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:: Intervista a Joe R. Lansdale a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2009

joeTra le mie prime interviste figura anche questa a un personaggio ecclettico, e a suo modo eccezionale, come Joe R. Lansdale. Andò pressapoco così. Era l’estate del 2009 e gli scrissi tramite il suo sito. Dopo poco mi arrivò una sua mail dove mi diceva: accetto, spara.  Ci mise poche ore a rispondere. Le risposte mi arrivarono il giorno stesso di quando io gli inviai le domande. Insomma è un tipo così. Che non perde tempo. Mi rispose nel corpo della mail con un colore di caratteri blu acceso. Non ho ben capito se gradì le domande ma gli chiesi cose come chi preferiva tra Hap e Leonard, se era pessimista su come vanno le cose nel mondo, cos’era per lui l’amicizia. Rispose a tutto, e se siete curiosi di sapere cosa rispose, continuate la lettura.

Perché hai scelto di diventare scrittore?

La scrittura ha scelto me più di quanto io abbia scelto lei. Io ho voluto essere scrittore da così tanto tempo che non ricordo. I miei genitori, specialmente mia madre, mi incoraggiarono nell’idea sebbene io penso che lei preferisse che facessi l’ insegnate per professione e da un lato lo scrittore. Io sono diventato uno scrittore per professione e da un lato insegnante siccome insegno un semestre all’anno all’Università qualche volta due e insegno arti marziali. Così attualmente sono sia uno scrittore che un insegnante ma in un modo differente da quanto mi aspettavo. Ma i miei genitori mi supportano in ogni cosa che voglio fare e la scrittura era qualcosa in cui ero portato sin dalla più tenera età.

Il “Texas Montly” ti ha definito lo Stephen King del Texas. Hai sorriso?

No, non ho sorriso. Mi piace e ammiro King, ma non sono altro che me stesso e non avevo mai sentito questa citazione.

Thriller, horror, western, fantascienza. Quale genere ti diverte di più?

Non ho un genere favorito. Amo quei generi di fiction popolare perché ti permettono di fare così tanto. Non mi sento sposato a nessuna forma, ma le tratto tutte.

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

Quando ero ragazzo scrissi una poesia sul mio cane, che considerando che non ho mai trattato la poesia come scrittore, e marginalmente come lettore, è interessante. Avevo probabilmente 4 o 5 anni quando la scrissi. Recentemente ho composto alcune poesie per una antologia di Halloween ma solo per divertimento, niente di serio. Il mio primo pezzo da adulto fu un articolo che scrissi con mia madre a 21 anni. Abbiamo scritto un breve paragrafo su scavare buche e riempirle di piante come terapia ed è stato comprato dal “Farm Journal”. E’ apparso sotto il nome di O’Reta Lansdale il nome di mia madre. Questo fu il primo. Una collaborazione.

Tu vivi in Texas, per la precisione a a Nacogdoches, con tua moglie i tuoi figli e un cane. Raccontami qualcosa sulla tua famiglia.

Ho una grande famiglia. Mio figlio e mia figlia vivono nelle vicinanze sebbene mia figlia come cantante professionista viaggi molto. Ho un genero e una nuora. Mio figlio è giornalista. Mio genero ha una laurea in biologia, insegna nella mia scuola di arti marziali e lavora part time come insegnante. Mia nuora è una patologa del linguaggio.

Mi piace molto The Bottoms (tradotto per Mondatori come Sotto gli occhi dell’alligatore). Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

Si, mi ispiro ad eventi reali o folcloristici, storie che ho raccolto che possono essere o non essere veri, esperienze personali. Mio padre e mia madre si sposarono durante la Grande Depressione, e crebbero me e mio fratello. Io fui una sorpresa, mio padre aveva quaranta anni e mia madre finiva i trenta. Mio fratello e io abbiamo 16 anni di differenza e siamo stati entrambi cresciuti come figli unici.

Preferisci scrivere racconti brevi o romanzi?

Racconti brevi ma amo anche scrivere romanzi. Mi diverto a scrivere fumetti, sceneggiature per il cinema, e opere per il teatro. Sebbene di quest’ultime ne ho scritte solo due e sono state portate in scena. Fu una bella esperienza.

Quali scrittori ti influenzarono per primi?

Sono molti. Zio Remo, Edgard Allan Poe, l’Illiade e l’Odissea di Omero, Kipling, Jack London, Mark Twain, Edgar Rice Burroughs, Robert Louis Stevenson, Bradbury, Keith Laumer, Phil Farmer, Harlan Ellison. I libri di fumetti mi hanno molto influenzato come quelli di Julius Schwartz, gli scritti comici di Gardner Fox e Bill Finger.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Fondamentalmente scrivo tre ore alla mattina. E cerco di ottenere dalle tre alle cinque pagine al giorno, ma spesso anche di più.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Appartiene alla serie di Hap e Leonard, ma non è ancora disponibile in Italia. Sta arrivando.

Cos’è l’amicizia per te?

E’ molto importante. E’ come la famiglia, quando è vera. Conosco molta gente ma ho solo pochi veri amici a cui sono molto legato.

Preferisci scrivere la descrizione dei luoghi, delineare i personaggi o i dialoghi.

Tutti e tre. Mi piace scrivere con stile.

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Per prima cosa scrivere non progettare di farlo. Avere qualcosa da pubblicare.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Amo Neal Barrett, Andrew Vachss, James Lee Burke, e ce ne sono altri.

Quali lavori hai fatto nel passato?

Ho fatto molti lavori, ho abbattuto vecchie case, ho lavorato in una fabbrica di sedie in alluminio, ho fatto il buttafuori di tanto in tanto, l’operaio edile, il contadino, il manager in una ditta di trasporti, e per una società di pubbliche relazioni, l’ istruttore di arti marziali, lo faccio ancora, l’insegnante, insegno ancora all’università, poi il bidello l’ho fatto per molti anni.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Si, ho amici scrittori e alcuni di loro sono amici molto stretti.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Si, ho senso dell’umorismo e a volte racconto barzellette quando sono dell’umore. Ora non sono dell’umore.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Determinazione, essere un lettore, lavoro etico.

Tu pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Penso di sì, ma la maggior parte dei libri cambiano solo la condizione di un lettore per poche ore e questo è già una cosa positiva se ci pensi.

Quali genere di lettori preferisci?

Tutti i generi.

Cosa stai leggendo al momento?

Paradiso di Larry McMurtry. Un romanzo ambientato a Tahiti,e che parla anche dei suoi genitori che lo crebbero nel nord del Texas, Un contrasto.

Tu usi un linguaggio ironico, molto divertente, nei tuoi libri. E’ difficile da creare?

Quando scrivo mi sorge spontaneo, penso sia un riflesso della mia personalità, del modo in cui vedo le cose.

Tu scrivi fondamentalmente per te stesso o per gli altri?

Per me stesso e quando ho finito spero che agli altri piaccia. Ma non puoi preoccuparti degli altri quando scrivi se vuoi esprimere onestamente te stesso.

Hai un agente letterario? E’ per te un amico o solo una relazione professionale?

La maggior parte degli agenti che ho avuto sono diventati mie amici, ma è anche un business in quanto se essi non fanno il loro lavoro io li cambio. Comunque sono amico di entrambi i miei agenti per la narrativa e il cinema.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Amo entrambi anche se forse un po’ di più la letteratura. I film vengono per secondi nella mia lista e i fumetti per terzo poco dopo. Tutto il resto, opere teatrali, non-fiction sono più in basso nella lista.

Ti piace l’Italia?

Adoro l’Italia e ci vengo spesso. Ci sono stato due volte quest’anno e probabilmente ci tornerò una terza.

Definiresti uno scrittore un veggente?

No, uno scrittore è un uomo consapevole ma veggente di certo proprio no. Tu crei e pensi differentemente ma non c’è proprio niente di soprannaturale anche se a volte può sembrare. Ma non è così. Il soprannaturale o comunque tu lo voglia etichettare non si applica ad uno scrittore.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Poiché io non leggo in italiano ne ho letti solo alcuni tradotti in inglese. Amo il lavoro di alcuni e di altri lo amo meno, ma non ho avuto l’opportunità di leggere molti loro lavori. Alcuni dei classici ovviamente Dante, Virgilio. Ho incontrato un certo numero di scrittori in Italia, alcuni importanti, alcuni meno, ma è così in tutto il mondo. Non siamo tanto diversi da nessuna parte.

Dimmi qualcosa dello stile Lansdale.

E’ solo il modo in cui scrivo, è formato dalla mia esperienza di anni che sono abituato a esprimere me stesso sulla pagina.

Tu sei un esperto di arti marziali. Usi le tue abilità nei tuoi libri?

Si, mi è capitato di scrivere di arti marziali di tanto in tanto ma non tutto il tempo. Ma uso le mie capacità per scrivere. Disciplina, attenzione, economia di movimento, passando da una situazione all’altra come è necessario e cosi via. Le arti marziali hanno influenzato molto la mia vita e la mia scrittura.

Hai anche scritto fumetti. E’ più difficile?

I fumetti sono un grande divertimento. Il fumetto può essere difficile o facile dipende. Ma io trovo molto pià facile scrivere fumetti che la prosa, sono cresciuto con loro e li amo e ho talento per loro. Sono probabilmente il mio primo amore, anche se con il tempo i racconti e i romanzi e i film li hanno usurpati, sono ancora un grande appassionato.

Le situazioni strane o assurde sono tipiche nei tuoi libri. Tu pensi che la vita sia così?

Vedo la vita come abbastanza assurda.

Raccontami qualcosa sul genere horror. E’ difficile spaventare la gente?

E’ difficile spaventare la gente e come scrittore non ho sempre considerato quello che scrivo horror. Orrore e terrore sono cose diverse anche se spesso vengono confusi. L’orrore può trattare di sangue e budella, il terrore di sudorazione notturna, la sensazione che c’è qualcosa di sbagliato che non si può vedere. Io combino queste idee a volte con la suspance, con il senso di mistero, e uno scenario americano. Non sono proprio conscio di farlo quando scrivo ma succede. Ho scritto alcune storie che sono di genere horror puro ma la maggior parte sono a metà strada.

Tu sei molto conosciuto per la serie di romanzi che ha per protagonisti Hap e Leonard. Quale preferisci dei due?

Entrambi l’uno non vive senza l’altro.

Razzismo, corruzione pubblica, violenza, sono temi ricorrenti nei tuoi libri, sei pessimista?

Personalmente sono ottimista. Ho avuto una vita molto bella. Ci sono sempre fattori fuori dal nostro controllo che possono essere sia negativi che positivi, ma ho una visone piuttosto ottimista per quanto riguarda me, anche se non sono tanto ottimista riguardo la razza umana e lo divento sempre meno con il passare del tempo. Ma credo di essere ancora fiducioso e non cinico.

Sei una persona timida?

No affatto.

Come solitamente trovi le idee?

Sono loro a trovare me.

:: Intervista a Danila Comastri Montanari a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2009

danCome è nato il personaggio di Publio Aurelio Stazio?

Come avrebbe detto Flaubert: “Aurelio c’est moi”.

Oltre ai gialli ambientati nell’antica Roma, ha scritto altri romanzi e racconti?

Molti, ma sempre e soltanto polizieschi storici: l’ultimo è TERRORE, ambientato durante la rivoluzione francese.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Omero e Shakespeare. Tra gli italiani: Niccolò Machiavelli. In tempi più recenti: Robert Graves e Isaac Bashevis Singer.
Tra gli autori di polizieschi: Ed Mac Bain (con cui ho avuto la fortuna di passare tre bellissime giornate) Qiu Xiaolong (che conoscerò presto di persona) Anne Perry, Ellis Peters, Tony Hillermann, Jonathan Kellermann, Pierre Magnan, Jean-Francois Parot.
Tra i classici del giallo: Robert Van Gulik, Rex Stout, Agatha Christie, Israel Zangwill, S.S. Van Dine, oltre a Umberto Eco: considero “Il nome della rosa” in assoluto il più bel giallo di tutti i tempi; secondi a pari merito, nell’ambito del solo giallo storico, “C’era una volta” di Agatha Christie e “La pista delle volpi” del compianto Fabio Pittorru.
Nella saggistica: Claude Lévi-Strauss, Eva Cantarella, Umberto Eco, Jérôme Carcopino, Luigi Luca Cavalli-Sforza, Léon Poliakov, Michel Vovelle, Bertrand Russell, Piero Camporesi.

Cosa sta leggendo attualmente?

Ho appena letto due gialli bruttini assai, che non cito perché non amo denigrare i colleghi.

Cosa ne pensa del fenomeno letterario della trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Sono una consumatrice accanita di polizieschi scandinavi. Della trilogia di Larsson ho letto il primo volume e mi è piaciuto come le opere di tanti suoi compatrioti. Non di meno, ma neanche di più.

Ha amici scrittori, li frequenta?

I giallisti italiani li conosco quasi tutti personalmente e con molti di loro ho cordiali rapporti di amicizia. Alcuni li frequento, perché vivono a Bologna o nei pressi: Lucarelli, Fois, Varesi, Guccini, Toni, Bettini, Colitto, Rigosi, Baldini, Coloretti, Materazzo, Guicciardi. L’amico più caro, tuttavia, è certamente Loriano Macchiavelli, generoso, arguto e straordinario come scrittore, ma ancor di più come essere umano. Godo anche, da ben quattro decenni, dell’amicizia del baldo Valerio Massimo Manfredi – condividiamo l’amore per i viaggi e la cultura classica – a cui auguro di proseguire nel grande successo internazionale che merita appieno. E non posso esimermi dal citare i bolognesi (o quasi…) Valerio Evangelisti, Giuseppe Pederiali e Giuseppe D’Agata, l’indimenticabile autore de “Il medico della mutua” e de “Il segno del comando”, che fu il primo presidente della nostra Associazione Scrittori di Bologna. Per spostarsi invece oltreoceano, sono ottima amica di Ben Pastor, la creatrice dell’investigatore della Wermacht Martin von Bora.

Le piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensa che si possa insegnare a scrivere?

Credo che si possa insegnare, ma a me non piacerebbe. Ho redatto un manualetto: “GIALLO ANTICO. Come si scrive un poliziesco storico” ad uso degli esordienti, però non sono tipo da tenere dei veri e propri corsi strutturati: non sono nemmeno mai riuscita a seguirne uno fino in fondo, all’università studiavo da sola e a scuola insegnavo piuttosto anarchicamente. Partecipo però volentieri come ospite, una tantum, ai corsi di scrittura di alcuni colleghi. .

Qual è l’opera di Shakespeare che preferisce?

Giulio Cesare, Macbeth, Il mercante di Venezia, Misura per misura, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto, Antonio e Cleopatra, La dodicesima notte e molte altre. Amo molto Shakespeare.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori per migliorare il loro stile?

Prima ancora dello stile bisogna avere le idee. Dunque raccomanderei ai giovani scrittori di leggere il più alto numero possibile di opere DELLO STESSO GENERE di quelle a cui intendono dedicarsi, per evitare di scoprire l’uovo di Colombo sudando su trame già trite e ritrite.

Sta scrivendo attualmente un nuovo libro?

Io sto SEMPRE scrivendo un nuovo libro!

Ci racconti i suoi esordi, qualche episodio significativo.

L’Italia scopriva in quel momento il giallo storico, così i gusti del pubblico incontrarono felicemente i miei. Una volta tanto, anziché terrorizzare gli esordienti con le vicissitudini di una dura gavetta e le soperchierie degli editori cattivi, dirò dunque a viva voce che talvolta un po’ di abilità e un pizzico di fortuna bastano per diventare scrittore di professione.

Legge libri di poesia? Chi è il suo poeta preferito?

Il poeta che preferisco è Catullo, ma amo anche molti lirici greci, latini e cinesi. Non leggo poesie contemporanee, l’autore italiano più moderno che conosco è Foscolo, di cui apprezzo parecchi versi (non sono per niente leopardiana, né per carattere, né per gusti letterari…)

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Ottimo: sanno che scrivo soltanto per loro, non per i critici, per gli accademici, per gli intellettuali, per i recensori e nemmeno per me stessa. I giudizi e i suggerimenti dei lettori sono gli unici che tenga in considerazione.

Ha un agente letterario?

Da qualche tempo: ho esitato anche troppo, ma per l’estero era inevitabile. Adesso ne sono molto soddisfatta e non ne farei più a meno.

Ha viaggiato molto, i suoi viaggi le sono stati utili per l’ambientazione dei suoi romanzi?

Sì, ho viaggiato moltissimo e, fortunata come sono, quando ho cominciato ad avere difficoltà fisiche a muovermi, il mondo è venuto a casa mia, con internet e le migrazioni.

Quale è il suo metodo di scrittura, scrive di getto, fa molte stesure?

Che scriva di getto o meno, redigo sempre almeno due stesure, talvolta anche tre. Nessuno può confezionare al primo colpo un libro decente: chi lo millanta, sta mentendo spudoratamente.

Il talento è per lei duro lavoro o un dono innato?

Scrivo perché mi diverto e spero di divertire i lettori. Se il lavoro mi costasse tedio, angoscia o fatica, oppure se i lettori si stancassero di me, cambierei mestiere oppure mi ritirerei in pensione a leggere libri altrui, giocare videogames, accarezzare gatti e coltivare fiori.

C’è un episodio bizzarro della sua carriera che le piace ricordare?

Sono troppi, per citarli tutti occorrerebbe un libro. La vita, in grazia ai Numi, è molto bizzarra.

Molti sostengono che Giorgio Faletti non scriva da solo i suoi libri, perché pensa attiri tante maldicenze?

Perché è molto bravo e ha molto successo: è un difetto imperdonabile! E poi perché ha un respiro cosmopolita e questo è un paese di inguaribili provinciali.
Sostengono che Faletti, in piena era della globalizzazione, non avrebbe potuto scrivere i suoi libri per la presenza di alcuni anglicismi. E’ un’obiezione ridicola. Chi ha redatto “I promessi sposi” in perfetto toscano, allora? Secondo questa logica da babbei, non può certo essere stato un “lumbard” come quel tal Sandretto: altro che risciacquare i panni in Arno, sta a vedere che Manzoni aveva un ghost writer nascosto a Firenze! E a proposito, se non si può pensare in inglese, figuriamoci in latino… chi sarà allora a farcire i miei romanzi di tutte quelle locuzioni classiche? Debbo forse dedurne che qualcuno sta scrivendo i miei i libri a mia insaputa?

Ci parli del suo primo romanzo Mors Tua, ci ha messo molto a scriverlo?

Tre mesi e mezzo, è il libro che ho finito nel minor tempo, sull’onda dell’entusiasmo iniziale.
MORS TUA è anche la più generica tra tutte le inchieste di Publio Aurelio, non vi compaiono “sottoculture” particolari dell’antica Roma, come in ogni altro libro: l’ambiente della medicina di IN CORPORE SANO, quello dei gladiatori in MORITURI TE SALUTANT, quello delle scuole e delle banche in PARCE SEPULTO, quello delle legioni in NEMESIS, ecc…e questo perché è stato concepito già dal primo momento in modo da fungere da inizio di una serie. Infatti a me non premeva pubblicare un libro singolo, bensì diventare una romanziera seriale di professione, come è poi avvenuto: le due cose sono profondamente diverse.
Ah, sì, un’altra curiosità: la scena in cui Publio Aurelio dichiara che si taglierà le vene per protestare la sua innocenza (faceva molto “romano”!) è tratta in ugual misura da Tacito e da Rex Stout, con appena un pizzico di Henryk Sienkiewicz.

Come si documenta per i suoi libri? Usa spesso internet?

Lo uso da quando esiste la connessione: oggi è diventato il principale strumento di ricerca per ogni divulgatore.

Euripide, Sofocle le piacciono i tragediografi greci, ambienterebbe una serie di romanzi nell’ Atene di Pericle?

Li cito spesso, ma non ambienterei mai un romanzo nell’Atene di Pericle. Roma ha un fascino diverso, quello di una “modernità” ante litteram che si addice molto di più ai miei gusti e al mio carattere.

Il ruolo femminile nella letteratura pensa sia stato determinante?

Non mi interessa a che sesso, etnia o religione appartenga chi scrive, mi interessa CHE COSA scrive , tanto che spesso non so nemmeno se l’autore che sto leggendo è maschio o femmina.
Sono peraltro convinta che le categorie “discriminate” (donne, ma anche gay ecc…) debbano cominciare a ragionare in questo modo, se non vogliono chiudersi in una riserva indiana. Faccio un esempio: un’atleta in carrozzella vinse una medaglia nella carabina alle Olimpiadi, quelle normali, non quelle riservate ai portatori di handicap: era stata la migliore di TUTTI, invalidi e non invalidi. Alcune donne hanno governato paesi importanti: non perché erano donne, ma perché erano brave. Allo stesso modo, Barack Obama non è diventato presidente perché era di colore, ma perché l’intero popolo americano si è fidato di lui più che degli altri candidati.
Non sono dunque in grado di valutare se e quanto le donne, in una situazione di oggettiva soggezione storica durata dieci millenni, abbiano pesato sulla letteratura. Credo però che Saffo sia stata il più grande POETA (e non la più grande poetessa…) occidentale di tutti i tempi, senza bisogno di nessuna quota rosa. Dunque, fuori dal ghetto, ragazze! Guidereste un aereo “in quanto donne” o cerchereste di mantenerlo in rotta in quanto bravi piloti? Non fate “letteratura al femminile”, fate letteratura e basta: ogni vostra vittoria seppellisce un pregiudizio!

Ha mai pensato di concedere i diritti per trasformare i suoi libri in film?

In vent’anni ho concesso continue opzioni a varie case di produzione, ma nessuna è mai riuscita a realizzare la serie, che sarebbe costosissima, soprattutto per via del set.

E’ stata paragonata a P D James, le piace l’accostamento?

P.D. James è l’autrice di “Delitto 1986”, uno dei cinque racconti moderni che preferisco in assoluto. Gli altri sono: “la Biblioteca di Babele” di Borges, “Inno di congedo” di Fredric Brown, “Tutti gli smoali erano borogovi” di Lewis Padgett e “I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur Clarke.

Ha mai scritto poesie? Ci citerebbe qualche verso?

A vent’anni ho scritto l’unica poesia di tutta la mia vita, dal titolo:“Elogio dell’aglio”. Ricordo soltanto i primi due versi: “Divino bulbo che le nari avvinci /e le papille stimoli e innamori…”

Nella serie di Publio Aurelio Stazio quale l’ha divertita di più scrivere?

CUI PRODEST? C’è un serial killer che ammazza dei giovani MASCHI avvenenti – tanto per cambiare un po’ rispetto alle solite belle ragazze, che muoiono con allarmante frequenza in questo genere di romanzi – ma anche il continuo confronto tra due personaggi contrapposti: schiava e padrone, stoica e epicureo, femmina e maschio…

L’antica Cina l’affascina? Le piacerebbe scrivere una serie gialla con un mandarino detective come protagonista?

Il Celeste Impero è, assieme alla Roma del I secolo, la civiltà che più mi affascina: fui tra i primi a girare in lungo e in largo la Cina, quando si aprirono le frontiere. Però di mandarini investigatori ne hanno già messi in scena molti (ho scritto anche un lungo articolo a riguardo), innanzitutto il giudice Dee (o Ti, con la nuova traslitterazione) a cui erano dedicati i vecchi, magnifici romanzi dell’olandese Robert Van Gulik.e che oggi è il protagonista della serie del mio amico e collega francese Frédéric Lenormand.

Si ritiene una persona fortunata?

Mi ritengo una favorita della Dea Fortuna. La sorte mi ha concesso cose belle o brutte come a tutti, ma anche la capacità di godere delle prime e superare le seconde.

Ci parli dei suoi progetti, come si vede da qui a 10 anni?

Permettetemi di citare il Rick di “Casablanca”, che a chi gli chiede che cosa ha intenzione di fare quella sera, risponde: “Non faccio mai programmi a lungo termine.”

Si ricorda il primo libro che ha letto?

Il Peter Pan in versione Disney, e, poco dopo, il Peter Pan originale di Barrie. Odiavo di tutto cuore Pinocchio, la Fata dai Capelli Turchini e il Grillo Parlante, insopportabilmente moralisti e paternalisti.

E’ più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Senza dubbio scrivere i dialoghi, dai quali, secondo la mia personale visione del romanzo, si deve desumere quasi interamente il carattere dei personaggi e l’ambientazione stessa. Un avvertimento agli esordienti: pare che una buona metà dei lettori salti – o comunque legga molto distrattamente – tutto ciò che esula dai dialoghi; quindi esercitatevi su quelli, se volete farvi capire….

Si ritiene una scrittrice femminista?

Sono attentissima al problema della uguaglianza tra i sessi (così come tra etnie o religioni) e spesso mi sono trovata in prima linea in varie battaglie politiche, giuridiche e sociali. Però non mi definirei mai una scrittrice femminista, perché non ritengo che esista una narrativa femminile o maschile, nera o bianca, gay o etero, ecc ecc.. C’è la narrativa e basta, ognuno scrive ciò che gli aggrada e chi ne ha voglia lo legge. E comunque io non sono una femminista, sono una matriarca.

Per concludere, mi dica: scrivere la rende felice?

Molto, moltissimo, è il mestiere più bello del mondo: prima di tutto posso condividere il mio immaginario con moltissimi lettori di tutto il mondo, il che sinceramente mi esalta. In secondo luogo ho ridotto il pendolarismo ai due metri che separano il mio letto dalla scrivania.

:: Intervista a Enrico Gregori a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2009

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Sei un giornalista, esperto di cronaca nera. Parlami del tuo lavoro.

Da cronista mi sono occupato di banda della magliana, terrorismo, criminalità organizzata, omicidi. anadavo sui posti e scrivevo. Ora, in quanto responsabile del settore, coordino il lavoro altrui e ogni tanto scrivo più che altro retroscena e approfondimenti

Il talento per te è un dono o duro lavoro?

Credo che il talento possa essere innato, ma se non lo si coltiva è del tutto inutile

Quali scrittori italiani preferisci?

Non è facile. Diciamo Tiziano Scarpa e Andrea Camilleri

Parlami dei tuoi primi libri che hai scritto.

“Un tè prima di morire” è una specie di pentola a pressione esplosa in maniera violenta. “Doppio squeeze” è più ragionato e metodico. Comunque non amo le sorprese e mi piace dare indicazioni affinché il lettore possa anche divertirsi a indovinare il finale. un-te-prima-di-morire

E i primi libri che hai letto?

Ho cominciato da ragazzino a leggere Salgari, Kipling, Verne e Dumas. Per me sono capolavori indimenticabili.

Leggi Shakespeare?

Ho letto moltissimo di lui. Che dire? Tra lui e Dante Alighieri mi pare una lotta tra titani

E’ più difficile per te delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non so. Diciamo che a delineare i personaggi mi diverto di più

Leggi poesia?

Poche cose. Non ho strumenti per valutarla. Se mi colpisce ne deduco che mi piace

Che consigli daresti ad autori esordienti che vorrebbero pubblicare i loro scritti?

Di essere umili e, prima di pensare di essere incompresi, pensare di dover migliorare

Hai mai fatto il ghostwriter?

Ma per carità

Pensi che Faletti scriva da solo i suoi libri?

Posso dire quello che ho sentito. Ossia che il primo sia stato pesantemente editato e che gli altri li abbia scritti lui. Ma c’è anche una teoria esattamente opposta. Dove sia la verità non lo so. Magari son tutte chiacchiere. Io ho letto “Io uccido” e non mi ha entusiasmato. Poi ho letto “Fuori da un evidente destino” e mi è piaciuto molto.

Agatha Christie in che modo ha influenzato la letteratura gialla?

Credo che sia stata una maestra nell’equilibrio tra storia e descrizione di uomini e cose

Ti piace James Ellroy? Se dovessi fargli una domanda quale sarebbe?

Per me “Le strade dell’innocenza” è un capolavoro. Quindi vorrei domandargli come gli è venuta fuori una boiata come “Scasso e stupro”.

Ti piace Scerbanenco?

Abbastanza. Ma per me è sopravvalutato. Non credo che abbia rivoluzionato alcunché.

Quali sono i libri più belli che hai letto?

Buonanotte! L’Iliade, tutto Shakespeare, i fratelli Karamazov, la Divina Commedia, i promessi sposi, i Malavoglia, tutto Ed McBain, tutto Cormac McCarthy. Basta?

A chi ti ispiri nei tuoi libri a fatti di cronaca o storie di fantasia?

Per le tecniche investigative e qualche dettaglio, ai fatti di cronaca. Il resto, ossia il grosso, è pura fantasia.

In che città vivi? La usi come sfondo per le tue storie?

Non sempre, ma sto pensando di farlo più spesso

Parlaci del tuo blog, credi che internet abbia rivoluzionato il mondo della scrittura?

Il mio blog è una specie di bacheca cronistica nella quale metto anche dei miei racconti. Non credo però molto alla scrittura in rete se rimane imprigionata in internet

Che mezzo di scrittura preferisci: bic, computer,?

Ormai computer

Stai scrivendo attualmente un libro?

Ne sto revisionando uno. Una storia ambientata a Roma nel 1920. Forse potrebbe essere la mia prossima pubblicazione

Che studi hai fatto hanno influenzato la tua vita professionale?

La laurea in giurisprudenza una mano me l’ha data certamente, soprattutto per capire meglio la fase processuale di un avvenimento.

Ti piace Camilleri, il suo commissario Montalbano è molto popolare ti piacerebbe se trasformassero i tuoi libri in film?

Confermo il mio grande apprezzamento su Camilleri. Per il resto, in molti mi hanno detto che i miei libri si presterebbero a sceneggiature. Direi che mi piacerebbe, sì..

I book trailers li consiglieresti ai nuovi autori?

E’ una pubblicità come un’altra. Per me dipende tutto dalla visibilità che poi il booktrailer avrebbe.

Sofocle, Euripide ti piace la letteratura greca antica?

Moltissimo. Sono convinto che nei classici ci sia già tutto ciò che oggi scriviamo. Per questo credo sia importante trovare uno stile, una voce popria.

Arthur Miller diceva che se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale qualsiasi economia crolla cosa ne pensi?

Forse lui ne aveva le prove. Io no.

Ti piace la letteratura sudamericana?

Frequento poco. Magari ci saranno delle cose meravigliose e se non le conosco è colpa mia. Ma non si può leggere tutto.

Enrico Gregori
è nato a Roma il 12 dicembre 1954. Giornalista professionista dal 1983, attualmente è caposervizio per la cronaca nera presso “Il Messaggero” di Roma. Ha pubblicato per Bietti Media due romanzi: “Un tè prima di morire” e “Doppio squeeze”.

:: Intervista a Dianne Emley a cura di Giulietta Iannone

20 agosto 2009

Dianne EmleyHai un agente letterario?

Si, è una donna che lavora con la Writer’s House di New York

Ti piacciono i libri di Michael Connelly?

Sono una grande fan dei libri di Michael Connelly. Le trame e i personaggi sono straordinari. In più essendo nativa di Los Angeles mi piacciono le ambientazioni in questa città. Egli ha delineato la cultura di questa città.

Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?

Io credo che ciascuno di noi può accrescere il suo livello di successo nel campo scelto può essere quello artistico o atletico o anche negli affari e quindi il talento è sia un dono di Dio che un’ abilità accresciuta con la pratica e la pazienza. Nel mio caso io ho amato la scrittura sin da quando ero bambina e ho iniziato  molto piccola a scrivere sui giornali. Il mio talento era informe e indisciplinato. attraverso gli anni con il duro lavoro e l’aiuto di brillanti editors sono diventata una scrittrice molto migliore e specialmente una migliore crime writer. Sto ancora imparando e migliorando. Ogni giorno mi siedo davanti al computer e miglioro le mie capacità.

Dimmi qualcosa circa la tua Los Angeles.

Io penso che Los Angeles sia una città incompresa e perciò il luogo ideale dove vengono ambientati molti romanzi di fiction. La gente che arriva da poco a Los Angeles la scambia per una gigantesca megalopoli senza personalità. Io invece essendoci nata e avendoci risieduto ed essendoci cresciuta vedo come la città non è senza volto ma al contrario comprende distinti quartieri che hanno personalità uniche. La gente da poco a Los Angeles è spesso sorpresa di trovare dei veri nativi di questa città.

Sei femminista?

Non mi piacciono le etichette o essere incasellata in una categoria. Io credo che dovremmo uomini e donne avere gli stessi diritti anche se ci sono dei ruoli più adatti alle donne e altri più adatti agli uomini. Personalmente amo moltissimo mio marito Charlie.

Tu appari una dolce e quieta signora sei così anche nella realtà?

Ho amici e gente della mia famiglia che non sarebbero d’accordo. Scherzo.Ho un lato quieto e amo la solitudine.

La vita del poliziotto è molto dura. Da bambina sognavi di diventarlo?

 No assolutamente volevo scrivere.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Nel genere giallo mi piaciono Michael Connelly, Tess Gerritsen, Lisa Gardner, Karin Slaughter. Mi piaciono anche Cormac McCarthy e Dominic Dunne.

Hai studiato in Francia. Ambienterai il tuo prossimo libro in questo paese?

Il mio prossimo libro continua la serie di Nan Vining. Lei lavora con il dipartimento di polizia di Pasadena in California una città che confina con Los Angeles così ci sono poche possibilità che abbia trasferte di lavoro in Francia.

Ti piace lo stile di vita europeo?

Molto amo lo stile e savoir faire europeo.

Ti piacciono i libri di James Elroy?

Ho trovato fantastico il suo libro autobiografico i miei luoghi oscuri.

Hai senso dell’umorismo dimmi una barzelletta.

Mi dicono che ho un buon senso dell’umorismo. Mi piace ridere ma ho poca memoria per le barzellette.

Ascolti musica mentre scrivi?

No trovo che distragga scrivo in silenzio.

Ti piacciono gli autori italiani?

Non ho familiarità con gli scrittori italiani forse tu potresti suggerirmi cosa leggere.

Pensi che Edith Warthon sia una scrittrice innovativa.

Certamente la casa della gioia è uno dei miei libri favoriti.

Ti piace la poesia?

A piccole dosi.

Dimmi qualcosa circa il tuo primo libro è stato più difficile scriverlo o pubblicarlo?

Con tutti i miei libri scriverli ed editarli è ugualmente difficile. riscrivo molte volte prima che il libro sia finito.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

Forse un giorno. Ora sono troppo impegnata a scrivere per insegnare.

Il personaggio principale del tuo primo libro è una donna che ha subito abusi. Tu pensi che le donne debbano imparare a difendersi, ti piacciono le arti marziali?

Io penso che sano esercizio fisico renda più forti sia fisicamente che emozionalmente così che ci si difende meglio da ogni tipo di abuso. Io faccio quotidianamente pesi, jogging e yoga, non molto bene.

Pensi che in America sia importante per una donna avere una forte personalità?

Non solo in America.

Dimmi qualcosa sulla tua infanzia.

Io sono nata in una famiglia della bassa borghesia nella zona nord est di Los Angeles. Mio padre era un uomo di affari e mia madre una casalinga. Ho un fratello più anziano e una sorella. Ero la più quieta della famiglia con sempre il naso sui libri.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk.

Non conosco il suo lavoro.

Ti piacciono i libri di James Lee Burke?

Sì, sono una sua fan.

Definiscimi cos’è per te la libertà.

Vorrei citare la canzone di Kris Kristofferson “Me and bobby Mcgee” la libertà è la capacità di non perdere ma personalmente penso sia la capacità di effettuare scelte.

:: Le Troiane di Euripide a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2008

EuripideEschilo, Sofocle ed Euripide sono senz’altro i tragediografi greci che più hanno lasciato, grazie alla miracolosa conservazione dei loro testi, una porta aperta sulla vita del loro tempo.
E’ singolare come la vita si riflette nel teatro, e viceversa, ed è ancora più singolare analizzare come la psiche umana, ovvero i sentimenti, il modo di ragionare, nonostante secoli di “civiltà”, sia per lo più immutata. Certo lo sfondo delle tragedie di Euripide è un mondo pagano, in cui mito e religione si sovrappongono e gli dei camminano tra gli uomini creando più scompiglio che aiuto, nonostante questo l’uomo di allora rispecchia fedelmente la vitalità, le aspirazioni, la ricerca di felicità che caratterizzano ogni epoca e ogni paese.
Il mondo greco è senz’altro dotato di una cultura evoluta, di una nobiltà di sentimenti, di un raffinato sentire e percepire l’arte, la poesia e la musica. Atene in un certo senso rispecchia tutto questo, ma forse mai come allora l’orrore, la violenza che perde e strazia è esasperata e accentuata, lasciando però sempre la certezza che il bene, morale ed estetico, ha qualcosa di così sacro da meritare sempre l’alloro della Vittoria.
Euripide si colloca in una posizione singolare e anomala nella polis greca, fucina di libertà e di democrazia; ne incarna in un certo modo lo spirito più critico e non convenzionale. Non inserito nel suo tempo, piuttosto incompreso e avversato dai contemporanei, Euripide si isola e nel suo isolamento riflette e medita. C’è in lui sicuramente una tensione morale non comune e una sottigliezza che permea le sue tragedie di un bizzarro soffio anarchico contenuto in una prosa di posata compostezza.
L’anarchia di Euripide non ha niente di violento o sovversivo, si limita a dare spazio alle emozioni contraddittorie che molte realtà evocano, a sottolineare la stupidità di certi comportamenti velati dalla nobilitante patina del conformismo, a ribellarsi all’assurdo. Lo spiccato individualismo, di cui è più vittima che orgoglioso rappresentante, ci permette dopo tanti secoli di osservare il mondo di allora come da uno spiraglio privilegiato e in un certo senso di vedere noi stessi con le nostre debolezze, le nostre virtù e in ultima analisi il nostro immutato desiderio di capire e conoscere.
“Le Troiane” è sicuramente una delle tragedie più amare di Euripide, che analizza i meccanismi più nascosti che regolano l’esistenza umana. Tema centrale è la descrizione di cosa la guerra porta e di quanto il concetto stesso di “Vittoria” sia labile e fuggevole. Euripide stravolge tutti canoni e gli archetipi dell’epoca e porge ai suoi spettatori una riflessione amara, ma non priva di logica.
Gli sconfitti e i vincitori sono attori di uno stesso dramma, la realtà è tragica ed implacabile per entrambi e in un certo senso fa giustizia ai vinti, rendendo il trionfo dei nemici breve, provvisorio, se non inutile. I bottini depredati ai vinti sono in realtà niente, considerato che l’unica vera ricchezza è la “vita” e sia i vincitori che i vinti sono accomunati dal fatto di aver ucciso ed essere morti.
Tra tutte le opere dell’antichità sicuramente questa pone in risalto in modo compiuto il concetto di quanto “la pace” sia davvero l’unica dea del mondo pagano che vada onorata e la sola portatrice di benessere e di vera giustizia. Non c’è giustizia nell’umiliazione dei vinti, nel loro dolore, nel prendere schiavi, nel bruciare città, e lasciare solo rovine. Non c’è onore in una guerra, solo vittime, questo è ciò che ci dice Euripide, conscio di dire una verità scomoda e contraria alla morale corrente che vede nella guerra una scelta, anche se dolorosa, pur inevitabile.
Euripide utilizza le divinità pagane in un certo senso areligiosamente, unicamente come catalizzatori. Poseidone ci introduce nel vivo del dramma e ci pone di fronte una città, Troia, distrutta e saccheggiata; dove prima c’era una fiorente e gloriosa comunità, simbolo di tutto quello l’ingegno umano sa creare, ora c’è solo più cenere e polvere. La vittoria dei greci, così tanto decantata e cercata, non ha niente di nobile, è anzi frutto di un inganno, una trappola, un cavallo contenente soldati che i troiani introducono nella cinta delle mura come tributo, per una sorta di religiosa pietà.
Di qui l’origine della vittoria, non dettata quindi dal valore, dal coraggio, dalla superiorità morale o etica, ma da qualcosa di empio, meschino, perfino crudele. Il dio dalla parte dei perdenti si prepara ad andarsene provando ripugnanza per i festeggiamenti dei vincitori, che si spartiscono donne indifese portandosi via oro e bottino e arrivando pure, massima empietà concepibile, a depredare gli altari grondanti di sangue.
Il dio sconfitto sottolinea che la guerra è un atto tristemente irreligioso, un delitto contro la gioia degli affetti, che separa figli e madri, mariti e spose, e crea solo orfani e vedove e non trionfanti vincitori. Tra le lacrime e i gemiti dei sopravvissuti si compie un ennesimo strazio, un ampliamento dell’empietà, la totale profanazione di ciò che è sacro, giusto, e inviolabile, la totale soppressione della dignità del vinto.
Atena, la dea vincitrice, dal canto suo non festeggia neanche essa, troppo occupata a rendere amaro il ritorno in patria dei greci da lei difesi, che oltraggiando con la violenza i suoi altari hanno commesso, oltre ad un atto irreligioso, l’abominio dell’irriconoscenza. “Devono imparare a onorare gli dei” argomenta pianificando i suoi propositi di vendetta.
Che l’arbitrio della violenza richieda una punizione è appunto essenziale compito degli dei e un giusto castigo è l’unico mezzo per ristabilire giustizia ed equità.
Euripide utilizza il coro come forza narrante e il personaggio di Ecuba è senz’altro il più umanamente riuscito ed emozionante. Tra tutte le prigioniere, madri, figlie, mogli, l’antica regina, ormai in catene e vestita di stracci, mostra in sé tutta la tragicità di quella realtà. Un tempo madre felice di figli valorosi e di figlie sagge, ora non può più opporsi al destino e può invocare solo la rassegnazione a sua difesa. E’ solo più una schiava, vecchia, destinata alla solitudine e, massima pena possibile, alla privazione della libertà.
“Stesa su un letto di pietra”, molto simile all’alveo di una tomba, non le è concesso che piangere e lamentarsi. Ma in lei qualcosa ancora vive, il suo antico spirito non è spento del tutto e nella sua debolezza trova ancora la forza di un moto di ribellione avversando l’odiosa moglie di Menelao, la bella Elena, causa, o più che altro pretesto, di quella guerra.
Il rancore di Ecuba per l’odiata spartana è privo di riscatto, irrazionale in un certo senso, in lei non c’è perdono. Ecuba identifica in Elena il nemico, la causa della sua desolazione, e questo odio senza perdono rende la sua disperazione inconsolabile.
Ecuba pur tuttavia resta regina, senza bisogno di corona guida e incoraggia le altre prigioniere, e la sua dignità di sovrana spodestata la innalza in una posizione addirittura superiore a quella precedente. La sua nuova grandezza si nutre unicamente della sua forza morale, e non più nello sfarzo delle vesti, nel suo matrimonio prestigioso, nel suo potere dato da uno scettro. La sua regalità è essenziale e assoluta e si identifica nella vera nobiltà e ne fa una figura più grande dei vincitori che si appresta a seguire in catene.

:: L’orologio americano di Arthur Miller a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2008

indexL’orologio americano è un dramma in due atti, con struttura frammentaria, di Arthur Miller.
Apparentemente murales sociale dell’America degli anni ’30, è in realtà una lunga riflessione socioeconomica sul periodo della Grande Depressione. Miller analizza il meccanismo economico legato al “trust” ovvero alla fiducia, piedi d’argilla su cui si poggia l’intera economia. Il tema principale della piece è la descrizione della fine dell’ “innocenza” dell’America (simboleggiata dal ragazzo che ruba la bicicletta al protagonista): la fine del sogno americano.
Tecnicamente è una aspra satira sull’ immaterialità del denaro, sulla spietatezza delle regole dell’economia e nello stesso tempo un’amara riflessione politica sull’inconciliabilità tra utopia e realtà.
Miller fa anche una lucida analisi dei rapporti umani, dei legami familiari che caratterizzano la civiltà contrapposti al materialismo sfrenato che porta alla barbarie. Interessante è la sua analisi sulle cause  della crisi del ’29 che per Miller sono da ricercare in primo luogo in una generalizzata crisi morale che in un secondo tempo si riflettè sia  sulla sfera politica e infine su quella economica. La sua visione del ruolo della guerra principalmente della  “Seconda Guerra Mondiale” è pessimista ed è vista come uno strumento “capitalistico” di riequilibramento del mercato.
La sovrapproduzione accompagnata da una scarsità di moneta, perchè sottratta dai grandi capitalisti per le loro speculazioni, fà si che i magazzini siano pieni di merci che la gente comune, non avendo più soldi, non può comprare. Il conseguente crollo dei prezzi diventa il sintomo allarmante della frattura del ciclo produttivo causato principalmente dalla gestione irrazionale del sistema creditizio da parte delle banche. La fiducia cessa e il crollo del sistema del trust porta a una svalutazione dei titoli azionari, al fallimento delle aziende, alla disoccupazione, e senza stipendi, non circolando moneta,  il sistema è destinato alla paralisi.
Gli interessi sul credito e sul debito principalmente sono per Miller il grande nemico. I grandi capitali non investiti che creano interessi da capogiro sono di per sè un atto economicamente immorale per Miller, e vengono utilizzati dalle banche per speculazioni selvagge su oro, petrolio, costruzioni edilizie. Inoltre i  profitti gonfiati della Borsa ovvero la discrepanza tra “valore reale” e “valore nominale” di un bene poi sono il germe del crollo di Wall Street. La Seconda Guerra Mondiale fu il tragico tentativo quindi di azzerare i debiti e i crediti per fare una sorta di tabula rasa sulle cui ceneri ricostruire l’economia.
Tema caro a Miller è il discorso sul  reddito: un reddito che non consente risparmio è un reddito sterile che incoraggia il risparmiatore a buttarsi nelle maglie dell’usura per qualsiasi spesa imprevista. Il sistema debitorio dei prestiti, negli anni ’30 frequente soprattutto tra i piccoli proprietari terrieri, cuore pulsante dell’America, per ammodernare le attrezzature agricole ed essere competitivi sul mercato, è da Miller equiparato a veri atti di pirateria da parte delle banche che alla minima rata di rimborso non pagata espropriavano le terre. Il sovraindebitamento delle famiglie portò alla tragica crisi agraria che minò la produzione degli stessi beni di sussitenza ovvero i generi di prima necessità e la fame di milioni di persone fu la conseguenza più drammatica .
Le campagne si spopolarono e la gente si riversò nelle città causandone il crollo. Miller contrappone l’etica del “valore” all’etica del “profitto” e vede nella folla dei disoccuapati, nei negozi vuoti, nella gente buttata in strada con materassi, pentole e tegami, la conseguenza ovvia di tutti gli errori economici commessi. I ricchi divennero sempre più ricchi, facendo affari favolosi per quattro soldi, mentre le classi medie che sopravvivevano unicamente con il lavoro furono rovinate e messe sul lastrico.
Miller sostiene che il boom degli anni ’20 fu una gigantesca truffa organizzata dai grandi capitalisti per moltiplicare le loro ricchezze rapinando la gente. Gli avidi affaristi senza scrupoli furono i reali operatori che portarono al crollo dei mercati utilizzando le leggi liberiste del mercato al di là dell’etica del progresso comune e perseguendo utilisticamente  l’arricchimento personale.
Per quanto possa sembrare strano la religione non è esente da responsabilità in questo campo. L’etica protestante della ricchezza come segno della grazia divina e della predestinazione alla salvezza ha un ruolo fondamentale nell’incrementare la concentrazione dei capitali e fomenta l’antisemitismo poichè si contrappone all’etica ebraica che vede, ispirandosi a Quolet, con pessimismo il denaro e la ricchezza (frutto quasi sempre di ingiustizia e idolatria). Chi è veramente onesto difficilmente diventa ricco.
Queste due forze antitetiche serpeggiano segretamente nel mondo americano e fanno sì che si contrappongano capitalismo e socialismo, la destra e la sinistra, i democratici e i repubblicani, i ricchi e i poveri, la corrente di pensiero di stampo protestante e quella di stampo ebraico. L’etica ebraica vede nel denaro un bene/male per la sopravvivenza della comunità; una quantificazine di un concetto astratto che incarna tutti gli idoli ovvero ciò che si adora pur non esistendo. L’etica protestante dal canto suo, base del sistema democratico americano, esalta invece della comunità  l’individuo, la libertà.
Se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale ben presto qualsiasi economia crolla“. Questa è la lezione che Miller impara dalla crisi del ’29. L’unico rimedio che può esistere è la forza della speranza ovvero la convinzione che la crisi avrà un termine, che in fondo al tunnel c’è sempre una luce.
La forza del sogno è per Miller una forza reale, che sostiene la gente “anima dell’America”. Il titolo, l’orologio americano, si riferisce al tempo e al grido silenzioso delle folle disperate, “fino a quando sopporteremo tutto questo?”
Chiude Robertson con la domanda: potrebbe succedere ancora un ’29? Miller non è consolante, nè consolatorio, e per lui la stupidità umana è senza limiti quindi non ritiene che la lezione serva di esempio alle nuove generazioni anche se con tutto se stesso spera che ciò non debba ripetersi di nuovo. Quando gli chiedono se fu Roosvelt e il “New Deal “a salvare l’ America, Miller scuote il capo e ricorda che fu la “fede” nel domani degli Americani a salvarli.
A questo punto sulla scena cade il buio e si chiude il sipario.

Source: libro preso in biblioteca.

Intervista a Eliselle a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2007

eliselleCome è nato in te l’amore per la scrittura?

È una domanda difficile. Da piccola ho sempre avuto la passione per la scrittura, rompevo le scatole a mio padre perché mi insegnasse a leggere, ero curiosa. Alle elementari scrivevo poesie. Durante l’adolescenza ho scritto diari su diari, come terapia. La scrittura è sempre stata parte di me e del mio modo di essere e di parlare con me stessa e con gli altri, è stato impossibile non amarla perché in certi periodi era davvero l’unico mezzo di comunicazione che avevo col mondo.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo due romanzi, diversissimi tra loro: Amore senza amore di Michelle Tea e Se domani farà bel tempo di Luca Bianchini.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ce ne sono talmente tanti che non saprei da dove iniziare. Quelli contemporanei a cui faccio riferimento più spesso sono Valerio Massimo Manfredi, che seguo non solo come romanziere ma anche come saggista, Ellis e Welsh, Cornwell e Llywelyn per i romanzi storici, Wendy Holden per la chick lit, Ken Follett di cui sto attendendo con ansia il seguito de I pilastri della terra. Poi ci sono quelli che ti fanno studiare a scuola a forza, e di cui non comprendi subito la grandezza, e vai in seguito a recuperare perché non ne puoi fare a meno: Pirandello, Calvino, Fenoglio, Manzoni, Verga. Sono tanti.

Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?

Nessun metodo particolare. Mi viene un’idea e la appunto. Poi ci lavoro, anche anni dopo. Per la stesura, dipende: a volte le parole escono da sole, altre volte le devo ripensare e riscrivere, ma cerco di non perdermi. L’ultimo romanzo è nato quasi di getto perché avevo le idee molto chiare, e durante la fase di scrittura mi veniva naturale apporre qualche modifica a quello che avevo in mente, con naturalezza.

Cosa pensi della relazione tra essere donna e scrittrice?

Non la vedo in questi termini: la relazione è tra la persona e la scrittura, non tra il sesso di appartenenza e la scrittura, nonostante ci siano le famose “etichette” che tentano di imbrigliare quello che scrivi, di catalogarlo in qualche modo (a volte sbagliando decisamente – e spesso consapevolmente: il marketing tiranno – definizione). Io non mi sento ancora “scrittrice” perché il mio è un continuo cammino di ricerca e sperimentazione e più che altro scrivo per imparare, evolvere, migliorarmi.

Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?

Spesso nei miei racconti e nelle mie storie parlo di donne, e a volte sono donne schiacciate da un mondo ancora molto maschile e maschilista: più che di un movimento femminista, mi sento parte di quella corrente di donne che scrivono usando l’ironia, anche pungente e dissacratoria, per puntare il dito contro quello che non va. In alcuni pezzi, più che l’ironia ho utilizzato il sarcasmo. In altri la drammaticità della violenza. Ma ho un modo tutto mio di vedere le cose e interpretarle.

Per uno scrittore che importanza ha il successo?

Dipende. A volte ti permette di avere la sicurezza necessaria per dedicarti solo alla scrittura senza avere bisogno di un secondo lavoro per mantenere la tua vera passione. Altre volte il successo può diventare la tomba dell’ispirazione, delle buone idee e della buona scrittura: a mio avviso serve un certo grado di concretezza per non perdere il contatto con la realtà e continuare a dare fondo al talento, all’ispirazione. Poi ripeto, dipende sempre da quello che uno vuole e cerca: se si vuole diventare una literature-star e concorrere con le rock-star, allora è un altro paio di maniche.

Stai scrivendo attualmente?

Ho appena finito un nuovo romanzo, molto divertente, e al momento sto recuperando energie e riattivando i circuiti. La scrittura dovrà aspettare, solamente per un po’.

Ami più leggere o scrivere?

Se leggo mi dimentico di mangiare, bere, uscire, chiamare gli amici, in una parola vivere, ma non smetterei mai. Se scrivo, dopo un po’ devo staccare per non essere completamente assorbita delle mie energie. Parlando di impegno, sento meno quello della lettura, è più immediata e piacevole. Ma parlando di amore, devo dire che amo entrambe le cose.

Definiscimi la parola talento.

Un dono, una caratteristica innata che si manifesta naturalmente, ma che va allenata costantemente, come un muscolo, per poter essere potenziata e dare il meglio.

Che studi hai fatto? Hai imparato ad amare i libri sui banchi di scuola?

Ho fatto studi classici anche perché amavo leggere, e per me non è stato troppo difficile adattarmi alle richieste degli insegnanti che mi riempivano di libri per fare tesine, schede e temi in classe. Certo come tutti gli alunni del mondo alcuni autori li ho davvero amati, altri li ho solo sopportati. Ma col tempo ho imparato ad apprezzarli.

Hai letto Tolstoj ?

Sì, a scuola. Faceva parte degli autori che sopportavo. Per assurdo, però, amavo Manzoni, che solitamente è odiato dalla maggioranza degli studenti. I casi strani della vita…

Quando hai capito di essere una scrittrice?

Mi sono accostata alla scrittura in modo diverso dopo i vent’anni. Prima era solo una valvola di sfogo personale, poi ha subito un’evoluzione naturale e finalmente ho preso le distanze da me stessa e dal mio ombelico. Ho iniziato a raccontare di altro, di altri. A osservare di più la realtà. Ad ascoltare meglio quello che mi circondava. A dargli voce. Chissà, forse questa è la strada giusta per diventare una scrittrice.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Li leggo a volte per lavoro, per la rassegna letteraria che curo per Delirio.NET, il portale di attualità che seguo da quattro anni. Per le mie letture personali, però, sono sincera: preferisco la prosa.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene?

Io trovo che le contaminazioni e gli scambi tra le arti siano ricchezza. Io amo molto sia cinema che letteratura, a volte una pellicola ti può ispirare per scrivere e tirare fuori quel che hai dentro. E allo stesso modo da un romanzo può scaturire un grande film. Come sempre, dipende dall’uso che si vuole fare delle idee.

Sei felice quando scrivi?

A volte sono felice, altre volte divertita, altre ancora incazzata. Scrivere amplifica i miei stati d’animo ma allo stesso tempo, in qualche modo, mi rasserena e mi permette di esprimere le mie emozioni. Mi libera.

Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?

Mi ha sempre affascinato. Alcuni miei testi sono diventati monologhi per Strettamente Riservato, uno spettacolo che si tiene in teatri off milanesi da qualche anno, con un buon successo di pubblico. Ora sto scrivendo e curando una sperimentazione teatrale, tratta da un progetto web su Liberaeva.com (che diventerà un libro a Ottobre coi pezzi migliori), intitolato Le interviste impossibili. Sul palcoscenico, tre grandi donne della storia e del fumetto che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: Matilde di Canossa, Beatrice di Dante e Eva Kant. La rappresentazione è già stata fissata e verrà a fatta a fine Ottobre.

Ti hanno mai chiesto di scrivere per la tv, sceneggiature, spot, palinsesti televisivi?

Sì, ed è stato divertente. Ti mette a contatto con un modo diverso di scrivere, contano i dialoghi, è un’ottima palestra per allenare la mente e affinare alcune tecniche.

Conosci altri scrittori? Che rapporti vi lega?

Conosco tanti scrittori, li intervisto per Delirio.NET, dialogo con loro, li presento agli eventi, alle volte mi presentano loro. Con alcuni nascono bei legami d’amicizia, con altri ci sono solo rapporti professionali.

Oltre a scrivere svolgi altri lavori legati all’editoria?

Mi occupo spesso delle bozze con tutto quel che ne consegue: lettura, correzione, editing, consigli e proposte all’autore. Spero che si trasformi in un lavoro, prima o poi.

Hai già un agente letterario, se sì, che rapporto vi lega, è un semplice rapporto professionale, un’amicizia, un rapporto di amore-odio?

Non ho un agente letterario. Finché posso e riesco, faccio da me. In futuro, si vedrà.

Eliselle è nata a Modena nel 1978. Laureata in Storia Medievale con un Master in Diritto della Comunicazione, lavora come copywriter. Inizia a scrivere giovanissima per passione e ha al suo attivo tre romanzi, Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Effedue Edizioni, 2005), Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio Editore, 2006) ed Ecstasy Love (Eumeswil Edizioni, 2007). Ha scritto il romanzo storico Francigena – Novellario a.D. 1107 (Fabrizio Filios Editore, 2007) insieme a due scrittori modenesi e firmandolo col suo nome e cognome. Ha appena concluso il suo ultimo romanzo. Ama scrivere racconti, ha partecipato a numerose antologie ed è presente su diversi siti web dedicati alla scrittura. Alcuni suoi testi vengono rappresentati in teatri off off milanesi. Collabora con riviste online e cartacee di attualità, erotismo e cultura e per la rubrica letteraria di Blue. I suoi siti personali sono Eliselle.com e Delirio.NET.

Intervista a Deon Meyer a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2007

imagesTi piace James Joyce?

No. Ci ho provato diverse volte a leggerlo. Tuttavia continuo a non amarlo.

Come hai capito di essere uno scrittore?

Ho sempre avuto il bisogno di scrivere. Forse uno può chiamarlo “l’impulso di scrivere”. Quando ho raggiunto i 30 anni, e l’impulso c’era ancora, ho iniziato a scrivere.

Preferisci scrivere: la descrizione dei posti, la descrizione dei personaggi, o i dialoghi?

Come scrittore preferisco creare personaggi. Qualche volta i dialoghi mi divertono parecchio. Altre volte è molto difficile.

Tu sei allo stesso tempo un giornalista e uno scrittore; che differenza c’è?

Sia come giornalista che come scrittore voglio tenere il lettore molto coinvolto Come giornalista attraverso i fatti, come scrittore di thriller tento di farlo con bugie vergognose.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Faccio parte di una generazione cresciuta sia con i libri che con il cinema, e penso che il mio modo di scrivere sia influenzato da entrambi. Così, si, mi piace questo legame.

Tu sei uno scrittore sudafricano; cosa significa per te ? E’ una responsabilità?

Buona domanda. Penso che la mia sola responsabilità sia aiutare gli altri scrittori sudafricani ad essere pubblicati. Ma posso dirti che è molto più difficile per uno scrittore africano raggiungere il successo internazionale.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Si. Penso che i libri cambino il mondo un poco ogni giorno.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ask the Parrot di Richard Stark

Come fai a preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Continuando a scrivere. Penso che la scrittura sia indipendenza spirituale.

In Sud Africa è più difficile essere giornalista o scrittore?

Bene, è un poco più difficile guadagnarsi da vivere scrivendo libri.

Leggi di nuovo i tuoi libri?

No, lo trovo molto difficile.

Quali lettori preferisci?
I lettori che comprano libri e non li prendono in prestito dalle librerie o dalle altre persone.

Ti piace di più leggere o scrivere?

Leggere è un piacere. Scrivere un lavoro. Ma non posso vivere senza entrambi.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti.

Crescendo mi sono ispirato ai grandi maestri : John D. MacDonald, Ed McBain, John le Carré, Frederick Forsyth, Ted Allbeury, Robert B. Parker … e li ammiro tutti.

Di contemporanei amo ed ho molto rispetto per Michael Connelly, Robert Harris, Ian Rankin, Dennis Lehane, Lee Child, Michael Ridpath, John Sandford, Val McDermid, George P. Pelecanos, Douglas Kennedy, Mark Bowden, Dan Brown, Harlan Coben, David Morrell, Jeffrey Deaver, Ken Follett, per nominarne alcuni.

Ti senti una persona felice?

Non molto spesso….

Quali consigli daresti ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Scrivere è come andare in bicicletta. Quando ci provi per la prima volta molto probabilmente cadi e sanguini un poco. Ma più lo fai e meglio lo fai. Non c’è niente che migliori di più la tua scrittura che sederti ad un tavolo e scrivere. E leggere, leggere, leggere. Bisogna vedere ciò che succede nel genere che lo scrittore progetta di scrivere. Poi studiare e analizzare ciò che gli autori veramente buoni stanno facendo e soprattutto come.

Ti piace Hemingway?

Si, molto.

Hai un agente letterario?

Si, ho una meravigliosa agente: Isobel Dixon della Blae Friedmann di Londra.

Scrivi anche racconti brevi?

Si, amo molto scriverli.

Hai tu senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Charles Dickens entra in un bar e ordina un Martini. Il barista chiede”Olive or Twist”.

Quale è la tipica qualità di un buon scrittore?

Mi viene in mente Michael Connelly. Un professionista assoluto che migliora sempre di più.

La violenza nella società contemporanea è per te un segnale di decadenza o una spetto normale dell’animo umano?

Penso ci sia stata violenza in tutte le società. Fa parte dell’animo umano e non penso che cambierà.

Quale è la tragedia shakesperiana che preferisci?

Decisamente il Giulio Cesare, e il Macbeth come secondo.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito la sceneggiatura per una serie tv in 10 parti.

Quale è il tuo romanzo preferito?
Disgrace di J. M. Coetzeeee

Si basa su fatti di cronaca “Dead Before Dying”?

Si, sempre unisco fatti e finzione.

Intervista a Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2007

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Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Romanzi, assolutamente romanzi. I racconti non mi appassionano molto. Ne scrivo pochi, generalmente per partecipare a qualche concorso letterario, nulla di più. Sono troppo brevi per appassionarmi. I romanzi mi permettono di far crescere i personaggi, di affezionarmi a loro, di descrivere meglio i luoghi o le situazioni. Voto romanzi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?

Graham Greene, Paco Ignacio Taibo II, Tom Robbins, Nagib Mahfuz, Jeorge Amado, Morris West, Jeffrey Eugenides, Lobo Antunes. Potrei andare avanti ore.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

La penna e il computer (che ha la sola funzione di macchina da scrivere). Quando sono in giro scrivo su blocchetti o fogli sparsi, mi piace, è immediato. Poi a casa riscrivo al computer correggendo e sistemando.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori?

Sì, Eliselle, Valentina Demelas, Lisa Massei, Donatella Placidi (citando scrittrici che hanno già pubblicato). Si tratta di rapporti via mail o blog, non ho mai bevuto un aperitivo con loro… dipende cosa si intende per amicizia. Inoltre collaboro con Enrico Astolfi, stiamo scrivendo un romanzo a quattro mani (con lui di aperitivi ne ho bevuti parecchi).

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

I luoghi e i dialoghi. Generalmente sono questi ultimi che uso per far venire fuori le caratteristiche del personaggio senza sondarne troppo l’aspetto psicologico in modo diretto.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una scrittura accessibile a tutti. L’umiltà.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

Beh, Bukowski lo è per tanta gente, anche se credo che ormai sarebbe ora di metterlo in soffitta. I cattivi maestri sono figure di cui ha bisogno l’adolescenza. Io ho avuto Bukowski, Kerouac, Ellis, Fante, poi mi sono stancato, non me ne facevo più niente.

Pensi che un libro può cambiare la gente e così il mondo?

Sul mondo ho dei forti dubbi, ma su qualche lettore un libro può avere un’influenza incredibile. Positiva, negativa, di gioia, di rabbia, di riscossa. Se un libro non cambia almeno un pochino qualche lettore allora è carta straccia.

Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?

Io sono il signor nessuno. Non ho agenti letterari o sponsor e i miei lettori non credo superino le tremila unità (e me la sto tirando parecchio). Con il mio primo editore i rapporti sono stati e sono di perenne Guerra Fredda, con Edizioni Melquìades mi sto trovando benissimo e con Edizioni Robin idem. Penso di avere avuto abbastanza fortuna, ma no, non ho regole per sopravvivere nel mondo editoriale.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Evitandolo più che posso

Quali lettori preferisci?

Quelli che alle presentazioni fanno domande, quelli che si permettono di dirmi cosa non gli è piaciuto dei miei libri

Cosa stai leggendo al momento?

Weathermen, i fuorilegge d’America, di Harold Jacobs.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Graham Greene, Paco Ignacio Taibo II, Tom Robbins, Morris West, Emilio Salgari.

Quali i tuoi autori italiani preferiti?

Wu Ming, Carlo Lucarelli, Erri De Luca.

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Un po’ tutte e due, se anche hai talento ma non lo affini, non lavori come un mulo, il talento rimane lì, magari può servirti per qualche tempo ma poi crolla, come un castello di carte. Bisogna lavorare, lavorare, lavorare.

Ti piace la letteratura russa?

Sì, adoro Dostoevskj, Tolstoj e Agenev.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Non ho agente letterario

Sei di Ferrara, cosa pensi di Giorgio Bassani.

Ha scritto libri bellissimi su Ferrara, l’ha descritta magistralmente ma se posso permettermi, lo trovo di una lentezza insostenibile. Un grande scrittore ferrarese del dopoguerra è Luigi Preti, Giovinezza giovinezza è un romanzo completo nella sua semplicità.

Hai viaggiato molto, quale cosa ti ha colpito di più e dove.

Vedere un uomo morire sotto i miei occhi al confine fra Vietnam e Laos. Uno scontro frontale fra la sua motocicletta e un pulmino. Mi ha scosso molto. E poi la preghiera del venerdì a Sana’a e Napoli, in tutto e per tutto.

Ami la narrativa diaristica tipo Chatwin.

Dipende. Chatwin non mi appassiona. Ramazzotti mi piace molto, Bettinelli è divertente ma un po’ semplicione, Potocki era elegante ed essenziale, Prokosh ha scritto un libro molto bello dall’Asia, peccato che in Asia non ci sia mai andato e il manoscritto sia stato redatto nella biblioteca di San Francisco.

Ti piacerebbe fare il corrispondente per qualche giornale in un paese dell’Asia o dell’America Latina?

Sì, mi piacerebbe molto. Per ora mi accontento delle possibilità che mi sono offerte da riviste intraprendenti che pubblicano i reportage che ho scritto in passato, diciamo come free-lance. Collaboro con http://www.viaggiatorionline.com e dovrei iniziare una nuova collaborazione con la rivista online http://www.ilreporter.com

Parlami della letteratura vietnamita, ci sono poeti o scrittori che più ami.

Ho Chi Minh oltre ad essere stato un grande e dignitoso uomo politico ha scritto poesie bellissime. Il diario della prigione è un libro in versi che consiglio a tutti. Poi ci sono i romanzi della generazione che ha fatto la guerra, Le Chagrin de la guerre di Bao Ninh e Les Canons tonnent la nuit di Nha Ca, raccontano il Vietnam bellico da un’angolazione differente da quella a cui siamo abituati. E’ istruttivo, poiché la nostra prospettiva, la prospettiva storica dell’occidentale, è spesso spocchiosa e arrogante. Fa bene un po’ di umiltà ogni tanto.

Cosa ti ha ispirato Il requiem di Valle Secca” (Edizioni Tracce, Pescara 2006)

Il Requiem mi è stato ispirato dal terrificante petrolchimico che occupa tutta la parte nord di Ferrara, la città dove vivo, da ricordi d’infanzia, dai reportage di Kapuscinski e dalla lettura di un libro sulla costruzione della bomba atomica. Volevo partecipare ad un concorso, richiedevano qualcosa di breve, 80 cartelle. Io non avevo niente di pronto così ho mixato tutti gli appunti che avevo in casa ed ho usato petrolchimico, giardini d’infanzia e reportage come filo conduttore. Credo sia venuto fuori un buon romanzo breve, forse un po’ troppo veloce ma divertente. Asdrubale, il ciccione protagonista, è uno dei miei personaggi che più amo.

Sto per partire per la Cina, per un tour promozionale di un libro cosa mi consiglieresti?

Di comprare un Libretto Rosso in cinese. Esteticamente fa effetto.

I poeti arabi che preferisci.

Romanzieri più che poeti: Yasmina Khadra, Tawfiq al-Hakim, ‘Ala al-Aswani, Nagib Mahfuz

Cosa pensi di Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Nobel?

Ho letto solo Istanbul è mi è piaciuto molto. Mi sembra che l’idea di mischiare il suo privato con la storia della città sia intelligentissima. Inoltre le fotografie rendono il libro unico nel suo genere.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

Moltissimo. Ascolto sempre musica, continuamente. Una lista di chi ascolto e di chi mi ha ispirato e mi ispira sarebbe troppo lunga, cito qualcuno, così, quasi a caso: Beatles, Grateful Dead, De Andrè, Kaleidoscope, Clash, Embryo, 13th Floor Elevators, Daniele Sepe…

Hai mai avuto ispirazione mentre andavi in bicicletta?

Spesso, anche perchè io sono sempre in bicicletta. Non ho la macchina, in bicicletta faccio chilometri. La bicicletta è fatta per pensare. Inoltre è un mezzo educato e civile

Il genere cyberpunk per te in cosa consiste e perché ti affascina?

Anche l’editore che ha pubblicato il Requiem lo ha definito cyberpunk. In molte recensioni e presentazioni il libro è stato definito cyberpunk… il problema è che io ignoro cosa sia il cyberpunk, non ho mai letto scrittori cyberpunk, non so in cosa consista. Credo che l’ambientazione protoindustriale del Requiem abbia ingannato molti lettori.

Ami la letteratura underground?

Dipende da cosa si intende per underground… la stampa anni ’60? Roba tipo PlayPower? Sì, molto. L’underground attuale non lo conosco, o meglio non conosco la letteratura sotterranea perciò non posso esprimermi.

Definiscimi la parola libertà.

Non avere scheletri nell’armadio

Ti piace la poetica di Neruda?

Moltissimo. E’ l’unico poeta che leggo, insieme ad Ho Chi Minh.

Ti piace Giorgio Scerbanenko?

Sì, semplice e coinvolgente. Mi è piaciuto soprattutto I milanesi ammazzano al sabato.

Ami l’Asia, fai yoga meditazione?

Amo l’Asia, il Vietnam soprattutto, ma non faccio né yoga né meditazione, sono troppo pigro. La bicicletta già è abbastanza per un bradipo.

Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?

Sono comunista, lo dico senza vergogna. Oggi va di moda vergognarsi della propria appartenenza. Ma io non credo nella Cina attuale, nei gulag staliniani, nel delirio nord coreano o nell’assurdità di certi partiti politici italiani. Credo nell’ideale. L’ideale è bellissimo, fraterno, grandissimo. Sono gli uomini che lo hanno tradito. Sulla disillusione, beh, credo sia difficile per un giovane dei nostri giorni non essere disilluso. Io ci provo con la scrittura.

Quale è il tuo libro che preferisci?

Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, Milano 2007). E’ quello più completo e che rappresenta meglio il mio tentativo letterario, un tentativo fatto di storia, surrealismo, spionaggio, viaggi. Ost, senza dubbio alcuno.

Quello che ti è costato più fatica scrivere.

Apologia di uomini inutili, un inedito. Dovevo descrivere un uomo che diventava pazzo dopo aver assistito all’omicidio di bambine asiatiche. Descrivere la violenza sessuale e l’omicidio è stato duro, durissimo, in certi momenti mi sono sentito un verme, ho anche pensato che se riuscivo a scrivere nefandezze tali forse ero compiacente… insomma è stato ostico… in ogni modo il libro è ancora inedito.

Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema.

Per quel che mi riguarda un legame molto stretto. Dicono che io abbia una prosa molto filmica. Immagino siano state le decine di film visti ai tempi del DAMS e della mia adolescenza.

In un intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi?

Mi auguro che non lo diventi ma i segnali sono molto inquietanti. Solo internet e il suo mondo virtuale per ora gli tengono testa. Speriamo. Io credo nei libri. Cartacei, che puzzano, che pulsano. La tv mi fa schifo, lo dico senza mezzi termini, la trovo odiosa.

Un aforisma , un proverbio che ti è caro.

“Sono paziente irremovibile, non indietreggio di un passo. Fisicamente distrutto, moralmente incrollabile” (Ho Chi Minh).

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Laureato in Dams Cinema e successivamente in Storia e Istituzioni dell’Asia; scrittore e viaggiatore, ha pubblicato gli e-book Il sole sorge sul Vietnam, Le Bestie, Privilegi e Mekong Blues (www.kultvirtualpress.com), e i romanzi Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006) e Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007). Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Rotta Nord-Ovest, Storie, Catrame Letterario, I racconti di Luvi e sull’antologia Schegge di utopia (Edizioni La Carmelina, 2007). E’ in via di pubblicazione un nuovo romanzo con i tipi di Robin Edizioni. Vive con la sua Musa, ascolta i Beatles e gira in bicicletta. http://lorenzomazzoni.splinder.com

Intervista a Robert Ferrigno a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2007

ferrignorobertQuali sono i suoi scrittori preferiti?

Elmore Leonard, James Ellroy, Franz Kafka, William S. Burroughs

Le piace l’Ulisse di James Joyce?

Non l’ ho mai letto in molti anni.

Come ha scoperto di essere uno scrittore?

Sin da quando ero un ragazzo ho sempre amato raccontare ai miei amici storie ed essi si sono sempre divertiti a sentirmele raccontare. Poi più tardi ho capito che molte mie idee e interrogativi sulla giustizia, il crimine, l’amore potevano essere meglio trattati nell’ambito della fiction.

Preferisce in un libro la descrizione dei luoghi, di personaggi o i dialoghi?

I personaggi devono essere delineati tramite l’uso dei dialoghi; questa per me è la maggiore abilità per uno scrittore.

Le piace il legame tra la letteratura e il cinema?

Moltissimo. Io vado spesso al cinema e uso la componente visiva per rendere i miei libri più dinamici e istintivi.

Lei dedica i suoi libri a Jody. Chi è Jody?

Mia moglie

Lei ha fatto l’insegnante. Pensa che gli scrittori siano cattivi maestri ? Può fare un esempio?

Io probabilmente ne sono un buon esempio. Mi piace insegnare, per piccoli periodi di tempo, ma sono troppo
geloso del mio tempo e trovo che l’insegnamento sia troppo difficile. Più che insegnare amo scrivere.

Pensa che uno scrittore possa con i suoi libri cambiare le persone e così il mondo?

Penso che i miei libri abbiano una forte componente morale e le situazioni siano realistiche e ideate proprio per far riflettere il lettore su questioni come il giusto e lo sbagliato, il morale, l’immorale. Io desidero moltissimo suscitare interrogativi nei miei lettori e cambiamenti se è possibile, ma in fondo sono solo uno scrittore e naturalmente non sono Dio!

Vuole essere uno scrittore di intrattenimento o vuol mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Il più grande intrattenimento è trattare con temi profondi un argomento interessante ed evocativo. I libri noiosi non sono utili a nessuno. I libri interessanti hanno il potere più grande.

Preferisce essere considerato un grande scrittore noioso o un autore commerciale pieno di senso dell’umorismo?

Desidero il successo commerciale, ma con onore.

Pensa che ci siano “regole d’oro” per sopravvivere tra agenti, editori, sponsor e lettori?

L’onestà, sempre l’onestà. Ritengo fondamentale trattare il lettore con rispetto. Non imbrogliare nessuno ed essi probabilmente non imbroglieranno te.

Come preserva la sua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Con grande difficoltà. Mi interrogo sempre su cosa è realmente importante. Sulla verità , sull’onestà , sul realismo.

Legge di nuovo i suoi libri?

No. Vado sempre oltre e penso al futuro.

Quale genere di lettori preferisce?

Quelli intelligenti. Quelli divertenti, che colgono le mie battute. Quelli che amano giocare.

Lei usa metafore o significati nascosti nei suoi libri?

Io uso molti “inside jokes” che solo le persone vicine a me capiscono.

Preferisce leggere o scrivere?

Preferisco scrivere. È più difficile ma è anche più divertente. Comunque amo anche leggere.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho appena finito “Bangkok 8” un crime novel ambientato in Tailandia con un poliziotto buddista come protagonista. Penso sia un libro molto bello .

Le piace giocare con le parole o per lei scrivere è sempre un lavoro serio?

La scrittura per me è gioco, divertimento, gioia.

Si sente una persona felice?

Quando suono o scrivo sono felice. Quando penso no .

Cosa è per lei il talento?Un dono o una capacità che va aumentata con il lavoro?

Scrivere è un dono che può essere migliorato. Un dono che dobbiamo non sprecare.

Le piace Hemingway?

Non ho mai letto i suoi libri.

Ha un’ agente letterario? Che tipo di legame c’è tra voi?

Ho un agente letterario donna. E’ brava, onesta, creativa e intelligente. Non siamo amici ma colleghi, con un comune obbiettivo.

:: Intervista a James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2007

JamesScrive solo romanzi o anche racconti?

Si, non scrivo solo romanzi, ma ho anche pubblicato una collezione di racconti e spero di completarne un’ altra entro il 2005.

Quali sono i suoi scrittori viventi preferiti?

Negli USA penso che i migliori scrittori siano Annie Proulx e Cormac Mac Carthy .

Le piace l’Ulisse di James Joyce?

Si, è il migliore lavoro di Joyce, ma il suo miglior libro, per quanto riguarda lo stile, è sicuramente a mio avviso la raccolta di racconti “ I dublinesi”.

Ha relazioni di amicizia con altri scrittori?

Si. Andrè Dubus è stato mio primo cugino. Suo figlio Andrè III, è anche lui un buon scrittore. Mia figlia Alafair sta facendo un buon lavoro seguendo le tradizioni di famiglia.

Cosa pensa del legame tra cinema e letteratura? Le piacerebbe diventare un regista?

Amo il cinema e mi piacerebbe lavorare su un altro adattamento tratto da uno dei miei libri che hanno il personaggio di Dave Robicheaux come protagonista principale. Se lei conosce qualche regista o produttore italiano che voglia fare un film nella Luoisiana del sud, me lo faccia sapere!

Ha senso dell’umorismo? Mi racconti una barzelletta.

Lo scherzo più buffo è che un ragazzo come me, che fu sempre respinto da tutti, infine abbia avuto successo nel suo lavoro.

Quali sono per lei le qualità migliori per un buon scrittore?

Un buon scrittore innanzi tutto non deve credere a coloro che lo criticano o cercano di scoraggiarlo. Un vero artista sa che il suo talento gli è dato da Dio, e che un giorno, se usa bene il suo talento, riuscirà ad avere un’ influenza positiva anche per il bene degli altri.

Legge il giornale ogni mattina?

Si, il migliore quotidiano da acquistare in città è “The American Newspaper”. Penso che uno scrittore dovrebbe leggere giornalmente almeno un quotidiano.

Pensa che alcuni scrittori siano « cattivi maestri » ? Può farmi un esempio?

I buoni scrittori scrivono bene, di regola, perché parlano bene, ed essi parlano bene perché essi pensano chiaramente. Da una cosa nasce l’altra. Una volta molti buoni scrittori facevano proprio un buon lavoro nelle classi di scrittura, almeno secondo la mia esperienza. I cattivi insegnanti di scrittura, invece, solitamente sono persone deluse che cercano di convincere gli altri del proprio talento imponendo ad i propri studenti più che altro i propri fallimenti.

Pensa che un libro possa cambiare la gente e così il mondo? Perché?

Guttemberg cambiò il mondo. Così come coloro che scrissero la Bibbia . La stessa cosa fece Thomas Jefferson, Omero, Platone, e anche Macchiavelli. I despoti cercano sempre di convincerci che il mondo della scrittura è morto. Questo perché la verità e l’informazione e il pensiero sono i loro nemici.

Vuole essere uno scrittore d’intrattenimento o vuole mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Tutta l’arte è intrattenimento, ma per sopravivere nel tempo nel quale è creata essa deve contenere temi che siano universali per tutte le persone. I più grandi artisti della storia vissero nel 16° secolo in Italia, ma il loro messaggio è ancora vivo oggi, come lo fu a Firenze cinque secoli fa.

Pensa che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti, editori, sponsor, e lettori?

Al di la della perseveranza, un’ artista deve principalmente avere fede nel suo talento che ritengo essere principalmente un dono e nel Potere Superiore che viene da Dio. Aiuta anche avere un diploma di umiltà. La vanità e l’arroganza sono i veri nemici della buona arte. Dire grazie agli altri non fa male. Una volta un mio amico mi disse “ Sii gentile con le persone che incontri quando sali le scale perché saranno le stesse persone che incontrerai quando le scendi “.

Come cerca di preservare la sua indipendenza spirituale nell’odierno mondo letterario?

Non penso di essere mai stato a rischio. Molti editori sono felici di lavorare con uno scrittore che è sinceramente innamorato della sua arte.

Quale genere di lettori preferisce?

Li amo tutti. Le persone che leggono sono coloro che salvano la civiltà dalle mire di coloro che animati dalla violenza, più che creare vogliono solo distruggere.

Che libro sta leggendo al momento?

“ What’s Wrong with Kansas” un bel libro che ha per tema l’impoverimento di moralità causato dai poteri politici troppo oppressivi.

Ama giocare con le parole mentre scrive, o per lei la scrittura è sempre e solo una cosa seria?

Scrivere è sempre una cosa seria.

Quale è la sua opinione sulla situazione presente degli scrittori in America? E’ pessimista?

La mia principale preoccupazione non è per gli artisti ma piuttosto per gli scrittori che lavorano per i media. La stampa nazionale, a mio avviso, è facilmente intimoribile e troppo compiacente quando si inizia ad essere critici con l’autorità.

Quale è il significato del talento per lei?

La creatività è un campo che condividiamo con Dio. L’artista quando scrive immerge la sua mano nell’eternità, come se nuotasse in una piscina d’acqua, tutte le volte che inizia a scrivere una nuova storia o anche solo una poesia.

Le piace la letteratura russa?

Si, indubbiamente. Sholokov e Chekov sono due dei miei scrittori preferiti.

Le piacciono i libri di Robert Ferrigno?

Non ne ho mai letto uno.

Ha un agente letterario ? Per lei è più un amico o un professionista al quale si affianca?

Philip Spitzer è stato mio agente e amico stretto per 27 anni. Quando lo incontrai, pilotava un piccolo aereo nel Hell ’s Kitchen durante il giorno e lavorava di notte come agente letterario, nel periodo in cui nessuno voleva toccare il mio lavoro neanche con un “forcone per il letame”.

La violenza nella società contemporanea è per lei un segno di decadenza morale o un normale aspetto della natura umana?

La violenza nel mondo, a mio avviso, ha origine dallo sfruttamento dell’uomo o del pianeta. Ho la sensazione che le multinazionali stiano indirizzando il mondo verso un futuro che la maggior parte di noi non apprezzerà affatto.

Quale opera teatrale di Shakespeare preferisce?

Amleto.

Intervista a Simon Kernick a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2007

indexScrive solo romanzi o anche racconti?

Scrivo preferibilmente romanzi ma recentemente ho pubblicato un racconto sul Guns Website ( http://www.plotswithguns.com ) e ho firmato un contratto per scriverne un altro che apparirà in una raccolta di racconti americani chiamata “Dublin noir” e tutte le storie sono naturalmente ambientate a Dublino.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Dennis Lehane, Lawrence Block, Harlan Coben, John Sanford.

Ti piace l’Ulisse di James Joyce?

Lessi questo libro molti anni fa e mi divertì molto ma a dire la verità preferisco di gran lunga l’Odissea di Omero su cui Joyce prese spunto per scrivere il suo Ulisse.

Utilizzi spesso il monologo interiore?

Non so, a dire il vero, non so neanche cosa sia.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Sempre il computer, faccio troppe revisioni e riscrivo sempre tutto molte volte e infine la mia calligrafia e francamente terribile.

Ti piace la musica jazz?

Molto e la ascolto soprattutto mentre scrivo. La apprezzo soprattutto perché non è una musica intrusiva e così posso scrivere senza perdere la concentrazione e inoltre crea un’ atmosfera piacevole. Apprezzo soprattutto Herbie Hancock particolarmente i suoi lavori degli anni Sessanta.

Tu vivi vicino a Londra, in una zona relativamente tranquilla. Londra, invece, ha un alto tasso di criminalità, pensi che la cattiva educazione sia la ragione di ciò?

Sì, certamente la cattiva educazione non aiuta ma ad essere onesti ci sono molte altre ragioni e la combinazione di esse che crea questo problema sociale.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori?

Si, conosco bene molti scrittori inglesi (vedi sopra) e anche alcuni scrittori americani. La nostra è una comunità piuttosto ristretta e si tende a frequentare sempre le stesse persone alle varie conferenze tenute in UK e US. Stranamente, però, tra noi non c’è molta rivalità. Mi sembra che solo tra gli scrittori di libri di cucina si odino tra loro moltissimo (sorride), ma i nostri rapporti sono piuttosto amichevoli, puoi crederci o no. Sul serio.

Sei uno scrittore inglese. Apprezzi gli scrittori americani e soprattutto l’inglese americano?

Mi piacciono senz’altro molti scrittori americani e penso che producano alcuni delle migliori crime fiction del mondo, ma non sono tanto convinto che l’inglese americano sia altrettanto da apprezzare. Per uno scrittore inglese è piuttosto irritante trovare errori grammaticali che per gli americani non sono affatto errori.

Durante la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Tutte e tre le cose sono importanti ma nei miei libri tendo a concentrarmi molto sulla trama e penso che il migliore meccanismo per movimentarla sia concentrarsi sui dialoghi. Penso anche, inoltre, che proprio i dialoghi siano il mio punto di forza.

The business of Dying ” diventerà presto un film? Cosa pensi della relazione tra letteratura e cinema?

Spero che un giorno diventi un film. C’è stato qualcuno interessato a questo progetto ma gli ingranaggi dell’industria cinematografica sono lenti. Sto occupandomi di trarre una sceneggiatura dal libro e spero che questo sia d’aiuto. Per quanto riguarda i rapporti tra letteratura e cinema penso che siano due settori separati. Qualche volta da un buon libro si può trarre un film fantastico (penso per esempio a “The shipping news”, “A clockwork orange”, “Full Metal Jacket”, e naturalmente “The lord of the rings”). Ma molto spesso i film non rendono giustizia a libri di per se ottimi. La lista degli esempi è senza fine ma il film “Burglar” è un ottimo esempio della distruzione di una decente crime fiction (film basato presumibilmente su un libro di Lawrence Block, ma semplicemente non funziona).

Chi è Sally?

Mia moglie.

Hai senso dell’umorismo?

Lo spero proprio.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Innanzi tutto bisogna essere capaci di raccontare una storia, poi la perseveranza è una qualità molto importante, unita alla pazienza. Di norma ci vuole tantissimo tempo prima di pubblicare il primo libro. Nel mio caso ci ho impiegato nove anni. Duranti i quali ho ricevuto ben più di duecento rifiuti tra agenti e editori così tu hai tutto il tempo per prepararti ad avere la pelle dura, così noi diciamo in Inghilterra. Se tu sei sensibile alle critiche, non riuscirai mai a fare pubblicare i tuoi libri. Ci saranno sempre persone a cui non piacerà il tuo lavoro e tu devi essere preparato ad accettarlo. L’esperienza è anche essenziale. I miei primi tentativi di scrittura erano letteralmente spazzatura, ma con il passare degli anni, scrivendo e riscrivendo, anche solo poche righe, ho ottenuto risultati sempre migliori. C’è un altro detto da noi, “nella maggior parte delle cose, c’è un 10 % di ispirazione e il 90 % traspirazione” e penso che sia vero. Se tu lavori duramente il tuo modo di scrivere sarà continuamente migliorato.

Leggi i quotidiani ogni mattina?

Si, solitamente The Times. Lo leggo solitamente a pranzo. Come molte persone in UK , preferisco avere una lunga pausa pranzo, che mi permette di ricaricare le forze per scrivere nel pomeriggio.

La figura del poliziotto è per te una sorta di strumento per criticare i mali della società?

Penso che gli ufficiali di polizia siano in una posizione unica per criticare i mali della società, siccome ne vedono così tanti. Io tendo nei miei libri a dare voce al loro punto di vista. Comunque questo non vuol dire che sono interamente dalla parte dei poliziotti. Dennis Milne il poliziotto protagonista del “The business of dying” non è esattamente un brillante esempio di buon tutore dell’ordine.

Fumi? Pensi che automaticamente, nell’immaginario del lettore, un personaggio che fuma sia un personaggio negativo?

Ho sempre fumato. Ho smesso proprio tre mesi fa perché penso di essere un bravo ragazzo, no veramente non penso che un personaggio che fumi sia automaticamente un personaggio negativo.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

Molti scrittori non scrivono per insegnare ma per intrattenere. Perciò penso che sia difficile criticare qualcuno per il fatto di non fare cose per cui esistono testi appositi.

Pensi che un libro può cambiare la gente e così il mondo?

Penso che un buon libro possa cambiare il modo di pensare di alcuni su determinati argomenti , ma penso che influenzare il mondo è un po’ più difficile. Comunque potrei dire che “ la Bibbia ” ha cambiato una grandissima parte del mondo. O per esempio “La teoria dell’evoluzione della specie di Darwin”.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

Penso che, come molti scrittori, mi piacerebbe fare entrambe le cose e spero di farlo con successo.

Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sposor, e lettori?

La regola d’oro è scrivere bene, se lo fai allora sopravvivi.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Se fai della scrittura un lavoro che ti dia da vivere sempre dovrai accettare dei compromessi su alcuni argomenti, dovrai ascoltare i tuoi editor quando ti suggeriranno dei cambiamenti da fare nei tuoi libri, perché il loro lavoro è vendere i tuoi libri. Ma tuttavia penso che tu possa mantenere la tua indipendenza. Hai solo da lavorare più duramente per poterlo fare.

Quali lettori preferisci?

Quelli che comparano i miei libri.

Usi metafore o significati nascosti nei tuoi libri?

Non penso che i messaggi che voglio trasmettere siano proprio nascosti e non sono un particolare fan delle metafore per comunicare le mie opinioni al lettore. Preferisco lasciare che parlino i personaggi e che i lettori traggano le loro conclusioni da quello che loro dicono.

Cosa stai leggendo al momento?

A guilty thing surprised” di Ruth Rendell. E’ uno dei suoi primi libri, del 1970 penso.

Ti piace giocare con le parole o per te scrivere è sempre una cosa seria?

Mi piace scrivere molto velocemente un primo abbozzo molto semplice, poi trascorro un lungo periodo a revisionarlo e sì durante quel tempo mi piace giocare con le parole rendendo il testo per il lettore il più scorrevole e divertente possibile. Non dovrebbe essere mai un lavoro totalmente serio.

Quale è la tua opinione sulla presente situazione degli scrittori in UK? Sei pessimista?

E’ dura guadagnarsi da vivere facendo lo scrittore, specialmente se lo fai a tempo pieno come capita a me. Comunque non sono portato ad essere pessimista. La mia convinzione è che se continui ad avere idee, e puoi metterle giù sulla carta, allora un giorno il tuo momento verrà. E’ stancante perché io sono obbligato per contratto a scrivere un libro all’anno, ma non più stancante di molti altri lavori e considerevolmente meno che di alcuni altri.

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Sostanzialmente entrambe le cose anche se come ho detto prima ritengo che il lavoro successivo sia sempre migliore del precedente.

Ti piace la letteratura russa?

Non ho più letto niente dai tempi del college, ma a quei tempi ero un grande ammiratore della bellezza dello stile letterario in particolare di Chekov. Oggi raramente riesco a leggere crime books. Sono troppo occupato. Guarda cosa fa la competizione!

Ti piacciono i libri di Michael Connelly?

Si, lo ritengo un grande scrittore. Il suo ultimo “The narrows” è uno dei miei preferiti del 2004.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Sì, ho un agente letterario ed è sia un’ amica che una collega.