Archivio dell'autore

:: Li Dazhao – Primavera e altri scritti – Traduzione dal cinese e cura di Claudia Pozzana

27 gennaio 2026

Nei primi decenni del Novecento la Cina vive una crisi profonda: l’impero è crollato, il paese è spezzato dai signori della guerra, l’ingerenza straniera umilia ogni aspirazione di rinascita. In questo scenario, la voce di Li Dazhao si leva come quella di un pensatore che cerca, insieme, una nuova filosofia della storia e una nuova idea di uomo.

Primavera e altri scritti raccoglie alcuni dei testi più significativi di questo protagonista del Movimento Nuova Cultura e del Quattro Maggio: saggi in cui l’immagine della “primavera” diventa metafora di una giovinezza che non è solo età anagrafica, ma forza storica capace di spezzare immobilismi millenari.

Li riflette sul destino della Cina, sul rapporto tra individuo e collettività, sull’incontro tra tradizione confuciana, democrazia moderna e socialismo, sul dovere di trasformare la sofferenza nazionale in energia creativa.

La sua scrittura, intensa e visionaria, tiene insieme il tono del manifesto, del discorso politico e della meditazione morale.

In queste pagine si avverte con chiarezza il passaggio dalla nostalgia per un passato perduto all’urgenza di costruire un futuro diverso, in cui libertà, eguaglianza e dignità non siano soltanto parole importate dall’Occidente, ma esperienze vissute.

Con la traduzione dal cinese di Claudia Pozzana, Primavera e altri scritti introduce per la prima volta in italiano un grande pensatore che ha segnato in profondità l’immaginario politico e filosofico della Cina contemporanea; Li Dazhao dialoga idealmente con gli altri protagonisti di quel lungo Novecento in cui le idee sono state, nel bene e nel male, una potenza capace di cambiare il mondo.

Li Dazhao (1889-1927) è una delle figure fondatrici della Cina del Novecento. Intellettuale, bibliotecario della Peking University, animatore del Movimento Nuova Cultura e del Quattro Maggio, fu tra i primi a introdurre il marxismo in Cina e a leggerlo come risposta alla crisi dello Stato imperiale e dell’ordine coloniale. Co-fondatore del Partito Comunista Cinese, pagò con la vita il suo impegno rivoluzionario: arrestato dai signori della guerra, venne impiccato nel 1927. Nei suoi saggi, che intrecciano filosofia, politica e visione poetica della storia, Li Dazhao incarna la svolta di un’intera civiltà verso la modernità.

:: Giorno della Memoria – Una cosa da niente di Mario Pacifici (Gallucci 2025)

27 gennaio 2026

Nel 1938 il regime fascista introdusse in Italia una serie di provvedimenti “In difesa della razza” che colpirono drammaticamente tutti gli ebrei del regno. I cittadini ebrei furono cacciati dalle scuole, dalle università, dall’esercito e dal pubblico impiego, mentre un’infinità di disposizioni vessatorie rendeva la loro vita impossibile in ogni campo. Persero il lavoro, e con esso la sicurezza di un dignitoso sostentamento. Coloro che possedevano aziende o terreni se ne videro spogliati. Furono proibiti anche i matrimoni misti.

Una cosa da niente di Mario Pacifici è una testimonianza essenziale e potentissima, che trova nella sua apparente semplicità la forza più profonda. Il titolo stesso racchiude il cuore del libro: l’orrore della persecuzione nazifascista e della Shoah non nasce solo da grandi gesti eclatanti, ma da una somma di atti minimi, di decisioni “normali”, di indifferenze e obbedienze quotidiane che, una dopo l’altra, rendono possibile l’irreparabile.

Pacifici racconta in dodici racconti avvenimenti minimi e fragili con una scrittura sobria, priva di retorica e di compiacimento emotivo. È una scelta stilistica eticamente forte: l’autore non cerca di scioccare il lettore, ma di accompagnarlo dentro una realtà che si svela proprio nella sua disarmante normalità. Le leggi razziali, l’esclusione progressiva dalla vita civile, la paura che diventa abitudine, fino alla deportazione e al lager, sono narrate come tappe di un processo graduale, quasi “logico”, ed è proprio questo che inquieta di più.

Il valore del libro, in relazione alla Giornata della Memoria, sta nella sua capacità di spostare lo sguardo dalla dimensione astratta della Storia a quella concreta delle responsabilità individuali. Pacifici mostra come la violenza non sia opera di mostri isolati, ma il risultato di una società che accetta, giustifica, minimizza. “Una cosa da niente” è ciò che si dice per tranquillizzarsi, per non prendere posizione, per non sentire il peso morale delle proprie azioni – o delle proprie omissioni.

Altro elemento centrale è il rapporto tra memoria e parola. Pacifici scrive non per vendetta né per autoassoluzione, ma per dovere civile. La sua testimonianza è un atto di resistenza contro l’oblio e contro ogni forma di negazionismo o banalizzazione del passato. In questo senso, il libro non si rivolge solo al passato, ma interpella direttamente il presente: ci chiede di riconoscere i segnali, di non considerare mai “da niente” una discriminazione, un linguaggio d’odio, una rinuncia ai diritti altrui.

In conclusione, Una cosa da niente è un’opera di grande valore morale e pedagogico. La sua forza non sta nell’enfasi, ma nella misura; non nell’eccezionalità del racconto, ma nella sua terribile normalità. Leggerlo in occasione della Giornata della Memoria significa accettare una sfida: non limitarsi a ricordare le vittime, ma interrogarsi sul proprio ruolo di cittadini, oggi, davanti alle ingiustizie che ancora nascono – troppo spesso – da “una cosa da niente”.

Mario Pacifici si è avvicinato alla scrittura nel 2008, vincendo con un racconto sulle leggi razziali il concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica. Nel 2012 è uscita la sua prima raccolta di scritti brevi Una cosa da niente e altri racconti e nel 2015 Daniel il Matto. Con Gallucci, ha già pubblicato i romanzi storici La pedina e Rachele e Giuditta e l’albo La porta aperta con le illustrazioni di Lorenzo Terranera e dedicato alla storia vera di Ferdinando Natoni, Giusto tra le Nazioni che la mattina del 16 ottobre 1943 trasse in salvo Marina e Mirella Limentani.

:: Book Pride, torna a Milano, dal 20 al 22 marzo, la fiera dell’editoria indipendente

26 gennaio 2026

La speranza è la cosa con le piume: un’immagine semplice e potentissima, affidata da Emily Dickinson alla poesia nel 1861. Questo è il tema della X edizione della fiera nazionale dell’editoria indipendente – organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino – che torna a Milano dal 20 al 22 marzo 2026 presso il Superstudio Maxi (Via Moncucco 35, Milano – Metropolitana Linea M2 Famagosta). Tre giorni dedicati ai libri, alle idee e alle storie che interrogano il presente e immaginano il futuro: Book Pride si conferma appuntamento centrale per l’editoria indipendente e di progetto italiana, rivendicandone con orgoglio la qualità, la cura e la pluralità.

Con il coordinamento editoriale di Francesca Mancini e la rinnovata curatela di Marco Amerighi e Laura Pezzino, il programma dell’edizione 2026 è nuovamente affidato a una squadra di lavoro che unisce continuità e visione. Torneranno anche le speciali sezioni Book Young e YA, Book Comics e Book Sport, affidate rispettivamente alla curatela di Valentina De Poli e Federico Vergari. Per il 2026 Book Pride sceglie di camminare ancora una volta con la parola delle donne – l’anno scorso era stata Ursula K. Le Guin a dare ispirazione per il tema di edizione – e affida il proprio titolo alla poeta Emily Dickinson

I TRE GIORNI DELLA FIERA – Durante i giorni di Book Pride arriveranno a Milano tantissimi ospiti dall’Italia e dal mondo: tra loro la scrittrice catalana Clara Usón autrice de Le belve (Sellerio Editore) che ripercorre la storia di una delle più sanguinarie terroriste dell’Eta mostrando come nazionalismi e terrorismo di Stato contaminino vita e affetti; la scrittrice inglese Claire Lynch, a partire dal suo fortunato romanzo d’esordio Una questione di famiglia (Fazi Editore), parlerà di rapporti intergenerazionali e familiari nella società moderna. A Book Pride anche la giornalista britannica Phoebe Greenwood con il suo Avvoltoi (Edizioni e/o), una narrazione satirica ambientata nella Gaza del 2012 dove, nella tragedia mediorientale, una reporter ambiziosa rischia tutto per uno scoop. E ancora, dalla critica letteraria Sara De Simone che farà un omaggio  inedito e vitale a Emily Dickinson e al suo talento per la felicità, alla scrittrice e filosofa Silvia Grasso che, a partire dal suo libro Le differenze che stiamo attraversando (Mimesis Edizioni) si confronterà con la scrittrice Carolina Capria sul concetto di differenza sessuale nella storia della filosofia. Molto atteso anche l’incontro con la pensatrice femminista Lea Melandri che, con il suo Preistorie (Prospero Editore), ripercorre attraverso fatti di cronaca la storia delle relazioni – amorose e civili – in un mondo in cui i confini tra privato e pubblico si sono profondamente modificati. Alla manifestazione parteciperanno anche le scrittrici Daria Bignardi Chiara Alessi, protagoniste di un confronto sui vecchi e nuovi modi di abitare il corpo e le solitudini femminili nel presente. Davanti alle notizie drammatiche che arrivano dagli Stati Uniti, tante persone si chiedono: come se ne esce? Con i giornalisti Francesco Costa e Luciana Grasso parleremo di una delle vicende politiche più significative prodotte dai Democratici dopo la rielezione di Donald Trump, come l’ascesa di Zohran Mamdani, e del possibile futuro dei progressisti americani. Lo scrittore Daniele Mencarelli, autore di Quattro presunti familiari (Sellerio Editore), ci condurrà in una storia nera intrisa di violenza e nostalgia per il potere. Christian Raimo presenterà il suo nuovo romanzo, L’invenzione del colore (Nave di Teseo), un racconto che intreccia memoria privata e storia collettiva, formazione sentimentale e immaginario cinematografico.
In occasione della X edizione della fiera dell’editoria indipendente debutta “Acrobate”, un nuovo spazio di incontri letterari dedicato a scrittrici che hanno trasformato il vuoto e la paura in parola, facendo della scrittura un esercizio di equilibrio tra fragilità e potenza, corpo e pensiero: tra gli e le ospiti di questo spazio la giornalista e scrittrice Nadeesha Uyangoda che ci mostrerà l’universo letterario di Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel 1993; lo scrittore Marco Missiroli invece entrerà nell’opera della grande scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, Ágota Kristóf, e la regista e attrice pluripremiata Daria Deflorian farà un reading dal romanzo Atti Umani della premio Nobel Han Kang. I tre giorni saranno anche l’occasione per celebrare alcuni importanti anniversari letterari che segnano l’anno. Dai duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi, padre del burattino più famoso del mondo, al centenario del Premio Nobel a Grazia Deledda, fino al cinquantesimo anniversario della morte di Agatha Christie: la fiera proporrà uno sguardo rinnovato su autori e autrici che hanno attraversato il canone, interrogandone l’eredità e la capacità di parlare ancora al presente.

DAL FUMETTO ALLO SPORT, PASSANDO PER GRANDI STORIE DEDICATE ALLE NUOVE GENERAZIONI: TORNANO LE SEZIONI SPECIALI DI BOOK PRIDE – Non mancheranno le consuete sezioni speciali: sarà una fiera capace di raccontare l’editoria indipendente in tutte le sue forme e linguaggi. Grande attenzione sarà dedicata alle nuove generazioni con Book Young e Book YA, con la proposta di un programma articolato di incontri, laboratori e momenti di partecipazione attiva per bambini, bambine, ragazze e ragazzi, in dialogo costante con scuole, biblioteche, librerie e realtà educative del territorio. Con l’associazione Wikimedia Italia parleremo di come riconoscere le fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, mentre con la onlus Insieme nelle Terre di Mezzo ODV scopriremo chi si nasconde dietro un libro con il laboratorio di scrittura creativa per bambini e bambine. A Book Young torna anche il Centro Formazione Supereroi, con la sua missione di diffondere la scrittura come superpotere per affrontare il mondo. Tantissimi anche gli autori e autrici che porteranno le loro storie ai lettori e alle lettrici in erba, come la scrittrice e illustratrice Roberta Ragona con Fossili viventi (Aboca Kids), il libro dedicato alle creature del passato che vivono ancora accanto a noi; e la scrittrice Anna Vivarelli con la storia di Adele (Sinnos Editrice), un racconto sul valore della determinazione e sulla possibilità di cambiare senza perdere se stessi. Tra gli ospiti di Book Young anche il vincitore del Gran Guinigi 2025 Giuseppe Ferrario con il fumetto Al di là del Fiume (Terre di Mezzo Editore) e molti altri.

Torna Book Comics, lo spazio dedicato alla nona arte con incontri e workshop che esplorano il fumetto come linguaggio espressivo capace di interrogare il presente e raggiungere pubblici sempre più ampi e trasversali. Molti gli ospiti che arriveranno al Superstudio Maxi: attesissimo l’incontro con il fumettista Silver e l’illustratore Spugna che racconteranno delle nuove (dis)avventure di Cattivik (Gigaciao). A Milano anche  Loputyn con il suo nuovo libro Forget me not (Rebelle Edizioni), un’opera sospesa tra fiaba dark, introspezione e romanticismo. Ci sarà l’occasione anche di esplorare le possibilità di interazione tra il fumetto e il dibattito sulla salute con il fumettista Tito Faraci e l’associazione culturale Graphic Medicine.

nfine, Book Sport assumerà nel 2026 un significato particolare: nell’anno di Milano–Cortina, la sezione dedicata allo sport diventerà occasione per riflettere sulle storie sportive come racconti di corpi, comunità e percorsi collettivi. Molto atteso l’incontro con lo scrittore Giuseppe Pastore che porterà a Book Pride il ricordo della leggenda dello sci Alberto Tomba a partire dal suo libro La Bomba (66thand2nd).

ALTRE INFORMAZIONI: La fiera è totalmente accessibile in tutte le sue aree. La biglietteria online aprirà a metà febbraio, da quel momento sarà possibile anche l’accreditamento per i giornalisti tramite l’area press del sito di Book Pride. La fiera è aperta il venerdì dalle ore 10 alle ore 21, il sabato e la domenica dalle ore 10 alle ore 20. Per scuole e under 18 l’ingresso è gratuito. Tutto il programma sarà disponibile sul sito www.bookpride.net. Oltre che con il sito, la fiera è presente online con i canali social Instagram e Facebook, dove saranno proposti contenuti speciali. L’hashtag ufficiale della manifestazione è #BookPride. Book Pride – Fiera Nazionale dell’editoria indipendente è organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino.

:: Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo di Franco Forte (Mondadori, 2026)

25 gennaio 2026

Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo edito da Mondadori nella collezione Omnibus è il nuovo romanzo storico di Franco Forte dopo L’alba di Cesare. Lasciato dunque Cesare, e le sue campagne militari nella selvaggia Gallia, Forte si cimenta con la figura leggendaria di Marco Aurelio, un sovrano saggio, illuminato, moderno, tormentato, capace di incarnare la figura del sovrano filosofo, per cui la giustizia, il buon governo e la verità venivano prima del potere, accettato come un’incombenza anche gravosa e a tratti amara e dolorosa. Un imperatore per cui la pace, il regno delle idee, la rettitudine morale stoica portavano una luce sui compromessi, la violenza, gli intrighi del potere imperiale. Marco Aurelio non era un ingenuo, era ben conscio che il potere si ottiene e si mantiene con la forza, che è inevitabile essere costretti a combattere guerre e battaglie, ma l’accettava con rammarico, come una condanna a fronte di grandissimi sensi di colpa, perchè alla fine la vera battaglia la si combatte con sé stessi per vincere i propri difetti, i propri vizi, le proprie debolezze. La grandezza di Roma era per lui una luce di civiltà sulle barbarie, da conservare e difendere anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Per Roma, per il popolo che governava si può dire, Marco Aurelio sacrificò tutto, i suoi amori, i suoi privilegi, finanche sè stesso. Ciò che colpisce maggiormente del Marco Aurelio di Forte è la grande modernità, la capacità di raccogliere un’eredità imponente e anche minacciosa, e conservare se stesso, dicevamo a prezzo di grandi sacrifici ma mai dimenticando che un sovrano è pur sempre un uomo, in balia della malattia, del dolore e della morte. Questa fragilità, questa autocoscienza, questa capacità di accettare i limiti umani danno a questo personaggio una profondità, e una solitudine molto moderna, che traspare in filigrana per tutta la narrazione. Forte con la sua penna affillata, dal respiro classico, ci porta a conoscere un uomo dell’antichità a cui sono stati dati poteri sovrumani, che si è trovato al centro di un impero sconfinato, in cui la sua parola era legge, in cui le sue decisioni erano ordini inderogabili, in cui la vita e la morte dei suoi sudditi erano realmente in balia delle sue decisioni. Marco Aurelio non approfittò di questo potere, non cedette alla tentazione del dominio, ne sentì invece il peso e la responsabilità. Perchè alla fine della sua vita, davanti all’eternità, il destino di tutti gli uomini è il medesimo, interrogarsi sul senso ultimo della vita e sulla sopravvivenza dell’anima. E sul senso del dolore. Quando anziano, nel suo letto, malato, in solitudine, circondato dagli spettri dei grandi filosofi che l’hanno formato non può che ripercorrere a ritroso la sua vita, dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, e non basta essere imperatori, avere tutto il mondo conosciuto ai propri piedi, un destino comune ci aspetta e scherzo del destino proprio a un uomo saggio come Marco Aurelio spettò un figlio ed erede come Commodo, a ricordargli che ci sono forze e circostanze che sfuggono al nostro controllo, e possiamo affidare il destino degli uomini e degli imperi agli Dei.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, L’alba di Cesare, Karolus, Carthago, Roma in fiamme e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

Source: PDF e libro inviato dall’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Daniela e Alice di Daniela Barone

19 gennaio 2026

Alice è una bambina bionda dagli occhi azzurri. E’ vivace, curiosa, proprio come me da piccola. La mamma fatica a tenerla a bada, come la mia. Alice non si lascia però intimorire: il mondo intorno a lei è grande, invitante e non può certo accontentarsi delle mura di casa sua.

Mi rivedo in lei, gioiosa e sognatrice, sempre in giro con le amichette o in visita alle  vecchie vicine di casa. Le porte chiuse la incuriosiscono, ha voglia di scoprire cosa si nasconde dietro ad esse. Vorrebbe rimpicciolirsi per passare attraverso la serratura e finalmente, nella realtà, o forse nel sogno, ci riesce.

   Alice vede o sogna Bianconiglio e decide di seguirlo. Quante volte, come lei, mi sono avventurata nella campagna a scoprire i girini nel torrente o i formicai poco distante, incurante della preoccupazione della mamma. La mia voglia di scoprire superava la paura delle sue sgridate e persino del suo battipanni a cui, a dire il vero, riuscivo sempre a sfuggire con furbizia.

   Il coniglio la conduce però in uno strapiombo che sembra una tana. Alice cade nel vuoto molto lentamente. Lei è contenta di poter esplorare mille dettagli fino ad arrivare in fondo alla cavità.

Le stanze che scorge hanno porte di varie dimensioni ma sono tutte chiuse. Come fare a penetrare attraverso di esse? La risposta le giunge da una bottiglia la cui etichetta la invita a bere. Riuscirà così a diventare minuscola ma poi, per afferrare la chiave, dovrà necessariamente diventare gigantesca. Mangiando dei biscotti riuscirà nel suo intento ma la situazione diventerà così assurda e frustrante da farla scoppiare in un pianto disperato: ora è talmente piccola da nuotare nelle sue enormi lacrime che formano un laghetto.

   Confrontandomi con Alice mi viene da pensare che nella mia vita ho spesso faticato a restare nelle giuste dimensioni. A volte, senza bisogno di addentare biscotti magici, mi sono sentita potente e grande come un gigante. Riuscivo a sedurre gli uomini con facilità, anche quelli che non mi interessavano. Mi trovavo bella e interessante e le avventure mi davano un senso di potere e vitalità.

   Anche quando aspettavo i miei figli mi sentivo grande e invincibile. Custodivo la vita dentro di me,  un evento miracoloso ed appagante come pochi. Portavo in giro il mio pancione con orgoglio, felice degli sguardi benevoli della gente.

   Per contro, molte volte mi sono sentita piccola e insignificante. Le decisioni importanti erano sempre prese dai due uomini che avevo sposato, in particolare dal secondo. Come Alice, mi sono rimpicciolita a tal punto da non ritrovarmi più. Non contavo niente per nessuno, pensavo, alienata da tutti e anche da me stessa. Mi ero chiusa a chiave con le mie stesse mani in una stanza spaventosa e non c’era modo di uscirne. Ogni giorno era uguale all’altro, vuoto e doloroso. Le notti iniziavano e finivano con pianti strazianti e silenziosi a causa di un marito malvagio.

   Anche Alice ad un certo punto perde la sua identità: incontra personaggi strani che le chiedono chi sia, dove vada, da dove venga. Bianconiglio non l’aiuta, anzi, la confonde con la sua incomprensibile fretta. E’ tardi, è tardi, le dice affannato. Per cosa? Lo scorrere del tempo sgomenta e diventa ansia di vivere.

   Per me era tardi rifarmi una vita; desideravo freneticamente un uomo da amare con cui costruire una famiglia. La routine, il quotidiano, non facevano per me. Per il Cappellaio Matto il tempo pare non scorrere mai: è sempre l’ora del tè, dice sconsolato.

Ma il cambiamento prima o poi arriva.  L’incontro con Brucaliffo sarà determinante. ‘Chi sei tu?’ le chiede. Alice risponde: ‘Davvero non saprei dire ora. So dirti chi fossi ma da stanotte sono cambiata  parecchie volte’. Il Brucaliffo diventerà una farfalla leggiadra e Alice sarà invitata a festeggiare i non compleanni dei personaggi. E’ il trionfo della quotidianità e della routine sull’eccezionale.  Come sta succedendo a me ora in cui il quotidiano, a volte monotono, prende il posto dello straordinario.

   Illuminante il personaggio dello Stregatto che rappresenta il senso della vita. E’ super partes: come la mia psicoterapeuta, dà indicazioni utili ma a volte enigmatiche. ‘Micio, potresti dirmi quale strada devo prendere per uscire da qui?’  Alice si rivolge a lui in cerca d’aiuto: ‘Non m’importa quale via scegliere. Basta che arrivi da qualche parte’. Lo Stregatto replica:’Oh, di sicuro lo farai se camminerai abbastanza a lungo’.

   Non mancano i personaggi negativi nemmeno nella storia di Alice: La Regina di Cuori incarna la rabbia e soprattutto la distruttività. Anche io sono stata come lei visto che mi sono lasciata annientare. Si può essere i nemici più pericolosi e agguerriti di se stessi credendo di dover espiare chissà quale colpe. Il fardello è pesante, non è facile liberarsene.    Così come Alice riuscirà alla fine a tornare alle giuste dimensioni, anch’io spero di farlo e di imparare a gestire gli alti e bassi della vita. Servirà amarsi di più e imparare, per dirla con Bianconiglio, ‘a creare una corazza di pura gioia intorno al cuore’. Non accadrà così di sentirsi assurdamente grandi o desolatamente piccole come mi è successo tante volte. Daniela bambina e Daniela donna possono camminare a braccetto senza conflitti, amandosi e accettando luci ed ombre con pazienza e coraggio. Mi piace ricordare la frase confortante di Alice che così riflette alla fine: ‘Chissà se avrebbe saputo partecipare, ancora con lo stesso cuore ai piccoli dispiaceri e alle semplici gioie, nel ricordo della sua vita di bambina e dei suoi felici giorni d’estate. Lei era certa che ne sarebbe stata capace’.

:: Il tiranno di Simon Scarrow (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2026

Nel nono anno di regno di Nerone, Roma non è soltanto il centro del mondo conosciuto, ma anche una capitale sul punto di implodere. Simon Scarrow sceglie infatti  un delicatissimo momento storico e lo trasforma nel cuore pulsante di questo romanzo, spostando l’azione dalle lontane  frontiere al ventre molle dell’Impero. L’Urbe diventa un febbrile organismo, attraversato da paure, voci, congiure e violenze represse, dove ogni gesto politico rischia di avere imprevedibili conseguenze.
L’ambientazione è uno degli elementi più riusciti. Scarrow ci racconta una Roma viva, sporca, contraddittoria, lontana da un’idealizzata magnificenza. Le strade brulicano di tensione sociale, le coorti urbane disorganizzate faticano a mantenere l’ordine, il popolo sopporta  con crescente rabbia le arbitrarie decisioni del potere. I palazzi imperiali, con i loro sfarzosi banchetti e i giochi di ruolo tra senatori, prefetti e favoriti, contrastano con gli accampamenti militari, luoghi di disciplina e fatica. È una città divisa tra lusso e miseria, tra apparenza e controllo, pronta a incendiarsi al primo soffio.
Catone dovrà affrontare questo scenario dopo la campagna in Britannia, dopo essersi lasciato alle spalle il fronte aperto per affrontare una guerra più sottile. Il suo ritorno a Roma avrà inizialmente un sapore domestico, quasi illusorio, fatto di affetti familiari e momenti di tregua. Proprio questa parentesi renderà più netto lo stacco con il nuovo incarico, trasformando la sua nomina a prefetto delle coorti urbane in una prova morale oltre che militare. Catone è un comandante esperto, ma Roma lo costringerà a misurarsi con intrighi, ambiguità e compromessi, territori nei quali la spada serve meno della prudenza.
Il personaggio ha ormai raggiunto la sua piena maturità: non è più solo il soldato brillante, bensì un uomo consapevole del peso delle decisioni e delle fragilità del potere. Il conflitto tra dovere pubblico e protezione privata incombe su  tutto il romanzo, regalando consapevole spessore a un protagonista continuamente costretto a scegliere tra ubbidienza e giudizio. La sua integrità lo rende prezioso, ma anche pericolosamente esposto.
Macrone rappresenta l’altra faccia della medaglia. Più diretto, istintivo, legato a una visione del mondo semplice e solida, rimane il punto fermo in un instabile contesto lavorativo. Il suo ritorno al servizio attivo non avrà qualcosa di nostalgico: è invece il naturale ritorno di un uomo al proprio elemento. Il rapporto tra Catone e Macrone, costruito romanzo dopo romanzo, resta uno dei pilastri della serie. La loro fratellanza d’armi, fatta di rispetto, ironia e fiducia reciproca, rappresenta un legame in grado di resistere anche quando il campo di battaglia si sposterà nelle sale del potere.
Nerone incombe sulla trama con la sua costante e inquietante presenza. Scarrow lo tratteggia in precario equilibrio tra genialità artistica, narcisismo e paranoia. Ogni sua decisione appare potenzialmente fatale, ogni favore revocabile da un capriccio. Il suo rapporto con Catone, ambiguo, segnato da ammirazione e diffidenza, contribuisce a mantenere alta la tensione narrativa. Governare sotto un imperatore simile equivale a camminare su un terreno minato. (Per chi volesse capire vedo grandi similitudini con i nostri giorni e l’uomo alla Casa Bianca.)
Dal punto di vista strutturale, il romanzo funziona come un ponte. Le scene d’azione, pur ben costruite e coinvolgenti, richiamano situazioni già viste nella serie, e svolgono il compito di ribadire i temi centrali: disciplina, coraggio, spirito di sacrificio. Il vero cuore del libro risiede nella dimensione politica, nei discorsi sul futuro di Roma e nelle avvisaglie di un cambiamento epocale. Le ombre dell’Anno dei Quattro Imperatori iniziano ad allungarsi, preparando il terreno alla nascita della dinastia Flavia.
Scarrow dimostra ancora una volta grande abilità nel fondere personaggi di finzione e figure storiche, creando un affresco coerente e credibile. Questo capitolo, il ventiquattresimo della serie, non cerca lo shock narrativo, ma lavora per accumulo, costruendo tensione e aspettativa. Il pericolo, stavolta, non arriva da una ribellione lontana, ma cresce silenzioso nel cuore dell’Impero. Ed è proprio questa scelta a rendere l’ambientazione romana così potente: una Roma splendida e marcia, capace di divorare i suoi stessi difensori.
Ne risulta un romanzo di passaggio, forse meno esplosivo, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei protagonisti e il destino verso cui stanno marciando. Una tappa necessaria, carica di presagi, che rafforza ulteriormente il legame tra Catone e Macrone e prepara il lettore a tempeste ancora più grandi.

Tradotto da Valentina Legnani e Valentina Lombardi.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi, si è stabilito in Inghilterra. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifi che inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha fi rmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battagliaLa flotta degli invincibili, Il guerriero (con T.J. Andrews), Nel nome di Roma, La rivincita di Roma, Il tiranno e i thriller Blackout e La notte dei cadaveri. Per saperne di più: www.simonscarrow.co.uk

:: Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa (Bookabook, 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2026

In una ipotetica e distopica società futura, per arginare la piaga sociale dei femminicidi viene diramata una direttiva che autorizza le donne a uccidere, impunemente, un uomo al mese in caso di pericolo. Servirà a cambiare il tessuto sociale malato di misoginia e maschilismo? È questa la provocazione sottesa al romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa edito nel 2025 da Bookabook, casa editrice in crowdfunding. Se si può uccidere un essere umano in quanto donna, quanto ci si metterà a uccidere un essere umano in quanto uomo? Ma uomini e donne sono davvero simili? O provengono da pianeti diversi come diceva nel titolo il celebre saggio di John Gray? Il breve romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa non dà risposte certe ma apre un dibattito. Certo uccidere non è la soluzione, anche un comandamento biblico lo vieta, ma la provocazione serve ad analizzare in profondità alcune tematiche che spesso affrontiamo con leggerezza. Se pensiamo che nella legislazione italiana il delitto d’onore è stato abolito in Italia solo nel 1981, con la legge che ha eliminato l’articolo 587 del Codice penale, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva la moglie, figlia o sorella per difendere l’onore maschile macchiato, si capirà certo che la misoginia è qualcosa di pervicacemente radicato nelle società arcaiche in cui le donne di fatto diventavano proprietà dell’uomo che poteva disporne a suo piacimento. Certo la società sta cambiando, il mondo si evolve, i diritti umani si affermano, ma alcuni privilegi sono difficilmente estirpabili. Ci prova lo Stato, ci provano i singoli individui. Colpisce la giovane età dell’autrice, ma sicuramente fa parte di una nuova generazione, di un tessuto sociale più sano, e più proiettato verso un futuro dove uomini e donne hanno davvero gli stessi diritti e le stesse prerogative. Romanzo breve dicevo, ma scritto bene, interessante e ricco di spunti. 

Giulia Crippa (Bologna, 1995) vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’Università IULM, e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Nel 2024 conclude “Un mondo che odia gli uomini”, il suo primo romanzo.   

:: Liberi di Scrivere Award sedicesima edizione – I vincitori

17 gennaio 2026

Vincono a parimerito la sedicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Menzione per il migliore Traduttore:

Nicola Manuppelli

Con grande rammarico annuncio che questa è l’ultima edizione del Liberi di scrivere Award. Ringrazio Michele di Marco il nostro notaio che ha vigilato sulla correttezza delle votazioni durante tutti questi anni e i votanti. Ci sono state edizioni più combattute, altre meno, ma i libri segnalati sono sempre stati di grande valore. Grazie a tutti.

:: “Beato Marco D’Aviano. Marco d’Europa dal Friuli a Vienna per portare la pace” di Don Marcello Bellina. A cura del Comitato Beato Marco per la canonizzazione. (Edizioni Segno) A cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2026

La vita raccontata in questo libro, senza configurazioni iperboliche ma con pacatezza e amore, è quella di un predestinato: Marco D’aviano, beato, consigliere, servo di Dio in azione, guaritore, umile nelle sue penitenze, forte nella sopportazione, senza ombre, senza lacciuoli contorti nell’anima, anche quando dovette affrontare la guerra e i suoi inganni. 

Il 17 novembre 1631 nacque ad Aviano da Marco Cristofori e Rosa Zanoni, terzogenito di undici figli, fu battezzato con il nome di Carlo Domenico.

Dal 1643 studiò a Gorizia, nel Collegio dei  Gesuiti; da qui, quattro anni dopo, fuggì col proposito di giungere a Candia, dove Venezia combatteva contro i turchi. Stanco, si fermò a Capodistria e chiese aiuto ai Cappuccini. Nel novembre 1648 entrò nel loro noviziato a Conegliano: diventò Marco d’Aviano e professò i voti un anno dopo. Il 18 settembre 1655 fu ordinato sacerdote a Chioggia. Nel 1672 fu superiore del convento di Belluno e nel 1674 di quello di Oderzo.

Iniziò, intanto, la sua attività di predicatore, soprattutto del Quaresimale. Nel 1676, a Padova, benedetta una monaca inferma da 13 anni, questa d’un tratto guarì: episodio all’origine della fama di taumaturgo di padre Marco, la quale estense i suoi viaggi apostolici. Essi raggiunsero  l’Alta Italia e le attuali Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Boemia, Slovacchia, Slovenia, benedetto dalle popolazioni che il cappuccino riavvicinò in massa a Dio con la proposta dell’Atto di dolore perfetto: apostolo di Misericordia!

Giunse alla corte di Vienna, intrattenne stretti rapporti con l’imperatore Leopoldo I, divenendo suo fidato consigliere.

Il 12 settembre 1683, in qualità di legato del papa, il beato Innocenzo XI, fu presente a Vienna assediata dagli Ottomani: pregò offrendo la vita per la liberazione della città.

Riforma religiosa o militare

Da tempo nominato dal Papa “missionario apostolico” padre Marco si mise subito all’opera. Riordinò l’assistenza spirituale all’esercito, ravvivò nei soldati l’ideale per il quale combattevano. Li infervorò con la certezza che Dio era con loro, che li avrebbe aiutati. Li esortò a vivere una vita cristiana e a purificare le loro coscienze col pentimento sincero.  Finalmente li predispose alla confessione, alla comunione, all’Atto di dolore  e alla benedizione papale. Poi mise mano alla riforma dell’esercito imperiale. Grazie a Dio, il comandante supremo, il duca di Lorena, non fu solo valente generale; fu anche un uomo retto e un vero cristiano. Padre Marco ne ebbe grandissima stima e lo appoggiò sempre. Non gli riuscì difficile, poiché ebbe il diritto di partecipare ai consigli di guerra, d’intervenire con autorità nella discussione dei piani di battaglia..

Ma le armi di padre Marco si distinguevano perché colpendo al cuore ne facevano sgorgare fiumi di amore e riconoscenza.

Degna di ammirazione nel santo fu la preminente pietà, che si traduceva in una singolare capacità di coinvolgere e quasi travolgere, gli uditori, in forza dell’amore di quell’ ignudo  Crocifisso che padre Marco brandiva come un’arma decisiva, sino a farli commuovere e piangere. A farli piangere su di sè e sui propri peccati, a somiglianza di quanto il Cristo aveva fatto sulla via della croce con le donne di Gerusalemme. Anche nella fitta trama delle relazioni e delle iniziative che possono sembrare più propriamente politiche, apparve preminente la sollecitudine e operante l’intenzione di padre Marco verso gli aspetti spirituali, morali, formativi.

Si diceva che era stato anche uomo d’azione, come può esserlo un Santo che serve il Signore con i propri mezzi.

Padre Marco voleva lanciare una colonna di 4mila uomini lungo il Danubio per sorprendere e conquistare la fortezza di Nicopoli, tra Belgrado e Costantinopoli. Non ci riuscì, pur avendo l’appoggio dei migliori ufficiali.  Se si fosse dato ascolto al suo consiglio, la guerra sarebbe terminata una decina d’anni prima, con la liberazione totale dei paesi cristiani. Ma in quel frangente non c’era nulla da sperare, perciò padre Marco riprese la via del ritorno credendo di non farsi più  vedere  negli accampamenti militari. Si sbagliava… Rientrato al suo convento, godette la pace tanto sognata e scrisse all’imperatore: Me ne sto tutto con Dio e mi pare di essere in Paradiso, disponendomi per l’ultima chiamata.

Invece dovette continuare a consigliare, a benedire, a incoraggiare e a interessarsi dell’Europa e di tante persone ecclesiastiche, militari e civili che ricorrevano a lui. Aveva 60 anni. Gli acciacchi e le malattie, ma la divina chiamata dovette aspettarla ancora per anni.

Dopo la vittoria, egli tornò a Venezia. Qui apprese con gioia che il senato della città voleva ringraziare Dio e la Madonna per la grandiosa vittoria contro i Turchi.

La morte santa

Il 13 agosto 1699 ricevette la famiglia imperiale: imperatore e imperatrice erano a capo del suo letto. Una scena incredibile! Essi ricevettero  da lui una benedizione, l’ultima. Se ne andarono mesti, ma non fecero in tempo a partire in carrozza che un frate li richiamò: padre Marco era entrato in agonia. I due allora ritornarono  nella piccola cella, si inginocchiarono e subito, baciando il crocifisso di legno, padre Marco chiuse gli occhi per sempre. Aveva 68 anni di età, non compiuti, di cui 50 vissuti nell’Ordine dei Cappuccini.

Preghiera

Del BEATO MARCO D’AVIANO ALLA MADONNA

O Maria santissima, mia padrona

O Maria Santissima! mia padrona

Nella tua benedetta fiducia,

nella tua speciale protezione

e nel seno della tua misericordia,

mi raccomando oggi, e tutti i giorni,

 e nell’ora della morte.

Ogni mia speranza e ogni mia consolazione,

le mie angosce e tutte le mie miserie

la mia vita e il termine della mia vita,

tutto a te affido affinché,

per i tuoi altissimi meriti e intercessione tua,

tutte le mie opere si facciano e si dirigano

secondo la tua volontà e quella del tuo figlio.

Amen.

Merita più di un cenno l’autore di questo libro: Don Marcello Bellina, nato da emigranti friulani nel 1924 ad Arras, nella Francia Settentrionale. Fu ordinato sacerdote l’11 luglio 1948. Morì il 4 novembre 1992. Distinto fu il suo contributo alla cultura del Friuli, come scrittore. Questa biografia fu l’ultima fatica della sua vita ispirata da fede sincera e generosa nell’offerta anche della sua intelligenza all’elevazione morale, culturale e spirituale del popolo friulano.

:: Redenzione di Natale di Anne Perry (Giallo Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 gennaio 2026

Sulle rive fangose del Tamigi, dove l’acqua trascina i relitti, dove l’aria è ammorbata da acri odori e i destini  delle persone che ci vivono sembrano dimenticati, Anne Perry ambienta Redenzione di Natale, uno dei suoi più intensi scritti natalizi. Non narra del felice Natale delle tavole imbandite con le famiglie riunite attorno, ma quello che si insinua subdolamente  tra i gelidi vicoli frustati dal vento, sotto le luci tremolanti dei lampioni. Scrive di una Londra vittoriana stanca e ferita, popolata da poveri, orfani e anime abbandonate  ai margini. Ai margini dove si trova la clinica medica  del dottor Crowe, luogo di cura e di rifugio, umile presidio di umanità in un mondo dove la compassione pare trasformata quasi in un lusso.
Il dottor Crowe è un personaggio particolare, forte d’animo, coraggioso: un ottimo medico ma che ha dovuto testardamente lavorare e studiare per anni  per arrivare alla laurea, un uomo solo, animato da un incrollabile rigore morale, che lavora per poco, quanto basta ad andare avanti ma anche capace di offrire cure gratuite a chi non possiede nulla se non il proprio dolore. La sua clinica, affacciata sul fiume, diventa uno spazio narrativo centrale, quasi un ventre caldo pronto ad accogliere e riparare i derelitti  che si trascinano lungo le banchine. Al suo fianco, al lavoro c’è sempre Scuff, apprendista e figlio adottivo di William Monk, comandante della polizia fluviale di Londra e di sua moglie Hester,  un ex monello di strada da loro strappato alla miseria o peggio. Il loro rapporto è fatto di silenzi, di gesti e di grande fiducia reciproca. Il loro è un legame affettivo e di fiducia che non ha bisogno di proclami, ma si manifesta quotidianamente nella condivisione delle fatiche e nella scelta di restare dalla parte dei più deboli.
Il Natale incombe,  percepibile dagli ornamenti  appesi ai lampioni e dalle vetrine decorate, ma per Crowe rappresenta ancora e soprattutto un’insanabile  ferita. La  solitudine, sua e dei diseredati, par quasi più acuta in quei giorni, con Londra che esibisce una falsa  felicità . Ma sarà proprio in questo periodo che il dottor Crowe rincontrerà Ellie Hollister, una ricca giovane donna alla quale lui ha quasi miracolosamente salvato una gamba dall’amputazione dopo un gravissimo incidente. Ellie era stata travolta da un carro. Un sentimento tra loro, mai dichiarato, forse perché astretto tra affetto trattenuto e consapevolezza delle distanze sociali non era mai veramente sbocciato. La casuale  ricomparsa di Elli tuttavia : un fortuito incontro per strada, la diretta  testimonianza di una manifestazione di  violenza di quello che dovrebbe essere il  suo ricco promesso sposo, spingerà  Crowe a reagire e a  intervenire.
Da questo momento la storia, da quella che potrebbe essere solo la  condanna morale del comportamento del fidanzato della ragazza, sfocerà invece in un’ indagine  investigativa. L’incendio di un magazzino, il risarcimento assicurativo, la morte sospetta di un guardiano notturno diventeranno tasselli di una vicenda oscura, legata agli interessi di uomini solo in apparenza potenti e rispettabili. Perry non costruisce un giallo classico basato su colpi di scena serrati, ma accompagna il lettore lungo un percorso di progressiva scoperta, con la tensione che scaturisce dal contrasto tra giustizia e convenienza, tra verità e reputazione. Crowe dovrà muoversi con cautela, consapevole del rischio, sapendo soprattutto di non potere contare né su protezioni né su autorità ufficiali.
Contemporaneamente la clinica continua a lavorare grazie a Scuff, che si farà carico non solo dei tanti pazienti, ma anche di una bambina di strada, Mattie, e del suo gattino. Questa presenza introduce una nota di tenerezza, a simbolo di un’innocenza ancora recuperabile. Mattie rappresenta infatti ciò che il Natale dovrebbe davvero significare: accoglienza, calore, possibilità di un diverso futuro. Il suo inserimento nel quotidiano della clinica rafforza l’idea che la salvezza possa passare spesso attraverso i piccoli gesti quotidiani, piuttosto che non grandi dimostrazioni.
L’ambientazione si rivela senz’altro uno dei punti di forza del racconto. La Londra vittoriana di Anne Perry è cupa, nebbiosa, immersa in un freddo che sembra penetrare nelle ossa. I moli, le gru nere stagliate contro il cielo invernale, le strade, desolate, restituiscono un’atmosfera particolare, dove la bellezza natalizia convive con la più cruda miseria. In questo scenario, la luce non proviene dalle decorazioni, ma dalle scelte dei personaggi e dalla loro capacità di opporsi al dominante  cinismo umano.
Redenzione di Natale è una storia di riscatto, ma senza facili illusioni. Il lieto fine arriva, ma non cancella il dolore né promette miracoli. Offre piuttosto un certo senso di giustizia, fragile ma reale, conquistata grazie al coraggio di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Anne Perry firma così un racconto caldo e malinconico, capace di avvolgere il lettore come un abbraccio, ricordando che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanità può ancora trovare il suo spazio.

:: Liberi di Scrivere Award sedicesima edizione – Le votazioni

2 gennaio 2026

Sono aperte le votazioni per il miglior libro edito nel 2025, potete esprimere il vostro voto nei commenti. E’ valido un solo voto per lettore.

Potete votare nei commenti del blog qualsiasi libro italiano e straniero uscito nel 2025, poi lo inserisco nella lista.

C’è tempo di votare fino alla mezzanotte di venerdì 16 gennaio. Sabato 17 gennaio sarà proclamato il vincitore, e il secondo e terzo classificato. Menzione d’onore per il traduttore il cui libro in traduzione otterrà più voti.

Buon voto a tutti!

NB: i commenti sono in moderazione.

Candidati:

“Estella“ di Valerio Varesi, Neri Pozza. 2 VOTI

“North River” di Pete Hamill, tradotto da Nicola Manuppelli, edito da Mattioli 1885. 2 VOTI

”Tra lei e me”, di Giampaolo Simi, Sellerio (2025). 2 VOTI

“Chimeriade” di Francesco Verso, Future Fiction editore. 1 VOTO

Fuga in Siberia: Lo zar e lo sciamano di Daniele Cellamare Les Flâneurs Edizioni. 1 VOTO

L’uomo dagli occhi tristi Pulixi Rizzoli 1 VOTO

:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività, l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.