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:: Un’intervista con Paolo Risi a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2026

Benvenuto, Paolo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni: raccontati ai nostri lettori, dove sei nato, che studi hai fatto, cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi?

R: Sono un lombardo-prealpino, nato a Varese sessant’anni fa. Ho fatto studi che poco si conciliano con la letteratura: prima l’Istituto Tecnico Industriale (che però mi ha permesso di conoscere Bachisio Bandinu, un bravissimo professore di lettere, nonché scrittore e antropologo), poi l’ISEF, la scuola che dopo la maturità preparava i futuri insegnanti di educazione fisica. Lavorativamente mi sono occupato in primo luogo di motricità applicata a ragazzi e adulti portatori di handicap psicofisici. Ho sempre ritenuto la scrittura e la lettura parte determinante della mia individualità, aspetti che negli ultimi anni ho approfondito attingendo tempo ed energie dalla mia professione. Si è trattato di un approdo naturale, a un’età non certo da “esordiente”, che mi ha permesso di rivalutare determinate priorità e di cimentarmi su nuove sfide, come possono essere l’ideazione e la scrittura di un romanzo.

Greg, direttore responsabile (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è il tuo secondo romanzo, dopo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Come nasce il soggetto di questo romanzo, quale è stata la scintilla che ti ha fatto scattare l’idea di scriverlo?

R: La scintilla è stata il desiderio di non abbandonare a se stesso il giornalista locale Greg Stefanoni, già protagonista del mio primo romanzo, La Notte Padana. Al di là della trama e delle ambientazioni (un traffico di rifiuti tra il nord ovest della penisola e l’est Europa), è stato lui l’incentivo più forte alla prosecuzione della “serie”. Greg mi ha sempre divertito; inserirlo in situazioni a volte pericolose a volte imbarazzanti lo ritengo un cimento assolutamente piacevole. Considera anche che ne La Notte Padana il finale è come si suole dire “sospeso”: Greg Stefanoni si trova su un crinale reale e metaforico della sua vita, combattuto tra il rimpianto e la fede traballante nel futuro; scontato quindi che lo volessi mettere alla prova, affidandogli la direzione del settimanale L’Eco del Lago dopo anni di gregariato e ambizioni sfumate.    

Il noir investigativo di stampo sociale ha una tradizione nobile in Italia, ti sei ispirato a scrittori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi?

R: Hai citato tre nomi importanti, tre scrittori con uno stile ben definito, una sorta di sigillo di garanzia per il lettore. Tre intellettuali, a modo loro, con visioni lucide sulla contemporaneità. Comunque sia quello che sento più affine al mio gusto è Valerio Varesi: il suo commissario Soneri è veritiero, quasi palpabile nel dipanarsi degli intrecci, per non dire delle descrizioni e dell’humus dei luoghi, che nello scrittore parmense sono straordinari. Varesi ha la capacità di intrecciare quello che tu chiami noir investigativo di stampo sociale all’umanità dei personaggi, un connubio non semplice da realizzare; non a caso per lui è stato coniato l’appellativo (credo dai francesi) di “Simenon italiano”.

Hai scelto per protagonista un personaggio complicato: ottimo giornalista ma beve troppo, e ha diverse caratteristiche che lo potrebbero definire un’anti-eroe o se vogliamo un eroe per caso. Come hai costruito la figura di questo giornalista, ti sei ispirato a giornalisti viventi o è solo frutto della tua fantasia?

R: Ho lavorato negli anni ’90 in una redazione giornalistica, in un’emittente privata della mia città. Ovviamente erano tempi diversi, gli articoli si scrivevano con la biro e non al computer, però sono abbastanza certo che le dinamiche relazionali (meschinità, cameratismo e scazzi assortiti) siano rimaste immutate. Greg Stefanoni è un patchwork di molti miei colleghi, passati e presenti, in ambito giornalistico e socio-educativo, con delle immissioni significative di autobiografismo, soprattutto per quanto riguarda l’imprevedibilità, i vizi e l’incapacità di tollerare le prepotenze.  

Credi che il giornalismo investigativo sia una delle ultime forme di resistenza civile?

R: Lo è, anche se le forze contrarie (ingiustizie, indottrinamento, l’alterazione della realtà, solo per citarne alcune) sono davvero preponderanti. Tutto sta nel ribaltamento delle priorità, dei fondamentali: se certe inchieste giornalistiche, anche nel recente passato, venivano viste come il suggello della verità, il riposizionarsi di valori basilari al centro della scena, ora invece queste forme di ricerca di senso e oggettività vengono spesso confutate, tacciate di radicalismo. Da buon sessantenne non posso far altro che affidarmi al futuro, all’intelligenza e alla sete di conoscenza dei giovani, che mi pare siano stati un po’ troppo sottovalutati negli ultimi tempi, ritenuti (ovviamente a torto) solo un target per turbocapitalisti, demagoghi e illusionisti del mondo virtuale.      

Il giornalismo pomeridiano televisivo centrato sui fatti di cronaca per certi versi può essere paragonato a una sorta di sciacallaggio mediatico. La cosiddetta “televisione del dolore” una spettacolarizzazione quasi morbosa delle tragedie, tra cronaca nera e drammi individuali, trasformate in intrattenimento. Hai stigmatizzato questa tendenza nel tuo romanzo, o ha solo un valore documentaristico per descrivere la società italiana?

R: Entrambe le cose. Mi mandano in bestia le mistificazioni, la cosiddetta televisione del dolore; si cerca di mettere in pratica il rispetto giorno per giorno, nel quotidiano, poi ti capita di vedere in tivù persone più o meno bullizzate, o ridotte a macchietta. C’è rabbia, ma anche sconforto. In Greg, direttore responsabile lo sfruttamento del dolore è personificato dalla “regina dei Pomeriggi Italiani” Concita Rizzoli, uno squalo televisivo che compendia molteplici conduttori presenti e imperanti sul piccolo schermo. Quindi sì, Concita ha anche un valore documentaristico nello sviluppo della storia, oltre a essere un mio espediente per sbeffeggiare (godendone) un certo modo di fare giornalismo e intrattenimento televisivo.    

Primacqua, la città sul Lago Maggiore dove è ambientato il romanzo, immagino non ci sia sul mappamondo, si ispira a qualche città reale, che conosci bene?

R: È un minimondo fittizio, anche se molti particolari rimandano a Luino, cittadina che conosco abbastanza bene. La sponda lombarda del Lago Maggiore viene chiamata sponda magra, in contrapposizione a quella piemontese, ritenuta più “opulenta” e turisticamente attrattiva, basti pensare a Stresa e alle Isole Borromee. Può essere vero, ma ciò non toglie che Luino, insieme ad altre località del versante varesino, rivelino un immaginario sotterraneo, tipicamente noir. Penso al luinese Piero Chiara, al suo primo romanzo Il piatto piange, un noir quasi involontario che a quasi sessantacinque anni dall’anno di pubblicazione rimane un punto di riferimento per chi vuole assaporare gli umori della provincia, tra slanci di liberalità e nefandezza sottaciute.     

Ti confesso il libro mi è piaciuto molto, mi sono piaciuti i rimandi a film, canzoni, e la caratterizzazione che hai dato ai personaggi, oltre all’ambientazione che penso sia il punto forte del romanzo. Si vede che sei un forte lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E ti piace leggere in lingua originale i romanzi stranieri?

R: In realtà più che un lettore forte sono un lettore indisciplinato e irrequieto. Fatico a individuare degli autori di riferimento, di quelli che porterei a botta sicura sull’arcinota isola deserta, come ultima risorsa di svago e conforto spirituale. A pensarci bene ogni periodo della mia vita ha avuto degli scrittori “feticcio”: Bukowski e Kerouac, intorno ai vent’anni, poi Raymond Carver e John Fante, che un po’ hanno fatto da preludio alla fascinazione per il giallo, il noir e il poliziesco, con autori come Jean Patrick Manchette, Léo Malet, Scerbanenco, Attilio Veraldi, Elmore Leonard. Se poi devo citare un contemporaneo, uno che riesce sempre a stupirmi e a emozionarmi, ti faccio il nome di Lawrence Osborne. Per quanto concerne la lettura di libri in lingua originale ti confesso che non ci ho mai provato, anche perché la mia conoscenza delle lingue straniere è piuttosto limitata.   

La violenza nei microcosmi di provincia non è mai manifesta, è più sussurrata nei meccanismi di potere, un pestaggio, un’induzione al suicidio, sono già eventi fuori dall’ordinario che ledono quella patina di rispettabilità, almeno apparente, che questi tipi di società impongono. Da narratore che spunti ti dà tutto questo per le tue storie?

R: Mi dà spunti notevoli. Parli giustamente di rispettabilità, di codici di comportamento acquisiti e solidificati, modi di sopravvivenza che in provincia strisciano rasoterra e ronzano sopra le nostre teste. Esistono appunto l’onorabilità, il decoro a stuzzicare la curiosità di chi osserva e prova a imbastire delle storie. Il territorio di caccia è ricco e variegato. Considera anche il fattore memoria: in un paese o in una piccola città il passato e i suoi intrecci possono costituire una sorta di epopea locale, che lega generazioni e accadimenti, e che può andare in pezzi come un castello di carte se un fattore imprevisto la corrompe. Sono deragliamenti che mi hanno sempre ingolosito, come autore ma non solo.     Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei se ci sarà un seguito a questo romanzo o stai scrivendo storie tutte nuove? Ho scritto diverse pagine, ma l’obiettivo finale è ancora sfuocato. Vorrei continuare a pungolare Greg Stefanoni, sgambettarlo e poi dargli l’ennesima opportunità di rinascita. Forse il suo giornale chiude, i suoi giovani collaboratori lo abbandonano e di conseguenza si ritroverà ad amministrare un blog scalcagnato, a indagare sulla scomparsa di una ragazza e un ragazzo in una terra di confine. Staremo a vedere; per il momento prendo appunti e lascio che emerga qualche suggestione da sviluppare.

:: Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2026

Tutto era iniziato da una lettera giunta in redazione in forma anonima al settimanale L’Eco del Lago.

La prima pagina dell’Eco si lasciava leggere, settimanalmente, da una maggioranza bulgara di primacquesi: veniva esposta il martedì mattina dalle tre edicole della città, incorniciata nelle portalocandine e collocata in bella mostra sul selciato. Da oltre un secolo – così mi piaceva pensare – quel rettangolo di carta e inchiostro scandiva vite, morti e miracoli della comunità lacustre.

Siamo a Primacqua, cittadina affacciata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, una città di provincia del grande Nord italiano coi suoi molti vizi e le sue poche virtù. A dirigere il settimanale Greg Stefanoni, un tipo bizzarro, forte bevitore, e appassionato di cinema e vinili, ma un giornalista di razza di quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani con le dinamiche più sottili del potere, che si annidano anche dietro la facciata rispettabile e quieta della provincia. La lettera anonima fa così partire un’indagine che Stefanoni affida al suo vice Angelo Giamberini, giovane cronista determinato e scrupoloso, che vede la parola corruzione collegata al ben noto imprenditore, l’ingegnere Achille Crinò. All’avvicinarsi del Natale il dramma: Giamberini viene attirato con l’inganno in un cinema abbandonato, il diroccato cinema Impero, pestato a sangue e lasciato in fin di vita. Stefanoni non può che intuire che il potere criminale è radicato a livello locale in modo ben più esteso di quanto si potesse pensare.

Sfogliando le bozze del Giambe ero arrivato a concludere che la truffa escogitata da Achille Crinò, viste anche le molte complicità da foraggiare, fosse tutto sommato di dimensioni modeste, sufficienti a mantenere una posizione di potere in ambito provinciale. Un avido, un barone gaglioffo, e una volta individuato il fine (drenare denaro pubblico attraverso la gestione e lo smercio di rifiuti ospedalieri) risultava semplice risalire ai mezzi per raggiungerlo e puntellarlo: disponibilità di valletti di corte, di funzionari e politici incapaci di sottrarsi al fascino della bustarella. Eppure, ancora una volta la punta dell’iceberg non dava conto di una sostanza ineffabile: gli intrighi di Crinò godevano di un supporto eccellentissimo, sovradimensionato rispetto all’entità del giro di affari.

E mentre Giamberini lotta in ospedale tra la vita e la morte, affiancato dalla brava e intelligente collega Giulia Portaluppi, Stefanoni inizia la sua indagine personale. Poi finalmente il capitano Di Fonzio entra in scena per un morto, un suicidio o un’induzione al suicidio?

Tra il bar di Pinuccia, e l’apporto di Concita Rizzoli, signora dei Pomeriggi italiani, televisivi la storia procede cadenzata da una scrittura fluida e ricca di dettagli dalla marca delle sigarette, alla musica, ai film, al colore locale di una città di provincia come ce ne sono tante.

Greg, direttore responsabile di Paolo Risi (Fox&Sparrows Edizioni, 2026), collana Mascaret, è dunque un romanzo contemporaneo italiano a forte vocazione civile, che intreccia con una certa naturalezza l’indagine giornalistica e la denuncia sociale in un contesto provinciale solo apparentemente tranquillo, dove è facile riconoscersi, perché i meccanismi che regolano il malaffare locale sono più o meno simili e banali a tutte le latitudini. In questo senso, il romanzo si avvicina più alla tradizione del noir sociale che al giallo classico: la soluzione del mistero conta, ma conta di più il contesto che lo rende possibile. Il protagonista è un’anti-eroe credibile e umano con tutte le sue debolezze, le sue fragilità caratteriali, ma sorretto da un forte senso etico per la ricerca della verità, caratteristica di ogni buon giornalista. La scrittura è fluida, venata di ironia, solo velata e mai tesa a smorzare la tensione.

L’ambientazione poi credo sia il punto più riuscito del romanzo, la provincia come microcosmo, in cui Primacqua, luogo fittizio ma verosimile, provincia lacustre ispirata all’area del Lago Maggiore, ha un ruolo narrativo polarizzante e ricco di sfumature e atmosfera.

Greg, direttore responsabile è un romanzo in fine che funziona soprattutto per la sua credibilità morale. Più che sorprendere con colpi di scena a effetto, convince per la sua capacità di raccontare un’Italia minore ma tutt’altro che marginale, dove il giornalismo diventa uno degli ultimi strumenti di resistenza civile. Se vi piacciono i libri di autori come Carofiglio, Lucarelli, Varesi, o i noir di Carlotto, troverete una lettura piacevole e ricca di rimandi all’attualità.

Paolo Risi (Varese, 1966) è laureato in Scienze Motorie e ha lavorato per due decadi in strutture per ragazzi e adulti disabili. Collabora con il magazine Zest Letteratura Sostenibile e nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo La notte Padana (Les Flâneurs Edizioni). Il suo racconto L’alpe del tedesco è inserito nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative (Officina Ensemble, 2018).

:: San Francesco e la radicalità del Vangelo di Gianluigi Pasquale (Lindau, 2026) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2026

Fra Gianluigi Pasquale, professore della Pontificia Università Lateranense, è da sempre un appassionato cultore, oserei dire di più un vero innamorato del Poverello di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, avvenuta il 3 ottobre del 1226. Pasquale ha dedicato molti libri all’umile frate umbro che ha se vogliamo rivoluzionato il concetto stesso di adesione al Vangelo, rendendola accessibile a un progetto di vita radicale e coerente agli insegnamenti del Maestro. I voti francescani di obbedienza, povertà, verginità diventano dunque un percorso accessibile e fonte di gioia e realizzazione personale, assieme alla fraternità e all’abbandono alla Divina Provvidenza.

In questo nuovo libro San Francesco e la radicalità del Vangelo, edito da Lindau, se vogliamo Pasquale completa un percorso. In venti capitoli, più una conclusione, e per ultima una cronologia essenziale della vita del santo e una breve bibliografia, l’autore ripercorre le tappe fondamentali di un percorso che ha della “radicalità” il suo percorso di interpretazione, ma cos’è la radicalità dell’adesione al Vangelo se non un’imitazione veritiera del percorso terreno di Cristo, fu lui a dare l’esempio, dimostrare che era possibile e applicabile alla vita di tutti i giorni, e san Francesco ha fatto lo stesso, pur non essendo di natura divina ma solo umana, ha dimostrato che il Vangelo non è fatto di una serrata e astratta categoria di norme impraticabili. San Francesco le ha applicate dando l’esempio, seguito da generazioni di frati in tutto il mondo e in tutte le epoche.

Nutrendosi e abbeverandosi alle Fonti francescane, Pasquale in questo saggio aggiunge un ulteriore e prezioso tassello agli studi francescani contemporanei donandoci un libro che seppure si distingue per un approccio rigoroso da teologo, resta accessibile nel linguaggio e nella consultazione a credenti e non credenti, mussulmani ed ebrei, infine a chiunque abbia sentito parlare anche solo di sfuggita di Francesco e voglia conoscerlo meglio e imparare da lui a vivere pienamente e in sintonia con il creato. Dalla nascita, all’infanzia, all’adolescenza, fu dalla madre che conobbe Gesù e si avvicinò ai dettami della fede, e si può dire Francesco ebbe una giovinezza comune a molti rampolli di famiglie benestanti, studio, svago, aiutante nella bottega del padre, furono l’incontro col lebbroso giù nella piana di Assisi e il colloquio col Cristo crocifisso ligneo di San Damiano il punto di svolta: “Francesco, non vedi che la mia chiesa sta crollando? Va’, dunque, per restaurarla!”.

Che abbia ascoltato davvero la voce di Cristo, o faccia parte molto del dettame popolare agiografico, Francesco sentì davvero in sè questa chiamata e prima la fraintese pensando di dover ricostruire la chiesa diroccata di San Damiano, per poi capire che era la Chiesa tutta che andava restaurata e come non farlo se non con un’adesione più coerente e senza cedimenti al Vangelo nella sua interezza e nel suo linguaggio rivoluzionario che non poteva che provenire da Dio stesso.

Francesco non era un santino, un ingenuo edulcorato propugnatore della pace e della povertà astratta, era un uomo concreto e Pasquale ce lo restituisce nella sua umanità e nella sua forza che ne fa uno dei santi più grandi della cristianità. Un santo amato da credenti e non credenti per la sua autenticità, e radicalità, che ha ispirato opere letterarie, canzoni, film, e ogni genere di opera artistica. Abbracciando il lebbroso, abbracciò il Cristo e tutta l’umanità sofferente, perseguitata, relegata ai margini. Lasciò la vita eremitica per proporre un nuovo modello di vita associata, modello non solo per il suo Ordine, ma per l’umanità intera e questa universalità ben si incarna nella sua modernità, ancora ricca di messaggi per l’uomo di oggi.

Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino, è professore di Teologia nella Pontificia Università Lateranense e nello Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia, nella sezione di Milano. Nel 2018 ha vinto l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale. È scrittore, direttore di collane editoriali, interprete e traduttore, conferenziere. È sacerdote dal 1993.

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:: L’ospite regale di Henrik Pontoppidan (Iperborea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2026

L’ospite regale (Den Kongelige Gæst, 1908) di Henrik Pontoppidan (1857-1943) edito da Iperborea, con traduzione dal danese e postfazione di Fulvio Ferrari, è un romanzo breve o racconto lungo se vogliamo, ricco di suggestioni e inquietanti divagazioni sul matrimonio, sul perbenismo delle piccole comunità del Nord Europa di inizio Novecento, sul potere perturbante dell’insolito e del grottesco. La storia è molto semplice e lineare e si svolge in poche pagine che ci portano nell’intimità e nei fragili equilibri di una coppia della buona borghesia: lui medico, lei madre di tre figli piccoli. Innamorati, felici, sposati da sei anni. Una coppia di coniugi che una sera si trova al suo desco un ospite inatteso, di cui mai sapremo l’identità, un principe, un buffone, messer Carnevale, una figura mitologica o se vogliamo biblica, ma non dirò altro sull’identità di questo oscuro personaggio lo scoprirete leggendo il racconto e soprattutto la postfazione molto esplicativa. Questo incontro si rivela fatale per gli equilibri della coppia e soprattutto getta nell’inquietudine e nella malinconia la donna che scopre di aver vissuto fino allora in una felicità fasulla, in un paradiso ormai perduto che lascia spazio a una realtà più cruda ma certamente più vera.

Henrik Pontoppidan (1857–1943) è stato uno dei massimi scrittori danesi, premio Nobel per la letteratura nel 1917. Ammirato da György Lukács e definito da Thomas Mann «un autore epico di razza», in Italia è conosciuto soprattutto per il romanzo Pietro il fortunato. La sua narrativa si caratterizza per un realismo critico e un profondo interesse per le trasformazioni sociali e morali della Danimarca tra Ottocento e Novecento.

:: Un intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2026

Benvenuto Xiaolong, è un grande piacere rivederti sulle pagine virtuali di Liberi di scrivere per l’uscita del tuo nuovo romanzo della serie di Chen Cao, “Compagni Segreti”, tradotto da Fabio Zucchella, tuo storico traduttore italiano, e pubblicato da Marsilio. Siamo al quattordicesimo episodio. Una serie molto longeva che, se non altro, ci ha accompagnato in tutti questi anni. Dedicherai altre storie al tuo personaggio, Chen Cao?

R: Sì, certo. Ho già terminato un nuovo manoscritto. Si intitola History’s Cunning Passages:  (The Untold Origin of the Cultural Revolution)  An Inspector Chen Investigation. Sarà pubblicato anche questo da Marsilio.

Ho notato un maggiore pessimismo e se vogliamo anche un maggiore romanticismo, è una mia impressione o è davvero voluto?

R: Hai ragione. Ed è un’ottima domanda. Mi ricorda una poesia pessimista ma anche romantica intitolata “Dover Beach” di Matthew Arnold. Quando non c’è più nulla in questo mondo triste, l’amore diventa l’unica, fredda consolazione. Non credo sia intenzionale, è semplicemente realistico.

Tu affronti con molto coraggio temi si può dire delicati della Cina contemporanea, paese che io amo molto per la sua cultura, la sua cucina, la sua gente. La situazione è così drammatica, o drammatizzi per ragioni narrative? Sorveglianza capillare, un personaggio del libro viene prelevato senza processo e gli sono tolte le libertà personali per accuse che poi si riveleranno infondate, corruzione, prevaricazione da parte di persone che non vogliono il bene comune ma meri interessi personali e di carriera. Insomma, uno scenario molto fosco, accenni a numerose persone che cercano il modo di lasciare la Cina. E’ così doloroso vivere in Cina, oggi?

R: Apprezzo molto il tuo amore per la Cina. Anch’io amo molto la Cina, ma non il PCC. Per quanto riguarda la drammatizzazione o meno, lascia che ti faccia un esempio concreto. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, un pomeriggio mi trovavo sul balcone dell’appartamento di un amico. All’improvviso, un drone è apparso sopra la mia testa ed è rimasto a volteggiare per più di mezz’ora. La cosa più sorprendente è che, non appena sono rientrato in camera, il drone è improvvisamente scomparso. Il mio amico ha affermato che il drone doveva essere venuto per me.

E noto un maggiore romanticismo: la redenzione personale, passa per il sentimento, per l’amore? Credi ancora nell’amore come forma di riscatto e di salvezza personale e collettiva?

R: Questa è un’altra ottima domanda. La redenzione personale può arrivare attraverso sentimenti come l’amore. Per essere più precisi, l’amore per la Cina. Che sia personale o collettivo. Ci credo ancora.

E la poesia antica è sempre presente nei tuoi noir. Anche la bellezza e l’arte sono veicoli di salvezza?

R: La poesia classica cinese è sempre una parte importante della mia serie dell’ispettore Chen. Si può certamente dire che sia un veicolo di salvezza. Per Chen, appare anche come un’oasi verde nell’infinito deserto, immaginaria o meno.

Tornando al tuo coraggio, il romanzo contiene accuse politiche molto nette, forse è il tuo romanzo più estremo da questo punto di vista. Alcuni lettori lo reputano al fatto che da molti anni non vivi più Cina, ma immagino hai ancora in questo paese parenti e amici, o legami. Il tuo impegno è onesto, ti conosco, ma il socialismo con caratteristiche cinesi sta prendendo davvero derive così oppressive e antidemocratiche, la libertà personale è davvero sacrificata più che al bene comune, comunitario e forse utopico, all’interesse di poche élite o del partito? Pensi davvero questo? O vedi strade da percorrere, decisioni che devono essere ancora prese?

R: La sanguinosa repressione di Piazza Tian’anmen del 1989 rimane l’argomento politico più delicato nella Cina di oggi. Sono ben consapevole del rischio di scriverne. Per me, è un libro che avrei dovuto scrivere da tempo. In un certo senso, si potrebbe persino dire che rappresenta una sorta di redenzione personale. Quanto alla tua domanda se il socialismo con caratteristiche cinesi abbia davvero assunto una connotazione così oppressiva e antidemocratica, il punto di svolta per me è arrivato circa dieci anni fa con la modifica della Costituzione cinese, che ha abolito il limite di mandati, permettendo così all’imperatore di regnare a vita. Questo concetto trova eco anche nella storia narrata da X in “Red Dust Lane”. Come avrei potuto, quindi, non scriverne?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazione che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: c’è un eco nostalgico per la tua giovinezza?

R: Per quanto riguarda l’indagine che si sviluppa su più livelli, è una storia radicata nella storia reale e che si è protratta per molti anni. D’altra parte, si può certamente dire che è un’eco nostalgica della mia giovinezza. Come avrai notato, la parte della ribellione di X contro il PCC è basata sull’esperienza di Yang Xianyi. Yang è stato un mentore nella mia giovinezza e mi ha aiutato molto in diversi modi. E Via della Polvere Rossa era anche un quartiere che mi era molto familiare in quegli anni.

Stai scrivendo un nuovo romanzo di Chen Cao o altri libri?

R: Sto anche scrivendo una trilogia sull’inchiesta del giudice Dee; i primi due volumi sono già stati pubblicati e sto lavorando al terzo. Per me, si tratta anche di un tentativo di esplorare il funzionamento del sistema giudiziario nell’antica Cina. Poteva davvero essere indipendente dalla politica? Ecco questa è un’interessante domanda.

:: In disgrazia del Cielo e della terra – L’amore omosessuale nella letteratura italiana di Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre (Rogas Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 marzo 2026

In disgrazia del Cielo e della terra, edito nel 2023 da Rogas Edizioni, è un saggio argomentato, ma di respiro divulgativo, che affronta un tema importante e delicato con grande sensibilità e coraggio: la presenza e la rappresentazione dell’amore omosessuale nella letteratura italiana. Gli autori, Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre, accompagnano il lettore in un viaggio attraverso i secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, mostrando come gli scrittori, si è scelto di parlare prevalentemente della omosessualità maschile, abbiano raccontato sentimenti, passioni e difficoltà spesso nascosti o censurati.

Il titolo richiama l’idea di chi, per molto tempo, è stato considerato “fuori posto” o addirittura “contro natura”. Il libro spiega come, in diverse epoche, l’amore tra persone dello stesso sesso sia stato visto con sospetto o condanna, ma anche come la letteratura abbia trovato modi coraggiosi, ironici e persino poetici per parlarne.

Gli autori non si limitano a elencare opere e autori, per svelare magare retroscena piccanti di nomi famosi: cercano invece, molto meritoriamente, di far capire il contesto storico e culturale in cui quei testi sono nati, aiutando il lettore a comprendere perché certe storie siano state raccontate in modo velato o simbolico tramite una fitta rete di sottintesi e linguaggi in codice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è che dimostra come l’amore, in tutte le sue variegate forme, sia sempre stato parte della nostra cultura. Anche quando non se ne poteva parlare apertamente, la letteratura ha custodito emozioni autentiche e profonde. Questo messaggio è particolarmente importante per i ragazzi, perlomeno delle scuole superiori dai 18 anni in su: leggere queste pagine, magari guidati da insegnanti dalla mente aperta che incoraggiano dibattiti in classe, significa scoprire che la diversità in ambito affettivo- sessuale non è qualcosa di nuovo o “strano”, ma una realtà che esiste da sempre, e che a differenza del mondo pagano greco e romano che la considerava del tutto naturale e accettabile, nel mondo europeo cristiano ha affrontato pregiudizi, anatemi morali e religiosi, fino a entrare nelle leggi civili.

Non solo le streghe venivano arse sul rogo nei secoli bui, ma anche coloro che venivano accusati di omosessualità e crimini “contro natura”. Il cristianesimo ha una derivazione diretta dall’ebraismo e la Bibbia è abbastanza chiara nel condannare la sodomia al pari della zoofilia, dell’incesto e dell’adulterio e la fornicazione. C’è comunque da fare un’osservazione non marginale, ripresa da molte correnti religiose di stampo progressista e protestante, ma anche cattolico, rivalutate nei giorni nostri: è la violenza, lo stupro, l’abuso su minori a essere condannato, non l’orientamento sessuale delle persone che essendo intrinseco alla natura umana contiene del bene, e non va condannato o stigmatizzato.

L’amore omosessuale è appunto amore, contiene progetti di vita in comune, rispetto, affetto, complicità, crescita interiore, aspirazione alla salvezza, desiderio, solidarietà, piacere di stare insieme, fedeltà, castità e non va unicamente relegato all’atto sessuale in sè, e la letteratura, forse più liberamente di altri contesti, l’ha sempre compreso e valorizzato fino ai movimenti di liberazione, di affermazione dei diritti civili dei giorni nostri.

Lo stile è chiaro e appassionato. Pur trattando argomenti complessi, gli autori cercano di spiegare tutto con attenzione e rispetto, rendendo il testo accessibile anche a giovani lettori curiosi e desiderosi di capire meglio la storia della letteratura e della società italiana.

In conclusione, In disgrazia del Cielo e della terra è un libro che invita a riflettere, a conoscere e a rispettare. È una lettura preziosa non solo per chi ama la letteratura, ma per chiunque voglia comprendere meglio il passato e costruire un futuro più consapevole e inclusivo.

Francesco Gnerre ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e Teoria della letteratura presso l’Università di Roma Tor Vergata. È autore di testi scolastici e di studi di sociologia della letteratura. Tra le sue pubblicazioni L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Rogas Edizioni, 2016) e La biblioteca ritrovata (Rogas Edizioni, 2015). Per anni è stato tra i redattori delle riviste «Babilonia» e «Pride».  

Daniele Coluzzi, professore di Lettere a Roma, si laurea con una tesi sull’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Da circa tre anni è divulgatore culturale sui social, dove si occupa di storia, letteratura e mitologia. Attualmente è seguito da più di 200 mila persone. Ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Io sono Persefone (Rizzoli, 2022).

:: Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni (Delos Digital 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2026

C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro dell’esistenza dell’uomo. Niente dogmi; niente – espressi divieti di pensare. Non ce n’era bisogno, perché a certe cose non c’era modo di pensare. La magia come unica stampella. Un’idea banale che però, in qualche modo, senti estremamente tua. Non è un prodotto dei tuoi studi di antropologia e storia delle religioni… No, lo sapevi anche prima: è una cosa tua, personale. D’altronde, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro della tua esistenza. Tempo in cui alcuni messaggi suonavano come vere e proprie rivelazioni, e allora Sartre, Camus, Dosto… Ma ormai quel tempo è finito. E ora, un po’ di mistero è quello che ti manca.

Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni, edito da Delos Digital, nella collana Innsmouth, dedicata al weird o perturbante, è un romanzo breve, circa 57 pagine, che ce lo conferma l’autore rientra nell’autofiction quel genere particolare di letteratura che ibrida l’autobiografia con la fiction, per cui il protagonista, che si lascia sfuggire si chiama Bragoni, è l’autore e non è l’autore. La sua cifra esistenziale viene esaminata alla lente di un rinnovato gusto per il paradosso, quando per ritrovarsi bisogna perdersi, nella memoria, per arrivare a patti col presente, la contemporaneità. Il protagonista di questa vicenda dunque gravita in un limbo esistenziale che lo pone a riflettere su sè stesso con nostalgia, ironia, rabbia. Cosa scopre? Verità fondamentali su sè stesso, sulla vita, su gli altri? Sullo spaesamento come metafora di una condizione universale? Ma oggi non siamo più quello che eravamo ieri, il gioco non regge, non consola. Bragoni adotta uno stile sobrio, più evocativo che descrittivo, e intreccia emozioni e razionalità con naturalezza e capacità espressiva. Bragoni è un autore di narrativa più che di genere, piega gli stili e le modalità epressive espressioniste in una luce di letteratura alta e per certi versi anche complessa. Frutto di buone letture, studio della critica, e di capacità personali affinate col tempo. La narrazione riesce a far sentire il lettore accanto al protagonista, intrappolato tra il desiderio di “tornare indietro” e l’impossibilità di farlo davvero. La brevità del testo, lungi dall’essere un limite, ne accentua l’efficacia: ogni immagine, ogni frase ha un peso emotivo. Se da un lato il libro può essere letto come una storia di formazione “fuori tempo massimo”, dall’altro si presta a interpretazioni più ampie sulla natura umana e sui modi in cui ciascuno di noi costruisce il proprio senso di sé.

Fabrizio Fulio Bragoni è nato a Rieti nel 1981 e vive a Torino dal 1986; ha iniziato a scrivere a cinque anni e non ha mai smesso. Ha sempre sognato di fare la rockstar o lo scrittore. È laureato in filosofia e specializzato in traduzione editoriale dall’inglese. Ha lavorato come giornalista, consulente informatico, lettore editoriale, docente universitario a contratto, copy, piazzista, insegnante e traduttore. Per un paio di giorni ha fatto anche il detective privato, ma è stato tanto tempo fa. Ha insegnato scrittura creativa, tradotto un paio di romanzi e un lungo saggio sul punk, curato un’antologia di racconti polizieschi ambientati a Torino. Suona diversi strumenti, tutti molto male. Quando ha un po’ di voce, canta anche. Attualmente è dottorando in “Learning sciences and digital technologies”. Vive a Torino (ma solo ogni tanto), e passa il tempo tra studi di tatuaggi, palestre di pugilato e localini fumosi, sperando, così, di mantenere intatta la pessima reputazione faticosamente guadagnata. Il suo romanzo breve Il colpo è stato pubblicato in ebook da Rizzoli nel 2012 nell’ambito del contest “youcrime”. Il suo primo romanzo, Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è uscito per Giunti nel 2021.

:: L’ultima dei Calvino di Alessandro Girola (Plutonia Publications, 2018) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2026

Esiste un bel cofanetto, in due volumi, precedentemente edito da Einaudi nel 1956, io ho l’edizione Oscar Mondadori del 1968, che raccoglie il meglio delle fiabe italiane, della tradizione popolare, raccolte e tradotte dai vari dialetti da Italo Calvino, che vi consiglio certamente di recuperare, ci saranno sicuramente edizioni più recenti, in cui emerge un dato inquietante e significativo: la fiaba non è mai stata asettica, c’è sempre stato un elemento horror, in cui il fascino dell’orrido ha avuto presa, il gotico, il fantastico, l’orientaleggiante si è sempre intrecciato con elementi in cui il deforme, il volgare e il zozzo si mischia al sublime. Si sa orchi, streghe, maghi, creature del crepuscolo hanno acquistato oltre al loro valore simbolico, ed esorcizzante, un valore letterario ed erudito. Alessandro Girola prende a piene mani da questo humus culturale per molta sua narrativa.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Girola è un giovane autore milanese, di indubbio talento, che da anni pubblica testi indipendenti, e ultimamente ha acquistato anche una valenza di editore pubblicando testi di altri. Il fantastico, la narrativa di genere, l’horror classico declinato con le sue tante sfumature dall’inquietudine, alla paura, ne è la cifra distintiva. L’ultima dei Calvino è un omaggio non tanto velato a quella tradizione prettamente italiana, legata alla fiaba popolare, in cui il territorio si fa protagonista.

Girola sceglie il Piemonte, terra di masche e di leggende per ambientare il suo romanzo breve, o racconto lungo come si suol dire, che si colloca senza tante cerimonie nel filone del folk horror italiano contemporaneo, di stampo prettamente regionale e tradizionale, seppure non usi il dialetto come cifra stilistica. Scrive in italiano, un buon italiano letterario, nutrito da tanta buona letteratura, non solo di genere.

Girola è uno scrittore completo, non solo dotato di talento creativo, ma anche di uno spiccato talento imprenditoriale che ne preserva l’indipendenza stilistica e anche formale. E negli anni sta crescendo, migliorando, evolvendosi. Io non amo particolarmente la narrativa horror, streghe, demoni, messe nere, maledizioni, fate assassine, vampiri, non mi catturano più di tanto, ma il male esiste, e può essere simbolizzato, ed esorcizzato, da queste creature del crepuscolo che da secoli appassionano legioni di lettori.

L’ultima dei Calvino è ambientato a Carassone dei Govoni, un borgo immaginario arroccato sulle Alpi Marittime: un luogo pittoresco e al contempo inquietante che subito orienta il lettore verso una dimensione narrativa in cui il quotidiano si intreccia con il sovrannaturale. La morte di Eligio Calvino, il padre padrone della piccola comunità, che notare bene muore a 120 anni e già questo fa una certa impressione, di insolito e straordinario, dà l’avvio alla storia.

L’eredità viene reclamata dalla giovane e bellissima bisnipote Berenice, una creatura dai lunghi capelli rossi e un fascino magnetico. Sarà una fata, sarà una strega? A voi scoprirlo, comunque dicevo tra i beni di cui ha diritto ci sono anche i capitali di una fiabesca polizza vita, che se dati metterebbero in seria difficoltà finanziaria la piccola compagnia assicurativa torinese, la Caboto, che li ha garantiti. Che fare? Mandare nel paesino l’agente migliore la giovane Emma, per convincere l’ereditiera a non reclamare il capitale e se mai reinvestirlo in complicati maneggi che implicano la vendita anche di terreni e proprietà.

Emma, che non rimane insensibile al fascino di Berenice, ebbene sì, c’è anche una sfumatura erotica, ma molto, molto delicata, dovrà immergersi nei misteri del borgo e cercare di risolvere la questione economica e contrattuale. La trama segue così un doppio binario: da una parte, l’intreccio “terreno” di polizze, eredità e relazioni sociali; dall’altra, un crescendo di elementi folklorici — leggende di spiriti notturni, demoni incatenati, fate assassine e magia nera — con cui Girola costruisce un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

L’ambientazione è sicuramente la parte più riuscita, oltre a una buona caratterizzazione dei personaggi, anche i minori, e a una crescente inquietudine, disseminata con tocchi leggeri, che dal giallo assicurativo (da me molto apprezzato) vira con naturalezza all’horror più splatter. Avrebbe potuto anche non mettercelo il sovrannaturale, la storia funzionava lo stesso.

Lo stile di Girola è diretto e scorrevole, molto immaginifico, ti sembra di vederle le scene che narra. Il ritmo è costante, e piacevole, i dialoghi convincenti e funzionali al racconto senza appesantire troppo la trama. Girola ha giocato in sottrazione mettendo solo l’essenziale, senza troppi orpelli. L’atmosfera evocativa, l’intrecciarsi di generi diversi, piuttosto originale, la buona tenuta dei personaggi, tutto concorre a creare una storia solida, e di piacevole lettura.

Certo se non amate l’horror, e né la narrativa breve, forse non fa per voi, ma se amate sperimentare anche letterature insolite, saprà sorprendervi.

Se vi affrettate lo trovate ancora gratuitamente su Amazon, se fate tardi con pochi euro avrete una storia di qualità.

Alessandro Girola. Nato a Milano, classe 1975. Scrittore, recensore e blogger dal 2005. Gestisce diversi progetti di scrittura condivisa e collabora con portali, blogzine e webzine che si occupano di narrativa di genere, di entertainment e folklore locale.           

:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Un’intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?

Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.

Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?

La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.

Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?

Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.

Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?

La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.

C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?

La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…

Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?

Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una  serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo SickroseCompañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.

Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?

Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.

Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?

Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:

Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?

Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.

Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?

Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.

Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?

Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.

Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?

Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.

Che libro stai leggendo attualmente?

Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.

Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:

E io ringrazio te per la nuova intervista e il pubblico di Liberi di scrivere per l’attenzione!

:: Compagni segreti di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.

Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale  culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.

La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.

Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.

La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.

Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.

Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.

In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: acquisto personale.

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:: Il veleno sei tu di Frédéric Dard (Rizzoli 2026) a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2026

Il veleno sei tu (C’est toi le venin, 1957) di Frederic Dard, edito in Italia da Rizzoli, nella collana Nero Rizzoli, e tradotto da Elena Cappellini, è un breve noir claustrofobico prettamente psicologico che si inserisce nella produzione del noir francese anni ’50 con alcune sue caratteristiche peculiari che lo differenziano dai noir dei vari Simenon, e Pierre Boileau e Thomas Narcejac, o se vogliamo anche dagli autori più letterari dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus di cui subisce in un certo senso gli influssi.

Diciamo subito che Dard è un autore a sé. Famoso in Italia forse più per la serie di San Antonio, è anche autore di pregevoli noir “seri”, nel senso di non umoristici, pur tuttavia non privi, di ironia, sarcasmo, paradosso, anche se amaro o perlomeno malinconico. La Rizzoli li sta riscoprendo e ce e sono davvero tanti per una bella e ricca collana.

Il veleno sei tu ha per protagonista, e voce narrante del romanzo, Victor Menda, un giovanotto di belle speranze, affascinante, ex speaker radiofonico, povero in canna, che ha perso tutto nei casinò della Costa Azzurra. Si sa nei noir francesi quando si vuole andare a caccia di fortuna si va in Costa Azzurra. Sole, mare, auto americane, ereditiere, insomma il paradiso dell’avventuriero.

Il nostro buon Victor, comunque, non è proprio un delinquente, ha le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue tensioni morali, e se la deve vedere con due terribili sorelle, o meglio una di certo terribile è, ma non voglio anticiparvi troppo della trama, per non togliervi il piacere della lettura, che pur vivendo il romanzo di tensioni sotterranee, ambiguità, erotismo represso, ha anche un significativo colpo di scena finale nell’ultimo capitolo che vi sconsiglio tassativamente di leggere subito. Non fatelo, andate con ordine. E vedrete che non ve ne pentirete.

Dunque, il romanzo inizia con Victor, che avendo perso tutto, medita di buttarsi in acqua, di suicidarsi. Cambia idea e gli succede un fatto curioso, che innescherà il motore della storia. Un’auto guidata da una affascinante e misteriosa donna, di cui non vede bene il volto, si accosta a lui e lo invita a salire a bordo. Gli si offre senza spiegazioni, preamboli, frasi di corteggiamento. Puro sesso. Poi lo scarica e se ne va, senza spiegazioni. Turbato e un po’ offeso prende la targa e risale al proprietario dell’auto.

Si reca nell’abitazione di costui, una bella villa sulla Costa Azzurra e scopre che è abitata da due enigmatiche sorelle: Eve e Helene Lecain. Non è che abbia scelta, è senza un soldo, non ha prospettive, quando gli offrono ospitalità lui accetta e mal gliene incoglie. Da questo momento in poi succede di tutto.

Eve la più giovane è invalida, è seduta su una sedia rotelle e la sorella l’accudisce. A Victor piace più Helene, più matura, seria, ottima padrona di casa, e soprattutto vuole scoprire chi fosse la misteriosa donna dell’incontro. C’è anche una vecchia governante ma anche lei non sa guidare, quindi la candidata ideale è Helene, ma lui non la riconosce, non è sicuro.

Non volendovi spiegare troppo della trama mi fermo qui, ma si regge su una specie di indagine, ci sarà anche un morto, non vi dico chi, e tanta tensione psicologica, insomma gli ingredienti del noir filtrati dal gusto di Dard che ne fa più un dramma introspettivo che un noir classico. Lo stile è asciutto, sobrio, riflette ossessioni e turbamenti, gelosie e desideri, e lascia il lettore a domandarsi anche lui chi sarà mai la donna misteriosa. C’è, c’è una spiegazione a tutto, c’è un finale non consolatorio, ma catartico.

Ah dimenticavo c’è anche un noir cinematografico francese tratto dal libro: Nella notte cade il velo (Toi… le venin), film franco-italiano per la precisione del 1959 diretto e interpretato da Robert Hossein, amico di vecchia data di Dard che ben rispecchia lo spirito del libro. Con anche una bellissima Marina Vlady e sua sorella anche nella vita Odile Versois.

Buona lettura, e buona visione se riuscirete anche avedere il film.

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