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:: Intervista ad Anna Mauro a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2009
Anna Mauro
Che emozione si prova a mettere in scena un testo teatrale?
Indescrivibile se solo pensate che per me costituisce la possibilità di trasformare inchiostro stagnante in sangue che circola in esseri umani, animandoli.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

De Filippo, Ibsen, Skakespeare.

Che studi hai fatto?

ISEF, Laboratori Teatrali con il maestro Pippo Spicuzza e vari stages di recitazione e regia con il maestro Enzo Sulini. Ho studiato pianoforte e danza classica.

Ti piace il teatro di Ibsen?

Ho già risposto.

Quale strumento di scrittura preferisci, bic, computer?

La bic, senza possibilità di replica. La porto con me ovunque, senza problemi. Guai a non averla in borsa o in tasca.

Parlami della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia serena, quasi all’insegna della noia. Probabilmente giusto la noia è stata la molla scatenante per la mia fantasia. Avrei voluto vivere più vite e, alla fine, ci sono riuscita.

Scrivere per te è più una passione o un lavoro?

Una mania, sono una scriborroica. Scrivo ovunque, pure sui dolci.

Raccontami un aneddoto bizzarro che ti è accaduto?

Lo inserisco alla fine. E’ tratto dal mio “Femminopatia”, che è una sorta di diario personale. Solo a me, figlia di un dio burlone, poteva capitare una cosa simile. Decidete voi se è il caso.

Hai molti amici nel mondo del teatro, li frequenti?

Sì, compatibilmente col tempo disponibile.
Preferisco comunque andare a vedere i loro spettacoli: è la prova di amicizia più grande che si possa dare.

Sei superstiziosa?

Noooooooo! Scherzo…

Come sono stati i tuoi esordi?

Stupendi. Al Teatro Biondo di Palermo con Pippo Spicuzza.

Scrivi anche romanzi di narrativa, saggi racconti?

Sì, anche un almanacco demenziale, che pubblico giornalmente sul mio sito.

Quale è il libro più bello che hai letto?

Quello che avrei voluto scrivere io: “Il gattopardo”.

Ascolti musica mentre scrivi?

Sì, e non solo. Guardo la TV, parlo con le amiche, aspetto il turno alla posta ed in banca. E’ un istinto ed una spinta che non riesco a controllare..

In questo periodo di crisi hanno fatto molti tagli per la cultura che suggerimenti daresti?

Uno soltanto: quello di dimettersi.

Preferisci scrivere o dirigere i tuoi spettacoli?

Scrivere, per me, è quasi un automatismo. Dirigere è sfida, è confronto, è coraggio di materializzare la fantasia: è il coraggio dell’incoscienza.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere il tuo mestiere?

Per me non è un mestiere, è veramente una passione e per una passione non ci sono consigli che tengano.

Cosa ne pensi delle scuole di teatro quali sono le migliori?

Le tavole dei palcoscenici.

L’improvvisazione è nelle tue corde?

Decisamente sì.

Scrivi anche testi per la tv?

Sì.

Quale è il tuo poeta preferito?

Giovanni Meli

Definiscimi il talento?

La capacità di percorrere la distanza che c’è fra il dire ed il fare.

Ti piace il teatro greco antico?

Sì, ma non mi fa impazzire.

Ti occupi di teatro per ragazzi ti da soddisfazioni?

Le più grandi, le più emozionanti. Sono i ragazzi che ti fanno rimanere giovane e che ti spingono ad un continuo confronto generazionale.

Quale è il miglior consiglio che daresti ad un attore?

Di lasciarsi investire dagli eventi della vita, positivi o negativi che siano. Sono questi quelli che rappresentano il suo vero patrimonio personale.

Parlami della tua terra.

In due parole: Maledetta e Meravigliosa.

Cosa stai leggendo attualmente?

Sto rileggendo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli

Ti piacerebbe insegnare teatro, già lo fai?

Sì.

Parlami dei tuoi progetti.

Stagione 2009 – 2010
“Il barbone di Partanna” – dramma – al teatro Crystal di Palermo ad Ottobre
La pubblicazione del mio ultimo libro “Stracchiolitudine” entro Natale – casa editrice La Zisa
“Ogni fegatino di mosca è sostanza” – opera cabarettistica a Gennaio
“Radici di sole” – teatro per ragazzi a Febbraio
“U ciuraru ru campusantu” – dramma – a Marzo
“Meteore” – commedia – ad Aprile

Aneddoto
Sogni di gloria
Sono le ore 8,39 del 20 Luglio 2007 e sguazzo felice nello splendido mare gallico (non perché appartenga alla Gallia, ma perché le acque di Capo Gallo a Palermo hanno un aspetto caraibico). Sono acque purificatrici e sulla mia psiche agiscono come uno scrub. Hanno la capacità di raschiare e portar via i pensieri, le negatività e di farmi sentire parte integrante dell’universo. Improvvisamente ho la sensazione che stia per accadermi qualcosa di buono. Sch izzo fuori dall’acqua e mi fiondo sugli scogli per rivestirmi. Sono colata dalla testa fino ai piedi, ma non me ne curo. Raccatto la borsa e mi avvio elettrizzata alla fermata della navetta che mi condurrà al parcheggio che ho pagato per tutta la giornata e che sono riuscita a sfruttare soltanto per mezz’ora. L’aria che si respira in questo tipo di mezzi di trasporto è straordinaria: ha un sapore vacanziero, tutti i passeggeri, quando sali, ti sorridono e ti salutano. Sembriamo amici da sempre e non ci siamo mai incrociati di striscio. Tutto è preludio musicale. Di corsa prendo la Ka e via…verso casa. Come sospinta da un’energia misteriosa, ficco le dita nella cassetta della posta: niente di niente, che in spagnolo si dice nada de nada e in francese rien de rien. Salgo, accendo il computer e mi catafotto sulla casella di posta elettronica. Eccola! La mail è lì. Ed è del dottor Vincenzo Selleri. E’ arrivata, la risposta è arrivata! Apro duemila link o come diamine si chiamano perché le dita mi tremano e mi fanno sbagliare rigo. Finalmente! Ecco qui…che c’è scritto?
Per un pene da 7 a 12 centimetri clicca qui?
Allora non è l’editore! Già, guardo ancora più attentamente e mi accorgo che manca una vocale nel cognome.
Rileggo la comunicazione e su quella parola…Pene…s’infrangono ancora una volta, ahimè!… i miei sogni di grande scrittrice.

Anna Mauro

Buona giornata a tutti

:: Un’intervista con Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2009

38517.8Questa intervista risale al settembre del 2009. Riuscii a intervistare Connelly tramite la sua addetta stampa, Shannon Byrne. Poche domande a cui rispose via mail. Forse Connelly è uno dei pochi autori americani che conobbi di persona, a una presentazione a Milano. Feci anche qualche foto, ma così sfocata e da lontano, c’era parecchia calca, che poi credo di avere cancellato. Comunque ho un bel ricordo di quell’incontro. Era molto professionale e alla mano e ricordo che parlò di come la paternità, l’essere genitore aveva cambiato il suo essere uno scrittore di thriller. Che molti temi oggi come oggi non li affronterebbe più. Buona lettura. 

Hai iniziato la tua carriera di scrittore come giornalista. Quali sono le qualità di un buon giornalista?

Buoni occhi e orecchie. Con questo intendo dire che tu devi essere un buon osservatore per raccontare i dettagli che danno vita ad una storia e un buon ascoltatore per captare i discorsi e dare ad una storia umanità.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto sempre cercando qualcosa da leggere. In questo momento sto leggendo la storia di uno scrittore. Si intitola 86’d: a Novel di Dan Fante. Sono veramente preso da questo libro.

Raccontaci qualcosa su Harry Bosch. Che ne dici Clint Eastwood sarebbe adatto per il ruolo?

Dal momento che Clint Eastwood è sulla settantina attualmente non sarebbe un buon Harry. Non sarebbe realistico. Ma Eastwood come Dirty Harry mi ha molto influenzato nel modellare Harry Bosch come un detective risoluto e implacabile che è anche un outsider con un lavoro da insider.

E il reporter Jack McEvoy ti somiglia?

Di tutti i miei personaggi è il più autobiografico. Credo che condividiamo la stessa visione del mondo.

Ti piace Cornell Woolrich? Ti ha influenzato?

Mi piace il suo lavoro e in una certa misura mi ha influenzato. Io stavo già scrivendo fiction quando ho letto il suo lavoro. Così lui non mi ha ispirato a diventare scrittore ma mi ha aiutato a diventare il tipo di scrittore che volevo essere.

La violenza, la corruzione politica, sono temi analizzati nei tuoi libri. Sei pessimista sul futuro?

Non sono troppo pessimista. Vorrei dire che sono consapevole come chiunque presti attenzione al mondo così com’è. Ho una figlia piccola e mi preoccupa il mondo in cui vivrà quando me ne sarò andato. Sarà un mondo spaventoso? Un mondo di privazioni? Ci sarà abbastanza cibo e acqua? L’aria sarà pulita? A volte è dura non essere pessimisti.

Cosa consideri più difficile nell’arte dello scrivere?

Mantenere attenzione e slancio.

Pensi che uno scrittore con i suoi libri possa cambiare la gente e così il mondo?

Penso che i libri possano ispirare la gente a pensare di cambiare. Di solito però è qualche cosa all’interno delle persone che li ispira a cambiare.

Raccontami qualcosa della tua Los Angeles.

E’ una fonte di ispirazione continua.

A cosa stai lavorando al momento?

Sto cercando di portare avanti un romanzo con Harry Bosch e Mickey Haller. Ora è meglio che ti lasci e torni a scrivere.

Grazie Michael e buon lavoro.

:: Intervista con Tahar Lamri a cura di Giulietta Iannone

28 settembre 2009

È nato ad Algeri alla fine degli anni Cinquanta. Che ricordi ha della sua infanzia? Sapori, colori, musiche.

I ricordi della mia infanzia sono tanti perché sono come i ricordi di qualsiasi infanzia ma sono anche remoti, a volte mitizzati, perché di mezzo ci sono tanti spostamenti e tanti cambiamenti di paesi, quindi di immigrazione. L’immigrazione fa sì che l’infanzia diventi una terra a volte accessibile e viva altre volte inaccessibile e remota. Un sapore: il dolce, un colore: la terra rossa, una musica: la radio che ascoltava mia madre tutto il giorno.

L’Italia è la sua seconda patria? Pensa sia una terra ospitale, accogliente con lo straniero?

L’Italia è una terra ridente e varia e quindi necessariamente accogliente. Ma, a mio avviso, non esiste una sola Italia ma tante Italie, ognuna si comporta in modo differente con lo straniero. La realtà è ovviamente molto più complessa di quanto potrei dire qui. Personalmente non ho conosciuto forme di razzismo o di rigetto, ma al momento attuale vedo che l’Italia quando cede alla paura, rinnega la sua secolare tradizione di accoglienza (basta pensare agli ebrei in fuga dalla Spagna che hanno trovato rifugio nelle città italiane).

Il tema dello straniero è fortemente legato al tema dell’assenza, della solitudine. Si può essere liberi quando ti privano della tua identità culturale, morale, psicologica?

Lo straniero, dicevano i greci, è atopos, senza luogo e la sociologia moderna ci informa che lo straniero è doppiamente assente. È assente nella terra d’origine ed è assente nella terra di approdo. Sospeso, conosce l’esperienza della morte in vita: muore ad affetti, paesaggi, sentimenti e rinasce altrove ad altri affetti, altri sentimenti e altri paesaggi. Da questa morte-rinascia, trae la capacità di negoziare la propria identità e quindi fondamentalmente libero. Più che di una mancanza di liberà o di una privazione dell’identità, lo straniero può soffrire di un mancato riconoscimento o peggio di vedersi “inventato” sui mezzi di comunicazione di massa.

Ormai il mondo è sempre più piccolo e i rapporti interetnici sono sempre più frequenti. Non pensa che questa contaminazione di culture sia una ricchezza ancora poco valutata?

L’eurocentrismo è un grande ostacolo allo sviluppo di rapporti interetnici autentici e paritari, base importante per fruire della ricchezza che può derivare dalla contaminazione fra culture.

Il Mediterraneo è stato da sempre una culla di civiltà. Pensa che viva ancora questo ruolo?

Il Mediterraneo, purtroppo, ha perso il suo ruolo di “regione” di scambio culturale fra civiltà. Chi soggiorna in Sicilia può vedere nella quotidianità, nei cibi e nella qualità dei rapporti, i frutti della civiltà mediterranea. La Sicilia, più di altre terre, ha saputo mettere in relazioni le varie civiltà che sono passate su quella terra. Purtroppo gli occhi da molto tempo sono rivolti al nord Europa e agli Stati Uniti e il Mediterraneo, ormai una fossa comune, viene percepito come fonte di pericolo.

Le piace la letteratura spagnola contemporanea?

Trovo che la letteratura spagnola contemporanea sia una delle più dinamiche d’Europa.

Partecipa a numerosi incontri, conferenze e attività culturali riguardanti la letteratura straniera e la letteratura d’immigrazione. C’è qualche autore esordiente che l’ha particolarmente colpita?

Non so cosa s’intende con esordiente. Se si tratta di esordienti nella letteratura migrante non riesco a pensare a nessuno degli scrittori che conosco come tale.

Nel suo scritto “Mettere in scena l’alterità” ha analizzato le problematiche legate ai conflitti e all’interazione di varie culture nella costruzione di quell’entità chiamata “Democrazia europea”. È ottimista, non ostante le delusioni e gli ostacoli, pensa che gli uomini siano pronti a dare meno importanza alle diversità per costruire un futuro pacifico?

Un mondo plurale è ormai evidente che è inevitabile. Un’Europa sempre più diversificata è una realtà. Le scuole italiane (per citare solo un’esempio) sono gremite di bambini di origine diversificata. Non abbiamo altra scelta se non quella di cooperare per la costruzione di una società plurale e democratica. Le delusioni e gli ostacoli sono necessari per questa costruzione.

Nella “Casa dei Tuareg” quali sono stati i principali temi da lei toccati?

I Tuareg (detti anche uomini blu) sono nomadi del deserto del Sahara che lottano per la sopravvivenza e per tenere aperti i confini. I temi principali di questo racconto sono il viaggio, il matriarcato, il nomadismo..

Letteratura e musica. In che modo si influenzano a vicenda?

Trovo che la musica sia superiore alla letteratura perché si può vivere benissimo senza quest’ultima ma difficilmente si può vivere senza cantare. Molti popoli che non hanno sviluppato forme letterarie compiute, hanno invece sviluppato sempre un canto e una musica molto raffinati. Ma la musica purtroppo è diventata soltanto un sottofondo e non più parte integrante della vita. Qualche scrittore ha provato a scrivere di musica o con la musica (Seth, Kundera, Bachman), il cinema cerca di alleare letteratura e musica, ma, a mio avviso, pochi sono riusciti a creare un’armonia che possa essere definita musicale in letteratura. Nel passato i libretti dell’opera lirica volevano essere poesia musicata, ma hanno giovato soltanto alla musica e non certamente alla poesia.

Scrive anche testi teatrali per bambini e adulti; ce ne vuole parlare?

Ho scritto una piece teatrale per bambini Wolf o le elecubrazioni di un kazoo che ormai è fuori produzione. Ho invece due “narrazioni”, Il pellegrinaggio della voce e Tuareg. Il primo gira molto e l’ho rappresentato in molte città italiane, negli Stati Uniti e in Inghilterra. E’ un testo modulabile che mescola l’italiano con vari dialetti del nord Italia e l’arabo. Ho scritto parte di uno spettacolo teatrale And The City Spoke, per la regia di un regista tedesco Ernst Fischer.

Ha pubblicato la raccolta di racconti i “Sessanta nomi dell’amore”. Per un arabo ci sono 60 modi di dire ti amo. Cos’è per lei l’amore?

Cos’è l’amore per tutti noi? Gli arabi infatti lo indicano con sessanta parole, sinonimi fra loro, perché è misterioso, temibile, splendido, contraddittorio, la somma dei sentimenti umani. Platone ha cercato di spiegarlo con il mito nel suo simposio. La ricerca continua…

Scrive abitualmente un diario? Scriverà mai un’autobiografia?

Non scrivo diari e non penso di scrivere un giorno un’autobiografia

Scrive prevalentemente in italiano, francese o arabo?

Scrivo prevalentemente in italiano.

Il rispetto dell’altro, la fraternità, sono ancora concetti carismatici capaci di attrarre le nuove generazioni?

Per fortuna le nuove generazioni, lo dico perché sono spesso nelle scuole, perché al Festivaletteratura di Mantova ero con un gruppo di ragazzi “Blu rendezvuù” che hanno curato quattro incontri con scrittori, perché un gruppo di ragazzi del liceo scientifico Calini di Brescia hanno scritto un libro ispirato al mio libro, dicevo le nuove generazioni, fra l’altro in Italia un po’ disprezzate dalle generazioni precedenti, hanno un senso molto sviluppato dell’altro e della fraternità. Quando parlo con i giovani spesso il ritorno è immediato proprio su questi concetti, cosa che non avviene sempre con i cosiddetti adulti.

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Yasmina Khadra sono autori del mondo arabo conosciuti anche in Italia. Li ha mai letti? Apprezza il loro lavoro di mediatori culturali tra mondo arabo e occidente?

Conosco bene Nagib Mahfuz, ma apprezzo meno Tahar Benjelloun e Yasmina Khadra. Ci sono altri scrittori arabi che si stanno facendo conoscere in Italia. Per quanto riguarda i mediatori ci vorrebbe più spazio per parlarne, anche perché prima di parlare di mediazione bisogna definire bene il significato o i significati di tale parola, un po’ abusata nei nostri tempi.

Ha mai letto Le mille e una notte?

Leggo e rileggo in continuazione Le mille e una notte. L’ho letto la prima volta, in arabo, all’età di 12 anni. Shehrazade, la protagonista del libro, ci insegna una cosa fondamentale: che la letteratura, il narrarsi ci salva la vita. 

Conosce Khayyam? Le piace la poesia araba antica?

Omar Khayyam non era un poeta arabo ma persiano come Rumi, Hafez, Sadi. Grandi poeti. Cito molto Khayyam nel mio libro I sessanta nomi dell’amore. Sono, d’altro canto, follemente innamorato della poesia araba antica.

:: Intervista con Dominique Manotti a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2009

Dominique ManottiTu sei molto coraggiosa nel denunciare i mali della Francia contemporanea. Cos’è il coraggio, un dono naturale come il talento?

Non è esagerato parlare di coraggio? Che cosa rischio? Di non essere invitata a cena dal Presidente della Repubblica? La parola coraggio la utilizzerei nei paesi dove davvero gli oppositori stanno rischiando le loro vite.

La tua Parigi è oscura, molto oscura, piena dello spleen di Baudelaire. Ami Parigi?

Sì, amo Parigi. E’ la mia città. Ci sono nata, ci ho sempre vissuto e non riesco di immaginare di vivere altrove. Parigi è una città luminosa e intelligente nella sua struttura, per i suoi edifici. Molto controversa e appassionante nella sua storia. Ciò che a volte è “nero” nella mia città sono gli uomini che la abitano.

Potresti raccontarci qualcosa sulla tua trilogia noir edita in Italia da Troppa che ha per protagonista un affascinante ispettore gay?

Questa trilogia inizia con una storia che si svolge nel Sentier nel 1980, uno dei quartieri più vivaci di Parigi, il quartier generale del settore abbigliamento. Ho creato il personaggio del commissario Daquin, un commissario omosessuale, come una sorta di incarnazione del suo distretto, anche con la sua violenza ma anche con il suo calore. Gli atelliers erano allora esclusivamente maschili, oggigiorno non è più così. E ho voluto cercare di delineare questo clima di uomini tra di loro di amicizia virile così affascinante per una donna. Daquin è un po’ tutto questo. Come personaggio mi è piaciuto molto e l’ho conservato in due altri romanzi. Poi ho smesso perché avevo l’impressione che si dissolvesse. Un giorno può darsi che ci ritorni.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze più forti d’infanzia e di adolescenza sono certamente i grandi romanzieri francesi del 19°secolo e la pittura italiana del Rinascimento.

“Le mani su Parigi” è ambientato nella Francia di Mitterand, presidente dal 1981 al 1995. Fu un periodo creativo?

Ciò che mi sembra caratterizzi questo periodo è la distruzione della sinistra in Francia, come movimento politico e come movimento sociale. Da allora la società francese è profondamente destrutturata.

Le piace Jean Paul Sartre?

Da che punto di vista? Non era per niente un bell’uomo…

Lei è una scrittrice politicamente impegnata, molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere noir?

Perché mi sembra che la letteratura noir è attualmente l’unica forma letteraria che riesca a riflettere la profonda crisi in cui versa la nostra società come la vedo io. La storia in cui viviamo è una storia nera. E da questo punto di vista certamente c’è una grande differenza dagli Europei del 17° 18, e !9° secolo. Hanno vissuto in modo diverso, la loro storia è differente e quindi hanno scritto in modo diverso. Dunque oggi si scrive in modo diverso. Non è la forma letteraria che è stata superata, al contrario di quello che pensano i teorici del Nuovo Romanzo, è il modo di vedere le cose che non è più lo stesso.

Cos’è per lei la creatività e il talento?

Non sono sicura di saperlo. E’ un problema che non mi sono mai posta. La mia principale ambizione è quella di essere una sorta di scrittrice pubblica della mia epoca. Quando scrivo, non cerco di scrivere bene, ma cerco di trovare la forma della frase, le parole giuste, “pesanti” per meglio esprimere l’idea, il sentimento , la sensazione che cerco di trasmettere.

Le piace George Orwell? Condivide la sua profonda coscienza dell’ingiustizia sociale e la sua rivoluzionaria opposizione ai totalitarismi?

Decisamente sì.   

Cos’è per lei la libertà? Un’ utopia?

No, è una lotta quotidiana. Ciò che ti fa continuare anche quando gli altri ci hanno rinunciato.

Conosce “Look back in anger” di John Osborne?

Non l’ho mai letto. 
Ci racconta qualcosa del suo 1968. I suoi ideali sono stati traditi?

Per me, nella mia vita, il 68 è durato vent’anni copre tutti i  60 e i 70. Durante quegli anni una percentuale significativa della popolazione ha creduto possibile cambiare la società e creare un mondo più giusto, migliore. E ha continuato a combattere per quell’ obbiettivo. A partire dagli anni 80 non è stato più possibile da credere. E’ necessario un duro lavoro di analisi e di costruzione perchè un nuovo progetto di cambiamento della società possa di nuovo essere credibile.

Lei ha insegnato per oltre vent’anni nelle banlieus. Ci racconti qualcosa della sua esperienza.

Ho insegnato all’Università che è molto più facile che insegnare nelle scuole. Ho amato molto i miei studenti. Molti dei personaggi dei miei libri sono ispirati da loro. Per due anni ho tenuto corsi di storia in una grande scuola di ingegneria francese con ragazzi molto più privilegiati. Non ho sopportato la loro assenza di senso critico, il loro conformismo profondo, e ho molto rapidamente posto fine a questa esperienza.  

Lei descrive nei suoi romanzi il lato oscuro della società. E’ pessimista?

Sì, irrimediabilmente.

E’ una persona religiosa? Perché quasi tutte le guerre sono guerre di religione?

No, non ho alcun sentimento religioso né ne ho mai avuto. Io appartengo ad una tradizione francese decristianizzata. Io sono sempre sorpresa dal piede della chiesa cattolica  quando vado in Italia e in Spagna. Io tendo a credere che le religioni monoteiste sono intrinsecamente totalitarie e violente e cominciano a parlare di pace e di tolleranza quando sono in una posizione di debolezza.

La Francia è un paese multietnico, pieno di colori, musica, poesia. E’ un paese solare ?

Un paese solare? Non so. Penso soprattutto che la Francia sia una società , una cultura estremamente contrastata. E’ un paese che ha portato avanti immense lotte per la libertà, l’apertura e la ragione e che continua a sostenerle, è un paese in cui una certa destra ultrareazionaria, collaborazionista, delatrice è regolarmente maggioritaria. Come capire un tale paese?

Cosa sta scrivendo al momento?

Una cronaca della vita quotidiana dei poliziotti di un commissariato delle banlieue.

Ho chiesto a Tahar Lamri, cos’è l’amore. Per lei cos’è?

Non esiste l’amore solo prove d’amore.

Le piace Yasmina Khadra?

Si soprattutto i suoi primi romanzi. 

:: Intervista a Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 settembre 2009

indexQiu Xiaolong, grazie per aver acccettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te.

Voglio ringraziare i miei lettori italiani. Ho spesso ricevuto da loro mail e il loro caloroso incoraggiamento e la loro risposta fa davvero la differenza per uno scrittore.

Sei stato costretto a rimanere in America dopo i fatti di Piazza Tiananmen del 1989. Cos’è la libertà per te? È un’ utopia?

Ciò che mi permette di scrivere tutto quello che voglio scrivere, questa è la libertà.

La Cina è un paese meraviglioso pieno di contraddizioni ma con solide tradizioni. Sei ottimista riguardo al suo futuro?

Sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo, in parte perché le tradizioni stanno irrimediabilmente scomparendo.

Tu hai conseguito un dottorato in inglese nel 1996 ed ora insegni letteratura all’Università di Saint Louis. L’insegnamento è solo un lavoro o una missione?

Ho insegnato alla Washington University di Saint Louis. Ora scrivo a tempo pieno. Per me la scrittura è una missione come l’insegnamento.

L’inglese è una lingua poetica o il cinese è più evocativo?

La lingua cinese classica ha alcuni vantaggi nel presentare le immagini in poesia, ma è difficile mettere a confronto due lingue.

Ti piace la poesia Tang? Chi è il tuo poeta preferito?

Sì, mi piace la poesia Tang. Li Shangyin è uno dei miei poeti preferiti.

Sei uno scrittore di crime e hai pubblicato sei romanzi thriller ambientati a Shanghai. Perché hai scelto questo genere?

Non ho deciso di scrivere thriller, almeno non in un primo tempo, ma ho trovato che il genere serve ai miei propositi di esplorare bene i problemi della società, con un poliziotto che investiga non solo sul crimine stesso ma sulle circostanze sociali, storiche politiche in cui la tragedia avviene. Detto questo voglio aggiungere che scrivo anche libri d’altro genere. Ad esempio sta per uscire una traduzione italiana di altre mie storie.

Raccontaci qualcosa dell’ispettore capo Chen Cao. Ti somiglia in qualche modo?

Per quanto riguarda la passione per il cibo e la poesia mi somiglia.

Ti piace il poeta americano T S Eliot? Il passato è una “terra desolata”?

Mi piace TS Eliot. Ma il passato non è qualcosa che può essere liquidato come una “terra desolata”.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Mi piacciono i suoi primi lavori.

Ti piace Simenon?

Sì, mi piace molto.

Cosa ne pensi dei romanzi crime americani contemporanei?

Sono così diversi e mi piace questa differenza.

Ti piace Mo Yan?

Non ho letto abbastanza per dire se mi piace o no.

Ho studiato le “Triadi” tradizionali per la mia tesi di laurea. Come la criminalità organizzata sta cambiando? È ora un fenomeno puramente finanziario?

È una notizia proprio di questi giorni che il leader del partito di Chongquing sta lanciando una guerra contro le “Triadi” proprio in questo preciso momento, tanto per far capire quanto il fenomeno è grave. Poi sicuramente sono coinvolti grandi quantità di denaro e profitti.

Ti piace l’Italia? Verrai presto a trovarci?

Mi piace l’Italia. Spero di venirci il prossimo anno.

Ci sono progetti di film per i tuoi libri?

Sì, ne stiamo discutendo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Tra gli altri sto rileggendo il Sogno della camera rossa.

Ti piacciono le detective stories degli anni Trenta?

Sì, mi piacciono.

A cosa stai lavorando?

Ho appena finito il settimo libro della serie dell’ispettore Chen e sto lavorando ad un libro diverso, non un mystery.

:: Intervista a Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2009

Traduttore, giornalista, editore, scrittore di romanzi gialli, in realtà cosa ami più fare?

Tutto mi piace, ma mi piacerebbe avere più tempo per scrivere romanzi gialli e non gialli, saggi e d’indagine (dei non-fiction, ne ho scritto una decina).

Scrivi sul quotidiano Liberation e per la rivista Le monde diplomatique, dopo anni di impegno pensi ancora che il lavoro del giornalista abbia un utilità sociale ed aiuti la gente a capire la realtà?

Ho scritto una volta una cosa per Libération, scrivo e scriverò più facilmente per le Monde Diplomatique. Innanzitutto scrivere, mi aiuta  a capire principalmente a me, poi se il mio articolo aiuta anche qualche altra persona a capire, tanto meglio.

Nel ’68 eri molto giovane che ricordi hai di quel periodo, pensi che gli ideali e l’amore per la libertà si siano mantenuti o la nostra società si irrimediabilmente “imborghesiata”?

Ci sono un sacco di figli della borghesia che sono tornati nella la loro classe ma anche alcuni che hanno continuato a pensare contro. Sono figlio di operai e sono contento di avere incontrato questi ultimi. La società è diventata più dura, i poteri sono diventati più duri e più seducenti nello stesso tempo: un pallottola per i Carlo Giuliani, e i paparazzi sul Lido per i Noemi. Questo mondo è il nostro, ma fa vomitare lo stesso.

Sei molto attivo come traduttore, quale autore ti piace di più tradurre e dimmi se esiste un segreto per fare buone traduzioni?

Tutti quelli che sono nella mia Collana dalle Editions Métailié mi piacciono, sono come i miei bimbi: le amo tutti nella stessa misura, anche se vedo che alcuni hanno più difetti degli altri.

Hai redatto un libro sull’antiterrorismo in Francia. Pensi che a volte i metodi usati per combattere questo male siano peggiori del male stesso?

Spesso terrorismo e antiterrorismo sono una sola e stessa cosa, controllata dallo Stato, dagli Stati anche se, almeno all’inizio, i “combattenti armati” sono sinceri nella loro opposizione allo Stato.

Ti occupi anche di editoria, hai dei nuovi autori da segnalare che hanno attratto la tua attenzione?

Ho appena finito di leggere Anime Nere, di Gioachino Criaco, e ne sono stato molto colpito, lo voglio tradurre e pubblicare.

Hai lavorato come giornalista anche in Italia, che differenze ci sono tra il tuo paese e il nostro?

Non sono giornalista, scrivo ogni tanto nei giornali, ci sono poche poche differenze tra Francia e Italia da questo punto di vista, e non voglio dire che cosa penso dei giornali in generale, perchè spero di di potere ancora scrivere per denunciare qualche misfatto dei potenti o segnalare un bel libro.

Il classico “polar” francese ha fatto scuola, pensi ci sia una rinascita del genere o la tendenza predominante porta ad una esaltazione della violenza fine a se stessa?

C’è qualcosa di peggio dell’esaltazione della violenza fine a se stessa: è l’esaltazione della violenza per fare vendere della Coca Cola. Il classico “polar” francese mi annoia.

Ti è piaciuto “Fiumi di porpora” di Jean-Christophe Grangé?

Non mi è piaciuto, anche se non l’ho letto! Ho visto il film, per me era veramente ridicolo.

Ho conosciuto i tuoi libri perché pubblicati nei Gialli Mondatori, distribuiti principalmente nelle edicole sono in progetto delle riedizioni complete delle tue opere in lingua italiana?

Marsilio ne ha già pubblicato un bel po’ e dovrebbe continuare.

Cosa pensi del fenomeno letterario della Trilogia di Millenium di Stieg Larsson, è una trovata di marketing o c’è del vero talento?

Sicuramente, c’è del vero talento. Non so perchè ha avuto tutto questo successo, ci sono centinaia di altri libri molto più belli. Forse è perchè il libro è costruito come una serie televisiva, e funziona molto bene cosi: in fatto quando lo leggevo, mi sembravo di leggere la televisione!

Ho letto “L’assassina di Belville” molte volte e tutte le volte ho trovato delle sfumature inaspettate, per te il genere giallo crea solo opere di intrattenimento o vuoi trasmettere messaggi più profondi?

Non voglio trasmettere messagi, voglio raccontare delle storie e storie veramente belle che, per non anoiarmi (non dimenticare che sono il mio primo lettore) devono avere di spessore. Poi le scrivo con quello che sono, e non ci posso fare niente, raccontando il mondo così come è, mi incazzo. Allora, cerco di incazzarmi con eleganza e ironia.

Hai trattato anche opere di spionaggio, pensi di tornare sul genere in futuro?

Io non faccio veramente delle categorie, giallo, noir, spionaggio. Il mio prossimo libro è ambientato tra Italia e Francia e parla di complotti mondiali, tanto per cambiare!

Che rapporto hai con la tv da noi si dice che l’unico pregio è che ha insegnato l’italiano agli italiani. Pensi che sia massificante o trasmette ancora cultura?

Ma ché italiano? Io preferisco di gran lungo l’italo-siciliano del Maestro Camilleri, il kaleidoscopo di lingue di Lucarelli nell’Ottava Vibrazione, il wumingese, il carlottese, che questa lingua tanto noiosa quanto il francese della tivù francese.

L’humor nero, l’ironia, il paradosso sono tue armi vincenti per tenere desta l’attenzione del lettore e combattere la noia, le usi solo nei tuoi libri o anche nella vita di tutti i giorni?

Spero di usarli anche nella vita di tutti i giorni, anche nelle interviste.

La critica letteraria francese è ancora piuttosto snob o sta iniziando ad apprezzare il noir?

Da sempre, c’è tutto una parte della critica che ha apprezzato il Noir, anche i più grandi scrittori, da Gide a Sartres e tanti altri. Poi, ci sono sempre, in Francia come in Italia, dei dinosauri.

Hai letto “Il codice da Vinci” di Dan Brown? Se sì pensi che questo genere di libri abbia un futuro o li trovi fumosi e noiosi?

Uffà, ma non finisce mai quest’intervista? Ma chi se ne frega di Dan Brown?

C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di scrittore e giornalista che ti torna spesso alla mente e di cui vorresti parlarci?

Un giorno, in un treno per Praga, un tizio ha parlato male del mio ultimo romanzo a una ragazza molto carina e ho pensato, quando è andato al bagno, di buttarlo discretamente sul binario per fare poi la corte alla ragazza ma non ho fatto niente. Purtroppo. Perchè dopo è diventato molto più famoso di me e ha guadagnato molto più soldi. Ci ripenso spesso.

Cosa pensi del noir nipponico, autori come Kitakata con le sue storie di yakuza venate di poesia ti piacciono?

Non so assolutamente niente del noir nipponico.

Hai un sogno nel cassetto un progetto che per scaramanzia non hai mai detto a nessuno?

E se non l’ho detto fin’ora, perchè lo dovrei dire a te?

Tieni corsi di giornalismo all’università? Te l’hanno proposto, ti piacerebbe che lo facessero?

No, no, no.

Ora è proprio l’ultima domanda. Stai lavorando ad un nuovo romanzo, se si puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Saturne (Sarturno). Saturno ha mangiato i suoi figli e poi il tempo di saturno era, nella mitologia, quello in cui tutto era di tutti.  

:: Intervista a David Hewson a cura di Giulietta Iannone

14 settembre 2009

David HewsonBenvenuto David. Raccontaci qualcosa di te.

Abito in Inghilterra vicino Canterbury, però spesso vengo in Italia, di solito a Roma per ricerche. Per molti anni ho fatto il giornalista, con The Times, the Sunday Times. Pero adesso scrivo esclusivamente romanzi . I libri di Nic Costa sono tradotti in 20 lingue. Ora viaggio molto per tour pubblicitari.

Sei un autore inglese di crime novels. Sei in una posizione privilegiata per vedere il mondo?

No, non mi considero solo un autore inglese. Principalmente voglio essere un autore internazionale, senza frontiere. La narrativa non conosce una lingua unica. Deve essere universale

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto. Quando ero giovane ho provato a scrivere storie. Pero il giornalismo era più facile all’ inizio.

Quali autori ti hanno influenzato?

Tanti autori – Robert Graves, Ed McBain, Hemingway, Mario Puzo… tanti, tanti. Non leggo solo il mio genere. Per me il genere non significa molto. Io leggo – e spero anche scrivo – narrativa popolare, storie d’ amore, di vita e di morte.

Qualcuno ti ha incoraggiato a scrivere i primi tempi; se si chi?

Non molto. Scrivere è una professione solitaria. Non cerco l’incoraggiamento, non mostro un libro incompleto ad altri.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo romanzo?

Si. E’ sempre difficile. Pero dopo 15 libri è un po’ più facile.

Raccontaci qualcosa del giovane detective Nic Costa.

Con Costa ho voluto creare un personaggio diverso, non un altro stereotipo. Allora…. Costa non e di mezza età, melanconico, alcolizzato, divorziato, cinico… E giovane, un uomo con molto integrità, dedicato, fidato, ottimista, anche un po’ ingenuo. Un uomo ordinario intrappolato in un mondo difficile. Come noi tutti.

Quali ricerche hai svolto sul sistema di polizia italiano?

Il sistema di polizia italiano è molto complicato. Non è possibile ricrearlo in un lavoro di narrativa. Francamente tutti I libri gialli raccontano bugie sulla polizia. Perché ? Perché la realtà e tanto noiosa, e spesso difficile da credere. Allora proviamo a ricrearla con la fantasia ma cercando di assomigliare il più possibile alla realtà. Allora – sì, ho fatto ricerche sulla polizia italiana, pero non molte. E più importante fare ricerche sulla cultura, non sulla burocrazia.

Ti ispiri ad eventi reali quando scrivi le tue trame?

Raramente. Un solo libro, Il Rituale Sacro, è una storia ambientata alla fine della guerra in Iraq. Però e un’ eccezione.

Progetti per film tratti dai tuoi libri?

Sono in contatto con TV e produttori cinematografici da molto tempo. Dal mio primo libro, “Semana Santa”, ambientato in Spagna, è stato tratto un film – un film terribile a dire il vero. Poi se è possibile fare un buon film da un mio libro- dico sì, certo.

Cosa pensi degli scrittori italiani di mystery? Conosci Faletti, Camilleri, Macchiavelli?

Camilleri è molto popolare in Inghilterra – è uno scrittore meraviglioso. Non conosco gli altri – sono tradotti? E scandaloso che tanti scittori stranieri non siano mai tradotti in inglese.

Le tue storie sono ambientate a Roma. Ti piace lo stile di vita italiano?

Si. Roma e il perfetto canovaccio per questi libri. Sono le storie della giustizia e la ricerca per una vita con un significato. A Roma queste temi sono stati attuali per due mila anni. E’ anche per me un grande onore essere pubblicato in lingua italiana. Fanucci ha svolto un ottimo lavoro. Per un autore inglese, scrivere storie ambientate a Roma, per poi essere pubblicato anche in italiano è molto lusinghiero.

Come crei le tue storie e i tuoi personaggi?

E’ facile. Prendo un pezzo della storia o della cultura Romana e ci tesso della narrativa.

Hai qualche consiglio da dare agli aspiranti scrittori?

Leggere molto e largamente – non solo il tipo di libro che si vuole scrivere.

Cosa stai leggendo adesso?

“Raven Black”, di Ann Cleeves. Una scrittrice inglese che scrive misteri oscuri ambientati nelle isole Shetland. La raccomando.

Ti piace Graham Greene?

Si, molto. Purtroppo non è molto alla moda in Inghilterra oggi.

Se reiniziassi di nuovo la tua carriera, cosa cambieresti?

Niente. Non posso cambiare niente. Perchè stare in pensiero?

Pensi che internet abbia avuto un grande impatto nel mondo dell’editoria?

Oggi – un po’. E importante di comunicare attraverso un web site personale. Anche il mondo di libri a più internazionale grazie al web. Pero un domani con gli e-books ci sarà una rivoluzione. Non conosco il futuro. E’ incerto però eccitante.

Quale tecnica usi?

Non ho una sistema. Scrivo, leggo, correggo. E’ semplice.

Cosa stai scrivendo ora?

Ho redatto il nono libro della serie di Costa – il titolo inglese è “The Fallen Angel”. E una storia principalmente ambientata nel ghetto di Roma, ispirata alla tragedia di Beatrice Cenci.

Tu hai lavorato come reporter per il The Times, e come editor per The Independent. Cosa ti ha insegnato il giornalismo?

Il giornalismo e una buona preparazione per chi vuole fare lo scrittore di narrativa. Insegna l’abilita di scrivere, correggere, la ricerca. Pero il giornalismo è essenzialmente a caccia della verità. La narrativa è qualcosa diverso. C’è un proverbio. “Meglio una bella bugia che una brutta verità”. La narrativa è il commercio della bella bugia. Per la brutta verità, comprate un giornale.

:: Recensione di “Tokyo noir. Chi semina odio raccoglie vendetta!” di Kenzo Kitakata (Fanucci 2009) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2009

tokyo noir

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Questa breve recensione è in assoluto la prima recensione che ho scritto, quando ancora pensavo che non ne avrei scritte molte. Un po’ perchè preferisco intervistare gli scrittori che dare giudizi sui libri, e un po’ perchè è un mestiere niente affatto facile. Rileggendola è molto breve e naïf, ma forse non era così male, dà davvero un’idea del libro di cui parlo. Kitakata è una sorta di Chandler nipponico, non mi pare l’abbiano più pubblicato in Italia, dato la sua vasta produzione. Meriterebbe di essere tradotto dal giapponese. Un vero peccato. 

Piove su Tokyo mentre si consumano le vite dei personaggi di questo torbido noir del magistrale Kenzo Kitakata. Da un lato Kazuya Takino un ex killer della yakuza che si è rifatto una vita gestendo un piccolo supermarket di periferia specializzato in generi alimentari e prodotti per la casa in compagnia della moglie Yukie. La vita sembra scorrere monotona e noiosa ma non si sfugge al proprio passato e quando una ricca compagnia desidera mettere le mani sulla sua proprietà e incarica un suo uomo di sbarazzarsi di lui la tentazione di farsi giustizia da sè è troppo forte per resisterle. Dall’altro il destino e il detective Takagi, detto “il cane bianco” per la sua capigliatura candida, un pluridecorato eroe vecchio e stanco ma sempre in cerca di nuove medaglie con la sua eterna sigaretta tra le labbra e un’ ossessione. E’ una storia di agguati, di inseguimenti, di lotte tra bande rivali, di sparatorie, di cieca violenza senza riscatto. Una storia dove non ci sono eroi e la vendetta sembra essere la sola legge a regnare. Scrittura ruvida e cupa anche se a tratti venata di raffinata poesia. Ritmo serrato, finale strepitoso. Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone.

Kenzo Kitakata 北方 謙三 è uno dei più famosi autori giapponesi di hardboiled. E’ stato Presidente dell’associazione Japan Mistery Writers Association dal 1997 al 2001. Ha scritto più di cento libri. Tradotti in inglese, i suoi romanzi hanno riscosso un grande successo negli Stati Uniti. Kitakata ha vinto numerosi premi, tra cui il Japan Adventure Writing Association Award (1982), lo Yoshikawa Eiji Award for Fiction (1983), il Japan Mistery Writers Association Award (1983, per Tokyo noir), il Bungei Award (1985) e lo Shiba Ryotaro Award (2005).

Source: preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intrevista a Peter May a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2009

Petrer MaySalve Peter. Parlaci un po’ di te. Da quanto tempo ti occupi di scrittura?

 

Ho 57 anni, sono scozzese ma vivo in Francia. Ho iniziato la mia carriera come giornalista in Scozia ma sono ormai trent’anni che mi guadagno da vivere come romanziere e scrittore freelance per la televisione. 

 

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

 

Ho sempre scritto storie da quando imparai a scrivere a circa 4 anni. Ho ancora il mio primo libro chiamato Ian l’elfo. E’ lungo una ventina di parole, scarabocchiato su quattro pagine. Feci una copertina e cucii tutto insieme. Si vede che ce l’avevo nel sangue fin dall’inizio.

 

Parlaci del detective Li Yan di Pechino.

 

Li Yan nacque siccome avevo bisogno di un detective per investigare sul ritrovamento di un corpo carbonizzato in un parco di Pechino nel mio primo China thriller “The firemaker”. Attraverso di lui il lettore scopre la China e la cultura cinese. Egli è il più giovane capo sezione nella storia della squadra investigativa di Pechino. E’ scrupolosamente onesto, e non ha paura di affrontare i suoi capi quando c’è odore di corruzione nell’aria, il che significa che spesso naviga in cattive acque. Ha una relazione infuocata con la patologa americana  Margaret Campbell  una sorta di metafora delle relazioni tra i loro due paesi Cina e America.    

 

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione.

 

Il mio primo romanzo pubblicato è stato intitolato “The reporter” ed era un thriller con protagonista un reporter investigativo scozzese. Stavo io stesso lavorando come giornalista a quel tempo. Dopo aver scritto il libro sviluppai i personaggi e l’idea per una serie tv che ho venduto alla BBC che ha fatto 13 episodi di un ora. Il libro uscì contemporaneamente alla serie. Avevo 25 anni a quel tempo.

 

Quanto tempo ci hai messo a scrivere the Killing room?

 

 Seguo lo stesso schema con tutti i miei libri. Trascorro circa 4 mesi sviluppando e facendo ricerche su un’ idea.  Poi durante una settimana molto intensa scrivo un dettagliata sinossi della storia che è lunga circa 20 000 parole. Poi visito ogni location che sto descrivendo. Quando inizio a scrivere mi alzo alle 6 di mattina tutti i giorni e scrivo 3000 parole. A scrivere un libro ci impiego normalmente 7 settimane.

 

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

 

Spesso sono ispirato da progressi scientifici e medici e sono incuriosito da quanto spesso questi possano avere implicazioni criminali. Paurosamente comunque a volte ho scoperto che non appena ho scritto una storia  poi qualcosa di molto simile è accaduto nella vita reale. Un classico esempio è la storia di Snakehead dove un grande numero di immigrati illegali cinesi viene trovato morto in un camion abbandonato nel Texas. Non appena scrissi questo più di 50 immigrati clandestini cinesi furono ritrovati morti in un camion frigorifero  a Dover in Inghilterra e non molto tempo dopo una scoperta analoga fu fatta non lontano da Houston in Texas. Sinistramente questo genere di cose succede con una regolarità agghiacciante e a volte lo trovo davvero inquietante.

 

Come solitamente trovi le tue idee?

 

Io sono un drogato di notizie e trovo che la maggior parte delle mie idee iniziali provengano da notizie o articoli che ho letto su giornali o riviste.

 

Quale genere di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

 

 Svolgo ricerche accurate per tutti i mie libri e questo è uno degli aspetti della scrittura che mi piace di più. Per il mio primo libro ho trascorso molto tempo su una piattaforma runner00068C20petrolifera nel Mare del Nord. Per le ricerche sulla mia serie ambientata in Cina ho fatto una decina di viaggi in Cina. La mia attuale serie “The Enzo Files” è ambientata in Francia e ho viaggiato in tutto il paese per le ricerche. Alla fine di quest’anno un thriller ambientato nel mondo virtuale di Second Life sarà pubblicato negli Stati Uniti. Per questo ho trascorso quasi due anni in Second Life.

 

Che libri leggi quando non scrivi?

 

Mi dispiace ma ho poco tempo per leggere per piacere. La maggior parte delle mie letture è per ricerca.

Puoi dirmi qualcosa sul tuo ultimo libro?

 

Ho due nuovi libri che usciranno entro la fine dell’anno. Il primo si intitola Virtually Dead. E’ il thriller ambientato in Second Life di cui ti parlavo prima. Ha per protagonista un fotografo californiano delle scene  del crimine in lutto per la morte della moglie che va in Second Life per le terapie virtuali con il suo psicologo. Tuttavia una volta immerso in questo mondo scopre presto che l’omicidio attraversa una linea tra il reale e il virtuale e si trova invischiato tra le due come un coniglio sotto la luce dei fari. Il secondo è il quarto libro della serie   Enzo Files con l’esperto di medicina legale Enzo McLeod. In questo libro egli tenta di risolvere un omicidio avvenuto dieci anni prima in una remota isola bretone.   

 

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

 

Purtroppo non ho avuto ancora modo di leggere questa trilogia anche se ho letto molto in proposito e mi deciderò a leggerla non appena avrò del tempo per me stesso. Penso comunque che sia triste che Larsson non abbia vissuto abbastanza per vedere il successo dei suoi libri.

 

Chi sono i tuoi scrittori favoriti?

 

Mi piacciono molti autori contemporanei da Qui Xialong a William Kent Krueger, ma anche molti autori della prima metà del ventesimo secolo, che sono stati i pionieri nel rompere gli schemi convenzionali della scrittura letteraria.

 

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

Innanzitutto consiglierei di trovarsi un agente. La maggior parte degli editori non considera i manoscritti non richiesti a meno che non vengano presentati da agenti di fiducia. Un’altra cosa è di guardare con attenzione cosa gli editori stanno pubblicando in questo momento e ciò che è popolare. Naturalmente il romanzo molto personale  e idiosincratico di tanto in tanto può anche trovare una casa editrice e il successo, ma sta diventando sempre più difficile rompere i criteri commerciali che guidano le scelte editoriali delle case editrici. Ho sofferto anche io con il primo romanzo che ho scritto dopo la serie cinese. Si intitolava “The Blackhouse” un tenebroso thriller psicologico ambientato su un isola al largo del nord-ovest della Scozia. Io pensavo che fosse la migliore cosa che avessi mai scritto. Ma fu rifiutato da tutti i principali editori del Regno Unito anche se tutti diedero recensioni positive. Alla fine i diritti mondiali furono acquisttai dal mio editore francese, Rouergue,  e la sua prima pubblicazione sarà in francese. Il libro si intitola “L’iles des Chasseurs d’oiseaux” ed esce in ottobre.

 

Cosa pensi degli e-books?

 

Io penso che l’editoria elettronica  si svilupperà  e crescerà particolarmente come “lettori” elettronici, come il Kindle di Amazon, diventando sempre più popolare. Si apre la possibilità per gli scrittori di pubblicare se stessi più o meno senza alcun costo. Il problema naturalmente è la distribuzione del lavoro e farlo conoscere al pubblico dei lettori. Tuttavia tutto ciò che spezza la morsa degli editori sugli scrittori non può che essere una buona cosa.

 

Ti piace l’Italia?

 

Mi vergogno di ammettere che anche se vivo in Francia praticamente alla porta accanto, sono stato solo tre volte in Italia, una volta da bambino in vacanza con i miei genitori, una volta a vent’anni in campeggio, e una volta per vedere la Scozia giocare la coppa del Mondo. In tutte e tre le occasioni non sono mai andato al di la di Torino e della Riviera Italiana. Tuttavia mi è piaciuta molto, e ho sempre conservato il desiderio di vedere altro, visitando alcuni dei suoi meravigliosi siti storici, e soprattutto adoro il vino e la cucina italiana. Ironia della sorte il mio migliore amico in Scozia è per metà italiano e il personaggio principale della Enzo files è metà scozzese e metà italiano. Si  chiama enzo McLeod.

 

Hai mai avuto il blocco dello scrittore. Cosa hai fatto per superarlo?   

 

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Non ci credo. Ho un approccio molto strutturato con la scrittura che penso ti venga quando scrivi libri crime. Io penso che tutto sia fatto in anticipo, cosa che ancora però mi lascia spazio alla fantasia. Quando dico che scrivo 3000 parole al giorno voglio dire esattamente 3000 parole al giorno. Quando vedo sul mio computer sul conteggio parole che ho raggiunto questo totale io mi fermo sempre anche se sono a metà di una frase. In questo modo so sempre come continuare il giorno dopo. La cosa peggiore che puoi fare è confrontarti con te stesso davanti ad una pagina vuota alla mattina con nessuna idea di cosa iniziare a scrivere.

 

Dei tuoi molti romanzi quali sono i tuoi preferiti?

 

The Firemaker, the Runner, Extraordinary People.

 

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

 

Per me un buon scrittore deve avere una buona padronanza di linguaggio, deve essere un naturale narratore, e deve essere capace di creare personaggi che affascinino e intrighino.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

Non ho ancora avuto la possibilità di leggere i libri di Faletti anche se “Io uccido” è presente nello scaffale della mia libreria in attesa della mia attenzione. Uno di questi giorni..!!

 

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

 

Ho pubblicato con vari editori in Europa e negli Stati Uniti. Il mio editore principale una piccola casa editrice americana che si chiama Poisoned Pen Press con la quale ho un ottimo rapporto. Sono gli editori migliori con i quali ho pubblicato in lingua inglese, migliori anche di giganti della pubblicazione britannica come Hodder e Stoughton. Sono stato attratto dalla PPP a causa del rapporto molto personale che hanno con gli autori e i libri che pubblicano. L’ultima conferenza editoriale  con il mio editore PPP fu tenuta all’ombra di un salice sulle rive di un ruscello che scorre attraverso l’antico  villaggio di Les Dordogne dopo un meraviglioso pranzo con cucina francese.

 

Quale ruolo svolge internet nella tua scrittura?

 

Enorme. Per me internet ha rivoluzionato la mia scrittura. Quando ho lasciato la televisione nella metà degli anni 90 per concentrarmi sulla scrittura internet stava solo iniziando a decollare. Ho fatto ricerche su internet che sarebbero state impossibili nel passato. Ora faccio la maggior parte del mio marketing e della mia promozione on line con vari siti web e con il mio personale canale televisivo internet www.livestream.com/petermay .

 

Quali cambiamenti hai trovato nel mondo della fiction da quando scrivi?

 

Mi sembra che il più gran cambiamento in questi ultimi anni è stato il crescente ritmo della letteratura moderna, la velocità del racconto, l’economia del linguaggio. Quest ’ultimo è in parte dovuto  al tentativo degli editori di ridurre i costi. Ma in un mondo dove la velocità della televisione e del cinema è raddoppiata o triplicata negli ultimi vent’anni, e con un accesso a computer ad alta velocità la capacità di attenzione è sensibilmente inferiore rispetto al passato.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Gli autori che mi hanno più influenzato durante i miei anni di formazione sono stati Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Green e JP Donleavy.

 

Hai mai usato paure o esperienze personali nelle tue storie?    

 

Mi riesce difficile pensare ad un solo libro che non contenga moltissimo di me, la mia vita, le mie esperienze, adattato naturalmente ai differenti personaggi e alle circostanze. Anche se non scrivo in modo autobiografico sono molto presente in tutti i miei libri.

 

Scrivi a tempo pieno o fai altri lavori?

 

Sono stato molto fortunato a fare della scrittura il mio lavoro da quando iniziai nel 1979 a fare il giornalista.

 

Che argomenti ti piace trattare nei tuoi crime? Sei un lettore appassionato del genere?

 

Anche se mi diverto a leggere un buon thriller o una storia crime, non è mai stato il mio genere di scelta. Quando ho lasciato la televisione nel 1996 per concentrami sulla scrittura dei miei libri, la mia prima storia ruotava intorno ad un argomento che mi affascinava l’ingegneria genetica dei cibi. Nel The firemaker ho voluto esplorare una storia nella quale un esperimento andato orribilmente male creò una minaccia non solo per alcuni individui ma per tutto il genere umano. Ho deciso che il modo migliore per raccontare le mie storie è attraverso le indagini per un omicidio. E poiché quel libro si trasformò in una serie, con gli stessi personaggi mi sono accidentalmente intrappolato nel genere. Ora è quello che faccio.

 

A cosa stai lavorando al momento?

 

Ho appena finito di scrivere una novella di 12000 parole per l’editore francese Hachette, con i miei due protagonisti della serie della Cina. E’ stato molto divertente perchè sono passati cinque anni da quando ho finito la serie. Sto per iniziare a lavorare al quinto libro della serie Enzo Files che è una storia che ruota intorno alla morte di tre chef star della guida Michelin. Sono molto occupato con le ricerche.

 

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

 

Posso essere raggiunto direttamente dai miei siti principali:  http://www.petermay.co.uk and http://www.enzomacleod.com

:: Intervista a Megan Abbott a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2009

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Da quanto scrivi?

In un modo o nell’altro da tutta una vita, ma ho semplicemente iniziato a scrivere narrativa con tutto il mio impegno quando ho finito la scuola di specializzazione.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Oh, sì tutto il tempo. Sono una grande fan di Daniel Woodrell, William Kennedy, James Ellroy. Sono i miei maestri di stile.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Morire un po’” è stato il mio primo lavoro di narrativa che ho pubblicato. Stavo scrivendo la mia tesi di specializzazione sulla narrativa hardboiled e il cinema noir (che è diventata un libro intitolato “The street was mine”) e ho cominciato a scrivere “Morire un po’” come progetto parallelo. Sono stata ispirata da tutto quello che stavo leggendo e cercando per la mia ricerca. Questo libro è diventato il mio tentativo di esplorare il mondo di Raymond Chandler, un omaggio a bellissimi film come “Kiss me deadly” e “In a lonely place”.

Quando scrivi le tue trame prendi ispirazione da avvenimenti reali?

Sì, quasi sempre. Sono cresciuta leggendo crimini veri e questi hanno conservato per me un fascino duraturo. Mi piace scrivere su casi reali di vita perché ti danno una struttura, un’ architettura con cui iniziare. A volte con il mio secondo romanzo “The song is you”, o il mio quarto “Bury me deep” c’è un legame diretto con casi di vita vera. Con “Morire un po’” e il mio terzo libro “Queenpin” invece il legame è più sottile, meno diretto. Per quanto riguarda “Morire un po’” avevo letto di un caso contemporaneo di un uomo la cui moglie era stata coinvolta in un traffico di droga e che la protesse incapace di proteggere se stesso. Sembrava un esempio perfetto di un vero racconto noir.

Die a little” combina il glamour della Hollywood degli anni ’50 con i suoi lati più oscuri. La vita è sempre in bianco e nero?

Credo che la Los Angeles di quel periodo ponga in grande risalto il contrasto bianco e nero della vita. Hollywood e la pubblicità hanno colorato di fantasia la vita americana e nello stesso tempo ci hanno logorato con una sorta di isterica paura dell’altro, con la violenza sessuale e il crimine organizzato. Una delle idee principali di “Die a little” è che tutti portiamo dentro di noi sia le tenebre che la luce. E spesso i personaggi più moralmente onesti si rivelano i più pericolosi perché non sanno guardare le tenebre dentro di loro.

Ti piace Raymond Chandler? Ti ha influenzato?

E’ sicuramente chi mi ha influenzato di più. Ho letto tutto, sia i suoi libri che quanto riguarda lui, quando facevo le mie ricerche per “The street was mine”. Tutto ciò che ho scritto inizia con lui. Egli può evocare un mondo di fascino o un mondo semidistrutto con una singola frase.

Hai vinto l’Edgar Award nel 2008 per il miglior paperback. Raccontaci come è andata.

E’ stato molto emozionante. Non avrei mai pensato di fare l’esperienza di stare in piedi al podio in una stanza affollata con una statuetta in mano. Scrivere è così solitario, ti isola, così l’esperienza di andare all’Edgar e incontrare tutti i miei scrittori favoriti e idoli è stata meravigliosa anche se nello stesso tempo ero molto intimidita.

Sei stata definita da James Ellroy una narratrice superba e un’artista appassionata. Quanto ti ha influenzato?

Tremendamente. Ho iniziato a leggere Black Dalia alla scuola superiore, ed è stato per me una rivelazione. Ho letto tutti i suoi libri quasi come in un sogno. Il mondo che costruisce è così suggestivo così ricco che si desidera affondare le mani in esso. “The song is you” è un completo omaggio a lui.

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

In gran parte sì. I film mi hanno molto influenzato e immaginavo la scena di un film quando scrivevo. In “Die a little” c’è il cortile di un appartamento che figura in primo piano nel noir classico “In the lonely place” del 1950. Ho usato il bar da Roadhouse del 1948, il club del gioco d’azzardo da Gilda. Per Queenpin sono stata ispirata da momenti di Quei bravi ragazzi del 1990 e da the Grifters.

Die a little” sarà anche un film in cui Jessica Biel dovrebbe recitare la parte di Lora. Pensi sia adatta alla parte?

Non è ancora stata presa. Tengo le dita incrociate. Jessica Biel sembra che voglia recitare la parte di Alice Steel e scommetto che sarebbe meravigliosa.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi crime contemporanei? Sei femminista?

Sono femminista ma non ci penso così tanto quando sto leggendo o scrivendo. Io non scrivo da un punto di vista politico. Ma credo fortemente nel valore di portare più personaggi femminili grintosi nel mondo del romanzo poliziesco dove le donne vengono ancora relegate nel ruolo o di femme fatale o di vittima. La spogliarellista , la prostituta, la fidanzata del poliziotto. Ci sono tanti libri meravigliosi che rifiutano tali stereotipi come i romanzi di Theresa Schwegel, o i libri meravigliosi di Laura Lippman e le abbraccio.

Quando scopristi per la prima volta il noir?

Fin da bambina sono stata una grande appassionata di vecchi film e il mio primo amore sono stati i gangster film degli anni Trenta come Nemico Pubblico. Poi scoprii i noir. Questi film dipingevano un mondo così affascinante. Tutti gli estremi della vita – il desiderio, l’avidità, la vita scintillante. Il mondo di quei film era così diverso dalla vita di tutti i giorni, della periferia americana dove sono cresciuta.

Sei tentata di scrivere sceneggiature?

No, sin dal college. Si tratta di una forma di scrittura molto diversa che mi piacerebbe imparare, ma adesso sto occupandomi di romanzi.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

E’ il mio primo romanzo poliziesco contemporaneo, ambientato nella periferia degli Stati Uniti. Narra di una ragazza che scompare e la storia è raccontata dal punto di vista del suo migliore amico di 13 anni. In un primo momento è stato molto difficile. Non sapevo se potevo adattare il mio stile che è così influenzato dalla narrativa noir e dai film. Poi ho avuto questa rivelazione che per le maggior parte delle ragazze di 13 anni la vita è noir. C’è tutto il sesso, il terrore, la nostalgia la confusione. Si intitola “The End of Everything”.

Raccontaci della tua routine quando scrivi.

Ho un lavoro così scrivo principalmente il venerdì, il sabato e la domenica. Comincio circa alle 8 della mattina. Mi piace curiosare on line i vecchi articoli scandalistici degli anni ’50, i vecchi crimini, le collezioni di foto. Mi perdo in essi e può facilmente accadere che ci metta anche quattro ore per produrre una pagina e di solito la scrivo anche di corsa perché mi sento in colpa per aver perso così tanto tempo.

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Ho provato a leggere il primo libro ma non ha funzionato molto. Ci proverò ancora una volta perché ho tanti amici che me ne dicono un gran bene.

Quali consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Consiglio di continuare a provare. Ci può volere molto tempo, e i rifiuti sono una buona preparazione per tutte le delusioni future che avranno un giorno che saranno pubblicati. E’ un lavoro duro, difficile, e soprattutto per quelli di noi come me che capiscono così poco di business. Continuo a cercare di ottenere una pelle più spessa.

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

No, ma da ora li cercherò.

Dicci qualcosa di “Bury me Deep”. E’ più dark dei tuoi precedenti?

Si intitola “Bury me Deep” ed è ambientato in una città del deserto in America nei primi anni ’30 alla fine dell’età del Jazz, l’inizio della Grande Depressione. Parla di Marion una giovane donna abbandonata dal marito che è andato in Messico per lavoro. Diventa amica di due ragazze-party che dipendono dalle attenzioni degli uomini sposati della città per sopravvivere. E’ una specie di serra del desiderio, della gelosia, della disperazione, del peccato. Tutto ha un esito violento e Marion deve cercare di venirne fuori. Per alcuni versi è più dark, c’è una scena di violenza scioccante, ma per altri lo trovo più simpatico. Mi sono ispirata al caso famoso degli anni ’30 di Winnie Ruth Judd. Un grande caso americano da tabloid. Era chiamata la tigre di velluto, il macellaio biondo. E’ stata una sensazione, uno di quei casi in cui più leggi e più la storia diventa complicata.

:: Intervista a Roberto Santini a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2009

roberto-1“Nero come il giallo” il suo blog. Come vive l’esperienza della scrittura su internet?

Inizialmente volevo “riscrivere” famosi casi di cronaca nera. Ho fatto poi questo e altro. Si è trattato di un’attività molto positiva che mi ha permesso di entrare in contatto con diversi scrittori e con tante persone sconosciute che hanno commentato i miei post.

Il cortometraggio “Sotto il mio giardino” del regista Andrea Lodovichetti ha vinto il “Globo d’oro”, il film è tratto un suo racconto Nero come le formiche, cosa ha provato?

Il film di Lodovichetti ha vinto anche a Cannes lo scorso anno ed è stato premiato in tutto il mondo (anche in India e in Cina). Merito del regista. Io, come di solito gli scrittori di soggetti trasformati in film, sono restato un po’ in ombra (il mio nome scorre nei titoli di coda). Comunque il successo del film è stata lo stesso di una grandissima soddisfazione.

Come si è avvicinato al genere giallo, quali sono i suoi maestri?

Ho cominciato a vincere premi nei concorsi dedicati ai racconti gialli. Mystfest di Cattolica su tutti, dove ho avuto un primo premio, un secondo posto e una menzione speciale. Alla fine ho pensato che la mia strada di scrittore dovesse passare fatalmente dal giallo e ho continuato. Difficile parlare di maestri… Uno che ho molto amato, ma non so dire quanta sia stata la sua influenza è senza dubbio Simenon.

A marzo, per un editore importante, uscirà il suo ultimo romanzo può anticiparci qualcosa?

Si tratta di un giallo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. Un poliziotto molto chiacchierato, si trova davanti a un’indagine che sembra più grande di lui. Ancora non c’è un titolo ufficiale. Fra un ventaglio di cinque o sei titoli si sceglierà con l’editore.

Quali sono le regole d’oro per scrivere un buon giallo?

Sono sempre stato contrario alle regole. So che non tutti la pensano così e forse sbaglio. Io ho sempre cercato di “trasgredire”. Per esempio nel mio primo romanzo ho addirittura fatto apparire quello che poi si rivelerà come l’assassino, a metà libro. Mi è stato detto che si è trattato di un azzardo, ma credo fermamente che le regole prefissate siano una sorta di palla al piede. Fra l’altro nessuno si chiede mai perché non si parla di regole per gli altri generi letterari. Io credo che il giallo più si libererà dalle regole e più rinsalderà le faticosamente conquistate posizioni di letteratura con la L maiuscola.

Quali libri sta leggendo attualmente?

Ho finito da poco il libro di Lugli “L’istinto del lupo” che mi è decisamente piaciuto. Sto rileggendo King che riscopro come un autentico genio.

Le piacciono le detective story americane degli anni Trenta ?

Molto. Trovo che il noir sia nato lì. Frase rischiosa, perché molti potrebbero ricordare la Francia, ma per come lo vivo io, il noir “originale” è quello.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori in cerca di editore?

Prima di tutto non scoraggiarsi e non fare l’errore di autopubblicarsi. In Italia e molto difficile riuscire a pubblicare qualcosa, ma se c’è un po’ di talento e una certa grinta, uno ce la può anche fare.

Ha un agente letterario? Pensa che sia fondamentale nella carriera di uno scrittore?

Io ho fatto molti anni da solo. E’ dura perché il rischio di non essere ascoltato c’è, eccome. Poi gli editori sono letteralmente assediati dagli autori e spesso l’insuccesso di uno scrittore non dipende dalla cattiva qualità di quanto propone, ma dall’impossibilità di farsi leggere. Un’agenzia letteraria ti spalleggia e ti dà una mano. C’è un interesse reciproco. Bisogna ponderare bene la scelta e rivolgersi a professionisti seri che abbiano a cuore il tuo lavoro.

Ha amici scrittori? Li frequenta?

Soprattutto quelli della mia città, Firenze.

Quale è il premio letterario che le ha fatto più piacere vincere?

Il “Grangiallo” di Cattolica, ma anche il Premio “Ghostbusters” che ora mi sembra non ci sia più, ma che era molto importante.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Scrive principalmente per sé o per gli altri?

Scrivo per gli altri. Decisamente… Ogni tanto qualcuno mi manda una mail, ma soprattutto alle presentazioni dei libri, c’è una “vicinanza” che mi sorprende sempre.

Tra Chandler e Hammett chi preferisce?

Per quanto riguarda le trame non saprei chi scegliere, ma per la scrittura adoro Chandler che trovo scrittore grandissimo, alcune volte addirittura geniale.

Le piacciono i gialli a fumetti tipo Dylan Dog?

Molto. Li trovo diretti, molto ben disegnati e dalla trama spesso avvincente.

Riviste come la celebre “Black Mask” pensa che in Italia avrebbero lettori?

Ho sempre pensato di sì, ma vedo che quasi tutte le riviste hanno chiuso, o lo stanno per fare. Comunque una spiegazione di questo fatto credo sia da ricercare nel costo molto alto e nella pessima distribuzione. A Firenze c’era una sola libreria con uno scaffale per le riviste. Ora ha smesso anche quella…

Cosa proprio non sopporta in un libro tanto da farle decidere di chiuderlo e non pensarci più?

La scrittura che non rispetta i lettori: troppi personaggi, troppi nomi, vicende contorte che si intersecano in modo astruso. Poi è insopportabile lo scrittore che si mette al centro e parla di sé. Un po’ di narcisismo va bene, ma solo un po’.

Flannery O’Connor la conosce? Ha mai letto i suoi racconti?

Si tratta di una grandissima scritttrice. Ho letto i racconti diversi anni fa. Questa domanda mi ha fatto tornare la voglia di rileggerla, cosa che credo farò.

Ha un sogno nel cassetto, un progetto che le sta particolarmente a cuore?

Mi piacerebbe pubblicare tutti insieme i racconti che sono usciti in varie antologie, o che sono rimasti inediti.

Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard?

Si tratta di una mia lacuna. Non ho mai letto Dard, anche se so che si tratta di uno scrittore notevole e per nulla comune.

:: Intervista a Brian Freeman

1 settembre 2009

brian

Tu sei un autore di romanzi di suspance psicologica. Perché hai scelto questo genere?

Questi libri mi permettono di entrare nella testa dei personaggi. Io scrivo trame dove il dramma emerge dalle emozioni e dai segreti delle persone. Ogni scioccante colpo di scena rivela qualcosa che è stato nascosto, che induce le persone ad attraversare una linea terribile. Io mi auguro che attraverso le storie e i personaggi possa realmente soffermarmi nella mente del lettore. Questi sono i libri che mi divertono e questo è ciò che io cerco di fare per i miei lettori.

In un libro preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

Mi piace un equilibrio di tutti e tre. La buona scrittura è sempre un atto di bilanciamento di molte qualità. Non ci si vuole disperdere in ogni direzione ma si vuole colpire il bersaglio ogni volta e ciò succede dove c’è sviluppo dei personaggi, suspense, umorismo. Ciò rende l’esperienza della lettura perfetta.

Scrivi full time ora. Quali lavori hai fatto in passato?

Scrivo tutto il tempo e mi sento molto fortunato di poterlo fare. Ho fatto molti lavori per pagare le bollette nella mia vita: dalla gestione dei sistemi di database, al marketing e alle pubbliche relazioni per un grande studio legale.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

A volte si. Qualche volta posso leggere di un particolare crimine che suggerisce motivazioni inusuali e interessanti riguardo alle persone coinvolte. Questa può essere la prima ispirazione per una trama. Poi di solito adatto e modifico le circostanze così tanto però che un lettore difficilmente suppone che un vero crimine mi ha dato l’ispirazione originale.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto occasionalmente racconti brevi, ma lo confesso non mi piace farlo! Penso sempre in maniera più ampia. Così mi diverto solo a scrivere romanzi.

I tuoi libri sono pubblicati in numerose lingue, ti piace?

E’ stata una grande emozione vedere la mia opera tradotta in più lingue in tutto il mondo. Ma probabilmente l’emozione più grande è avere lettori in molti paesi. Fa apparire il mondo così piccolo poiché capisci che i lettori ovunque reagiscono allo stesso modo. So di avere molti lettori in Italia tra l’altro e sono molto simpatici e calorosi con me. Io li amo.

Il tuo debutto “Immoral” fu finalista per l’ Edgar, Dagger, and Barry Awards per la miglior opera prima. Fu una sorpresa per te?

Avevo cercato per vent’anni di raggiungere la pubblicazione. Essere uno scrittore è l’unica cosa che ho sempre voluto fare nella vita. Poi il successo di Immoral fu travolgente. Sono rimasto sorpreso e praticamente in lacrime.

Quando eri giovane avresti pensato di raggiungere un così grande successo?

A se solo fossi ancora così giovane! Ci sono giorni in cui vorrei aver venduto il mio primo romanzo a 21 anni e non a 41 ma ora sono in una posizione migliore per apprezzare e capire il mio successo.

Dimmi qualcosa circa il tuo prossimo romanzo. Avrà ancora per protagonista Jonathan Stride?

Sì, il quarto romanzo di Jonathan Stride in Italia si chiama POLVERE E SANGUE. E’ il mio thriller più personale ed emotivo; la maggior parte dei miei lettori mi ha detto che è il mio libro migliore. Naturalmente non hanno letto ancora il mio quinto libro che uscirà in Italia il prossimo anno. Il titolo inglese è THE BURYING PLACE, ma non so quale sarà il titolo italiano. Sono molto orgoglioso del mio nuovo libro. Credo davvero che i lettori si divertiranno.

Jonathan Stride ti somiglia?

Ci sono parti di me in Stride, ma egli è unico. La parte in cui è di una bellezza rude  e irresistibile, è tutto me . Ha ha.

Quale è la tua forza e la tua debolezza?

Spero che la mia forza sia di mettere me stesso nei cuori e nelle anime dei miei personaggi e farli parlare attraverso di me. Credo anche di pensare come un lettore e questo mi permette di capire gli elementi della trama che possono interessargli. La mia debolezza? Come la maggior parte degli scrittori penso di essere irrimediabilmente nevrotico. Gli scrittori sono afflitti dai dubbi ogni giorno. Io non sono diverso.

Come pensi tua moglie, che ti conosce bene, ti descriverebbe?

Oh no, vuoi che glielo chieda? Penso che direbbe che è orgogliosa della mia determinazione e io sono orgoglioso che lei sia mia moglie.

Ti diverti a fare tour promozionali?

Sì e no. Amo gli eventi dove posso incontrare i lettori. Ciò è sempre divertente ed esaltante. D’altra parte il viaggio è estenuante. Onestamente se potessi scegliere starei a casa a scrivere.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Ritengo che Joyce sia andato troppo in là con l’Ulisse al punto che è quasi illeggibile. Ritengo invece che Ritratto di un artista da giovane sia brillante e amo molto i racconti di Dubliners. Ma non credo che l’Ulisse sia un vero romanzo, più che altro è un esperimento letterario.

Cosa è per te la libertà?

Io non sono sicuro che ci sia. Da un lato come scrittore a tempo pieno, ho una maggiore flessibilità nella mia vita ora più che mai. Da un altro lato essendo un lavoratore autonomo ho molte più responsabilità e pressioni, sia finanziarie che creative, più che in qualsiasi altro momento della mia vita. Amo la vita ma non necessariamente mi sento libero.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Ho iniziato a fare questa intervista alle 7. La mattina presto è il momento in cui faccio il lavoro di marketing, rispondo alle email dei lettori, mi metto in corrispondenza con gli editori, etc. Poi io e mia moglie ci rilassiamo davanti ad una tazza di caffè, e inizio a lavorare. Scrivo per la maggior parte della giornata fino a quando non sento attenuarsi il livello di creatività. Il mio obbiettivo è quello di scrivere 3 o 4 capitoli alla settimana.

Raccontami qualcosa dei tuoi libri. Quali preferisci?

Solitamente dico alla gente che il mio libro preferito è quello a cui sto lavorando al momento. Amo tutti i miei libri per motivi diversi. Immoral fu il primo e perciò avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Polvere e sangue è il più vicino a me personalmente perché indaga sul passato di Stride.

Stai leggendo un libro adesso?

Proprio ora no. E’ difficile leggere quando stai scrivendo un libro. Onestamente non riesco a leggere il genere che scrivo poiché non posso perdermi nel racconto di un altro scrittore nello stesso modo. Quando hai scritto suspance per tutto il giorno, leggendo la suspance di qualcun altro ti sembra di lavorare.

Hai un agente letterario?

Ne ho molti. Ho un agente principale a Londra. Un agente negli Stati Uniti davvero meraviglioso di New York, un agente internazionale nel Regno Unito e molto co-agenti negli altri paesi che mi aiutano.

Quali qualità dovrebbe avere uno scrittore di successo?

E’ necessario essere determinati e d avere un forte senso di sé. Questo è un lavoro difficile. Si hanno molto pochi riscontri positivi lungo la strada mentre si sta cercando di sfondare. Gli scrittori spesso pensano che tutto diventa più facile una volta che si è pubblicati, ma in realtà è vero il contrario. La pressione creativa cresce.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

L’editoria e ancora un business piuttosto piccolo. La maggior parte delle persone del settore si conoscono. Ciò realmente aiuta a costruire relazioni con gente che può aiutarti. Agenti ed editori si rivolgono alle persone di cui si fidano per consigli sui nuovi scrittori.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Questa è la mia barzelletta preferita in assoluto. Due cacciatori stanno camminando attraverso un bosco quando uno dei due si afferra il petto e cade a terra. L’altro cacciatore immediatamente telefona alla linea di emergenza e dice all’operatore: “ Penso che il mio amico sia morto cosa devo fare?”. L’operatore gli risponde: “Bene la prima cosa da fare è assicurarsi che sia veramente morto”. C’è una pausa sulla linea e poi l’operatore sente un forte colpo di pistola. Quando il cacciatore torna al telefono gli dice: “Okay, adesso?”.

I tuoi rapporti con la critica letteraria sono pacifici o conflittuali?

Ho ricevuto molte recensioni meravigliose in giro per il mondo. Ogni tanto è naturale che la gente dica cose negative. Questa è la natura del business. Non si può scrivere qualcosa che faccia tutti felici. Devo dire che sono diventato più sensibile alle mie proprie critiche da quando ho iniziato questa carriera perché ho capito quanta gente dannosa per non curanza può deridere il duro lavoro altrui.

Preferisci Chandler o Hammett?

Ho proprio avuto l’opportunità di leggere il Falcone maltese, pochi mesi fa. Che libro straordinario. Tu non ci crederesti che è stato scritto settanta anni fa.

Hai amici scrittori?

Conosco molti scrittori, ma non sono propriamente amici. Gli scrittori trascorrono tutto il tempo scrivendo e pubblicando. Di cosa potremmo parlare? Di scrittura e pubblicazione. Piuttosto ho amici in differenti aree di vita.

Ti piace il noir francese?

Onestamente non ho avuto la possibilità di leggerne molto tradotto in inglese. I miei libri sono crime ma non penso a loro come a noir. I miei libri sono più emotivi e con impostazioni remote.

Quale è il tuo rapporto con i lettori? Scrivi principalmente per te stesso o per gli altri?

Ho avuto alcune esperienze meravigliose come lettore. Ci sono alcuni grandi autori che hanno aggiunto davvero qualcosa alla mia vita. Mi piace l’idea che ora posso fare lo stesso con i lettori di tutto il mondo. Quindi il mio obbiettivo è quello di raccontare storie che catturino il lettore, siano mozzafiato, li facciano pensare e li facciano piangere. Questo è il motivo per cui incoraggio i miei lettori a scrivermi o connettersi con me su Facebook. Mi piace sentire le loro reazioni sui miei romanzi.

Cosa pensi del pulp fiction revival?

Penso sia bello vedere un vecchio stile di raccontare storie trovare una nuova vita.

Il ruolo della donna nei tuoi libri. Ti piace la femme fatale?

In realtà mi piace più scrivere personaggi femminili che maschili. Mi permetto di dire che le donne sono in genere molto più interessanti. Hanno capacità più complesse sia per il bene che per il male. Le donne hanno il potere reale nei miei libri e talvolta lo usano per fini nobili e talvolta lo usano per fare cose terribili.

Insegni scrittura creativa?

Parlo del mio modo di scrivere, ma non insegno. Immagino che un giorno lo farò.

Conosci lo scrittore italiano Giorgio Faletti?

Sì, Giorgio e io siamo diventati amici per email. Naturalmente ho letto il suo libro sorprendente Io uccido, quando è stato distribuito in inglese. Giorgio è stato così gentile da dare un meraviglioso giudizio del mio romanzo che tu puoi vedere sulla copertina di Polvere e sangue.

Se ti chiedessero di scrivere un screenplay di uno dei tuoi romanzi saresti interessato?

Non particolarmente. Non tendo a pensare in questo modo. Mi piace la ricchezza che può portare un romanzo.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Sono sempre stato un grande fan di Michael Connelly e Peter Robinson. Hanno scritto alcune delle crime fitcion più belle.

Quale è il libro che ti ha più influenzato e perché?

Quando avevo circa tredici anni acquistai un tascabile di Robert Ludlum “The Chancellor Manuscript”. Non penso di averlo posato prima di averlo finito. E’ stato esilarante. Ricordo di aver pensato: questo è quello che voglio fare. Voglio scrivere libri. I miei libri non hanno davvero niente in comune con quelli di Ludlum, ma mi influenzò e mi ispirò.

Sesso e violenza in che misura sono presenti nei tuoi libri?

Certo le cose cattive accadono, ma io non scrivo violenze esplicite. Non mi piace. Preferisco lasciare il lettore immaginare con la sua testa. Il sesso d’altra parte tende ad essere importante nei miei libri. Poiché scrivo suspance psicologica, dove i personaggi sono così importanti, penso che bisogna trattare il sesso come un importante bagaglio emozionale. Se non si capisce la loro sessualità, che è un importante elemento motore del comportamento umano, non si può veramente capire perchè fanno quello che fanno.

Quale ruolo ha internet nella tua scrittura?

Probabilmente quello di rendermi possibile comunicare più facilmente con i lettori di tutto il mondo. Questo è molto importante per me. Quindi invito i miei fans italiani a scrivermi o a trovarmi su Facebook http://www.facebook.com/bfreemanbooks.

Brian Freeman è un autore di bestseller internazionali del Minnesota. I suoi libri sono stati venduti in 46 paesi e tradotti in 18 lingue e sono apparsi in the Library Guild e the Book of Month Club. Il suo thriller di esordio Immoral ha vinto il Mcavity Award ed è è sttao nominato per l’Edgar, Dagger, Anthony, e Barry Awards, per il migliore romanzo primo. Immoral è stato scelto come migliore libro del mese dai club del libro in tutto il mondo una distinzione che condivide con autori come Harlan Coben e Karin Slaughter. Il suo secondo romanzo Stripped fu acclamato dalla critica nel 2006. Stripped è citato nella lista dei bestseller Globe and Mail in Canada e fu nominato uno dei migliori mysteries dal South Florida sun Sentinel. Il romanzo fu finalista al Minnesota book Award. Oltre ai suoi romanzi di suspance Freeman è coautore del chick lit book The Agency sotto lo pseudonimo di Ally O’ Brian. Freeman è un alunno del Carleton college dove si è lauretao magna cum laude. E’ nato a Chicago, crestiuto a San Mateo California, prima di trasferirsi in Minnesota. Lui e sua moglie Marcia vivono ora in Minnesota da più di vent’anni. Per maggiori informazioni su Brian e i suoi libri visitate il sito http://www.bfreemanbooks.com.