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:: L’ultima dei Calvino di Alessandro Girola (Plutonia Publications, 2018) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2026

Esiste un bel cofanetto, in due volumi, precedentemente edito da Einaudi nel 1956, io ho l’edizione Oscar Mondadori del 1968, che raccoglie il meglio delle fiabe italiane, della tradizione popolare, raccolte e tradotte dai vari dialetti da Italo Calvino, che vi consiglio certamente di recuperare, ci saranno sicuramente edizioni più recenti, in cui emerge un dato inquietante e significativo: la fiaba non è mai stata asettica, c’è sempre stato un elemento horror, in cui il fascino dell’orrido ha avuto presa, il gotico, il fantastico, l’orientaleggiante si è sempre intrecciato con elementi in cui il deforme, il volgare e il zozzo si mischia al sublime. Si sa orchi, streghe, maghi, creature del crepuscolo hanno acquistato oltre al loro valore simbolico, ed esorcizzante, un valore letterario ed erudito. Alessandro Girola prende a piene mani da questo humus culturale per molta sua narrativa.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Girola è un giovane autore milanese, di indubbio talento, che da anni pubblica testi indipendenti, e ultimamente ha acquistato anche una valenza di editore pubblicando testi di altri. Il fantastico, la narrativa di genere, l’horror classico declinato con le sue tante sfumature dall’inquietudine, alla paura, ne è la cifra distintiva. L’ultima dei Calvino è un omaggio non tanto velato a quella tradizione prettamente italiana, legata alla fiaba popolare, in cui il territorio si fa protagonista.

Girola sceglie il Piemonte, terra di masche e di leggende per ambientare il suo romanzo breve, o racconto lungo come si suol dire, che si colloca senza tante cerimonie nel filone del folk horror italiano contemporaneo, di stampo prettamente regionale e tradizionale, seppure non usi il dialetto come cifra stilistica. Scrive in italiano, un buon italiano letterario, nutrito da tanta buona letteratura, non solo di genere.

Girola è uno scrittore completo, non solo dotato di talento creativo, ma anche di uno spiccato talento imprenditoriale che ne preserva l’indipendenza stilistica e anche formale. E negli anni sta crescendo, migliorando, evolvendosi. Io non amo particolarmente la narrativa horror, streghe, demoni, messe nere, maledizioni, fate assassine, vampiri, non mi catturano più di tanto, ma il male esiste, e può essere simbolizzato, ed esorcizzato, da queste creature del crepuscolo che da secoli appassionano legioni di lettori.

L’ultima dei Calvino è ambientato a Carassone dei Govoni, un borgo immaginario arroccato sulle Alpi Marittime: un luogo pittoresco e al contempo inquietante che subito orienta il lettore verso una dimensione narrativa in cui il quotidiano si intreccia con il sovrannaturale. La morte di Eligio Calvino, il padre padrone della piccola comunità, che notare bene muore a 120 anni e già questo fa una certa impressione, di insolito e straordinario, dà l’avvio alla storia.

L’eredità viene reclamata dalla giovane e bellissima bisnipote Berenice, una creatura dai lunghi capelli rossi e un fascino magnetico. Sarà una fata, sarà una strega? A voi scoprirlo, comunque dicevo tra i beni di cui ha diritto ci sono anche i capitali di una fiabesca polizza vita, che se dati metterebbero in seria difficoltà finanziaria la piccola compagnia assicurativa torinese, la Caboto, che li ha garantiti. Che fare? Mandare nel paesino l’agente migliore la giovane Emma, per convincere l’ereditiera a non reclamare il capitale e se mai reinvestirlo in complicati maneggi che implicano la vendita anche di terreni e proprietà.

Emma, che non rimane insensibile al fascino di Berenice, ebbene sì, c’è anche una sfumatura erotica, ma molto, molto delicata, dovrà immergersi nei misteri del borgo e cercare di risolvere la questione economica e contrattuale. La trama segue così un doppio binario: da una parte, l’intreccio “terreno” di polizze, eredità e relazioni sociali; dall’altra, un crescendo di elementi folklorici — leggende di spiriti notturni, demoni incatenati, fate assassine e magia nera — con cui Girola costruisce un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

L’ambientazione è sicuramente la parte più riuscita, oltre a una buona caratterizzazione dei personaggi, anche i minori, e a una crescente inquietudine, disseminata con tocchi leggeri, che dal giallo assicurativo (da me molto apprezzato) vira con naturalezza all’horror più splatter. Avrebbe potuto anche non mettercelo il sovrannaturale, la storia funzionava lo stesso.

Lo stile di Girola è diretto e scorrevole, molto immaginifico, ti sembra di vederle le scene che narra. Il ritmo è costante, e piacevole, i dialoghi convincenti e funzionali al racconto senza appesantire troppo la trama. Girola ha giocato in sottrazione mettendo solo l’essenziale, senza troppi orpelli. L’atmosfera evocativa, l’intrecciarsi di generi diversi, piuttosto originale, la buona tenuta dei personaggi, tutto concorre a creare una storia solida, e di piacevole lettura.

Certo se non amate l’horror, e né la narrativa breve, forse non fa per voi, ma se amate sperimentare anche letterature insolite, saprà sorprendervi.

Se vi affrettate lo trovate ancora gratuitamente su Amazon, se fate tardi con pochi euro avrete una storia di qualità.

Alessandro Girola. Nato a Milano, classe 1975. Scrittore, recensore e blogger dal 2005. Gestisce diversi progetti di scrittura condivisa e collabora con portali, blogzine e webzine che si occupano di narrativa di genere, di entertainment e folklore locale.           

:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Un’intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?

Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.

Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?

La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.

Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?

Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.

Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?

La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.

C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?

La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…

Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?

Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una  serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo SickroseCompañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.

Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?

Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.

Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?

Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:

Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?

Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.

Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?

Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.

Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?

Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.

Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?

Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.

Che libro stai leggendo attualmente?

Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.

Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:

E io ringrazio te per la nuova intervista e il pubblico di Liberi di scrivere per l’attenzione!

:: Compagni segreti di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.

Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale  culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.

La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.

Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.

La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.

Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.

Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.

In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: acquisto personale.

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:: Il veleno sei tu di Frédéric Dard (Rizzoli 2026) a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2026

Il veleno sei tu (C’est toi le venin, 1957) di Frederic Dard, edito in Italia da Rizzoli, nella collana Nero Rizzoli, e tradotto da Elena Cappellini, è un breve noir claustrofobico prettamente psicologico che si inserisce nella produzione del noir francese anni ’50 con alcune sue caratteristiche peculiari che lo differenziano dai noir dei vari Simenon, e Pierre Boileau e Thomas Narcejac, o se vogliamo anche dagli autori più letterari dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus di cui subisce in un certo senso gli influssi.

Diciamo subito che Dard è un autore a sé. Famoso in Italia forse più per la serie di San Antonio, è anche autore di pregevoli noir “seri”, nel senso di non umoristici, pur tuttavia non privi, di ironia, sarcasmo, paradosso, anche se amaro o perlomeno malinconico. La Rizzoli li sta riscoprendo e ce e sono davvero tanti per una bella e ricca collana.

Il veleno sei tu ha per protagonista, e voce narrante del romanzo, Victor Menda, un giovanotto di belle speranze, affascinante, ex speaker radiofonico, povero in canna, che ha perso tutto nei casinò della Costa Azzurra. Si sa nei noir francesi quando si vuole andare a caccia di fortuna si va in Costa Azzurra. Sole, mare, auto americane, ereditiere, insomma il paradiso dell’avventuriero.

Il nostro buon Victor, comunque, non è proprio un delinquente, ha le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue tensioni morali, e se la deve vedere con due terribili sorelle, o meglio una di certo terribile è, ma non voglio anticiparvi troppo della trama, per non togliervi il piacere della lettura, che pur vivendo il romanzo di tensioni sotterranee, ambiguità, erotismo represso, ha anche un significativo colpo di scena finale nell’ultimo capitolo che vi sconsiglio tassativamente di leggere subito. Non fatelo, andate con ordine. E vedrete che non ve ne pentirete.

Dunque, il romanzo inizia con Victor, che avendo perso tutto, medita di buttarsi in acqua, di suicidarsi. Cambia idea e gli succede un fatto curioso, che innescherà il motore della storia. Un’auto guidata da una affascinante e misteriosa donna, di cui non vede bene il volto, si accosta a lui e lo invita a salire a bordo. Gli si offre senza spiegazioni, preamboli, frasi di corteggiamento. Puro sesso. Poi lo scarica e se ne va, senza spiegazioni. Turbato e un po’ offeso prende la targa e risale al proprietario dell’auto.

Si reca nell’abitazione di costui, una bella villa sulla Costa Azzurra e scopre che è abitata da due enigmatiche sorelle: Eve e Helene Lecain. Non è che abbia scelta, è senza un soldo, non ha prospettive, quando gli offrono ospitalità lui accetta e mal gliene incoglie. Da questo momento in poi succede di tutto.

Eve la più giovane è invalida, è seduta su una sedia rotelle e la sorella l’accudisce. A Victor piace più Helene, più matura, seria, ottima padrona di casa, e soprattutto vuole scoprire chi fosse la misteriosa donna dell’incontro. C’è anche una vecchia governante ma anche lei non sa guidare, quindi la candidata ideale è Helene, ma lui non la riconosce, non è sicuro.

Non volendovi spiegare troppo della trama mi fermo qui, ma si regge su una specie di indagine, ci sarà anche un morto, non vi dico chi, e tanta tensione psicologica, insomma gli ingredienti del noir filtrati dal gusto di Dard che ne fa più un dramma introspettivo che un noir classico. Lo stile è asciutto, sobrio, riflette ossessioni e turbamenti, gelosie e desideri, e lascia il lettore a domandarsi anche lui chi sarà mai la donna misteriosa. C’è, c’è una spiegazione a tutto, c’è un finale non consolatorio, ma catartico.

Ah dimenticavo c’è anche un noir cinematografico francese tratto dal libro: Nella notte cade il velo (Toi… le venin), film franco-italiano per la precisione del 1959 diretto e interpretato da Robert Hossein, amico di vecchia data di Dard che ben rispecchia lo spirito del libro. Con anche una bellissima Marina Vlady e sua sorella anche nella vita Odile Versois.

Buona lettura, e buona visione se riuscirete anche avedere il film.

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:: Un’intervista con Fabrizio Fulio Bragoni a cura di Giulietta Iannone

11 febbraio 2026

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista sul tuo romanzo breve Tutte queste cose, edito da Delos. Ma prima qualche domanda su di te. Hai iniziato a scrivere a cinque anni e non hai più smesso. Ricordi cosa scrivevi allora? C’è un filo che collega quei primi tentativi ai tuoi lavori di oggi?

    Ciao Giulietta, e grazie per avermi invitato… Dunque, cosa scrivevo quando ho cominciato a scrivere, bella domanda. Per quanto riguarda i temi, non saprei: sono sempre stato un lettore vorace, e ho sempre amato molto le storie. Credo di aver sperimentato un po’ tutto (tempo fa, in un vecchio quaderno, ho trovato qualche battuta di un racconto di ambientazione carceraria; il quaderno era del 1990, quindi, quando ho iniziato il racconto in questione, dovevo avere 8 o 9 anni. Magari avevo appena visto Fuga da Alcatraz?). So, poi, di aver provato a scrivere racconti d’avventura e quelli che impropriamente chiamavamo gialli – all’epoca la letteratura per ragazzi era molto diversa da quello che è ora; si leggevano un sacco di classici. Tra i miei preferiti c’erano L’isola del tesoro, Uno studio in rosso ei racconti di London. A un certo punto ho trovato una vecchia edizione UTET dei racconti di Poe, libro risalente agli anni di università di mia madre? Chi sa… Poi avevo libero accesso alla libreria di mia nonna, che era un’appassionata lettrice dei Gialli Mondadori. Attratto dalle copertine, ne ho letti una marea. Alcuni molto poco adatti a un bambino della mia età. – Leggevo, insomma, un sacco di cose diverse e scrivevo, o meglio inventavo e provavo a scrivere, racconti di molti generi diversi. Ovviamente non finivo mai niente… Credo, però, che più ancora che quei primi tentativi di scrittura, abbiano contato e contino tutte quelle volte che, camminando da solo, o facendo altre cose, vedevo me stesso dall’esterno e mi raccontavo in terza persona. Forse è proprio quello il filo che mi lega a quel bambino che scriveva: la voglia, il gusto (il bisogno?  no, mi sembra troppo) di raccontare e raccontarmi.

    Hai fatto moltissimi lavori diversi: giornalista, informatico, docente, copywriter, traduttore, persino detective privato per un paio di giorni. Quanto questa “vita laterale” entra nella tua scrittura?

    Per un lungo periodo, ho avuto l’impressione che a me non succedesse mai niente, o almeno niente di significativo (frequentare troppo assiduamente Hemingway non aiuta…), per cui forse tutti questi cambiamenti rispondono a un tentativo più o meno conscio di vedere più cose possibile, fare più esperienze. Credo comunque che cambiare spesso lavoro mi abbia aiutato. Quantomeno a non sentire il peso della routine e “sopravvivere alla noia”, come direbbero i Situazionisti. Potrei fare qualunque lavoro, almeno per un paio di giorni; così mi dicevo. In effetti ho anche consegnato pizze, dato una mano a gestire uno studio di tatuaggi, fatto il cameriere in un bar, tentato – con scarso successo- di vendere assicurazioni. Per quanto riguarda l’esperienza da detective… Be’, l’ho fatto per meno di una settimana, e allora sì, che ho rischiato di morire di noia. Se vuoi una volta, senza testimoni, ti racconto come e perché ho quasi preso per il collo uno dei tizi dell’agenzia per cui l’ho fatto…

    Il colpo nasce all’interno del contest YouCrime di Rizzoli. Che esperienza è stata scrivere con un perimetro così definito? Ti ha dato più libertà o più vincoli?

    La scrittura di Il colpo in effetti è stata un’esperienza strana. All’epoca lavoravo solo come traduttore e lettore d’agenzia. E poi avevo il mio blog (NonSoloNoir) e collaboravo con qualche rivista letteraria. Qualcuno degli organizzatori aveva letto un mio racconto (che forse avevo pubblicato proprio qui su Liberi di Scrivere). Mi hanno contattato chiedendomi di scrivere un racconto lungo da pubblicare in ebook. La cosa del contest all’inizio non era molto chiara (anzi, direi quasi per niente), ma in ogni caso ho accettato. Nel mio ebook c’era anche un racconto di Paolo Roversi, con il quale poi ho collaborato scrivendo su Milano Nera, pubblicando qualche racconto e curando un volume per la collana Calibro 9 di Novecento edizioni, che era stata ideata da lui. Tornando a Youcrime, diciamo che ho accettato di buon grado, ma all’entusiasmo iniziale sono seguiti diversi giorni (settimane?) di blocco. Poi a un certo punto mi sono messo alla scrivania e il racconto è venuto fuori da sé, e in un attimo. La richiesta era di scrivere un racconto crime e io ho attinto a piene mani a quello che vivevo e facevo all’epoca – una vita “tranquilla” ma estremamente precaria, rischiarata (quasi) solo dagli allenamenti di pugilato con il mio maestro, Giovanni Bracchiglione, e il gruppo della boxe. Molti di quelli che si allenavano con me erano ragazzi che vedevo un po’ come mi vedevo io: precari (da un punto di vista esistenziale, non lavorativo), ma tutt’altro che pronti ad abbandonare le loro velleità. Dalla stessa sensazione è nato il racconto Finisce male, al quale sono molto affezionato. Tornando a Il colpo, comunque, è la storia di un gruppo di pugili che intravedono una possibilità per tirare su dei soldi rapidamente e ci cascano… La cosa divertente è che lo spunto narrativo è nato proprio in palestra: ero nello spogliatoio e mi stavo lamentando (come sempre) dell’ennesimo ritardo nel pagamento di una traduzione. A un certo punto un tizio che non conoscevo se non, forse, di vista, mi ha guardato e mi ha detto: “Ti andrebbe di tirare su un po’ di soldi facili?” (forse non ha detto proprio così, ma, per convenzione di genere, attribuiamogli questa battuta da filmaccio di serie z, che ne dici?). Ovviamente ho fatto finta di non sentirlo; quando sono uscito dalla palestra ci stavo ancora pensando. Proprio lì fuori c’era un compro oro e io ho messo insieme le due cose. Insomma, è nato tutto così, e tutto sommato è stata una gran bella esperienza.

    Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è il tuo primo romanzo. Com’è stato condividere voce, ritmo e visione con un altro autore?

    Di solito ho difficoltà a condividere la pagina con altri; la scrittura è forse l’unico ambito in cui sono davvero poco accomodante. Ricordo con terrore, per esempio, la traduzione collettiva di un romanzo per ragazzi fatta al termine di un anno di specializzazione in traduzione editoriale dall’inglese. Con Perissinotto, ovviamente, è stato diverso: anche se quando l’ho incontrato scrivevo già da tempo, non posso non pensare a lui come a uno dei miei maestri. In senso strettamente letterario, è forse l’unico maestro che abbia incontrato davvero.

    Le sue lezioni in università mi hanno aiutato a rimettere in ordine alcune cose ed esperienze, sia da un punto di vista teorico, che tecnico-narrativo. Quando è arrivata la proposta di Ghosting avevamo già fatto delle cose insieme (presentazioni, eventi, lezioni ecc.), ma mai, assolutamente mai, avrei pensato di trovarmi a scrivere un romanzo con lui. E invece è stata una bellissima esperienza che mi ha, tra l’altro, spinto fuori dalla mia normale routine di scrittura. Per scrivere Ghosting abbiamo fatto un lavoro preliminare di studio della trama e dei personaggi; uno studio molto approfondito. Normalmente io parto da un semplice spunto, un’idea, un interrogativo, e difficilmente so dove andrò a finire. Con Alessandro, invece, abbiamo lavorato all’interno di un perimetro prestabilito e condiviso, e ancora oggi, a distanza di anni, sono molto soddisfatto del risultato.

    Torino è spesso presente, direttamente o indirettamente, nei tuoi lavori. Che tipo di città è per te: rifugio, musa, gabbia, palestra narrativa?

    Torino è un po’ tutte queste cose: sicuramente rifugio e gabbia, in alcuni casi anche musa. Palestra narrativa, non lo so… quella uno ce l’ha nella testa. Però, ecco, mi trovo spesso a dire che non vorrei essere cresciuto in nessun’altra città italiana. Sicuramente non Milano, sicuramente non Roma, ecc. Sembra un cliché, ormai, ma Torino, negli anni della mia adolescenza, e cioè i tardi anni ’90, era davvero tutta un fermento. C’era modo di sperimentare e sperimentarsi in molti campi, e in una condizione tutto sommato “protetta” rispetto a quella di tante altre grandi città. Potevi metterti (relativamente) nei casini, e uscirne praticamente indenne, praticamente illeso.

    Le “grandi città”, quelle vere, invece, non perdonano. O così mi pare.

    Insomma, a Torino c’era tutto, e tutto era soffuso da una certa atmosfera underground che molti di noi non finiranno mai di ricordare, e forse anche rimpiangere.

    Tutte queste cose ha un titolo volutamente ampio e quasi sfuggente. Come nasce e cosa racchiude, per te, “tutte queste cose”?

    Ah, be’, se proprio vuoi saperlo, il titolo originale era Tutte queste cose e molte altre ancora, figurati…  la versione definitiva è nata da un confronto con l’editore. A quali cose mi riferisco? Da un lato si tratta di tutte le cose che mi sono successe o che avrebbero potuto succedere a me o a uno che si somiglia; dall’altro è un titolo che allude a una ricapitolazione annoiata di un discorso che nel momento stesso in cui viene pronunciato è sia vero che falso, sia autentico che manierato. Un discorso che nel libro è presente, e infatti il titolo compare direttamente all’interno di un dialogo.Il libro, comunque, nasce come frammento, come ampliamento o come coda di un altro romanzo che non ho ancora pubblicato, Come sopravvivere alla paura (posso fare un appello agli eventuali editori in ascolto?). L’altro romanzo, che in teoria avrei voluto pubblicare prima di questo, è la storia di un eterno aspirante scrittore e ripercorre e reinventa circa vent’anni (dal 1998 alla fine degli anni ’10 del Duemila) sul filo di alcuni elementi, temi, situazioni e personaggi ricorrenti. La prima parte di Tutte queste cose, l’avevo già inserita lì, come inciso: una specie di futuro alternativo.

    Nel momento stesso in cui ho inserito l’inciso, ho capito che avrei dovuto farne un libro a se stante, che poi ho scritto, e ho finito per pubblicare prima dell’altro.

    Un romanzo di formazione che lavora molto su dettagli, frammenti, oggetti e ricordi. Quanto contano le “piccole cose” nella costruzione di una storia più grande?

    Come forse si sarà già capito, per me dettagli, frammenti e ricordi sono molto importanti. Mi piace molto l’idea di raccontare attraverso elementi secondari che assumono, se collocati all’interno di una narrazione volutamente ellittica, un grande valore simbolico. Nel libro, per esempio, compare un “arbalete”. Si tratta di un oggetto che forse ho posseduto e poi dimenticato, perso, o buttato. O forse no, non l’ho neanche mai posseduto. È comunque un oggetto che nell’economia generale del romanzo assurge a simbolo di un certo tipo di rivolta esistenziale e, forse, della sua inutilità…

    È un romanzo breve, autobiografico? Ti riconosci nel Bragoni del libro? O è dedicato a qualche tuo amico scrittore?

    Per vari motivi, il libro rientra nell’ampia e variegata categoria dell’autofiction. Quel Bragoni sono io, ovviamente, e d’altra parte non sono io. Chi mi conosce sa (forse). In ogni caso, credo che i concetti di vero o falso, se applicati al racconto, assumano un valore molto diverso. O forse no, forse è proprio quello il loro valore. L’unico possibile.

    Il ritmo del romanzo è molto controllato, quasi “in sottrazione”. È una cifra che cerchi consapevolmente o è il testo a imporla?

    Ogni cosa che scrivo ha un suo ritmo, una sua voce. In Come sopravvivere alla paura, per esempio, ogni spezzone ha un punto di vista, un registro, dei tempi diversi. Ci sono parti scritte in prima persona che dialogano con brani in terza persona, quadri quasi completamente privi di dialoghi e altri totalmente affidati al dialogo. Che dire? Nel tempo sto diventando sempre più esigente, dal punto di vista del ritmo e del suono; se una cosa non mi suona bene, piuttosto non la dico (vantaggi del racconto ellittico, no?).

    Tutte queste cose dialoga in qualche modo con i tuoi lavori precedenti (Il colpo, Ghosting) o lo senti come un libro “a parte”?

      Be’, lasciando da parte il già citato Come Sopravvivere alla paura, Tutte queste cose dialoga con tutto quello che ho scritto. Alcuni eventi, situazioni, simboli, personaggi, sono ricorrenti. È un po’ come improvvisare su un tema musicale che uno non riesce a togliersi dalla testa. Variazioni e assoli sono dettati dall’impulso, dal momento, dal contesto. Il tema, invece, sta lì, come una domanda a cui non hai ancora saputo (e forse non saprai mai) dare una risposta definitiva.

      Parliamo della playlist finale colonna sonora del romanzo, molto vintage, ami la nostalgia?

        Negli ultimi anni sono diventato un pessimo ascoltatore. Un tempo scoprivo decine di nuovi album ogni anno; ormai mi rendo conto che tendo piuttosto a ri-ascoltare. Le vecchie canzoni sono sempre evocative. Anche quelle brutte. Per Come sopravvivere alla paura, per esempio, avevo creato una playlist che mi riportava nel pieno degli anni ’90, scaraventandomi nell’atmosfera del romanzo. Nel caso di Tutte queste cose, comunque, tutti i pezzi presenti nella playlist sono direttamente citati all’interno del libro. Alcuni compaiono come colonna sonora nel racconto, di altri ho tradotto i testi (mi sono anche dato alcune regole, che però non rivelerò) e ne ho inserito degli scampoli all’interno dei dialoghi o della narrazione. Una specie di gioco che mi sono imposto nell’ultima revisione. C’era poi il problema della disposizione dei pezzi nella playlist… be’, se controlli su Instagram (@tqc_book), ti accorgerai che i brani sono disposti in modo da comporre il titolo del libro… Vabbè, è più facile da mostrare che da spiegare…

        Progetti per il futuro?

          Innanzitutto vorrei pubblicare Come sopravvivere alla paura. Alcuni editori che lo hanno letto mi hanno chiesto una pesante revisione, ma non so se sono pronto a modificarlo così tanto: il libro è nato con una forma particolare, e non credo sia il caso di snaturarlo. Temo che finirebbe per diventare tutt’altro… Poi sto pianificando altri eventi di presentazione di Tutte queste cose. Per finire, sto scrivendo una specie di falso noir esistenzialista ambientato a Malta. Anche in questo caso si tratterà, almeno in una certa misura, di un’autofiction.

          :: Radio Sarajevo di Tijan Sila (Voland 2025) a cura di Giulietta Iannone

          5 febbraio 2026

          La guerra dei bambini, perché a 11 anni si è ancora bambini, ci racconta Tijan Sila nel suo romanzo autobiografico Radio Sarajevo da poco edito in Italia da Voland e tradotto dal tedesco da Cristina Vezzaro. Un romanzo di formazione anomalo e tragicomico, in cui si narrano eventi drammatici sì, ma a volte anche si sorride della bizzarria del mondo degli adulti in cui i bambini non sono sempre e solo vittime, ma a volte rivelano doti inaspettate di resilienza e di sopravvivenza, ancora maggiore degli adulti. Si sa il mondo degli adulti non tratta bene i bambini, anche nella Bosnia degli anni ’90. Insulti, botte sono all’ordine del giorno, strumenti educativi che dell’educazione hanno poco, più hanno in comune con il sopruso e la debolezza, perché la violenza, anche verbale, è dei deboli, ma si sa la guerra spazza via tutto: la scuola, la sicurezza, c’è poco cibo, la morte ad ogni angolo, la paura, la disperazione, ma Tijan si inventa un modo di sopravvivere tra mercato nero e improvvisazione. L’innocenza dei bambini può sopravvivere alla guerra? Gli adulti se lo chiedono, i lettori si interrogano su quali colpe gli adulti hanno nella sofferenza dei più piccoli che arrivano a contrabbandare riviste pornografiche in cambio di dolciumi. Sila non narra solo l’assedio di Sarajevo, le case sventrate, il sibilo delle granate, i morti uccisi dai cecchini, ma anche il dopo, l’esilio in Germania, lo shock culturale, e il ritorno quando pubblica il primo libro, lo spaesamento, il non riconoscere una terra che ormai ha cambiato fisionomia e senso.     

          Tijan Sila, nato a Sarajevo nel 1981, è arrivato in Germania come rifugiato nel 1994. Ha studiato letteratura tedesca e inglese a Heidelberg, oggi insegna tedesco e suona in una band punk. Ha esordito in narrativa nel 2017 e nel 2024 ha vinto il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann. Radio Sarajevo è il suo romanzo più personale, un ponte tra memoria e speranza.

          Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Milena Depanis dell’Ufficio Stampa Voland.

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          :: Un’intervista con Franco Forte, autore di Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, a cura di Giulietta Iannone

          30 gennaio 2026

          Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?

          Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.

          Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?

          In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.

          Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?

          E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.

          Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?

          In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.

          Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?

          Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.

          Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?

          Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.

          Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?

          Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.

          Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?

          Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.

          Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?

          Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.

          Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

          Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.

          A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?

          Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!

          Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti? 

          Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.

          :: Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo di Franco Forte (Mondadori, 2026)

          25 gennaio 2026

          Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo edito da Mondadori nella collezione Omnibus è il nuovo romanzo storico di Franco Forte dopo L’alba di Cesare. Lasciato dunque Cesare, e le sue campagne militari nella selvaggia Gallia, Forte si cimenta con la figura leggendaria di Marco Aurelio, un sovrano saggio, illuminato, moderno, tormentato, capace di incarnare la figura del sovrano filosofo, per cui la giustizia, il buon governo e la verità venivano prima del potere, accettato come un’incombenza anche gravosa e a tratti amara e dolorosa. Un imperatore per cui la pace, il regno delle idee, la rettitudine morale stoica portavano una luce sui compromessi, la violenza, gli intrighi del potere imperiale. Marco Aurelio non era un ingenuo, era ben conscio che il potere si ottiene e si mantiene con la forza, che è inevitabile essere costretti a combattere guerre e battaglie, ma l’accettava con rammarico, come una condanna a fronte di grandissimi sensi di colpa, perchè alla fine la vera battaglia la si combatte con sé stessi per vincere i propri difetti, i propri vizi, le proprie debolezze. La grandezza di Roma era per lui una luce di civiltà sulle barbarie, da conservare e difendere anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Per Roma, per il popolo che governava si può dire, Marco Aurelio sacrificò tutto, i suoi amori, i suoi privilegi, finanche sè stesso. Ciò che colpisce maggiormente del Marco Aurelio di Forte è la grande modernità, la capacità di raccogliere un’eredità imponente e anche minacciosa, e conservare se stesso, dicevamo a prezzo di grandi sacrifici ma mai dimenticando che un sovrano è pur sempre un uomo, in balia della malattia, del dolore e della morte. Questa fragilità, questa autocoscienza, questa capacità di accettare i limiti umani danno a questo personaggio una profondità, e una solitudine molto moderna, che traspare in filigrana per tutta la narrazione. Forte con la sua penna affillata, dal respiro classico, ci porta a conoscere un uomo dell’antichità a cui sono stati dati poteri sovrumani, che si è trovato al centro di un impero sconfinato, in cui la sua parola era legge, in cui le sue decisioni erano ordini inderogabili, in cui la vita e la morte dei suoi sudditi erano realmente in balia delle sue decisioni. Marco Aurelio non approfittò di questo potere, non cedette alla tentazione del dominio, ne sentì invece il peso e la responsabilità. Perchè alla fine della sua vita, davanti all’eternità, il destino di tutti gli uomini è il medesimo, interrogarsi sul senso ultimo della vita e sulla sopravvivenza dell’anima. E sul senso del dolore. Quando anziano, nel suo letto, malato, in solitudine, circondato dagli spettri dei grandi filosofi che l’hanno formato non può che ripercorrere a ritroso la sua vita, dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, e non basta essere imperatori, avere tutto il mondo conosciuto ai propri piedi, un destino comune ci aspetta e scherzo del destino proprio a un uomo saggio come Marco Aurelio spettò un figlio ed erede come Commodo, a ricordargli che ci sono forze e circostanze che sfuggono al nostro controllo, e possiamo affidare il destino degli uomini e degli imperi agli Dei.

          Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, L’alba di Cesare, Karolus, Carthago, Roma in fiamme e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

          Source: PDF e libro inviato dall’Ufficio Stampa Mondadori.

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          :: Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa (Bookabook, 2025) a cura di Giulietta Iannone

          18 gennaio 2026

          In una ipotetica e distopica società futura, per arginare la piaga sociale dei femminicidi viene diramata una direttiva che autorizza le donne a uccidere, impunemente, un uomo al mese in caso di pericolo. Servirà a cambiare il tessuto sociale malato di misoginia e maschilismo? È questa la provocazione sottesa al romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa edito nel 2025 da Bookabook, casa editrice in crowdfunding. Se si può uccidere un essere umano in quanto donna, quanto ci si metterà a uccidere un essere umano in quanto uomo? Ma uomini e donne sono davvero simili? O provengono da pianeti diversi come diceva nel titolo il celebre saggio di John Gray? Il breve romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa non dà risposte certe ma apre un dibattito. Certo uccidere non è la soluzione, anche un comandamento biblico lo vieta, ma la provocazione serve ad analizzare in profondità alcune tematiche che spesso affrontiamo con leggerezza. Se pensiamo che nella legislazione italiana il delitto d’onore è stato abolito in Italia solo nel 1981, con la legge che ha eliminato l’articolo 587 del Codice penale, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva la moglie, figlia o sorella per difendere l’onore maschile macchiato, si capirà certo che la misoginia è qualcosa di pervicacemente radicato nelle società arcaiche in cui le donne di fatto diventavano proprietà dell’uomo che poteva disporne a suo piacimento. Certo la società sta cambiando, il mondo si evolve, i diritti umani si affermano, ma alcuni privilegi sono difficilmente estirpabili. Ci prova lo Stato, ci provano i singoli individui. Colpisce la giovane età dell’autrice, ma sicuramente fa parte di una nuova generazione, di un tessuto sociale più sano, e più proiettato verso un futuro dove uomini e donne hanno davvero gli stessi diritti e le stesse prerogative. Romanzo breve dicevo, ma scritto bene, interessante e ricco di spunti. 

          Giulia Crippa (Bologna, 1995) vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’Università IULM, e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Nel 2024 conclude “Un mondo che odia gli uomini”, il suo primo romanzo.   

          :: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

          30 dicembre 2025

          Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

          La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

          Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

          Source: libro inviato dalleditore.

          :: Il tempo del girasole di Claudio Aorta (Balzano editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

          27 dicembre 2025

          E se il tempo fosse circolare e non lineare? Ipotesi affascinante che apre la strada ai viaggi nel tempo, tema da sempre caro alla fantascienza da Un americano alla corte di Re Artù (1889) di Mark Twain e La macchina del tempo (1895) di H.G. Wells in poi. Claudio Aorta nel suo primo romanzo dal titolo Il tempo del girasole, edito da Balzano Editore, tratta questo tema aggiungendo riflessioni spirituali, esistenzialiste e storiche che danno al testo una certa profondità pur restando un romanzo di narrativa. Protagonista è una donna, Elena Giachetti, una giovane e brillante scienziata farmaceutica partenopea, la cui vita cambia radicalmente quando si reca a Posillipo per dipingere en plein air e per una distorsione spazio-temporale si trova catapultata nella Napoli del 1799, un periodo storico drammatico e non tanto conosciuto segnato dalla Rivoluzione Partenopea, che vide contrapposti giacobini e monarchici in un anelito di libertà sul modello della Rivoluzione francese. Il romanzo così alterna due piani temporali, la Napoli contemporanea e quella del tardo Settecento, espediente narrativo che serve all’autore per esplorare come il passato influenzi il presente in un continuum spazio temporale. Uno degli aspetti più originali del romanzo è come l’autore pone di fronte scienza, ragione e fede creando una vera tensione morale all’interno dello spazio interiore della protagonista. C’è spazio anche per l’amore tra Elena e Carlo Ballardini, il Direttore dell’Orfanotrofio “Angeli della Carità”, vissuto come uno stadio di crescita e arricchimento personale. Napoli poi diventa protagonista a pieno titolo, coi suoi vicoli, le sue piazze, la sua gente e i personaggi storici che via via Elena incontra. Il tempo del girasole è dunque un’opera sfaccettata, ricca ed evocativa che va oltre al semplice racconto storico ponendosi interrogativi sul tempo, sull’identità e su quanto il mondo interiore influenzi quello esteriore. Presto è annunciato un seguito del romanzo.

          Claudio Aorta è nato a Napoli nel 1972 e vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, lavora presso IP – Italiana Petroli.
          La scrittura lo accompagna sin dai tempi del liceo e, nel corso degli anni, lo ha portato a sperimentare diverse forme espressive: poesie, canzoni, racconti e libri. Ha inoltre realizzato una sceneggiatura e un libro per bambini ancora inedito, oltre a collaborare con giornali online e riviste religiose, firmando articoli di attualità e riflessione interiore.
          Nei suoi scritti esplora temi come la storia, la fede e il tempo, traendo ispirazione dalla vita quotidiana, dalle conversazioni con i figli e dal costante dialogo con la spiritualità.

          Source: PDF inviato dall’autore, che ringraziamo anche per il caffè offerto su Ko-fi.