Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo, fondatore della concezione moderna della salute mentale e pure riformatore della disciplina psichiatrica in Italia. Nel 1978 venne approvata Legge Basaglia (legge 180/78), che stabilì la chiusura dei manicomi, ridonando la dignità di persona ai pazienti psichiatrici. In occasione della ricorrenza dei 40 anni dalla legge, nel 2018 è uscito “Franco Basaglia, il Re dei matti”, edito da Einaudi Ragazzi, scritto da Davide Morosinotto. Il volume, blu come il cavallo che Basaglia e i suoi pazienti di Trieste fecero per provare a cambiare le cose, è una storia nella quale l’autore racconta al lettore bambino o ragazzino la figura dello psichiatra. Protagonista però è Lisa, una bambina che scappa spesso di casa per andare a trovare la mamma. La donna è rinchiusa in un grande manicomio, in cima ad una collina, dove la piccola corre appena può, perché la sua mamma, essendo un po’ matta, non può stare con lei. Per entrare nel manicomio per poter abbracciare la mamma Lisa deve distrarre la guardia e intrufolarsi in quel luogo cupo, di terrore, pieno di sbarre, cancelli e porte serrate a chiave. Un’impresa non da poco per una bimba, ma con il nuovo direttore, un certo Franco, un signore un po’ strano, cominceranno a cambiare le cose. Anche la vita di Lisa, della sua mamma e della sua famiglia cambieranno in modo radicale. Morosinotto crea una storia toccante ed emozionante dove, attraverso il legame madre figlia messo a dura prova dalla reclusione del e nel manicomio, narra le condizioni di coloro che vivevano negli ospedali psichiatrici prima del 1978 e della legge che li fece chiudere. Lisa e la madre sono la rappresentazione di uno dei tanti casi che potrebbero essere accaduti nella realtà. Quello che colpisce è come l’autore sia riuscito con tatto e garbo a raccontare non solo quanto fosse dolorosa (emotivamente e fisicamente) la vita nei manicomi, ma anche come fosse difficile per i pazienti rapportarsi alla realtà esterna alla casa di cura. Chi usciva spesso era vittima di pregiudizi, dell’ignoranza di coloro che giudicavano senza sapere e di chiacchiere inutili e cattive – come accade alla mamma di Lisa – che non facevano altro che rendere ancora più complesso il processo di reinserimento nella società di coloro che spesso venivano definiti pazzi, folli, matti. Basaglia fece tanto per i pazienti del manicomio di Trieste e per tutti gli altri manicomi presenti in Italia. Franco Basaglia lottò per ridare ai pazienti la dignità tolta e usurpata, lottò per renderli di nuovo umani. Basaglia e i suoi ragazzi di Trieste in “Franco Basaglia, il re dei matti” combattono per dimostrare che quando l’umanità è in difficoltà deve imparare a dialogare, confrontarsi per trovare la giusta via che porti ad un rimedio, alla tranquillità e al rispetto per tutti. Il libro presenta una nota iniziale di Peppe dell’Acqua.
Davide Morosinotto è nato nel 1980 in una ridente cittadina ai piedi dei colli euganei e da molti anni vive in una casa ai piedi dei colli bolognesi. Fin da piccolo ha deciso che voleva raccontare delle storie e ha iniziato molto presto a scrivere. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti letterari, tra cui il «Premio Andersen» per il miglior libro oltre i 12 anni con Il rinomato catalogo Walker & Dawn (Mondadori). È socio di Book on a Tree, una cooperativa di autori fondata da Pierdomenico Baccalario. Come scrittore di libri per ragazzi ha pubblicato più di trenta romanzi, anche se non sempre con il suo vero nome. Per Edizioni EL / Einaudi Ragazzi ha pubblicato il romanzo Il Libero Regno dei Ragazzi, Peppino Impastato, una voce libera, Il giro del mondo in 80 belle notizie e numerosi titoli nelle collane «Classicini», «Grandissimi», «In poche parole». Il suo ultimo libro è Franco Basaglia, il Re dei Matti.
Source: richiesto all’editore, grazie a Anna De Giovanni dell’ufficio stampa Einaudi Ragazzi.

In occasione della Giornata della Memoria, Guia Risari torna in libreria con “La stella che non brilla”, edito da Gribaudo. Eva è una bimba curiosa e un giorno, mentre mamma corregge i compiti e il babbo legge, la piccola va a giocare in soffitta. Poi, all’improvviso Eva trova una scatola con oggetti strani per lei. Dentro a quella vecchia scatola arrugginita ci sono una stella a sei punte, una foto con tanti uomini in pigiama e un dente. Quando la piccola chiede ai genitori cosa siano quegli strani ricordi, la coppia non ha il coraggio di raccontare e chiama il nonno. Sarà proprio grazie a lui che Eva scoprirà la Seconda guerra mondiale, il Nazismo, il Fascismo e che quegli uomini della foto non indossano un pigiama, ma sono prigionieri, sono ebrei deportati in un campo di concentramento. Guia Risari torna in libreria con un libro per bambini illustrato da Gioia Marchegiani, nel quale si affronta con parole e illustrazioni il tema della Shoah. Il tutto con delicatezza e profonda sensibilità. Eva ascolta attenta il nonno, scoprendo le sofferenze che lui e la sua famiglia, come molti altri ebrei e deportati, furono costretti a sopportare. Eva comprende il significato della stella, della foto e di quel dente al quale il bisnonno era tanto legato. Tra la bambina e l’adulto si crea una forte empatia che permette all’uomo maturo di tramandare alla nipotina (e ad ogni lettore) una parte dell’immenso dramma che colpì innocenti vite durante il conflitto mondiale. Quello che si crea in “La stella che non brilla” di Guia Risari è uno scambio di sapere, di ricordi, di emozioni e sensazioni che giungono a noi lettori con un invito esplicito e importante: Zakhor, ossia Ricordare in lingua ebraica, e ricordare sempre, nella speranza che tragedie come quella dei campi di concentramento e dello sterminio di vite innocenti non accadano più. Il libro edito da Gribaudo è munito anche di un interessante appendice storica nella quale vengono fornite tutte le informazioni base sullo sviluppo del Nazismo, del Fascismo, del numero di vittime che quell’epoca causò. Accanto ad essa un’appendice artistica con indicate le opere artistiche, in Italia e all’estero, che hanno il compito di fare Memoria.
“La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Continua il viaggio nelle fiabe nordiche di Iperborea con la pubblicazione del volume “Fiabe Faroesi” provenienti dalle Isole Faroe, una provincia del regno della Danimarca. Quello che colpisce durante la lettura del volume tradotto da Luca Taglianetti, è la sensazione di compiere un vero e proprio viaggio nelle isole del Nord Atlantico, in un mondo dove i verdi paesaggi primordiali e le antiche tradizioni sono ancora vive. Nel libro sono raccolte le più antiche fiabe faroesi nelle quali ci sono personaggi intriganti, curiosi, piccoli eroi che compiono grandi gesti per cambiare il loro destino e quello di coloro che li circondano. In totale 28 fiabe dove compaiono orchi a sette teste che rapiscono principesse, seguiti da giganti che portano via le figlie a umili uomini. Non mancano poi orchesse che rapiscono bambini e i troll che si confrontano con i Senza-papà, ossia figli orfani. Poi, più ci si addentra nelle tradizioni di queste isole lontane si scoprono le avventure di Ceneraccio (“Ceneraccio” e “Ceneraccio e Rosso”) o Fanfarone: giovani, spesso e volentieri, sottovalutati da chi gli sta attorno e che avranno modo di riscattarsi. Non mancano nemmeno gli animali come protagonisti delle fiabe e li troviamo in “La volpe e l’orso” e “Il contadino, il bue, l’asino e il gallo”, per citarne due. Certo è che ogni storia letta trascina noi lettori nel mondo misterioso dell’arcipelago delle Faroe, nel quale temi atavici come il conflitto tra il bene e il male, il giovane che si riscatta, il bene che trionfa, e anche qualche sconfitta per chi non si comporta a modo, sono ammantante da un senso di suspence, di magia e di umorismo, capaci di conquistare il pubblico. Inoltre, nonostante un isolamento protettivo per tutelare la propria cultura faroese, ci sono alcune fiabe come “La strega che mise il ragazzo all’ingrasso ovvero La casa delle frittelle” e “La figlia di Cornacchia e la figlia di Tizio”, che ricordano molto le fiabe di “Hansel e Gretel” e di “Cenerentola”. Nella postfazione scritta da Taglianetti si scopre un po’ la storia di queste fiabe, tramandate per secoli solo attraverso il racconto orale, come passatempo nelle gelide sere invernali, quando ci si riuniva per stare in compagnia. Le narravano uomini se si trattava di leggende locali, mentre le donne avevano il compito di raccontare fiabe. Certo è che in queste storie, messe per iscritto per la prima volta nell’Ottocento, ci sono alcuni elementi fondamentali, come la finalità morale. Al loro interno c’è sempre un valore, un principio da comunicare al lettore (ora) o all’uditore (in passato), per suggerirgli come comportarsi per evitare i problemi. La cosa che stupisce è che la popolazione della Faroe, anche se appartenente al Regno della Danimarca, oltre alla lingua danese, ha sempre mantenuto vivo – lo fa ancora- l’uso della lingua autoctona -il faroese-, dimostrando di avere un forte legame con le proprie radici e tradizioni. Ciò che emerge da “Fiabe Faroesi” è il segno evidente di un popolo dotato di un forte amore per la propria identità e per la propria cultura, rimasta immune alle influenze provenienti dall’esterno. Illustrazioni di Lorenzo Fossati.
“A Natale sono tutti più buoni” così si dice e nel libro “Cosa l’amore può fare” di Louisa May Alcott edito da Einaudi Ragazzi, si trova conferma di quello che è diventato un dire comune. Protagoniste della storia due sorelline -Dolly e Grace- che vivono in condizioni economiche precarie. Sono orfane di padre, la madre lavora e loro due, con le loro manine bambine, hanno cucito tante camicie per racimolare qualche soldino e comprare cibo ai fratellini. Le ragazzine, nel loro lettino, prima di dormire, parlano delle loro preoccupazioni senza accorgersi che le pareti tra un appartamento e l’altro non sono poi così spesse. Le chiacchiere delle bambine vengono udite da Miss Kent, una vicina di casa che non esiterà a fare qualcosa per Dolly e Grace. Il libro della Alcott è una bella storia di Natale, dove la solidarietà e l’aiuto reciproco scorrono tra tutti i vicini di casa delle due bambine, i quali non esiteranno ad unire le loro forze per rendere speciale il Natale delle sorelle. Ogni persona che conosce Dolly e Grace compirà piccoli gesti solidali, facendo regali di Natale utili, dolci e squisiti e mettendo da parte le differenze sociali in nome della solidarietà verso il prossimo meno fortunato. Il libro della Alcott è sì una storia per bambini, ma è ideale anche per gli adulti per riscoprire nei nostri cuori i buoni sentimenti. In “Cosa l’amore può fare” Louisa May Alcott, nella nuova traduzione di Viviane Lamarque, con illustrazioni di Sara Not, ci invita riscoprire il valore del bene, a guardarci attorno per comprendere quali sono i veri sentimenti delle persone, per capire quali sono i loro bisogni ai quali, anche con piccoli gesti, provare a porre rimedio. Dai 7 anni.
“Il golem” è un romanzo di Gustav Meyrink pubblicato a puntate su una rivista fra il 1913 e il 1914 e poi in volume nel 1915. Da poco Skira editore lo ha ripubblicato con “Vampiri”, per dare il via alla sua nuova collana Gotika, che indaga il mondo dell’Occulto attraverso una nuova edizione dei classici della letteratura internazionale. “Il Golem” è uno dei più noti esempi di letteratura espressionista degli anni Venti del ‘900. Quello scritto da Meyrink è però un golem nuovo, poiché nelle pagine del romanzo la creatura è un’entità sì presente ma non definita, anzi è una presenza sfuggente che agisce seminando panico e terrore. Il golem di Meyrink non è quindi il classico mostro in materia grezza obbediente e devoto e ben radicato nella cultura tradizionale ebraica, la sua creatura letteraria è in un certo senso l’incarnazione del male, della maniacalità e della depravazione umana. La storia ha al centro la figura di Athasius Pernath, un intagliatore di pietre preziose ebreo. Un giorno Pernath si trova nel duomo di Praga e davanti a lui gli si para un individuo con il quale scambia il proprio cappello. Questo gesto, che potrebbe sembrare semplice e banale, catapulterà l’intagliatore a rivivere in una sorta di surreale sogno-visione la sua vita all’interno dell’antico ghetto ebraico di Praga. Pernath non è l’unico a sperimentare questa strana situazione dove accadono eventi drammatici in serie. Con lui ci sono il vecchio rigattiere Aaron Wassertrum, il quale per come agisce e per come si esprime è la rappresentazione del male incarnato. A fargli da contraltare nella raffigurazione del genio del bene c’è, invece, la figura di Hillel, un impiegato al municipio ebraico. Accanto a loro ci sono Miriam, la figlia di Hillel e Charousek, uno studente di medicina con un carattere sfaccettato e da scoprire. Il tutto prende forma in una Praga del passato, una città un po’ cupa, oscura e misteriosa, nella quale oltre alla fede, alla cabala, permane attorno ad ogni persona e cosa un’inquietante sensazione di mistero e pericolo incombente. Con “Il golem” Meyrink attua una vera e propria analisi della psiche dei diversi personaggi che agiscono nella trama narrativa, tutti profondamente tormentati e afflitti da conflittualità interiori e, per questo, coinvolti in una doppia lotta, una con il mondo e l’altra con il proprio io. Leggendo “Il golem” di Meyrink si ha come la sensazione che ognuna delle creature letterarie incarni le ossessioni e le paure di un animo umano incapace di affrontare le proprie angosce e il golem che alleggia sempre attorno a loro senza essere visto in modo chiaro e netto ne è la metaforica rappresentazione. Traduzione Carlo Mainoldi.


“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.























