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:: VersOriente – Kawakami Hiromi: Da La Cartella del Professore (Einaudi, 2011) a Le Donne del Signor Nakano (Einaudi 2014): la solitudine nella società giapponese, a cura di Andrea D’Angelo

10 giugno 2015

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Sono mondi pieni di solitudine quelli rappresentati da Kawakami Hiromi. E sono forse proprio questa solitudine esistenziale e il modo in cui viene affrontata a legare La Cartella del Professore (センセイの鞄) e Le Donne del Signor Nakano (古道具 中野商店).
Questi due romanzi, che ricordano nei loro toni la poetica delle piccole cose della letteratura shōjo degli anni 80, sembrano voler ribadire negli anni tra le pubblicazioni dei due testi, tra il 2011 e il 2014, sempre più convintamente che l’unico modo per lasciarsi alle spalle la solitudine congenita all’esistenza umana sia fare un passo verso l’altro.
I personaggi di Kawakami Hiromi si muovono in una realtà in tutto e per tutto giapponese, tanto da costringere le traduzioni italiane di Antonietta Pastore per l’edizione Einaudi a proporre al lettore tantissimi realia, quasi a voler negare la possibilità stessa di una traduzione. Non tradurre in questo caso è una scelta intelligente, perché la scrittrice stessa sembra – a uno sguardo più attento – voler parlare di una solitudine non più del genere umano, ma specificamente giapponese.
Lo fa insistendo sullo scontro generazionale, sugli usi e costumi di eleganti uomini dai modi antiquati, su quello che una donna, secondo la visione classica della società giapponese, dovrebbe e non dovrebbe essere.
Al confronto con questi modelli statici, i personaggi de La Cartella del Professore e de Le Donne del Signor Nakano sono fortemente dinamici, perché pieni di domande e sempre in contatto con i propri sentimenti. È allora sulla base di questo contatto con i propri sentimenti che Tsukiko riesce a liberarsi delle convenzioni sociali e a uscire dal suo isolamento, così come fa anche il vecchio professore. Ed è solo sulla base dello stesso contatto con i propri sentimenti che i vari personaggi che si aggirano intorno al negozio del signor Nakano possono fare altrettanto.
Mettendo a confronto i due testi si ha come l’impressione che Kawakami Hiromi stia portando avanti un discorso molto articolato sulla condizione del sé e dell’altro nel Giappone contemporaneo, che, strutturato come su un modello empirico, vuole rendere conto di una complessa casistica e che ha ancora molto da mostrare.

Kawakami Hiromi è nata a Tokyo nel 1958. La cartella del professore (da cui Jiro Taniguchi ha tratto la graphic novel intitolata Gli anni dolci) è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (Einaudi, 2011) e le è valso il prestigioso premio Tanizaki e la candidatura al Man Asian Literary Prize. Nel 2014 Einaudi ha pubblicato Le donne del signor Nakano.

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Albergo Italia di Carlo Lucarelli (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 luglio 2014
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A sei anni da L’ottava vibrazione, romanzo sperimentale metà storico e metà noir sulla disfatta di Adua, Carlo Lucarelli torna in libreria, sempre per Einaudi, con un nuovo romanzo del cosiddetto ciclo coloniale dal titolo Albergo Italia. Un agile volumetto, su per giù 120 pagine, più un racconto lungo che un vero romanzo, pubblicato in collaborazione con L’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicenetenario dei Carabinieri. Un’opera su commissione, forse, sta di fatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità narrativa di questo autore che più che altro conoscevo per apparizioni televisive, articoli giornalistici e sceneggiati tratti dai suoi libri (De Luca e Coliandro).
Sull’originalità della trama avrei qualche riserva, troppi punti in comune con l’opera di un altro scrittore italiano specializzato in noir coloniali, ma non ho prove per affermare che Lucarelli sia stato influenzato da questo autore, solo un senso di dejavu. Poi L’Ottava vibrazione, in cui appare per la prima volta il personaggio di Colaprico, apparve in tempi non sospetti, nel 2008, quando anche l’altro autore iniziava i primi passi. Coincidenze? Forse più che altro frutto del junghiano immaginario collettivo.
Dunque siamo ad Asmara, nuova capitale della colonia d’Eritrea, Africa Orientale, nell’ultimo anno dell’Ottocento. La disfatta di Adua è ancora nell’aria come memento di una fallimentare impresa coloniale, che sembra così inadatta all’ indolente popolo italico. Ma anche l’ostinazione non manca e cosa c’è di meglio che erigere un nuovo albergo, il più grande, il più moderno, il più elegante – e ancora l’unico – della nuova Asmara, per testimoniare la grandezza, e i sogni di gloria di un popolo che bada al sodo, agli affari, agli investimenti che la madrepatria avrebbe fatto in colonia. E dove c’è ricchezza, c’è corruzione, e molto spesso delitti.
E proprio il giorno dell’inaugurazione dell’Albergo Italia, battezzato da una violenta grandinata, viene rinvenuto il corpo nudo e appeso per il collo alla ventola del soffitto, di Farandola Antonio, di anni 46, residente a Torino, professione tipografo. Un apparente suicidio a funestare l’allegria della festa, con ospite di eccezione pure sua eccellenza il governatore in giro per le colonie prima del suo ritorno in Italia, non ci bastava la grandine. Ma un suicidio non è. Ci mette poco lo zaptiè Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico, incaricato delle indagini, a capirlo. Manco la punta dei piedi del morto ci arriva allo sgabello, particolare che non sfugge pure al militare italiano, forse solo un attimo dopo.
E’ così che inizia Albergo Italia, anzi sarebbe necessario fare un passo indietro. Nel prologo un fatto, un furto di una cassaforte, dal contenuto misterioso, sembra essere l’inizio di tutto, ma a pensarci bene bisognerebbe andare ancora più indietro, a un grande scandalo, forse il maggiore dell’Italia postunitaria, che vide coinvolti Giolitti e il suo predecessore Crispi. In un gioco di scatole cinesi Lucarelli trova modo di parlare dell’Italia di ieri e di oggi, l’Italia del malaffare, degli scandali sepolti, dei crimini per cui nessuno paga.
Un ritratto insomma non tanto edificante di un’ Italia, (trova modo pure di fare accenni alla maffia, e all’uccisione sul treno che porta a Palermo del marchese Notabartalo, presidente del Banco di Sicilia), di arraffoni, traffichini, faccendieri, servizi segreti (quanto deviati non si sa), e avventurieri, anche donne a caccia di un ricco marito come il personaggio di Margherita di cui Colaprico si scoprirà innamorato. (Sì, per colpa della solitudine, impantanato in quella colonia dal clima insopportabile, così lontano da casa sua).
Particolarmente riuscito il personaggio del buluk-basci Ogbà, ”lo Sherlok Holmes abissino”, con la sua testa calva e la sua rassegnata accettazione della presenza italiana come un male necessario. Lui contadino, costretto ad abbandonare la sua terra arida e avara e per dare da mangiare alla famiglia costretto ad arruolarsi. Lui più acuto e scaltro dei suoi superiori, anche se legato da un legame di fraterna amicizia con il capitano Colaprico. Lui che non sa scrivere o leggere ma imparerà sui libri di Sir Arthur Conan Doyle. Troppo breve forse per non accennare solo e costruire tracce per nuovi romanzi con questi personaggi. La lettura è stata piacevole quindi, da lettrice, me lo auguro.

Carlo Lucarelli (Parma 1960) ha pubblicato per Einaudi Stile Libero Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo Caduto (2001), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000), Lupo mannaro (2001), Falange armata (2002), Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008), Il lato sinistro del cuore (2003), Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), con allegati i Dvd del ciclo televisivo Blu notte, G8. Cronaca di una battaglia, con un Dvd sui fatti di Genova, La faccia nascosta della luna. Storie di delitti e misteri tra musica, cinema e dintorni (2009), il romanzo epico L’ottava vibrazione e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste (2008), I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia (2010). Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002). Suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005), Crimini italiani (2008) e Sei fuori posto (2010). Nel 2009 è uscito il graphic novel Protocollo (con Marco Bolognesi). Nel 2011 ha pubblicato, insieme a Andrea Camilleri e Giancarlo De Cataldo, Giudici. Nel 2013 ha pubblicato, sempre per Einaudi Stile Libero, Il sogno di volare e il volume L’ispettore Grazia Negro (che riunisce i tre romanzi Lupo mannaro, Almost Blue e Un giorno dopo l’altro); nel 2014 Giochi criminali (con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Giancarlo De Cataldo) e Albergo Italia. L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie L’ispettore Coliandro e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Conduce da alcuni anni in Tv Blu notte. Il suo primo film, L’isola dell’Angelo Caduto, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Rebecca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013

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In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (Einaudi, 1979) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
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Titolo originale: Death of a Salesman
Autore: Arthur Miller
Anno di pubblicazione: 1979
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Introduzione di Elena De Angeli
Casa editrice: Giulio Einaudi Editore

Nel teatro di Miller l’uomo comune e la vita di ogni giorno vengono nobilitati e acquistano valenza epica. Oltre a usare strumenti di analisi psicologica, l’originalità di Miller sta nell’introdurre metodi di analisi antropologica, sociologica, economica, e politica – non dimenticando di filtrare tutte le scuole di teatro precedenti- cercando di cogliere ciò che di meglio hanno  prodotto.
Rifiuta il teatro come mera forma di intrattenimento e rivendica la sua natura di rappresentazione della vita contemporanea e pretesto per analizzare argomenti di interesse pubblico e politico, sull’esempio del teatro sociale di Ibsen.
Inoltre inizia a elaborare un’ idea del teatro come laboratorio di formazione, cercando di sviluppare un senso critico nei suoi spettatori, coinvolgendoli sia intellettualmente che emozionalmente, fornendo strumenti per riflettere, per formare giudizi liberamente, acquistando così una coscienza critica e indipendente, strumento necessario e indispensabile per ottenere la vera libertà. Miller si interessa prevalentemente agli aspetti tragici del reale per dare più forza e veridicità alle sue opinioni.
Detto questo, che mi sembrava in un certo senso necessario, inizierò ad analizzare “Morte di un commesso viaggiatore”, pietra miliare del teatro americano del dopoguerra. Sicuramente l’opera teatrale più conosciuta e rappresentata di Miller e, nella sua apparente semplicità, la più complessa e difficile sia per struttura, sovrapposizione di tempi, analisi psicologica dei personaggi.
Tema conduttore di tutto il testo è il dualismo tra realtà e sogno e come questa  contrapposizione si risolve nella mente del protagonista, e per riflesso nei personaggi a lui collegati.
La trama di Morte di un commesso viaggiatore è molto semplice: l’intera opera si limita a essere una parabola morale che parte da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza, che porterà il protagonista nel suo punto massimo di consapevolezza nel momento del licenziamento,  oltre al quale  tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale. Più in dettaglio narra la vita di Willy Loman, un tipico rappresentante di commercio, mediocre esponente di un’ intera classe sociale che vive nel mito del “Denaro” e del “Successo” come unica ragione di vita e affermazione.
Loman è il tipico uomo qualunque, senza particolari qualità che lo caratterizzino, anzi racchiude in sé più difetti che pregi, ma nello stesso tempo è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli che venera e per cui spreca la sua vita, gli fornirà la sua unica occasione di riscatto.
Proprio la sua onestà ne conserva la dignità e gli impedisce di diventare l’uomo di successo, eroe del Sogno americano, caricaturalmente delineato nella figura del fratello Ben, sicuro di sé, spavaldo, conscio del suo valore, l’uomo capace di cogliere le opportunità, ma animato dalla certezza che per vincere bisogna trattare gli altri da nemici e non giocare pulito con loro.
Loman, esponente di quella middle class frustrata che non riesce a emergere dalla sua mediocrità inseguendo il classico Sogno Americano, l’Alaska terra dell’oro, l’Eldorado consumistico che promette falsi paradisi di benessere, serenità e felicità, dedica tutta la sua vita inseguendo quel sogno, popolato solo da illusioni e progetti irrealizzabili, per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio, solo fumo, e che le cose concrete che veramente contano gli sono sfuggite e non c’è più modo di tornare indietro a recuperarle. Questo senso del tempo perduto viene sottolineato dall’uso incrociato del passato e presente, coesistenti nella mente del protagonista. Non a caso il titolo originario dell’opera doveva essere proprio “Dentro la sua testa”.
Il “common sense ”, il modo giusto e normale di vedere le cose, viene dissolto e si stempera in un’apparente incoerenza, sintomo della sua mente ormai disturbata e della sua identità distrutta che lo porterà inarrestabilmente al suicidio. Loman sente la vecchiaia assalirlo, sente le forze abbandonarlo e guardando in sé non trova niente che veramente valga. Ripercorre la sua vita, che sperava costellata di grandi imprese, costellata invece di squallidi atti senza importanza. La sua intera vita spesa a comprare quel sogno, costellata solo di meschinità e mediocrità,  di rate e cambiali, di conti, di debiti, ora lo ripaga tradendolo e non tributandogli nemmeno quel minimo di considerazione, che in realtà è la sola cosa che ha sempre cercato.
Morte di un commesso viaggiatoreLa sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie,  da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
La figura di Biff soprattutto si eleva tra le altre e pone Loman di fronte a uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di onestà, di rettitudine, laboriosità lo pone seriamente a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere i suoi sogni di sportivo fallire, i suoi vagabondaggi inutili, che l’hanno portato a essere senza casa, lavoro e prospettive sono l’unico fallimento dal quale non sa riprendersi.
Infine la moglie Linda, l’unico suo sostegno, la sola che tenga veramente a lui, anche lei ormai è vecchia e senza alcuna prospettiva di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in serenità.
Nonostante questa lenta presa di coscienza, Loman si ostina a credere di avere ancora un’altra occasione, che il suo lavoro, con cui afferma la sua identità, non è inutile e la sua clientela, che ha coltivato negli anni cercando di farsi amare e benvolere, continueranno a dare uno scopo, e un senso, alla sua esistenza. Il crollo e la disintegrazione della sua identità avverrà quando il giovane Howard Wagner, titolare della sua ditta, lo licenzia senza preavviso e senza fornirgli alcuna liquidazione o indennizzo, abbandonandolo alla più completa miseria con la giustificazione  “gli affari sono affari”.
Loman parla da solo, confonde presente e passato, soffre di allucinazioni e annaspa nel suo lungo calvario che lo accomuna agli uomini di ogni epoca, tormentato dalla lenta percezione dell’assurdo, del tradimento, dell’ingiustizia insita in una promessa non mantenuta. Dopo aver speso una vita per gli altri, al servizio dei suoi clienti, per la famiglia, per l’azienda, per il paese che in un certo modo ha contribuito a costruire, fisicamente usurato, con la vecchiaia che avanza, vede la sua ricompensa trasformarsi in condanna, vede i suoi figli persi, sua moglie destinata alla miseria, l’irriconoscenza e il cinismo dei datori di lavoro, il biasimo della società. La sua vita non raggiunge un compimento, l’uomo che sognava di essere si è dissolto.
Quando si lamenta “Non c’è niente di seminato nel mio pezzetto di terra, il mio giardino è senza piante” afferma il diritto e nello stesso tempo il dovere di dare concretezza alla sua umanità, un segno del suo passaggio, costruendo qualcosa non per sé ma per gli altri, superando il suo egoismo con l’unico atto eroico di cui è capace, sacrificare la sua vita per permettere alla moglie di percepire l’assicurazione.
La morte gli consente la sua ultima occasione di riscatto e liberazione da una vita mediocre, permettendogli di affermare il valore della sua persona e trasformandolo da semplice e volgare piazzista in un “uomo”.  Il protagonista condizionato dall’ambiente in cui vive accetta acriticamente e persegue una filosofia materialistica che fa dei soldi e del mito del successo un idolo vendicativo e crudele.
Willy non è un eroe nel senso classico del termine, anzi è pieno di difetti, e anche la sua scelta finale, seppure determinata da buone motivazioni, non è dall’autore della piece del tutto giustificata. La vita, la famiglia, gli affetti sono più importanti della sicurezza economica e il non capirlo decreterà la grande sconfitta e la inesorabile tragicità di quest’uomo irrimediabilmente solo. I personaggi non comunicano realmente tra loro. Un senso di grande solitudine, infatti, pervade tutta l’opera.  L’unica interazione reale, che supera l’isolamento in cui i personaggi si trovano, è il rapporto conflittuale tra Biff e suo padre, costellato da litigi, separazioni, abbandoni, ritorni che pur tuttavia permette di manifestare sentimenti sinceri. Quando realizza che suo figlio non lo odia, Willy percepisce che il suo fallimento non è completo, che qualcosa di sacro è riuscito a conservare e proprio questo se vogliamo è la molla che farà scattare la sua risoluzione finale.
La narrazione oscilla tra realismo ed espressionismo e utilizza il tempo cronologico con continui spostamenti tra passato e presente, per caratterizzare la sua mente disturbata. Oltre a usurargli il fisico, la sua vita spesa inseguendo falsi ideali ha corroso anche la sua mente e la sua anima. L’apparente realismo che pervade il testo crea un senso di familiarità con la vita privata dei personaggi che assumono una valenza universale rispecchiando problematiche, sentimenti, emozioni, comuni a tutti gli esseri umani. L’influenza del cinema nel teatro di Miller è evidenziata dallo specifico uso di tecniche narrative prevalentemente visive (uso dei flashback, delle luci, della musica).
Diamo infine, per concludere, un breve sguardo ai personaggi:   Linda, coscienza critica del testo, paziente e amorevole moglie del protagonista, partecipe del dramma del marito, avverte che sta pensando di suicidarsi e tenta di spingere i figli ad aiutarlo impedendo la tragedia. Happy è l’emblema del conformismo acritico e standardizzato, omologato. Vede nel conformismo l’unica via per affrontare la lotta per la sopravvivenza, e tenta di tramandarlo anche ai suoi figli e facendo anche di loro dei “prodotti in serie”, gli stessi prodotti che ha sempre venduto. Biff emblema della ribellione senza logica, che lo spinge alla cleptomania. Ben caricatura del “self made man”. Charley filantropo saccente che non stima Willy, ma lo aiuta per pietà e per sentirsi migliore. (Il rifiuto di Willy di accettare il suo aiuto è il suo ultimo risveglio di dignità). Willy ha sempre tenuto un registro dei sui debiti e non vuole elemosina ma giustizia. Howard Wagner spietato, indifferente, egoista, imprenditore sterile figura apparentemente realizzata e vincente ma dietro la maschera del potere e dell’efficienza nasconde una disumanità, che ne fa un arido burattino in una pantomima crudele e vuota di ogni significato. Le voci registrate dei suoi cari danno un senso di quanto i suoi legami siano vuoti e privi di senso.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2013

Vipera-de-GiovanniElla portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!

Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino. 
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe.  E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa,  siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.

:: Recensione di Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2012

cogan rStoria criminale, realistica e violenta, retta da un flusso interminabile di dialoghi e quasi totalmente priva di descrizioni di ambienti o personaggi, fatta eccezione forse per le scene della rapina alla bisca, del pestaggio di Trattman, o dell’arresto di Russell da parte della narcotici, Cogan (Cogan’s Trade, 1974) del procuratore distrettuale del Massachussetts prestato alla letteratura George V. Higgins, già autore del ben più celebre Gli amici di Eddy Coyle, tradotto per Einaudi da Cristiana Mennella a cui è toccato il difficilissimo e oserei dire improbo compito di rendere in italiano il linguaggio gergale della malavita bostoniana degli anni 70, è un romanzo narrato in terza persona, in cui si alternano le voci dei personaggi che di volta in volta accrescono il tessuto narrativo facendo cambiare prospettiva e profondità all’azione e dando vita ad un quadro di insieme sempre più focalizzato.
La trama scarna ed essenziale, infatti, la si ricostruisce estrapolando stralci di conversazione di gente che ama parlare o meglio sentirsi parlare, di piani da attuare per fare il colpo che darà una svolta alla vita, dei loro anni in carcere, delle loro donne, delle persone da pestare, delle malattie degli amici, intercalando parolacce continue che col tempo si trasformano da folklore gergale in impotenza e fallimento.
Jackie Cogan, personaggio che da il titolo al romanzo, è un vero duro, un gangster al servizio della mafia di Boston, decisamente più sveglio e intelligente della maggior parte dei delinquenti di mezza tacca che lo circondano. A lui toccherà il compito di riportare l’ordine “mafioso” in città quando tre balordi, avanzi di galera con il quoziente intellettivo di una gallina, Amato, Frankie e Russell, avranno la malaugurata idea di rapinare la bisca di Mark Trattman, sotto il controllo dei boss. In un mondo dove ognuno deve stare al suo posto, è inammissibile che qualcuno voglia infrangere le regole mettendosi contro al consolidato potere criminale che governa la città, gerarchicamente strutturato e da tutti i delinquenti accettato.
Jackie Cogan comunque ha i suoi metodi per far rispettare la legge del più forte e grazie ai suoi informatori ci mette ben poco ad individuare il terzetto, anche se prima ritiene saggio e giusto eliminare Trattman, per avere anni prima commissionato una finta rapina ad una sua propria bisca. Questa volta è pulito, non centra affatto ma dargli una lezione serve di esempio, di monito per tutti gli altri e permette all’ organizzazione di continuare i suoi traffici indisturbata.
Cogan frutto dell’esperienza diretta di Higgins, che ha avuto modo di conoscere bene il sottobosco criminale bostoniano grazie al suo lavoro di procuratore distrettuale, è un romanzo che unisce un’ iperrelaistica oggettività narrativa, quasi di stampo documentaristico, al suo contrario, ogni punto di vista è soggettivo e personale, ogni personaggio parla di sé, di come vede il mondo, di come percepisce i rapporti di forza, la sfortuna che si abbatte inesorabile e mai è percepita come stupidità, l’incapacità di svincolarsi dalle leggi del gruppo che sovrastano tutti come una cappa nera di fato omerico.
Higgins da narratore esterno, registra ogni dialogo, con freddezza quasi con distacco, senza esprimere pareri morali o critiche sociologiche, si limita a riportare le voci stonate quasi un sottofondo esasperato fatto solo di rumore, a volte denso di nonsense, dei piccoli delinquenti che si muovono sulla scena alle prese con la fatica del vivere, alle prese con la loro moralità, il loro senso di giustizia distorto, sicuramente strettamente correlato all’utilità e agli affari, ma tuttavia presente, (l’avvocato chiede a Cogan perché uccidere Trattman se questa volta non ha fatto niente), con la loro percezione del crimine e della violenza come ineluttabile necessità.
Anche Cogan, il sicario a cui Dillon subappalta il lavoro per motivi di salute, non ha una valenza epica o leggendaria, è solo uno che il suo lavoro lo sa fare meglio degli altri, uno che eredita e subentra al precedente uomo di fiducia dei boss e alla fine pretende di essere pagato di più.
Crime novel scevra di ogni sentimentalismo, dal ritmo asciutto, trova il suo punto di forza nella capacità di descrivere un mondo attraverso le voci dei personaggi, in dialoghi, certo immaginati, ma che riflettono, con aderente autenticità, la violenza, la meschinità, la pochezza, e la quotidianità di vite davvero vissute.
Senza il film, che ha come star Brad Pitt, probabilmente questo romanzo non avrebbe trovato mercato, almeno in Italia, ma consola pensare che sarà forse l’occasione di conoscere l’intera produzione di George V. Higgins, bene 27 romanzi e 2 raccolte di racconti oltre alla produzione non fiction, autore sottovalutato e oscuro, maestro addirittura di Elmore Leonard.

George V. Higgins (1939-1999), giornalista di nera poi procuratore distrettuale, ha scritto una trentina di romanzi e due raccolte di racconti. È entrato nella storia della letteratura poliziesca con il romanzo Gli amici di Eddie Coyle, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Yates con Robert Mitchum. Da Cogan, originariamente pubblicato nel 1974 (e pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2012) Andrew Dominick ha tratto l’omonimo film con Brad Pitt.

:: Recensione di Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2012

Ai pianiPrima dello sceneggiato televisivo inglese girato tra il 1971 e il 1975 Upstairs, Downstairs, molto prima di Gosford Park e di Downton Abbey uscì in Gran Bretagna, nel 1968, un libro di memorie scritto da una cuoca di nome Margaret Langley Powell, dal titolo emblematico Ai piani bassi (Below Stairs, 1968).
Ritratto impietoso di un mondo rigidamente diviso in classi contrapposte, da una parte gli aristocratici ricchi e privilegiati, dall’altra la servitù, Ai piani bassi ci permette di gettare un’ occhiata su quanto accadeva dietro le quinte della grande recita che si ripeteva ogni giorno nelle case della classe dominante in cui l’etichetta, le tradizioni, il ferreo cerimoniale congelava e mascherava un intrecciarsi di vizi e tensioni sotterranee.
L’ingiustizia  e l’insita immoralità di un sistema sociale in cui ad alcuni era permesso di non lavorare, di vivere in case riscaldate, eleganti, nutriti con pasti vari e abbondanti ed altri erano gravati dall’amaro compito di fungere da servi, sottopagati, umiliati, senza tempo libero da dedicare a se stessi, emergono netti ancora più grazie al fatto che l’autrice non utilizza toni drammatici o cattivi. Margaret Powell infatti si limita a descrivere il mondo dal punto di vista della servitù, dal basso, dalle cucine, permettendole di avere una visuale personale e nello stesso tempo obiettiva. La sua analisi è lucida, a tratti ironica o divertita come quando per esempio riporta la bizzarria di essere costretta a stirare le stringhe delle scarpe dei suoi padroni, a tratti impietosa e anche dura.
Oltre al valore oggettivo di documento storico e sociologico, di affresco di un mondo, quello degli anni Venti e Trenta e poi Quaranta dello scorso secolo, di testimone dei cambiamenti, Ai piani bassi è un libro scritto sorprendentemente bene, con un linguaggio colorito e spontaneo, saporito e dotato di verve e di umorismo. L’immediatezza e la facilità con cui il lettore si trova a condividere i pensieri e a parteggiare per l’intraprendente testimone silenziosa di un mondo che infondo non disprezza ma di cui non ignora le debolezze e le disuguaglianze elevate a rango di privilegi acquisiti, è sicuramente la dote maggiore di questo libro, breve ma ricco di umanità.
Non è un manifesto politico, la Powell non sogna una rivoluzione cruenta che spazzi via ingiustizie e disparità, sebbene per un attimo fantastichi al riguardo, e pur tuttavia la sua voce emerge autentica e personale, e la forza silenziosa con cui espone le sue riflessioni con limpida oggettività, non è priva di una potente carica critica e accusatoria. La giovane sguattera, che prima di diventare cuoca e poi scrittrice di successo ha dovuto provare sulla sua pelle le più dolorose contraddizioni e fatiche dell’ultimo scalino della classe sociale, emerge da questo ritratto come una vittoriosa eroina capace di piegare la sorte facendo emergere  e trionfare i suoi meriti. Un bellissimo ritratto femminile.
Einaudi ha vinto l’ asta per acquistarne i diritti in Italia soprattutto dopo il grande successo della serie tv Downton Abbey di cui il romanzo è stato fonte di ispirazione per Julian Fellowes nella stesura della sceneggiatura. Traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.

Margaret Powell, nacque a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907. A quattordici anni ottenne un posto nella lavanderia di un albergo, poi lavorò come sguattera e dopo come cuoca presso alcune famiglie dell’ alta società inglese. Il suo Below Stairs, uscito nel 1968, divenne un caso editoriale in patria. Alla morte, nel 1984, la scrittrice lasciò un ricco patrimonio.

:: Recensione di Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

23 aprile 2012

La mattina era umida ma non fredda. Sigaretta e Johnny Halliday, occhi puntati sul portone. Il commissario Bourdet era immersa nei suoi pensieri. Non doveva trovarsi lì. La condizione per essere riammessa in servizio era stata chiara. Mai più indagini sull’onorevole Bremond e sui suoi amici. Mai più. Aveva accettato riconoscente perché quel distintivo era tutta la sua vita. Era sola e sola sarebbe rimasta fino al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il suo appartamento e trasferirsi alla casa di riposo della polizia. Sempre se non si fosse tirata un colpo in testa. Ogni tanto ci pensava. La solitudine era feroce. Fu tentata di allungare la mano sulla chiave e mettere in moto la macchina, ma ricacciò il pensiero. Non si sarebbe mai perdonata di non aver tentato di fottere la cricca. Lo doveva a Marsiglia, che non meritava anche quell’affronto.

E’ difficile scrivere un noir ambientato a Marsiglia senza sentire il respiro di Jean-Claude Izzo aleggiare per il porto vecchio, splendere nelle luci notturne di una città che non dorme mai, dissolversi nella pioggia sottile che sporca strade abitate da spacciatori, puttane, papponi, politici corrotti, poliziotti con un personale senso della giustizia e sempre più simili ai criminali. Massimo Carlotto ha accettato la sfida decisamente consapevole che un noir non è scritto per anime candide, desiderose di vedere sempre il bene e il male contrapporsi con contorni precisi e nella lotta finale desiderose di vedere l’immancabile lieto fine. La vita si sa è un’altra cosa e il noir è ciò che più le somiglia. In Respiro corto, edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big, Carlotto lascia gli scenari consueti dei suoi precedenti romanzi e porta l’azione nel cuore nero della Francia profonda, nel crocevia di traffici criminali sempre più complessi, sempre più ramificati nelle alte sfere del potere politico, protetti da una polizia sempre più decisa a perseguire i pesci piccoli e lasciare al sicuro gli intoccabili. Di questa mafia occulta è vittima il commissario Bernadette Bourdet, B.B., una poliziotta della vecchia guardia a capo della Brigade Anti-Criminalitè, di mezza età, brutta, lesbica, cattiva, anche antipatica, ma che sotto la scorza dura e arrabbiata nasconde un cuore materno, si svela nella scena in cui abbraccia Rosario, e un romantico senso della giustizia e preferisce sempre vedere i suoi “clienti” al sicuro in carcere che crivellati dai colpi di kalashnikov di bande rivali su marciapiedi anonimi della “sua” città. Il commissario Bourdet ha rischiato grosso mettendosi contro alcuni pezzi grossi della città noti come “la cricca Bremond”, insistendo su un’ indagine per corruzione e appropriazione indebita di denaro pubblico per trentacinque milioni di euro riciclati in una banca di Ginevra, e ne è uscita con le ossa rosse e la carriera finita.Per tenersi il distintivo ha dovuto giurare che non avrebbe più toccato Bremond ma c’è un abisso tra il dire e il fare e la sua indagine segreta continua tra i suoi soliti casi di normale amministrazione condotti con metodi discutibili tra cui catturare un corriere della droga paraguayano e usarlo per il lavoro sporco, o intrattenere rapporti di amicizia con il vecchio boss della mala marsigliese Armand Grisoni, un corso con ancora un superato codice morale fatto di rispetto e senso dell’onore ma pronto a tradirla in cambio di una buona fetta di guadagno. Bernadette Bourdet che paga il doppio una puttana per un po’ di affetto, è testimone di un cambio al vertice, non sono più a comandare i vecchi mafiosi che tentano in tutti i modi di controllare la guerra dei territori, ma c’è una nuova criminalità in ascesa, senza legge ne morale, pronta a tutto. Pronta a trafficare in legname radioattivo di Chernobil, pronta ad aprire cliniche per il trapianto clandestino di organi, pronta ad investire in attività immobiliari, in giochi finanziari sempre più rischiosi e spericolati. I nuovi criminali vanno all’università, vestono Armani, hanno gli agganci giusti e B.B. ha ben poche possibilità di combatterli uscendone vincitrice. Bel personaggio quello del commissario Bourdet, a mio avviso il più riuscito del romanzo, sicuramente il più complesso, che si presta, per i vari nodi irrisolti, a proseguire la sua storia in un nuovo libro. Chissà quali sono le intenzioni di Carlotto. Bel personaggio di criminale anche quello del corso Grisoni, il tradimento finale forse ne offusca un po’ la dignità come è giusto che sia trattandosi sempre di un delinquente, e sia quello di Zosim Kataev, della Dromos gang,  spietato ma capace di provare amore per la bella Inez, dando vita ad una sorta di Romeo e Giulietta criminale, vittima in un certo senso di un gioco che deve essere portato fino infondo. Un buon libro, essenziale, ruvido, cattivo, una gangster story senza vincitori, o meglio quelli ci sono ma non sono quelli giusti. Piaciuto e molto per il senso di autenticità e verità che traspare e per il coraggio dello scrittore che penso apprezzeranno quelli che quei luoghi li conoscono e sanno che chi ha indagato sui crimini della nuova mafia nel sud della Francia, giudici, giornalisti, poliziotti quasi sempre c’è morto.

:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2012

Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbia mai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate durante la loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera, se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia. L’autore ci tiene a far notare, e lo scrive chiaramente, che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della “verità storica” a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontano e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale, ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore, ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime, riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive, quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

:: Recensione di Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2011)a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2011

Io vedo i morti. A ogni angolo di strada, a ogni finestra, io vedo i morti. Li vedo per come sono morti di morte violenta, con i corpi straziati dalle ferite, col sangue che scorre, con le ossa che sporgono dalla carne martoriata. Vedo i suicidi, gli assassinati, i travolti dalle carrozze, gli affogati in mare. Li vedo, e li sento ripetere ossessivamente l’ultimo ottuso pensiero della loro vita spezzata. Li vedo, finchè non si dissolvono nell’aria per trovare una pace che non so se esista, e in che luogo. E ne sento il dolore immenso di abbandonare l’ amore, per sempre.   

Napoli 1931, IX° anno in cifre romane secondo il calendario fascista. Dicembre, il Natale è nell’aria fredda, battuta dal vento, spruzzata di pioggia sottile che si insinua nei cappotti eleganti e bordati di pelliccia dei ricchi che si affaccendano in cerca di doni preziosi e tra gli stracci dei mendicanti, degli scugnizzi, dei pescatori attaccati alle loro reti consunte dalle quali gli viene solo lo stretto necessario per non morire di fame, se sono fortunati. Il contrasto drammatico tra povertà e ricchezza spezza la favola fascista che il regime impone con alti proclami ma non ostante tutto nell’aria c’è qualcosa di speciale fatto di tradizioni e memoria. Saranno le luci, gli addobbi, la strada di San Gregorio Armeno, che si trasforma in occasione del Natale in una processione di presepi, di statuine, di alacri artigiani all’opera a intagliare, dipingere, cesellare volti vivi e partecipi. Per non parlare delle bancarelle con ogni ben di Dio, di mercanti improvvisati, di venditori abituali e gli zampognari con le loro cornamuse a suonare i canti tradizionali della novena. L’attesa, i suoni i profumi, i preparativi per la cena di Natale, l’occasione che radunerà la famiglia intorno a un presepe vuoi antico e prezioso vuoi intarsiato nel legno da mani ruvide e piene di calli e graffi. Il Natale è un’emozione e nel lontano 1931, quando i fratelli de Filippo si apprestavano a debuttare con il celeberrimo Natale in casa Cupiello, un efferato fatto di sangue rovina l’atmosfera festosa e carica di speranza. In un elegante e luminoso appartamento del lungomare di Mergellina, nel quartiere Chiaia, un importante ufficiale della milizia portuaria Emanuele Garofalo viene ucciso a coltellate assieme alla moglie Costanza. Una famiglia per bene, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, un tassello importante nella gerarchia fascista tanto da far rientrare il doppio delitto nella schiera dei delitti eccellenti. Lasciano una bambina di pochi anni, Benedetta, ormai orfana e con solo come unico riferimento una zia suora. Al commissario  Luigi Alfredo Ricciardi  della squadra mobile di Napoli e al brigadiere Raffaele Maione l’ingrato compito di trovare il colpevole o i colpevoli secondo i rilevamenti del medico legale Modo che evidenzia che i tagli del coltello per angolazione e profondità sono stati fatti da due mani differenti. Anche “il fatto” non sembra fare troppa luce sui delitti: Guanti e cappello dice la signora Costanza, Io non devo niente, proprio niente dice Emanuele Garofalo. Poche parole, senza echi, senza implicazioni particolari. Subito i sospetti vengono quasi pilotati verso Antonio Lomunno, antico superiore del Garofalo ora caduto in disgrazia a causa di un’ infamante accusa di corruzione a seguito della quale ha trascorso mesi in carcere, ha perso la moglie suicida, è stato espulso dall’arma e ora vive in una catapecchia con i figli in uno dei vicoli più poveri e disperati della città. Ma i superiori e la morale fascista con ordini diretti da Roma vogliono una soluzione del caso senza clamore, possibilmente non implicando l’arma. Così i Boccia, famiglia di pescatori taglieggiati dal defunto appaiono il capro espiatorio ideale ma Ricciardi non è il tipo da mettere in carcere qualcuno tanto per chiudere un caso, vuole la verità e a sbloccarne nella sua mente la risoluzione basteranno un Gesù bambino caduto dalle mani della tata Rosa e un capitone sfuggito durante il mercato del pesce lungo la strada di Santa Brigida. Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi sotto le mentite spoglie del poliziesco storico, è un romanzo che racchiude un’anima e che commuove nel profondo tanto che è difficile staccarsi dalla lettura e una volta terminato chiuderne definitivamente le pagine. Ci sia affeziona ai personaggi, quasi come a degli amici cari che si vuole rincontrare al più presto e anche i personaggi meno simpatici racchiudono in sé una vividezza e una peculiarità da renderli facilmente distinguibili durante la narrazione, penso al personaggio di Livia o quella del vicequestore Garzo. Il commissario Ricciardi su tutti attira a sé le simpatie del lettore pur nella sua complessità e nell’ amarezza con cui affronta la vita. Vederlo conteso da due donne, una diversissima dall’altra, quando lui stesso è il primo a chiedersi se vuole davvero che l’amore entri nella sua vita, è una delle contraddizioni che costituiscono il suo personaggio, dolorosamente in bilico su un abisso di disperazione e infelicità, proprio per quel “fatto” oscuro e vissuto come una dannazione che lo rende così diverso dal resto delle persone. In questa indagine poi è soprattutto il personaggio di Maione ad emergere per umanità e delicatezza nel suo dibattersi tra vendetta e perdono aiutato dalla dolcezza e onestà di sua moglie il cui sguardo azzurro vigila con materna tenerezza come la Madonna di un presepe. Con poesia de Giovanni ci trasporta in un mondo vitale e pieno di delicati chiari scuri che danno il sapore della vita che scorre, quasi a ricordarci che dopo tutto sono i sentimenti l’unica cosa importante del resto se ne può fare benissimo a meno.