:: Morte di una ragazza speciale di Luigi Guicciardi (Damster 2023) di Patrizia Debicke

15 dicembre 2023 by

In un piovoso ottobre modenese già intorpidito dall’umido abbraccio autunnale, la casuale scoperta sulle riva del fiume, il Panaro, fatta da un cane, di un cadavere di una ragazza, sigillato in un grosso sacco di plastica da rifiuti, allo stesso tempo spaventa e incuriosisce tutta la città. E non solo perché la generale emozione, diffusa a macchia d’olio, diventerà addirittura scioccante quando, dopo i primi riscontri autoptici del medico legale, Salvatore, “Turi”, Coco, si scoprirà che la vittima è Maria Leonardi, una sedicenne con la sindrome di Down ma di straordinaria bellezza, amata figlia di una ricca famiglia borghese. La ragazza, misteriosamente scomparsa tre anni prima senza dare segno di sé con una inesplicabile fuga, si pensava, dall’ esclusivo istituto per ragazzi con disabilità dove viveva, non era stata mai più ritrovata. In seguito sua madre, non riuscendo a sopportare il peso del dolore, si era tolta la vita.
Le risultanze dell’autopsia diranno che la vittima, selvaggiamente colpita a morte, è deceduta per emorragia interna. Al momento dell’omicidio Maria era incinta di cinque settimane. Ma le risultanze diranno anche che il suo corpo è stato conservato altrove, in luogo molto umido adatto a favorire la mummificazione e solo di recente abbandonato lungo il fiume. Un cold case, dunque e di ardua soluzione per il giovane commissario Torrisi, uno tra più giovani di tutta Italia, nel secondo romanzo poliziesco d’indagine di Luigi Guicciardi che già con il suo “Il ritorno del mostro di Modena” , aveva introdotto nella narrazione un personaggio molto diverso dal suo consueto protagonista. Un altro commissario dunque che, diversamente dal catanese Cataldo, è un modenese quasi doc, insomma della provincia, perché nato a Samone, un paese vicino a Guiglia. Un “nuovo” commissario di 30 anni più giovane di Cataldo, e che per questa seconda avventura Guicciardi ha deciso di far affiancare dall’ispettore Fabio Carloni, più o meno coetaneo di Torrisi, fresco di nomina e di assegnazione, arrivato in questura da appena sei mesi a ricoprire il posto dell’ispettore Leonardi, trasferitosi per amore al termine dell’indagine precedente.
Un collaboratore Carloni con il quale Torrisi subito si è trovato bene e che si rivelerà per lui presto quasi indispensabile.
Intanto già dai primi rilevamenti in loco, il medico legale ha constatato che il cadavere presentava un processo di saponificazione progressiva ed essicazione dei grassi. Tradotto per chi non sa : un fenomeno fisico che blocca la decomposizione trasformando il corpo umano quasi in una mummia. L’imballaggio nella plastica poi ha contribuito a preservarlo. Tanto che la morte delle ragazza, poco più che un’adolescente, potrebbe addirittura risalire ad anni prima, magari a subito dopo la sua sparizione.
Il commissario Torrisi indirizzerà le sue indagini prima interrogando la famiglia della ragazza morta e quindi il padre e lo zio e subito dopo gli ospiti e lo staff direttivo terapeutico, infermieristico e di insegnanti di varie discipline di Villa Melania, l’ elegante ed esclusivo istituto privato dove viveva e studiava Maria. Struttura tuttora sostenuta economicamente dal padre della vittima che dopo la morte della moglie si è anche sposato con la direttrice , giovane donna preparata professionalmente e molto determinata.
Un istituto governato secondo una moderna concezione direzionale sempre più indirizzata e specializzata nella cura e nell’inserimento nella vita di allievi diversamente abili.
Ma la strada di Torrisi sarà lunga e in salita da percorrere, costretto a districarsi tra psichiatri e ippoterapeuti, insegnanti ambigui e preti psicologi, impegnati a operare tra casi di catatonia, sindromi di Down o di lucidi ma apparentemente anaffettivi Asperger. Un’inchiesta portata avanti a fatica, superando le differenti reazioni della gente di fronte all’handicap: troppo spesso accolto con impreparazione, cinismo, imbarazzo, stupidità, ma talvolta per fortuna anche con amore e altruistica solidarietà. Un mondo particolare quello che concerne i diversamente abili , difficile e affascinante, in cui calarsi e muoversi con delicatezza e attenzione: questa volta portato a rappresentare il fulcro di un romanzo giallo.
Si dovrà cercare in tutti modi, battendo a tappeto la zona, ad arrivare a individuare dove e perché sia stata assassinata Maria, riuscire ad aprire un varco e superare il muro di complice silenzio offerto da una piccola comunità decisa a ogni costo a proteggere la propria immagine.
Ma qualcosa di orribile si è innescato. Il male vorrebbe continuare a nascondersi ma appena il commissario arriva a percepire quale potrebbe essere l’atroce verità, il peggior orrore pretende di riappropriarsi del palcoscenico. Per proteggere la sua insospettabile identità, l’assassino infatti ha scelto di colpire e colpire ancora…
Ma Luigi Guicciardi svolgendo ancora una volta con magistrale abilità il suo compito di giallista, affidato e affidandosi al suo commissario di carta, saprà ancora trovare le giuste chiavi per aprire tutte le porte per introdurre il lettore nella soluzione del caso . I conti tornano : chi ha ucciso e perché verrà scoperto, le peggiori ambizioni condannate, l’ordine pubblico ristabilito, ma i ricordi delle persone, pur ridotti a brucianti fantasmi continueranno a esistere e a opprimere la mente di coloro che restano e sono obbligati ad affrontarli.

Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una lunga serie di mystery cominciata con : “La calda estate del commissario Cataldo”; “Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo” – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. L’ultimo, del 2023, è Il commissario Cataldo e il caso Tiresia.

:: Morte sotto le macerie. Il commissario Oppenheimer e la banda dei fazzoletti gialli di Harald Gilbers (Emons 2023) a cura di Valerio Calzolaio

15 dicembre 2023 by

Berlino. Febbraio 1949. Richard Oppenheimer è un commissario quasi 50enne della polizia criminale della parte ovest e ha una lunga storia alle spalle. Ebreo sopravvissuto solo in quanto marito della cara moglie ariana Lisa, già rimosso dall’incarico investigativo per le sue origini ma poi rimesso sul campo da un gerarca nazista per interesse personale, ora reintegrato in servizio ufficiale e pubblico pur nella dinamica povera e divisa dei primordi della guerra fredda, deve indagare su tre corpi ritrovati casualmente in un’enorme discarica di detriti (una fossa comune in collina), brutalmente uccisi e abbandonati a settimane di distanza. Nella metropoli i quattro settori sono separati (rigidamente quello orientale) e la sopravvivenza ancora dipende dai voli “umanitari” che portano viveri e medicine, mentre l’elettricità è razionata, prevalgono freddo e buio, prosperano le bande criminali. I colleghi sono sulle tracce di una crudele banda di giovani senza scrupoli (riconoscibili grazie a un fazzoletto da taschino giallo), attiva in tutti e tre i settori occidentali, capace di gestire prostituzione, contrabbando e furti con il sostegno di delinquenti di lungo corso e la guida di un ventenne terribile di nome Jo, che si crede Al Capone ed elimina ogni concorrenza. Oppenheimer va a trovare il suo storico informatore nel sottobosco fuorilegge, Ede il Grande, e suggerisce al capo di istituire una commissione speciale fra i dipartimenti omicidi, buoncostume e rapine, ma i misfatti continuano, gli ostacoli oggettivi aumentano, i possibili informatori scompaiono uno dopo l’altro, i rari testimoni vengono intimoriti, minacciati o eliminati, pare si prepari un colpo davvero grosso, piovono soldi e qualcuno dei “suoi” probabilmente fa da talpa. Ci si gioca la vita in tanti.

L’ottimo giornalista scrittore e regista Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969), solido storico di formazione e ricerca, ormai vive nella Germania del Nord e continua a mietere successi con la splendida premiata serie dell’omonimo, giunta al settimo episodio (l’ottavo nel 2024). Esordì dieci anni fa con Berlino 1944 (in Italia nel 2014) e intende arrivare molto in là, quasi alla caduta del muro, valutando nel frattempo come organizzare la biografia dell’interessante protagonista (nato nel 1900), già con trasposizioni cinematografiche e televisive in corso. Finora, dopo l’esordio, in originale: Odins Söhne (1945), Endzeit (1945), Totenliste (1946), Hungerwinter (1947), Luftbrücke (1948), tutti con gli stessi bravi editore e traduttrice. La narrazione è in terza varia al passato (molto sullo stesso Oppenheimer, sui suoi famigli vari, sulla villa in cui è graziosamente ospitato e sugli altri inevitabili conviventi). Come nelle avventure precedenti, la cornice storica è ricostruita con grande accuratezza. Sia l’attività delle bande criminali (almeno quarantaquattro nel Dopoguerra) che gli esordi della fiorente industria cinematografica in mezzo all’archeologia industriale sono ispirate a fatti veri, in fondo si trova una bibliografia di almeno una decina di testi consultati con competenza. Berlino era ridotta a un cumulo di macerie (da cui il titolo) in cui si aggiravano comportamenti noir fra individui disperati alla ricerca di qualunque cosa li aiutasse a sopravvivere, contando sulla eventuale benevolenza degli invasori, i vincitori della guerra. Non c’è mai “occhio pornografico” o morboso compiacimento nelle descrizioni e nei dialoghi, la violenza appare fuori scena, se ne vedono solo i drammatici effetti. Acquavite e whisky appena possibile, raro champagne e ovviamente molta birra. Richard ha fortunosamente mantenuto una bella antica collezione di dischi, questa volta sceglie Haydn e Dvořák. Traduzione di Angela Ricci.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

:: Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero, Luca Fassina(Oligo, 2023) A cura di Viviana Filippini

9 dicembre 2023 by

“Spaghetti pollo insalatina  e una tazzina di caffè…” così cantava  Fred Bongusto e nel libro “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina,  edito da Oligo editore, cibo e musica vanno a spasso assieme. Lo scrittore ci porta in un viaggio tra musica e cibo,  facendoci scoprire cosa i grandi musicisti del rock amano cucinare (quando ne sono capaci) e mangiare. Un piccolo saggio che ci permette di addentrarci nell’amore per l’arte culinaria, in particolare quella italiana, da parte di molti artisti. Questo perché nel saggio di Fassina si scopre il fatto che c’è una forte attrazione verso il cibo italiano, questo perché parecchi dei cantanti e musicisti presenti hanno origini italiane e arrivano da famiglie dove ci sono ricette della tradizione che vengono tramandate di generazione in generazione, e  un po’ perché molti  dei protagonisti presenti nel testo hanno assaggiato il  vero cibo italiano, quello non rivisitato e ne sono rimasti conquistati dalla bontà e qualità del prodotto. Interessante è anche il fatto che, tra una pagina e l’altra, ci siano le ricette predilette degli artisti protagonisti con gli ingredienti e questo permette al lettore di sporcarsi le mani preparando il piatto della propria star preferita! Si va dalla storia degli spaghetti della copertina dell’album dei Guns N’ Roses, quel “The spaghetti incident?” uscito nel novembre del 1993, dove la pasta che ci ha reso così noti nel mondo, ma che ha origini nel VI secolo a.C. in Pakistan, e non ha a che vedere solo con la pasta al sugo; per passare alla passione per il burro d’arachidi di Elvis Presley e al Chocabeck di Zucchero, che già ha il dolce nel nome. E poi, che dire del pollo speziato che faceva impazzire Freddie Mercury, dei biscotti con gocce di cioccolato di Joy Romone e del latte e peperoni freddi di David Bowey, cibo principale durante la registrazione di un album o del risotto che ha conquistato i Måneskin? A voi indovinare e scovare quale. “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina è un perfetto mix tra musica, note e cibo, anche odiato magari ma, soprattutto AMATO dagli artisti, che è vero, loro stessi lo ammettono, a volte non sanno cucinare, ma quando assaggiano i piatti amati o nuovi, preparati da mani sapienti, il cuore, il palato e la mente ne traggono beneficio.

Luca Fassina lavora con la parola scritta da oltre trent’anni: giornalista, scrittore, traduttore e storyteller, è stato corrispondente musicale da Londra e manager dell’entertainment a Parigi. Oggi scrive per Classic Rock e Sergio Bonelli Editore; ha collaborato, tra gli altri, con RollingStone.it, ha tenuto seminari per il CPM di Milano e per la Arizona State University. Per la “Piccola Biblio­teca” di Oligo Editore ha pubblicato “Cucina. Stephen King: ricetta per un disastro” (2022).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa 1A.

:: “Delitto a Dogali” (Les Flaneurs Edizioni 2023), il nuovo giallo storico firmato da Daniele Cellamare a cura di Giulietta Iannone

8 dicembre 2023 by

Dopo Carlo Lucarelli e Giorgio Ballario un nuovo autore ci porta nell’Africa coloniale, questa volta di fine Ottocento. In “Delitto a Dogali” di Daniele Cellamare, edito da Les Flaneurs Edizioni, ci troviamo nell’afosa atmosfera della Massaua di fine Ottocento alle prese con gli albori dell’epoca coloniale italiana in Africa Orientale voluta da quel Francesco Crispi che, dopo la disfatta di Adua, dove i soldati italiani del generale Baratieri vennero sconfitti da quelli etiopici al comando del Negus Menelik, vide tragicamente tramontare la sua stella. Protagonista del romanzo “Delitto a Dogali” è un capitano italiano di belle speranze Antonio Garofalo arrivato in Africa con il primo contingente che, coadiuvato dal tenente Umberto Palumbo, indaga sul misterioso omicidio di un prete piuttosto chiacchierato, tale padre Adelmo, da anni in terre d’Africa con la sua tonaca logora e unta di grasso. Certo il capitano Garofalo è un militare non un poliziotto ma la situazione si fa spinosa: bisogna risolvere al più presto la faccenda nella speranza che a uccidere il religioso non sia stato un militare italiano cosa che creerebbe scandalo e disonore e intralcerebbe di molto i maneggi politici della nascente colonia. Il capitano un tipo gioviale, leale e rispettoso si mette subito ad indagare e si trova immerso nell’atmosfera afosa e conturbante di un paese giovane che vede gli stranieri invadere più o meno pacificamente le sue terre e portare il tanto decantato progresso. Obiettivo del governo italiano è fare di Massaua un porto cardine nello sviluppo dei commerci ma non tutte le alte sfere militari in Africa si rendono ben conto delle reali criticità del territorio dalla mancanza di conoscenza dei mille dialetti, dalle scarse competenze e conoscenze dei territori, dalla incapacità di valutare la reale tenuta militare di bande di predoni forse mal armati ma temprati dal clima e capaci di rispondere con forte determinazione agli attacchi nemici. Il professore Cellamare, fine conoscitore della storia militare e politica del periodo, con il suo stile piano e fluido ci racconta un pezzo di storia dimenticata e ancora capace di generare interesse e volontà di approfondimento. Certo è un romanzo di avventura investigativa non un saggio ma le date, gli stralci di giornale dell’epoca, il colore locale sono autentici ed evocativi e lasciano nel lettore un senso di inquietudine e curiosa comprensione. Chi avrà ucciso con una coltellata al cuore il sacerdote? Lo scoprirermo nell’ultimo capitolo e non potrà che lasciare nel lettore un senso di amara tristezza come per le cose che avrebbero potuto essere e non sono diventate. Lettura piacevole e densa di notizie storiche e curiosità. Speriamo presto di leggere nuove avvenure coloniali del simpatico capitano Garofalo.

Daniele Cellamare è nato nel 1952 e si è laureato in Scienze Politiche all’università LUISS. È docente presso la Sapienza di Roma e il Centro Alti Studi della Difesa. Autore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea, collabora con «Rivista Militare» e altre testate nazionali. Vive a Roma ed è appassionato di studi sulla storia militare. Ha pubblicato i romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona e Delitto a Dogali.

:: Thrilling Cities di Ian Fleming (La Nave di Teseo 2023) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2023 by

Per i fan di James Bond, il celebre 007 a servizio di Sua Maestà, e di riflesso del suo autore Ian Fleming, il mondo è sempre stato un luogo da esplorare dalle auto di lusso, dalle finestre dei più grandi alberghi, tra gli smoking e le tenute eleganti delle signore sedute ai tavoli dei più famosi Casinò. James Bond è un giramondo, ama il lusso, il fascino dell’esotico, le belle donne, l’avventura e l’ignoto per cui sì lo ritroviamo nelle pagine di Thrilling Cities, edito da La Nave di Teseo e tradotto da Andrea Carlo Cappi, che raccoglie una serie di articoli scritti da Ian Fleming per il “Sunday Times” tra il 1959 e il 1960. Quando al direttore del giornale Leonard Russell venne l’idea di mandare in giro per il mondo lo stesso Ian Fleming a caccia del cosidetto colore locale non immaginava che i reportage turistico vacanzieri di lusso si sarebbero trasformati in un saggio composito sul cuore stesso dello spirito narrativo di questo autore così amato. I viaggi furono due: il primo in Estremo Oriente che iniziò con Hong Kong, per poi arrivare a Macao, e Tokyo e negli Stati Uniti dove visitò Honolulu, Los Angeles, Las Vegas, Chicago, e infine New York. Poi dato che la cosa si rivelò un successo seguì il secondo viaggio in Europa, dove visitò Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Napoli, e Montecarlo. Con il suo stile ironico e vivace in ogni tappa seppe cogliere l’essenza di quello spirito cosmopolita che sia caratterizzava il personaggio da lui creato che se stesso, un viveur se vogliamo, amante del lusso, dei passatempi costosi, delle belle donne, del buon wiskey e del tabacco pregiato. In ogni tappa qualche infiltrato del giornale gli fece da cicerone e lo portò in giro a vedere i luoghi più caratteristici e singolari, a volte anche pericolosi. C’è poco da dire i reportage sono splendidi, divertenti e pieni di quel brio e aplomb tutto britannico che caratterizza gli inglesi all’estero. Ci si diverte leggendo Thrilling Cities, si riflette su un mondo scomparso che ancora vive in queste pagine intrise ogni tanto di sulfurea e mordace ironia. Allora viaggiare era davvero un privilegio per pochi, un lusso costoso, oggi che il turismo è per lo più uno sport di massa forse si è un po’ persa questa dimensione elitaria, ma viaggiare con tutti i confort resta ancora un’attività per pochi, non per tutti, pur tuttavia sfogliando queste pagine si gode almeno il lusso di un punto di vista privilegiato, perchè intelligenza e arguzia sono privilegi ancora più rari.

Ian Fleming (1908-1964) è il creatore di James Bond, il più famoso agente segreto della storia della letteratura e del cinema. Dopo gli inizi come inviato dell’agenzia Reuters a Mosca e una breve esperienza da broker nella City, allo scoppio della seconda guerra mondiale Fleming entra nei servizi segreti della Marina britannica. Finita la guerra, nel 1946, passa a organizzare i servizi esteri del gruppo “Sunday Times”. Nel 1953 pubblica il romanzo Casino Royale, che fa conoscere al mondo James Bond. Il libro ha un successo immediato e folgorante: la prima tiratura va esaurita in meno di un mese. Nei dodici anni successivi, Fleming scrive altri 11 romanzi e 9 racconti con protagonista l’agente 007, tra cui Dalla Russia con amore, Il Dottor No e Goldfinger. Da allora, i romanzi di James Bond hanno venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo e hanno ispirato la celebre serie di film, aperta nel 1962 da Agente 007 – Licenza di uccidere, con Sean Connery nei panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà.


:: Le regine della Belle Époque di Mariangela Camocardi (Delos Digital, 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2023 by

Tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale assistiamo a un periodo particolare della storia che va sotto il nome di Belle Époque. Fu un periodo magico, frizzante, la gioia di vivere venne eletta ad arte del vivere e in questo periodo particolare alcune donne uscendo dai ruoli tradizionali di mogli e di madri hanno acquistato notorietà per meriti artistici, culturali, e per la capacità di affascinare le folle. Le chiamavano sciantose anche se perlopiù cambiavano nome e sceglievano nomi francesi essendo la Ville Lumiere il centro di questo movimento culturale. Cosa le accomunava? La straordinaria bellezza sicuramente ma non solo. La verve, l’intelligenza, la spregiudicatezza. Nobili, cantanti, attrici, avventuriere, spie, indipendenti, libere, volitive, seducenti hanno dato vita a un periodo frizzante e felice, facendo parlare di sè per disinvoltura sessuale, acume intellettuale e per aver infranto le rigide regole dell’etichetta e della condizione femminile in genere. Le donne da sempre relegate ai margini della società, al massimo famose all’ombra di un marito famoso, durante la Belle Époque hanno invece acquisito un ruolo per se stesse, per le proprie doti individuali fuori dai canoni. Mariangela Camocardi in questo breve saggio Le regine della Belle Époque edito da Delos Digital ci presenta una gallerie sia delle più famose che di quelle più dimenticate così veniamo a conoscenza di particolari curiosi della vita della Bella Otero, o di Mata Hari, ma anche di Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, fino a Luisa Casati o Alice Edmondstone, la favorita del Re d’Inghilterra, ava addirittura di Camilla Parker Bowels. Celebre la battuta che si scambiarono lei e Carlo al primo incontro. Tante curiosità, tanti aneddoti, tanti spunti di ricerca e foto bellissime che richiamano alla perfezione il fascino che incarnavano queste donne straordinarie sebbene la morale dell’epoca bollasse alcuni loro comportamenti come spregio al pudore. Ma nulla le fermò solo la guerra che spazzò via con il rombo terrificante dei cannoni quell’atmosfera lieve e disincantata che le aveva permesso di esistere. Ma il germe dell’indipendenza era ormai nell’aria e avrebbe consentito negli anni seguenti le prime lotte politiche e le rivendicazioni sociali che tutt’ora permettono alle donne di percorrere la difficile strada verso l’emancipazione.

Mariangela Camocardi ha pubblicato oltre 50 tra romanzi e racconti. Ama spaziare nei diversi generi della narrativa, con una predilezione per lo storico. Ha scritto storie horror, women’s fiction, romance, fiabe e commedia romantica. Tra i titoli più apprezzati Sogni di vetro, Tempesta d’amore, Il talismano della dea, La vita che ho sognato, Lo scorpione d’oro, Un segreto tra noi, Nessuna più, antologia contro il femminicidio il cui ricavato è stato interamente devoluto al Telefono Rosa come concreto aiuto per le donne vittime di violenza. L’autrice è stata direttore della rivista Romance Magazine, collabora con riviste a diffusione nazionale ed è una delle socie fondatrici di EWWA (European Writing Women Association).

:: Un tenace combattente purtroppo dimenticato: GIOVANNI MILLIMAGGI ANTIFASCISTA E COMUNISTA LIBERTARIO DI SICILIA a cura di Antonio Catalfamo

24 novembre 2023 by

Affrontò con coraggio il confino e il carcere. Si batté per una Sicilia indipendente e ispirata ai principi del comunismo

Il revisionismo storico, oggi dominante in Italia, opera subdolamente a vari livelli. Finché può, fa cadere nell’oblio assoluto i personaggi scomodi. Quando ciò non è più possibile, dà un’interpretazione deformante del loro pensiero e della loro azione, cerca di renderli funzionali al sistema, di fagocitarli, di metabolizzarli, attraverso una versione aggiornata di quella che Gramsci ebbe a definire «rivoluzione passiva». Una «rivoluzione senza rivoluzione», che consiste nell’assorbire tutte le spinte innovative, deformandole, privandole della loro carica rivoluzionaria, omologandole al potere e alla sua rete propagandistica, dando vita a quella che proprio Gramsci, con sottile ironia, chiamò «la notte in cui tutti i gatti sembrano bigi», creando un guazzabuglio, un inquinamento linguistico, un caos ideologico, in cui si può dire tutto e il contrario di tutto e il cittadino comune finisce per confondersi, per non capire più nulla, addirittura per rinunziare a capire. Il risultato è il buio totale, l’annichilimento delle coscienze, il nichilismo indotto, il fenomeno dei cervelli all’ammasso.

In questo clima inquinato, possiamo dire che, tutto sommato, Giovanni Millimaggi è stato “fortunato”. L’apparato “culturale” ed “ideologico” del sistema si è accontentato di ignorarlo, forse perché il suo pensiero e la sua azione, così ostili alla logica reazionaria, non sono omologabili ad esso, nella sua fase del «tecnofascismo», secondo la felice definizione di Pasolini, che in essa includeva anche certo antifascismo di comodo e di maniera, pur esso coinvolto nell’opera di omologazione all’ “ideologia” del potere, del capitalismo giunto nella sua fase “matura”, che potrebbe coincidere con la sua fine, oppure protrarsi per secoli, così come avvenne con la crisi dell’impero romano, che durò tanto a lungo da sconfinare nella follia di Caligola, che nominò senatore il proprio cavallo, e in quella di Nerone, che fece incendiare Roma per innalzare il suo canto, con grande sacrificio delle masse popolari.

Le epoche storiche durano finché non si afferma come forza antagonista una classe sociale e politica alternativa a quella imperante. E in questo momento il movimento operaio si trova in una fase di notevole difficoltà che gli impedisce di soppiantare al potere la borghesia, nonostante quest’ultima abbia esaurito la sua spinta propulsiva.

Ora un volume biografico, scritto dal nipote Daniele, dirada finalmente la cortina di silenzio che ha avvolto per decenni la figura di Giovanni Millimaggi. Il titolo è già significativo: Un uomo libero. La storia di Giovanni Millimaggi (Youcanprint, Lecce, 2020). Esso ci permette di ricostruire le varie tappe del pensiero e dell’azione del Nostro.

Giovanni Millimaggi nasce l’11 gennaio 1887 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nell’ambito di una famiglia benestante di proprietari terrieri, che, successivamente, si vede costretta, per vicissitudini finanziarie, a cedere i propri possedimenti, diffusi nel comune di Castroreale e in quelli limitrofi, per trasferirsi nel capoluogo. Qui il Nostro inizia l’attività di insegnante elementare e pubblica alcuni articoli di pedagogia su riviste specialistiche. Si accosta al pensiero socialista e collabora a vari periodici locali: «La Provincia socialista», «Germinal», «Il Canonico Mazza», accanto ad autorevoli esponenti del mondo politico e culturale del calibro di Concetto Marchesi, Gaetano Salvemini, Giovanni Pascoli, che ebbero esperienze di insegnamento all’Università di Messina, e Ludovico Fulci, deputato radicale al Parlamento nazionale.

Collabora altresì al periodico anarchico «Il Risveglio», che vanta tra i suoi collaboratori Piero Gori.

Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno all’interno del Partito socialista, si avvicina al Partito comunista d’Italia, pur non essendo iscritto, condividendone la prospettiva rivoluzionaria.

Nel 1925 consegue la laurea in Giurisprudenza, presso l’Università di Messina, e inizia a frequentare lo studio dell’avv. Luigi Fulci, docente di Diritto penale nello stesso ateneo. I due sono accomunati da una visione laica d’impronta positivista. Millimaggi si dedica intensamente alla professione di avvocato, ma le forze dell’ordine seguono i suoi movimenti, anche se alcune informative riservate rilevano che per il momento non svolge attività sovversiva, pur conservando le sue idee comuniste.

Il 24 marzo 1930, la Prefettura di Messina segnala che il Nostro si è trasferito a Milano, ove svolge l’attività di legale dell’Istituto Contenzioso Commerciale. A distanza di alcuni mesi, la Prefettura di Milano conferma il trasferimento di Millimaggi nel capoluogo lombardo e sottolinea che, nonostante la persistenza dei suoi ideali politici, non risulta che sia tra i capi del comunismo milanese. In realtà, egli prende contatto con gli ambienti antifascisti. Difatti, l’apparato poliziesco, sempre vigile, nel 1932 rileva il suo attivismo, lo cataloga, questa volta, tra i capi dei comunisti milanesi e riscontra il suo impegno come reclutatore di corrieri tra i fuoriusciti e gli antifascisti rimasti in patria.

Nel 1933, il commissario della Polizia politica, Renzo Mambrini, si infiltra nella rete antifascista clandestina. Riesce ad incontrare Millimaggi spacciandosi probabilmente per un collega avvocato. In una relazione riferisce che il Nostro, nel conversare con lui, utilizza spesso argomentazioni mediocri, finge di avere idee confuse sul comunismo, sospettando la falsa identità del suo interlocutore, ma in realtà è «persona dotata di facile eloquio, di buona cultura giuridica». Il commissario Mambrini lo cataloga, dunque, come «un sovversivo a tendenze comuniste» (p. 49).

Il cerchio della polizia si stringe, dunque, intorno a Giovanni Millimaggi. Si arriva all’epilogo a fine aprile 1933. Da lì a poco scatta la trappola. Egli viene arrestato mentre, assieme ad alcuni compagni, si appresta a fare le prove per una trasmissione radio di propaganda antifascista da effettuarsi in occasione della ricorrenza del Primo Maggio, che il regime fascista aveva abolito come festa dei lavoratori, sostituendola con uno rispolverato e fittizio Natale di Roma, coincidente con la fondazione leggendaria della Capitale, nel 753 a. C. Il discorso celebrativo avrebbe dovuto leggerlo proprio Giovanni Millimaggi. Quest’ultimo, tratto in arresto con gli altri, viene condotto nel carcere milanese di San Vittore e sottoposto a duri interrogatori, in cui viene minacciato di morte con una rivoltella puntata alla tempia, in una sorta di roulette russa. Ma le minacce e le violenze degli aguzzini non piegano la sua fede. Così, con ordinanza della Commissione provinciale del 28 luglio 1933, Millimaggi viene assegnato al confino di Ponza con la seguente motivazione: «Organizzazione comunista: tentativo di impiantare una radio trasmittente per lanciare un messaggio in occasione del 1° maggio» (p. 60).

Giunto a destinazione, viene accompagnato in un camerone, che funge da alloggio per i confinati, in cui sono allineati come giacigli pagliericci infestati da cimici e altri parassiti. Millimaggi, assieme ai compagni, cerca di adattarsi alle condizioni confinarie. Vengono organizzati gruppi di studio, nei quali ognuno tiene lezioni in base alle proprie competenze per materia. Ben presto, però, questa attività viene vietata dalle autorità, perché considerata strumento di diffusione e perfezionamento delle idee sovversive, soprattutto a beneficio dei meno scolarizzati, che avevano l’occasione di formarsi politicamente e culturalmente all’ «università del carcere», secondo la definizione ironica (ed autoironica) di Gian Carlo Pajetta. Anche la richiesta di Millimaggi di dare lezioni private ai bambini del luogo, in quanto già insegnante elementare, viene rifiutata.

Il Nostro prende contatti con i confinati comunisti, organizzati in una struttura politica che a lui sembra troppo rigida: il Comitato Direttivo. In un primo momento viene ammesso ad una struttura collaterale, che raggruppa i «simpatizzanti», ma ben presto si allontana anche da questa, costituendo un gruppo di confinati che, pur vicini al Partito comunista, rivendicano la loro autonomia di giudizio e mantengono aperto il confronto anche con confinati di altre idee politiche, soprattutto di ispirazione anarchica (ma non solo).

In Millimaggi prevale la componente libertaria, che contrassegna la sua visione del comunismo, comportando il ripudio di ogni dogmatismo ideologico e di ogni rigidità organizzativa, imperniata sul concetto di «centralismo democratico». Perciò egli si confronta con dirigenti del Partito comunista italiano del calibro di Giorgio Amendola, ma è geloso della propria autonomia.

Nel febbraio del 1934, Millimaggi ottiene il ricongiungimento della famiglia a Ponza. Egli si rivela ben presto un confinato riottoso, classificato tra gli irriducibili. Partecipa ad alcune forme estreme di protesta, come quella contro il sequestro della corrispondenza non proveniente da familiari molto stretti. Scoppia così lo sciopero della corrispondenza. Millimaggi viene considerato tra i partecipanti «più pericolosi» (p. 70), assieme a Giorgio Amendola e ad altri esponenti di spicco dell’antifascismo confinario. La protesta sembra ottenere qualche risultato positivo, ma ordini tassativi dall’alto impongono alle autorità locali di non cedere ai rivoltosi. Un telegramma proveniente dal Ministero ordina l’arresto di tutti i partecipanti alla protesta (circa un centinaio).

Giovanni Millimaggi è, inoltre, destinatario di un ordine personale di arresto per non aver ottemperato agli obblighi del confino, in quanto, il 31 ottobre del 1933, «non rispondeva all’appello delle ore 11» (p. 71). Viene assolto da questa imputazione per insufficienza di prove. Seguono altre proteste dei confinati, determinate dal sopravvenuto divieto di prendere camere in affitto dai residenti locali e di gestire mense comuni, che vengono affidate d’imperio alla Direzione confinaria.

Nel 1935 Millimaggi viene arrestato per aver partecipato ad una protesta collettiva di 300 confinati e trasferito al carcere napoletano di Poggioreale per il processo. Anche qui le brande sono infestate da parassiti. Il Nostro viene condannato a 12 mesi. La pena viene successivamente ridotta a 8 mesi.

Il 26 ottobre 1935 Millimaggi rientra a Ponza e ottiene il ricongiungimento della famiglia. Si rinsalda l’amicizia con Giorgio Amendola, che gli presenta Sandro Pertini. Il rapporto d’amicizia si estende alle famiglie. Maria Cristina Millimaggi, moglie di Giovanni, e Germaine Amendola, moglie di Giorgio, si frequentano anch’esse.

Il 29 dicembre 1936 Giovanni Millimaggi, mentre si trova a Messina, dove viene accompagnato per far visita alla figlia maggiore, gravemente ammalata, viene raggiunto dalla comunicazione che ha finito di espiare il confino inflittogli nel 1933. Ma viene inserito nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze.

A Messina il Nostro riprende l’esercizio della professione di avvocato e i contatti con gli amici antifascisti. Partecipa alle loro riunioni clandestine. In occasione della visita del duce in città, Millimaggi viene condotto cautelativamente in carcere, come prevede la normativa precauzionale che lo riguarda.

Le sue disavventure non finiscono qui. Il 16 giugno 1937 egli viene accusato di attività disfattista e di aver festeggiato il Primo Maggio. Dopo essere stato trasferito nelle carceri cittadine, viene assegnato ad altri quattro anni di confino a Ponza, dove arriva il 4 agosto. Nel 1938 viene accusato nuovamente di aver festeggiato il Primo Maggio e condannato a due mesi di reclusione da scontare nel carcere mandamentale dell’isola.

Il 30 settembre 1938 Millimaggi viene trasferito da Ponza ad Amantea, in Calabria. Anche qui viene raggiunto dalla famiglia. Egli fa propaganda contro la guerra, scoppiata nel 1939, e viene trasferito a Spezzano della Sila. Qui abita nella villa messa a disposizione sua e della famiglia dall’avvocato Fausto Gullo, antifascista calabrese, già deputato nel 1924, la cui elezione venne revocata dal fascismo, e, nel secondo dopoguerra, più volte eletto in Parlamento e nominato anche ministro, varando importanti riforme a favore dei contadini.

Per altri atti di disobbedienza e per scontri con le autorità confinarie, determinati da provocazioni delle stesse nei confronti suoi e di familiari, il 10 ottobre 1940 viene trasferito a Carolei, che rappresenta il periodo di regime confinario più duro per lui, a causa della sua propaganda palese contro la guerra e le sue conseguenze disastrose per il popolo italiano.

L’effetto inevitabile di questo comportamento oltraggioso nei confronti del regime è l’ennesimo trasferimento, questa volta a Venosa, in Basilicata.

Il 15 giugno 1941, in coincidenza con la fine di assegnazione al confino, egli viene prima trattenuto a Venosa come «internato» e poi trasferito, nel 1942, come «sovversivo pericoloso», a Lagonegro (p. 123), sempre in Basilicata. Alla fine dello stesso anno, viene autorizzato a tornare a Messina con il resto della famiglia. Intanto, le condizioni di salute della moglie Maria Cristina si sono aggravate, tanto da determinarne la morte.

L’ulteriore trasferimento previsto a Ventotene, il 22 gennaio 1943, viene revocato, a causa dell’età avanzata, e Millimaggi viene immediatamente liberato, anche se pesa ancora a suo carico un provvedimento di ammonimento.

L’attività intellettuale e politica di Giovanni Millimaggi continua instancabile. Riprende l’attività forense, alla quale affianca quella di docente di Diritto presso l’Istituto Nautico «Caio Duilio» della città.

Egli si accosta da comunista alle idee indipendentiste. Nel marzo del 1943 i figli Libero e Spartaco danno vita al «Movimento Sicilia Libera», d’ispirazione antifascista e repubblicana, che, differenziandosi dal separatismo, prospetta l’ipotesi di una Sicilia indipendente all’interno di una confederazione di Stati. Al movimento, oltre a Giovanni Millimaggi, aderiscono personaggi di spicco della politica messinese, come Umberto Fiore, anch’egli antifascista e comunista. Ma il raggruppamento politico si presenta composito, a causa delle diverse idee politiche dei partecipanti, e, conseguentemente, frammentato. L’idea comune di una Sicilia indipendente, evidentemente, non basta come cemento unitario. Inoltre, esso viene ostacolato dagli anglo-americani, che entrano in Sicilia nel luglio del 1943 e che, dopo aver pensato di esercitare un protettorato speciale sull’isola o, addirittura, ad un’annessione, come cinquantunesima stella degli Stati Uniti, con il sostegno, neanche tanto paludato, della mafia, che favorisce il loro sbarco, si convertono all’idea dell’accorpamento della Sicilia allo Stato italiano, in un rapporto di vassallaggio nei confronti del padrone d’oltreoceano.

Il «Movimento Sicilia Libera» è costretto, dunque, a sciogliersi. Nel 1944 Giovanni Millimaggi fonda il Partito comunista siciliano, che pubblica, il 1° gennaio dello stesso anno, un numero unico, «L’Indipendenza Siciliana», che enuncia il programma: «quello del popolo siciliano che vuole decidere il proprio destino» (p. 130). Questo programma viene ulteriormente precisato in un documento emesso in occasione della visita a Messina della Commissione Centrale Sovietica, che il gruppo dirigente del Partito comunista siciliano non può incontrare, a causa del veto posto dal Partito comunista italiano, rappresentato da Umberto Fiore.

Si legge in questo documento programmatico: «I comunisti siciliani lavorano per la costituzione di una Repubblica siciliana indipendente e democratica, la quale permetta la formazione, con lo sviluppo industriale dell’isola, di un proletariato allineato con il proletariato internazionale per le comuni lotte, le comuni conquiste» (p. 131).

Successivamente il Partito comunista siciliano confluisce nel MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), fondato da Andrea Finocchiaro Aprile, avvocato, giurista, docente universitario di Storia del diritto, già sottosegretario del governo Nitti, eletto parlamentare all’Assemblea Costituente.

Giovanni Millimaggi ricopre un ruolo di rilievo nel MIS, tanto che nel primo Congresso Nazionale, svoltosi a Taormina il 20 ottobre 1944, che definisce le linee guida del movimento, si vede assegnata una delle relazioni centrali sul tema: «Organizzazioni economiche e proletarie aderenti al movimento» (p. 133).

Nel 1946 il Partito comunista siciliano si scioglie e molti dei suoi componenti rientrano nelle file del Pci messinese, iscrivendosi soprattutto alla sezione «Antonio Gramsci», una delle più attive della città dello Stretto.

Giovanni Millimaggi, alle elezioni amministrative dello stesso anno, viene eletto consigliere comunale proprio nelle liste del Pci che, con 7.582 voti, ottiene il 15,36% dei suffragi, collocandosi al quarto posto, dopo l’exploit del Movimento dell’Uomo Qualunque (31% dei voti), i partiti conservatori (Pli e Pdl) e la Democrazia cristiana.

Ben presto emergono, però, i contrasti di Millimaggi con il gruppo dirigente della federazione del Pci messinese che portano alla sua espulsione, assieme ad un altro consigliere comunale, nel maggio del 1947, motivata con l’accusa di «frazionismo». Ancora una volta, emerge la componente libertaria del pensiero comunista di Giovanni Millimaggi, che non può essere imbrigliata col «centralismo democratico», che diventa «centralismo burocratico», cioè asservimento del partito al volere di un gruppo di burocrati che si sostituiscono, come élite dominante, al corpo complessivo rappresentato dagli iscritti e dai simpatizzanti, che finiscono per essere privati di ogni potere decisionale.

Giovanni Millimaggi chiede invano un’inchiesta al vertice nazionale del partito sulla sua espulsione e sul modo di operare in generale del gruppo dirigente della federazione messinese, facendo leva sulla propria storia e sul proprio prestigio di vecchio combattente e perseguitato antifascista.

Così completa il suo mandato consiliare fuori dal partito. Muore una mattina di agosto del 1953. Al funerale partecipa una folla numerosa e commossa, che rende omaggio al combattente coraggioso e sempre coerente con le proprie idee di comunismo libertario.

Oggi non basta fermarsi al ricordo di una figura limpida che appartiene al passato. Molti spunti di riflessione ci vengono dal pensiero e dall’opera di Giovanni Millimaggi. Il suo libertarismo e il suo antidogmatismo ci offrono degli elementi per capire la crisi, prima, e il tracollo, poi, dei regimi comunisti dell’Est europeo, che sono stati vittime del burocratismo, dopo la grande fase ideale della rivoluzione, sotto la guida di Lenin e di Stalin, alla quale è seguita la rivincita dell’apparato burocratico, propiziata dall’avvento al potere, nello Stato sovietico e nel partito, di Krusciov, che ha tolto ogni slancio ideale al sistema comunista.

Anche la soluzione indipendentista prospettata da Giovanni Millimaggi merita di essere analizzata e discussa, senza pregiudizi, alla luce degli effetti nefasti del regionalismo burocratico che è prevalso di fatto, in quanto alla Costituzione formale si è sostituita una Costituzione materiale, che l’ha stravolta.

Giustamente Ludovico Geymonat (La civiltà come milizia, Città del Sole, Napoli, 2008) ha rilevato che lo stesso Togliatti ha contribuito a questo stravolgimento con l’amnistia, concessa come Guardasigilli nel governo di unità nazionale formatosi in Italia nell’immediato secondo dopoguerra, che ha lasciato al loro posto i burocrati dell’epoca fascista, che hanno perpetuato i loro metodi e i loro vizi.

Ma lo stesso impianto regionalista in sé è discutibile. Occorre domandarsi se non fosse stato meglio dare all’Italia, sin dall’inizio, un impianto federalista, come proposto da Carlo Cattaneo in contrapposizione a Cavour, che ha imposto l’unità d’Italia sotto il dominio sabaudo, annettendo il Meridione in condizioni di inferiorità.

Anche Gramsci era un convinto federalista, così come Emilio Lussu, Carlo Levi e Silvio Trentin. Naturalmente, costoro erano portavoce di un federalismo di stampo socialista, solidaristico, che nulla ha a che fare con il federalismo egoistico di Bossi e poi di Salvini, che viene portato avanti dopo che il Sud è stato dissanguato delle sue risorse dal Nord, dove l’industrializzazione si è fatta con i soldi di tutti, riservando al Meridione l’offa dell’assistenzialismo e il ruolo di mercato di sbocco dei prodotti industriali provenienti dalle regioni settentrionali e centrali. E allora il pensiero di Giovanni Millimaggi s’inserisce in questo filone fecondo della sinistra italiana, del comunismo e del socialismo non burocratizzati.

Va approfondita anche l’adesione del Partito comunista siciliano di Millimaggi al Movimento indipendentista siciliano di Andrea Finocchiaro Aprile. E’ un’immagine riduttiva e deformante quella che si offre dell’indipendentismo siciliano come succube della mafia. Esisteva una forte componente di sinistra del movimento, rappresentata da uomini come Antonio Canepa, docente universitario di dottrine politiche, capo dell’esercito separatista (Evis), morto in circostanze misteriose, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, non si sa fino a che punto casuale, come Antonino Varvaro, che poi sarà eletto all’Assemblea regionale siciliana nelle file del Pci, e come lo stesso Giovanni Millimaggi, le cui idee comuniste sono indiscutibili.

Persino Andrea Finocchiaro Aprile, in un discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 19 luglio 1946, delineò una prospettiva rivoluzionaria di tipo social-comunista per la Sicilia.

Il pensiero e l’opera di Giovanni Millimaggi sono, dunque, ancora fecondi e meritano di essere studiati ed approfonditi.

:: Tre libri per te

24 novembre 2023 by

Katowice, Bassa Slesia. Krystyna, poliziotta in pensione, conduce una vita monotona. A distanza di molti anni un avvenimento però continua a tormentarla: la scomparsa del fratello Romek, avvenuta durante una gita sui Monti Tatra nel 1963. Della sfortunata comitiva di cinque amici era tornato solo Jacek che, sospettato di aver causato la morte dei compagni, aveva fatto perdere le sue tracce. Un bel giorno Krystyna lo rivede e scopre che l’uomo ha assunto una nuova identità. Decidi di seguirlo e farlo confessare. Una protagonista caustica e lontana dagli stereotipi per un giallo coinvolgente che parla anche di vecchiaia, solitudine e famiglie che vanno in pezzi.

AnnaKańtoch (Katowice, 1976) tra le voci più eclettiche e talentuose della letteratura polacca contemporanea, è autrice di una vasta produzione narrativa che le è valsa numerosi premi. In Italia sono stati pubblicati Buio (Carbonio, 2020) e Gli incompiuti (Moscabianca Edizioni, 2023).    La primavera degli scomparsi , primo volume di una trilogia, ha ricevuto nel 2021 il Nagroda Wielkiego Kalibru come migliore romanzo poliziesco polacco.

Wenling, originaria della Cina, a Barcellona gestisce con il marito un centro estetico che è il cuore nevralgico del quartiere Gràcia. Una regista di documentari stravagante e curiosa, manicure dopo manicure, instaura con Wenling una profonda amicizia alimentata dai mille problemi di una società che continua a ostacolare l’integrazione ea favorire il pregiudizio.

Nata nel 1975 a Sabadell Gemma Ruiz Palà esordisce in narrativa nel 2016 con il best seller Argelagues . Nel 2020 pubblica il suo secondo romanzo, da Wenling , e nel 2022 vince il Premio Sant Jordi con Les nostres mares .

Ana trascorre ogni estate su un’isola della Dalmazia affidata alle cure della nonna Nada, ex partigiana di Tito, che proibisce alla nipote di parlare in tedesco, la lingua di suo padre, la lingua dell’Austria. Due lingue, due luoghi, un padre assente, una nonna ammirata e temuta, il fantasma della Seconda guerra mondiale: tutto questo compone il tessuto di un romanzo potente e mai scontato.

Nata a Zagabria nel 1973, Anna Baar dal 2012 pubblica racconti, saggi e poesie. Il colore della melagrana uscito nel 2015 è il suo primo romanzo. Nel 2022 ha ricevuto il Grosser Österreichischer Staatspreis, il più alto riconoscimento in ambito culturale in Austria.

:: Il rumore del ghiaccio di Peter May (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

24 novembre 2023 by

Scozia, Kinlochleven e Glasgow. Novembre 2051. In gaelico loch è lago, kin è testa. Da oltre sei anni la minuta giovane meteorologa Adele Addie Brodie, lunghi capelli castani e maliziosi occhi dolenti, vive in quel piccolo insediamento a un capo del Loch Leven, bacino glaciale sotto le alte montagne scozzesi Mamores; in mezzo alle tempeste di gelo gestisce varie piccole stazioni meteorologiche; si è sposata con il 30enne agente di polizia Robert Robbie Sinclair; risiedono appartati con il figlio Cameron. I cambiamenti climatici hanno ormai già prodotto il Grande Cambiamento: lì prima i punti dove la neve durava a lungo erano diventati sempre più rari, quasi scomparsi circa trenta anni addietro; ora sono ricomparsi e in aumento anche durante i mesi estivi, la neve alterna scioglimenti e ricongelamenti fino a diventare dura come il ghiaccio e impenetrabile alle temperature estive. Lei soffre di depressione e un giorno scopre addirittura un cadavere maschile a testa in giù e incastonato nel ghiaccio, urla. Non che il padre detective Cameron Cam Iain Brodie (aprile 1996) stia meglio a Glasgow: l’ecosistema metropolitano è parimenti sconvolto dalle acque e a lui è stata appena confermata una diagnosi di malattia terminale (cancro alla prostata, metastasi in espansione). Con la figlia non si sentono da tempo immemorabile: lei è fuggita lontano convinta che fosse lui a tradire la madre Mel morta suicida, mentre era esattamente il contrario. A Brodie propongono di andare a indagare sull’omicidio: prima rifiuta, poi decide d’improvviso di correre un’ultima volta incontro al proprio destino, lascia il bravo collega Tiny e parte per quelle aspre lande quasi spopolate. Affronterà un’intricata catena di uccisioni, la vittima era il giornalista Charles Younger e forse aveva scoperto qualcosa di “scottante” sul governo in carica.

Il nuovo bel romanzo dell’ottimo giornalista e scrittore scozzese Peter May (Glasgow, 1951) è ambientato tra circa trent’anni in mezzo ai ghiacci che potrebbero ricoprire quelle Highlands. La narrazione è quasi fissa su Cameron padre, colmo di ricordi e rimpianti, alternando il tempo al passato in terza persona nel 2051 e il tempo al presente in prima persona nel 2023 o nel 2040, talora in terza adesso su Addie. Si tratta insieme di un noir, un’indagine con molte sorprese e morti oltre a complessi risvolti politici e sociali (d’altra parte, le elezioni sono proprio imminenti), e di speculative fiction (cara a Margaret Atwood), la descrizione plausibile dei futuri effetti dei cambiamenti climatici antropici globali in corso su ecosistemi e migrazioni (sulla base degli scenari scientifici oggi lucidamente disponibili). L’ultima (saggia) trovata degli ecologisti è una replica della testimonianza resa davanti a un comitato del Senato statunitense dal famoso scienziato Carl Sagan nel 1985 (citato anche in esergo): “gli effetti dureranno più di una generazione…”! Tra qualche decennio le tecnologie saranno certo migliori e pervasive, con le macchine si potranno fare molte più cose; nel contempo, è probabile che mancheranno spesso beni essenziali, abiotici come l’elettricità e biotici come il diritto di restare o la libertà di movimento. Brodie ascolta i titoli in tv: “Le Nazioni Unite riferiscono che le guerre sull’immigrazione scoppiate in Nord Africa hanno raggiunto un punto di svolta. Il numero dei migranti sta per schiacciare le difese nazionali…” E Glasgow è sott’acqua. Quando si erano conosciuti Mel aveva detto a Brodie che il proprio nome era stato scelto dalla madre a causa di due delle Spice Girls, proponendo poi di chiamare la loro figlia come la cantante preferita: Adele. Birra, whisky, gin, qualsiasi cosa pur di alleviare un poco e per poco il dolore mentale (lì non c’è e forse non ci sarà il Varnelli).

Peter May è nato a Glasgow nel 1951. L’isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume della trilogia ambientata sull’isola di Lewis che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L’uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L’uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero, nel 2020 Lockdown, e nel 2023 Il rumore del ghiaccio. Nel 2018 per Einaudi è uscita nei Super ET la Trilogia dell’isola di Lewis.

:: Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini 2023) di Patrizia Debicke

23 novembre 2023 by

Vittorio Fabbri, un brillante trentenne uomo d’affari milanese, è molto legato per lavoro alla penisola iberica. Ma e soprattutto ama Salamanca: la splendida città universitaria, barocca e romana, dove ogni casa rappresenta quasi un monumento e ogni strada sembra voler celare l’arcano. Fabbri frequenta là un gruppo di giovani: Fernando, Javier, e soprattutto Miguel Angel, figlio di un ricco latifondista della zona, German Garcia, che allevava tori prima di cederli al suo principale rivale, Eleuterio Diaz Herrero, che gestiva la Plaza de Toros. Vittorio e Miguel Angel diventeranno buoni amici, si vedranno tutte le sere..
Sono i tempi ancora instabili, senza vere certezze, con la Spagna che sta appena uscendo dalla dittatura franchista. Miguel Angel è ossessionato dal sogno di diventare torero. Del loro gruppo di giovani fa parte anche una ragazza , Maite, che tutti corteggiano e vorrebbero, soprattutto Victor, ma lei è inquieta, ritrosa, sfuggente, si lascia solo desiderare. Quando un giovane sacerdote, Don Augustin, molto all’avanguardia, un trascinatore delle folle, verrà ritrovato per strada morto con una banderilla piantata nella schiena, e una testa di toro a coprirgli il volto, cominceranno i misteri e in un certo senso l’incubo che accompagnerà Victor per tutta la vita. Quell’omicidio gli farà perdere gli amici, un affare e un forse possibile amore con Maite. Chi ha ucciso il prete, don Agustin? La polizia indaga ma il caso verrà rapidamente messo da parte dal funzionario incaricato dell’indagine: qualcosa di poco chiaro da dimenticare prima possibile?
Certo è che tutti attorno a lui si muovono in modo strano. Potrebbero essere tutti colpevoli? Anche la sua amata Maite?
Vent’anni dopo, con il ricordo di Maite quasi diventato un’ossessione, l’ormai cinquantenne Vittorio, dopo avere chiuso l’ attività imprenditoriale che lo portava in giro nel mondo, tornerà a Salamanca per cercarla. Invano, nessuno sa ritrovarla e finirà con dover rientrare a Milano senza alcuna certezza. Là, incontrato un ex collega, Sergio Viganò, che riscopertosi innamorato della scrittura, in via Procaccini ha aperto una piccola libreria e creato una casa editrice. Vittorio si coinvolgerà emotivamente in quell’impresa, acquistando una parte delle quote societarie. La libreria di Viganò ha creato e ospita anche una specie di salotto letterario, di cui fa parte una strana donna, bella e interessante, Bianca.
Fabbri si lascia affascinare e se ne innamora, forse anche perché nei modi e nel comportamento gli ricorda il suo sogno spagnolo, Maite, e questo lo intriga profondamente. Anche Bianca come tutti gli altri assidui frequentatori del salotto letterario che si fanno chiamare “Tristeros” è un autrice.
Ma dopo poco tempo, uno scrittore , bravo e caro amico del libraio, Turchetti, verrà ritrovato morto, in casa sua, chiuso a chiave dall’interno. Un mistero della stanza chiusa, come quelli tanto celebrati dal giallo classico ? O potrebbe invece essersi trattato più semplicemente di un incidente? La polizia indaga, approfondisce. Viganò e Fabbri suggeriscono possibili sospetti, moventi, ciò nondimeno le loro parole non basteranno a fermare la falce della morte. Ferma là, in attesa ma pronta a colpire ancora e presto lo farà di nuovo, implacabile.
Nel frattempo Tormento, un libro scritto da Bianca, un vero polpettone, magari anche in virtù della macabra pubblicità scatenata intorno ai due morti che ruotavano intorno alla Libreria, va a ruba. Unico tangibile risultato, perché invece le indagini sui due amici defunti si arenano e Vittorio Fabbri resterà da solo in via Procaccini a gestire la libreria della quale aveva acquisito le quote.
Bianca che ora viaggia, è sempre lontana e brilla di luce propria e finalmente chiama Vittorio. Poi… Ma chi è Bianca veramente? Possibile che lei sia Maite? Non è forse che Maite è la Morte?
Ma il titolo dichiara: Est modus in rebus. Vi sono determinati confini…limiti oltre i quali non si può andare…
Nota sentenza di Orazio, cui fa seguito (Satire I, 1, vv. 106-107) sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum dunque confermiamo anche noi “v’è una misura nelle cose, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”. Sentenza ripetuta spesso per esprimere la necessità di una saggia moderazione e per richiamare al senso della misura…
E se invece Maite fosse l’apportatrice di Morte e quindi un’incontrollabile superamento dei limiti del modus in rebus?
Fulcro di Modus in rebus è il mistero che l’autore, attraverso la voce di Maite, l’amata del narratore, inaspettatamente ci rivela nel prologo. Ciò nondimeno il filo conduttore di tutta la trama è la tormentata fissazione del protagonista ,Vittorio Fabbri , per la Spagna, per Salamanca e soprattutto per lei la donna spagnola, Maite – sempre desiderata e mai forse realmente avuta . E a conti fatti anche e soprattutto per questo, tutte le parti narrative guardano al giallo, lo sfiorano , lo toccano e ci si avvicinano molto come per la storia del sacerdote misteriosamente assassinato (nella prima), quella delle morti di uno scrittore e del libraio alla testa di un circolo intellettuale misterioso e polemico (nella seconda), e soprattutto frutto di intuizione la terza. E ciò nondimeno forse non sarebbe questo il vero scopo del romanzo, in cui parrebbero soprattutto contare l’amore, la suadente nostalgia, ma anche l’amicizia, il tradimento della fiducia data , la necessità di aderenza culturale, e persino il bisogno di ritrovare il senso dell’esistenza nella quotidianità. Elementi che si mischiano e s’intrecciano con la percezione strisciante di impotenza e di angoscia del protagonista. Ma che rappresentano anche una molteplice dichiarazione d’amore per una donna, una città una terra e un mondo racchiusi dall’ideale di un passato.

Riccardo Ferrazzi vive a Milano. Ha pubblicato tre romanzi: Cipango! (Leone Editore, 2013), con cui ha vinto il Premio Fiorino d’argento 2015; N.B. Un teppista di successo (Arkadia, 2018); Il Caravaggio scomparso. Intrigo a Busto Arsizio (Golem Edizioni, 2021). Ha pubblicato anche un libro a quattro mani con Marino Magliani, Liguria, Spagna e altre scritture nomadi (Pellegrini, 2015) e due saggi: Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio. Breve discorso sul mito (Fusta, 2016) e Premonizioni (Oligo, 2023). Ha tradotto Mark Twain, Federico Garcia Lorca, Vicente Blasco Ibañez, Haroldo Conti e altri.

:: Libro delle bestemmie di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2023 by

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi miei!

Già Dante nel canto quattordicesimo dell’Inferno, nel terzo girone del VII Cerchio, pone, tra i violenti contro Dio, i bestemmiatori, la cui terribile punizione divina consiste nel giacere nudi su un sabbione infuocato su cui una pioggia eterna di fiocchi arroventatati cade senza posa per accrescere il dolore. Dante vi incontra il superbo Capaneo uno dei leggendari sette re che assediarono Tebe che osò con empie bestemmie offendere Giove. Ma tutti i dannati sono caratterizzati dalla bestemmia, violenta invettiva contro un Dio al quale molto probabilmente tutto al più non si crede o non lo si identifica con le religioni costituite. L’impotente grido verso una divinità crudele di cui non si capiscono né le leggi né il senso. E ogni bestemmia sembra essere un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui, il Dio eventuale a cui allude Cesare Pavese citato nell’epigrafe de Libro delle bestemmie la silloge poetica di Nicola Vacca edita da Marco Saya Edizioni. Un Dio che sembra nato dalla paura della morte di un uomo pavido e incoerente che non sapendo cosa ci sarà dopo l’altrove si costruisce un simulacro. Questo è il Dio a cui il poeta si oppone, un feticcio, un idolo, un’illusione a separare l’uomo dal nulla. Il poeta accusa Dio di tacere, l’offende per il suo silenzio, la sua aridità, la crudeltà che si annida nei cuori. Più che a Dio l’offesa del poeta è fatta alla moltitudine grigia dei devoti, accusati di avere paura della libertà, la cui vigliaccheria sembra guidarli verso idoli muti e freddi. Il poeta a differenza non pone in dubbio Dio, né il suo Cristo, a cui dedica versi di sofferta pietà come Eresia del Cristo velato. Si pone domande di bestemmia in bestemmia, ma ogni suo verso più che una bestemmia ci accosta al sacro con sofferta ribellione, la stessa ribellione che constatiamo in Padre David Maria Turoldo quando si accosta ai versi biblici di Giobbe, ribelle per eccellenza. Niente di nuovo sotto il sole dunque, la ribellione a Dio è già stata prevista e accetta perchè davvero la vita coi suoi orrori sembra porre Lui come capro espiatorio e infatti il Cristo sulla croce si è fatto peccato morto di una morte infame per attirare tutti i sui figli a sé. Chiudo questo mio commento con i versi stessi di Turoldo scritti poco prima di morire, lasciati sul comodino dell’ospedale.

“Benedico il Signore

che la mente m’ispira:

per questo immane

soffrire dei giusti,

per questo gioire

tante volte insperato,

per questo sperare di glorie

ogni giorno:

impossibile che sia il Nulla

l’estremo traguardo:

impossibile sarà pensarti

come realmente tu sei,

o mio Signore:

sconosciuto Iddio sei tu

la nostra unica sorte”.

Rosalia Messina ci racconta il suo “Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) A cura di Viviana Filippini

18 novembre 2023 by

“Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) è il nuovo romanzo di Rosalia Messina, un libro dove l’autrice ci porta alla scoperta del mondo delle due protagoniste Rosamaria e Annapaola, in un vero e proprio viaggio nel loro mondo quotidiano e in quei sentimenti che le avvicinano e le allontano nel cammino della vita. Ne abbiamo parlato con l’autrice Rosalia Massina

Come è nata la trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”? La trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”si è formata per approssimazioni successive. Il primo abbozzo era un romanzo epistolare sui generis, unidirezionale, cioè senza scambio di missive: è Rosamaria a scrivere lettere al resto del mondo, alla sorella, alla nipote e ad altri. In quella prima fase, i personaggi non erano ancora tutti presenti. È stato proprio grazie all’affacciarsi alla mia mente di altri personaggi che si sono sviluppati, attorno al nucleo iniziale, altri strati di narrazione. La trama non si riduce al conflitto fra due sorelle che non sono mai riuscite ad avere una comunicazione profonda. C’è anche la storia di Anita, che all’inizio era più schematica e si è via via arricchita sia in termini di spazio narrativo (di pagine in cui è lei il personaggio che campeggia), sia in termini di articolazione delle sue vicende e di intreccio con le vicende degli altri personaggi. Ci sono Fosco e Marika, con il loro peculiare modo di essere coppia; c’è Giorgio, con la sua dolorosissima vicenda personale. C’è la Sicilia e c’è la sicilitudine, quel peculiare modo di vivere i sentimenti, di abitare la città, di considerare il mare non solo un elemento del paesaggio ma una culla alla quale ciascuno sente di appartenere.

Tra le due sorelle c’è un legame, ma in realtà prevale il conflitto, perché accade questo?  Il legame non esclude il conflitto. L’affetto non garantisce una comunicazione autentica, anzi, spesso si ritiene di proteggere la relazione con i silenzi. Ma ciò che si tace esiste e resta a marcire da qualche parte, finché il malessere esplode. È quello che succede a Rosamaria e ad Annapaola.

Perché Ro agisce sempre come per farsi perdonare dalla sorella? Lascerei a coloro che leggeranno il libro la scoperta delle dinamiche del complesso rapporto fra le due sorelle, innanzitutto per non rivelare troppo della trama e in secondo luogo perché, se è vero che il conflitto familiare è uno dei temi importanti del romanzo, è anche vero che non è l’unico. Mi limiterei perciò a dire che da un lato c’è il senso di colpa di Rosamaria per essere distante e concentrata sulla sua attività di scrittrice, oltre che per essere una persona fortunata; dall’altro c’è l’invidia di Annapaola per tutto ciò che la sorella più dotata ha realizzato. Si tratta di un meccanismo che ho visto in funzione molte volte e in molti ambienti diversi, non solo in ambito familiare: a scuola, nel lavoro. Guai a non essere nello standard. E quanti guasti produce l’invidia.

Come è stato creare le due protagoniste Rosamaria e Annapaola con i loro caratteri, le sfaccettature, spigolosità umane e del cuore? Le caratteristiche psicologiche delle due protagoniste mi erano chiare fin dall’inizio, come pure quelle di Anita, amica e collaboratrice preziosa e fedele di Rosamaria, mentre tutti gli altri personaggi sono emersi a poco a poco dalla nebbia. Sono tre personaggi forti anche se lo sono in modi molto diversi. Ro è determinata nel raggiungimento dei suoi scopi, ha un suo senso di giustizia e, una volta intrapresa una via, non ha cedimenti. Annapaola ha la stessa determinazione della sorella ma la utilizza in modo diverso, in altre direzioni, sprecando molta energia nell’invidiare chi ha più di lei (non soltanto Rosamaria) e in altri conflitti sterili (come quello con la nuora, Marika); Anita ha la forza delle persone equilibrate, razionali ed è piena di dubbi sul proprio valore.

Il nipote Fosco e la segretaria Anita cosa rappresentano per Rosamaria? Fosco, nipote di Ro, assorbe molta della tenerezza di cui questa donna d’acciaio è capace. Non è l’unico, ma anche in questo caso preferisco non fare troppe rivelazioni e lasciare a chi leggerà il romanzo la scoperta dei legami che fanno capo a Rosamaria.  Anita è l’amica che resta vicina a Rosamaria nei momenti più difficili della sua esistenza; è la confidente, la depositaria dei suoi segreti; è la persona che per prima legge le opere in stesura. Ed è anche la destinataria di alcuni messaggi importanti che, pur non essendo veicolati da vere e proprie lettere, completano il ciclo delle missive di Rosamaria al resto del mondo. Oltre a chiudere il cerchio del suo rapporto con Anita, questi messaggi nella bottiglia rivelano alcuni aspetti di Rosamaria che ne definiscono il ritratto.

Qual è il personaggio della storia a cui è più affezionata e perché? Non è facile per me individuare un personaggio preferito di “Nulla d’importante tranne i sogni” . Sono affezionata a tutti per ragioni diverse. Sono tutti umani nelle loro differenti imperfezioni, nelle loro grandezze e nelle loro miserie. Mi è molto cara Giada, per esempio, la figlia minore di Annapaola, con la sua capacità spiazzante di dire verità scomode, di inchiodare tutti alle loro responsabilità, senza riguardi neppure per se stessa. Mi è molto cara Marika, la moglie di Fosco: introversa, fragile, ha dentro una forza che al momento giusto sa tirare fuori intervenendo in modo risolutivo nelle situazioni spinose.   

Quello invece che le ha creato maggiori difficoltà durante la scrittura?  Sto cercando di passare in rassegna tutti i personaggi del romanzo ma non ricordo particolari difficoltà di costruzione. Semmai, l’impegno maggiore è stato quello di trovare un equilibrio tra i ruoli di tutti, un giusto spazio per ognuno di loro. A tutti ho cercato di rendere giustizia evitando la divisione manichea tra buoni e cattivi, forti e deboli, generosi e avidi.

Nel romanzo il paesaggio siciliano può essere visto più come personaggio integrante della narrazione che come semplice sfondo scenografico? Sì, la Sicilia è qualcosa di più che un fondale, un’ambientazione o un paesaggio. La storia, per come l’ho immaginata e costruita, poteva svolgersi soltanto sull’isola. Non è soltanto questione di colori, profumi e sapori. È che certi dialoghi, le stesse lettere acuminate di Rosamaria, certi riti sociali possono essere credibili soltanto in Sicilia. Ho immaginato le scene in angoli precisi della città di Catania e della campagna acese. Nella mia mente quelle scene avevano la luce, la temperatura, i suoni di scene realmente accadute. Non nel senso che si tratta di fatti reali bensì nel senso che le ho scritte tenendo presenti visioni che avevano la consistenza dei ricordi o dei sogni, pur senza esserlo.

Per Rosamaria Mortillaro, detta Ro, la scrittura è importante. Per lei cosa rappresenta lo scrivere? Per me scrivere è una passione ma non ne ho fatto un mestiere, ho lavorato in tutt’altro settore e sono abbastanza soddisfatta della mia carriera di esordiente di lungo corso. Non è facile pubblicare per chi inizia a scrivere in età matura, soprattutto in un periodo storico come questo, in cui si producono moltissime opere letterarie ma, a quanto sembra, i lettori sono sempre in diminuzione. Il discorso sarebbe molto più complesso e mi rendo conto di avere semplificato molto. Certo, mi sarebbe piaciuto arrivare a pubblicare in gioventù ed essere una scrittrice professionista, cioè una che vive della sua scrittura. Per questa vita è andata com’è andata e preferisco concentrarmi su ciò che ho realizzato anziché sui rimpianti di ciò che non è stato.

Se dovessero fare un film, chi vedrebbe come attrici nei panni di Rosamaria e in quelli di Annapaola? Rosamaria la immagino con l’aspetto fisico di Laura Morante e la personalità di Monica Guerritore; per Annapaola vedrei Michela Cescon.