pesanti, vere e proprie violenze mentali, per ottenere i nomi di tutte le persone coinvolte, e siccome i nomi che lui fece erano tutti di persone esterne al paese, lo tartassarono e torturarono ancora di più.
Tutto perché in realtà avevano paura di lui, perché poteva denunciare apertamente a tutti la corruzione che esisteva in Nigeria.
Il racconto inizia proprio con il suo arrivo alla stazione di polizia e il primo colloquio con Mallam D., quando ancora i termini erano gentili e si credeva fosse solo un colloquio. Proseguendo poi narrando gli interrogativi sempre più pesanti, le torture psicologiche, le condizioni disumane in cui veniva tenuto in carcere e nelle quali venivano tenuti anche altri prigionieri che non avevano diritto a trattamenti speciali.
Un romanzo denuncia che tocca davvero il cuore e arriva nell’animo del lettore grazie alle sue descrizioni realistiche, anche se spesso molto secche, dure e crude, come quando inizia lo sciopero della fame o viene rinchiuso in cella d’isolamento.
Molto forte la scena in cui si mette a contare e ricontare le pillole, disponendole sulla cassa che usa come comodino formando dei disegni per poi rimetterle via, tutto per tenere la mente impegnata e non impazzire.
Tutto questo durerà per ben due anni, anni nei quali Wole non smetterà mai di combattere per far sì che tutte le torture rimanessero fisiche, anni in cui la sua lotta mentale sarà fondamentale per poter successivamente continuare a denunciare il marcio che esiste al mondo.
Un romanzo truce che può spaventare e sconvolgere, ma è un romanzo vero, viscerale che non può passare inosservato.

Wole Soyinka nasce nel 1934.
Attivista e scrittore nato in Nigeria e cresciuto in Inghilterra viene imprigionato negli anni ’60 in Nigeria.
Nel 1986 ottiene il premio Nobel per la letteratura.
Scrittore di testi teatrali, poesie, saggi è riconosciuto come uno dei massimi autori africani contemporanei.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’ Ufficio Stampa Jaka Book.

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:: Confusione, Elizabeth Jane Howard (Fazi, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

27 ottobre 2016
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Da settembre anche in Italia il terzo volume della Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. Confusione (Fazi, 2016) viene presentato ai lettori italiani nella versione, tradotta dall’originale in inglese, da Manuela Francescon.
Continuano le vicende dei componenti la famiglia Cazalet che affrontano, giorno dopo giorno, la vita con le sue mille sfaccettature. Grandi protagoniste sono delle donne, di questo come dei precedenti episodi. Donne in contrasto con la vecchia morale vittoriana e desiderose di affacciarsi all’era moderna, con i suoi nuovi costumi, la libertà e la voglia di crescere, non solo anagraficamente parlando. Su tutti incombe il pericolo reale e tangibile della guerra e all’unisono sognano la sua fine.

«Il momento in cui sarebbe iniziata una vita nuova, le famiglie si sarebbero ricongiunte, la democrazia avrebbe prevalso e le ingiustizie sociali sarebbero state sanate in blocco.»

 Il testo racconta di grandi cambiamenti, interiori ed esteriori e, rispetto ai titoli precedenti, si caratterizza e al contempo genera nel lettore una profonda confusione. Appare fin da subito evidente si tratta di un libro di passaggio, quasi un ponte che lega insieme i primi dagli ultimi due titoli della Saga. Il linguaggio è quello tipico della Howard. Una scrittura lenta ma incisiva, chiara ma profonda. Uno stile fluente reso ancor più attraente dal ritmo incalzante. Una lettura che è come un salto all’indietro nel tempo. Ci si ritrova più volte a pensare a quanto, in realtà, lo scritto della Howard somigli ai grandi capolavori di quegli scrittori che hanno fatto la storia della Letteratura. Tolstoj, Dostoevskij, Verga, De Roberto, le sorelle Bronte… per citarne alcuni.
Una scrittura che è anche un’arte nella sua capacità di trasformare, al pari di quanto facevano con colori e pennello Caravaggio e i Carracci, anche il più umile aspetto della vita in un’opera d’arte. Elizabeth Jane Howard è riuscita con la sua scrittura a rendere straordinaria la vita assolutamente ordinaria dei suoi personaggi e le loro altrimenti comunissime storie.

«Poi le venne in mente che forse non voler pensare a una cosa era brutto quanto non volerne parlare, e lei di certo non voleva seguire le orme della sua ipocrita famiglia che, così le pareva, stava facendo di tutto per continuare a vivere come se niente fosse successo.»

Elizabeth Jane Howard: Scrittrice britannica. Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina di balletto russo. Ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie del padre. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente ha ricevuto il plauso della critica. La Saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo.

Provenienza: pdf inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Cristina dell’ufficio stampa Fazi.

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:: Lo stupore di una notte di luce, Clara Sánchez, (Garzanti Libri, 2016), a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2016
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Arriva finalmente in libreria il seguito di Il profumo delle foglie di limone, il libro che ha fatto scoprire nel nostro Paese e non solo il talento di Clara Sanchez, forse l’autrice spagnola di maggiore successo a livello nazionale e internazionale.
Tornano quindi, in un intreccio da giallo, Sandra e Julian, lei giovane donna ora mamma del suo bimbo e sfuggita ad una coppia di nazisti che l’avevano ingannata promettendole protezione durante la gravidanza, lui reduce da Mauthausen che ha dedicato la vita a dare la caccia a criminali che hanno trovato rifugio e prosperità sulle coste spagnole.
Sandra trova un giorno un biglietto anonimo che le chiede dove è finito Julian, con cui lei peraltro non ha più contatti, e poco dopo il suo bambino viene rapito, lanciandola in una ricerca spasmodica dove incontrerà vecchi alleati e nemici.
Una storia avvincente, che svela retroscena poco belli e molto realistici della Spagna, dove grazie al regime di Franco trovarono rifugio vari nazisti, anche se non i nomi più famosi che comunque da lì transitarono, un passato con cui la penisola iberica sta cominciando a fare i conti solo adesso e che ha continuato ad esistere anche dopo la caduta della dittatura, visto che molti di questi criminali hanno potuto continuare ad invecchiare serenamente sulle spiagge calde ispaniche senza pagare mai per quello che avevano fatto. Tutto questo viene raccontato in un intreccio thriller, ma gli anziani vecchietti tanto benevoli che solo in un secondo tempo mostrano il loro vero volto e che tornano nel secondo sono ispirati a figure realmente esistite, così come l’anziano Julian, che vuole giustizia e non vendetta e che crede che certe colpe non debbano comunque essere mai dimenticate o perdonate, soprattutto tenendo conto che gli anziani aguzzini hanno fatto proseliti presso persone giovani che possono essere quindi ancora più pericolose.
Lo stupore di una notte di luce va letto rigorosamente dopo Il profumo delle foglie di limone, a cui è legato, per una storia originale, concitata, appassionante, per trovare giustizia e verità.
Il personaggio di Sandra è cambiato rispetto al primo libro, ovviamente è diventata più consapevole e matura, meno ingenua e pronta a fidarsi, ma il vero eroe del libro resta Julian, cavaliere solitario che non rinuncia alla sua ricerca nemmeno da anziano, proprio perché certe persone non cambiano mai, né nel bene né nel male.
Come già Il profumo delle foglie di limone, anche Lo stupore di una notte di luce è un thriller originale e di denuncia, con un finale che può concludere ma può anche aprire a nuovi sviluppi. Perché certi tipi di male cambiano forse adeguandosi alle nuove epoche, ma non muoiono né spariscono mai.

Clara Sánchez ha raggiunto la fama mondiale con il bestseller Il profumo delle foglie di limone, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni. Con Garzanti ha pubblicato anche gli altri suoi libri, tra cui spiccano La voce invisibile del vento e Entra nella mia vita. È l’unica scrittrice ad aver vinto i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara nel 2000, il premio Nadal nel 2010 e il premio Planeta nel 2013 con Le cose che sai di me. Ha visitato più di una volta l’Italia, partecipando ad eventi come il Salone del libro di Torino.

Provenienza: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Garzanti.

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:: Hélder Camara. Il dono della profezia, Marcelo Barros, (Edizioni Gruppo Abele, 2016), a cura di Daniela Distefano

26 ottobre 2016
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Un libro su un santo è sempre causa di afflizione per chi deve elaborarlo. Si corre spesso il rischio di cadere nella retorica, negli elogi sperticati, nelle descrizioni simboliche, negli aneddoti metaforici, insomma: fa paura. Una paura giustificata se la persona raccontata è un santo scomodo che ha scandalizzato più i benpensanti che i peccatori. Hélder Camara fu uno di questi geni al servizio del Signore.
Marcelo Barros mette le mani avanti nel tratteggiarne la figura ed il pensiero.
Non è un libro nostalgico e legato al passato, non è nemmeno un reportage né una relazione degli incontri, è semplicemente una testimonianza: come interagì col mondo un uomo del Cielo.
Lo chiamavano “il vescovo rosso”, era spinto fino all’estremo verso i più bisognosi, fino alla rabbia di non poter raddrizzare il legno storto delle disuguaglianze tra esseri umani. Per dom Hélder il cristiano

<non è un uomo migliore degli altri, ma ha più responsabilità degli altri, perché aver incontrato il Cristo è la massima responsabilità>.

Oggi il suo credo in difesa del prossimo è diventato il motto di Papa Francesco, Una Chiesa povera per i poveri, e non è solo uno slogan. Una Chiesa che non soffre persecuzione, ma che gode dei privilegi e dell’appoggio della terra, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Questo l’assunto dell’agire terreno di Hélder Camara. Possiamo poi essere persone buone, sognatrici e piene di fede, ma senza ingenuità. Lo diceva il Signore: Semplici come colombe, prudenti come serpenti.
Da dove parte dom Hélder nel suo cammino verso il distaccamento terreno?  La base era la sua fede.

<< Chi non può il meno, può il più>>,

scriveva  nel suo diario nel 1964.
Quando in quell’anno arrivò a Recife, il Brasile entrava in un periodo terribile di dittatura. I militari non rispettarono il processo democratico e presero il potere. Allora lo spettro del comunismo metteva in allarme la Chiesa più dell’armatura scintillante dei militari senza scrupoli.
Ben presto si comprese che il peggiore nemico dell’umanità non era il comunismo. Era l’ingiustizia, la miseria dei due terzi dell’umanità.
Se il mondo fosse giusto e la ricchezza ripartita meglio, non ci sarebbe comunismo.
Non serve predicare il Vangelo se la parola di Dio non cambia effettivamente le strutture del mondo.
Il Vangelo deve essere applicato in modo da trasformare questo mondo; un mondo diviso non in destra e sinistra, ma  in ricchi e poveri, che sono  la moltitudine.
Ecco la buona Novella divulgata da dom Hélder: eliminare il seme della disparità, rivoluzionare le menti abbandonando la lotta dell’uomo contro uomo. Seguire il tracciato di quell’unico essere umano che ha dato vera dignità alla nostra specie.
Senza la croce di Cristo, senza la sua Resurrezione, oggi saremmo tutti pesci parlanti, cani spaesati, gufi addormentati.
Nel maggio 2015, l’arcidiocesi di Recife, con il permesso del Vaticano, ha aperto il processo di canonizzazione di Hélder Camara, un vero santo di Dio.

Marcelo Barros è benedettino, biblista, teologo della liberazione e scrittore; tra i fondatori del CEBI (Centro studi biblici), assessore della Commissione Pastorale della Terra e delle Comunità ecclesiali di base.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa delle Edizioni Gruppo Abele.

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