Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
punto di non ritorno

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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

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:: La linea, Enrico Astolfi, Aladin Hussein Al Baraduni (Lorusso Editore, 2015)

14 settembre 2015
linea

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Per due punti distinti passa una sola retta. E due percorsi differenti hanno portato a incontrarsi lo scrittore Enrico Astolfi e il pittore, illustratore e street artist Aladin, l’uno figlio della periferia romana, dei centri di accoglienza per minori stranieri, l’altro figlio della primavera araba, fuggito dal suo paese (lo Yemen) quando la sua arte libera si opponeva troppo radicalmente alla dittatura in atto.
Per due punti distinti passa una sola retta e NO LINEA è il grido di battaglia, scritto sugli striscioni di una folla inerme e senza nome. Oltre alla linea, una zona militarizzata: scudi, elmetti, manganelli, armi. Provate a immaginare un terreno di scontro: megafoni, lacrimogeni, grida, minacce, intimidazioni. Questo lo scenario in cui si svolge la fiaba politica messa in scena dalle parole e dalle immagini di questi due eclettici artisti romani d’adozione.
La copertina a colori e la decina di tavole in bianco e nero accompagnano la narrazione serrata e senza sbavature di un racconto destrutturato dall’epilogo amaro e scontato. Abbiamo una società militarizzata, forse troppo, e lo spazio per la libertà, la fantasia, la creatività quasi annullato, cancellato. Un equilibrio di forze, sull’orlo dell’implosione, una metafora degli equilibri di forze in atto nelle società contemporanee.
E il senso di tutto questo si perde, anche se chi detiene il potere assicura che è in grado di dare spiegazioni, certezze. Ma a volte il potere si nutre di potere e per il potere combatte. Senza un altro motivo. Senza un’ altra giustificazione. E la ribellione, il no assumono un colore livido, sbiadito, all’orizzonte. Dopo tutto sappiamo tutti che il più forte vince, anche se non è così evidente dove la vera forza stia.
NO LINEA, no confini, se vogliamo un discorso di strettissima attualità, quando una massa oceanica di gente, che lascia il suo paese in guerra, o fugge semplicemente dalla fame ed alla povertà, si sposta verso l’Europa, che almeno per il momento accoglie, organizza, smista ma non ha usato ancora le armi. Una situazione esplosiva, frammentaria, di difficile soluzione. Una situazione con la quale è bene che prima o poi tutti si confrontino. Meglio prima.

Enrico Astolfi è nato a Magenta (MI) nel 1976; ferrarese di adozione, vive da 8 anni a Roma. Funambolo del precariato ha lavorato come fattorino, lavapiatti, attrezzista, manovale e operatore in un centro di accoglienza per minori stranieri. Ha pubblicato la raccolta di racconti Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara) e il romanzo Casilina. Ultima fermata (Edizioni Pontesisto, 2013, Roma). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul web e su antologie.

Aladin Hussein Al Baraduni è nato in Arabia Saudita nel 1979. Cresciuto nello Yemen, dal 2005 vive a Roma. Pittore, illustratore e street artist, ha realizzato numerosi murales di grandi dimensioni in spazi occupati e autogestiti in tutta Italia, oltre ad aver collaborato con riviste e produzioni culturali indipendenti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ufficio stampa Lorusso editore.

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:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2015
JO

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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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:: Un’intervista con Kathy Reichs a cura di Giulietta Iannone

7 agosto 2015

3382328-9788817082839Chi non conosce Kathy Reichs, Temperance Brennan, e la serie tv “Bones”? Pochi, molto pochi, credo. Kathy per tutti gli amanti della crime fiction non ha bisogno di grandi presentazioni, ma forse non tutti i suoi lettori italiani sanno che è oltre che una scrittrice è Professore di Antropologia Forense, Vice Presidente dell’ Accademia Americana di Scienze Forensi, e lavora per il National Police Services Advisory Council in Canada. Bene, Kathy Reichs, in una pausa del suo book tour, è qui con noi.   

Benvenuta, Kathy, su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Il tuo ultimo romanzo, – Speaking in Bones– ora pubblicato in Italia con il titolo La verità delle ossa, è il tuo diciottesimo romanzo con protagonista la dottoressa Temperance Brennan. Potresti parlarcene?

Tempe non risolve tutti i casi. E la infastidisce che alcuni cadaveri languano senza nome, non identificati, nel suo laboratorio. Le informazioni su alcuni di questi UIP, persone non identificate, sono disponibili on-line, ed è il lavoro delle “websleuths” abbinarli con i MP, le denunce di persone scomparse. All’inizio della storia, Tempe riceve la visita di uno di questi detective dilettanti che crede che uno scheletro rimasto in deposito da Tempe sia quello di una giovane donna scomparsa da tre anni. Quella che sembra essere a prima vista una tragedia isolata assume una prospettiva più sinistra quando Tempe scopre due ulteriori serie di ossa. Ancora scossa dalla diagnosi di sua madre e dallo shock per la proposta di Andrew Ryan, che potenzialmente le cambierebbero la vita, Tempe cerca di risolvere gli omicidi prima che il numero dei cadaveri salga ulteriormente.

Parlaci della tua protagonista, la dottoressa Temperance “Temp” Brennan? Chi ti ha ispirato il personaggio? E’ simile a te per certi versi?

Professionalmente Temperance Brennan e io siamo esattamente le stesse. Tempe ha un solo figlio, mentre io ne ho tre. Tempe è divorziata, mentre io sono sposata da oltre 40 anni. Tempe è un’ alcolista, mentre io sono incline solo a un secondo bicchiere di Pinot. Tempe è molto più impulsiva di me, e tende a mettersi nei guai. Mi piace andare sul sicuro e lascio libero il personaggio. Penso che ciò che dà ai miei libri autenticità è che faccio quello di cui sto scrivendo. Credo che il fatto che io stia in una sala autopsie, che vada sulle scene del crimine e lavori in un laboratorio forense perfettamente attrezzato dà i miei libri un sapore che altrimenti non avrebbero.

Quali sono le principali differenze tra il personaggio letterario Temperance Brennan e il personaggio televisivo?

La TV è un animale diverso dai libri. Quando abbiamo venduto l’idea alla Fox, inizialmente hanno deciso che avrebbero preferito una versione più giovane del personaggio. Quando abbiamo assunto Emily Deschanel per il ruolo di Tempe, ha apportato il proprio stile alla parte. Il disagio sociale del personaggio televisivo Tempe era in parte la sua interpretazione del ruolo. Sono stata molto soddisfatta della serie televisiva, e credo che Emily sia stata una meravigliosa Tempe.

Qual è il ruolo di Internet mentre scrivi i tuoi libri? O è più importante la tua esperienza diretta?

Alcuni argomenti li ricerco su internet. Speaking In Bones introduce il tema del web sleuthing che è una ricerca appunto on-line. Come al solito, la storia emerge dalla coalescenza di diverse particelle di idea che galleggiano nel mio cervello. Migliaia di persone si impegnano nel web sleuthing in tutto il mondo. Sono rimasta affascinata dal concetto e ho pensato che anche i miei lettori avrebbero potuto trovare l’argomento interessante. Brown Mountain, che si trova nel mio stato, il North Carolina, è famoso per un fenomeno inspiegabile di luci fluttuanti la cui origine nessuno sa spiegare. Le Blue Ridge Mountains sono la patria di molti gruppi religiosi insoliti e poco conosciuti, alcuni dei quali allevano serpenti velenosi e parlano in lingue sconosciute come parte del loro culto. Ho preso questi avvenimenti disaparati, li ho inseriti in alcuni vecchi casi, e Speaking In Bones è stato il risultato. Sono sempre alla ricerca di idee e nuovi argomenti per il prossimo libro, e così realmente si tratta di un mix di casi su cui ho lavorato e di casi che ho letto. Comincio con un caso o una situazione e penso “cosa succederebbe se …” Deja Dead (Corpi freddi, 1998)) si basa sulla mia prima indagine di omicidio seriale. Death Du Jour (Cadaveri innocenti, 1999) ha origine dal lavoro che ho svolto per la Chiesa cattolica, e sul culto di omicidio-suicidio di massa della setta del Tempio solare. Fatal Voyage (Viaggio fatale, 2001) si basa sul mio lavoro di disaster recovery di massa. Grave Secrets (Il villaggio degli innocenti, 2001) è stato ispirato dalla mia partecipazione alla esumazione di una fossa comune guatemalteca.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace sentire e incontrare i miei lettori. Faccio un sacco di firma libri e presentazioni, e sento tante storie su come Temperance Brennan abbia ispirato i lettori e gli spettatori a intraprendere la carriera di antropologo, di medico legale o in un campo di carattere scientifico. I lettori mi possono seguire su Facebook: https://www.facebook.com/kathyreichsbooks Twitter: https://twitter.com/KathyReichs Instagram: https://instagram.com/kathyreichs/ Pinterest: https://www.pinterest.com/kathyreichs/ o possono visitare il mio sito web all’indirizzo http://www.kathyreichs.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

A dir la verità ora sto lavorando ad un libro non della serie. Nuovi personaggi, nuova premessa, senza Temperance Brennan… ma basta spoiler!

:: Un’ intervista con Karen Sander

31 luglio 2015

coCiao Karen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Karen Sander? Punti di forza e di debolezza.

Hm, credo di essere una persona molto curiosa, mi interessano le persone, i luoghi, la storia, tutta quella roba. Credo che la curiosità ti aiuti quando sei uno scrittore, perché è necessario arrivare al cuore delle cose per raccontare belle storie. A volte, però, dà fastidio alla gente. Pensano che io li stia fissando o faccia troppe domande. (Sorride)

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato le storie. Quando ero piccola, mia nonna leggeva per me, e più tardi, quando ho potuto leggere io stessa, ho letto più e più volte i miei libri preferiti. Ho iniziato a scrivere le prime storie mie quando avevo solo otto anni. E ho scritto il mio primo romanzo quando avevo sedici anni. Però non è mai stato pubblicato. All’università ho studiato letteratura e traduzione. E ho scritto la mia tesi di dottorato sulla giallista scozzese Val McDermid.

Cosa ti ha spinto a diventare una scritttice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Come ho detto amavo leggere fin da piccola, e ho iniziato a scrivere storie non appena ho potuto leggere. Quindi non è stata una decisione, ma piuttosto una conseguenza logica.

Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) è il tuo romanzo d’esordio. Puoi parlarcene?

E’ il mio debutto come Karen Sander, ma ho già pubblicato un paio di romanzi polizieschi tradizionali. Questo è il mio primo thrller, e parla di un serial killer che uccide donne molto speciali – ma non mi dilungo in ulteriori dettagli, non voglio rovinare l’esperienza di lettura.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stata l’idea di narrare la storia di una giovane donna con un passato molto scuro, con una famiglia disfunzionale. Uno scenario che la rende una buona profiler, perché sa più lei degli assassini che la maggior parte delle altre persone.

Siamo a Düsseldorf, una città della valle del Reno, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o nelle detective story tedesche siamo più abituati a vedere – anche in TV – storie ambientate a Monaco o Berlino). Perché questa scelta?

Beh, sono cresciuta a Düsseldorf, quindi conosco molto bene la città con tutti i suoi luoghi straordinari, interessanti e anche oscuri, e penso che sia importante, quando si scrive una storia e si vuole essere realistici, avere una conoscenza approfondita dell’ ambiente.

Il commissario capo della polizia, Georg Stadler, si appresta a visitare la scena di un crimine. Così inizia il romanzo. Che succede? Un punto di partenza un po ‘splatter’, tipico dei romanzi horror, giusto?

Sì, Stadler arriva su una scena del crimine dove trova un sacco di sangue in una stanza dove c’è molto bianco. Ho apprezzato l’immagine del sangue che distrugge la purezza simbolica del colore bianco.

Di solito è il personaggio maschile della storia quello con più lati oscuri (non è detto che Georg non li abbia, e forse i lettori li troveranno nei prossimi romanzi della serie), ma in questo romanzo è la bella Liz Montario, la profiler donna, con una cascata di riccioli rossi e gli occhi verdi (bella anche se un po’ trascurata), che ha un passato che l’ opprime e la condiziona. Perché questa scelta?

Volevo che la storia fosse diversa da tutti quei romanzi polizieschi con protagonisti maschili in una crisi di qualche tipo, e volevo creare un’ interessante, stimolante figura femminile. Ma, naturalmente, anche Georg ha i suoi lati oscuri …

L’aspetto psicologico della storia è importante nel romanzo. Una storia di serial killer, di legami familiari irrisolti, scontri di personalità. Lo psico thriller è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per citarne solo alcuni. Il tuo romanzo è uno psico thriller?

Sì, penso che la psicologia giochi un ruolo importante nei miei libri. La protagonista è una psicologa, dopo tutto. A parte questo penso che la suspense psicologica sia la forma più intensa di suspense, crea semplicemente un senso di pericolo o di minaccia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzata?

Ho letto tutti i generi di romanzi, ma mi piace particolarmente il romanzo poliziesco. Amo Val McDermid, Michael Robotham, Ian Rankin, Tami Hoag, Elizabeth George, Tana French, per citarne solo alcuni.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins, uno straordinario thriller psicologico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Sì, è sempre divertente incontrare i lettori e parlare con loro dei miei libri. A volte mi hanno chiesto, se ho sperimentato tutte le cose che accadono nelle mie storie. Sarebbe una vita veramente incredibile …

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Molti lettori mi parlano durante gli eventi quando presento un mio libro, ma ricevo anche un sacco di email da parte di persone che mi dicono che gli piacciono i miei libri o mi chiedono particolari domande su di loro (di solito quando è in arrivo il prossimo).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Sono stata in Italia solo due volte, ci sono molti posti che mi piacerebbe vedere, e mi piacerebbe incontrare i miei lettori italiani, naturalmente.

Wer nicht hören will, muss sterben è il tuo nuovo romanzo. Quando uscirà in Italia?

Non lo so. Questa è una domanda per il mio editore italiano.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena finito il terzo romanzo della serie. Parla di un killer che usa famosi omicidi del cinema come fonte di ispirazione.

:: La tigre dagli occhi di Giada, Stefano Di Marino, (DBooks, 2015) a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2015
la tigre

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Bentornata avventura! Verrebbe da dire leggendo il nuovo romanzo di Stefano Di Marino, La tigre dagli occhi di Giada. Più che a echi salgariani, mi verrebbe da pensare alla nobile tradizione delle avventure pulp americane degli anni 30’ e 50’. Avventurieri, tesori nascosti, nemici invincibili nascosti nell’ombra, combattimenti, donne affascinanti quanto misteriose, inseguimenti, giungle ai confini del mondo. Tutto l’immaginario che ha fatto grande un genere che ha intrattenuto generazioni di lettori, appassionati di scenari esotici, mistero e cacce al tesoro.
Perché la letteratura d’evasione ha la sua nobiltà, e ancora di più quando al suo servizio si mette una penna capace e fertile come quella di Di Marino, che il suo onesto lavoro di scrittore lo sa fare ormai da più di trent’anni, spaziando tra tutti i generi.
La tigre dagli occhi di Giada è un romanzo che potremmo ascrivere al genere di narrativa pop, quel tipo di narrativa che si poteva trovare per pochi cent sugli scaffali metallici (un po’ arrugginiti) dei drugstore, delle stazioni di benzina, dei capolinea degli autobus, in un’ America appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, con pochi soldi in tasca e tanta voglia di staccare dalla routine di tutti i giorni e pensare a un altrove, magari esotico, con piante tropicali, monsoni e belle donne dagli occhi a mandorla e la pelle del colore del caramello.
La crisi di questi anni non è proprio come quella di allora, dopo una guerra (mondiale), ma lo spirito è il medesimo, si ha voglia – specie d’estate – di leggere qualcosa scritto bene, che permetta alla fantasia di spaziare libera.
E così eccoci alla corte di Kublai Khan, alle prese con un manufatto prezioso da portare in dono al pontefice, in segno di pace. Per poi trovarci nella Nanchino del 1938, dopo l’invasione giapponese, sulle tracce di una pergamena misteriosa e ancora sulle piattaforme petrolifere al largo di Sumatra nel 2010. E infine arrivare ai giorni nostri in una Milano piena di cantieri per i lavori dell’Expo.
Ed è qui che Marko Kanun, l’eroe del romanzo, viene ingaggiato da una produzione televisiva italiana, sovvenzionata lautamente da misteriosi investitori giapponesi, per fare da guida a una spedizione nella foresta dell’isola di Batang.
La carcassa di una aereo, mai recuperato, contiene appunto la tigre e loro devono recuperarla e girarci un film. E i nostri, tra sette assassine, nemici che non dimenticano, e insidie di ogni genere, avranno il loro bel daffare.
Se posso fare una considerazione a margine, la maggior parte della storia si svolge tra Milano e Venezia, in un lungo prologo, che sì accresce la suspense spiegando molte motivazioni di alcuni personaggi, ma ti fa dire: quando arriva la jungla? Ma dopo tutto l’avventura è anche qui, adesso. Uscendo di casa la mattina. L’avventura è un luogo dell’anima, prima che uno spazio delimitato. E forse è questo il messaggio che vuole veicolare l’autore.
Il finale piuttosto aperto, promette comunque bene, non sarà l’ultima volta che sentiremo parlare dell’avventuriero guerriero, Marko Kanun, e della setta dei Sicari dal Volto di Cenere.
Buona lettura, sorseggiando rigorosamente una bibita ghiacciata.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luigi dell’Ufficio Stampa DBooks.

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:: Fratello Kemal, Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2014) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2015
agguato all'incrocio

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Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.

Gli scrittori non dovrebbero mai morire.
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).
E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:

La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, distributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.

Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.

Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.

Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle mani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assumerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

Approfondimento: per saperne di più leggete questo interessante post

Jakob Arjouni a quattordici anni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone. Dopo la maturità, migra a Montpellier; mentre cerca di diventare scrittore, vende costumi da bagno e noccioline, finché Diogenes, eccellente editore tedesco, non decide di puntare su questo diciannovenne acqua e sapone. Jakob viene consacrato ‘enfant prodige’ dalla stampa: Happy birthday, turco! va in classifica e Doris Dörrie ne ricava un film di cassetta. Simpatico e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller.
I romanzi di Arjouni vengono tradotti in tutte le lingue; anche in uk e negli usa si fa a gara con i complimenti. Fratello Kemal è il quinto della serie di Kemal Kayankaya e l’ultimo libro di Jakob Arjouni, portato via a quarantanove anni da una morte prematura: ci lascia in quest’ultimo romanzo il suo senso della giustizia lontano da convenzioni e moralismi, la sua passione per la bellezza fuori da ogni retorica, il suo sguardo lucido e divertito sulla realtà. Memorabili il gioco delle parti alla Fiera del libro di Francoforte e il finale di gioiosa aspettativa della vita che verrà.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

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:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)

9 luglio 2015
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Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni (Spartaco Edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015
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Forse pochi (diciamo quasi nessuno, sì lo so esperto di rock che sgrani gli occhi e dici ma come si permette questa) si ricorda dei Ian Dury & The Blockheads, ma sta di fatto che il titolo di una loro canzone Sex And Drugs And Rock ‘N’ Roll è diventato un vero grido di battaglia oltre ad essere il manifesto di una intera generazione di giovani ribelli, (a cavallo tra ’60, e ’70 del secolo scorso, dai facciamo anche ’80) ancora non del tutto omologati al politically correct di questi ultimi (tristi) anni.
Una generazione che sembra trovare voce in un romanzo che parla di Stati Uniti, (con puntatine in Sud America e nel Sud Est asiatico, e altre nella cara vecchia Europa compresa la Svizzera, direte voi ma dai, e invece centra, fidatevi) ma stranamente è scritto da un autore italiano, anzi italianissimo decisamente non convenzionale, con un background culturale sfaccettato e molte tappe sul suo mappamondo personale.
Se non conoscete questo autore, Quando le chitarre facevano l’amore, edito da Spartaco edizioni, è un buon romanzo con cui iniziare. Già dalle prime righe vi direte ma quanta fantasia ha Lorenzo Mazzoni, una fantasia educata da tantissime buone letture i cui echi sono prepotenti nei suoi testi. Mazzoni lo confessa candidamente alla fine del libro, citando libri e autori da cui ha maggiormente imparato l’arte di inannellare parole, il tutto condito dal suo spirito anarchico e rivoluzionario da guerrigliero delle patrie lettere.
In questo romanzo c’è forse meno rabbia e più ironia di altri suoi libri, ma il disincanto resta intatto e feroce, come la critica al conformismo, e ai mali di questa società occidentale così ampliati all’enessima potenza nel universo a stelle e striscie. Ma non è tutto nero, non è tutto senza speranza, ci sono i giovani, c’è la musica, c’è ancora chi ci crede alla libertà, alla bellezza, all’approccio etico con il reale.
Non aspettatevi però un lieto fine, qua molti personaggi moriranno come mosche peggio che in un film pulp di Tarantino, e persino gli eroi della guerriglia musicale del romanzo, i componenti di The Love’s White Rabbits, finiranno chi a fare la guardia forestale chi il commesso viaggiatore, ma una zampata finale vi incoraggerà a pensare che il sistema non ha vito, che si può sparire a Chicago dopo una carica della polizia e far perdere per sempre le proprie tracce.
Quando le chitarre facevano l’amore l’avrete capito è un romanzo surreale e anfetaminico, non esattamente un invito a usare marijuana e LSD (specialmente nella limonata), ma a capire i motivi che ne hanno spinto il consumo in quegli anni confusi e lussuriosi. Ai tempi di Woodstock, delle marce per la pace contro la guerra del Viet-Nam, delle comuni di hippie in cui praticare l’amore libero, delle rivolte studentesche, dei neri e gli ispanici che volevano uguali diritti rispetto ai cittadini bianchi.
Forse mai come in quegli anni l’anarchia e la Rivoluzione fu a un passo da portarsi via il Sistema, ben più radicalmente che il solo Caos strategico, orchestrtato ad arte da rami più o meno ufficiali della CIA.
Se il rischio era quello di perdere il baricentro e creare una massa narrativa poco omogenea, Mazzoni ha avuto l’accortezza di creare un filo conduttore capace di costituire l’ossatura dell’intero romanzo, una caccia, a un “presunto” criminale nazista reinventatosi come amante della pace, e della musica Rock. C’è chi lo vuole uccidere per vendetta, (un vecchio israeliano, che tanto vecchio non è) chi perchè ha celebrato il matrimonio della donna della sua vita con suo fratello (uno stralunato reduce del Vietnam per esempio), chi lo vuole catturare per soldi (un cacciatore di nazisti italiano finito nelle grinfie di una sacerdotessa del Caos).
E poi molti altri lo cercano, tra cui due agenti deviati del Mossad (uno dei quali ha una passione sfrenata per le scarpe rosa coi tacchi) che si spacciano prima per messicani poi per senegalesi, un sosia presidenziale di uno stato sudamericano, un altro israeliano migliore amico del vecchio. E se non bastasse troviamo uno scheletro di un vecchio garibaldino innamorato di Anita Garibaldi, alcuni strumenti musicali molto loquaci, e una tartaruga, per non parlare poi di un taglialegna di forti ascendenze teutoniche.
Dunque ragazzi, io ho detto abbastanza ora tocca a voi. Buona lettura. Peace and Love.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Narratore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui “Il requiem di Valle Secca” (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), “Ost, il banchetto degli scarafaggi” (Edizioni Melquìades, 2007), “Le bestie/Kinshasa Serenade” (Momentum Edizioni, 2011), “Apologia di uomini inutili” (Edizioni La Gru, 2013; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni/Koi Press) “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” (2011; Premio Liberi di Scrivere Award), “La Tremarella” (2012) e “Termodistruzione di un koala” (2013). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter”, “Culturalismi” e “Torno Giovedì”. Collabora con “Il Fatto Quotidiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco.

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:: Un’ intervista con Nicola D’Attilio

8 giugno 2015

famiBenvenuto Nicola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te, Giulietta e grazie a Liberi di scrivere per avermi proposto questa intervista.
Dunque, che dire di me: sono nato a Genova, città dove vivo da sempre, 39 anni fa; sposato da dieci anni (nozze di stagno, pare); due bimbi. Nella vita mi occupo di progettazione di sistemi di sicurezza per le metropolitane (telecamere e simili).
Nel tempo libero (ah, ah, ah): scrivo, gioco con i miei figli, leggo, seguo il calcio (non strettamente in questo ordine).
La passione per la scrittura, è arrivata relativamente tardi: la mia formazione è principalmente (meglio: totalmente) scientifica: un diploma da perito informatico, una laurea in informatica, un lavoro nel campo informatico (che fantasia, eh?). Non ho quindi enormi basi letterarie, per essere onesti, ma sono stato fortunato e ho incontrato insegnanti di Lettere (una in particolare: grazie Raffaella!) sempre molto preparati e motivati che mi hanno trasmesso la passione per la lettura prima, per la scrittura poi. I primi esperimenti sono iniziati infatti in quinta superiore e poi avanti negli anni universitari. Dapprima con tentativi su poesia e racconti per bambini, poi dopo un periodo piuttosto lungo di astinenza dalla scrittura, il tentativo con la prosa vera e propria e romanzi per adulti.
Da qui a “Una famiglia imperfetta” il passo è di una decina d’anni, circa.

Sei di Genova, la città di Fabrizio de Andrè. Descrivicela, raccontaci i suoi caruggi, le sue piazze, i suoi borghi, il suo lungomare. E’ una città che ami?

Premetto che vivo a Genova ma, per come è fatta la città (un lungo serpente stretto tra monte e mare), abito a una mezzoretta di treno dal centro in un quartiere cosiddetto residenziale (Pegli) che ha un bel lungomare e delle ville comunali non proprio tirate a lucido, ma quantomeno sufficienti a ospitare giochi e svaghi di bambini (e salvezza per i genitori). È sicuramente un borgo meno conosciuto e famoso rispetto al centro storico, ma ha pur sempre dato i natali a De André!
I vicoli, il centro, la zona del porto: sono tutti luoghi che ho frequentato e che frequento ma solo saltuariamente; come per Clelia, anche io li conosco meno di quanto vorrei.
Mi piace la tramontana; la focaccia e il pesto; l’atterraggio in aereo (nonostante le prime volte fosse puro terrore); il tramonto sul mare nelle terse giornate invernali, con le cime innevate dell’Appennino a parziale sfondo.
E concludo dicendo che, per quanto stia attraversando un periodo difficile e di declino, per quanto all’esterno sia più nota per il fango che non per la focaccia, può contare su tanti cittadini e associazioni che lavorano caparbiamente per risollevarla e donarle un aspetto più simile a quello che così descrisse il Petrarca, nel 1358:
“Vedrai una città regale addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.

Provieni da “La Bottega di Narrazione” di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Parlaci di questo tuo periodo di formazione e raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante il corso.

Alla Bottega di Narrazione devo molto, se non tutto. La scoprii tramite Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. Dopo averci riflettuto un anno (sono anche piuttosto lento), decisi di candidarmi per due ragioni: la possibilità di avere una valutazione del mio lavoro da parte di professionisti; la possibilità, in caso di partecipazione, di lavorare al progetto che avevo in testa (e divenuto poi “Una famiglia imperfetta”). Ricordo ancora quando ricevetti la mail che accettava la mia candidatura. Ero a Bari, per una trasferta di lavoro e ricordo la gioia per essere trai partecipanti prescelti, così come il primo incontro. Ricordo l’elenco di libri che fece Giulio, libri che eravamo caldamente invitati a leggere per il bene nostro e del nostro progetto: erano tantissimi e, ovviamente, ero carente per un buon 90% dell’elenco; mi sentii spacciato. Fortunatamente non ho dovuto leggerli tutti prima di completare corso e romanzo: l’elenco lo conservo ancora e mi sono ripromesso di riuscire completarlo (ma serviranno anni, lo so).
La Bottega per me è stata una entusiasmane esperienza lunga diciotto mesi, e che mi porterò sempre dietro. Oltre all’occasione di conoscere scrittori come Cassani, Caliceti, Mari, Montanari o la Veladiano (e Mozzi e Dadati, ovviamente!), è stato fondamentale lavorare al mio progetto insieme a Giulio e Gabriele; poter ragionare sulla struttura, sulla trama; individuare e tagliare i rami secchi o arricchire dove serviva. Questo al di là del fatto di essere riuscito a esordire nella narrativa (anche se è stato un risultato importante, certo), perché mi ha dato comunque l’occasione per capire il metodo di lavoro, le comuni difficoltà e anche per prendermi un po’ più sul serio nella veste di “scrittore”.
Il bello poi della Bottega, è che continua tutt’ora, in quanto sono sempre in contatto con Giulio, Gabriele a alcuni ex compagni e “colleghi”, come Sabrina Rondinelli (che ha pubblicato “Il contrario dell’amore” con Indiana) e Giovanni Fiorina (“Masnago”, Marsilio).

Quale è stato il consiglio più prezioso di vita e di scrittura di Giulio Mozzi?

Non credo di avere un consiglio di Giulio più prezioso di altri, al contrario credo che una discussione con lui sul proprio romanzo sia una esperienza eccezionale nella sua interezza, per il modo in cui riesce a smontarne e rimontarne la scrittura, per come riesce a capire i personaggi quasi meglio di chi li ha inventati, per la capacità di individuare ingenuità ed errori, macroscopici e non.
Ma è piacevole chiacchierare con lui in generale, anche perché si spazia dalla vita e i massimi sistemi sino a Mascia e Orso (e credo stia in questo, la grandezza).
Ora metto via il violino e chiudo con un consiglio vero e proprio che tengo sempre presente: non esistono i personaggi, ma le relazioni tra i personaggi. Ah, e il conflitto! Mai dimenticarsi del conflitto!

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Citando nuovamente Giulio, sulla tecnica ci si può sempre lavorare, sino a ottenere risultati eccellenti. Il resto credo lo faccia l’immaginario e la capacità di trovare una storia da raccontare. Nel mio piccolo ho frequentato la Bottega per questo: per capire come si costruisce un romanzo, per imparare la tecnica, ma anche a migliorare l’immaginario. Farsi domande, chiedersi dove porti la storia che stiamo scrivendo, i motivi che ha un personaggio per compiere una azione, i prerequisiti che devono essere soddisfatti: tutta una serie di ipotesi e dubbi che, se opportunamente sollevati possono aiutarti ad andare avanti.
Quindi talento sì, senz’altro. Ma l’applicazione, il lavoro, la fatica, almeno per me sono stati e saranno sempre fondamentali.

Hai esordito quest’anno con il romanzo Una famiglia imperfetta, per San Paolo Edizioni. Raccontaci come è nato questo romanzo.

Era il 2008; mia moglie era incinta del nostro primo figlio: erano mesi particolari, di attesa, i tempi si dilatavano; credo sia stato abbastanza inevitabile chiedersi come sarebbe cambiata la mia vita, la nostra vita di coppia.
Così sono nati Clelia e Diego, i personaggi della storia. Però non volevo raccontare la mia vita, o di qualcuno in particolare. Volevo fosse proprio un romanzo di finzione, sullo stile delle commedie anglosassoni. Ho quindi deciso di lavorare sui contrasti, sugli opposti, sin quasi a esasperarli per creare effetti bizzarri: da gravidanza voluta a gravidanza non voluta; da coppia stabile a coppia improbabile e distante; e così via. Ma, come accennato sopra, è solo con i consigli e l’aiuto della Bottega che sono riusciti a trasformare quello che era un tentativo di romanzo, in un risultato ben definito.

Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Fai tante stesure, rielabori i tuoi scritti o scrivi di getto?

Nella mia giornata tipo, il tempo dedicato alla scrittura è: zero. Devo strapparlo con forza da altre attività.
Però riesco a ovviare a questa scarsa disponibilità pensando molto e spesso alla storia che sto scrivendo: si può pensare ovunque, nel tragitto casa lavoro; mentre fai la spesa alla Coop (salvo dimenticarsi qualcosa, ma è un prezzo da pagare), mentre sei a letto e fissi il soffitto aspettando il sonno. Mi immagino la scena, i dialoghi, i personaggi nello spazio, come se stessi guardando una delle mie serie tv preferite. Solo quando ho le idee piuttosto chiare, mi ritaglio una o due ore nel weekend e butto giù quella scena.
Quindi sì, tendenzialmente scrivo di getto, ma dopo averci riflettuto molto. Poi capita che, mentre scrivo, mi vengano altre idee e segua quelle nuove direzioni, arrivando in un posto del tutto inaspettato. Allora si riparte: si pensa alle nuove soluzioni, alle nuove strade e si scrive. E così via. Una volta finita la prima stesura, faccio parecchie correzioni e rielaborazioni. E ascolto i consigli di eventuali lettori. Mi pongo molti dubbi, a volte perdo delle ore se una parola o una frase non mi sembrano coerenti o in linea con il ritmo del paragrafo. Sono piuttosto pignolo e, fortunatamente, non ho grosse remore a cancellare o buttare via interi capitoli.

Clelia e Diego, i protagonisti, sono una coppia controcorrente, non potrebbero provenire da due percorsi di vita più differenti e tu decidi di farli incontrare. Cosa succede?

Clelia è una donna che ama pianificare tutti gli aspetti della propria vita; seria, senza grilli per la testa, che vive con inquietudine le novità e gli eventi non pianificati. Diego è più frivolo, più portato a cercare di godersi il presente piuttosto che a costruirsi un futuro, ma nasconde una propria morale, un istintivo senso di responsabilità che si scontra con il desiderio di una vita senza problemi. Farli incontrare è stato un modo per mettere a contatto due mondi differenti, per trovarne i punti di contatto, per integrare ciò che in apparenza sembra distante. Ecco: integrazione può forse essere la parola chiave, nell’incrocio delle vite di Diego e Clelia. In generale mi piace partire da sponde opposte e trovare i punti di accordo. Credo sia un modo interessante di raccontare le storie.

Nel tuo romanzo tratti temi seri, importanti, ma lo fai con leggerezza, con garbo, attento alle piccole cose come nelle commedie brillanti di una volta. E’ il tuo modo di essere e di scrivere o hai scelto questo approccio narrativo unicamente per la storia che volevi raccontare?

Devo ammettere che i miei primi esperimenti di scrittura erano tutti piuttosto cupi, con un alto tasso di mortalità dei personaggi. Poi, un giorno, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie mi disse qualcosa del tipo: “sappiamo tutti quanto possa essere triste la vita; prova invece a ricordare alle persone quanto possa anche essere bella e stupefacente”.
E così ho fatto, cercando un equilibrio con gli aspetti più seri della vita; un modo leggero e vivace di raccontare il mondo per come lo vedo io.
A tal proposito prendo in prestito una frase di Nick Hornby che, in una delle recensioni su The Believer a proposito dei cosiddetti romanzi leggeri dice: sono leggeri non nel senso di usa e getta o da dimenticare, anzi: sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza al lettore, all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica, ma ricercano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni.
È un approccio narrativo che sento mio e mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo, perché la scrittura, almeno in questa fase è per me innanzitutto divertimento. Quindi sì, credo sia la mia strada, anche per lavori futuri.

La protagonista si trova ad avere a che fare con una gravidanza indesiderata o meglio imprevista, e valuta di abortire. Non si parla spesso di aborto nei romanzi contemporanei, quasi non si volesse prendere posizione. Perché hai scelto di infrangere questo tabù?

Non è stata una scelta consapevole, ovvero non mi sono seduto un giorno davanti al PC e mi sono detto: rompiamo un po’ questo tabù dell’aborto.
Certo, la scelta del proseguimento o dell’interruzione di una gravidanza indesiderata o inattesa è spesso affrontata ideologicamente, ma nel caso di questo romanzo ho cercato di trattarla in modo del tutto differente: non ideologico insomma; la scelta di Clelia è una scelta umana e basta. Non c’è una presa di posizione, pro o contro, nel romanzo. Solo l’esperienza di una donna, del suo singolo caso e delle sue emozioni nell’affrontarlo. Non è un romanzo sull’aborto e mi preme evidenziarlo. Anzi, direi piuttosto che si tratta di una commedia sull’imprevedibilità della vita (oltre che sulla famiglia, ovviamente); su quanto siamo in fondo foglie mosse dal vento.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Per il genere a cui mi ispiro, ovvero una commedia o comunque un testo brillante, ci sono libri e autori importanti nel mio percorso formativo e a cui più o meno mi ispiro: Nick Hornby, innanzitutto, che è forse il modello che prendo maggiormente a riferimento, Roddy Doyle, McCourt che, con “Le ceneri di Angela” racconta una storia profondamente tragica con una leggerezza e comicità tali da renderlo inarrivabile, almeno per me. Infine la Kinsella, che per tecnica, brio e ritmo dei suoi romanzi non può che rappresentare un altro ottimo esempio.
E poi ci sono i libri che hanno segnato il mio percorso, ai cui autori sono rimasto inevitabilmente legato (su tutti: Calvino, Carver, Hemingway). In V superiore, come premio di partecipazione alle olimpiadi della matematica, mi regalarono una copia di “Cent’anni di solitudine” (su iniziativa dalla mia insegnante di Lettere, sempre lei!): fu devastante, persi non so quante volte il filo del racconto, tanto da disegnarmi un albero genealogico a parte; ma fu al contempo una avventura splendida e mi piace pensare che, se qualcosa in quel periodo della mia vita si è smosso facendomi avvicinare alla scrittura, quel qualcosa sia accaduto durante quella lettura.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Non che io sappia, per il momento, ma se accadesse ne sarei ovviamente ben contento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo esatto momento: “Primavera di bellezza” di Fenoglio. Ho però appena finito “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace; avevo iniziato “Infinite Jest” ma non sono stato in grado di arrivare in fondo (ma ci riproverò…), così ho ripiegato su qualcosa di più gestibile (almeno per le mie capacità), volendo conoscere meglio questo autore: ne è valsa decisamente la pena.

Prossimi progetti?

Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà un seguito di “Una famiglia imperfetta”: da una parte mi piacerebbe, anche per approfondire figure che qui sono rimaste in secondo piano come Primo Maggio o Margherita; dall’altra però, i sequel sono sempre pericolosi e credo che me ne terrò alla larga.
Piuttosto, credo continuerò a scrivere sulla famiglia, esplorandone altri aspetti e problematiche, ma sempre con leggerezza. È un argomento che mi affascina, che mi piace raccontare e sul quale credo ci sia ancora tanto da dire, nonostante già se ne parli parecchio.

:: Un’intervista con Eugenio Di Rienzo a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015

conflitto russo-ucrainoBenvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma e direttore della Nuova Rivista Storica oltre che membro del comitato scientifico di Geopolitica. Ci parli del suo libro, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, un testo breve se vogliamo ma denso di concetti e riflessioni. Ha sentito la necessità di fare chiarezza su un conflitto ancora in atto, nonostante la tregua, alle porte dell’Europa. Pensa abbia similitudini con la Guerra civile nell’Ex Jugoslavia?

Ormai purtroppo le similitudini sono evidenti. Siamo di fronte ad un conflitto intestino che si sviluppa in una delle aree-chiave dell’Eurasia. Una guerra fratricida aggravata dall’ingerenza di altre Potenze: Federazione Russa, Usa, Canada, il fronte nord-est dei Paesi Nato (Polonia, Repubbliche Baltiche, Danimarca, Norvegia), Regno Unito, e ora anche, potenzialmente, Nazioni non integrate nell’Alleanza atlantica, come Svezia e Finlandia. Una guerra civile che ha visto il prepotente ritorno sulla scena del combattente irregolare: guerrigliero, foreign fighter, contractor, terrorista. Una guerra che, come tutte le guerre civili, si è trasformata in una “guerra ai civili”, nel silenzio del sistema dei media occidentali.

La rivoluzione di Majdan Nezaležnosti evidenzia senza mezzi termini il tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina verso la Nato, questa è la tesi che sostiene nel suo saggio, pensa che questo modo di agire sia vitale per gli USA e soprattutto condiviso all’interno dell’establishment governativo statunitense?

Il comportamento di Washington, per parafrasare una famosa frase di Talleyrand, è “peggio di un crimine”, è un “errore” che sarà fatale soprattutto all’Europa. Il tentativo di erigere un ordine mondiale unipolare, sbarazzandosi di un potenziale antagonista, come la Russia, prima di arrivare alla resa dei conti finale con la Cina, sembra l’unica ratio che guida l’amministrazione Obama. Si è ottenuto però l’effetto contrario: costringere Mosca ad un’innaturale alleanza con Pechino.

La deposizione del presidente filorusso dell’Ucraina Victor Janukovyč viene considerata senza mezzi termini da Putin un colpo di stato. Insomma rientra in un più ampio atto di aggressione contro la Russia da parte europea e americana. Crede possibile un ripristinarsi delle condizioni che hanno dato origine alla Guerra Fredda? A chi converrebbe davvero che si ripresentassero?

Con il sempre più forte processo di riarmo portato avanti dalla Nato, ormai in gran parte succube della strategia aggressiva degli Usa, e dalla Federazione Russa siamo ritornati apparentemente a una nuova Guerra fredda. Dico apparentemente, perché ora, diversamente che nel passato, Stati Uniti e Nato sono all’attacco, mentre la Russia è in difesa.  L’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di militari “senza stellette”,  per appoggiare le milizie del Donbass, è un fatto indiscutibile ma si è trattata comunque di una reazione comprensibile e legittima, direi. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica (pensiamo al peso geostrategico della Crimea). Perché la Russia, dal crollo dell’Urss, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Troppo facile è accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo russo. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra Potenze nucleari. Cui prodest tutto ciò? A nessuno direi, e neppure all’incontrollata volontà di potenza americana. Non certo all’Europa che pagherà l’isolamento economico e diplomatico dalla Russia a un prezzo altissimo.

Uno dei punti nodali del suo saggio è l’estrema debolezza della politica estera dell’Unione Europea, ancora troppo condizionata dagli interessi e dalle decisioni USA. Si arriverà mai a un totale affrancamento, e soprattutto alla creazione di una reale politica estera condivisa, (ora sembra che la cancelleria di Berlino sia l’unico portavoce) ci sono tentativi in merito?

Esiste un fronte dialogante con Mosca, all’interno dell’Unione Europea e della Nato, costituito da Francia, Germania e Italia, che potrebbe attirare nella sua orbita anche altri Paesi dell’Eurozona (Spagna, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), se solo Berlino si decidesse a prendere, di fatto, la guida dell’Unione. C’è urgente bisogno di un nuovo Bismarck che dica, a voce alta: “Mai contro la Russia!”. Purtroppo il ricordo dell’avventura nazista pesa ancora troppo sulla coscienza tedesca perché questo avvenga, mentre Parigi e Roma possano aspirare solo a ricoprire il ruolo di junior partner di Berlino.

L’epigrafe del libro, la citazione all’inizio del saggio, riporta le parole di Vladimir Putin espresse il 18 marzo 2014 sulla necessità di “rifiutare la retorica della Guerra Fredda” e soprattutto di considerare che la Russia  “ha i suoi propri peculiari interessi che devono essere tenuti nel debito conto e rigorosamente rispettati”, lamentandosi del comportamento di Stati Uniti e l’Europa occidentale che costringono le organizzazioni internazionali (vedi ONU) a “emettere risoluzioni che ne giustifichino le azioni, ma se queste non agiscono in loro favore, essi semplicemente ignorano le decisioni”. Affermazioni abbastanza esplicite, secondo lei quanto c’è di verità, oltre la retorica politica?

Molta più verità che propaganda.

La politica delle sanzioni in che misura danneggia realmente la Russia, o sono più le ripercussioni negative sulla gia affaticata economia europea? Gli USA da questo, secondo lei, ne traggono vantaggio?

Il crollo dell’economia russa, a causa delle sanzioni, non è avvenuto e anzi queste e le ritorsioni economiche russe hanno gravemente danneggiato l’Europa (in particolare Italia e Germania). Ciò detto, bisogna aggiungere che l’economia russa, ancora troppo dipendente dalla vendita di gas e petrolio, arretrata e sofferente nel settore agricolo e in quello dei beni di consumo, resta fragile. Per tornare ai danni subiti dall’UE a causa della politica sanzionista, è evidente che un’Europa debole, messa in stato di scacco e ostacolata dallo sviluppare tutto il suo immenso potenziale economico, da Lisbona a Vladivostok,  non può che convenire a Washinton.

La crisi ucraina è divenuta ora anche la crisi del fronte euro-atlantico, della lunga entente cordiale tra Vecchio Continente e Stati Uniti” dice in una recente intervista, può esplicitare meglio questo concetto?

Credo che i più forti e autorevoli partner politici e militari degli Usa, con l’eccezione di Londra, non abbiano nessuna voglia di “morire per Kiev”, dopo aver visto i loro uomini morire invano per Bagdad e Kabul. In Francia e in Italia, l’insofferenza degli ambienti militari per l’avventurismo statunitense è ormai è palpabile.

Nel suo saggio cita spesso Kissinger e la sua visione pragmatica e realistica dei rapporti internazionali.  Secondo il suo pensiero l’avventata profezia della “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama si è rivelata senza fondamento ovvero la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa”, non si è avverata. Anzi ci orientiamo verso “un’ evoluzione della carta politica del pianeta in ‘sfere d’influenza’ egemonizzate da Stati diversi e da diverse forme di governo, ai cui margini ciascuna sfera sarebbe tentata di testare la sua forza contro altri soggetti ritenuti illegittimi”. Concludendo che c’è una differenza insopprimibile tra un ordine mondiale ‘eversivo dello status quo internazionale’, promosso oggi dal Global Democratic Revolutionary Power statunitense, e uno ‘legittimo’ che trova la sua ragion d’essere nel ripudio dell’uso della forza e che agisce nello spazio e nel tempo del possibile segnato dalla realpolitik, in nome del rispetto degli obblighi condivisi. Pensa che il suo pensiero sia tenuto ancora in debita considerazione almeno in qualche frangia dell’amministrazione Obama?

Kissinger, purtroppo, è per l’amministrazione Obama solo una fastidiosa Cassandra. A Washington sembra prevalere la lezione dei Falchi neoconservatori, troskisti in gioventù, che ora hanno rimodulato il dogma della “rivoluzione permanente” sotto il segno dell’interventismo democratico. Nell’imbroglio ucraino, me lo lasci, dire, solo i conservatori, nel campo intellettuale, hanno conservato un minimo di lucidità… e penso alle posizioni di Franco Cardini e Sergio Romano. Su quello politico di grande ragionevolezza e coraggio sono state le posizioni di Berlusconi, Napolitano, Prodi. Onore al merito!

Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’ipotesi Hillay Clinton. Se vincesse le elezioni pensa ci sarebbero le premesse per un reale mutamento della politica estera? O gli interessi USA sono troppo legati a un indebolimento della Russia? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica Usa, come quella di tutte le Potenze imperiali, è sempre eguale a se stessa, a prescindere dagli attori che si muovono sul palcoscenico della politica internazionale. Detto questo, io temo che l’ascesa della Clinton possa portare a una politica estera ancora più assertiva di quella di Obama. D’altra parte la politica estera democratica è solo un mito, uno specchietto per le allodole inventato dalla parte più forte.

Recensione a “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale“, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) qui