Tornano le avventure mirabolanti (la terza della serie pubblicata da Gallucci) di Millo e Cia e della squadra dei Lupetti. Questa volta il gruppo di giovani scout in“Millo&Cia Avventure Scout. Il tesoro sepolto” di Camillo Acerbi, Emanuella Caillat e Mauro Guidi è in vacanza nella casa di campagna dell’amico Branco. Una pausa per passare del tempo a diretto contatto con la natura. Da subito la situazione prende una piega inaspettata perché i giovani protagonisti vengo a conoscenza di una storia, non si sa bene se sia vera o no, che vedrebbe l’esistenza di un uomo lupo che si aggirerebbe per il paese impegnato a proteggere qualcosa di prezioso. Gibo, Patti, Achab e Pongo, Lula, Orso, Priya e Pinolo sono i protagonisti di questa nuova avventura e loro non credono molto alle storie di paese che sentono, però tutto si complica quando vengono a sapere dell’esistenza del Conte Oscuro, proprietario del misterioso tesoro nascosto nel bosco e scovano poi un vecchio tartufaio privo di sensi. Cosa è successo all’uomo? Esiste una relazione tra il tartufaio, il Conte Oscuro e il tesoro? L’uomo lupo è una finzione o esiste davvero? Tante domande alle quali i protagonisti di questa storia cercheranno di dare una risposta. Da subito Millo, Cia e i Lupetti si mettono all’opera per fare chiarezza, scoprire chi ha fatto del male al loro nuovo amico e fare luce sul tesoro nascosto chissà dove del Conte Oscuro. Una trama ben costruita, con suspense al punto giusto e un ritmo narrativo incalzante, fanno di questa nuova avventura di Millo e Cia un romanzo avvincente, capace di emozionare, incuriosire e allo stesso tempo stupire. I lupetti mettono in campo ogni insegnamento che hanno appreso anche per decifrare quegli strani simboli che trovano nel bosco durante la loro vacanza e che li porterà ad avanzare nel loro tentativo di sbrogliare la complicata matassa di eventi dove si sono trovati coinvolti. “Millo&Cia Avventure Scout. Il tesoro sepolto” ha un piccolo regalo per i lettori, perché alla fine c’è una una breve avventura a fumetti sempre con protagonisti i due fratelli e i loro amici scout e tutto il libro dimostra con l’unione, la forza e la collaborazione di un gruppo permettono di raggiungere importanti traguardi e anche di aiutare il prossimo.
Camillo Acerbi è un dirigente della pubblica amministrazione e assessore al bilancio, con un passato da fisico teorico. Insieme a Emanuelle Caillat e Mauro Guidi sono stati a lungo capi scout e hanno collaborato per vent’anni alla redazione della rivista nazionale dei Lupetti, dove sono nati i fumetti di Millo & Cia. Emanuelle Caillat è insegnante di francese e traduttrice letteraria di libri per ragazzi ma anche di premi Nobel. Insieme a Camillo Acerbi e Mauro Guidi sono stati a lungo capi scout e hanno collaborato per vent’anni alla redazione della rivista nazionale dei Lupetti, dove sono nati i fumetti di Millo & Cia. Mauro Guidi è avvocato penalista e grande esperto di fumetti e romanzi noir. Insieme a Camillo Acerbi e Emanuelle Caillat sono stati a lungo capi scout e hanno collaborato per vent’anni alla redazione della rivista nazionale dei Lupetti, dove sono nati i fumetti di Millo & Cia.
Dal 1969 al 2021, 52 anni di donne e uomini contro la guerra, condannati a terminare questa vita e condannati alla morte oltre la morte: essere dimenticati. La memoria è intrisa di dolore ma è quel collante che fa bene al cuore e ci insegna a non ripetere i nostri errori e a costruire un futuro migliore. Perchè tutto tende al bene, alla perfezione, alla crescita, al progresso. E questo flusso positivo teso versio il domani si tramanda e si testimonia con la forza della speranza. Speriamo tutti, tutti assieme in un futuro migliore per noi e i nostri figli e nella speranza già l’avremo. Le storie di queste donne e di questi uomini sono entrate nella nostra carne, sono diventate amore. Non facciamo l’amore con le macchine ma torniamo a fare l’amore con le persone, vive, in carne, tendini e sangue. L’amore è l’energia primigenia di cui si nutre lo spirito e la pace e il bene superiore da perseguire a prezzo dei nostri sacrifici di tempo, fatica, sudore. Restiamo umani sembra dirci Filippo Kalomenidis, in questo florilegio di tesimonianze di donne e uomini che non hanno perso la loro umanità, facendosi intrappolare nel vortice della competitività e dell’egoismo. Siamo una comunità globale, in cui nazionalità, colore della pelle, degli occhi, non hanno più valore di barriera e di separazione ma tutti tendiamo al bene comune, alla pace, alla felicità condivisa e personale. Leggete questo libro, fa bene al cuore.
Protagonista del romanzo (arco di tempo da novembre 2021 a giugno 2022, era Covid) è la ex criminologa e patologa forense Eva Carini, con radici siciliane, basta pensare al nome, ma cresciuta e vissuta nel Nord-Est. Orfana di madre fin da piccola, era l’unica figlia di un famoso giudice, (poi morto anche lui). Attualmente non ha problemi economici: è stata una professionista di livello, con una brillante carriera, molto ben inserita nel suo lavoro come criminologa specializzata in casi di femminicidi, soprattutto delitti a sfondo sessuale ma, dopo uno spaventoso incidente, una caduta dal quarto piano di un edificio in costruzione, dalla quale ha salvata a fatica la pelle restando a lungo in coma e risvegliandosi poi con un completo vuoto di memoria che copre l’arco di ben due anni, in virtù del risarcimento e di sufficienti mezzi propri ha deciso di ritirarsi e mettersi in pensione. Al momento dell’inizio della storia, (novembre 2021), Eva Carini vive poco lontano da un paese incassato nel Canale del Brenta, Cismon del Grappa, dove, con i soldi ricevuti per l’invalidità, ha comprato a un’asta fallimentare un modernissimo impianto di cremazione con annessa residenza, che ha chiamato la Fabbrica Kronos. Impianto che che naturalmente di quei tempi in cui il morbo macina defunti, lavora a pieno regime. Con la mente provata da un buco vuoto di due anni, e per controllare i dolori per i traumi subiti prima di decidersi ad affrontare un pericoloso e grave intervento alla schiena in grado di riattaccarle le vertebre con dei chiodi e forse di rimetterla del tutto in sesto , ha acquisito una forte dipendenza da un oppiaceo, l’ossicodone. Pur decisa a dedicarsi alla nuova professione, soffre d’insonnia che lenisce con benzodiapine e beve solo the e ha un cane, Dingo adottato come animale da compagnia e difesa, una specie di molosso. Per il resto, chiusa di carattere, mantiene pochi indispensabili contatti umani diretti con il resto del mondo, salvo la buona conoscenza o meglio quasi un’amicizia con la proprietaria del bar trattoria di Cismon, Irina, di origini lituane, vedova con una figlia diciottenne, Vanja. Ma mentre Eva è in giro a Verona con il carro preposto alla raccolta delle bare, una telefonata riporterà quasi di forza nella sua vita la sua vecchia professione. La società di intelligence e sicurezza, con la quale collaborava e con la quale mantiene un confidenziale rapporto di servizio, la informa che il mostro, un diabolico serial killer al quale dava la caccia prima del suo incidente, ha colpito ancora, uccidendo un’altra ragazza, la quarta. Dalla successiva autopsia quella morte presenta diversi elementi in comune con tutte le precedenti vittime. Soprattutto la macabra incisione fatta con il coltello, che rappresenta la sua solita firma: un otto rovesciato che va da una spalla all’altra. Bisogna scovare e incastrare il mostro , a ogni costo. Ed Eva avrebbe imparato come fare durante i tanti mesi di tirocinio passati in Messico a studiare spaventosi, locali, casi di femminicidio. E proprio a Juárez, Eva aveva dovuto anche imparare che talvolta si deve usare un secondo e magari diverso modo per fare le cose. Che miri soprattutto e solo ai risultati. Un sistema da applicare subito perché proprio il giorno dopo la dottoressa Carini dovrà impegnarsi di persona e prestare aiuto all’amica Irina per ritrovare la figlia Vanja, misteriosamente scomparsa durante una gita scolastica di tre giorni a Venezia. E lo farà alla sua maniera, senza mezzi termini, con metodi poco convenzionali ma di straordinaria efficacia. Altrettanto quel rapimento, da lei brillantemente sventato, si rivelerà anche una preziosa traccia che la porterà a scoprire qualcosa di peggiore, concepito da una mente perversa e criminale. Ma il mestiere è mestiere e qualcosa le dice che spetterà a lei darsi da fare. E a rendersi conto di non essere riuscita a tagliare del tutto i suoi legami con la sua vita d’un tempo. Da quel momento il romanzo decolla farcendo la trama di incredibili colpi di scena, con il killer che continua a insanguinare le sue vittime con la sua firma, un cabalistico 8, simbolo del suo nomignolo ovverosia Infinito, per poi sbiancarle oscenamente con della candeggina. E provare a capire il significato e il perché della minacciosa ombra di una Pandora, che scoperchiando il suo vaso di incognite, incombe su tutto lo scenario. Troveremo persino la mafia lituana con il clan “I Lupi di Vilnius”, incontreremo Demba Fayé, uno sveglio senegalese che ha fatto fortuna, il prepotente cavaliere Martini, tipico magnate dell’opulento nord, abituato a mettere a tacere tutto, pagando fior di “sghei” ad amici e nemici, e altro, tanto altro. Un romanzo tutto italiano, ambientato soprattutto in Veneto (Venezia, Padova, Asiago), con una breve ma utile puntata appenninica: poi però si svolazza allegramente e meno anche in Centro America, in Equador , per finire con una bella vacanza premio negli splendidi paesaggi siciliani. Ma attenti! Dov’ è poi finita la mitica Pandora??? L’autore, il veneto Roberto Zannini con questo suo romanzo “Il secondo modo di fare le cose” è da luglio in tutte le edicole, per il Giallo Mondadori. E proprio lui, Roberto Zannini è stato premiato sabato primo luglio come vincitore del Premio “Alberto Tedeschi”, a Cattolica, da Franco Forte direttore del Giallo Mondadori, durante il MystFest, giunto quest’anno alla sua 50° edizione.
Roberto Zannini, nato nel 1959 a Mestre, trascinato dalla passione per l’alpinismo, abita in montagna fin dall’età adulta. Ha lavorato per quarant’anni nel settore del consolidamento montano, depositando una serie di brevetti e promuovendo progetti di sviluppo per teleoperatori robotici. E nel tempo libero scrive romanzi.
Quando la contatta la società di intelligence e sicurezza Resolvia, unico suo contatto rimasto, Eva risponde con trepidazione.
Quattro parole bastano a farle crollare il mondo addosso: “Ne abbiamo un’altra”.
Il mostro che Eva stava inseguendo prima dell’incidente ha colpito ancora. Una quarta ragazza è stata uccisa e buttata giù da un ponte. Ma prima, come da rito, la vittima è stata marchiata con il simbolo dell’infinito, inciso nella carne da spalla a spalla.
La firma dell’assassino.
Con un omicida seriale a piede libero, i morti del crematorio possono aspettare. Ora è tempo di pensare ai vivi. Di tornare a dare la caccia ai mostri, per salvare il prossimo bersaglio da una fine orribile.
Per dimostrare che, anche nelle tenebre più buie, esiste un modo diverso di fare le cose.
Ma il vecchio…amore non si dimentica, ed ecco che la società di sicurezza e di intelligence la chiama per informarla che il mostro a cui avevano dato la caccia in vano ha colpito ancora, uccidendo una quarta vittima. Ci sono vari legami con i delitti precedenti, compresa l’incisione tracciata con un coltello.Un otto rovesciato che va da una spalla all’altra è la firma dell’assassino.
E quindi la squadra viene radunata d’urgenza, Carini compresa,perchè è il momento di prendere l’assassino, a qualsiasi costo.E intanto Eva Carini pensa di aver capito il modo di agire dell’assassino.
IL Giallo Mondadori ha proclamato migliore autore di Gialli dell’anno, Roberto Zannini, vincitore quindi del Premo Tedeschi 2023 con Il secondo modo di fare le cose.Il Premio è nato nel 198o, dedicato a una delle figure fondamentale nella storia del Giallo italiano, Alberto Tedeschi, storico direttore de Il Giallo Mondadori. L’importanza del Premio è testimoniata da una lunga serie di eminenti vincitori da Macchiavelli a Lucarelli, dalla Comastri Montanari a Riccardi,da Leoni a Luceri e a tanti altri ancora, sino appunto al vincitore 2023 Roberto Zannini.
Protagonista del romanzo è una criminologa, Eva Carini, che ha perso circa due anni di memoria a seguito di un incidente ed anche rimasta s0ggetta a dipendenze farmacologiche.
Così ha preferito lasciare il lavoro di criminologa intraprendendo un’attività industriale, ma quando un nuovo delitto coinvolge nuovamente il gruppo di lavoro a cui aveva appartenuto, anche lei risponde all’appello e torna in prima linea.
Una storia originale, ben scritta, coinvolgente ,un giallo che si fa apprezzare anche per l’originalità del tema e dell’impianto narrativo sviluppato dal Zannini.
Del resto ben rispecchia la desolazione del nostro tempo, dove sempre più ci si racchiude in noi stessi, e solo un’anima che ha già vissuto su se stessa tutto il male possibile, ovvero la dottoressa Carini, che pero è riuscita fisicamente e mentalmente a ritrovare se stessa, può affrontare senza timore la caccia alla verità.
Con il mondo ancora scosso dagli attentati dell’11 settembre del 2001, gli Stati Uniti appoggiati da un amplissimo fronte antiterrorista, dettero il via a una dura campagna militare (denominata Enduring freedom) per distruggere i campi di addestramento e le installazioni militari di al-Qā‛ida e catturare a ogni costo Bin Laden (già da anni nel loro mirino come ricercato n°1) . A partire dal 7 ottobre l’Afghanistan fu sottoposto a pesanti bombardamenti da parte dell’aviazione statunitense e britannica, mentre sul fronte interno riprendeva vigore l’offensiva delle forze di opposizione, coordinata e appoggiata dalle forze armate internazionali. La capitolazione di Kābul (13 novembre) e la successiva presa di Qandahār (7 dicembre) segnarono la sconfitta dei talebani e l’inizio una difficile e lunga fase di transizione verso un nuovo assetto istituzionale del Paese. La successiva guerra in ῾Irāq fu voluta dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush e dal gruppo di neoconservatori giunti con lui al potere nel 2001 per dare un’ulteriore risposta all’attacco dell’11 settembre e, convinti che fosse il mezzo per condurre la lotta al terrorismo islamico, per affermare la democrazia e rafforzare il potere americano in tutto il Grande Medio Oriente. La motivazione per l’attacco, a marzo del 2003, fu il presunto possesso da parte del regime al potere di armi di distruzione di massa e soprattutto di armi chimiche la cui presenza non era stata verificata dagli ispettori della IAEA (International Atomic Energy Agency) e che, in seguito, non furono mai rinvenute. Questa guerra ebbe l’unico merito di eliminare la brutale dittatura di Saddam Hussein (Ṣaddām Ḥusayn), a lungo considerato, fino all’invasione del Kuwait (1990), come un utile ostacolo all’espansione del fondamentalismo iraniano. Ma finì con provocare una netta frattura nella comunità internazionale, anche all’interno dell’Alleanza atlantica e dell’Unione Europea, davanti alla decisione degli Stati Uniti, appoggiata da alcuni stretti alleati (in primo luogo Regno Unito, Spagna e Polonia), di procedere all’intervento militare pur in mancanza di un’autorizzazione esplicita del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Guerra che poi ohimé ha causato svariati effetti non previsti e non desiderati, quali forse lo smisurato dilagare della Jhaad. E quello fu il motivo che spinse la C.I.A. ad allargare l’ operazione segreta a livello internazionale, denominata “Extraordinary renditions”. Espressione inglese, da allora usata per indicare le operazioni illegali di cattura di presunti terroristi effettuate prevalentemente dalla CIA in diversi paesi del pianeta con lo scopo di combattere il terrorismo internazionale. Insomma tutta una serie di rapimenti mirati e illegali ai danni di persone ritenute vicine o facenti parte di organizzazioni
terroristiche, al fine di ottenere informazioni utili a evitare nuovi attentati e riuscire a scardinare le organizzazioni stesse. Questa “disinvolta” pratica, , prevedeva la cattura e la deportazione di sospetti in luoghi segreti dove venivano sottoposti a brutali interrogatori. Segregati senza processo in prigioni clandestine, meglio in paesi dove vigeva ancora la tortura, i presunti terroristi non godevano mai delle garanzie dei prigionieri di guerra previste dalla Convenzione di Ginevra. Dopo la condanna nel 2007 da parte del Parlamento europeo, che sottolineava il coinvolgimento e l’occultamento di tali azioni anche da parte dei governi e dei servizi segreti di alcune nazioni europee, nel settembre 2010 la Corte europea dei diritti dell’uomo confermò la ferma censura di tale pratica, rappresentata dall’ emblematico caso del sequestro del cittadino egiziano Abu Omar (Usama Mostafa Hassan Nasr) avvenuto a Milano nel 2003, compiuto da uomini della CIA con il coinvolgimento dei servizi segreti italiani. L’uomo fu trattenuto segretamente in detenzione al Cairo per 14 mesi. Le “prede” di queste operazioni, alcuni catturati in Europa ma anche in Italia, venivano condotti in altri paesi, molti tra questi mediorientali, e interrogati utilizzando la tortura. “Tutte le parti del mondo” è un romanzo che, snodandosi drammaticamente tra Roma e Algeri scrive di una di queste possibili storie. Una brutta storia che coinvolgerà volenti o nolenti donne e uomini di differenti origini, diversi per età, mentalità, abitudini di vita e lavoro, che verranno messi in contatto tra loro tra loro per abiette trame di potere o vittime di ideali traditi oppure o magari coinvolti per caso e poi spinti dalla propria coscienza a resistere maldestramente alla violenza della Storia. Vittime sacrificali e triste filo conduttore della trama saranno due fratelli algerini, con la femmina maggiore del fratello. Due giovani fratelli che un padre amoroso, un bravo e reputato giornalista del suo paese, nell’illusione di poter salvare la vita dei figli dalla violenza e crudele repressione in atto in Algeria anni prima, ha fatto emigrare in Italia. Lui che aveva provato a metterli in salvo è poi morto ferocemente massacrato da coloro disposti a chiudere la bocca a ogni oppositore , e ai suoi poveri figli non è rimasta che la possibilità della difficile sopravvivenza in un paese indifferente. La figlia maggiore ha tentato di mantenersi e far crescere il fratello più piccolo con un lavoro decoroso, ma il ragazzo, fagocitato dall’estremismo di una scuola coranica e avviato sulla via della Jhad diventerà l’incauto bersaglio di commerci disumani operati sopra la sua pelle. E si trasformerà nella causa scatenante di tutta la storia. Una storia priva in partenza di sbocchi favorevoli e faticosamente e maldestramente portata avanti da parte di tutti i personaggi della trama. Perché qualunque cosa facciano e qualunque possa essere la strada da loro intrapresa, purtroppo per
le diverse e molteplici motivazioni imputabili a ciascuno di loro o a incontrollabili fatali avvenimenti, non avranno altra scelta. Una condanna quindi che li forzerà a intraprendere un cammino duro, amaro, spingendoli verso la disumana realtà di un tragico non ritorno . E tutto questo perché la smisurata forza del destino provocata dall’altrui inaudita crudeltà e costruita sull’aver cominciato con il chiudere gli occhi e la mente di fronte a superiori inique immoralità e interessi incrociati, non troverà mai modo e spazio per concedere pietà.
Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, è insegnante di Storia e Letteratura Italiana in un istituto superiore. Ha esordito con il noir ‘L’età dell’acqua’ (DeriveApprodi, 2001), menzione speciale all’edizione 2000 del Premio Calvino. E’ autore della raccolta di racconti ‘Lungo la stessa strada’ (Perdisa Pop, 2007). ‘Anche una sola lacrima’ è il suo secondo romanzo.
Tempi di letture estive, avventurose e curiose per i piccoli lettori con due avvincenti romanzi editi da Gallucci: “Malvarina 2. Apprendista strega” di Susanna Isern e “Dolcetti Micidiali” di Luca Gialleonardo.
Malvarina 2. Apprendista Sterga, di Susanna Isern
In “Malvarina 2. Apprendista Strega”, di Susanna Isern, la protagonista è tornata al suo paesello, Villagrigia, dove è pronta a mettere in pratica ogni insegnamento e nozione ricevuta. Entusiasmo ne ha tanto Malvarina, ma è una pasticciona in quello che deve fare e a volte accade che tra una magia, una pozione e un intruglio qualche intoppo ci sia per la piccola apprendista strega. A complicare ancora di più le cose arrivano le streghe già fatte e malvagie del Castello Proibito: Mirta, Melania e Muschia. La piccola deve capire cosa fare per fermarle. Nessun problema, perché Malvarina, la streghetta un po’ sombinata, non è sola. A darle sostegno e aiuto arrivano gli amici si sempre: Tristano Orco, Lilla e Tristano Bambino. Quella di Malvarina, creata da Sussanna Isern, è una storia avventurosa, ricca di suspense, con colpi di scena imprevisti, ironia e la tenacia di una bambina che è pronta a tutto pur di raggiungere il traguardo scelto: diventare strega. A rendere la trama più coinvolgente anche tanto colore grazie alla simpatiche immagini di Laura Proietti. Traduzione di Federico Taibi.
Susanna Isern è cresciuta al riparo delle montagne nel Nord della Spagna, terra di streghe e incantesimi che, anche se lei ancora non poteva saperlo, avrebbero segnato il suo destino. Ha studiato Psicologia ed è diventata psicoterapeuta e ha pubblicato un centinaio di libri, tradotti in una ventina di lingue, e oltre mezzo milione di lettori in tutto il mondo. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale e alcune delle sue opere sono state adattate per il teatro.
Laura Proietti è nata a Palermo nel 1994. Ha pubblicato con molte case editrici, sia italiane sia straniere e considera ancora la matita una perfetta bacchetta magica. La magia più bella, per lei, è senza dubbio l’amore che prova per il proprio lavoro.
“Dolcetti Micidiali” di Lucia Gialleonardo ha per protagonisti i nostri inseparabili amici Beba, Laura e Paolo. In questo caso non ci sono mummie da riemettere al loro posto, ma caramelle e cioccolatini con una strana firma scritta male “: Fri Kendis” da identificare. Chi lascia i dolcetti a scuola? Perché lo fa? Il trio è intenzionato a fare un’indagine per scovare il donatore/donatrice di dolcetti che stanno conquistando la gola di ogni ragazzino e ragazzina della scuola. L’intento è quello di mettere poi nero su bianco, sul giornalino della scuola, tutta la storia. Beba, Laura e Paolo uniscono le forze, fanno indagini, domande, cominciano ad avere dubbi e sospetti su quei dolcetti, quando alcuni compagni di scuola iniziano a stare male dopo che li hanno mangiati. I tre amici nati dalla penna di Gialleonardo sono sempre più uniti ed affiatati nel loro indagare, tanto da sentirsi ogni moemento che passa degli investigatori come quelli dei libri famosi, pronti a tutto pur di trovare il colpevole e risolvere il caso delle caramelle che fanno venire il mal di pancia.
Luca Di Gialleonardo (1977) vive a Roma. Autore di romanzi storici e di gialli, scrive anche libri per ragazzi, storie fantasy e di fantascienza e si diletta nel game design di giochi da tavolo.
Betti Greco è un’illustratrice e graphic designer che lavora nell’ambito dell’editoria e della comunicazione. Il suo linguaggio visivo, colorato e onirico, digitale ma con un solido background pittorico, è in continua sperimentazione.
“La pedina” è il romanzo di Mario Pacifici, edito da Gallucci, ambientato nella Roma del 1827 dove a casa Pontecorvo, in pieno ghetto ebraico, arriva un commissario pontificio. L’uomo è giunto tra quelle mura con un compito ben preciso ricevuto direttamente dal Sant’Uffizio: prendere il piccolo David, battezzato in segreto e portarlo via dalla famiglia. Da qui inizia per i lettori un pellegrinaggio in lungo e in largo per Roma, dentro e fuori il Vaticano, perché il rapimento del piccolo dei Pontecorvo nasconde, e lo si scoprirà durante la lettura, una serie di intrighi, giochi di potere e politici che vanno ben oltre la fede religiosa. Anzi, pagina dopo pagina, emergeranno situazioni che evidenzieranno quanto siano delicati gli equilibri presenti in Vaticano, con impreviste complicazioni come una morte (e non da poco) all’interno di un palazzo cardinalizio romano. Pacifici costruisce un trama salda, ricca di colpi di scena imprevisti che evidenziano quanto possano essere complicate le trame comportamentali e mentali del genere umano, quando di mezzo c’è il potere più che la fede. La ricaduta di questi grovigli ha al centro un bambino la cui esistenza sarà per sempre stravolta dal rapimento. Sullo sfondo della vicenda del piccolo David, c’è una Roma dove si mescolano religiosi, popolani, uomini di potere, poveracci, donne si strada, avventurieri, cristiani, ebrei unita a una intensa fase di trasformazione cittadina con i moti risorgimentali. Per “La pedina”, Mario Pacifici prende spunto da una pratica molto in voga nel XIX secolo nel mondo della Chiesa romana dove in passato furono parecchi i casi di bambini ebrei battezzati in segreto da una balia, da una serva o da qualcuno che bazzicava in famiglia e poi portati via delle famiglie di origine. Un gesto che, secondo il diritto canonico, rendeva il bambino cattolico e da educare secondo i dettami di tale credo. Uno dei casi più eclatanti (anche uno degli ultimi) fu quello avvenuto nella Bologna del 1858 dove il piccolo Edgardo Mortara, sette anni, battezzato segretamente quando aveva sei mesi, venne tolto a forza alla sua famiglia dallo Stato Pontificio, per essere cresciuto come cattolico. Il caso Mortara fece clamore in Italia e all’estero (Nord America) e accanto ai genitori si schierarono politici, scrittori, giornalisti, ma il destino del piccolo Edgardo venne deciso da altri, proprio come accade a David Pontecorvo protagonista del libro di Mario Pacifici. David come Mortara, che ha ispirato non solo Pacifici, ma anche il film di Bellocchio, “Rapito”, è una pedina mossa a proprio piacimento e interesse da un mondo adulto tutto concentrato sui propri interessi e che sembra essersi dimenticato del rispetto del prossimo diverso da sé, tanto da non rendersi conto che le proprie scelte avranno conseguenze irreparabili per l’altro.
Mario Pacifici ha esordito nel mondo della scrittura nel 2008, con al vincita del concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica con un racconto sulle leggi razziali. Nel 2012 ha pubblicato “Una cosa da niente” e altri racconti e nel 2015 “Daniel il Matto”. “La pedina” è il suo primo romanzo.
Source: ricevuto dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.
Il testo di p. Gianluigi Pasquale racchiude le basi della teologia fondamentale, testo di riferimento dei corsi di teologia fondamentale tra rivelazione e tradizione. Consigliabile non solo agli studenti e ai docenti ma a chiunque si avvicina anche da autodidatta allo studio della teologia. Il linguaggio è semplice e immediato comprensibile da chiunque. Ha raggiunto nell’esposizione di questioni teologiche anche complesse un livello di tale trasparenza e immediatezza da lasciare nel lettore la sensazione di scoprire i tesori della rivelazione cristiana nel momento stesso della lettura.
Affinche poi l’intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona la fede per mezzo dei suoi doni.
Gianluigi Pasquale (1967), è Dottore di Ricerca in Sacra Teologia (SThD, PUG) e Dottore di Ricerca in Filosofia (PhD, Università di Venezia). È stato Assistente Scientifico presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana (1999-2001), Preside (2001-2010) dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» di Venezia, dove è Docente stabile nella sede centrale di Venezia e in quella parallela di Milano. Dal 2001 è, inoltre, Professore Incaricato presso l’ISSR «San Lorenzo Giustiniani» dello «Studium Generale Marcianum» di Venezia e, dal 2007, Professore Incaricato di Cattedra nella Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense.
Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.
Secondo caso da risolvere per l’ispettore Paolo Proietti. Che lo tocca nel profondo, perché il presunto colpevole dell’omicidio citato nel titolo, potrebbe essere il suo migliore amico-fratello Ernesto.
Ma questo è solo l’inizio, perché la trama raccontata dalla scrittrice è emozionante e non tocca solo sfumature gialle e nere, ma molto altro.
Come sempre, nei libri Frilli, viene richiesta una forte presenza del territorio e protagonisti veri. Veraci. Empatici. Emotivi.
Così è. Roma, una città implosa in mille città diverse, è alla base. Con tutte le sue contraddizioni, i milioni di dubbi ai quali non si riesce a dare una certezza che sia una. E i personaggi, le persone. Che soffrono, si schiantano contro muri armati, si sentono sconfitti, si rialzano ammaccati. Cercano una soluzione in mezzo al marasma provocato dalla vita che vivono. Donne e uomini alle prese con il dolore, le mancanze, i vuoti abissali. Le privazioni, gli strappi che il destino sembra costruire appositamente per fare male. La voglia di aggrapparsi al bordo con una mano, almeno una. Il risentimento, il rimorso. Per aver fatto o non fatto, detto o non detto. E la morte, che tutto leva in pochi istanti. Magari appositamente, magari per caso. E la forza, la forza da trovare per andare avanti. Sempre e comunque.
In un’indagine come questa i sentimenti a contrasto e le vittime o i carnefici ci accompagnano in ogni pagina. Ci aiutano a capire e a volte ci portano dove non vorremmo.
Bellissimo libro che vi consiglio assolutamente di leggere.
Ps: se ancora non lo avete fatto recuperate la prima storia dell’ispettore Proietti “I silenzi di Roma”.
Quarto legal thriller, della serie scritta da Anne Perry con Daniel Pitt come protagonista, ambientato nella Londra del 1911, con l’avvento dei mitici taxi neri londinesi. I lettori di lunga data del lavoro di Anne Perry riconosceranno subito il suo giovane protagonista: Daniel infatti è il figlio di Thomas Pitt, attualmente a capo della sicurezza nazionale inglese, apparso con sua moglie Charlotte, in un’ altra lunga e intrigante serie scritta dalla Perry. Arrivando sul posto di lavoro, il venticinquenne avvocato Daniel Pitt, laureato a Cambridge e ancora ai primi passi presso il Fford Croft&Gibson, prestigioso studio legale di Londra, nota seccato che il collega e amico , Toby Kitteridge, di solito puntualissìmo non è ancora arrivato. Ragion per cui quando poco dopo, un agente di polizia si presenta chiedendogli di accompagnarlo all’obitorio per identificare un corpo di un uomo assassinato, ritrovato con uno dei suoi biglietti da visita in tasca, Daniel Pitt teme di dover andare a identificare il collega e amico. Per di più, al suo ingresso nell’obitorio, Daniel riconosce, appeso all’attaccapanni , lo sgargiante soprabito a scacchi di Kitteridge ma, quando si avvicinerà alla vittima adagiata sul tavolo di marmo e il medico legale solleverà il lenzuolo per il riconoscimento, scoprirà che il corpo, atrocemente martoriato con una lama, appartiene invece a un altro collega, Jonah Drake, membro anziano del prestigioso studio legale in cui lavora. La brutale aggressione parrebbe essere avvenuta verso le due del mattino nel Mile End, in un vicolo malfamato dell’East End londinese, (quelleo di Jack lo Squartatore), dove il corpo è stato rinvenuto. Fatto che suscita molte perplessità: perché mai la vittima si trovava a quell’ora in quella zona notoriamente equivoca? Per ragioni professionali? Seguiva forse un caso riservato, di nascosto ai colleghi, oppure indulgeva a squallide debolezze personali? Naturalmente, l’ispettore Letterman al quale è stato affidato l’omicidio vorrebbe sapere dal giovane Pitt se ha sospetti su chi potrebbe aver avuto motivo di ucciderlo, ma lui non è in grado di rispondere o dare informazioni. Non aveva mai lavorato con Drake, non conosceva i suoi casi giudiziari … E non aveva alcun significato il fatto che il suo biglietto fosse in tasca del soprabito perché il capo apparteneva a Ketterige. Drake poteva averlo indossato per non farsi riconoscere?. Altrettanto la sua uccisione potrebbe nuocere al buon nome dello studio. Tanto che il vecchio titolare, Marcus Clifford Croft che sta iniziando a soffrire di perdita di memoria, gli chiederà di esaminare alcuni dei casi recenti e più controversi su cui Drake aveva lavorato.
Chi poteva volere la sua morte? Qualcuno di insoddisfatto tra i precedenti clienti di Drake? Difficile da trovate ,visto che l’anziano avvocato era talmente bravo da vincere praticamente tutti i casi a lui affidati. Ciò nondimeno Daniel Pitt concentrerà la sua attenzione su due tra i più recenti dei quali Drake si era occupato: entrambi di grande rilevanza: quello di Lionel Peterson, accusato di omicidio, il cui processo finito in una nulla di fatto, con la giuria impossibilitata a formulare un’accusa, e quello di Evan Faber, unico figlio del magnate costruttore di navi, Erasmus Faber, dichiarato non colpevole dell’omicidio della sua amante, Marie Wesley, bella donna, una mantenuta molto chiacchierata, più vecchia di lui. Scartato ragionevolmente Peterson, Daniel passerà a Evan Faber , da cui tuttavia suo padre lo esorta a stare alla larga per ragioni diplomatico/politico/sociali. Il giovanotto però incuriosito si incaponisce, sfida i suggerimenti del padre e incontra Evan, che finisce per piacergli molto. Si rivedono, poi una sera fanno insieme un giro dei pub. Ma ci sarà un grosso ma … Perché se Daniel completa la nottata solo con i postumi di una sbornia, Evan finirà invece la sua morto, disteso all’obitorio. E il suo cadavere verrà ritrovato nella stessa area di Mile End e ucciso quasi nello stesso modo dell’avvocato Drake . Evidentemente i due delitti sono legati tra loro ma dove sta la connessione? L’indagine tuttavia condurrà Daniel e suo padre sir Thomas Pitt, capo della Sicurezza nazionale, su una pista di omicidi che si estende dai bassifondi, ai più alti livelli della società. Così pericolosamente in alto che qualcuno pare disposto a tutto pur di fermarli. Con la storia che prenderà una svolta inaspettata. I Pitt infatti sono tutti in mortale pericolo.. In Morte a doppio taglio, Anne Perry ha creato un giallo storico molto particolare, ambientato a Londra, prima della prima guerra mondiale. Ma ciò che forse rende questo libro speciale, insomma diverso, è che al di là di un semplice giallo storico, la Perry descrive una particolare condizione umana: ovverosia cosa comporti essere il figlio di un uomo di grande successo. Uno dei figli di padre di successo è, ovviamente, Daniel Pitt. Thomas Pitt è il capo di Special Branch, un uomo molto noto in tanti ambienti. Così quando, all’inizio del libro, l’ispettore Letterman chiede a Daniel se è imparentato con Thomas Pitt, si riesce quasi sentire la stanchezza nella voce di Daniel quando dice “mio padre”. Ma nel romanzo compare anche un altro figlio di un padre famoso: Evan Faber, che era stato difeso con successo da Drake in un processo per omicidio. Suo padre, Erasmus Faber, è un titano della cantieristica navale, che sta diventando sempre più importante man mano che le tensioni pre-prima guerra mondiale tra Gran Bretagna e Germania, si stanno accumulando, ed Evan, il figlio, arranca per restare alla sua altezza.
Anne Perry è lo pseudonimo di Juliet Marion Hulme, scrittrice britannica, nata nel 1938. Figlia di Henry Hulme, rettore dell’Università di Canterbury, nell’infanzia si ammalò di tubercolosi. Doveva perciò soggiornate a lungo in Paesi caldi (Caraibi, Sudafrica…), ma a 13 anni si ricongiunse con il padre che si è trasferito all’Università di Cambridge in Nuova Zelanda. Durante il suo soggiorno si legò d’amicizia quasi morbosa con Pauline Parker. Quando i genitori decisero di divorziare Juliet pensava di poter tornare con l’amica in Inghilterra. Davanti però al deciso rifiuto della madre di Pauline, Honora Rieper, le due ragazze (quindici anni) nel 1954 l’uccisero. Arrestate furono condannate a cinque anni di carcere, vista la giovane età, e all’obbligo di non vedersi mai più. Scontata la pena, Anne si trasferì in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e infine in Scozia. Con lo pseudonimo di Anne Perry, pubblicò nel 1979 il suo primo romanzo e da quel momento cominciò la sua fortunata carriera di scrittrice di romanzi polizieschi storici, incentrati soprattutto sui personaggi di Thomas Pitt e William Monk. Anne Perry si è spenta a Los Angeles il 10 aprile 2023. La sua storia è stata raccontata nel film del 1994 Heavenly Creatures (Creature del cielo) del regista Peter Jackson, in cui la scrittrice viene interpretata da Kate Winslet.
Le civiltà euromediterranee del grano. Da millenni. Il giornalista, operatore e divulgatore culturale Gianfranco Nappi(San Paolo Belsito, Napoli, 1959) ha avuto per decenni prestigiosi incarichi politici e istituzionali (fra l’altro deputato 1987-1996) e da anni opera per la Città della Scienza, in particolare su questioni alimentari, non solo contingenti. Molto si è occupato di cereali, realizzando ora un interessante colto volume tematico: “Frammenti di storia delle civiltà del grano e del pane nel Mediterraneo”. Si tratta di un bel viaggio nel tempo, nello spazio e nei profili di significato del grano e del pane. Dopo la competente prefazione dello storico Bevilacqua, seguono un lungo denso saggio ricchissimo di informazioni, storie, spunti e curiosità, poi la raccolta di cinque articoli in materia pubblicati fra il 2019 e il 2022 sulla bella rivista bimestrale che Nappi dirige con successo, “Infiniti mondi”. Una ottima occasione di approfondimento per tutti (anche i celiaci).
Il giorno della laurea a pieni voti di Gemma, brillante studentessa e unica figlia di Rachel ed Ed Hartley, dovrebbe rappresentare uno dei giorni più felici per la famiglia. Ma quando Gemma sembra inciampare e poi cade e batte la testa sul palco durante la cerimonia, quel bel momento si trasforma nel caos: infatti si scoprirà subito che qualcuno le ha sparato, e ora Gemma sta lottando per la vita. La vita di Ed e Rachel Hartley fino a quel momento serena e apparentemente senza scosse, all’improvviso si trasforma e in un incubo. Tra i primi a raggiungere la scena del crimine sarà l’investigatore privato Matthew Hill, ex poliziotto che spesso opera ancora come consulente della sua vecchia squadra. Hill è con la sua famiglia, moglie e bambina di quattro anni, a fare la fila per comprare un gelato vicino alla cattedrale di Mainstead quando vede il fuggi, fuggi terrorizzato della folla che grida: “C’è un cecchino”. Prega la moglie spaventata di tornare subito a casa e si dirige verso il portone d’ingresso, provando a telefonare all’unica persona che conosce bene alla polizia . Scoprirà subito che proprio lei, la sua ex collega di Hill, l’ispettore Melanie Sanders sta arrivando sul posto ma è rallentata dal traffico . La Sanders tuttavia si rassicura, sentendo che Hill è già in loco e gli chiede di intervenire. Hill prende direttamente in mano la situazione, qualificandosi e garantisce l’ordine fino al suo arrivo. Quindi passa le consegne alla polizia e raggiunge la famiglia . Presto si scoprirà che Gemma , dopo che all’ospedale le hanno dovuto amputare una gamba ed è incosciente, in coma in lotta tra la vita e la morte, aveva un segreto di cui i genitori non erano a conoscenza. Sul suo cellulare ora in mano alla polizia si legge un messaggio criptico: “lui non è quello che dice di essere” che Gemma ha ricevuto sul telefonino qualche ora prima suggerisce che qualcuno da lei conosciuto bene, rischiava di essere smascherato. Ma chi mai potrà essere ? Ma ben presto, volente o nolente, Mattew Hill, che si ritroverà stipendiato dalla polizia e coinvolto nelle indagini, dovrà cominciare a indagare e questo lo porterà a scoprire quanto possa essere complicato. La verità è un miraggio lontano. Tutti, famiglia, amici e conoscenti stentano a voler affrontare e poi dire la verità. E tanto per cominciare ciascuno dei protagonisti ha un qualche segreto, da nascondere grande o piccolo che sia. E nessuno vorrebbe parlare… Non è facile districarsi in quella vasta palude di reticenze Persino i genitori di Gemma, gli Hartley, sia l’uno che l’altra tacciono su qualcosa di importante della loro vita… Qualcosa che non si sono mai detti neppure tra loro. Qualcosa che forse potrebbe rappresentare la chiave per decifrare il mistero. E Gemma, la bella e corteggiata unica figlia loro, poi… Aveva mai condiviso il suo importante segreto con qualcuno? Un segreto che ben presto purtroppo i media scopriranno, cominciando a ricamarci sopra, tanto da minacciare persino gli inquirenti che stanno indagando, prepararsi a colpire di nuovo senza pietà e mettere in pericolo persino la ragazza nel suo letto di ospedale. Perché il suo mancato assassino è ancora là: pronto, in agguato. Riuscirà Matthew Hill a scoprire la verità prima che l’aggressore colpisca ancora?
Un thriller psicologico avvincente, in cui una quantità di cose sono state tenute nascoste anche per decenni, arricchito da una trama piena di oscuri segreti, una serie di bugie e folli ossessioni impudicamente messi a nudo. Una trama tracciata, avvalendosi dei diversi punti di vista dei personaggi, con persino diversi capitoli chiarificatori che si alternano tra passato e presente, ponendo ulteriori interrogativi. Apprenderemo pertanto direttamente una serie di fatti loro, inconfessati, prima che li scoprano gli altri e ne condivideremo i tormenti, le paure, le colpe, e i tanti, troppi rimorsi.
Teresa Driscoll, vive nel Devonshire, in Inghilterra. Ti sto guardando, il suo esordio nella narrativa, è arrivato al primo posto nelle classifiche di Inghilterra, Stati Uniti e Australia e ha venduto oltre un milione di copie. I suoi romanzi successivi sono stati pubblicati in 20 Paesi. La Newton Compton ha pubblicato anche L’amica perfetta, La promessa dell’assassino e Inganni di famiglia. Per saperne di più: http://www.teresadriscoll.com
Continuano le avventure di Rossella/Scarlett O’Hara, protagonista de “Via col vento 4 – Il riscatto”, quarta parte del kolossal della letteratura americana scritto da Margaret Mitchell e diventato noto anche per la pellicola cinematografica, una delle prime a colori, diretta da Victor Fleming nel 1939. Il nuovo volume del libro intitolato “Il riscatto”, edito da Gallucci, è ambientato nella Georgia del 1866. La guerra civile americana è finita da poco (1861-1865), ma le tensioni negli stati del Sud sono ancora forti, tanto è vero che è in vigore la legge marziale. Scarlett è alle prese con diversi grattacapi, il primo, e anche quello che la preoccupa di più, è la grande somma che deve sborsare per pagare le tasse e mantenere la proprietà su Tara e se non riuscirà a trovare i soldi sarà costretta a mettere all’asta la sua amata terra. Accanto a queste preoccupazioni, la protagonista deve fare i conti anche con lo svilupparsi sempre maggiore del Ku Klux Klan, dove molti ex confederati bianchi si riuniscono per affermare il potere e la loro superiorità. Accanto a loro non mancano loschi affaristi pronti a tutti pur di gonfiare le proprie tasche. Scarlett vive in questo mondo cercando di proteggere quello che le appartiene, senza rendersi subito conto che anche persone a lei molto vicine sono coinvolte in questi traffici. La giovane donna è energica come sempre, però si accorge che in tali situazioni complicate avrebbe bisogno di un aiuto, quello di Rhett Butler per esempio, ma l’uomo è dietro le sbarre, in bilico tra vita e condanna a morte e in attesa di un riscatto, non solo che lo liberi, ma che gli permetta di rivalorizzarsi a livello sociale. “Via col vento- Il riscatto” è un affresco storico dell’America della seconda metà dell’Ottocento e in questa quarta parte, come nelle precedenti, il lettore ha la possibilità di conoscere e scoprire una porzione della storia degli Stati Uniti d’America, unita alle sue tradizioni e realtà interne che destabilizzarono un paese da poco uscito da cinque lunghi anni di conflitto. Accanto allo sfondo storico emerge sempre un ritratto dei personaggi che dimostrano il loro carattere attraverso parole e azioni. Ci sono la coraggiosa e testarda Scarlett, con gioie e dolori della vita che la colpiranno, ma non la spezzeranno mai. Eventi che di certo lasceranno nell’animo della protagonista segni indelebili che la faranno crescere e diventare più matura. Sempre presente il suo amore di una vita per Ashley, che è però nelle braccia di Melania e Rhett Butler, con il quale la giovane Scarlett vive un continuo tira e molla tra apprezzamenti e punzecchiature. Un fare che evidenzia, da una parte intesa e, dall’altra, la difficoltà a relazionarsi di due caratteri davvero forti. Nell’attesa del quinto e ultimo volume di “Via col vento”, buona lettura dei precedenti! (Via col vento 1- Il regno di cotone; Via col vento 2- Fine di un mondo; via col vento 3 – Fuoco e ceneri e Via col vento 4- Il riscatto). Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.
Margaret Mitchell (Atlanta, 1900-1949) pubblicò il suo unico romanzo, “Via col vento”, nel 1936 e vinse il Premio Pulitzer l’anno dopo. Tradotto in 37 lingue, è uno dei libri più venduti (30 milioni di copie) e letti della storia di tutti i tempi. L’omonimo kolossal cinematografico, diretto nel 1939 da Victor Fleming, ne ha moltiplicato il successo, grazie anche alla leggendaria interpretazione di Vivien Leigh e Clark Gable.
Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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