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:: Intervista a David Hewson a cura di Giulietta Iannone

14 settembre 2009

David HewsonBenvenuto David. Raccontaci qualcosa di te.

Abito in Inghilterra vicino Canterbury, però spesso vengo in Italia, di solito a Roma per ricerche. Per molti anni ho fatto il giornalista, con The Times, the Sunday Times. Pero adesso scrivo esclusivamente romanzi . I libri di Nic Costa sono tradotti in 20 lingue. Ora viaggio molto per tour pubblicitari.

Sei un autore inglese di crime novels. Sei in una posizione privilegiata per vedere il mondo?

No, non mi considero solo un autore inglese. Principalmente voglio essere un autore internazionale, senza frontiere. La narrativa non conosce una lingua unica. Deve essere universale

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto. Quando ero giovane ho provato a scrivere storie. Pero il giornalismo era più facile all’ inizio.

Quali autori ti hanno influenzato?

Tanti autori – Robert Graves, Ed McBain, Hemingway, Mario Puzo… tanti, tanti. Non leggo solo il mio genere. Per me il genere non significa molto. Io leggo – e spero anche scrivo – narrativa popolare, storie d’ amore, di vita e di morte.

Qualcuno ti ha incoraggiato a scrivere i primi tempi; se si chi?

Non molto. Scrivere è una professione solitaria. Non cerco l’incoraggiamento, non mostro un libro incompleto ad altri.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo romanzo?

Si. E’ sempre difficile. Pero dopo 15 libri è un po’ più facile.

Raccontaci qualcosa del giovane detective Nic Costa.

Con Costa ho voluto creare un personaggio diverso, non un altro stereotipo. Allora…. Costa non e di mezza età, melanconico, alcolizzato, divorziato, cinico… E giovane, un uomo con molto integrità, dedicato, fidato, ottimista, anche un po’ ingenuo. Un uomo ordinario intrappolato in un mondo difficile. Come noi tutti.

Quali ricerche hai svolto sul sistema di polizia italiano?

Il sistema di polizia italiano è molto complicato. Non è possibile ricrearlo in un lavoro di narrativa. Francamente tutti I libri gialli raccontano bugie sulla polizia. Perché ? Perché la realtà e tanto noiosa, e spesso difficile da credere. Allora proviamo a ricrearla con la fantasia ma cercando di assomigliare il più possibile alla realtà. Allora – sì, ho fatto ricerche sulla polizia italiana, pero non molte. E più importante fare ricerche sulla cultura, non sulla burocrazia.

Ti ispiri ad eventi reali quando scrivi le tue trame?

Raramente. Un solo libro, Il Rituale Sacro, è una storia ambientata alla fine della guerra in Iraq. Però e un’ eccezione.

Progetti per film tratti dai tuoi libri?

Sono in contatto con TV e produttori cinematografici da molto tempo. Dal mio primo libro, “Semana Santa”, ambientato in Spagna, è stato tratto un film – un film terribile a dire il vero. Poi se è possibile fare un buon film da un mio libro- dico sì, certo.

Cosa pensi degli scrittori italiani di mystery? Conosci Faletti, Camilleri, Macchiavelli?

Camilleri è molto popolare in Inghilterra – è uno scrittore meraviglioso. Non conosco gli altri – sono tradotti? E scandaloso che tanti scittori stranieri non siano mai tradotti in inglese.

Le tue storie sono ambientate a Roma. Ti piace lo stile di vita italiano?

Si. Roma e il perfetto canovaccio per questi libri. Sono le storie della giustizia e la ricerca per una vita con un significato. A Roma queste temi sono stati attuali per due mila anni. E’ anche per me un grande onore essere pubblicato in lingua italiana. Fanucci ha svolto un ottimo lavoro. Per un autore inglese, scrivere storie ambientate a Roma, per poi essere pubblicato anche in italiano è molto lusinghiero.

Come crei le tue storie e i tuoi personaggi?

E’ facile. Prendo un pezzo della storia o della cultura Romana e ci tesso della narrativa.

Hai qualche consiglio da dare agli aspiranti scrittori?

Leggere molto e largamente – non solo il tipo di libro che si vuole scrivere.

Cosa stai leggendo adesso?

“Raven Black”, di Ann Cleeves. Una scrittrice inglese che scrive misteri oscuri ambientati nelle isole Shetland. La raccomando.

Ti piace Graham Greene?

Si, molto. Purtroppo non è molto alla moda in Inghilterra oggi.

Se reiniziassi di nuovo la tua carriera, cosa cambieresti?

Niente. Non posso cambiare niente. Perchè stare in pensiero?

Pensi che internet abbia avuto un grande impatto nel mondo dell’editoria?

Oggi – un po’. E importante di comunicare attraverso un web site personale. Anche il mondo di libri a più internazionale grazie al web. Pero un domani con gli e-books ci sarà una rivoluzione. Non conosco il futuro. E’ incerto però eccitante.

Quale tecnica usi?

Non ho una sistema. Scrivo, leggo, correggo. E’ semplice.

Cosa stai scrivendo ora?

Ho redatto il nono libro della serie di Costa – il titolo inglese è “The Fallen Angel”. E una storia principalmente ambientata nel ghetto di Roma, ispirata alla tragedia di Beatrice Cenci.

Tu hai lavorato come reporter per il The Times, e come editor per The Independent. Cosa ti ha insegnato il giornalismo?

Il giornalismo e una buona preparazione per chi vuole fare lo scrittore di narrativa. Insegna l’abilita di scrivere, correggere, la ricerca. Pero il giornalismo è essenzialmente a caccia della verità. La narrativa è qualcosa diverso. C’è un proverbio. “Meglio una bella bugia che una brutta verità”. La narrativa è il commercio della bella bugia. Per la brutta verità, comprate un giornale.

:: Recensione di “Tokyo noir. Chi semina odio raccoglie vendetta!” di Kenzo Kitakata (Fanucci 2009) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2009
tokyo noir

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Questa breve recensione è in assoluto la prima recensione che ho scritto, quando ancora pensavo che non ne avrei scritte molte. Un po’ perchè preferisco intervistare gli scrittori che dare giudizi sui libri, e un po’ perchè è un mestiere niente affatto facile. Rileggendola è molto breve e naïf, ma forse non era così male, dà davvero un’idea del libro di cui parlo. Kitakata è una sorta di Chandler nipponico, non mi pare l’abbiano più pubblicato in Italia, dato la sua vasta produzione. Meriterebbe di essere tradotto dal giapponese. Un vero peccato. 

Piove su Tokyo mentre si consumano le vite dei personaggi di questo torbido noir del magistrale Kenzo Kitakata. Da un lato Kazuya Takino un ex killer della yakuza che si è rifatto una vita gestendo un piccolo supermarket di periferia specializzato in generi alimentari e prodotti per la casa in compagnia della moglie Yukie. La vita sembra scorrere monotona e noiosa ma non si sfugge al proprio passato e quando una ricca compagnia desidera mettere le mani sulla sua proprietà e incarica un suo uomo di sbarazzarsi di lui la tentazione di farsi giustizia da sè è troppo forte per resisterle. Dall’altro il destino e il detective Takagi, detto “il cane bianco” per la sua capigliatura candida, un pluridecorato eroe vecchio e stanco ma sempre in cerca di nuove medaglie con la sua eterna sigaretta tra le labbra e un’ ossessione. E’ una storia di agguati, di inseguimenti, di lotte tra bande rivali, di sparatorie, di cieca violenza senza riscatto. Una storia dove non ci sono eroi e la vendetta sembra essere la sola legge a regnare. Scrittura ruvida e cupa anche se a tratti venata di raffinata poesia. Ritmo serrato, finale strepitoso. Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone.

Kenzo Kitakata 北方 謙三 è uno dei più famosi autori giapponesi di hardboiled. E’ stato Presidente dell’associazione Japan Mistery Writers Association dal 1997 al 2001. Ha scritto più di cento libri. Tradotti in inglese, i suoi romanzi hanno riscosso un grande successo negli Stati Uniti. Kitakata ha vinto numerosi premi, tra cui il Japan Adventure Writing Association Award (1982), lo Yoshikawa Eiji Award for Fiction (1983), il Japan Mistery Writers Association Award (1983, per Tokyo noir), il Bungei Award (1985) e lo Shiba Ryotaro Award (2005).

Source: preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intrevista a Peter May a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2009

Petrer MaySalve Peter. Parlaci un po’ di te. Da quanto tempo ti occupi di scrittura?

 

Ho 57 anni, sono scozzese ma vivo in Francia. Ho iniziato la mia carriera come giornalista in Scozia ma sono ormai trent’anni che mi guadagno da vivere come romanziere e scrittore freelance per la televisione. 

 

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

 

Ho sempre scritto storie da quando imparai a scrivere a circa 4 anni. Ho ancora il mio primo libro chiamato Ian l’elfo. E’ lungo una ventina di parole, scarabocchiato su quattro pagine. Feci una copertina e cucii tutto insieme. Si vede che ce l’avevo nel sangue fin dall’inizio.

 

Parlaci del detective Li Yan di Pechino.

 

Li Yan nacque siccome avevo bisogno di un detective per investigare sul ritrovamento di un corpo carbonizzato in un parco di Pechino nel mio primo China thriller “The firemaker”. Attraverso di lui il lettore scopre la China e la cultura cinese. Egli è il più giovane capo sezione nella storia della squadra investigativa di Pechino. E’ scrupolosamente onesto, e non ha paura di affrontare i suoi capi quando c’è odore di corruzione nell’aria, il che significa che spesso naviga in cattive acque. Ha una relazione infuocata con la patologa americana  Margaret Campbell  una sorta di metafora delle relazioni tra i loro due paesi Cina e America.    

 

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione.

 

Il mio primo romanzo pubblicato è stato intitolato “The reporter” ed era un thriller con protagonista un reporter investigativo scozzese. Stavo io stesso lavorando come giornalista a quel tempo. Dopo aver scritto il libro sviluppai i personaggi e l’idea per una serie tv che ho venduto alla BBC che ha fatto 13 episodi di un ora. Il libro uscì contemporaneamente alla serie. Avevo 25 anni a quel tempo.

 

Quanto tempo ci hai messo a scrivere the Killing room?

 

 Seguo lo stesso schema con tutti i miei libri. Trascorro circa 4 mesi sviluppando e facendo ricerche su un’ idea.  Poi durante una settimana molto intensa scrivo un dettagliata sinossi della storia che è lunga circa 20 000 parole. Poi visito ogni location che sto descrivendo. Quando inizio a scrivere mi alzo alle 6 di mattina tutti i giorni e scrivo 3000 parole. A scrivere un libro ci impiego normalmente 7 settimane.

 

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

 

Spesso sono ispirato da progressi scientifici e medici e sono incuriosito da quanto spesso questi possano avere implicazioni criminali. Paurosamente comunque a volte ho scoperto che non appena ho scritto una storia  poi qualcosa di molto simile è accaduto nella vita reale. Un classico esempio è la storia di Snakehead dove un grande numero di immigrati illegali cinesi viene trovato morto in un camion abbandonato nel Texas. Non appena scrissi questo più di 50 immigrati clandestini cinesi furono ritrovati morti in un camion frigorifero  a Dover in Inghilterra e non molto tempo dopo una scoperta analoga fu fatta non lontano da Houston in Texas. Sinistramente questo genere di cose succede con una regolarità agghiacciante e a volte lo trovo davvero inquietante.

 

Come solitamente trovi le tue idee?

 

Io sono un drogato di notizie e trovo che la maggior parte delle mie idee iniziali provengano da notizie o articoli che ho letto su giornali o riviste.

 

Quale genere di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

 

 Svolgo ricerche accurate per tutti i mie libri e questo è uno degli aspetti della scrittura che mi piace di più. Per il mio primo libro ho trascorso molto tempo su una piattaforma runner00068C20petrolifera nel Mare del Nord. Per le ricerche sulla mia serie ambientata in Cina ho fatto una decina di viaggi in Cina. La mia attuale serie “The Enzo Files” è ambientata in Francia e ho viaggiato in tutto il paese per le ricerche. Alla fine di quest’anno un thriller ambientato nel mondo virtuale di Second Life sarà pubblicato negli Stati Uniti. Per questo ho trascorso quasi due anni in Second Life.

 

Che libri leggi quando non scrivi?

 

Mi dispiace ma ho poco tempo per leggere per piacere. La maggior parte delle mie letture è per ricerca.

Puoi dirmi qualcosa sul tuo ultimo libro?

 

Ho due nuovi libri che usciranno entro la fine dell’anno. Il primo si intitola Virtually Dead. E’ il thriller ambientato in Second Life di cui ti parlavo prima. Ha per protagonista un fotografo californiano delle scene  del crimine in lutto per la morte della moglie che va in Second Life per le terapie virtuali con il suo psicologo. Tuttavia una volta immerso in questo mondo scopre presto che l’omicidio attraversa una linea tra il reale e il virtuale e si trova invischiato tra le due come un coniglio sotto la luce dei fari. Il secondo è il quarto libro della serie   Enzo Files con l’esperto di medicina legale Enzo McLeod. In questo libro egli tenta di risolvere un omicidio avvenuto dieci anni prima in una remota isola bretone.   

 

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

 

Purtroppo non ho avuto ancora modo di leggere questa trilogia anche se ho letto molto in proposito e mi deciderò a leggerla non appena avrò del tempo per me stesso. Penso comunque che sia triste che Larsson non abbia vissuto abbastanza per vedere il successo dei suoi libri.

 

Chi sono i tuoi scrittori favoriti?

 

Mi piacciono molti autori contemporanei da Qui Xialong a William Kent Krueger, ma anche molti autori della prima metà del ventesimo secolo, che sono stati i pionieri nel rompere gli schemi convenzionali della scrittura letteraria.

 

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

Innanzitutto consiglierei di trovarsi un agente. La maggior parte degli editori non considera i manoscritti non richiesti a meno che non vengano presentati da agenti di fiducia. Un’altra cosa è di guardare con attenzione cosa gli editori stanno pubblicando in questo momento e ciò che è popolare. Naturalmente il romanzo molto personale  e idiosincratico di tanto in tanto può anche trovare una casa editrice e il successo, ma sta diventando sempre più difficile rompere i criteri commerciali che guidano le scelte editoriali delle case editrici. Ho sofferto anche io con il primo romanzo che ho scritto dopo la serie cinese. Si intitolava “The Blackhouse” un tenebroso thriller psicologico ambientato su un isola al largo del nord-ovest della Scozia. Io pensavo che fosse la migliore cosa che avessi mai scritto. Ma fu rifiutato da tutti i principali editori del Regno Unito anche se tutti diedero recensioni positive. Alla fine i diritti mondiali furono acquisttai dal mio editore francese, Rouergue,  e la sua prima pubblicazione sarà in francese. Il libro si intitola “L’iles des Chasseurs d’oiseaux” ed esce in ottobre.

 

Cosa pensi degli e-books?

 

Io penso che l’editoria elettronica  si svilupperà  e crescerà particolarmente come “lettori” elettronici, come il Kindle di Amazon, diventando sempre più popolare. Si apre la possibilità per gli scrittori di pubblicare se stessi più o meno senza alcun costo. Il problema naturalmente è la distribuzione del lavoro e farlo conoscere al pubblico dei lettori. Tuttavia tutto ciò che spezza la morsa degli editori sugli scrittori non può che essere una buona cosa.

 

Ti piace l’Italia?

 

Mi vergogno di ammettere che anche se vivo in Francia praticamente alla porta accanto, sono stato solo tre volte in Italia, una volta da bambino in vacanza con i miei genitori, una volta a vent’anni in campeggio, e una volta per vedere la Scozia giocare la coppa del Mondo. In tutte e tre le occasioni non sono mai andato al di la di Torino e della Riviera Italiana. Tuttavia mi è piaciuta molto, e ho sempre conservato il desiderio di vedere altro, visitando alcuni dei suoi meravigliosi siti storici, e soprattutto adoro il vino e la cucina italiana. Ironia della sorte il mio migliore amico in Scozia è per metà italiano e il personaggio principale della Enzo files è metà scozzese e metà italiano. Si  chiama enzo McLeod.

 

Hai mai avuto il blocco dello scrittore. Cosa hai fatto per superarlo?   

 

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Non ci credo. Ho un approccio molto strutturato con la scrittura che penso ti venga quando scrivi libri crime. Io penso che tutto sia fatto in anticipo, cosa che ancora però mi lascia spazio alla fantasia. Quando dico che scrivo 3000 parole al giorno voglio dire esattamente 3000 parole al giorno. Quando vedo sul mio computer sul conteggio parole che ho raggiunto questo totale io mi fermo sempre anche se sono a metà di una frase. In questo modo so sempre come continuare il giorno dopo. La cosa peggiore che puoi fare è confrontarti con te stesso davanti ad una pagina vuota alla mattina con nessuna idea di cosa iniziare a scrivere.

 

Dei tuoi molti romanzi quali sono i tuoi preferiti?

 

The Firemaker, the Runner, Extraordinary People.

 

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

 

Per me un buon scrittore deve avere una buona padronanza di linguaggio, deve essere un naturale narratore, e deve essere capace di creare personaggi che affascinino e intrighino.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

Non ho ancora avuto la possibilità di leggere i libri di Faletti anche se “Io uccido” è presente nello scaffale della mia libreria in attesa della mia attenzione. Uno di questi giorni..!!

 

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

 

Ho pubblicato con vari editori in Europa e negli Stati Uniti. Il mio editore principale una piccola casa editrice americana che si chiama Poisoned Pen Press con la quale ho un ottimo rapporto. Sono gli editori migliori con i quali ho pubblicato in lingua inglese, migliori anche di giganti della pubblicazione britannica come Hodder e Stoughton. Sono stato attratto dalla PPP a causa del rapporto molto personale che hanno con gli autori e i libri che pubblicano. L’ultima conferenza editoriale  con il mio editore PPP fu tenuta all’ombra di un salice sulle rive di un ruscello che scorre attraverso l’antico  villaggio di Les Dordogne dopo un meraviglioso pranzo con cucina francese.

 

Quale ruolo svolge internet nella tua scrittura?

 

Enorme. Per me internet ha rivoluzionato la mia scrittura. Quando ho lasciato la televisione nella metà degli anni 90 per concentrarmi sulla scrittura internet stava solo iniziando a decollare. Ho fatto ricerche su internet che sarebbero state impossibili nel passato. Ora faccio la maggior parte del mio marketing e della mia promozione on line con vari siti web e con il mio personale canale televisivo internet www.livestream.com/petermay .

 

Quali cambiamenti hai trovato nel mondo della fiction da quando scrivi?

 

Mi sembra che il più gran cambiamento in questi ultimi anni è stato il crescente ritmo della letteratura moderna, la velocità del racconto, l’economia del linguaggio. Quest ’ultimo è in parte dovuto  al tentativo degli editori di ridurre i costi. Ma in un mondo dove la velocità della televisione e del cinema è raddoppiata o triplicata negli ultimi vent’anni, e con un accesso a computer ad alta velocità la capacità di attenzione è sensibilmente inferiore rispetto al passato.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Gli autori che mi hanno più influenzato durante i miei anni di formazione sono stati Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Green e JP Donleavy.

 

Hai mai usato paure o esperienze personali nelle tue storie?    

 

Mi riesce difficile pensare ad un solo libro che non contenga moltissimo di me, la mia vita, le mie esperienze, adattato naturalmente ai differenti personaggi e alle circostanze. Anche se non scrivo in modo autobiografico sono molto presente in tutti i miei libri.

 

Scrivi a tempo pieno o fai altri lavori?

 

Sono stato molto fortunato a fare della scrittura il mio lavoro da quando iniziai nel 1979 a fare il giornalista.

 

Che argomenti ti piace trattare nei tuoi crime? Sei un lettore appassionato del genere?

 

Anche se mi diverto a leggere un buon thriller o una storia crime, non è mai stato il mio genere di scelta. Quando ho lasciato la televisione nel 1996 per concentrami sulla scrittura dei miei libri, la mia prima storia ruotava intorno ad un argomento che mi affascinava l’ingegneria genetica dei cibi. Nel The firemaker ho voluto esplorare una storia nella quale un esperimento andato orribilmente male creò una minaccia non solo per alcuni individui ma per tutto il genere umano. Ho deciso che il modo migliore per raccontare le mie storie è attraverso le indagini per un omicidio. E poiché quel libro si trasformò in una serie, con gli stessi personaggi mi sono accidentalmente intrappolato nel genere. Ora è quello che faccio.

 

A cosa stai lavorando al momento?

 

Ho appena finito di scrivere una novella di 12000 parole per l’editore francese Hachette, con i miei due protagonisti della serie della Cina. E’ stato molto divertente perchè sono passati cinque anni da quando ho finito la serie. Sto per iniziare a lavorare al quinto libro della serie Enzo Files che è una storia che ruota intorno alla morte di tre chef star della guida Michelin. Sono molto occupato con le ricerche.

 

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

 

Posso essere raggiunto direttamente dai miei siti principali:  http://www.petermay.co.uk and http://www.enzomacleod.com

:: Intervista a Megan Abbott a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2009

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Da quanto scrivi?

In un modo o nell’altro da tutta una vita, ma ho semplicemente iniziato a scrivere narrativa con tutto il mio impegno quando ho finito la scuola di specializzazione.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Oh, sì tutto il tempo. Sono una grande fan di Daniel Woodrell, William Kennedy, James Ellroy. Sono i miei maestri di stile.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Morire un po’” è stato il mio primo lavoro di narrativa che ho pubblicato. Stavo scrivendo la mia tesi di specializzazione sulla narrativa hardboiled e il cinema noir (che è diventata un libro intitolato “The street was mine”) e ho cominciato a scrivere “Morire un po’” come progetto parallelo. Sono stata ispirata da tutto quello che stavo leggendo e cercando per la mia ricerca. Questo libro è diventato il mio tentativo di esplorare il mondo di Raymond Chandler, un omaggio a bellissimi film come “Kiss me deadly” e “In a lonely place”.

Quando scrivi le tue trame prendi ispirazione da avvenimenti reali?

Sì, quasi sempre. Sono cresciuta leggendo crimini veri e questi hanno conservato per me un fascino duraturo. Mi piace scrivere su casi reali di vita perché ti danno una struttura, un’ architettura con cui iniziare. A volte con il mio secondo romanzo “The song is you”, o il mio quarto “Bury me deep” c’è un legame diretto con casi di vita vera. Con “Morire un po’” e il mio terzo libro “Queenpin” invece il legame è più sottile, meno diretto. Per quanto riguarda “Morire un po’” avevo letto di un caso contemporaneo di un uomo la cui moglie era stata coinvolta in un traffico di droga e che la protesse incapace di proteggere se stesso. Sembrava un esempio perfetto di un vero racconto noir.

Die a little” combina il glamour della Hollywood degli anni ’50 con i suoi lati più oscuri. La vita è sempre in bianco e nero?

Credo che la Los Angeles di quel periodo ponga in grande risalto il contrasto bianco e nero della vita. Hollywood e la pubblicità hanno colorato di fantasia la vita americana e nello stesso tempo ci hanno logorato con una sorta di isterica paura dell’altro, con la violenza sessuale e il crimine organizzato. Una delle idee principali di “Die a little” è che tutti portiamo dentro di noi sia le tenebre che la luce. E spesso i personaggi più moralmente onesti si rivelano i più pericolosi perché non sanno guardare le tenebre dentro di loro.

Ti piace Raymond Chandler? Ti ha influenzato?

E’ sicuramente chi mi ha influenzato di più. Ho letto tutto, sia i suoi libri che quanto riguarda lui, quando facevo le mie ricerche per “The street was mine”. Tutto ciò che ho scritto inizia con lui. Egli può evocare un mondo di fascino o un mondo semidistrutto con una singola frase.

Hai vinto l’Edgar Award nel 2008 per il miglior paperback. Raccontaci come è andata.

E’ stato molto emozionante. Non avrei mai pensato di fare l’esperienza di stare in piedi al podio in una stanza affollata con una statuetta in mano. Scrivere è così solitario, ti isola, così l’esperienza di andare all’Edgar e incontrare tutti i miei scrittori favoriti e idoli è stata meravigliosa anche se nello stesso tempo ero molto intimidita.

Sei stata definita da James Ellroy una narratrice superba e un’artista appassionata. Quanto ti ha influenzato?

Tremendamente. Ho iniziato a leggere Black Dalia alla scuola superiore, ed è stato per me una rivelazione. Ho letto tutti i suoi libri quasi come in un sogno. Il mondo che costruisce è così suggestivo così ricco che si desidera affondare le mani in esso. “The song is you” è un completo omaggio a lui.

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

In gran parte sì. I film mi hanno molto influenzato e immaginavo la scena di un film quando scrivevo. In “Die a little” c’è il cortile di un appartamento che figura in primo piano nel noir classico “In the lonely place” del 1950. Ho usato il bar da Roadhouse del 1948, il club del gioco d’azzardo da Gilda. Per Queenpin sono stata ispirata da momenti di Quei bravi ragazzi del 1990 e da the Grifters.

Die a little” sarà anche un film in cui Jessica Biel dovrebbe recitare la parte di Lora. Pensi sia adatta alla parte?

Non è ancora stata presa. Tengo le dita incrociate. Jessica Biel sembra che voglia recitare la parte di Alice Steel e scommetto che sarebbe meravigliosa.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi crime contemporanei? Sei femminista?

Sono femminista ma non ci penso così tanto quando sto leggendo o scrivendo. Io non scrivo da un punto di vista politico. Ma credo fortemente nel valore di portare più personaggi femminili grintosi nel mondo del romanzo poliziesco dove le donne vengono ancora relegate nel ruolo o di femme fatale o di vittima. La spogliarellista , la prostituta, la fidanzata del poliziotto. Ci sono tanti libri meravigliosi che rifiutano tali stereotipi come i romanzi di Theresa Schwegel, o i libri meravigliosi di Laura Lippman e le abbraccio.

Quando scopristi per la prima volta il noir?

Fin da bambina sono stata una grande appassionata di vecchi film e il mio primo amore sono stati i gangster film degli anni Trenta come Nemico Pubblico. Poi scoprii i noir. Questi film dipingevano un mondo così affascinante. Tutti gli estremi della vita – il desiderio, l’avidità, la vita scintillante. Il mondo di quei film era così diverso dalla vita di tutti i giorni, della periferia americana dove sono cresciuta.

Sei tentata di scrivere sceneggiature?

No, sin dal college. Si tratta di una forma di scrittura molto diversa che mi piacerebbe imparare, ma adesso sto occupandomi di romanzi.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

E’ il mio primo romanzo poliziesco contemporaneo, ambientato nella periferia degli Stati Uniti. Narra di una ragazza che scompare e la storia è raccontata dal punto di vista del suo migliore amico di 13 anni. In un primo momento è stato molto difficile. Non sapevo se potevo adattare il mio stile che è così influenzato dalla narrativa noir e dai film. Poi ho avuto questa rivelazione che per le maggior parte delle ragazze di 13 anni la vita è noir. C’è tutto il sesso, il terrore, la nostalgia la confusione. Si intitola “The End of Everything”.

Raccontaci della tua routine quando scrivi.

Ho un lavoro così scrivo principalmente il venerdì, il sabato e la domenica. Comincio circa alle 8 della mattina. Mi piace curiosare on line i vecchi articoli scandalistici degli anni ’50, i vecchi crimini, le collezioni di foto. Mi perdo in essi e può facilmente accadere che ci metta anche quattro ore per produrre una pagina e di solito la scrivo anche di corsa perché mi sento in colpa per aver perso così tanto tempo.

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Ho provato a leggere il primo libro ma non ha funzionato molto. Ci proverò ancora una volta perché ho tanti amici che me ne dicono un gran bene.

Quali consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Consiglio di continuare a provare. Ci può volere molto tempo, e i rifiuti sono una buona preparazione per tutte le delusioni future che avranno un giorno che saranno pubblicati. E’ un lavoro duro, difficile, e soprattutto per quelli di noi come me che capiscono così poco di business. Continuo a cercare di ottenere una pelle più spessa.

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

No, ma da ora li cercherò.

Dicci qualcosa di “Bury me Deep”. E’ più dark dei tuoi precedenti?

Si intitola “Bury me Deep” ed è ambientato in una città del deserto in America nei primi anni ’30 alla fine dell’età del Jazz, l’inizio della Grande Depressione. Parla di Marion una giovane donna abbandonata dal marito che è andato in Messico per lavoro. Diventa amica di due ragazze-party che dipendono dalle attenzioni degli uomini sposati della città per sopravvivere. E’ una specie di serra del desiderio, della gelosia, della disperazione, del peccato. Tutto ha un esito violento e Marion deve cercare di venirne fuori. Per alcuni versi è più dark, c’è una scena di violenza scioccante, ma per altri lo trovo più simpatico. Mi sono ispirata al caso famoso degli anni ’30 di Winnie Ruth Judd. Un grande caso americano da tabloid. Era chiamata la tigre di velluto, il macellaio biondo. E’ stata una sensazione, uno di quei casi in cui più leggi e più la storia diventa complicata.

:: Intervista a Roberto Santini a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2009

roberto-1“Nero come il giallo” il suo blog. Come vive l’esperienza della scrittura su internet?

Inizialmente volevo “riscrivere” famosi casi di cronaca nera. Ho fatto poi questo e altro. Si è trattato di un’attività molto positiva che mi ha permesso di entrare in contatto con diversi scrittori e con tante persone sconosciute che hanno commentato i miei post.

Il cortometraggio “Sotto il mio giardino” del regista Andrea Lodovichetti ha vinto il “Globo d’oro”, il film è tratto un suo racconto Nero come le formiche, cosa ha provato?

Il film di Lodovichetti ha vinto anche a Cannes lo scorso anno ed è stato premiato in tutto il mondo (anche in India e in Cina). Merito del regista. Io, come di solito gli scrittori di soggetti trasformati in film, sono restato un po’ in ombra (il mio nome scorre nei titoli di coda). Comunque il successo del film è stata lo stesso di una grandissima soddisfazione.

Come si è avvicinato al genere giallo, quali sono i suoi maestri?

Ho cominciato a vincere premi nei concorsi dedicati ai racconti gialli. Mystfest di Cattolica su tutti, dove ho avuto un primo premio, un secondo posto e una menzione speciale. Alla fine ho pensato che la mia strada di scrittore dovesse passare fatalmente dal giallo e ho continuato. Difficile parlare di maestri… Uno che ho molto amato, ma non so dire quanta sia stata la sua influenza è senza dubbio Simenon.

A marzo, per un editore importante, uscirà il suo ultimo romanzo può anticiparci qualcosa?

Si tratta di un giallo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. Un poliziotto molto chiacchierato, si trova davanti a un’indagine che sembra più grande di lui. Ancora non c’è un titolo ufficiale. Fra un ventaglio di cinque o sei titoli si sceglierà con l’editore.

Quali sono le regole d’oro per scrivere un buon giallo?

Sono sempre stato contrario alle regole. So che non tutti la pensano così e forse sbaglio. Io ho sempre cercato di “trasgredire”. Per esempio nel mio primo romanzo ho addirittura fatto apparire quello che poi si rivelerà come l’assassino, a metà libro. Mi è stato detto che si è trattato di un azzardo, ma credo fermamente che le regole prefissate siano una sorta di palla al piede. Fra l’altro nessuno si chiede mai perché non si parla di regole per gli altri generi letterari. Io credo che il giallo più si libererà dalle regole e più rinsalderà le faticosamente conquistate posizioni di letteratura con la L maiuscola.

Quali libri sta leggendo attualmente?

Ho finito da poco il libro di Lugli “L’istinto del lupo” che mi è decisamente piaciuto. Sto rileggendo King che riscopro come un autentico genio.

Le piacciono le detective story americane degli anni Trenta ?

Molto. Trovo che il noir sia nato lì. Frase rischiosa, perché molti potrebbero ricordare la Francia, ma per come lo vivo io, il noir “originale” è quello.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori in cerca di editore?

Prima di tutto non scoraggiarsi e non fare l’errore di autopubblicarsi. In Italia e molto difficile riuscire a pubblicare qualcosa, ma se c’è un po’ di talento e una certa grinta, uno ce la può anche fare.

Ha un agente letterario? Pensa che sia fondamentale nella carriera di uno scrittore?

Io ho fatto molti anni da solo. E’ dura perché il rischio di non essere ascoltato c’è, eccome. Poi gli editori sono letteralmente assediati dagli autori e spesso l’insuccesso di uno scrittore non dipende dalla cattiva qualità di quanto propone, ma dall’impossibilità di farsi leggere. Un’agenzia letteraria ti spalleggia e ti dà una mano. C’è un interesse reciproco. Bisogna ponderare bene la scelta e rivolgersi a professionisti seri che abbiano a cuore il tuo lavoro.

Ha amici scrittori? Li frequenta?

Soprattutto quelli della mia città, Firenze.

Quale è il premio letterario che le ha fatto più piacere vincere?

Il “Grangiallo” di Cattolica, ma anche il Premio “Ghostbusters” che ora mi sembra non ci sia più, ma che era molto importante.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Scrive principalmente per sé o per gli altri?

Scrivo per gli altri. Decisamente… Ogni tanto qualcuno mi manda una mail, ma soprattutto alle presentazioni dei libri, c’è una “vicinanza” che mi sorprende sempre.

Tra Chandler e Hammett chi preferisce?

Per quanto riguarda le trame non saprei chi scegliere, ma per la scrittura adoro Chandler che trovo scrittore grandissimo, alcune volte addirittura geniale.

Le piacciono i gialli a fumetti tipo Dylan Dog?

Molto. Li trovo diretti, molto ben disegnati e dalla trama spesso avvincente.

Riviste come la celebre “Black Mask” pensa che in Italia avrebbero lettori?

Ho sempre pensato di sì, ma vedo che quasi tutte le riviste hanno chiuso, o lo stanno per fare. Comunque una spiegazione di questo fatto credo sia da ricercare nel costo molto alto e nella pessima distribuzione. A Firenze c’era una sola libreria con uno scaffale per le riviste. Ora ha smesso anche quella…

Cosa proprio non sopporta in un libro tanto da farle decidere di chiuderlo e non pensarci più?

La scrittura che non rispetta i lettori: troppi personaggi, troppi nomi, vicende contorte che si intersecano in modo astruso. Poi è insopportabile lo scrittore che si mette al centro e parla di sé. Un po’ di narcisismo va bene, ma solo un po’.

Flannery O’Connor la conosce? Ha mai letto i suoi racconti?

Si tratta di una grandissima scritttrice. Ho letto i racconti diversi anni fa. Questa domanda mi ha fatto tornare la voglia di rileggerla, cosa che credo farò.

Ha un sogno nel cassetto, un progetto che le sta particolarmente a cuore?

Mi piacerebbe pubblicare tutti insieme i racconti che sono usciti in varie antologie, o che sono rimasti inediti.

Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard?

Si tratta di una mia lacuna. Non ho mai letto Dard, anche se so che si tratta di uno scrittore notevole e per nulla comune.

:: Intervista a Brian Freeman

1 settembre 2009

brian

Tu sei un autore di romanzi di suspance psicologica. Perché hai scelto questo genere?

Questi libri mi permettono di entrare nella testa dei personaggi. Io scrivo trame dove il dramma emerge dalle emozioni e dai segreti delle persone. Ogni scioccante colpo di scena rivela qualcosa che è stato nascosto, che induce le persone ad attraversare una linea terribile. Io mi auguro che attraverso le storie e i personaggi possa realmente soffermarmi nella mente del lettore. Questi sono i libri che mi divertono e questo è ciò che io cerco di fare per i miei lettori.

In un libro preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

Mi piace un equilibrio di tutti e tre. La buona scrittura è sempre un atto di bilanciamento di molte qualità. Non ci si vuole disperdere in ogni direzione ma si vuole colpire il bersaglio ogni volta e ciò succede dove c’è sviluppo dei personaggi, suspense, umorismo. Ciò rende l’esperienza della lettura perfetta.

Scrivi full time ora. Quali lavori hai fatto in passato?

Scrivo tutto il tempo e mi sento molto fortunato di poterlo fare. Ho fatto molti lavori per pagare le bollette nella mia vita: dalla gestione dei sistemi di database, al marketing e alle pubbliche relazioni per un grande studio legale.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

A volte si. Qualche volta posso leggere di un particolare crimine che suggerisce motivazioni inusuali e interessanti riguardo alle persone coinvolte. Questa può essere la prima ispirazione per una trama. Poi di solito adatto e modifico le circostanze così tanto però che un lettore difficilmente suppone che un vero crimine mi ha dato l’ispirazione originale.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto occasionalmente racconti brevi, ma lo confesso non mi piace farlo! Penso sempre in maniera più ampia. Così mi diverto solo a scrivere romanzi.

I tuoi libri sono pubblicati in numerose lingue, ti piace?

E’ stata una grande emozione vedere la mia opera tradotta in più lingue in tutto il mondo. Ma probabilmente l’emozione più grande è avere lettori in molti paesi. Fa apparire il mondo così piccolo poiché capisci che i lettori ovunque reagiscono allo stesso modo. So di avere molti lettori in Italia tra l’altro e sono molto simpatici e calorosi con me. Io li amo.

Il tuo debutto “Immoral” fu finalista per l’ Edgar, Dagger, and Barry Awards per la miglior opera prima. Fu una sorpresa per te?

Avevo cercato per vent’anni di raggiungere la pubblicazione. Essere uno scrittore è l’unica cosa che ho sempre voluto fare nella vita. Poi il successo di Immoral fu travolgente. Sono rimasto sorpreso e praticamente in lacrime.

Quando eri giovane avresti pensato di raggiungere un così grande successo?

A se solo fossi ancora così giovane! Ci sono giorni in cui vorrei aver venduto il mio primo romanzo a 21 anni e non a 41 ma ora sono in una posizione migliore per apprezzare e capire il mio successo.

Dimmi qualcosa circa il tuo prossimo romanzo. Avrà ancora per protagonista Jonathan Stride?

Sì, il quarto romanzo di Jonathan Stride in Italia si chiama POLVERE E SANGUE. E’ il mio thriller più personale ed emotivo; la maggior parte dei miei lettori mi ha detto che è il mio libro migliore. Naturalmente non hanno letto ancora il mio quinto libro che uscirà in Italia il prossimo anno. Il titolo inglese è THE BURYING PLACE, ma non so quale sarà il titolo italiano. Sono molto orgoglioso del mio nuovo libro. Credo davvero che i lettori si divertiranno.

Jonathan Stride ti somiglia?

Ci sono parti di me in Stride, ma egli è unico. La parte in cui è di una bellezza rude  e irresistibile, è tutto me . Ha ha.

Quale è la tua forza e la tua debolezza?

Spero che la mia forza sia di mettere me stesso nei cuori e nelle anime dei miei personaggi e farli parlare attraverso di me. Credo anche di pensare come un lettore e questo mi permette di capire gli elementi della trama che possono interessargli. La mia debolezza? Come la maggior parte degli scrittori penso di essere irrimediabilmente nevrotico. Gli scrittori sono afflitti dai dubbi ogni giorno. Io non sono diverso.

Come pensi tua moglie, che ti conosce bene, ti descriverebbe?

Oh no, vuoi che glielo chieda? Penso che direbbe che è orgogliosa della mia determinazione e io sono orgoglioso che lei sia mia moglie.

Ti diverti a fare tour promozionali?

Sì e no. Amo gli eventi dove posso incontrare i lettori. Ciò è sempre divertente ed esaltante. D’altra parte il viaggio è estenuante. Onestamente se potessi scegliere starei a casa a scrivere.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Ritengo che Joyce sia andato troppo in là con l’Ulisse al punto che è quasi illeggibile. Ritengo invece che Ritratto di un artista da giovane sia brillante e amo molto i racconti di Dubliners. Ma non credo che l’Ulisse sia un vero romanzo, più che altro è un esperimento letterario.

Cosa è per te la libertà?

Io non sono sicuro che ci sia. Da un lato come scrittore a tempo pieno, ho una maggiore flessibilità nella mia vita ora più che mai. Da un altro lato essendo un lavoratore autonomo ho molte più responsabilità e pressioni, sia finanziarie che creative, più che in qualsiasi altro momento della mia vita. Amo la vita ma non necessariamente mi sento libero.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Ho iniziato a fare questa intervista alle 7. La mattina presto è il momento in cui faccio il lavoro di marketing, rispondo alle email dei lettori, mi metto in corrispondenza con gli editori, etc. Poi io e mia moglie ci rilassiamo davanti ad una tazza di caffè, e inizio a lavorare. Scrivo per la maggior parte della giornata fino a quando non sento attenuarsi il livello di creatività. Il mio obbiettivo è quello di scrivere 3 o 4 capitoli alla settimana.

Raccontami qualcosa dei tuoi libri. Quali preferisci?

Solitamente dico alla gente che il mio libro preferito è quello a cui sto lavorando al momento. Amo tutti i miei libri per motivi diversi. Immoral fu il primo e perciò avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Polvere e sangue è il più vicino a me personalmente perché indaga sul passato di Stride.

Stai leggendo un libro adesso?

Proprio ora no. E’ difficile leggere quando stai scrivendo un libro. Onestamente non riesco a leggere il genere che scrivo poiché non posso perdermi nel racconto di un altro scrittore nello stesso modo. Quando hai scritto suspance per tutto il giorno, leggendo la suspance di qualcun altro ti sembra di lavorare.

Hai un agente letterario?

Ne ho molti. Ho un agente principale a Londra. Un agente negli Stati Uniti davvero meraviglioso di New York, un agente internazionale nel Regno Unito e molto co-agenti negli altri paesi che mi aiutano.

Quali qualità dovrebbe avere uno scrittore di successo?

E’ necessario essere determinati e d avere un forte senso di sé. Questo è un lavoro difficile. Si hanno molto pochi riscontri positivi lungo la strada mentre si sta cercando di sfondare. Gli scrittori spesso pensano che tutto diventa più facile una volta che si è pubblicati, ma in realtà è vero il contrario. La pressione creativa cresce.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

L’editoria e ancora un business piuttosto piccolo. La maggior parte delle persone del settore si conoscono. Ciò realmente aiuta a costruire relazioni con gente che può aiutarti. Agenti ed editori si rivolgono alle persone di cui si fidano per consigli sui nuovi scrittori.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Questa è la mia barzelletta preferita in assoluto. Due cacciatori stanno camminando attraverso un bosco quando uno dei due si afferra il petto e cade a terra. L’altro cacciatore immediatamente telefona alla linea di emergenza e dice all’operatore: “ Penso che il mio amico sia morto cosa devo fare?”. L’operatore gli risponde: “Bene la prima cosa da fare è assicurarsi che sia veramente morto”. C’è una pausa sulla linea e poi l’operatore sente un forte colpo di pistola. Quando il cacciatore torna al telefono gli dice: “Okay, adesso?”.

I tuoi rapporti con la critica letteraria sono pacifici o conflittuali?

Ho ricevuto molte recensioni meravigliose in giro per il mondo. Ogni tanto è naturale che la gente dica cose negative. Questa è la natura del business. Non si può scrivere qualcosa che faccia tutti felici. Devo dire che sono diventato più sensibile alle mie proprie critiche da quando ho iniziato questa carriera perché ho capito quanta gente dannosa per non curanza può deridere il duro lavoro altrui.

Preferisci Chandler o Hammett?

Ho proprio avuto l’opportunità di leggere il Falcone maltese, pochi mesi fa. Che libro straordinario. Tu non ci crederesti che è stato scritto settanta anni fa.

Hai amici scrittori?

Conosco molti scrittori, ma non sono propriamente amici. Gli scrittori trascorrono tutto il tempo scrivendo e pubblicando. Di cosa potremmo parlare? Di scrittura e pubblicazione. Piuttosto ho amici in differenti aree di vita.

Ti piace il noir francese?

Onestamente non ho avuto la possibilità di leggerne molto tradotto in inglese. I miei libri sono crime ma non penso a loro come a noir. I miei libri sono più emotivi e con impostazioni remote.

Quale è il tuo rapporto con i lettori? Scrivi principalmente per te stesso o per gli altri?

Ho avuto alcune esperienze meravigliose come lettore. Ci sono alcuni grandi autori che hanno aggiunto davvero qualcosa alla mia vita. Mi piace l’idea che ora posso fare lo stesso con i lettori di tutto il mondo. Quindi il mio obbiettivo è quello di raccontare storie che catturino il lettore, siano mozzafiato, li facciano pensare e li facciano piangere. Questo è il motivo per cui incoraggio i miei lettori a scrivermi o connettersi con me su Facebook. Mi piace sentire le loro reazioni sui miei romanzi.

Cosa pensi del pulp fiction revival?

Penso sia bello vedere un vecchio stile di raccontare storie trovare una nuova vita.

Il ruolo della donna nei tuoi libri. Ti piace la femme fatale?

In realtà mi piace più scrivere personaggi femminili che maschili. Mi permetto di dire che le donne sono in genere molto più interessanti. Hanno capacità più complesse sia per il bene che per il male. Le donne hanno il potere reale nei miei libri e talvolta lo usano per fini nobili e talvolta lo usano per fare cose terribili.

Insegni scrittura creativa?

Parlo del mio modo di scrivere, ma non insegno. Immagino che un giorno lo farò.

Conosci lo scrittore italiano Giorgio Faletti?

Sì, Giorgio e io siamo diventati amici per email. Naturalmente ho letto il suo libro sorprendente Io uccido, quando è stato distribuito in inglese. Giorgio è stato così gentile da dare un meraviglioso giudizio del mio romanzo che tu puoi vedere sulla copertina di Polvere e sangue.

Se ti chiedessero di scrivere un screenplay di uno dei tuoi romanzi saresti interessato?

Non particolarmente. Non tendo a pensare in questo modo. Mi piace la ricchezza che può portare un romanzo.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Sono sempre stato un grande fan di Michael Connelly e Peter Robinson. Hanno scritto alcune delle crime fitcion più belle.

Quale è il libro che ti ha più influenzato e perché?

Quando avevo circa tredici anni acquistai un tascabile di Robert Ludlum “The Chancellor Manuscript”. Non penso di averlo posato prima di averlo finito. E’ stato esilarante. Ricordo di aver pensato: questo è quello che voglio fare. Voglio scrivere libri. I miei libri non hanno davvero niente in comune con quelli di Ludlum, ma mi influenzò e mi ispirò.

Sesso e violenza in che misura sono presenti nei tuoi libri?

Certo le cose cattive accadono, ma io non scrivo violenze esplicite. Non mi piace. Preferisco lasciare il lettore immaginare con la sua testa. Il sesso d’altra parte tende ad essere importante nei miei libri. Poiché scrivo suspance psicologica, dove i personaggi sono così importanti, penso che bisogna trattare il sesso come un importante bagaglio emozionale. Se non si capisce la loro sessualità, che è un importante elemento motore del comportamento umano, non si può veramente capire perchè fanno quello che fanno.

Quale ruolo ha internet nella tua scrittura?

Probabilmente quello di rendermi possibile comunicare più facilmente con i lettori di tutto il mondo. Questo è molto importante per me. Quindi invito i miei fans italiani a scrivermi o a trovarmi su Facebook http://www.facebook.com/bfreemanbooks.

Brian Freeman è un autore di bestseller internazionali del Minnesota. I suoi libri sono stati venduti in 46 paesi e tradotti in 18 lingue e sono apparsi in the Library Guild e the Book of Month Club. Il suo thriller di esordio Immoral ha vinto il Mcavity Award ed è è sttao nominato per l’Edgar, Dagger, Anthony, e Barry Awards, per il migliore romanzo primo. Immoral è stato scelto come migliore libro del mese dai club del libro in tutto il mondo una distinzione che condivide con autori come Harlan Coben e Karin Slaughter. Il suo secondo romanzo Stripped fu acclamato dalla critica nel 2006. Stripped è citato nella lista dei bestseller Globe and Mail in Canada e fu nominato uno dei migliori mysteries dal South Florida sun Sentinel. Il romanzo fu finalista al Minnesota book Award. Oltre ai suoi romanzi di suspance Freeman è coautore del chick lit book The Agency sotto lo pseudonimo di Ally O’ Brian. Freeman è un alunno del Carleton college dove si è lauretao magna cum laude. E’ nato a Chicago, crestiuto a San Mateo California, prima di trasferirsi in Minnesota. Lui e sua moglie Marcia vivono ora in Minnesota da più di vent’anni. Per maggiori informazioni su Brian e i suoi libri visitate il sito http://www.bfreemanbooks.com.

:: Intervista a Joe R. Lansdale a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2009

joeTra le mie prime interviste figura anche questa a un personaggio ecclettico, e a suo modo eccezionale, come Joe R. Lansdale. Andò pressapoco così. Era l’estate del 2009 e gli scrissi tramite il suo sito. Dopo poco mi arrivò una sua mail dove mi diceva: accetto, spara.  Ci mise poche ore a rispondere. Le risposte mi arrivarono il giorno stesso di quando io gli inviai le domande. Insomma è un tipo così. Che non perde tempo. Mi rispose nel corpo della mail con un colore di caratteri blu acceso. Non ho ben capito se gradì le domande ma gli chiesi cose come chi preferiva tra Hap e Leonard, se era pessimista su come vanno le cose nel mondo, cos’era per lui l’amicizia. Rispose a tutto, e se siete curiosi di sapere cosa rispose, continuate la lettura.

Perché hai scelto di diventare scrittore?

La scrittura ha scelto me più di quanto io abbia scelto lei. Io ho voluto essere scrittore da così tanto tempo che non ricordo. I miei genitori, specialmente mia madre, mi incoraggiarono nell’idea sebbene io penso che lei preferisse che facessi l’ insegnate per professione e da un lato lo scrittore. Io sono diventato uno scrittore per professione e da un lato insegnante siccome insegno un semestre all’anno all’Università qualche volta due e insegno arti marziali. Così attualmente sono sia uno scrittore che un insegnante ma in un modo differente da quanto mi aspettavo. Ma i miei genitori mi supportano in ogni cosa che voglio fare e la scrittura era qualcosa in cui ero portato sin dalla più tenera età.

Il “Texas Montly” ti ha definito lo Stephen King del Texas. Hai sorriso?

No, non ho sorriso. Mi piace e ammiro King, ma non sono altro che me stesso e non avevo mai sentito questa citazione.

Thriller, horror, western, fantascienza. Quale genere ti diverte di più?

Non ho un genere favorito. Amo quei generi di fiction popolare perché ti permettono di fare così tanto. Non mi sento sposato a nessuna forma, ma le tratto tutte.

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

Quando ero ragazzo scrissi una poesia sul mio cane, che considerando che non ho mai trattato la poesia come scrittore, e marginalmente come lettore, è interessante. Avevo probabilmente 4 o 5 anni quando la scrissi. Recentemente ho composto alcune poesie per una antologia di Halloween ma solo per divertimento, niente di serio. Il mio primo pezzo da adulto fu un articolo che scrissi con mia madre a 21 anni. Abbiamo scritto un breve paragrafo su scavare buche e riempirle di piante come terapia ed è stato comprato dal “Farm Journal”. E’ apparso sotto il nome di O’Reta Lansdale il nome di mia madre. Questo fu il primo. Una collaborazione.

Tu vivi in Texas, per la precisione a a Nacogdoches, con tua moglie i tuoi figli e un cane. Raccontami qualcosa sulla tua famiglia.

Ho una grande famiglia. Mio figlio e mia figlia vivono nelle vicinanze sebbene mia figlia come cantante professionista viaggi molto. Ho un genero e una nuora. Mio figlio è giornalista. Mio genero ha una laurea in biologia, insegna nella mia scuola di arti marziali e lavora part time come insegnante. Mia nuora è una patologa del linguaggio.

Mi piace molto The Bottoms (tradotto per Mondatori come Sotto gli occhi dell’alligatore). Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

Si, mi ispiro ad eventi reali o folcloristici, storie che ho raccolto che possono essere o non essere veri, esperienze personali. Mio padre e mia madre si sposarono durante la Grande Depressione, e crebbero me e mio fratello. Io fui una sorpresa, mio padre aveva quaranta anni e mia madre finiva i trenta. Mio fratello e io abbiamo 16 anni di differenza e siamo stati entrambi cresciuti come figli unici.

Preferisci scrivere racconti brevi o romanzi?

Racconti brevi ma amo anche scrivere romanzi. Mi diverto a scrivere fumetti, sceneggiature per il cinema, e opere per il teatro. Sebbene di quest’ultime ne ho scritte solo due e sono state portate in scena. Fu una bella esperienza.

Quali scrittori ti influenzarono per primi?

Sono molti. Zio Remo, Edgard Allan Poe, l’Illiade e l’Odissea di Omero, Kipling, Jack London, Mark Twain, Edgar Rice Burroughs, Robert Louis Stevenson, Bradbury, Keith Laumer, Phil Farmer, Harlan Ellison. I libri di fumetti mi hanno molto influenzato come quelli di Julius Schwartz, gli scritti comici di Gardner Fox e Bill Finger.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Fondamentalmente scrivo tre ore alla mattina. E cerco di ottenere dalle tre alle cinque pagine al giorno, ma spesso anche di più.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Appartiene alla serie di Hap e Leonard, ma non è ancora disponibile in Italia. Sta arrivando.

Cos’è l’amicizia per te?

E’ molto importante. E’ come la famiglia, quando è vera. Conosco molta gente ma ho solo pochi veri amici a cui sono molto legato.

Preferisci scrivere la descrizione dei luoghi, delineare i personaggi o i dialoghi.

Tutti e tre. Mi piace scrivere con stile.

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Per prima cosa scrivere non progettare di farlo. Avere qualcosa da pubblicare.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Amo Neal Barrett, Andrew Vachss, James Lee Burke, e ce ne sono altri.

Quali lavori hai fatto nel passato?

Ho fatto molti lavori, ho abbattuto vecchie case, ho lavorato in una fabbrica di sedie in alluminio, ho fatto il buttafuori di tanto in tanto, l’operaio edile, il contadino, il manager in una ditta di trasporti, e per una società di pubbliche relazioni, l’ istruttore di arti marziali, lo faccio ancora, l’insegnante, insegno ancora all’università, poi il bidello l’ho fatto per molti anni.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Si, ho amici scrittori e alcuni di loro sono amici molto stretti.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Si, ho senso dell’umorismo e a volte racconto barzellette quando sono dell’umore. Ora non sono dell’umore.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Determinazione, essere un lettore, lavoro etico.

Tu pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Penso di sì, ma la maggior parte dei libri cambiano solo la condizione di un lettore per poche ore e questo è già una cosa positiva se ci pensi.

Quali genere di lettori preferisci?

Tutti i generi.

Cosa stai leggendo al momento?

Paradiso di Larry McMurtry. Un romanzo ambientato a Tahiti,e che parla anche dei suoi genitori che lo crebbero nel nord del Texas, Un contrasto.

Tu usi un linguaggio ironico, molto divertente, nei tuoi libri. E’ difficile da creare?

Quando scrivo mi sorge spontaneo, penso sia un riflesso della mia personalità, del modo in cui vedo le cose.

Tu scrivi fondamentalmente per te stesso o per gli altri?

Per me stesso e quando ho finito spero che agli altri piaccia. Ma non puoi preoccuparti degli altri quando scrivi se vuoi esprimere onestamente te stesso.

Hai un agente letterario? E’ per te un amico o solo una relazione professionale?

La maggior parte degli agenti che ho avuto sono diventati mie amici, ma è anche un business in quanto se essi non fanno il loro lavoro io li cambio. Comunque sono amico di entrambi i miei agenti per la narrativa e il cinema.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Amo entrambi anche se forse un po’ di più la letteratura. I film vengono per secondi nella mia lista e i fumetti per terzo poco dopo. Tutto il resto, opere teatrali, non-fiction sono più in basso nella lista.

Ti piace l’Italia?

Adoro l’Italia e ci vengo spesso. Ci sono stato due volte quest’anno e probabilmente ci tornerò una terza.

Definiresti uno scrittore un veggente?

No, uno scrittore è un uomo consapevole ma veggente di certo proprio no. Tu crei e pensi differentemente ma non c’è proprio niente di soprannaturale anche se a volte può sembrare. Ma non è così. Il soprannaturale o comunque tu lo voglia etichettare non si applica ad uno scrittore.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Poiché io non leggo in italiano ne ho letti solo alcuni tradotti in inglese. Amo il lavoro di alcuni e di altri lo amo meno, ma non ho avuto l’opportunità di leggere molti loro lavori. Alcuni dei classici ovviamente Dante, Virgilio. Ho incontrato un certo numero di scrittori in Italia, alcuni importanti, alcuni meno, ma è così in tutto il mondo. Non siamo tanto diversi da nessuna parte.

Dimmi qualcosa dello stile Lansdale.

E’ solo il modo in cui scrivo, è formato dalla mia esperienza di anni che sono abituato a esprimere me stesso sulla pagina.

Tu sei un esperto di arti marziali. Usi le tue abilità nei tuoi libri?

Si, mi è capitato di scrivere di arti marziali di tanto in tanto ma non tutto il tempo. Ma uso le mie capacità per scrivere. Disciplina, attenzione, economia di movimento, passando da una situazione all’altra come è necessario e cosi via. Le arti marziali hanno influenzato molto la mia vita e la mia scrittura.

Hai anche scritto fumetti. E’ più difficile?

I fumetti sono un grande divertimento. Il fumetto può essere difficile o facile dipende. Ma io trovo molto pià facile scrivere fumetti che la prosa, sono cresciuto con loro e li amo e ho talento per loro. Sono probabilmente il mio primo amore, anche se con il tempo i racconti e i romanzi e i film li hanno usurpati, sono ancora un grande appassionato.

Le situazioni strane o assurde sono tipiche nei tuoi libri. Tu pensi che la vita sia così?

Vedo la vita come abbastanza assurda.

Raccontami qualcosa sul genere horror. E’ difficile spaventare la gente?

E’ difficile spaventare la gente e come scrittore non ho sempre considerato quello che scrivo horror. Orrore e terrore sono cose diverse anche se spesso vengono confusi. L’orrore può trattare di sangue e budella, il terrore di sudorazione notturna, la sensazione che c’è qualcosa di sbagliato che non si può vedere. Io combino queste idee a volte con la suspance, con il senso di mistero, e uno scenario americano. Non sono proprio conscio di farlo quando scrivo ma succede. Ho scritto alcune storie che sono di genere horror puro ma la maggior parte sono a metà strada.

Tu sei molto conosciuto per la serie di romanzi che ha per protagonisti Hap e Leonard. Quale preferisci dei due?

Entrambi l’uno non vive senza l’altro.

Razzismo, corruzione pubblica, violenza, sono temi ricorrenti nei tuoi libri, sei pessimista?

Personalmente sono ottimista. Ho avuto una vita molto bella. Ci sono sempre fattori fuori dal nostro controllo che possono essere sia negativi che positivi, ma ho una visone piuttosto ottimista per quanto riguarda me, anche se non sono tanto ottimista riguardo la razza umana e lo divento sempre meno con il passare del tempo. Ma credo di essere ancora fiducioso e non cinico.

Sei una persona timida?

No affatto.

Come solitamente trovi le idee?

Sono loro a trovare me.

:: Intervista a Danila Comastri Montanari a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2009

danCome è nato il personaggio di Publio Aurelio Stazio?

Come avrebbe detto Flaubert: “Aurelio c’est moi”.

Oltre ai gialli ambientati nell’antica Roma, ha scritto altri romanzi e racconti?

Molti, ma sempre e soltanto polizieschi storici: l’ultimo è TERRORE, ambientato durante la rivoluzione francese.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Omero e Shakespeare. Tra gli italiani: Niccolò Machiavelli. In tempi più recenti: Robert Graves e Isaac Bashevis Singer.
Tra gli autori di polizieschi: Ed Mac Bain (con cui ho avuto la fortuna di passare tre bellissime giornate) Qiu Xiaolong (che conoscerò presto di persona) Anne Perry, Ellis Peters, Tony Hillermann, Jonathan Kellermann, Pierre Magnan, Jean-Francois Parot.
Tra i classici del giallo: Robert Van Gulik, Rex Stout, Agatha Christie, Israel Zangwill, S.S. Van Dine, oltre a Umberto Eco: considero “Il nome della rosa” in assoluto il più bel giallo di tutti i tempi; secondi a pari merito, nell’ambito del solo giallo storico, “C’era una volta” di Agatha Christie e “La pista delle volpi” del compianto Fabio Pittorru.
Nella saggistica: Claude Lévi-Strauss, Eva Cantarella, Umberto Eco, Jérôme Carcopino, Luigi Luca Cavalli-Sforza, Léon Poliakov, Michel Vovelle, Bertrand Russell, Piero Camporesi.

Cosa sta leggendo attualmente?

Ho appena letto due gialli bruttini assai, che non cito perché non amo denigrare i colleghi.

Cosa ne pensa del fenomeno letterario della trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Sono una consumatrice accanita di polizieschi scandinavi. Della trilogia di Larsson ho letto il primo volume e mi è piaciuto come le opere di tanti suoi compatrioti. Non di meno, ma neanche di più.

Ha amici scrittori, li frequenta?

I giallisti italiani li conosco quasi tutti personalmente e con molti di loro ho cordiali rapporti di amicizia. Alcuni li frequento, perché vivono a Bologna o nei pressi: Lucarelli, Fois, Varesi, Guccini, Toni, Bettini, Colitto, Rigosi, Baldini, Coloretti, Materazzo, Guicciardi. L’amico più caro, tuttavia, è certamente Loriano Macchiavelli, generoso, arguto e straordinario come scrittore, ma ancor di più come essere umano. Godo anche, da ben quattro decenni, dell’amicizia del baldo Valerio Massimo Manfredi – condividiamo l’amore per i viaggi e la cultura classica – a cui auguro di proseguire nel grande successo internazionale che merita appieno. E non posso esimermi dal citare i bolognesi (o quasi…) Valerio Evangelisti, Giuseppe Pederiali e Giuseppe D’Agata, l’indimenticabile autore de “Il medico della mutua” e de “Il segno del comando”, che fu il primo presidente della nostra Associazione Scrittori di Bologna. Per spostarsi invece oltreoceano, sono ottima amica di Ben Pastor, la creatrice dell’investigatore della Wermacht Martin von Bora.

Le piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensa che si possa insegnare a scrivere?

Credo che si possa insegnare, ma a me non piacerebbe. Ho redatto un manualetto: “GIALLO ANTICO. Come si scrive un poliziesco storico” ad uso degli esordienti, però non sono tipo da tenere dei veri e propri corsi strutturati: non sono nemmeno mai riuscita a seguirne uno fino in fondo, all’università studiavo da sola e a scuola insegnavo piuttosto anarchicamente. Partecipo però volentieri come ospite, una tantum, ai corsi di scrittura di alcuni colleghi. .

Qual è l’opera di Shakespeare che preferisce?

Giulio Cesare, Macbeth, Il mercante di Venezia, Misura per misura, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto, Antonio e Cleopatra, La dodicesima notte e molte altre. Amo molto Shakespeare.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori per migliorare il loro stile?

Prima ancora dello stile bisogna avere le idee. Dunque raccomanderei ai giovani scrittori di leggere il più alto numero possibile di opere DELLO STESSO GENERE di quelle a cui intendono dedicarsi, per evitare di scoprire l’uovo di Colombo sudando su trame già trite e ritrite.

Sta scrivendo attualmente un nuovo libro?

Io sto SEMPRE scrivendo un nuovo libro!

Ci racconti i suoi esordi, qualche episodio significativo.

L’Italia scopriva in quel momento il giallo storico, così i gusti del pubblico incontrarono felicemente i miei. Una volta tanto, anziché terrorizzare gli esordienti con le vicissitudini di una dura gavetta e le soperchierie degli editori cattivi, dirò dunque a viva voce che talvolta un po’ di abilità e un pizzico di fortuna bastano per diventare scrittore di professione.

Legge libri di poesia? Chi è il suo poeta preferito?

Il poeta che preferisco è Catullo, ma amo anche molti lirici greci, latini e cinesi. Non leggo poesie contemporanee, l’autore italiano più moderno che conosco è Foscolo, di cui apprezzo parecchi versi (non sono per niente leopardiana, né per carattere, né per gusti letterari…)

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Ottimo: sanno che scrivo soltanto per loro, non per i critici, per gli accademici, per gli intellettuali, per i recensori e nemmeno per me stessa. I giudizi e i suggerimenti dei lettori sono gli unici che tenga in considerazione.

Ha un agente letterario?

Da qualche tempo: ho esitato anche troppo, ma per l’estero era inevitabile. Adesso ne sono molto soddisfatta e non ne farei più a meno.

Ha viaggiato molto, i suoi viaggi le sono stati utili per l’ambientazione dei suoi romanzi?

Sì, ho viaggiato moltissimo e, fortunata come sono, quando ho cominciato ad avere difficoltà fisiche a muovermi, il mondo è venuto a casa mia, con internet e le migrazioni.

Quale è il suo metodo di scrittura, scrive di getto, fa molte stesure?

Che scriva di getto o meno, redigo sempre almeno due stesure, talvolta anche tre. Nessuno può confezionare al primo colpo un libro decente: chi lo millanta, sta mentendo spudoratamente.

Il talento è per lei duro lavoro o un dono innato?

Scrivo perché mi diverto e spero di divertire i lettori. Se il lavoro mi costasse tedio, angoscia o fatica, oppure se i lettori si stancassero di me, cambierei mestiere oppure mi ritirerei in pensione a leggere libri altrui, giocare videogames, accarezzare gatti e coltivare fiori.

C’è un episodio bizzarro della sua carriera che le piace ricordare?

Sono troppi, per citarli tutti occorrerebbe un libro. La vita, in grazia ai Numi, è molto bizzarra.

Molti sostengono che Giorgio Faletti non scriva da solo i suoi libri, perché pensa attiri tante maldicenze?

Perché è molto bravo e ha molto successo: è un difetto imperdonabile! E poi perché ha un respiro cosmopolita e questo è un paese di inguaribili provinciali.
Sostengono che Faletti, in piena era della globalizzazione, non avrebbe potuto scrivere i suoi libri per la presenza di alcuni anglicismi. E’ un’obiezione ridicola. Chi ha redatto “I promessi sposi” in perfetto toscano, allora? Secondo questa logica da babbei, non può certo essere stato un “lumbard” come quel tal Sandretto: altro che risciacquare i panni in Arno, sta a vedere che Manzoni aveva un ghost writer nascosto a Firenze! E a proposito, se non si può pensare in inglese, figuriamoci in latino… chi sarà allora a farcire i miei romanzi di tutte quelle locuzioni classiche? Debbo forse dedurne che qualcuno sta scrivendo i miei i libri a mia insaputa?

Ci parli del suo primo romanzo Mors Tua, ci ha messo molto a scriverlo?

Tre mesi e mezzo, è il libro che ho finito nel minor tempo, sull’onda dell’entusiasmo iniziale.
MORS TUA è anche la più generica tra tutte le inchieste di Publio Aurelio, non vi compaiono “sottoculture” particolari dell’antica Roma, come in ogni altro libro: l’ambiente della medicina di IN CORPORE SANO, quello dei gladiatori in MORITURI TE SALUTANT, quello delle scuole e delle banche in PARCE SEPULTO, quello delle legioni in NEMESIS, ecc…e questo perché è stato concepito già dal primo momento in modo da fungere da inizio di una serie. Infatti a me non premeva pubblicare un libro singolo, bensì diventare una romanziera seriale di professione, come è poi avvenuto: le due cose sono profondamente diverse.
Ah, sì, un’altra curiosità: la scena in cui Publio Aurelio dichiara che si taglierà le vene per protestare la sua innocenza (faceva molto “romano”!) è tratta in ugual misura da Tacito e da Rex Stout, con appena un pizzico di Henryk Sienkiewicz.

Come si documenta per i suoi libri? Usa spesso internet?

Lo uso da quando esiste la connessione: oggi è diventato il principale strumento di ricerca per ogni divulgatore.

Euripide, Sofocle le piacciono i tragediografi greci, ambienterebbe una serie di romanzi nell’ Atene di Pericle?

Li cito spesso, ma non ambienterei mai un romanzo nell’Atene di Pericle. Roma ha un fascino diverso, quello di una “modernità” ante litteram che si addice molto di più ai miei gusti e al mio carattere.

Il ruolo femminile nella letteratura pensa sia stato determinante?

Non mi interessa a che sesso, etnia o religione appartenga chi scrive, mi interessa CHE COSA scrive , tanto che spesso non so nemmeno se l’autore che sto leggendo è maschio o femmina.
Sono peraltro convinta che le categorie “discriminate” (donne, ma anche gay ecc…) debbano cominciare a ragionare in questo modo, se non vogliono chiudersi in una riserva indiana. Faccio un esempio: un’atleta in carrozzella vinse una medaglia nella carabina alle Olimpiadi, quelle normali, non quelle riservate ai portatori di handicap: era stata la migliore di TUTTI, invalidi e non invalidi. Alcune donne hanno governato paesi importanti: non perché erano donne, ma perché erano brave. Allo stesso modo, Barack Obama non è diventato presidente perché era di colore, ma perché l’intero popolo americano si è fidato di lui più che degli altri candidati.
Non sono dunque in grado di valutare se e quanto le donne, in una situazione di oggettiva soggezione storica durata dieci millenni, abbiano pesato sulla letteratura. Credo però che Saffo sia stata il più grande POETA (e non la più grande poetessa…) occidentale di tutti i tempi, senza bisogno di nessuna quota rosa. Dunque, fuori dal ghetto, ragazze! Guidereste un aereo “in quanto donne” o cerchereste di mantenerlo in rotta in quanto bravi piloti? Non fate “letteratura al femminile”, fate letteratura e basta: ogni vostra vittoria seppellisce un pregiudizio!

Ha mai pensato di concedere i diritti per trasformare i suoi libri in film?

In vent’anni ho concesso continue opzioni a varie case di produzione, ma nessuna è mai riuscita a realizzare la serie, che sarebbe costosissima, soprattutto per via del set.

E’ stata paragonata a P D James, le piace l’accostamento?

P.D. James è l’autrice di “Delitto 1986”, uno dei cinque racconti moderni che preferisco in assoluto. Gli altri sono: “la Biblioteca di Babele” di Borges, “Inno di congedo” di Fredric Brown, “Tutti gli smoali erano borogovi” di Lewis Padgett e “I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur Clarke.

Ha mai scritto poesie? Ci citerebbe qualche verso?

A vent’anni ho scritto l’unica poesia di tutta la mia vita, dal titolo:“Elogio dell’aglio”. Ricordo soltanto i primi due versi: “Divino bulbo che le nari avvinci /e le papille stimoli e innamori…”

Nella serie di Publio Aurelio Stazio quale l’ha divertita di più scrivere?

CUI PRODEST? C’è un serial killer che ammazza dei giovani MASCHI avvenenti – tanto per cambiare un po’ rispetto alle solite belle ragazze, che muoiono con allarmante frequenza in questo genere di romanzi – ma anche il continuo confronto tra due personaggi contrapposti: schiava e padrone, stoica e epicureo, femmina e maschio…

L’antica Cina l’affascina? Le piacerebbe scrivere una serie gialla con un mandarino detective come protagonista?

Il Celeste Impero è, assieme alla Roma del I secolo, la civiltà che più mi affascina: fui tra i primi a girare in lungo e in largo la Cina, quando si aprirono le frontiere. Però di mandarini investigatori ne hanno già messi in scena molti (ho scritto anche un lungo articolo a riguardo), innanzitutto il giudice Dee (o Ti, con la nuova traslitterazione) a cui erano dedicati i vecchi, magnifici romanzi dell’olandese Robert Van Gulik.e che oggi è il protagonista della serie del mio amico e collega francese Frédéric Lenormand.

Si ritiene una persona fortunata?

Mi ritengo una favorita della Dea Fortuna. La sorte mi ha concesso cose belle o brutte come a tutti, ma anche la capacità di godere delle prime e superare le seconde.

Ci parli dei suoi progetti, come si vede da qui a 10 anni?

Permettetemi di citare il Rick di “Casablanca”, che a chi gli chiede che cosa ha intenzione di fare quella sera, risponde: “Non faccio mai programmi a lungo termine.”

Si ricorda il primo libro che ha letto?

Il Peter Pan in versione Disney, e, poco dopo, il Peter Pan originale di Barrie. Odiavo di tutto cuore Pinocchio, la Fata dai Capelli Turchini e il Grillo Parlante, insopportabilmente moralisti e paternalisti.

E’ più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Senza dubbio scrivere i dialoghi, dai quali, secondo la mia personale visione del romanzo, si deve desumere quasi interamente il carattere dei personaggi e l’ambientazione stessa. Un avvertimento agli esordienti: pare che una buona metà dei lettori salti – o comunque legga molto distrattamente – tutto ciò che esula dai dialoghi; quindi esercitatevi su quelli, se volete farvi capire….

Si ritiene una scrittrice femminista?

Sono attentissima al problema della uguaglianza tra i sessi (così come tra etnie o religioni) e spesso mi sono trovata in prima linea in varie battaglie politiche, giuridiche e sociali. Però non mi definirei mai una scrittrice femminista, perché non ritengo che esista una narrativa femminile o maschile, nera o bianca, gay o etero, ecc ecc.. C’è la narrativa e basta, ognuno scrive ciò che gli aggrada e chi ne ha voglia lo legge. E comunque io non sono una femminista, sono una matriarca.

Per concludere, mi dica: scrivere la rende felice?

Molto, moltissimo, è il mestiere più bello del mondo: prima di tutto posso condividere il mio immaginario con moltissimi lettori di tutto il mondo, il che sinceramente mi esalta. In secondo luogo ho ridotto il pendolarismo ai due metri che separano il mio letto dalla scrivania.

:: Intervista a Enrico Gregori a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2009

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Sei un giornalista, esperto di cronaca nera. Parlami del tuo lavoro.

Da cronista mi sono occupato di banda della magliana, terrorismo, criminalità organizzata, omicidi. anadavo sui posti e scrivevo. Ora, in quanto responsabile del settore, coordino il lavoro altrui e ogni tanto scrivo più che altro retroscena e approfondimenti

Il talento per te è un dono o duro lavoro?

Credo che il talento possa essere innato, ma se non lo si coltiva è del tutto inutile

Quali scrittori italiani preferisci?

Non è facile. Diciamo Tiziano Scarpa e Andrea Camilleri

Parlami dei tuoi primi libri che hai scritto.

“Un tè prima di morire” è una specie di pentola a pressione esplosa in maniera violenta. “Doppio squeeze” è più ragionato e metodico. Comunque non amo le sorprese e mi piace dare indicazioni affinché il lettore possa anche divertirsi a indovinare il finale. un-te-prima-di-morire

E i primi libri che hai letto?

Ho cominciato da ragazzino a leggere Salgari, Kipling, Verne e Dumas. Per me sono capolavori indimenticabili.

Leggi Shakespeare?

Ho letto moltissimo di lui. Che dire? Tra lui e Dante Alighieri mi pare una lotta tra titani

E’ più difficile per te delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non so. Diciamo che a delineare i personaggi mi diverto di più

Leggi poesia?

Poche cose. Non ho strumenti per valutarla. Se mi colpisce ne deduco che mi piace

Che consigli daresti ad autori esordienti che vorrebbero pubblicare i loro scritti?

Di essere umili e, prima di pensare di essere incompresi, pensare di dover migliorare

Hai mai fatto il ghostwriter?

Ma per carità

Pensi che Faletti scriva da solo i suoi libri?

Posso dire quello che ho sentito. Ossia che il primo sia stato pesantemente editato e che gli altri li abbia scritti lui. Ma c’è anche una teoria esattamente opposta. Dove sia la verità non lo so. Magari son tutte chiacchiere. Io ho letto “Io uccido” e non mi ha entusiasmato. Poi ho letto “Fuori da un evidente destino” e mi è piaciuto molto.

Agatha Christie in che modo ha influenzato la letteratura gialla?

Credo che sia stata una maestra nell’equilibrio tra storia e descrizione di uomini e cose

Ti piace James Ellroy? Se dovessi fargli una domanda quale sarebbe?

Per me “Le strade dell’innocenza” è un capolavoro. Quindi vorrei domandargli come gli è venuta fuori una boiata come “Scasso e stupro”.

Ti piace Scerbanenco?

Abbastanza. Ma per me è sopravvalutato. Non credo che abbia rivoluzionato alcunché.

Quali sono i libri più belli che hai letto?

Buonanotte! L’Iliade, tutto Shakespeare, i fratelli Karamazov, la Divina Commedia, i promessi sposi, i Malavoglia, tutto Ed McBain, tutto Cormac McCarthy. Basta?

A chi ti ispiri nei tuoi libri a fatti di cronaca o storie di fantasia?

Per le tecniche investigative e qualche dettaglio, ai fatti di cronaca. Il resto, ossia il grosso, è pura fantasia.

In che città vivi? La usi come sfondo per le tue storie?

Non sempre, ma sto pensando di farlo più spesso

Parlaci del tuo blog, credi che internet abbia rivoluzionato il mondo della scrittura?

Il mio blog è una specie di bacheca cronistica nella quale metto anche dei miei racconti. Non credo però molto alla scrittura in rete se rimane imprigionata in internet

Che mezzo di scrittura preferisci: bic, computer,?

Ormai computer

Stai scrivendo attualmente un libro?

Ne sto revisionando uno. Una storia ambientata a Roma nel 1920. Forse potrebbe essere la mia prossima pubblicazione

Che studi hai fatto hanno influenzato la tua vita professionale?

La laurea in giurisprudenza una mano me l’ha data certamente, soprattutto per capire meglio la fase processuale di un avvenimento.

Ti piace Camilleri, il suo commissario Montalbano è molto popolare ti piacerebbe se trasformassero i tuoi libri in film?

Confermo il mio grande apprezzamento su Camilleri. Per il resto, in molti mi hanno detto che i miei libri si presterebbero a sceneggiature. Direi che mi piacerebbe, sì..

I book trailers li consiglieresti ai nuovi autori?

E’ una pubblicità come un’altra. Per me dipende tutto dalla visibilità che poi il booktrailer avrebbe.

Sofocle, Euripide ti piace la letteratura greca antica?

Moltissimo. Sono convinto che nei classici ci sia già tutto ciò che oggi scriviamo. Per questo credo sia importante trovare uno stile, una voce popria.

Arthur Miller diceva che se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale qualsiasi economia crolla cosa ne pensi?

Forse lui ne aveva le prove. Io no.

Ti piace la letteratura sudamericana?

Frequento poco. Magari ci saranno delle cose meravigliose e se non le conosco è colpa mia. Ma non si può leggere tutto.

Enrico Gregori
è nato a Roma il 12 dicembre 1954. Giornalista professionista dal 1983, attualmente è caposervizio per la cronaca nera presso “Il Messaggero” di Roma. Ha pubblicato per Bietti Media due romanzi: “Un tè prima di morire” e “Doppio squeeze”.

:: Intervista a Dianne Emley a cura di Giulietta Iannone

20 agosto 2009

Dianne EmleyHai un agente letterario?

Si, è una donna che lavora con la Writer’s House di New York

Ti piacciono i libri di Michael Connelly?

Sono una grande fan dei libri di Michael Connelly. Le trame e i personaggi sono straordinari. In più essendo nativa di Los Angeles mi piacciono le ambientazioni in questa città. Egli ha delineato la cultura di questa città.

Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?

Io credo che ciascuno di noi può accrescere il suo livello di successo nel campo scelto può essere quello artistico o atletico o anche negli affari e quindi il talento è sia un dono di Dio che un’ abilità accresciuta con la pratica e la pazienza. Nel mio caso io ho amato la scrittura sin da quando ero bambina e ho iniziato  molto piccola a scrivere sui giornali. Il mio talento era informe e indisciplinato. attraverso gli anni con il duro lavoro e l’aiuto di brillanti editors sono diventata una scrittrice molto migliore e specialmente una migliore crime writer. Sto ancora imparando e migliorando. Ogni giorno mi siedo davanti al computer e miglioro le mie capacità.

Dimmi qualcosa circa la tua Los Angeles.

Io penso che Los Angeles sia una città incompresa e perciò il luogo ideale dove vengono ambientati molti romanzi di fiction. La gente che arriva da poco a Los Angeles la scambia per una gigantesca megalopoli senza personalità. Io invece essendoci nata e avendoci risieduto ed essendoci cresciuta vedo come la città non è senza volto ma al contrario comprende distinti quartieri che hanno personalità uniche. La gente da poco a Los Angeles è spesso sorpresa di trovare dei veri nativi di questa città.

Sei femminista?

Non mi piacciono le etichette o essere incasellata in una categoria. Io credo che dovremmo uomini e donne avere gli stessi diritti anche se ci sono dei ruoli più adatti alle donne e altri più adatti agli uomini. Personalmente amo moltissimo mio marito Charlie.

Tu appari una dolce e quieta signora sei così anche nella realtà?

Ho amici e gente della mia famiglia che non sarebbero d’accordo. Scherzo.Ho un lato quieto e amo la solitudine.

La vita del poliziotto è molto dura. Da bambina sognavi di diventarlo?

 No assolutamente volevo scrivere.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Nel genere giallo mi piaciono Michael Connelly, Tess Gerritsen, Lisa Gardner, Karin Slaughter. Mi piaciono anche Cormac McCarthy e Dominic Dunne.

Hai studiato in Francia. Ambienterai il tuo prossimo libro in questo paese?

Il mio prossimo libro continua la serie di Nan Vining. Lei lavora con il dipartimento di polizia di Pasadena in California una città che confina con Los Angeles così ci sono poche possibilità che abbia trasferte di lavoro in Francia.

Ti piace lo stile di vita europeo?

Molto amo lo stile e savoir faire europeo.

Ti piacciono i libri di James Elroy?

Ho trovato fantastico il suo libro autobiografico i miei luoghi oscuri.

Hai senso dell’umorismo dimmi una barzelletta.

Mi dicono che ho un buon senso dell’umorismo. Mi piace ridere ma ho poca memoria per le barzellette.

Ascolti musica mentre scrivi?

No trovo che distragga scrivo in silenzio.

Ti piacciono gli autori italiani?

Non ho familiarità con gli scrittori italiani forse tu potresti suggerirmi cosa leggere.

Pensi che Edith Warthon sia una scrittrice innovativa.

Certamente la casa della gioia è uno dei miei libri favoriti.

Ti piace la poesia?

A piccole dosi.

Dimmi qualcosa circa il tuo primo libro è stato più difficile scriverlo o pubblicarlo?

Con tutti i miei libri scriverli ed editarli è ugualmente difficile. riscrivo molte volte prima che il libro sia finito.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

Forse un giorno. Ora sono troppo impegnata a scrivere per insegnare.

Il personaggio principale del tuo primo libro è una donna che ha subito abusi. Tu pensi che le donne debbano imparare a difendersi, ti piacciono le arti marziali?

Io penso che sano esercizio fisico renda più forti sia fisicamente che emozionalmente così che ci si difende meglio da ogni tipo di abuso. Io faccio quotidianamente pesi, jogging e yoga, non molto bene.

Pensi che in America sia importante per una donna avere una forte personalità?

Non solo in America.

Dimmi qualcosa sulla tua infanzia.

Io sono nata in una famiglia della bassa borghesia nella zona nord est di Los Angeles. Mio padre era un uomo di affari e mia madre una casalinga. Ho un fratello più anziano e una sorella. Ero la più quieta della famiglia con sempre il naso sui libri.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk.

Non conosco il suo lavoro.

Ti piacciono i libri di James Lee Burke?

Sì, sono una sua fan.

Definiscimi cos’è per te la libertà.

Vorrei citare la canzone di Kris Kristofferson “Me and bobby Mcgee” la libertà è la capacità di non perdere ma personalmente penso sia la capacità di effettuare scelte.

:: Le Troiane di Euripide a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2008

EuripideEschilo, Sofocle ed Euripide sono senz’altro i tragediografi greci che più hanno lasciato, grazie alla miracolosa conservazione dei loro testi, una porta aperta sulla vita del loro tempo.
E’ singolare come la vita si riflette nel teatro, e viceversa, ed è ancora più singolare analizzare come la psiche umana, ovvero i sentimenti, il modo di ragionare, nonostante secoli di “civiltà”, sia per lo più immutata. Certo lo sfondo delle tragedie di Euripide è un mondo pagano, in cui mito e religione si sovrappongono e gli dei camminano tra gli uomini creando più scompiglio che aiuto, nonostante questo l’uomo di allora rispecchia fedelmente la vitalità, le aspirazioni, la ricerca di felicità che caratterizzano ogni epoca e ogni paese.
Il mondo greco è senz’altro dotato di una cultura evoluta, di una nobiltà di sentimenti, di un raffinato sentire e percepire l’arte, la poesia e la musica. Atene in un certo senso rispecchia tutto questo, ma forse mai come allora l’orrore, la violenza che perde e strazia è esasperata e accentuata, lasciando però sempre la certezza che il bene, morale ed estetico, ha qualcosa di così sacro da meritare sempre l’alloro della Vittoria.
Euripide si colloca in una posizione singolare e anomala nella polis greca, fucina di libertà e di democrazia; ne incarna in un certo modo lo spirito più critico e non convenzionale. Non inserito nel suo tempo, piuttosto incompreso e avversato dai contemporanei, Euripide si isola e nel suo isolamento riflette e medita. C’è in lui sicuramente una tensione morale non comune e una sottigliezza che permea le sue tragedie di un bizzarro soffio anarchico contenuto in una prosa di posata compostezza.
L’anarchia di Euripide non ha niente di violento o sovversivo, si limita a dare spazio alle emozioni contraddittorie che molte realtà evocano, a sottolineare la stupidità di certi comportamenti velati dalla nobilitante patina del conformismo, a ribellarsi all’assurdo. Lo spiccato individualismo, di cui è più vittima che orgoglioso rappresentante, ci permette dopo tanti secoli di osservare il mondo di allora come da uno spiraglio privilegiato e in un certo senso di vedere noi stessi con le nostre debolezze, le nostre virtù e in ultima analisi il nostro immutato desiderio di capire e conoscere.
“Le Troiane” è sicuramente una delle tragedie più amare di Euripide, che analizza i meccanismi più nascosti che regolano l’esistenza umana. Tema centrale è la descrizione di cosa la guerra porta e di quanto il concetto stesso di “Vittoria” sia labile e fuggevole. Euripide stravolge tutti canoni e gli archetipi dell’epoca e porge ai suoi spettatori una riflessione amara, ma non priva di logica.
Gli sconfitti e i vincitori sono attori di uno stesso dramma, la realtà è tragica ed implacabile per entrambi e in un certo senso fa giustizia ai vinti, rendendo il trionfo dei nemici breve, provvisorio, se non inutile. I bottini depredati ai vinti sono in realtà niente, considerato che l’unica vera ricchezza è la “vita” e sia i vincitori che i vinti sono accomunati dal fatto di aver ucciso ed essere morti.
Tra tutte le opere dell’antichità sicuramente questa pone in risalto in modo compiuto il concetto di quanto “la pace” sia davvero l’unica dea del mondo pagano che vada onorata e la sola portatrice di benessere e di vera giustizia. Non c’è giustizia nell’umiliazione dei vinti, nel loro dolore, nel prendere schiavi, nel bruciare città, e lasciare solo rovine. Non c’è onore in una guerra, solo vittime, questo è ciò che ci dice Euripide, conscio di dire una verità scomoda e contraria alla morale corrente che vede nella guerra una scelta, anche se dolorosa, pur inevitabile.
Euripide utilizza le divinità pagane in un certo senso areligiosamente, unicamente come catalizzatori. Poseidone ci introduce nel vivo del dramma e ci pone di fronte una città, Troia, distrutta e saccheggiata; dove prima c’era una fiorente e gloriosa comunità, simbolo di tutto quello l’ingegno umano sa creare, ora c’è solo più cenere e polvere. La vittoria dei greci, così tanto decantata e cercata, non ha niente di nobile, è anzi frutto di un inganno, una trappola, un cavallo contenente soldati che i troiani introducono nella cinta delle mura come tributo, per una sorta di religiosa pietà.
Di qui l’origine della vittoria, non dettata quindi dal valore, dal coraggio, dalla superiorità morale o etica, ma da qualcosa di empio, meschino, perfino crudele. Il dio dalla parte dei perdenti si prepara ad andarsene provando ripugnanza per i festeggiamenti dei vincitori, che si spartiscono donne indifese portandosi via oro e bottino e arrivando pure, massima empietà concepibile, a depredare gli altari grondanti di sangue.
Il dio sconfitto sottolinea che la guerra è un atto tristemente irreligioso, un delitto contro la gioia degli affetti, che separa figli e madri, mariti e spose, e crea solo orfani e vedove e non trionfanti vincitori. Tra le lacrime e i gemiti dei sopravvissuti si compie un ennesimo strazio, un ampliamento dell’empietà, la totale profanazione di ciò che è sacro, giusto, e inviolabile, la totale soppressione della dignità del vinto.
Atena, la dea vincitrice, dal canto suo non festeggia neanche essa, troppo occupata a rendere amaro il ritorno in patria dei greci da lei difesi, che oltraggiando con la violenza i suoi altari hanno commesso, oltre ad un atto irreligioso, l’abominio dell’irriconoscenza. “Devono imparare a onorare gli dei” argomenta pianificando i suoi propositi di vendetta.
Che l’arbitrio della violenza richieda una punizione è appunto essenziale compito degli dei e un giusto castigo è l’unico mezzo per ristabilire giustizia ed equità.
Euripide utilizza il coro come forza narrante e il personaggio di Ecuba è senz’altro il più umanamente riuscito ed emozionante. Tra tutte le prigioniere, madri, figlie, mogli, l’antica regina, ormai in catene e vestita di stracci, mostra in sé tutta la tragicità di quella realtà. Un tempo madre felice di figli valorosi e di figlie sagge, ora non può più opporsi al destino e può invocare solo la rassegnazione a sua difesa. E’ solo più una schiava, vecchia, destinata alla solitudine e, massima pena possibile, alla privazione della libertà.
“Stesa su un letto di pietra”, molto simile all’alveo di una tomba, non le è concesso che piangere e lamentarsi. Ma in lei qualcosa ancora vive, il suo antico spirito non è spento del tutto e nella sua debolezza trova ancora la forza di un moto di ribellione avversando l’odiosa moglie di Menelao, la bella Elena, causa, o più che altro pretesto, di quella guerra.
Il rancore di Ecuba per l’odiata spartana è privo di riscatto, irrazionale in un certo senso, in lei non c’è perdono. Ecuba identifica in Elena il nemico, la causa della sua desolazione, e questo odio senza perdono rende la sua disperazione inconsolabile.
Ecuba pur tuttavia resta regina, senza bisogno di corona guida e incoraggia le altre prigioniere, e la sua dignità di sovrana spodestata la innalza in una posizione addirittura superiore a quella precedente. La sua nuova grandezza si nutre unicamente della sua forza morale, e non più nello sfarzo delle vesti, nel suo matrimonio prestigioso, nel suo potere dato da uno scettro. La sua regalità è essenziale e assoluta e si identifica nella vera nobiltà e ne fa una figura più grande dei vincitori che si appresta a seguire in catene.

:: L’orologio americano di Arthur Miller a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2008

indexL’orologio americano è un dramma in due atti, con struttura frammentaria, di Arthur Miller.
Apparentemente murales sociale dell’America degli anni ’30, è in realtà una lunga riflessione socioeconomica sul periodo della Grande Depressione. Miller analizza il meccanismo economico legato al “trust” ovvero alla fiducia, piedi d’argilla su cui si poggia l’intera economia. Il tema principale della piece è la descrizione della fine dell’ “innocenza” dell’America (simboleggiata dal ragazzo che ruba la bicicletta al protagonista): la fine del sogno americano.
Tecnicamente è una aspra satira sull’ immaterialità del denaro, sulla spietatezza delle regole dell’economia e nello stesso tempo un’amara riflessione politica sull’inconciliabilità tra utopia e realtà.
Miller fa anche una lucida analisi dei rapporti umani, dei legami familiari che caratterizzano la civiltà contrapposti al materialismo sfrenato che porta alla barbarie. Interessante è la sua analisi sulle cause  della crisi del ’29 che per Miller sono da ricercare in primo luogo in una generalizzata crisi morale che in un secondo tempo si riflettè sia  sulla sfera politica e infine su quella economica. La sua visione del ruolo della guerra principalmente della  “Seconda Guerra Mondiale” è pessimista ed è vista come uno strumento “capitalistico” di riequilibramento del mercato.
La sovrapproduzione accompagnata da una scarsità di moneta, perchè sottratta dai grandi capitalisti per le loro speculazioni, fà si che i magazzini siano pieni di merci che la gente comune, non avendo più soldi, non può comprare. Il conseguente crollo dei prezzi diventa il sintomo allarmante della frattura del ciclo produttivo causato principalmente dalla gestione irrazionale del sistema creditizio da parte delle banche. La fiducia cessa e il crollo del sistema del trust porta a una svalutazione dei titoli azionari, al fallimento delle aziende, alla disoccupazione, e senza stipendi, non circolando moneta,  il sistema è destinato alla paralisi.
Gli interessi sul credito e sul debito principalmente sono per Miller il grande nemico. I grandi capitali non investiti che creano interessi da capogiro sono di per sè un atto economicamente immorale per Miller, e vengono utilizzati dalle banche per speculazioni selvagge su oro, petrolio, costruzioni edilizie. Inoltre i  profitti gonfiati della Borsa ovvero la discrepanza tra “valore reale” e “valore nominale” di un bene poi sono il germe del crollo di Wall Street. La Seconda Guerra Mondiale fu il tragico tentativo quindi di azzerare i debiti e i crediti per fare una sorta di tabula rasa sulle cui ceneri ricostruire l’economia.
Tema caro a Miller è il discorso sul  reddito: un reddito che non consente risparmio è un reddito sterile che incoraggia il risparmiatore a buttarsi nelle maglie dell’usura per qualsiasi spesa imprevista. Il sistema debitorio dei prestiti, negli anni ’30 frequente soprattutto tra i piccoli proprietari terrieri, cuore pulsante dell’America, per ammodernare le attrezzature agricole ed essere competitivi sul mercato, è da Miller equiparato a veri atti di pirateria da parte delle banche che alla minima rata di rimborso non pagata espropriavano le terre. Il sovraindebitamento delle famiglie portò alla tragica crisi agraria che minò la produzione degli stessi beni di sussitenza ovvero i generi di prima necessità e la fame di milioni di persone fu la conseguenza più drammatica .
Le campagne si spopolarono e la gente si riversò nelle città causandone il crollo. Miller contrappone l’etica del “valore” all’etica del “profitto” e vede nella folla dei disoccuapati, nei negozi vuoti, nella gente buttata in strada con materassi, pentole e tegami, la conseguenza ovvia di tutti gli errori economici commessi. I ricchi divennero sempre più ricchi, facendo affari favolosi per quattro soldi, mentre le classi medie che sopravvivevano unicamente con il lavoro furono rovinate e messe sul lastrico.
Miller sostiene che il boom degli anni ’20 fu una gigantesca truffa organizzata dai grandi capitalisti per moltiplicare le loro ricchezze rapinando la gente. Gli avidi affaristi senza scrupoli furono i reali operatori che portarono al crollo dei mercati utilizzando le leggi liberiste del mercato al di là dell’etica del progresso comune e perseguendo utilisticamente  l’arricchimento personale.
Per quanto possa sembrare strano la religione non è esente da responsabilità in questo campo. L’etica protestante della ricchezza come segno della grazia divina e della predestinazione alla salvezza ha un ruolo fondamentale nell’incrementare la concentrazione dei capitali e fomenta l’antisemitismo poichè si contrappone all’etica ebraica che vede, ispirandosi a Quolet, con pessimismo il denaro e la ricchezza (frutto quasi sempre di ingiustizia e idolatria). Chi è veramente onesto difficilmente diventa ricco.
Queste due forze antitetiche serpeggiano segretamente nel mondo americano e fanno sì che si contrappongano capitalismo e socialismo, la destra e la sinistra, i democratici e i repubblicani, i ricchi e i poveri, la corrente di pensiero di stampo protestante e quella di stampo ebraico. L’etica ebraica vede nel denaro un bene/male per la sopravvivenza della comunità; una quantificazine di un concetto astratto che incarna tutti gli idoli ovvero ciò che si adora pur non esistendo. L’etica protestante dal canto suo, base del sistema democratico americano, esalta invece della comunità  l’individuo, la libertà.
Se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale ben presto qualsiasi economia crolla“. Questa è la lezione che Miller impara dalla crisi del ’29. L’unico rimedio che può esistere è la forza della speranza ovvero la convinzione che la crisi avrà un termine, che in fondo al tunnel c’è sempre una luce.
La forza del sogno è per Miller una forza reale, che sostiene la gente “anima dell’America”. Il titolo, l’orologio americano, si riferisce al tempo e al grido silenzioso delle folle disperate, “fino a quando sopporteremo tutto questo?”
Chiude Robertson con la domanda: potrebbe succedere ancora un ’29? Miller non è consolante, nè consolatorio, e per lui la stupidità umana è senza limiti quindi non ritiene che la lezione serva di esempio alle nuove generazioni anche se con tutto se stesso spera che ciò non debba ripetersi di nuovo. Quando gli chiedono se fu Roosvelt e il “New Deal “a salvare l’ America, Miller scuote il capo e ricorda che fu la “fede” nel domani degli Americani a salvarli.
A questo punto sulla scena cade il buio e si chiude il sipario.

Source: libro preso in biblioteca.