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:: Un’ intervista con Mirko Zilahy a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi, autrice di “Tredici storie di Adriatico”, a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2016

ILgKv0ORBenvenuta Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a te, Giulia.

Sei originaria di un piccolo centro vicino a Ferrara e ora vivi vicino a Bologna. Parlaci dei tuoi luoghi, dove sei cresciuta, dove ora vivi.

Ho vissuto nella Bassa fino a 19 anni, poi ho trovato lavoro a Bologna  continuando a cambiare casa nei paesi limitrofi. Al momento ho all’attivo otto traslochi. Sono stata impiegata a Bologna per oltre trent’anni facendo subito  miei i termini: Rusco (spazzatura), Tiro (apriporta), Cinno (ragazzo) e Soccia (…)  il quarto ho smesso di usarlo appena mi hanno spiegato cosa voleva dire. Di Argenta, dove sono nata, ho un ricordo di estati afose,  valli e tanta nebbia. Quando qui parlano di nebbia ripenso a quella della Bassa, dove per procedere in macchina devi metter la testa fuori dal finestrino per seguire la striscia bianca di mezzeria. Ora vivo in un posto immerso nel verde a Castello di Serravalle dove quando d’inverno nevica resti anche per una settimana a lume di candela e senza riscaldamento. Una cosa molto romantica.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa leggevi da ragazzina?

I primi libri furono Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie,  cominciai ad appassionarmi  alla lettura coi romanzi di Verne verso i 10 anni. Sono diventata una lettrice  solo dopo i 30. Dai 20 ai 30 con una  figlia piccola da crescere, autobus denso di fumo con soli posti in piedi,  lavoro e  casa da seguire  non trovavo il tempo e non sapevo neppure quali letture potessero piacermi. Alla passione per il noir ci sono arrivata per eliminazioni successive.

Poi è arrivata la scrittura. Ce ne vuoi parlare? Che tipo di scrittrice sei?

Una scrittrice lenta. Tutto è cominciato per caso vent’anni fa, inviando un racconto a un concorso. Da lì ho partecipato ai concorsi letterari come fosse un lavoro per 4 anni, arrivando ai primi posti in una sessantina. All’inizio collezionavo targhe e coppe, negli ultimi tempi miravo solo ai premi in denaro. Scrivevo una storia di una trentina di cartelle e la spedivo.  Allungando, accorciando e cambiando l’ambientazione a seconda delle richieste dei bandi. Col  primo racconto La ribaltabile, il più modificato in assoluto, potrei farci un Esercizi di stile. Partiva da una storia nella Bassa arrivando all’ambientazione sarda. Una volta  premiarono lo stesso racconto nello stesso giorno in due posti diversi a 500 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ci dividemmo i compiti col marito.

Scrivi di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine. Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quali sono i film tratti da libri più riusciti?

Sono  assetata di storie e amo  il cinema da sempre. Da piccola abitavo fuori mano e non potevo andarci, era il periodo dei Western. Per anni ho sognato di vederne e da allora mi è rimasta la voglia di scriverne uno a modo mio. Di film riusciti tratti da libri  me ne  vengono in mente solo alcuni: Il gattopardo, Shining,  Mystic River, La cruna dell’ago, alcune trasposizioni da Simenon, Uomini che odiano le donne… Spesso mi  capita vedendo un film di leggere il libro in seconda battuta.

Ho letto Tredici storie d’Adriatico, uscito nel 2014. Un libro di racconti. E per quanto ne capisco di libri, originale, ben scritto, con un suo proprio stile che lo evidenza da tanta narrativa tutta uguale. Che accoglienza ha avuto?

L’Editore Luciano Sartirana  ha letto la raccolta, gli è piaciuta, e si è offerto di pubblicarla. Il libro è stato bene accolto dai lettori e ne sono contenta. Non è una pubblicazione a pagamento. Se dovessi pagare per pubblicare  mi terrei gli scritti nel cassetto.

Molte protagoniste dei tuoi racconti sono donne. Come sta cambiando il ruolo delle donne nella narrativa?

I miei racconti prendono spunto da storie vere, solo i finali sono di fantasia. Mia figlia e le mie amiche offrono spunti  a raffica tutti i giorni. Tutte viviamo per il gusto dell’aneddoto e appena ne abbiamo uno ce lo telefoniamo. Da  lì nascono i miei racconti. In Tredici storie di Adriatico  solo due storie sono narrate in prima persona da maschi. Ho sempre pensato che le donne abbiano più cose da raccontare, anche se poi sono i maschi a vendere più libri.

In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città. Come dico nella mia recensione al tuo libro: “c’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare”. Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono. Pensi sia vero?

Resto dell’idea che per scrivere di un posto occorra viverlo. Poi ci sono sempre le eccezioni alla regola.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Di italiani ho amato alcuni libri di Ammaniti,  Baldini, Carofiglio, Camilleri e  De Giovanni anche se  la grande passione resta  sempre per Simenon (quello dei romanzi senza il Commissario Maigret).

Cosa stai leggendo adesso?

Ho appena finito Freddo nell’anima di Lansdale e Chiamate la levatrice di Jennifer Worth. Apprezzando  entrambi.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Preferisco i romanzi. Quando mi affeziono a una storia vorrei che il piacere si protraesse il più a lungo possibile e non si esaurisse in poche pagine, ma amo anche i racconti.

Riguardo la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi o dei dialoghi?

Mi vengono più rapidi i dialoghi. Anche da lettrice le descrizioni troppo corpose se non sono indispensabili mi affaticano, e quelle che somigliano a poesie mi uccidono.

Un ricordo di Luigi Bernardi.

Si propose per pubblicarmi una raccolta di racconti sulla Bassa (Bassa e nera) ma avevo mandato la stessa raccolta a  un concorso che aveva per premio la pubblicazione e l’ho vinto. Quando lo seppe si arrabbiò e  disse “E adesso arrangiati!” Conservammo comunque dei buoni rapporti e ho tenuto  le sue mail per ricordo. Era di una schiettezza rara. Peccato averlo perso troppo presto.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per le presentazioni dei miei  libri finora, fortunatamente,  è andata bene. Ho invece il ricordo di due  premiazioni letterarie  dove non si presentò il secondo classificato, causa morte improvvisa. Ecco in quei casi lì pensi che sia  bello non arrivare secondi. Capitò anche che  per due volte  mi scrivessero sulla  targa “Paolo Rambaldi” scusandosi quando mi videro arrivare. La giustificazione fu sempre la stessa:  il racconto era talmente duro e cattivo da far pensare che  l’avesse scritto un uomo. L’ho  preso come un complimento.
Ma quello che mi faceva morire erano le motivazioni della premiazione (di solito lusinghiere) cioè quello che, secondo il critico,  avrei voluto dire col  racconto. Alcune  interpretazioni erano talmente  sorprendenti che sembrava si riferissero alla storia di un altro. Cominciavano sempre con un “E qui l’autrice ha voluto dirci che…” e le leggevano ad alta voce cercando cenni di assenso da parte mia che non riuscivo a dare. Alcune memorabili e involontariamente comiche le tengo ancora incorniciate in salotto. Di qui la mia diffidenza quando un critico cerca di spiegarmi un quadro…

Grazie della tua disponibilità, Paola.

È stato un piacere, Giulia!

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Spero che il mio romanzo Brisa, attualmente presso un agente trovi presto la sua strada, non desidero altro. Oddio a ben pensarci qualche altra cosa da desiderare  l’avrei ma la pubblicazione del romanzo è sicuramente la prima.
Alla pace e alla guerra nel mondo ci pensano già a Miss Italia.

:: Breve diario di frontiera, Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2016
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Migrante vuol dire molte cose. Ma soprattutto lavorare. All’ estero non si va per divertirsi ma per fare quattrini. E in nome di questo obbiettivo si sacrifica tutto. Ci si rassegna a fare due o tre lavori al giorno; a essere pagati in nero; ad accettare un salario inferiore a quello dei lavoratori locali; a fare i crumiri; a mettersi a piangere per commuovere il padrone finchè si capisce che di padroni pronti a commuoversi ce ne sono pochi in giro,; ad alzarsi all’alba e andare in piazza Omonia, nel cuore di Atene, stando in piedi per ore come una statua vivente che gli operatori del comune hanno dimenticato di pulire.

Migranti, profughi, espatriati, ci sono vari termini per definire coloro che abbandonano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero. E per quanto possa sembrare strano di questi tempi non è una realtà solo contemporanea, sono esistiti sin dall’antichità e sempre esisteranno. Si lasciava la propria terra a causa delle persecuzioni, delle carestie, delle guerre, come oggi, allo stesso identico modo. Le loro storie spesso, ovvero sia sempre, drammatiche sono storie a parte, ognuna diversa dall’altra come le famiglie infelici di Tolstoj, che meritano la dignità di essere raccontate e quando a farlo è un autore come Gazmend Kapllani vi garantisco è un’ esperienza che non si dimentica. Breve diario di frontiera (μικρό ημερολόγιο συνόρων, 2006) è un breve testo narrativo definito dallo stesso suo traduttore Maurizio De Rosa come docu-fiction: è piacevole da leggere come un racconto ma i fatti narrati provengono dall’esperienza diretta dell’autore, e sono fatti veri, autentici e pur se narrati con un registro ironico e umoristico, simile allo spirito yiddish sebbene l’autore si professi ateo, (si ride, o per lo meno si sorride spesso strano a dirsi) non evitano al lettore di riflettere e interrogarsi, infatti il fatto che Kapllani sappia rilevare l’aspetto comico della realtà non toglie o attenua una serietà etica di fondo e una drammaticità che appunto solo l’intelligenza sa rendere tollerabile e sopportabile.

Si è disposti a condividere delle topaie, anzi dei porcili, con altri dieci, quindici, venti persone. A nutrirsi di pane con il sale, o anche soltanto di pane. Ad addormentarsi spesso e volentieri sull’autobus a causa della stanchezza e della scarsità di sonno. A puzzare come una carogna in primo luogo perché di tempo per lavarsi non ce n’è e poi per risparmiare sulla bolletta dell’acqua calda. In confronto a un migrante il peggior avaro del mondo ha le mani bucate.

La penna felice di Gazmend Kapllani insomma ci accompagna in un viaggio privandoci del dolore di chi l’ ha realmente intrapreso, ma facendocelo percepire e intuire con lucida consapevolezza. Kapllani agli inizi degli anni ’90 lasciò l’Albania, superò la cortina di ferro, (ormai le frontiere erano cadute) e raggiunse la Grecia a piedi con alcuni compagni per finire in un “campo” di accoglienza prima e poi grazie a una scelta del caso, o anche soprattutto per merito della sua conoscenza delle lingue, a non essere tra quelli che vengono rispediti indietro. Ma anzi raggiunge Atene, fa mille lavori, si laurea, e cambia il suo destino. Il testo si sviluppa seguendo due linee narrative in un susseguirsi di canti e controcanti, che mettono a confronto il passato nell’Albania comunista degli anni 70 e 80, (Kapllani è nato nel 1967) e il presente di profugo chiuso in un “campo” di accoglienza sovraffollato, sporco, senza cibo se non qualche pagnotta gettata dei poliziotti a una folla affamata. Non è un testo volto a ispirare compassione, anzi il profugo proprio la rifugge la compassione, non vuole ispirare pietà, non vuole fare pena, e la più grande offesa alla sua dignità è proprio tributargliela.

Il migrante conta i soldi come gli anemici contano le gocce del sangue. Non spende nulla, non compra nulla, vive con il minimo indispensabile, è per sentirsi sazio gli basta contare i soldi e sapere che qualcuno vuole dargli un altro lavoro, e poi un altro e un altro ancora.

Kapllani ci parla di fatti ormai considerati storia (storia passata) ma la modernità e attualità del punto di vista del profugo e in un certo senso senza tempo. I sentimenti, le difficoltà, la differenza tra prima e seconda generazione, il desiderio di integrarsi, il senso di colpa per avere abbandonato la propria terra e essere fuggiti, (alcune volte superato con il desiderio di tornare in un futuro forse remoto), tutto è reale per i profughi di ieri e di oggi e per quelli che verranno. E’ un testo interessante sia per il suo valore di testimonianza, ma nello stesso tempo perché è indirizzato a noi, popolo di coloro che dovrebbero accogliere, diradando nubi su realtà per lo più misteriose, o che l’indifferenza rende tali. Ed è difficile restare indifferenti leggendo questo libro, è difficile non provare simpatia per lui e i suoi amici, per persone molto diverse dallo stereotipo di “profugo” che emerge da televisioni o giornali: un pericolo, una minaccia, uno che arriva a toglierci il lavoro, che violenta le “nostre” donne, uno che ci priva di diritti e ricchezze “nostre”.

Finché a un certo punto ha la sensazione che le forze gli vengano meno, gli sembra di avere l’artrite, ha delle starne fitte ai reni, alla schiena, al cuore. Se è fortunato riesce ad andare all’ospedale. Ma molti non ce la fanno. Muoiono sul lavoro, restano uccisi dal crollo di un muro, perché i capi per risparmiare non si preoccupano di prevenire gli infortuni. Si sa infatti i migranti muoiono in silenzio come le mosche.

E’ difficile non provare simpatia per qualcuno che è una persona prima che una condizione, o uno stato di necessità. Una persona non di serie b, c o z, ma una persona del tutto identica a noi che ha solo avuto la sventura di trovarsi al di là della frontiera sbagliata, con il passaporto sbagliato, e che a volte ha meriti e capacità molto superiori alle nostre. Ecco a volte basta rifletter su questo. Buona lettura.

Gazmend Kapllani. È nato a Lushnjë, in Albania, nel 1967. Nel gennaio del 1991, dopo la caduta del regime totalitario albanese, ha raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti. Per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Si è laureato in lettere presso l’Università Statale Giovanni Capodistria di Atene e ha svolto la tesi di dottorato presso l’Università Pantio di Atene, dove ha anche insegnato Storia e Cultura dell’Albania moderna. È stato editorialista dell’autorevole quotidiano ateniese “Ta Nea”. Nel 2012 è stato Fellow del Radcliffe Institute dell’Università di Harvard. Vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Maurizio De Rosa. Laureato in lettere classiche nel 1996 all’Università Statale di Milano, dal 1997 a oggi ha tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori greci contemporanei. Per la sua attività è stato candidato due volte al Premio Nazionale Ellenico della Traduzione. Ha collaborato e collabora tutt’ora con il Centro Nazionale Ellenico del Libro, con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene e con l’istituto Petros Charis dell’Accademia di Grecia. Suoi articoli sono apparsi su riviste specializzate in Italia, in Grecia e a Cipro, ed è autore di un saggio storico sulla letteratura greca dal 1880 ai giorni nostri. È membro regolare dell’Associazione Nazionale di Studi Neogreci e socio del Centro Ellenico di Cultura di Milano. Per Del Vecchio Editore ha tradotto: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016

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Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016
sarta

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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016
Copertina Ben pastor

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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2016

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Benvenuto Lorenzo. Per la terza volta vincitore del Liberi di scrivere Award, un premio in cui la massima soddisfazione è sapere che tanti lettori hanno autonomamente votato per il tuo libro. Premi letterari ce ne sono molti, ma il nostro ha senz’altro la peculiarità che il voto diretto dei lettori proclama il vincitore, non ci sono giurie di qualità, non ci sono rose di libri tra cui scegliere, e autori italiani e stranieri hanno la stessa importanza. Come ti spieghi questo grande affetto che i tuoi lettori hanno nei tuoi riguardi?

Grazie per l’ospitalità. Sono molto felice per questo premio, proprio perché i voti vengono dai lettori e non da una giuria che, molto spesso in Italia, ha un occhio più attento all’editore che sta dietro ai candidati rispetto alla qualità dei testi. Me lo spiego con il grande lavoro di passaparola di amici, colleghi, ufficio stampa di Edizioni Spartaco. Significa che chi è venuto alle presentazioni si è entusiasmato, chi ha letto le recensioni al libro si è fatto incuriosire, che i librai indipendenti mi hanno consigliato utilizzando anche i social network. C’è qualcosa di profondamente libertario e di grande affetto in tutto questo.

Quando le chitarre facevano l’amore”, il libro per cui hai vinto questo premio, edito da un piccolo ma interessante editore di Caserta, ha avuto una buona accoglienza dai lettori e anche dalla critica, ho letto numerose recensioni di critici importanti. Che bilanci ne trai ormai a diversi mesi dalla pubblicazione?

Di essere finito tra le mani di un grande editore. La cura al testo (editing, promozione, incitamento, discussioni, presenza sul territorio) è stata enorme. Edizioni Spartaco ha creduto fortemente in “Quando le chitarre facevano l’amore”, la redazione mi ha confermato, a parole e azioni, che avevo scritto un testo importante. Quando dietro hai qualcuno che non solo crede in te, ma conosce il tuo romanzo come se fosse suo le cose non possono che andare bene. In otto mesi ho portato il libro in giro per tutt’Italia, ho avuto riscontri positivi (il premio lo conferma) e sono molto soddisfatto, anche perché credo sia il mio lavoro più importante. Io se fossi un lettore lo divorerei in mezza giornata.

Che accoglienza hai ricevuto all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo?

Quest’anno verrà pubblicato da un editore cileno, Edicola Ediciones, “Un tango per Victor”. Riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore” si trova nelle librerie italiane di Londra, Amsterdam e Bruxelles. Ci stiamo muovendo per le traduzioni e guardiamo non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il mercato asiatico, per esempio, ci piace molto.

Sei uno scrittore viaggiatore? E’ corretta come definizione? Che paesi hai visitato nella tua vita, cosa ti hanno lasciato?

Sì, è una definizione che può essere definita corretta. Ho visitato tanti paesi e ho abitato in diverse parti del mondo. Laos, Vietnam, Yemen, Egitto, Turchia, Marocco, Francia, Inghilterra, Bulgaria, Romania e via andare. Ogni esperienza, che fosse un viaggio o una permanenza duratura, mi ha lasciato tracce indelebili sia sul mio modo di approcciarmi alla scrittura, sia nell’osservazione delle persone. Ho bisogno di andare e lasciarmi assorbire. Qualcosa di positivo ne viene sempre fuori.

Ho già avuto modo di intervistarti riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore”, in questa intervista mi piacerebbe guardare al futuro e parlare di libri. Hai un blog molto seguito sul Fatto Quotidiano in cui parli di libri. Cosa è uscito, o sta uscendo, di interessante in questo primo mese del 2016?

Non voglio parlare di titoli, ma di editori che bisogna tenere d’occhio: Metropoli d’Asia, Il Sirente, Edizioni Clichy, Keller, 66thand2nd, Del Vecchio Editore e naturalmente i miei editori: Edizioni Spartaco e Koi Press. Sono tutti editori indipendenti che lottano per dare ai lettori grande letteratura, riuscendoci spesso. Tra i medio-grandi adoro Il Saggiatore. Difficilmente sono interessato ai grandissimi. C’è tanta letteratura importante nel variegato mondo indipendente, per i grandissimi TV, social network e librerie da centro commerciale fanno già abbastanza. Io dico: tenete d’occhio gli indipendenti, anche nel 2016 usciranno grandi cose.

A febbraio, dal 17 al 21, terrai un workshop di scrittura a Marrakech, in Marocco. Ce ne vuoi parlare? Ci sono ancora posti disponibili? Perché Marrakech, perché ora? E’ una forma di resistenza a tutti i messaggi allarmistici che ci arrivano dal mondo arabo e dal nord Africa?

Perché gli allarmismi li crea chi non esce di casa. Perché Marrakech è uno dei primi luoghi che vidi fuori dall’Europa tanti anni fa ed è una città indimenticabile. Si tratta di un progetto in collaborazione con Mille Battute. Un laboratorio che vuole mettere in primo piano la parte pratica della scrittura rispetto a quella teorica con esercitazioni sul campo e visite guidate della splendida “Città Rossa”. Uno spazio condiviso da docente e allievi, uno scambio di saperi, letture, suggestioni sulle tracce di Elias Canetti, Paul Bowles, Tahar Ben Jelloun, George Orwell, Allen Ginsberg, Ibn Battuta. I requisiti per partecipare al workshop sono: voglia di scrivere, voglia di leggere, voglia di viaggiare, un bloc-notes e una penna. Il noir, l’esotico, la scrittura viaggiante saranno gli ingredienti dell’atmosfera che si respirerà durante le lezioni. Entro la fine del 2016 i lavori (editati e sistemati) verranno raccolti in un eBook, una sorta di romanzo a racconti, che verrà pubblicato da Koi Press. I racconti e le suggestioni narrative, in sinergia con gli scatti fotografici fatti dai partecipanti, saranno pubblicati su Mille Battute. Sì, c’è ancora qualche posto, e sul sito che curiamo io e il fotografo Tommy Graziani, IbnBattuta.viaggi diamo anche indicazioni su voli, alloggio, clima e il piano dettagliato delle lezioni e delle visite guidate.

La crisi generale si riflette anche nell’editoria, non lo nascondiamo, i rapporti ISTAT parlano di un inarrestabile calo di lettori. Cosa si potrebbe fare attivamente per avvicinare la gente ai libri? Un po’ di colpa è anche degli editori che non pubblicano libri interessanti? O la gente ha proprio ormai altri interessi?

Tempo fa scrissi un articolo uscito su Il Fatto Quotidiano, un appello agli editori che ripubblicassero titoli ormai caduti nel dimenticatoio, ne avremmo tutti bisogno. La colpa credo sia un po’ dell’editoria di massa, ma anche dell’impoverimento culturale generale. Se non voglio leggere Fabio Volo ho la scelta di prendere un libro che mi piaccia di più. Fabio Volo non toglie lettori ai Mazzoni di turno, questo premio lo conferma. Il problema è che se tu continui a investire i denari in qualcosa che è decadente ancora prima di essere pubblicato e dai importanti riconoscimenti mainstream sempre agli stessi banalissimi scrittori di genere è ovvio che hai meno finanze da investire per chi potrebbe provare a dare una svolta. Per questo propongo di ripubblicare autori straordinari. Qualche nome? “Il mondo di Suzie Wong” e “L’albero della febbre” di Richard Mason, “La ragazza dai capelli arancio” di Ehrlich Bert,The Warriors” di Sol Yurick, tutta l’opera di Sam Selvon, “Lo stato selvaggio” di Georges Conchon, i testi coloniali di Willem Frederik Hermans,Topkapi” di Eric Ambler, “I commedianti “di Graham Greene, “La nuova Babele” di Morris West…

Che libri consiglieresti di leggere capaci di far diventare book addicted i lettori? Pensi ci siano libri con questo potere?

Certo, la letteratura di liberazione non morirà mai, come il rock and roll. I titoli sopra citati li consiglio tutti. E poi dico: leggete Brian Gomez e Arto Paasilinna e Paco Ignacio Taibo II e Georges Simenon e Liu Zhenyun e Yasmina Khadra e Olivier Rolin e Alain Mabanckou e Ben Fountain e…

Ho seguito la tua carriera letteraria praticamente dall’inizio e ho notato che sei un autore che trova il tempo per leggere. Molti autori che intervisto mi dicono che non hanno tempo, troppo impegnati a scrivere i loro libri, o anche solo per non farsi influenzare. Le contaminazioni invece di genere, temi, riflessioni, sono invece un punto forte della tua narrativa. In fondo siamo tutti nani sulle spalle di giganti, già Omero nell’età antica aveva praticamente detto tutto sulla natura ultima dell’uomo. Come è nato il tuo amore per i libri, come si è rafforzato negli anni?

Mia mamma, mi portava a casa libri da quando io ricordi. Mi leggeva storie. Me le leggeva anche mio nonno, inventandosele davanti a un libro di pittura. Mio padre mi apriva l’atlante e mi spiegava le capitali del mondo. Sono sempre stato circondato da libri. I primi soldi dei lavoretti estivi li spendevo in libri. Io e la mia compagna non torniamo mai a casa senza avere acquistato libri per noi e per nostro figlio. Le case senza libri mi fanno venire in mente un campo di concentramento, le persone attaccate al cellulare in metropolitana mi ricordano la morte, quelle che leggono, fosse anche un Newton da trecento milioni di copie vendute che io non leggerei mai, mi sono tendenzialmente simpatiche. Se devo essere veritiero e attendibile quando scrivo devo leggere, documentarmi. Sono un lettore prima che uno scrittore, amo quello che faccio perché qualcuno in altre parti del mondo, in altre epoche lo ha fatto meglio di me, mi ha fatto innamorare del lavoro più bello che esista. Uno scrittore che non legge è un’immagine di una tristezza sconfinata, chiunque lo faccia credo non sarà mai dalla mia parte.

Ti piace la poesia? C’è qualche poeta che rileggi spesso, che ti accompagna?

Non leggo poesia, leggo testi di canzoni. Bob Dylan, Jim Morrison, John Lennon, Robert Hunter…

Hai vissuto in Turchia, prima di essere giudicato persona non gradita. Quando finirà questa “condanna” pensi di tornarci? I giovani come si ponevano nei riguardi dei libri. C’erano tante librerie? Una vita culturale attiva e crescente?    

Spero di sì, fosse per me tornerei “ieri”. Ho avuto la fortuna di vivere in Turchia prima e durante la grande protesta legata a Gezi Park. Tutto era interesse per quei milioni di straordinari giovani esseri umani, libri e cultura compresi. Istanbul ha una vita culturale dirompente, nonostante il potere faccia di tutto per omologarla al resto del mondo. Librerie ce ne sono tante, sì, sia commerciali ma soprattutto indipendenti, compreso un fantastico mercato dei libri usati di tre piani dove trovare titoli in molte lingue straniere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Marrakech, in primis. Poi stiamo organizzando altri workshop di scrittura pratica a Londra, Bucarest e Amsterdam. Vorremmo riuscire a farlo diventare un appuntamento mensile. Sto lavorando al nuovo romanzo. Mi sto divertendo. Ho cambiato scenario geopolitico, non più America anni Sessanta ma la Jugoslavia dei primi anni Novanta.

:: Un’intervista con Silvia Ziche, la “mamma” di Lucrezia a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2015

22Ciao Silvia è un vero piacere avere la “mamma” di Lucrezia sul nostro blog. Prima di parlare del tuo lavoro di disegnatrice di fumetti, mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dove sei nata? Che studi hai fatto? Che infanzia hai avuto?

Piacere mio! Sono nata a Thiene, in provincia di Vicenza, nel millennio scorso. Ho fatto studi artistici, ma non specifici per il lavoro che poi avrei intrapreso. Prima una scuola d’arte, indirizzo ceramica. Poi un corso di grafica editoriale.
Ho avuto un’infanzia… antica. Sono cresciuta in provincia, in anni in cui il traffico non era ancora un problema insormontabile, si guardava poca televisione, i computer e gli smartphone non c’erano, e i genitori erano più fiduciosi e fatalisti nei confronti del mondo. Quindi noi bambini eravamo molto più indipendenti. Ci dovevamo organizzare il tempo, inventare i giochi, affrontare la noia. Credo che la mia fantasia, che ora è parte fondamentale del mio lavoro, arrivi da quelle giornate lontane.
Lucrezia la vedo più come una sorella fastidiosa, con un carattere orribile, che vive con me. Spesso, quando mi trovo in situazioni complicate, mando avanti lei, e vedo che cosa combina. Poi lo racconto.

Quando è iniziata la tua collaborazione con Disney Italia? Come donna hai trovato particolari difficoltà ad affermarti, o il talento è l’unico discrimine?

In un lavoro come il mio l’unico discrimine è il talento, non può essere altrimenti. Non possono esserci raccomandazioni o favoritismi, i lettori li punirebbero. Soprattutto adesso che possono commentare, sul web tutto quanto in tempo reale.
Sono arrivata alla redazione di “Topolino” a fine anni ottanta. Ho dovuto fare un bel po’ di gavetta, imparare bene il lavoro, prima che mi affidassero una vera sceneggiatura da disegnare. La mia prima storia è uscita nella primavera del ’91.

Parlaci dei tuoi lavori extra-Disney. Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Ho trovato parecchie persone che mi hanno aiutata con consigli e insegnamenti. Quello che mi ha indicato la strada è stato Giorgio Cavazzano, un grandissimo disegnatore. Mi ha spiegato i primi rudimenti del lavoro, mi ha sostenuta e consigliato di scrivermi le storie. Per la mia carriera professionale, lui è stato assolutamente fondamentale. Sia per il lavoro Disney che per quello non disneyano. Anche se poi quello ha seguito una sua strada parallela a quello per “Topolino”, a partire da “Linus”, passando per varie riviste, fino ad arrivare a “Donna Moderna”. E a vari libri.

E ora parliamo di Lucrezia, personaggio che adoro e in cui mi riconosco, come credo molte donne single ormai non più giovanissime. Dal 2006 su “Donna Moderna” appaiono le sue strisce. Come è nato il personaggio? A chi ti sei ispirata? Ti senti vicina alla fumettista francese Claire Bretecher autrice di Agrippina?

Lucrezia è nata nel 2004, per un libro che si intitolava “Amore mio”. Volevo raccontare i cortocircuiti delle relazioni umane che passiamo spesso sotto la voce “amore”, ma che amore non sono: i piccoli ricatti affettivi, la pretesa che sia un’altra persona a renderci felici e a risolverci la vita. Per raccontarli mi serviva quindi un personaggio. Doveva essere una donna, perché mi è più facile assumerre un punto di vista femminile, e non doveva essere perfetta, perché l’autocritica è l’unica posizione che ti permette di estendere le critiche ad altri. Ho provato a fare degli schizzi, per delineare un personaggio. Ed è arrivata subito lei, Lucrezia, pronta a farmi da alter ego per gli anni a venire.
Le allora direttrici di “Donna Moderna” hanno visto il libro, e mi hanno chiesto di provare a fare la vignetta settimanale. Non è stato facile, all’inizio, ma poi la collaborazione ha funzionato.
Claire Bretecher è uno dei miei miti. Ho letto tutte le sue cose, è stata l’autrice che mi ha fatto capire che con i fumetti si potevano raccontare anche la società e le relazioni tra le persone. E’ stata fondamentale per aiutarmi a trovare la mia voce e il mio punto di vista. Prima di Agrippine c’erano I frustrati: sono stati loro che mi hanno illuminata.

Progetti per il futuro?

Sì, parecchi, ma ancora poco definiti. Nell’anno appena concluso ho lavorato tantissimo. Ora sto cercando di riposarmi per poi raccogliere le idee e passare ai prossimi progetti. Al momento però sono ancora così vaghi e labili, che non riuscirei a descriverli. E poi son un pochino scaramantica, per cui fino a che un’idea non è solida e strutturata, preferisco non raccontarla. 🙂

:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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:: Un’intervista con Rod Reynolds a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015

cover68275-mediumQuest’estate ho avuto modo di leggere in inglese un libro di esordio molto interessante The Dark Inside, esattamente il genere che amo, noir vintage questa volta anni ’40. Un romanzo che spero davvero di vedere al più presto tradotto in italiano. Ora non so a che punto sono le trattative, se ci sono, ma se fossi un editore non me lo lascerei scappare. Qui di seguito potete leggere tradotta una mia intervista fatta all’autore. 

Ciao Rod. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto sul mio blog. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rod Reynolds?

Grazie per avermi invitato sul tuo blog! Ho trentacinque anni e vivo nel nord di Londra con mia moglie e le mie due figlie.  Sono un londinese doc e ho vissuto qui la maggior parte della mia vita, anche se ho viaggiato molto. Ho sempre avuto un grande amore per i libri e per gli Americana e, in particolare per i noir ambientati negli USA – quindi forse non è una sorpresa che il mio romanzo d’esordio, The Dark Inside, sia una storia molto radicata in quella tradizione.

Raccontaci qualcosa del tuo background e dei tuoi studi.

Mi sono laureato con una tesi in Storia e Storia Antica (molto tempo fa oramai!). E per quasi dieci anni ho lavorato a Londra nel settore pubblicitario, come media buyer. Mi sono cimentato con la scrittura per la prima volta dieci anni fa, ma non sono andato molto lontano. Ero più che altro un appassionato, però nel 2010 ho deciso di fare sul serio, seguendo un corso di formazione a distanza per studiare i fondamenti della scrittura dei romanzi, e ho scritto il mio primo romanzo (inedito) in poco più di due mesi. Mi è piaciuta molto l’esperienza e ho capito che era una cosa che volevo proseguire a fare, ma la vita vera ha ripreso il sopravvento per un paio di anni ancora. Poi, nel 2013, ho fatto un master presso la City University di Londra, con l’idea di scrivere una storia che avevo accarezzato e su cui avevo fatto ricerche da tempo- e che alla fine è diventata The Dark Inside.

Quando hai saputo che volevi fare lo scrittore? The Dark Inside ha ricevuto molti rifiuti dagli editori?

Ho sempre amato i libri, ma quando ero più giovane non pensavo di essere davvero uno scrittore, perché mi sembrava una cosa così fuori portata – come quando dici che vuoi diventare un calciatore o una rockstar. Con il tempo quando ho compiuto circa venticinque anni, però non ero soddisfatto della mia carriera, e mentre cercavo qualcosa di più appagante, ho scoperto il lavoro di James Ellroy, che è la mia più grande fonte di ispirazione. A quel punto ero così ingenuo da pensare che avrei potuto davvero provarci! La prima volta che mi ricordo di aver pensato che volevo davvero fare lo scrittore è stata quando ho letto The Cold Six Thousand (Sei pezzi da mille) – un libro che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto pensare, ‘ Voglio farlo’ E, come ho detto sopra, appena ho provato davvero a scrivere un romanzo, ho capito che era la cosa giusta per me.
In termini di rifiuti, sono stato abbastanza fortunato con The Dark Inside dato che ho avuto un agente che ha trovato un editore molto rapidamente, e in realtà aveva diversi editori che avevano fatto offerte una volta che il libro aveva iniziato a circolare. Ma io sono stato dall’altra parte della barricata per troppo tempo – il mio primo romanzo è stato respinto da una quarantina di agenti e così si impara ad accettare che anche il rifiuto e la critica sono parte del gioco (anche se alcuni hanno detto cose molto incoraggianti sulla mia scrittura).

Leggi? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?

Sì, ho sempre almeno un libro in lettura. Ci sono così tanti grandi autori che potrei citare; i miei preferiti in assoluto sono James Ellroy, David Peace, Raymond Chandler, Joseph Kanon, Don Winslow, Daniel Woodrell e James Lee Burke. Ma ho anche letto un sacco di debuttanti ultimamente, e ci sono alcuni nuovi scrittori fenomenali là fuori – Eva Dolan, Tom Bouman, Tim Baker, David Giovani, Helen Giltrow, Paul E. Hardisty, SJI Holliday per citarne solo alcuni. Davvero potrei andare avanti tutto il giorno.

Sei l’autore del romanzo d’esordio The Dark Inside , un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Come sei venuto a conoscenza dei fatti relativi agli omicidi irrisolti definiti dalla stampa negli anni ’40 The Texarkana Moonlight Murders? Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a drammatizzarli in un romanzo?

Mi sono imbattuto nel caso per caso. Avevo guardato il film di David Fincher ‘Zodiac‘ sull’ assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco a San Francisco negli anni ’60 e ’70, e durante le mie ricerche sul caso, ho visto un link per The Texarkana Moonlight Murders. Appena ho iniziato a leggere i fatti del caso, ho avuto la sensazione che volevo scrivere un romanzo su di essi. Gli omicidi erano così strani e brutali, e l’atmosfera a Texarkana era così claustrofobica e terrificante, che mi ha dato i brividi. Subito, ho capito che volevo usarla per raccontarli e la storia ha iniziato a formarsi, insieme con un senso di quel tipo di clima di terrore che volevo evocare.

Che tipo di ricerche hai fatto per riprodurre lo slang americano del profondo Sud anni ’40?

Ho sempre avuto un grande interesse per la cultura americana, libri e TV, così un sacco di cose provengono da questo. Ma ho anche letto e riletto libri dell’epoca, per cercare di riprodurre i modelli di discorso e il vocabolario, e ho guardato vecchi film per lo stesso motivo. Ho anche cercato di ascoltare i podcast e cose di questo genere, di texani o gente dell’ Arkansans, cercando di raccogliere alcuni degli idiomi locali che vengono utilizzati oggi, alcuni dei quali erano chiaramente abbastanza vecchi per essere stati in uso anche negli anni ’40. Poi nel 2013, mi sono recato a Texarkana, per cercare di ottenere di prima mano informazioni  sul dialetto e sul modo in cui la gente parla. Infine, la mia agente, Kate Burke, è stata fantastica nell’ aiutarmi ad affinare il testo, eliminando le cose che suonavano inautentiche o anacronistiche.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere The Dark Inside?

Ho trascorso circa sei settimane in ricerche e pensando la storia, poi ho messo tutto da parte per due anni e mezzo e dopo sono tornato di nuovo a lavorci. Una volta che ho effettivamente iniziato a scrivere il libro, mi ci è voluto circa un anno per finire la prima bozza – sempre a causa dei miei impegni di lavoro e familiari.

Il capitolo di apertura presenta il protagonista, il giornalista Charlie Yates. Racconta ai lettori cosa succede.

Nel primo capitolo, Charlie Yates arriva a Texarkana, una piccola città sul lato opposto del paese dove vive e lavora a New York City. La vita di Charlie è fuori controllo, ha problemi con il suo lavoro, con il suo matrimonio e a causa del suo carattere. Come punizione, è un modo per emarginarlo, i suoi capi lo hanno mandato a Texarkana per occuparsi della storia di un killer che uccide coppiette, e per ora ci sono tre morti. Per Charlie ed i suoi capi, questa storia è priva di interesse, e Charlie è convinto di aver toccato il fondo assoluto con questo incarico. Ma sta per scoprire che è entrato nel bel mezzo di un incubo, e trovare l’assassino diventerà presto tutto per lui …
Potete leggere il primo capitolo qui.

Texarkana, è una piccola città rurale al confine tra Texas e Arkansas. Parlaci dell’ambientaizone del tuo libro

Texarkana è un posto molto interessante. E’ tecnicamente due città – Texarkana, Texas e Texarkana, Arkansas, ognuna con la propria forza di polizia, il sindaco, i giudici ecc. La linea di demarcazione passa proprio attraverso il centro della strada principale della città, State Line Avenue, in modo che ti trovi in uno stato diverso a seconda di quale lato della strada ti trovi. Ho trovato questa dualità interessante per diversi livelli, ed è stato un tema che ho cercato di inserire nella storia. Inoltre, nel 1946 Texarkana era un grande nodo ferroviario per i militari di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, così la città era piena di soldati. Ho pensato che era uno scenario interessante per ambientarci un crimine, sia per le domande che si aprono circa l’identità del killer, e anche a causa del modo in cui la guerra ancora oscura tutto in quel punto – nel cuore dell’America, che non fu mai toccato direttamente dai combattimenti.

The Dark Inside sta ricevendo un’accoglienza molto positiva da parte dei blogger. Credi nel potere del passaparola? Stai ottenendo un feedback positivo anche da parte dei lettori e della stampa?

Sono stato molto fortunato finora, sì il libro è stato ben accolto. Credo assolutamente nel potere del passaparola, e con i social network – in particolare Twitter – si può effettivamente vederlo in azione. Certo, ci sono molte più probabilità di prendere un libro se è stato consigliato da qualcuno che conosci e della cui opinione ti fidi.
Speriamo che le recensioni positive continuino; sono certo ci saranno alcuni che non ameranno il libro, e va bene anche perché i libri sono soggettivi e tutti abbiamo i nostri gusti e le nostre opinioni, ma è particolarmente gratificante sentire feedback da persone che hanno apprezzato il mio lavoro, perché, alla fine , tutto quello che uno  scrittore spera è di raccontare una storia che alla gente piaccia.

Se Hollywood chiamasse, quali sarebbero le tue raccomandazioni per la parte di Charlie e Lizzie?

Hah – Non dovrei sfidare il destino in questo modo – e sono abbastanza sicuro che a Hollywood non interesserebbe il mio parere comunque! Se proprio mi obbligassero a una scelta, forse Johnny Depp per Charlie e Jessica Chastain per Lizzie.

Progetti per traduzioni? Hai contatti con editori italiani?

Al momento sto pubblicando solo in inglese, ma la mia agenzia ha fatto un grande lavoro per generare interesse negli editori di tutta Europa, quindi spero che il libro sia tradotto.

A che cosa stai lavorando in questo momento? Su un sequel?

Sì – sto per inviare il mio secondo libro al mio editor alla Faber. Si tratta di un sequel di The Dark Inside che vede Charlie costretto a tornare in Arkansas, nonostante i suoi presentimenti. Non appena arriva le cose vanno subito male, e Charlie scopre che è di nuovo coinvolto in un incubo di omicidi, tradimenti e corruzione. Mentre cerca di scappare, scopre che la verità potrebbe avere radici nel passato che pensava di aver sepolto …

:: Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015
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Conobbi Mavis Gallant, letterariamente parlando, alcuni anni fa. Quasi per caso. Non era un nome molto conosciuto in Italia, o almeno io non sapevo quasi niente di quest’autrice canadese trasferitasi in Francia come Edith Wharton, un’altra autrice da me molto amata.
Leggendaria in patria, maestra del racconto breve con più di 100 racconti pubblicati sul New Yorker, quando anche pubblicarne uno fa di te un autore di tutto rispetto, Mavis Gallant era un nome che mi attirò per motivi bizzarri. Mi piaceva visivamente e mi piaceva il suono che si otteneva accostando Mavis a Gallant.
Ero in una libreria di Torino, poco distante da Piazza Castello e così presi un suo libro, di racconti naturalmente. E fu amore a prima vista. Passai un intero pomeriggio su al piazzale del Monte dei Cappuccini a leggere Varietà di esilio, e a pensare a come avrei fatto a intervistarla. Sarei andata fino a Parigi se fosse stato necessario.
Non ricordo se feci anche qualche reale tentativo di contatto, ma mi scoraggiò il fatto che fosse anziana e ormai malata. Non volevo distrurbarla. Tutto questo per dire che quando lessi che Livia Manera Sambuy aveva scritto un libro dove raccontava del suo incontro con Mavis Gallant, ho capito che quel libro non avrei dovuto perderlo.
Non scrivere di me non parla solo di Mavis Gallant, naturalmente, ci sono anche altri scrittori, ognuno a suo modo speciale, ma io lo scelsi per lei. E per un senso di rimpianto. Forse avrei dovuto davvero partire per Parigi, magari avrebbe trovato buffo che una blogger italiana facesse tanta strada per incontrarla, stregata dai suoi racconti.
Chissà, ora questo non potrà succedere più. Il 18 febbraio del 2014 l’ha reso irrimediabilmente impossibile. E non mi resta che vivere l’esperienza per interposta persona. Livia Manera Sambuy ha sicuramente fatto un buon lavoro, sicuramente migliore di quanto avrei potuto fare io,  non si è fatta sopraffare dalle varie personalità con cui è entrata in contatto e con eleganza e leggerezza le ha spinte oltre i paletti che probabilmente si erano poste, con una giornalista, con il mondo intero.
E così Philip Roth, Richard Ford, David Foster Wallace, James Purdy, Mavis oltre a Paula Fox, Judith Thurman, Joseph Mitchell ci passano accanto. Alcuni nomi hanno catturato la fama in modo forse eccessivo, il mito di David Foster Wallace ormai è grantico come il marmo di una cattedrale, altri sono nomi che magari non ci dicono assolutamente niente, e leggendo le parole di Livia Manera Sambuy sembra un vero peccato.
Non scrivere di me ha un pregio che forse sovrasta gli altri, che sto riscontrando anche leggendo I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter, ti fa sentire parte di una comunità, ristretta forse, ma coesa. Una comunità dove tutti si conoscono, come una piccola città di provincia, quando si è invece sparsi per i quattro angoli del mondo, come se la letteratura avesse anche questo potere, avvicinare persone tanto diverse, che in fondo non devono neanche amarsi alla follia.
L’incontro più riuscito sicuramente quello con Philip Roth, il più triste con James Purdy, il più divertente con Richard Ford. Con David Foster Wallace si incontrarono in un Mcdonald’s sperduto in un autostrada tra Chicago e il nulla, lui non ne aveva nessuna voglia di essere lì e si chiedeva quanto importante fosse la Sambuy da far abbuonare al suo agente due favori che gli doveva pur di accettare quell’intervista, mentre lei gli spiega pazientemente che ad essere importante è il giornale per cui lavora.
Richard Ford racconta di quando sparò al libro di una scrittrice che aveva recensito in modo non tanto lusinghiero un suo libro e le mandò il libro con tanto di proiettile incastrato o della volta che sputò in faccia a un altro scrittore che sempre aveva recensito malevolmente un suo libro.
Philip Roth è più per l’autrice di uno scrittore incontrato per un’ intervista.
Paula Fox, la nonna naturale di Courtney Love, racconta di quando presentò un suo racconto a una rivista letteraria, il racconto non fu accettato, ma lei sposò chi aveva fatto la selezione.
E poi incidentalmente scorrono altri nomi, Carver, Karen Blixen, e dato che il mondo è piccolo John Banville (ancora mi deve un’ intervista) e molti altri. E in filigrana il lavoro di una giornalista culturale che intervista scrittori (DFW dice che al suo posto non lo farebbe mai), che li raggiunge in posti sperduti o al sicuro delle loro case e li invita a raccontare le loro vite, a parlare di libri, a svelarsi.  Non un elenco classico di interviste con domande e risposte. Qualcosa di più. Un bel libro per chi ama libri e scrittori.

Livia Manera Sambuy è una giornalista letteraria che scrive sul “Corriere della Sera”. Ha realizzato due film documentari su Philip Roth. Ha vissuto tra Milano e New York, ora vive tra Parigi e la Toscana. Philip Roth. Una storia americana è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana di dvd “Real Cinema” nel 2013. Ancora per Feltrinelli, Non scrivere di me (2015).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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