Archivio dell'autore

:: Aquila Neptuni di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2025) a cura di Patrizia Debicke

6 settembre 2025

Anno 388 d.C. L’Impero Romano d’Occidente si avvia verso un tramonto inesorabile, e con esso i suoi fasti, i suoi simboli e la sua potenza millenaria. In questo scenario di caos politico e decadenza morale si muove la vicenda che ha come protagonista il centurione Ausonio, un uomo temprato dalle campagne militari, ma ancora legato alla sua terra e ai valori di un mondo che si sta sgretolando sotto i suoi occhi.

Il romanzo si apre sul conflitto tra Valentiniano II, giovanissimo imperatore in fuga, e Magno Massimo (o Massimiano), usurpatore che tenta di imporre la propria autorità su Milano e sull’Italia. Sullo sfondo, l’ombra possente di Teodosio, Augusto d’Oriente, chiamato a ristabilire un equilibrio ormai precario. Le forze in campo non si limitano alla politica e alle grandi manovre militari: l’autore ricostruisce con precisione la complessità di un Impero in dissoluzione, tra giochi di potere, tradimenti e barbariche alleanze pronte a calare come avvoltoi sulle rovine di Roma.

È qui che entra in scena Ausonio. Non un eroe invincibile, ma un uomo di carne e sangue, costretto a confrontarsi con corruzione, tradimenti e scelte impossibili. Il suo compito – allestire una nave da guerra per difendere il porto del Liris – diventerà un atto di resistenza personale, un baluardo fragile eppure necessario contro il dilagare della violenza. L’“Aquila Neptuni”, la nave che radunerà i superstiti legionari e li porterà a combattere al fianco di Teodosio, non è soltanto uno strumento militare: rappresenta un simbolo, un’ultima fiammata di dignità e di appartenenza.

La ricostruzione storica si intreccia con il ritmo serrato della narrazione. Le manovre di Andragazio, il generale che aveva già insanguinato la storia con l’uccisione di Graziano, si scontrano con le strategie di Bautone, comandante fedele a Teodosio. Le flotte si preparano al confronto decisivo sull’Adriatico, in una battaglia navale descritta con respiro epico, dove le vele tese dal vento, il legno che stride sotto i colpi e il sangue che tinge le onde diventano immagine potente del collasso di un intero mondo.

Il pregio del romanzo è quello di restituire, attraverso lo sguardo di Ausonio, la tensione di un’epoca sospesa tra passato e futuro. Roma non è più il centro saldo e indiscusso dell’universi, ma un corpo in decomposizione, dilaniato da interessi particolari e da un’aristocrazia più dedita al lusso che al bene comune. Eppure, nonostante tutto, esistono ancora uomini capaci di credere ancora in valori di lealtà, sacrificio e appartenenza. Ausonio e i suoi ex commilitoni incarnano questa resistenza morale, quasi fossero gli ultimi testimoni, portatori di una fiaccola che, pur destinata a  spegnersi, non vuole rinunciare a brillare.

Il ritmo narrativo  è rapido, non per scarsa profondità, ma per il continuo, serrato avvicendarsi di colpi di scena. Una decisione mancata, un tradimento, una vela che compare all’orizzonte saranno sufficienti per capovolgere le sorti. Ed è proprio  la precarietà del tempo che l’autore riesce a comunicare al lettore: come una frana annunciata, quando basta un sassolino a preannunciare la rovina.

Ciò che rimane impresso è il netto contrasto tra la dimensione privata di Ausonio: la sua terra, i suoi compagni, la sua estrema dignità di soldato con l’estensione del dramma storico che lo circonda. La sua “isola felice” semicelata tra gli ulivi, continuamente minacciata dai barbari e dagli intrighi di potere, si trasforma quasi nel microcosmo in cui si rispecchia la decadenza dell’Impero.

La battaglia finale nell’Adriatico, con l’“Aquila Neptuni” proiettata al centro dello scontro, suggella un destino epico e insieme tragico. Non può esserci vera vittoria, perché il crollo di Roma è inarrestabile, ma in primo piano risalteranno la dignità e  l’onore  di chi ha combattuto fino all’ultimo respiro per difendere la propria gente. La figura di Andragazio, infine, si chiude con la macchia indelebile del fallimento e con un epilogo che trasuda disperazione: il suicidio in mare, ultimo atto di un comandante travolto dagli eventi e dalla sua stessa ambizione.
Il romanzo, in conclusione, si legge con la tensione di un thriller storico e con l’intensità di una tragedia classica. Porta il lettore dentro un’epoca di passaggi e fratture, restituendo la fine dell’Impero non come un fatto lontano e astratto, ma come un dramma umano, vissuto da uomini che ancora credevano che Roma fosse qualcosa di più di un nome e di un ricordo.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli. Ha pubblicato sulla rivista locale Il giornale del Golfo due racconti brevi riguardanti episodi storici del paese d’origine. Incaricato “Settore Storico” del Rione dei Grifone (Pistoia).

:: Il canto dei cuori ribelli di Thrity Umrigar

6 settembre 2025

Aveva quattordici anni Smita quando con la sua famiglia ha dovuto lasciare l’India in circostanze drammatiche. Una volta al sicuro in America, ha scacciato dal cuore la nostalgia per i crepuscoli aranciati e il profumo inebriante dei cibi che il padre le comprava dai venditori ambulanti e giurato a se stessa che mai più sarebbe tornata in quei luoghi che l’avevano così profondamente ferita.
Ma anni dopo si ritrova a dover accettare con riluttanza l’incarico di coprire una storia di cronaca a Mumbai, per il suo giornale. Seguendo il caso di Meena – una giovane donna sfigurata brutalmente dai suoi fratelli e dai membri del suo villaggio per aver sposato un uomo di un’altra religione – Smita si ritrova di nuovo faccia a faccia con una società che appena fuori dallo skyline luccicante delle metropoli le pare cristallizzata in un eterno Medioevo, in cui le tradizioni hanno più valore del cuore del singolo, e con una storia che minaccia di portare alla luce tutti i dolorosi segreti del suo passato. Eppure, a poco a poco le sue difese cominciano a vacillare, i ricordi a riaffiorare e la passione a fare nuovamente breccia in lei…
Sullo sfondo di un meraviglioso Paese sospeso tra modernità e oscurantismo, in un crescendo di tensione, due donne coraggiose e diversamente ribelli si confrontano con le conseguenze di due opposti concetti di onore e di libertà, in una storia indimenticabile di tradimento, sacrificio, devozione, speranza e invincibile amore.

Thrity Umrigar è una pluripremiata autrice di bestseller, celebrata da icone come Salman Rushdie e Reese Witherspoon, e collabora con importanti testate come New York Times , Washington Post , Boston Globe . È inoltre docente di scrittura creativa e letteratura alla Case Western Reserve University. Pubblicato in dodici lingue, Il canto dei cuori ribelli è uno straordinario successo di pubblico e critica.

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:: Scrivere di Marguerite Duras

5 settembre 2025

Un testo introvabile, un libro cult per intere generazioni di scrittori: un vero e proprio testamento letterario in cui Marguerite Duras ci porta al cuore del suo immaginario, regalandoci una testimonianza unica sulla vita e la scrittura, il rapporto con i suoi libri e i film, la guerra e la solitudine.

Scrivere è urlare senza fare rumore, è solitudine, scrivere è soprattutto il dubbio. Mossa da questi pensieri, Marguerite Duras decide di ripercorrere le tracce dell’atto creativo, un atto che per lei è sempre stato ragione di vita. I cinque testi qui raccolti compongono un ritratto cangiante e frammentato, che rivela il nucleo della poetica di Duras: la passione per la parola, la meditazione sulla morte e, soprattutto, il desiderio di una purezza anelata, eppure così difficile da afferrare, perché la scrittura è emozione carnale, imprevedibilità. Intimo e militante, Scrivere è il testamento letterario di Duras. Un libro di culto, l’indagine artistica di un’autrice che fino all’ultimo interroga le ragioni che l’hanno condotta verso la pagina. E che, in un dialogo incessante con la propria sensibilità e le proprie aspirazioni, scopre un luogo dell’anima, un’attitudine, la postura esistenziale che ha riempito di senso ogni suo gesto.

Marguerite Duras (Saigon, 1914-Parigi, 1996) ha vissuto in Vietnam fino ai diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Partito Comunista Francese, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. È autrice di romanzi e sceneggiature, come quella di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, e ha diretto numerosi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con L’amante ha vinto il Premio Goncourt nel 1984.

In libreria dal 12 settembre con la nuova traduzione di Chiara Manfrinato e la prefazione di Gaia Manzini.

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:: L’uomo dagli occhi tristi di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2025) a cura di Patrizia Debicke

5 settembre 2025

Piergiorgio Pulixi ci riporta nelle atmosfere intense e inquietanti che già avevano fatto di  L’isola delle anime un romanzo di culto. Con il suo nuovo capitolo della serie delle ispettrici Mara Rais ed Eva Croce, l’autore sardo alza ulteriormente la posta in gioco, costruendo una trama che coniuga la tensione narrativa del thriller, la denuncia civile del noir e la profondità emozionale di un’indagine sull’animo umano. La verità non è mai neutra, ma ha il sapore del peccato, e chiunque osi scavare più a fondo rischia di rimanere travolto.

La storia si apre con un’immagine sinistra: nelle acque limpide di un lago dell’Alta Ogliastra, incorniciato da boschi e montagne, un villeggiante nota un motoscafo alla deriva con a bordo il corpo senza vita di Michelangelo Esu, un bellissimo diciassettenne, travestito e truccato da donna, colpito con ventitré coltellate. La scena, che infrange l’incanto del paesaggio, costringe il lettore a calarsi subito nel lato oscuro di Saruxi,  una comunità apparentemente perfetta. Il motoscafo appartiene a Daniele Enna, ex sindaco, volto emergente della politica regionale, pronto a candidarsi alla presidenza della Sardegna con la bandiera della transizione ecologica. E subito quel delitto si trasforma in una bomba pronta a esplodere: dietro la virtuosa immagine del “paese del vento”, simbolo di prosperità e sviluppo green, affiorano interessi, ricatti e infiltrazioni mafiose legate al business dell’eolico.

La madre della vittima, Lorenza Maxia, è una figura centrale e indimenticabile. Il suo dolore, lo strazio quasi palpabile di una madre che ha perso l’unico figlio, non si limita a definire un personaggio, ma diventa voce collettiva e denuncia di una comunità che preferisce insabbiare piuttosto che affrontare la verità. Saruxi è un paese raffinato, ordinato, ricco di fiori e di servizi, ma dietro la facciata si celano inconfessabili compromessi e un potere politico che si intreccia con la criminalità. Pulixi è un maestro  nel descriverne il  contrasto: la seducente bellezza del luogo e il marcio che corrompe le fondamenta.

Sull’indagine lavoreranno Mara Rais ed Eva Croce, chiamate a occuparsi del caso dal procuratore generale con un preciso dictat: risolverlo senza clamore, proteggendo la fragile impalcatura politica che regge la candidatura di Enna. Le due ispettrici, già protagoniste di altre eccezionali indagini, si dovranno muovere in una terra che conoscono e temono, sorvegliate da vicino e ostacolate da occulti poteri che hanno solo interesse a seppellire i segreti del lago. Ciò nondimeno il romanzo non è solo la cronaca di una difficile inchiesta ma forse soprattutto il ritratto di due donne multiformi,  costrette a confrontarsi non solo con il male all’esterno, ma anche con le proprie più intime fragilità.

Mara Rais è impegnata in una devastante battaglia personale: l’ex marito è riuscito a sottrarle la figlia adolescente grazie a un’ordinanza del tribunale. La sua urgenza di risolvere il caso quindi non è solo professionale, ma principalmente legata al bisogno di dimostrare di essere una madre affidabile e di poter riconquistare un pezzo della sua vita. Eva Croce, invece, che non si concede mai tregua, vive la ricerca della verità come un percorso doloroso dentro le proprie zone d’ombra, quasi intrappolata dai suoi fantasmi e dalle sue contraddizioni. Insieme, Mara ed Eva tuttavia incarnano due diverse espressioni della stessa resistenza, benché unite da un rapporto fragile e continuamente messo alla prova. Qualcuno, infatti, trama per dividerle, alimentando sospetti e screzi: e invece l’equilibrio tra loro è indispensabile, perché solo la fiducia reciproca può condurle fino in fondo.

La struttura del romanzo è ben calibrata: tre parti precedute da un prologo che restituisce la vittima nella sua essenza più vera. Michelangelo Esu non è solo un corpo martoriato, ma anche un  giovane artista che dipingeva angosciosamente occhi maschili tristi, a immagine di un mondo interiore sofferto ed enigmatico. Una scelta narrativa che regala al romanzo un insolito spessore: non bisogna dunque  solo scoprire chi ha ucciso, ma capire chi fosse davvero Michelangelo, cosa mai lo rendesse così fragile e scomodo da meritare una morte tanto brutale.

Pulixi mischia diversi livelli narrativi: la denuncia sociale delle infiltrazioni criminali nell’economia “verde”, la critica a una politica che preferisce proteggere le proprie carriere e non la verità e  l’analisi delle dinamiche di potere in un microcosmo comunitario specchio di vizi e storture universali. Ma c’è anche un grande romanzo sulle donne. Pulixi scava nell’animo femminile con empatia e con una precisione che raramente si trova nel noir, trasformando il dolore in una lente attraverso cui guardare la giustizia e la verità.

Il paesaggio dell’Ogliastra, come sempre nella scrittura dell’autore, non è solo cornice ma personaggio: un luogo di bellezza primordiale ma minacciosa, che rispecchia la tensione dei protagonisti. L’acqua del lago, con i suoi sepolti segreti, diventa metafora delle verità sommerse che rischiano di emergere con slancio distruttivo.

Pulixi si serve di un ritmo incalzante, fatto di capitoli brevi, dialoghi affilati e colpi di scena ben dosati, ma senza mai sacrificare la profondità psicologica. La tensione cresce progressivamente, fino a un finale che lascia addosso una sensazione di ferita aperta, di giustizia parziale, di resa dei conti più interiore che processuale.

Un libro teso, attualissimo e implacabile, che ci ricorda come dietro la patina di progresso e benessere possano nascondersi abissi di violenza e corruzione. Un noir che esaltando la forza d’animo delle donne, ci spiega come la giustizia, per quanto desiderata e inseguita, sia troppo spesso contaminata dal peccato.

Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) è uno scrittore di romanzi e racconti noir. “Perdas de Fogu”, romanzo-inchiesta ideato da Massimo Carlotto, segna l’avvio della carriera letteraria di Pulixi e l’inizio della sua collaborazione con il collettivo letterario Sabot. Sempre in questo progetto corale, Pulixi ha partecipato con il suo racconto alla raccolta “Donne a perdere”. “Una brutta storia”, “La notte delle pantere”, “Per sempre”, “Prima di dirti addio” sono i titoli che compongono la saga incentrata sull’ispettore Biagio Mazzeo. Nel 2014 ha presentato al pubblico “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento”. Ha vinto il premio Franco Fedeli 2015 e i Corpi Freddi Awards con “Il canto degli innocenti”. “Lovers hotel” è invece una serie audio di sei puntate creata con Carlotto, mentre “L’ira del male” rappresenta la sua prima antologia. Pulixi, i cui romanzi sono al momento tradotti anche negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, pubblica alcuni dei suoi racconti anche nelle testate di «Left», «Micromega», «Narcomafie» e «Manifesto».

:: IL GIORNO IN CUI NILS VIK MORÌ di Frode Grytten (Carbonio 2025) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2025

Con prosa lirica e dolente tenerezza, inframezzata da sprazzi di divertita ironia, Frode Grytten ci narra l’ultimo giorno di vita di un uomo ormai anziano che ha passato la sua vita a traghettare anime e persone tra i fiordi, battuti dai venti, della Novergia. Non la Norvegia cosmopolita di Oslo ma quella della costa occidentale, più ruvida, autentica se vogliamo, scarna. Una Norvegia quotidiana, lontana dalle latitudini turistiche ed edulcorate, dei patinati libri di viaggi. Una Norvegia consunta, sciupata, stropicciata che narra di vite comuni, di piccoli gesti, di infinitesimi moti del cuore. Dopo aver perso l’amata moglie Marta, Nils Vik non vive che per rincontrarla e finalmente il giorno è giunto, un giorno di novembre non dissimile dagli altri. Nils Vik si alza, espleta i suoi rituali del risveglio, brucia un materasso, scrive due righe alle figlie perchè non litighino contendendosi l’eredità, e prende il largo con la sua barca, per non più tornare. O meglio tornare da lei, la sua amata Marta. Ha quasi settantanni, la sua vita l’ha vissuta, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue perdite, i suoi ricordi. Il traduttore Andrea Romanzi ha reso il lirismo della scrittura, pulsante e poetico, Grytten scrive in nynorsk, la variante minoritaria e più autoctona del norvegese scritto, usata prevalentemente nell’Ovest, e non in bokmål, quella maggiormente diffusa e di matrice danese, una lingua prestata alla poesia con la sua cadenza, il suo lessico remoto, la sua impalpabile voce. Come l’eco di una fiaba la narrazione si dipana prima in sordina poi dando vita a un coro polifonico di personaggi che resteranno aggrappati alla memoria del lettore.

Figura centrale della letteratura norvegese contemporanea per la sua opera narrativa, giornalistica, poetica e teatrale, tradotto in dodici lingue, Frode Grytten è nato nel 1960 nella Norvegia occidentale, a Bergen (dove vive tuttora), ma è cresciuto a Odda, un piccolo comune costiero dalla forte identità industriale, fonte d’ispirazione costante per il suo immaginario letterario e ambientazione di diversi suoi libri. Per oltre un quindicennio, è stato una delle firme più importanti delle pagine culturali del Bergens Tidende, tra i maggiori quotidiani norvegesi, distinguendosi per i suoi reportage, alcuni dei quali sono stati ripubblicati in 50/50, la raccolta non-fiction uscita nel 2010, in tributo al suo cinquantenario. Dal suo esordio, nel 1983, Grytten ha pubblicato 33 libri e ha vinto premi letterari prestigiosi. Nel 2005 ha ottenuto il Riverton Prize, il principale riconoscimento norvegese per il genere giallo con Flytande bjørn, suo unico crime.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

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:: “Leggermente mossa” di Carlo Lei (Revolver Edizioni)

4 settembre 2025

Carlo Lei – Roma – Insegnante e critico teatrale, scrive di teatro e di tante altre cose in poesia e in prosa.

Ciao Ca’, ho capito quello che mi hai scritto. Hai ragione, lo so bene anch’io, niente di nuovo. Perché a qualcuno dovrebbe interessare un romanzo su due artistoidi come me e il Dario, mi chiedi, con tutti gli annessi e i connessi, io che faccio la cameriera a nero tutti i giorni, persino doppio turno, in zona Porta Garibaldi, a cinque euro l’ora. Il realismo è fuori moda? Magari torna, mi dicevo. Ma comunque, se me lo avessi chiesto a voce ti avrei risposto che è interessante perché ci sono cose che riguardano tutti. L’amore, il bisogno di capirsi. Sì, è la mia, la sua vita, ma altri avrebbero potuto riconoscercisi. Se potessi fare la critica di me stessa, ora, dopo qualche settimana che il lavoro è finito, potrei tirare le somme dicendo che è la storia di uno spaesamento, di una donna che non riesca a trovarsi. Così ti avrei detto. Ma ora, ora che mi trovo a scriverlo, penso che non sia del tutto vero, anzi che faccia pena persino la giustificazione, e che abbia ragione tu. Che spaesamento è una parola che potresti usare tu, non io. Anzi mi accorgo che la sto usando solo perché so che potrebbe piacerti.

Carlo Lei ripercorre la vita della compagna Carmela De Ciccoli: pittrice, scenografa, scrittrice e artista. Una relazione distruttiva sempre sul punto di esplodere per un amore che sopravvive nel tempo.

Carmela De Ciccoli nasce a Napoli nel 1978 e già al liceo conosce i due uomini più importanti della sua vita: Dario Miglionini e Carlo Lei. Due amoriche segneranno il suo destino.

A 17 anni vince il primo premio alla mostra annuale del liceo artistico e i suoi quadri ottengono un grande successo. Ha già un suo stile. Dipinge animali appostati in attesa di qualcosa sullo sfondo di paesaggi minimali ed è felice solo quando dipinge.

Ma da perenne scontenta non riesce ad applicarsi a lungo a una passione e dalla pittura passa presto al teatro esordendo come scenografa, costumista e truccatrice. Non si stima e ogni volta rinnega una passione per l’altra anche a costo di mandare tutti i suoi bellissimi quadri in discarica. 

Sono anni fertili ma duri e Carmela sembra sempre sull’orlo di qualcosa.

Cerca la perfezione, ma puntualmente si scoraggia. È insicura ed entra facilmente in depressione. Con Carlo poi discutono continuamente. Quando lui insiste per portarla a Venezia lei non vuole andarci, la trova malinconica, banale e prevedibile, ma Carlo vuole che si guardi finalmente attorno e che la smetta di guardarsi dentro. Sa che ha accatastato le sue opere in cantina e sospetta che si veda ancora con Dario.

Quando la perde di vista tra le calli non la trova più e scopre che a casa ha già fatto sparire vestiti, quadri e ha lasciato le chiavi sul letto per andare a vivere con Dario alla Garbatella.

Carlo per due anni non ne ha notizie fino a che non riceve per posta un invito per la Turandot con scene e costumi di Carmela e la regia di Dario. Indispettito, decide di andare a spettacolo iniziato e di lasciar vuoto il posto che gli hanno riservato. Durante la recita ha l’impressione che, dopo aver buttato tutti i suoi quadri, si stia buttando via anche Carmela. Quando si rifà viva ha scritto un libro di 90 pagine. Una storia d’amore.  Pensa che quadri, costumi e tutto il resto fossero solo una distrazione dal suo romanzo e vorrebbe tanto un parere di Carlo, ma Carlo trova sempre nuove scuse per non leggerla. Forse è il suo modo di vendicarsi. Sa che lei tiene molto alla sua opinione e che rispetto a lui si sente un’ignorantona. Quando si sposano nel 2011 e pensano di adottare un figlio la madre di Carmela lo chiama ancora Dario. Non sono nemmeno più attratti fisicamente ma si amano.

Continuano ad allontanarsi per poi cercarsi. E cercare è l’anagramma di carcere.

Né con te, né senza di te citava un famoso film dall’esito drammatico.

Un grande amore che troverà il suo culmine il 12.5.2013. Una storia appassionante e vera che mi ha tenuta incollata fino all’ultima pagina per sapere come sarebbe andata a finire.

:: Gruppo di lettura – Il sogno della camera rossa

4 settembre 2025

Mi piacerebbe iniziare questo precoce autunno con un nuovo Gruppo di Lettura, e avrei scelto la lettura de Il sogno della camera rossa. Leggerlo da soli è un’impresa improba ma assieme diventa un’esperienza meravigliosa. E’ un libro affascinante e misterioso, pieno di segreti, oltre a essere considerato uno dei massimi capolavori della narrativa cinese della dinastia Ching e dei capisaldi della letteratura mondiale. Io ho l’edizione BUR, tradotto da Edoarda Masi, eminente sinologa. Ma ci sono altre edizioni. Cosa ne pensate? Volete unirvi a noi? Divideremo il libro in gruppi di capitoli, non più di 50 pagine alla volta e ci riuniremo sul blog ogni sabato dalle 18.00 alle 19.00 per discuterne. Sarà divertente vedrete.

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_sogno_della_camera_rossa

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Vanno bene anche altre edizioni.

Primo appuntamento 1-50 pag. Oggi 27 settembre Ore 18.00. Siate numerosi!

:: Il sogno della camera rossa di Ts’ao Hsüeh-ch’in (Trad. Edoarda Masi)

4 settembre 2025

Una grande comunità matriarcale in cui si muovono, con l’eleganza di miniature, fanciulle fortunate o sfortunate, serve o padrone, mogli o concubine. Un’atmosfera rarefatta in cui, allegre o dolenti, fluttuano figure eteree, tra spettacoli e indovinelli, visite all’imperatore ed elaborati culti religiosi. Attraverso l’aura fiabesca il lettore occidentale però scopre attonito la realtà di una società complessa, imbrigliata dalla burocrazia, sottoposta a un rigido codice d’onore e vincolata a convenienze e usi immutabili, destinati a far soffrire. Fra i tanti personaggi a metà tra figurine e individui, compare Pao-yü, il protagonista, il “diverso”, che tira a sé le fila della narrazione e regge, come il principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij, gli equilibri precari dell’esistenza che, suo malgrado, si trova a vivere.

Un libro che nella Cina del 1765 riuscì a raccontare l’amore tra gli adolescenti; un libro che mise in scena idee che fondono pietre per riparare la volta celeste, fiori che promettono di restituire in forma di lacrime l’acqua con la quale sono stati coltivati, bambini che nascono con in bocca una giada. Questo libro, considerato uno dei massimi capolavori della narrativa cinese della dinastia Ching, è “Il sogno della camera rossa”. Con i suoi circa 450 personaggi che ruotano intorno al destino di Pao-yu, di sua cugina Tai-yu e di Po-ch’ai, in un mulinare continuo di sortilegi che attingono alla tradizione taoista, al sogno e all’allegoria metafisica, questo libro enciclopedico e commovente è un esempio di narrazione unica nel suo genere.

Edoarda Masi (Roma, 21 settembre 1927 – Milano, 5 luglio 2011) è stata una sinologa, saggista e traduttrice italiana, specializzata nella cultura della Cina e nella lingua cinese.

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:: La Cina è un’aragosta di Giada Messetti

4 settembre 2025

«Cinquant’anni fa sarebbe stato impossibile immaginare la Cina di oggi» sostiene Giada Messetti. E questo perché, come afferma un suo amico cinese, «la Cina è un’aragosta». L’immagine è particolarmente azzeccata perché come l’aragosta, che crescendo è costretta ad abbandonare il vecchio carapace e ad aspettare, vulnerabile, che se ne formi uno nuovo, anche la Cina di oggi sta vivendo una fase di muta faticosa e complessa. Dopo aver raccontato nei suoi saggi precedenti l’attualità e le dinamiche culturali del Celeste Impero, in questo nuovo libro Giada Messetti si concentra sulla società cinese. Durante i suoi ultimi viaggi, avvenuti dopo la riapertura delle frontiere, ha incontrato molte persone di diversa provenienza ed estrazione sociale. Ha così potuto appurare sul campo quante cose siano cambiate nella vita quotidiana dei cinesi: dall’atteggiamento dei giovani verso il lavoro e il loro futuro, alla nuova consapevolezza delle donne riguardo la famiglia e il loro ruolo tradizionale, fino alla voglia degli anziani di godersi gli anni della pensione. Ma non solo, statistiche alla mano, ha fotografato l’evoluzione di abitudini e stili di vita e ha potuto constatare quanto sia ormai generale l’attenzione all’ambiente: il cielo sopra Pechino è finalmente azzurro, segno di una vera svolta green. Una testimonianza di prima mano, non ideologica e quindi preziosa, proprio quella che serve per contrastare gli stereotipi ancora troppo diffusi in Occidente. Perché il Dragone, benché al momento soffra di seri problemi interni, come l’invecchiamento della popolazione, il rallentamento della crescita, la disoccupazione giovanile e la crisi immobiliare, è ancora in ascesa e capace di ridefinire le dinamiche economiche e geopolitiche del mondo. Perciò tentare di comprenderne le contraddizioni e le sfumature, in questo momento storico di grandi cambiamenti, è davvero cruciale.

Giada Messetti, originaria di Gemona del Friuli (UD), ha vissuto a lungo in Cina. Sinologa e autrice di programmi televisivi e radiofonici per Rai, Mediaset e La7, è divulgatrice e opinionista su temi relativi alla Cina in televisione, in teatro, in radio, in convegni e festival, su quotidiani e periodici. Ha ideato, scritto e co-condotto il programma televisivo “CinAmerica” sulla sfida tra Cina e Stati Uniti, andato in onda su Rai3 e ora disponibile su Raiplay. Per Mondadori ha pubblicato i saggi Nella testa del Dragone (2020) e La Cina è già qui (2022). Con La Cina è un’aragosta (2025) chiude un’ideale trilogia.

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:: Il rinnovo è andato a buon fine!

3 settembre 2025

Il WordPress.com Piano Personale e il dominio personalizzato per Liberi di scrivere sono stati rinnovati con successo oggi 3 settembre 2025, così il sito sarà dotato di tutti i suoi strumenti e funzionalità per un altro anno. Il prossimo rinnovo avverrà il 3 settembre 2026. Ringrazio i cinque lettori che ci hanno aiutato a coprire in parte la cifra, non è scontato, non era dovuto. Li ringrazio pubblicamente perchè è giusto. Ringrazio anche la collaboratrice che si è offerta di contribuire, ricorderò anche lei, gli amici si ricoscono nel momento del bisogno. E aiutano a superare le tempeste. Grazie a tutti, di leggerci ogni giorno, e vi ringrazio di abbonarvi al nostro blog. E’ gratuito e ricevete notifica al vostro indirizzo email ogni volta che pubblichiamo un articolo. Ogni donazione è libera e facoltativa. Se volete contribuire siete sempre in tempo, non ci arricchiremo ma terremo in vita il nostro sito. Grazie a tutti!

:: “Uno sguardo delicato sul mondo” di Salvatore Claudio D’Ambrosio – di M. Elena Danelli

3 settembre 2025

Verrebbe quasi da pensare che la solitudine e la malinconia siano indispensabili come l’aria, che abbiano un altro aspetto, non solo quello più evidente della sofferenza, ma che parlino un linguaggio da decifrare, da guardare dritto negli occhi, da comprendere, un compagno silenzioso che chiede di essere ascoltato, accolto, perché la ricompensa è una vita più piena e consapevole in cui le due metà (la luce e l’ombra) si abbracciano per ritornare Uno.
Non tutti ne siamo capaci, preferendo una chiassosa superficiale colonna sonora alle nostre vite, in cui ci distraiamo più o meno consapevolmente con falsi profeti, illusorie luci, ricompense ingannevoli. Per poi alla fine ritrovarci più vuoti, incompresi e soli di prima.
Salvatore Claudio D’Ambrosio ha uno sguardo delicato sul mondo, tanto da intitolare così la sua opera letteraria (intesa come prima raccolta di racconti), quasi un autoritratto capace di abitare prismaticamente più esistenze, più possibili vite e accadimenti, più destini, con la stessa grazia e comprensione, con la stessa accoglienza e dolcezza di chi si rimette fiduciosamente nelle mani di una incommensurabile Forza creatrice a cui ritornare.
L’Opera consta di venticinque racconti, venticinque vite, venticinque anime in cui D’Ambrosio riesce ad immedesimarsi con grande intuizione, con generosità e umanità come avesse vissuto ciascuna delle vite raccontate, convincendo il lettore sì da entrare in ogni singola storia, spesso delle volte amara e tagliente, a volte così dolce da non poter lasciare indifferenti. Un’umanità sfaccettata come il genere umano, in cui, come con un microscopio entrare nell’intimo, in cui tutto diventa prossimo, aderente, la pelle della vita.
D’altra parte la Vita è fatta di questo, di esseri umani che calcano questo pianeta e della cui maggior parte non sappiamo nulla, ma che si affannano, sognano, sperano, amano, odiano, nella durata stessa della propria esistenza come fosse un unico giorno infinito, in cui tutto può accadere e nessuno è preparato, ma che implica risposte in cui non esiste suggeritore per un happy end. Ci si butta dal precipizio, si cammina sul filo del funambolo, si gira il tamburo della pistola, e tutto può essere a nostro favore o contro. Ma i protagonisti dei racconti di D’Ambrosio sono uniti dal filo sottile della speranza, anche quando decidono di porre fine alla propria esistenza (vedi “Tra Buster Casey e Tom”) perché l’estremo gesto è compiuto con la speranza di una promessa che sarà realizzata, o un ringraziamento senza fine per un comune gesto di gentilezza (“Mi sei venuto a prendere a scuola”), oppure ancora il coraggio di “Questa sono io”, la cui protagonista affronta una situazione di un probabile isolamento sociale con coraggio, pagandone le conseguenze, ma garantendosi un futuro libero e maturo.
Tanta luce quanto buio. Anche nei personaggi scomodi dell’Opera troviamo esistenze con cui non vorremmo mai entrare in contatto, nella deviazione della loro violenza, delle aberranti giustificazioni date a comportamenti controversi (“Il toro – storia di una violenza”), perché anche le maleerbe popolano questa terra. D’altra parte come potremmo distinguere e scegliere, se non potessimo vivere di contrasti? Ecco D’Ambrosio accetta senza giudicare, espone senza compiacimento, ma pone con l’evidenza delle parole. Tutti soffrono, tutti gioiscono, sperando anche in un abbraccio di uno sconosciuto. La forza trainante di tutto è la fiducia, l’amore. E dunque, ritornare in carcere o ballare con le farfalle ha lo stesso peso importante dell’equivalenza. Perché la forma oscura che ci aspetta in fondo alla via siamo sempre noi, in attesa della comprensione, dell’accettazione, del rispetto, dell’abbraccio.

Salvatore Claudio D’Ambrosio, già autore di “Ho ancora gli occhi da cerbiatto” e “Frammenti di un cuore da cerbiatto”, entrambi editi da CSA Editrice, di sé dice … “Marito, papà di tre splendidi bambini, consulente privato presso un importante gruppo bancario nazionale, figlio, adottato, nero (o marrone, a seconda della sensibilità dell’interlocutore). Bancario per professione, sognatore per vocazione… “Vorrei continuare a scrivere sempre restando me stesso, senza ammiccamenti, senza mosse furbe. Non rinnego ciò che ho detto nel primo (libro), anzi, ma dopo la rabbia credo sempre ci possa e ci debba essere una reazione di amore”.

:: Memoria rossa di Tania Branigan dal 10 settembre

2 settembre 2025

«Bello e illuminante. La Rivoluzione culturale di Mao viene rappresentata senza trascurare tutto il dolore e l’agonia che l’hanno accompagnata.» – Margaret Atwood

Carnefici e vittime, rancori irrisolti e colpe da espiare: è il lascito della Rivoluzione culturale, il movimento che, tra il 1966 e il 1976, sradicò tradizioni millenarie e diede vita alla Cina di oggi. Un decennio in cui nessuno rimaneva a lungo innocente o colpevole e l’unica verità, volubile e incerta, era il pensiero di Mao, che regolava ogni sfaccettatura della vita quotidiana. Tania Branigan ha incontrato e intervistato decine di sopravvissuti, pronti a ricordare ciò che lo stato cinese vorrebbe rimuovere. Un avvocato che da bambino denunciò la madre, colpevole di aver criticato Mao tra le mura di casa. Un compositore di Pechino deportato, torturato e poi riabilitato. Un’anziana di Chongqing che racconta la giovinezza che non ha mai vissuto, perché è stata costretta a trasferirsi nella miseria delle campagne. Il vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse nell’Agosto rosso, e Song Binbin, la sua carnefice, che fu acclamata da Mao e oggi cerca di scagionarsi. Un coro dissonante di voci che ricostruiscono il passato e illuminano il presente della Cina di Xi Jinping: un regime prospero che mantiene il controllo assoluto sui suoi sottoposti, ma oggi alla delazione preferisce telecamere e software di riconoscimento facciale. E costringe i cittadini a ignorare le macerie della storia. Ma è possibile cancellare un ricordo traumatico? È sufficiente il benessere economico per dimenticare ferite così profonde? Unendo al rigore del grande reportage l’empatia della romanziera, Branigan racconta le derive pericolose di un paese che ha seppellito il suo passato: un destino da cui nessuno può sentirsi immune, nemmeno un Occidente che non vuole vedere lo sgretolarsi dei suoi valori democratici.

Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.

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