Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini, i pensieri.
La ragazza si chiedeva come facesse ad amare quel paese bizzarro, il suo popolo umile, anarchico, ubbidiente, ribelle, indifferente a tutto, inventivo, sofferente, fatalista, fiero, saccente, astioso, triste, allegro, disperato, soddisfatto, rassegnato, affettuoso, perseverante, e che si accontenta di poco. Possibile che amasse entrambi, Mitka e Irina? Un ragazzo e sua madre.
Un viaggio, un lunghissimo viaggio aspetta i nostri protagonisti, un uomo e una ragazza, (metalmeccanico e operaio edile lui, Vadim, studentessa lei) partiti dalla stazione di Mosca e diretti a Ulan Bator, in Mongolia. Un viaggio che ha il sapore dell’intimità violata, della costrizione a dividere, tra sconosciuti, uno spazio ristretto, quasi claustrofobico, uno scompartimento sul treno della Trasiberiana. I compagni di viaggio non si scelgono, ti capitano, così deve pensare la ragazza, forse rassegnata con un misto di accettazione e orientale fatalismo, mentre lui mangia sottaceti, beve vodka, suda, straparla cercando si sedurla con approcci sessuali quantomeno grotteschi.
Tirò fuori di tasca un coltello col manico nero, tolse la sicura e premette il pulsante. Si sentì un clic metallico e la lama uscì con uno scatto secco. L’uomo posò delicatamente il coltello sul tavolo e prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijski, un’ intera pagnotta di segale, una bottiglia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tasca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra.
Ingombrante, dagli appetiti pantagruelici, carnale, detentore di una fisicità fastidiosa, (ci vedrei bene un Depardieu se facessero una trasposizione cinematografica) il russo si scontra con la giovane finlandese, (lui logorroico, lei taciturna) mentre il paesaggio fuori dal finestrino muta e ci presenta gli sconfinati paesaggi della vecchia Unione Sovietica degli anni ‘80, vertiginosamente in bilico tra assoluta bellezza e degradazione, e proprio per questo affascinanti e ricchi di quel pathos, che rendono la Russia un paese assolutamente irresistibile per una finlandese (anche l’autrice lo è) e per il lettore.
Tra richiami letterari (numerosissimi, a partire dal titolo checoviano) e uno stile limpido e ipnotico Rosa Liksom ci regala un romanzo luminoso e al contempo complesso, strutturato su una serie di canti e controcanti, scardinando certezze, giocando con la nostalgia. Comunque Scompartimento n. 6 (Hytti nro 6, 2011) edito da Iperborea e tradotto da Delfina Sessa (autrice anche della postfazione) e scritto con una sorta di ostinata immedesimazione da una Rosa Liksom in gran spolvero, è e resta un libro duro, quasi feroce. Non aspettatevi un’ elegia, infarcita di retorica e aulica agiografia, (di solito la nostalgia trasfigura il passato snaturandolo, e l’autrice non cade in questa trappola), anzi, l’estremo realismo che caratterizza il romanzo in alcuni punti può risultare persino molesto, pur tuttavia si accompagna ad una sorta di ruvida poesia, capace di commuovere con ostinata tenerezza, la tenerezza di lei quando pensa all’antico (e sfortunato) amore moscovita.
La dissoluzione dell’elefantiaco impero sovietico è imminente e Vadim percepisce questa crisi incarnandola, con rabbia, con speranza. Quale futuro attende la Russia? sembra domandarsi intrecciando i destini di questo paese con il suo percorso personale, con la guerra in Afghanistan, quasi un rantolo di colonialismo in salsa socialista, o meglio una sua (forse inevitabile) degenerazione.
Ma lo spirito russo, quasi avvolto da una sua epicità, sembra accomunare popoli ed etnie, di un paese che va dall’Europa all’Asia, e che tanto magnetismo esercita sui popoli nordici a cui appartiene l’autrice anch’essa studentessa a Mosca negli anni ’80, anch’essa passeggera di quel treno il cui viaggio è descritto in questo libro. Molto di sé quindi trasfonde nel personaggio della ragazza, molta della sua esperienza, delle sue sensazioni, del suo stupore. (Anche se questa è la “sua” Unione Sovietica come argomenta la Sessa). E questo sapore autentico traspare nelle pagine e ci accompagna nel viaggio, nel tempo e nello spazio, svolto da noi lettori senza muoverci da casa nostra. Se volete leggere un’intervista all’autrice abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei, qui trovate il link.
Rosa Liksom, nata a Ylävaara nel 1958, è una delle più famose scrittrici e artiste finlandesi, tradotta in 17 paesi. Apprezzata fin dagli esordi da critica e pubblico, ha debuttato nel 1985 con una raccolta di racconti ottenendo il premio J.H. Erkko. Dopo gli studi di antropologia a Helsinki e a Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi, come Stazione spaziale Gagarin (1987) e Go Mosca Go (1988). Con Scompartimento n.6 ha vinto il Premio Finlandia 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese, ed è candidata al Premio del Consiglio Nordico 2013 e al Prix Médicis 2013.
Probabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Sullo sfondo di una Milano noir, gelida, grigia, brumosa, di un autunno che sembra già inverno, Stefano Di Marino tira le fila di un noir metropolitano, (genere che se vogliamo è capace di trarre da questo autore il suo meglio), dal titolo significativo Tutti all’inferno, edito nella collana Calibro 9 di Novecento media.
Maestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la
L’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Breve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da
Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico,
La prima regola a cui deve attenersi un avvocato difensore è non chiedersi mai se il proprio cliente sia innocente o colpevole. Una regola che non si impara sui banchi dell’università, una regola che Mickey Haller cerca di far capire alla sua giovane associata, ancora fiduciosa, forse ingenua, avvocato per la quale hanno ancora un senso parole come giustizia, innocenza, integrità, coscienza. Haller ha imparato la lezione, ha imparato a fare i conti con la realtà per fare al meglio il suo lavoro. Ma questa lezione l’ha imparata davvero? Il dubbio è legittimo, specie se consideriamo le difficili scelte che prenderà alla fine di Il quinto testimone (The Fifth Witness, 2011), ultimo legal thriller edito in Italia, tradotto da Mariagiulia Castagnone, di quel mostro sacro che è Michael Connelly.
Il teatro d’ombre, antichissima forma di intrattenimento diffusa sia in Europa che in Oriente, nasce molto prima del cinematografo e permette di proiettare figure fantastiche su uno schermo illuminato, creando l’illusione di immagini in movimento. Ed da questa popolare forma di teatro prende il titolo il nuovo romanzo di Charlotte Link, Giochi d’ombra (Schattenspiel, 2011), edito in Germania da
New York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
La saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Sei una scrittrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?
























