:: Recensione di La ragazza dai piedi di vetro di Ali Shaw a cura di Nicola Fabio Vitale

20 Maggio 2010 by

ragazza piedi vetro lightSaper cogliere l’attimo fuggente, un’impresa, spesso, difficile. Fermare il tempo che scorre, è impossibile. L’attimo fuggente molto spesso finisce per perdersi nello scorrere del tempo, una dura condanna anche quando ci sono motivi validi che impediscono di trovarsi al punto giusto nel momento giusto. Un appuntamento mancato che potrebbe essere ampiamente giustificato perché, molto semplicemente, bisogna ritrovarsi oppure scoprirsi. È la storia di Midas Crock, un giovane fotografo solitario, e Ida McLaird, una ragazza costretta a vivere una strana e dolorosa trasformazione. A volte diventa impossibile cogliere l’attimo fuggente perché il tempo, nel suo scorrere, trasforma ciò che ci circonda in un qualcosa che non ci appartiene più e, pur cercandola, non esiste una soluzione. È sufficiente scoprire questa sensazione per rendersi conto che non siamo padroni del nostro destino, o non la siamo quanto lo vorremmo perché, molto spesso, di fronte alle emozioni siamo fragili come il vetro e finiamo per essere vittime di noi stessi. La ragazza dai piedi di vetro è una favola triste che si sviluppa in un luogo immaginario, l’arcipelago di St. Hauda Land, svelando la storia di due giovani vite sullo sfondo di quelle di chi li ha preceduti. A volte per realizzare i propri sogni sarebbe necessario cogliere l’attimo, a volte verrebbe voglia di terminare con una frase ispirata dal titolo di una canzone dei Nirvana: Vieni come sei, sarò come mi vuoi, sarò come ero, sarò come sono.

Titolo: La ragazza dai piedi di vetro
Autore: Ali Shaw
Editore: Fazi Editore
Pagine: 352
Anno: 2010
Prezzo: 18,50 euro

:: Intervista a Renato Di Lorenzo

19 Maggio 2010 by

katarina leggeroBenvenuto Renato su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci di te, dove sei nato, i tuoi studi, la tua infanzia, i tuoi hobby.

Sono nato a Borgonovo Val Tidone, ai piedi dei colli piacentini, dove incomincia la più bella pianura del mondo; almeno lo era quando sono nato io, coi pioppi e i campi e l’odore della terra. C’erano le truppe tedesche in ritirata e i mongoli che violentavano donne  e bambini al passaggio; ma nell’ospedale c’era pace; sono nato a mezzogiorno con le campane che suonavano. Poi Genova, in un appartamento molto decoroso ma ancora senza riscaldamento, con una grande stufa di maiolica a carbone. Papà, ferroviere, al pomeriggio copiava libri universitari a macchina come secondo lavoro. Ricordo con piacere il Liceo Scientifico e la Facoltà di Ingegneria elettronica: le equazioni della matematica che disvelavano la struttura del mondo a me estasiato. 

Come ti seri avvicinato alla scrittura? C’è stato qualcuno all’inizio che ti ha particolarmente aiutato e indirizzato e che vorresti ringraziare?

Ho sempre letto; ero un ragazzino quando ho scoperto Hemingway, poi Steinback… anni dopo scrivevo manuali con tanta matematica per Il Sole 24 ORE e la mia editor, Angela Di Luciano, mi ha detto: “scrivi bene, perché non un romanzo?”; così è nato “L’Assalto”; ad Angela non piacque e non lo volle pubblicare però piacque a Stefano Magagnoli e lo comperò Mondadori.

UNA SPINA rossa fronte lightParlando del tuo esordio come è avvenuto il tuo percorso che ti ha portato alla pubblicazione? E’stato difficile trovare un editore?

Sono stato fortunato. “L’Assalto” è finito nelle mani di Magagnoli per caso e gli è piaciuto, però quasi sempre è molto difficile trovare un editore. Gli editori sono in genere personaggi abbastanza grigi, senza molta fantasia, preoccupati delle loro flatulenze e della retta dell’asilo e di tutto il resto: non sono personaggi straordinari. Giulio Einaudi e i suoi editors (Pavese, Vittorini…) sono morti da un pezzo.

Scrittore e giornalista, una vita dedicata alla scrittura. Parlaci del tuo lavoro di giornalista. Per quali giornali scrivi, di che ti occupi, più una passione o un lavoro?

Scrivo per lo più  per giornali finanziari, italiani e statunitensi, ma non è la mia attività principale anche se appassionante. Scrivere sulle riviste ti dà una grossa soddisfazione se sai smascherare le stupidaggini che dicono ogni giorno i governanti e i potenti incompetenti in TV. E non c’è che da scegliere.

Quali sono i tuoi maestri letterarari, gli autori che ami di più?

Fra i “vecchi” i grandi americani: Steinback, Sherwood Anderson…; fra i contemporanei i grandi americani: Eugenides, DeLillo… e poi i superclassici: Proust, Joyce…

GUAF come guad con internet lightParlaci della tua città, Genova. Cosa ami, cosa odi?

Ci ho passato quasi tutta la vita, a Genova, anche se non sono di famiglia genovese. Come faccio a non sentirmici a casa? E se in un posto ti ci senti a casa, quello è il “tuo” posto. E’ “superba”, Genova, nel senso che è bellissima (via Garibaldi merita da sola un viaggio). Ai genovesi voglio bene, ma sono di una prudenza folle. Brava gente però. Buona.

Insegni scrittura creativa e hai scritto un manuale di scrittura creativa: Smettetela di Piangervi Addosso: Scrivete un Bestseller (Gribaudo 2006). Quali sono in breve le regole per scrivere un libro di successo?

E’ una cosa molto complicata: questa è la prima regola. Se non hai fatto un sacco di fatica probabilmente hai scritto una porcheria. Occorre avere una grande idea e meditarci sopra finché non sei convinto che può reggere conflitti sovrumani e personaggi straordinari che facciano innamorare te prima che i lettori. Tennesse Williams diceva che non avebbe mai potuto scrivere di un protagonista che non lo eccitasse sessualmente. La seconda regola è non arrendersi mai quando dieci o più editori rifiutano il tuo manoscritto: riprova e nel frattempo scrivine uno migliore!

Che consigli daresti ad un autore esordiente? Rivolgersi agli editori a pagamento è un errore o una scelta vincente?

Solo i grandi editori che pagano te (non che sono pagati da te) mettono il tuo libro in bella evidenza nelle grandi librerie, e solo quello conta. D’altra parte nessun grande editore lo farà se il tuo libro non è un grande libro. Quindi il segreto è scrivere un grande libro.

Hai scritto una lunga serie di saggi di economia e finanza di grande successo per Il Sole 24 ORE che hanno venduto oltre 170.000 copie. Che bilancio hai tratto da questa esperienza?

Che si vende molto solo quello che si scrive avendo costruito una grande competenza. I miei manuali pieni di formule astruse vendono di più del 95% dei romanzi che entrano in libreria. Capita che una porcheria venda tanto; spesso i libri che hanno vinto un premio di grido lo sono; ma non ti puoi affidare al sedere: devi essere competente in ciò che scrivi, siano saggi sia letteratura. Studiare, studiare, studiare.

GUAF come guad in borsa lifìghtTra i libri che hai scritto quale è quello a cui sei più affezionato?

Il primo saggio, ovviamente: “Come Guadagnare in Borsa” e poi fra i romanzi “Katarina e il Pericolo della Neve” che ha pubblicato il mio amico Foschi; già lì, con anni di anticipo rispetto alla cornaca, narravo di ONLUS che riciclano denaro sporco; e Katarina è un personaggio straordinario (in my view), assolutemente affascinante (in my view).

Ci sono errori che hai commesso nella tua carrira, scelte difficili che oggi grazie all’esperienza ti spingerebbero ad agire diversamente?

Snobbare gli editori, non far parte di nessun circolo, non aver preso la tessera di un Partito che sa piazzarti immediatamente sia con l’editore giusto sia farti andare in TV per presentare il tuo libro… sono tutti errori che ho commesso… ma che rifarei comunque.

Che rapporto hai con la critica? Quale recensione ti ha fatto più felice?

Ho un buon rapporto con la critica. Mi hanno fatto piacere le recensioni che non mi aspettavo, quelle spontanee, che nessuno ha so
llecitato, come quella di Bigazzi su Repubblica. Però è falso il mito che la critica ti fa vendere: la critica in sé non basta. Come non basta la pubblicità. Il segreto, come ho detto, è scrivere un grande libro. Questo è il problema.

Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Sto scrivendo un nuovo saggio finanziario importante e – spero: attendo una risposta – un altro saggio che mi appassiona, questa volta sulla struttura matematica del mondo. Inoltre… ebbene sì: sto scrivendo anche un nuovo romanzo, ma ho deciso di battere strade insieme vecchie e nuove: di darlo cioè in pasto a puntate (come faceva Dumas) direttamente al popolo di internet, scaricabile gratuitamente da chi ne sia incuriosito e se lo voglia leggere. Racconta di una ragazzina delle medie, Milla, che incontra un ragazzo più grande di lei. Entrambi in una certa misura sono “feriti”: Milla non si sa adattare alla disinvoltura – anche sessuale – delle sue coetanee, quindi è una bambina sola, e lui ha vissuto la sua infanzia in collegio ed ha conosciuto l’omosessualità claustrofobica che vige sovrana negli ambienti religiosi. Entrambi decidono di unire le loro “ferite” e di partire con solo un paio di mutande nelle loro sacche o poco più, con la 500 C color blu quasi nero di lui, e… il resto non lo so ancora (Sorride).
Il romanzo si trova su:
http://www.scribd.com/documents#all?sort=reads&sort_direction=descending&display_format=mix
Fammi gli auguri!

Recensione di Tutto da rifare di Giorgia Wurth a cura di Nicola Fabio Vitale

18 Maggio 2010 by
tuttadarifaregiorgiawurthIl libro tratta un argomento molto attuale e delicato, quello di giovani ragazze che non si accettano fisicamente e decidono di ricorrere alla chirurgia estetica. Chi inizia la lettura di questo libro immagina e spera di poter capire almeno un po’ delle sensazioni e dei motivi che vanno oltre la semplice vanità. Perché molte ragazze non si accettano fisicamente e decidono di ricorrere a un intervento chirurgico? La loro malattia è l’aspetto esteriore o qualcos’altro? Procedendo nella lettura delle pagine di “Tutta da rifare”, il primo libro di Giorgia Wurth, si avverte, però, una sensazione strana, sembra di avere tra le mani un libro scritto da un maschio per i maschi. Un’opera che potrebbe essere intitolato “ Il diario di uno zerbino” oppure “Le cronache di uno sfigato”. La storia di un ragazzo che osserva le vicende della sua amica ma che descrive in maniera molto semplice e lineare le sue sensazioni, quelle di un bambino che non riesce a liberarsi dall’ossessione del suo primo amore. Una persona innamorata disperatamente, che farebbe di tutto per essere ricambiato ma tutto è inutile. Rimane fino alla fine il mistero principale, perché Sole è ossessionata dalla chirurgia estetica? La risposta arriva in modo drammatico e molto emozionante alla fine, quando la protagonista femminile decide di svuotarsi definitivamente di tutti i tormenti che la perseguitavano fin da piccolissima, quando cerca di prendere per mano quella bambina che, in riva al mare, piange e sorride. Quando capisce che in quel momento c’è il tutto e il niente che hanno caratterizzato la sua esistenza sciagurata, quando l’unica persona in grado di salvarla è arrivato, suo malgrado, in ritardo.

Titolo: Tutta da rifare.
Autore: Giorgia Wurth
Editore: Fazi Editore
Anno: 2010
Prezzo: 16,00
Pagine: 176

::Recensione di Appello Mortale di Rocco Ballacchino

17 Maggio 2010 by

Il torinese Andrea Corioni è un professore di matematica, un uomo dalla vita tranquilla, schematica, assorbito da un susseguirsi di giorni in cui si alternano lezioni a scuola e solitarie serate a casa. Poi accade l’imprevedibile, viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata.
L’amico Ugo gli annuncia che Giovanni Corsi un loro ex compagno di scuola è stato assasinato nel suo appartamento e probabilmente conosceva l’assassino. Non si tratta di un omicidio a scopo di rapina poiché non è scomparso niente a casa della vittima più che altro sembra che sia stato giustiziato.
Andrea a malapena si ricorda il volto di Giovanni, ma è l’occasione per fare un salto nel passato per riesumare da scatoloni impolverati i vecchi diari delle scuole medie.
Ma non è tutto.
Giovanni non è il primo dei loro ex compagni a morire in circostanze alquanto sospette. Ugo gli parla di una maledizione, del fatto che ormai sono rimasti solo dodici alunni su quindici di quell’antica classe.
Come nel celeberrimo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie gli alunni iniziano infatti a morire uno ad uno e Ugo e Andrea si trovano costretti, anche per salvare le proprire vite, ad improvvisarsi detective per fermare il diabolico piano dell’assassino.
Appello mortale- Sfida dal passato è un breve giallo strutturato come un’enigma ad incastri dove i delitti si svolgono in un ambiente circoscritto e l’assassino e presumibilmente uno del gruppo come nella migliore tradizione classica in cui detectives dilettanti si mettono sulle tracce dell’assasino, svelandone nel finale il movente, e riportando l’equilibrio.
La concatenazione dei fatti è estremamente consequenziale, logica e rigorosa, non da spazio a sbavature e la suspance è accresciuta dalla scarsità di tempo e dal susseguirsi repentino degli aventi.
Secondo lavoro del torinese Rocco Ballacchino, Appello mortale denota una grande cura per i particolari e una buona dose di ironia. Più complicato del precedente, non disdegna una certa analisi psicologica dei personaggi e soprattutto dell’assassino che fino all’ultimo agisce indisturbato consumando la sua vendetta e solo nelle ultime pagine se ne capirà il motivo.

:: Acquaragia di Stefano Domenichini

17 Maggio 2010 by

copertinaAcquaragiaDal 19 maggio in Libreria

A volte, le cose che sembrano complicate sono in realtà semplici e una buona organizzazione permette di raggiungere risultati insperati.

Luigi Bernardi, Amore e altre passioni

Perché i piccioni si appoggiano sul davanzale e guardano in casa? E cosa succederebbe se, per una volta, a Pasqua, Cristo decidesse di non risorgere? E se mettessimo una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d'America?
 
Divisa in tre parti, quasi a segnare altrettante tappe della crescita che vanno dall'infanzia alla maturità, la raccolta di racconti offre una serie di vicende e personaggi irresistibili: c'è un certo Orlando che, tra nevrosi e farmaci, non si è ancora rassegnato ad aver perso la sua Angelica; c'è una «biografia non autorizzata del dottor Gibaud» che mette in relazione quest'ultimo con la crisi economica; c'è una storia d'amore tra bambini, una partita a calcio organizzata da Dio, un'improbabile detective-story con un investigatore ingaggiato per tener d'occhio dei cartelli in autostrada.

Stefano Domenichini si dimostra capace di spaziare dalla descrizione sarcastica della realtà al racconto più surreale, scegliendo una scrittura pregna di umorismo, spavalda, vivace e leggera, con immagini brillanti e scatti di pura ilarità. Con questo, non rinuncia però a momenti suggestivi, episodi toccanti e passaggi nei quali è il divertimento stesso a rivelare una profondità inaspettata.
Un libro ricco di trovate, in cui gioco e piacere della narrazione raggiungono una felice sintesi: a rappresentare la voce dell'autore è infatti anche l'abilità con cui le pagine riescono a far convivere fantasia e ricordo, invenzione grottesca e verosimiglianza, all'insegna di un'ironia sempre elegante, con guizzi che ricordano da vicinol'umorismo anglosassone o quello ebraico, tra irrequietezza, nostalgia, scetticismo e gusto per l'assurdo.

Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.

Stefano Domenichini ACQUARAGIACollana Corsari // Perdisa Pop //euro 14,0 0 // pagine 208 //

:: Intervista ad Augusto Grandi

17 Maggio 2010 by

razzBenvenuto Augusto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Allora sei nato a Torino nel 1956, sei un giornalista, uno scrittore, ami la montagna; vuoi aggiungere qualcosa? Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Grazie a voi, innanzi tutto. Vista l’età devo fare un notevole sforzo di memoria.. Un’infanzia tipicamente borghese e subalpina. Con una scuola che era identica a quella di fine ‘800: leggevamo libri e racconti relativi agli studenti del secolo precedente e scoprivamo che non era cambiato nulla. Banchi con il calamaio incorporato, medaglie e premi, rispetto ed educazione. Anche l’educazione alla lettura, con libri come Cuore, ma anche tanta avventura, a partire da Salgari e poi Verne, passando per libri come Piccolo Alpino. Dalla Malesia alle nostre montagne. E poi le vacanze tipiche da bravo ragazzo torinese, tra il mare a Finale Ligure e la montagna in Valle d’Aosta, con le puntate in campagna, nel Delta del Po. A seguire liceo classico e una laurea in Lettere con indirizzo storico contemporaneo. Nel frattempo letture nuove, con un’attenzione particolare ai francesi. Da Maupassant a Sue, da Dumas a Hugo, poi Simenon, Céline, Sorel.

Prima di tutto sei un giornalista, sei redattore del quotidinao il Sole 24 ore come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d’Aosta. Quando hai iniziato a fare il giornalista? Più una passione o un lavoro? Cosa è cambiato dagli anni 70 ad oggi?

Ho iniziato per caso, all’inizio degli Anni 80. Un amico che lavorava a Radio Manila mi ha proposto di realizzare il giornale radio due mattine alla settimana. In quel periodo vivevo soprattutto in montagna, ad Ayas, dove lavoravo di sera come buttafuori in discoteca e di giorno sulle piste per le gare di sci. Ma in discoteca eravamo diventati esperti di pettegolezzo, quello che successivamente sarebbe diventato “giornalismo” da gossip. Indubbiamente all’inizio il giornalismo è stato accompagnato da grande passione: finalmente potevo raccontare la verità invece di limitarmi a leggere montagne di menzogne. Ora la passione si è trasformata in lavoro. Anche perché, negli anni, la professione è cambiata radicalmente, e non in meglio. C’era più voglia di scoprire la realtà, i retroscena. Più voglia di raccontare, di partecipare, di coinvolgere e di farsi coinvolgere. Molta più ideologia, indubbiamente, ma anche molti meno interessi economici a condizionare il lavoro. 

Pensi che il giornalismo televisivo con il suo impatto diciamo sensazionalistico, il suo linguaggio colloquiale, abbia cambiato anche quello della carta stampata?

Purtroppo sì. I giornali si riempiono di pagine sulle vicende sentimentali e private di attori, di cantanti, di comparse di un mondo irreale. I lettori, giustamente, puniscono questa informazione-immondizia e comprano sempre meno quotidiani. Ma editori e direttori se ne fregano, vanno avanti a passo di corsa verso il baratro. Quanto al linguaggio, è peggiorato e di molto. Ma forse è colpa soprattutto della scuola. “Te cosa fai?” dovrebbe essere inaccettabile in prima elementare, non solo nell’informazione telesiva. “Di questo se n’è parlato”, è da matita rossa in quinta elementare, invece lo ritroviamo tutti i giorni su quotidiani nazionali.

C’è stato qualche maestro da cui hai imparato molto, faccio dei nomi Indro Montanelli, Enzo Biagi, Oriana Fallaci?

Nessuno di loro. Giorgio Bocca, invece. Sia come giornalista sia come scrittore. Ovviamente non l’ultimo Bocca, livoroso e rancoroso, ma quello che è stato grande sino ad una quindicina di anni or sono. E poi, sicuramente, è stato importante il mio professore di italiano alle medie: è lui che mi ha insegnato a scrivere. Ma, professionalmente, devo molto anche al mio capo al Sole di Torino che mi ha spiegato i trucchi del mestiere. 

Raccontami un episodio bizzarro o divertente dei tuoi esordi, i primi tempi che frequentavi le redazioni dei giornali?

Più che divertente, preoccupante ma anche significativo. La prima volta che ho partecipato ad un importante convegno, per il Sole, non conoscevo nessuno. Eppure, appena entrato e prima ancora di presentarmi, il capo ufficio stampa di un grande gruppo mi ha salutato con un cordiale “Ciao Augusto”. Ho poi scoperto che quando un giornalista cominciava a lavorare per un quotidiano importante, veniva immediatamente schedato da appositi uffici. Con tutte le informazioni su curriculum, opinioni, provenienza e persino foto. Tanto per chiarire i livelli di controllo che esistevano in questo Paese.

Oltre che giornalista sei anche scrittore. Un mestiere apparentemente simile ma implica anche una struttura mentale molto diversa. Il giornalista innanzi tutto deve avere il culto della verità, dell’aderenza ai fatti, della testimonianza diretta, lo scrittore può creare, dare spazio alla fantasia. Ti senti più giornalista o scrittore?

Il primo libro è del 2000, dunque mi dovrei sentire molto più giornalista. Ma, ormai, è proprio nei libri che si ha la maggior possibilità  di raccontare la verità, più diretta nei saggi e solo poco trasformata dalla fantasia nei romanzi. Per cui preferisco l’attività di scrittore.

Quali libri leggevi da ragazzo? Quali sono stati i tuoi maestri letterari?

A parte gli autori francesi, di cui abbiamo parlato prima, da ragazzo ho letto di tutto, spesso a caso, senza un filone preciso. Dai classici europei sino a romanzacci americani di pessimo livello. Come formazione per la scrittura, comunque, i francesi hanno inciso di più. Per la formazione culturale e politica (sono un figlio del ’68) hanno avuto più peso altri autori, da Evola a Guenon, da Adriano Romualdi a Codreanu. Ma forse il libro che ha inciso di più è stato “La disintegrazione del sistema”, di Franco Freda.
 
Parlaci della tua Torino, che luoghi ami frequentare? E’ ancora una città industriale o la crisi la sta penalizzando cambiandone il suo volto?

Torino è  indubbiamente cambiata, e molto. Ma francamente non impazzisco di fronte alle legioni di turisti che sciamano per il centro per andare a vedere la Sindone o che affollano il Salone del Gusto. La mia Torino è quella che dall’asse di corso Francia –  dove sono nato, cresciuto e dove abito tutt’ora, con spostamenti di poche centinaia di metri in oltre 50 anni – arriva al Po passando per via Garibaldi. Mi piace cammianre su queste strade, possibilmente al mattino, prima che arrivi la folla. Amo il Po, soprattutto quando fa freddo e non c’è nessuno. Non frequento locali notturni. Mi piace mangiar bene e bere meglio, e in questo Torino è cresciuta molto. Vintage, Cambio, Marco Polo, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i locali più noti. E tra quelli meno famosi mi piace il Parlapà.
 
Ci sono errori che hai commesso nella tua carrira, scelte difficili che oggi grazie all’esperienza ti spingerebbero ad agire diveramente?

Errori? Sicuramente. Ma francamente non ne correggerei neppure uno, a parte quelli di un nome sbagliato o di una frase da agg
iungere o da togliere. Ho vissuto benissimo la mia carriera da giornalista, meglio di quanto mi aspettassi. Va bene così. Non cambio nulla.

Definiscimi il concetto di libertà. Pensi che in Italia la tanto dibattuta libertà di stampa esista o c’è molto opportunismo, asservimento ai poteri forti?

Innanzi tutto non credo alla verità oggettiva, tantomeno nell’informazione. Ciascuno ha esperienze che formano una sorta di lente deformante nella percezione della realtà. E questo a prescindere da una eventuale malafede. Si è spesso convinti di una realtà che il vicino vede in modo opposto. Libertà sarebbe comunque la possibilità di raccontare ciò che si è creduto di vedere. E raramente accade. In Italia la libertà di stampa è estremamente ridotta, ma non a causa dell’intervento dei poteri forti. Molto più semplicemente per vigliaccheria, per opportunismo. Si ha paura del potente di turno a cui, in genere, non frega assolutamente nulla di quello che viene scritto. È un’autocensura, non una censura. Si è più realisti del re. Ma indubbiamente, serve per la carriera interna. 

L’ultimo tuo libro Razz. Politici d’azzardo è un fortissimo atto d’accusa contro la classe politica italiana.Vuoi parlarcene? Quanta verità contiene?

Contiene solo verità, purtroppo. Il libro è stato ispirato da personaggi veri, da storie vere. Ambientato a Torino, ma avrei potuto collocarlo ovunque in Italia. In realtà l’atto di accusa non è solo nei confronti di una classe politica squallida più ancora che disonesta, ignorante, arrogante, priva di ideali. È la società italiana nel suo complesso che è così. Giornalisti, magistrati, imprenditori. I politici non nascono dal nulla ma sono espressione di un’Italia moralmente allo sfascio. 

Quanto incide il coraggio nella vita di un giornalista o di uno scrittore? Pensi di aver detto o fatto cose che in un certo senso ti hanno penalizzato. La diplomazia e l’opportunismo in senso buono sono doti da tener presente al giorno d’oggi?

Il coraggio dovrebbe essere la prima dote di un giornalista. Purtroppo è una merce sempre più rara. Indubbiamente ho pagato per certe scelte, per certe posizioni, per certe inchieste. Ma non rinnego nulla e non rimpiango nulla. E non vedo nessun senso buono per l’opportunismo. Credo che la società, non il giornalismo, avrebbe bisogno di maggior educazione, anche di quella sana ipocrisia piccolo borghese molto subalpina. Un sorriso, quando si tiene aperta la porta per far passare una persona più anziana o una signora, non costa nulla e migliora la qualità della vita di tutti. Ma nel giornalismo nessuna cortesia, solo la realtà. 

Ho letto un’ intervista che hai rilasciato a Giorgio Ballario in cui ti chiede il motivo per cui hai utilizzato un linguaggio così sgradevole e diciamolo pure volgare che ha scosso anche molti lettori. Pensi che se avessi usato un linguaggio più “castigato” avresti tradito il tuo intento di denuncia? O meglio esiste un intento di denuncia?

Esiste il disgusto, più ancora che la denuncia. E un linguaggio edulcorato non avrebbe reso bene lo squallore generale. Maleducazione, mancanza di fantasia, assenza di cultura sono le caratteristiche di questi personaggi. Assurdo trasformarla in un linguaggio castigato. Anche i termini volgari si ripetono, perché i personaggi non hanno neppure la vivacità che caratterizza un giornale come Il Vernacoliere. I protagonosti di Razz hanno un vocabolario estremamente limitato, sia che si tratti di parlare un italiano corretto sia quando si tratta di imprecare.

Che rapporto hai con la critica? Quale recensione ti ha fatto più felice?

Ritengo che la critica sia fondamentale. E che debba essere totalmente libera di esprimersi, di attaccare, di guidicare anche negativamente. Solo che quando si tratta di un collega giornalista, spesso le critiche sono più benevole, per una sorta di solidarietà quando non di pura amicizia. Ci si conosce e ci si promuove a vicenda. Per questo la recensione che mi ha fatto più piacere è stata quella dedicata dal Corriere della Sera a “Baci e Bastonate”, uno dei miei libri precedenti. Perché non conoscevo il collega che l’ha scritta e perché, quando gli ho scritto per ringraziarlo, mi ha assicurato che gli era piaciuto davvero e che l’aveva fatto leggere a suo figlio perché capisse cosa erano stati gli anni di piombo.

Che consigli daresti ai giovani che volessero intraprendere la carriera di giornalista o di scrittore?

Di essere onesto innanzi tutto con se stesso. Di leggere molto, di non aver paura di nulla e di nessuno. Di non inchinarsi mai di fronte ad un potente. E di non mollare.

Quale libro stai leggendo adesso, quello aperto sul classico comodino?

Inevitabilmente un francese, Claude Izner, L’assassino del Marais. Sto finendolo e dopo sarà il turno di Claude Izzo, Casino totale.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

Sto scrivendo un saggio, molto faticoso, sulla storia dell’economia italiana dall’Unità ad oggi. E due racconti da inserire in altrettante raccolte, una di gialli e l’altra di storia.

:: Recensione di I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin (Scrittura & Scritture 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2010 by

LeoniIn una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin,  scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora  a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.

I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin Scrittura & Scritture collana Catrame pagine 404, 2009, Euro 13,50.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova. Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per la lettura, si aggiunge la curiosità per la storia. Quando, con un racconto, vince un premio letterario, le viene il sospetto che forse può mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Così, mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, ha scritto Le righe nere della vendetta (2011) e Un sicario alla corte dei Gonzaga (2014), entrambi pubblicati da Scrittura & Scritture.

:: Recensione di Imbuti di Cristallo di Lucia Boni a cura di Barbara Pizzo

15 Maggio 2010 by

BARBIE3-emUn volumetto, minimo per dimensioni, atmosfere e sommovimenti, di parola e gesto elementari (si badi: non banali), minimali cromatismi. In bianco e nero sin dalla copertina, tra le pagine qua e là punteggiato ora dal rosso scarlatto e vivo del chicco di melagrana, dal verde-azzurro di un divano, appena accennati i gialli, Imbuti di cristallo consegna nella minuzia formale lo sguardo ampio di Lucia Boni, un sentire capace del piccolo ogni riverbero, di renderli nella scrittura, nuovamente concederli al lettore con quella delicatezza che trova la propria potenza nell’accordare lo spazio del respiro e di quello vivere. E lo dichiara:

foglietti
epistolario
pensieri di ogni giorno
minimi scrivo

Il piccolo su cui Lucia Boni si sofferma è quello della quotidianità condivisa, tra la dimensione più personale e quella domestica, familiare, in cui l’«io» si ritrae sempre in relazione a un «tu», anche eventualmente nella sua assenza, spesso a quello fondendosi, minuscoli entrambi, in un sentimento plurale e intimo [«la folla // noi siamo in due // – è “stolida infinità” / gorgo nel buco di un imbuto – // al cospetto con i suoi rumori / lei sorda muraglia (…)»]. E di questa prospettiva pare voler subito fornire la chiave una delle prime tra le numerose soglie che segnano la pubblicazione:

sole nell’ombra
due figure chiare
parlano fitto

Un succedersi di brani esili che non è una frantumaglia. Serbate tra la nota editoriale, la postfazione di Monica Pavani e i diversi eserghi, più che schegge (pur presenti, citate, come altrui, ma «di vuoto»), a parlare sono gocce di realtà colate (non filtrate, piuttosto lentamente fatte scorrere attraverso imbuti, appunto) e conservate in un volume come in uno di quei tanti barattoli di vetro o cristallo in cui ci si imbatte nello sfogliarlo. Un libro che come quei vasetti gioca con il proprio contenuto restituendone a chi lo guarda da fuori un’immagine parziale e tuttavia in grado di lasciare intuire ciò che si pone al di là del sensibile.

Trasparenze, riverberi, perfino un tintinnare che si fa musica ci arriva, di quei contenitori. L’autrice si sofferma e interroga sul loro pieno e vuoto, mutuandoli, entro la dimensione relazionale, nell’eterna dinamica tra presenza e assenza.

Barattoli, bottiglie (più in generale, anche, stoviglie), calici, clessidre, vasi, ampolle e alambicchi, addirittura lampi, di vetro. L’intera raccolta è segnata da una consistenza che si avvicina all’effimero, pur nutrendosi di una concretezza scaturita dalla registrazione di oggetti e dalle imprescindibili percezioni fisiche. Racconta di una realtà doppia, in cui fragilità potenziale e saldezza si fondono e si confondono, dove vitale è la capacità, nell’accezione dell’attitudine, materiale ed emotiva, al contenere liquidi e solidi, così come ciò che è l’altro da sé, l’esistere.

È forse il secondo dei componimenti dedicati al «fine pasto» che racchiude e più immediatamente restituisce l’essenza di questa raccolta in cui sull’aspetto più strettamente tecnico vince la bellezza delle immagini: «noi che siamo cristalli / su di una gamba sola / come gru trampolieri / sottile gamba / forte stabile / ferma / stiamo // brina calice / piccoli suoni tintinniamo / risate acuti / bordi appannati bevo // alla bocca di / vetro / le nostre impronte / pieghe di labbra / fragranze vaghe / di abboccate bevande / bionde di fulvi / o di rubini sensi e / là in fondo dove / inspessisce e si / riduce il cono / di trasparenze // là si rimescolano / ancora / liquidi / limpidi o fondi / e poi si rigoverna / acqua che scorre // restano i suoni / dei nostri nomi incisi / invisibili ai / più per noi indelebili // resta una storia».

Imbuti di cristallo di Lucia Boni La Carmelina edizioni, Ferrara 2009, pp79, Euro 8,00

:: Recensione di Opera sei di David Riva (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2010 by

Opera sei di David RivaFino a che punto può spingersi l’arte? Quali sono i confini che separano il lecito dall’illecito, la sete di gloria, di oro, il desiderio smodato di superare se stessi, di trascendere, di sconfinare al di là del possibile? Hao Myung è un chirurgo plastico cinese, un uomo pericoloso, un uomo che vuole trasformare il corpo umano in tante tragiche opere d’arte, forzandone i contorni, violentandone la natura, per accrescere la sua fama, il suo genio, per non avere limiti e imposizioni. Il suo progetto scellerato necessita di un appoggio, di finanziatori che diano concretezza ai suoi vaneggiamenti, di un mecenate, di una struttura che ne gestisca la logistica e Hao Myung è un uomo dannatamente fortunato e li trova, trova Metafisica, un’associazione internazionale che in cambio dell’esclusiva gli permette di creare la sua personale galleria d’arte o meglio dire galleria degli orrori. Hao Myung cerca i suoi corpi tra i suoi pazienti, tra persone che detestano se stesse e cercano il loro vero fine ultimo, la loro essenza. E così è Ester, la splendida e bellissima Ester, che accetta questo patto infernale, accetta di diventare l’opera numero sei. Ma qualcuno non ci sta, i suoi genitori vogliono salvarla, trovarla, riportarla a casa, così Ivan si mette sulle sue tracce, il temibile Ivan, una spia delle spie, un uomo solo contro tutti, ma la sua lotta è impari specialmente perché la ragazza non ha nessuna voglia di essere salvata e vuole sublimarsi, diventare arte. Opera sei, strano libro di esordio di David Riva, è un  ibrido, in bilico tra l’horror, la fantascienza, il thriller gotico, il saggio metafisico e ci porta in un mondo alternativo, un mondo dove l’orrore è voce del quotidiano e l’arte una quarta dimensione onrica e distorta. Edizioni XII ama rischiare, scommettere sui giovani, portarci in una terra di nessuno in cerca del fantastico, della meraviglia. Lo stile è crepuscolare, nero, pieno di sublimazioni distorte e tragiche. Si parla di bellezza e di percezione, di un qualcosa di effimero e nello stesso tempo terribilmente reale, di quel demone forse inconscio che spinge l’autore a creare una rivisitazione di Frankestein. Segnalo l’interessante copertina degli artisti di Diramazioni.

Recensione di “Fuori Fuoco” (Odoya 2008) di Maddalena Oliva a cura di Maurizio Landini

12 Maggio 2010 by

fuori_fuoco_coverNel suo saggio “Fuori Fuoco”, la scrittrice Maddalena Oliva affronta le attuali modalità di rappresentazione della guerra. Quanto attraverso i media riusciamo a sapere di un conflitto? La guerra può essere assimilata a un programma di intrattenimento da accendere e spegnere quando si vuole? Attraverso un’attenta descrizione del rapporto tra azione militare e racconto mediatico, l’autrice mette in luce gli elementi che contribuiscono alla creazione di un racconto di guerra, come la demonizzazione del nemico o la spettacolarizzazione dell’evento bellico, fino a giungere a una guerra pensata, pianificata e combattuta in base a come dovrà essere rappresentata.
Se le regole di base di un contratto di embedding (1) “riconoscono il diritto dei media di seguire azioni militari e non intendono in alcun modo censurare commenti negativi o informazioni imbarazzanti e sgradevoli”, la narrazione di guerra, in realtà, diviene parte della pianificazione militare, una co-produzione di eserciti e sistemi mediatici e per questo opportunamente filtrata.
In particolare, scrive la Oliva, “il mezzo televisivo ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, riuscendo a trasformare il racconto di guerra in una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni tra l’eroe e il nemico, eventi straordinari, piuttosto che tendenze di fondo derivanti dal contesto storico e politico.”
   L’azione militare sfugge alla percezione, in uno spazio bellico virtuale in cui “il cittadino in quanto tale vede ridotta progressivamente la sua capacità di stabilire una presa conoscitiva della realtà, base del suo agire politico e sociale”.
(1) un approfondimento sul giornalismo di guerra:
http://www.undicom.it/
network/trieste/repository/articles/terzasessionegiornalismi05/view

Fuori fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto. Di Maddalena Oliva. Editore Odoya. collana Odoya storia. 2008 188 pagine brossura Euro 16,00

:: Intervista a Paolo Pedrazzi Direttore Commerciale di Eumeswil Edizioni e del Gruppo editoriale Arti Grafiche Oltrepò

12 Maggio 2010 by

Ciao Paolo e benvenuto su Liberidiscrivere. E’ interessante conoscere anche il mondo letterario dall’interno, sapere un po’ di più degli operatori che a volte lavorano nell’ombra e sono la base portante dell’editoria. Parlaci un po’ di te, raccontaci quanti anni hai, che studi hai fatto? 

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità. Son d’accordo con te, molto spesso chi lavora dietro le quinte passa inosservato. In realtà attorno a un libro serio ci sono almeno una decina di figure professionali se non di più. Pensa solo che un libro in cartonato passa dentro ad almeno otto macchine… Purtroppo oggigiorno è più facile scriverli, i libri, che produrli. Quando dici in giro, faccio l’editore, uno pensa di te che o sei ricco di famiglia e quindi ti puoi permettere di vivere a pane e gloria, oppure sei uno che non è riuscito a fare altro nella vita e allora si è messo a fare libri, un lavoro leggero, un lavoretto di concetto, un lavoro da poveri illusi, altro che fabbrica o cantiere… In realtà questo è uno dei lavori più difficili che esistano e dietro ci stanno anni di privazioni, sofferenze, casini che tu non immagini nemmeno. E poi tanta professionalità, passione, creatività, notti insonni. E’ un lavoro povero poi, uno in fabbrica porta a casa la pagnotta tutti i mesi, qui si vive sul filo del rasoio e senza certezze…

Di me posso dirti che ho trent’anni a Luglio e ho abbandonato gli studi in comunicazione a  Bologna a pochi esami dalla fine perché parallelamente, per mantenermi gli studi, avevo cominciato a fare l’agente di commercio e non avevo più molto tempo per studiare. Ma non rinnego quell’esperienza commerciale che oggi mi sta tornando particolarmente utile.

Quando hai iniziato a fare l’editore? Raccontaci qualche episodio singolare che ti è successo, errori e scelte vincenti.

Ho iniziato nel 2004. Di giorno facevo, appunto, il commerciale, il venditore, chiamalo come vuoi tu. Di quel periodo dolceamaro ricordo una lezione: un commerciale usa le chiacchiere per portare a casa risultati. Ma non era quello che volevo nella vita e così, di sera, tornavo a leggere e scrivere, la mia vera passione, da sempre. Se leggi i miei temi, a otto anni, già dichiaravo di voler fare quantomeno lo scrittore, cosa che però non mi riesce tanto bene, preferisco lavorare sui testi degli altri, rivoltarli come calzini. Comunque Eumeswil, la casa editrice che ho fondato e che poi è divenuta uno dei marchi di Arti Grafiche Oltrepò, azienda seria e specializzata nella stampa di libri che l’ha salvato da una fine certa, è nata in quelle sere lì, a Bologna caput-mundi. Martin Venator, il protagonista di questo romanzo di Junger è l’anarca per eccellenza, “colui che non ha bisogno di leggi o di qualche giurista di partito”. Eumeswil è un romanzo talmente bello e complesso da spiegare che in poche parole sarebbe difficile, dico solo che questa è una casa editrice nata con una solida base filosofica alle spalle, ed è quello che credo abbia fatto la differenza finora. Tanti editori nascono senza una visione alle spalle, solo sull’onda dell’entusiasmo. Non basta.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?

Io penso che ci siano dei distinguo da fare. Non è detto che ebook e cartaceo debbano essere per forza di cose nemici. I libri blockbuster hanno processi produttivi ormai standardizzati, pochissima scelta in termini di carte utilizzate, confezione, copertina. Si usano spessorate mano 2 per far percepire al lettore di aver appena acquistato tomi infiniti che giustificano prezzi di copertina divenuti esorbitanti. Quando però uno va a leggerci dentro… sono solo 200 pagine… Costo di produzione meno di 1 €, costo la lettore ormai 18/20 €). I best seller sono tutti uguali ormai. Io abolirei il cartonato, per esempio, perché adoro piegare, strizzare, stropicciare i libri che leggo. Tra un libro industriale che non ha peso specifico e sembra “vuoto”, e un e-book reader non c’è alcuna differenza. Si tratta di una questione di supporti. Molti stampatori si fregiano di fare libri ecologici, ma per produrre il singolo libro ecologico, con le loro rotative e impianti automatici, assorbono più energia di una centrale elettrica, producono più scarti di un reattore nucleare e propongono al mercato tirature insostenibili pur di abbattere i costi. Per come vivo la letteratura, i libri che amo e che mi hanno cullato e cresciuto sono sempre i prima fila in libreria sempre pronti ad essere aperti. Adoro le brossure, infatti, libri che ti porti dietro e non ti riempiono lo zaino. Oggi tutto è votato all’abbattimento dei costi. Se guardi gli scaffali di una libreria sono un magma indistinto di colori, una poltiglia di copertine ad effetto e sensazionalistiche. La carta non conta più. Tutto è quadricromia. La filosofia è la stessa della TV, il valore di un oggetto commisurato al suo utilizzo: il libro non è più da compulsare, da meditare, da vivere, ma da divorare e buttare lì. Come si va al cinema o a un concerto: se non hai emozioni forti te ne stai a casa. Editori come Scheiwiller e la bellissima collana “All’insegna del pesce d’oro” appartengono al passato, un passato che per i manager sciacalli che regolano le sorti del mercato, sono improponibili. Bell’Italia vero? Guarda in Francia Nrf… E’ la collana più prestigiosa e ambita… Noi, in Eumeswil, stiamo cercando di tornare a questa tradizione, l’attenzione alla veste grafica più che alla grafica di copertina… l’attenzione al lettore e non al suo portafoglio da svuotare.

Online ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensi? Sono un valido strumento di promozione specie per gli autori esordienti?

Sono l’ultima speranza di equità e pluralità. Milioni di lettori indipendenti e fuori dalle logiche di interdipendenza dei grandi gruppi editoriali garantiscono ai piccoli editori un minimo di giustizia. I premi, le testate giornalistiche vivono ormai di clientele e i giornalisti sono quasi tutti a libro paga. La critica letteraria è una marchetta perenne. O comunque ha sempre quella stizza verso editori definiti “minori”. Minore…. minore dde che? Dovrebbero istituire a reato certo “snobismo” da salotto letterario.  

I piccoli editori fanno un lavoro di scouting molto più accurato. Perché  pensi che la grande editoria punti spesso solo su nomi già famosi? 

Nonostante quello che ti ho detto finora io non sono “contro” le grandi imprese editoriali. Credo nel mercato ancora il giusto e sono a favore della competizione. Non mi spaventa. Credo che non sia impossibile far crescere una casa editrice. Il Gruppo GEMS, nelle sue politiche editoriali ha sempre lasciato ampio spazio alle persone e agli editori, fornendo però le basi di un adeguato supporto finanziario e piani di business equilibrati. Il successo che sta avendo credo sia importante per l’editoria italiana. E il Gruppo Gems per esempio non ha adetiro – esaperandola – alla moda del momento: la caccia all’esordiente. La gavetta non conta più. Prendi un esordiente, mettici una storia scaborsa di sesso, un adolescenza difficile sullo sfondo di un’Italia alla deriva, mescola per benino le carte di Propp, appiccicaci una copertina ad effetto – ah  meglio se l’esordiente in questione è bello/a e dannato/a, come nei talent-show in televisione – e avrai il caso dell’anno. Molto più facile portare al successo un giovane a cui puoi chiedere il sangue garantendogli qualche briciola di fama, sfruttandolo con contratti capestro, piuttosto che puntare su di un rompipalle di scrittore tutto stile e contestazione, con il suo stilema e le sue convinzioni, con le sue fobie e le sue paranoie… Il caso Moresco è eloquente no? Se guardi gli ultimi anni, però, sembra che la “gavetta” non conti più. Basta avere una storia attuale e ben vendibile, una scrittura fruibile e immediata. Qualche “amico della domenica” o “compagno di merenda” nei premi che contano e il gioco è fatto. Ma scrivere è dolore, rinuncia e fatica… non è un gioco, né un passatempo. Per scrivere qualcosa che resta, non basta esibirsi in reading su di un palco come ad Amici. Scrivere si scrive per cambiare le cose – secondo me – per fare la rivoluzione dentro se stessi e dentro gli altri.

Quali sono i segreti per promuovere un autore, quali gli errori da non commettere mai?

Per promuovere un autore ci vuole un buon ufficio stampa. E’ fondamentale in una casa editrice. Noi non abbiamo mai avuto un ufficio stampa all’altezza. Quando io ero la casa editrice e facevo tutto da solo, non avevo i soldi per pagarlo, un ufficio stampa all’altezza, e allora mi arrangiavo. Ora che il marchio fa parte di un gruppo e che l’azienda proprietaria vuole giustamente vedere risultati, si fa molta attenzione ai ruoli e di uffici stampa finalmente ce ne sono due. Poi ci vuole che l’autore si lasci promuovere, ovvio.

Se un giovane ti dicesse che vuole fare l’editore, che consigli gli daresti? Ci sono scuole che preparano a questo duro mestiere?

Gli direi di pensarci su almeno 17-18 volte prima di iniziare. E’ un lavoro difficilissimo pieno di insidie. Ci vogliono tanti quattrini e chi come me parte solo con un valigia carica di speranze, finisce per indebitarsi e vivere di stenti. Ci vogliono almeno tre-quattrocento mila euro da investire per tirare su una casa editrice come si deve. Almeno. Ci vuole un fegato così, una passione smisurata, competenza, creatività, dedizione, spirito di sacrificio, amore per i libri, amore soprattutto per i testi e la parola scritta. Una casa editrice la fai in dieci anni. Un pezzo di vita importante. Non tutti sono disposti a rischiare. Quando ero convinto che la strada cominciasse a ridiscendere mi sono dovuto scontrare, per esempio, con il fallimento di svariati promotori/distributori.

Quanto incide il fiuto tra le doti di un buon editore. Pensi sia anche una questione di fortuna o incide più il duro lavoro?

La fortuna esiste, ci mancherebbe. Ma bisogna aiutarla. Muoversi prima degli altri, frequentare gli ambienti, on e off line, intrattenere contatti, informarsi, farsi vedere. Il mondo dell’editoria è un mondo piccolo e ci si conosce un po’ tutti. Scegliere i cavalli giusti su cui puntare è importante, ma è ancora più importante avere una rete di contatti e di persone che quotidianamente ti seguono, lettori, scrittori, giornalisti, promotori editoriali, amici, autori, distributori. Fiuto ce ne vuole tanto, ma conta anche tutto il resto.

Il duro lavoro è la conseguenza di una vita spesa sulle passioni. Quando ti alzi tutti i giorni alle sei e torni alle otto, affronti un mare di difficoltà e però torni a casa col sorriso vuol dire che sei convinto di quello che fai e niente ti può fermare. Fai le notti a lavorare, ma sei felice perché la tua vita ha uno scopo. In questo caso il duro lavoro ti nobilita veramente.

L’editore è  ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

Io credo che debba tornare ad essere artigiano, l’editore e che non lo sia abbastanza. Oggi che vedo i miei libri nascere tutti i giorni e che assisto a tutte le fasi delle lavorazioni anche tipografiche, che contribuisco a scegliere le carte e i materiali, le confezioni, i formati, le particolarità, mi sento molto più completo e se tornassi indietro eviterei certi erroracci. Molti degli errori che fai appena partito sono errori tipografici. Un libro stampato in un formato intelligente costa la metà. Allo stesso modo funziona anche il lato più creativo. Quello dell’editing per esempio. A noi piace fare editing con l’autore, vivere riga per riga assieme a lui, in giornate e giornate di rilettura, di dialoghi surreali, a pane e “aria fritta” direbbe qualcuno. In dialetto pavese miei compaesani direbbero: “L’è un libar, l’è no una cà” (è un libro non una casa). Invece un libro è come una casa e il suo successo si costruisce dalle fondamenta, un buon editing getta le basi per il successo del progetto.

Quali sono le carte in regola per un giovane autore che volesse pubblicare con voi?

Non essere tronfi. I tromboni li lasciamo squillare. Abbiamo posto un freno e i debiti filtri agli autori esordienti perché, è brutto dirlo, ma si creano troppe aspettative, complice questo mercato. Io credo nel talento. Ma va molto di moda difendere gli esordienti. Ripeto, basta pensare a Moresco per convincersi che la scrittura è sofferenza ed esordire deve essere difficile. Ho una visione della scrittura e dello scrivere piuttosto integralista ma è così, non tutti devono poter pubblicare.

L’imperdibile del 2010 targato Eumeswil?

Abbiamo sfornato un catalogo per il 2010 che si chiama Nemici. Lo trovi qui:

http://issuu.com/artigraficheoltrepo/docs/catalogogiusto Dentro ci sono autori molto importanti come Regìs Jauffret, Carlos Raul Maìcas, Valter Bingahi, Paolo Mastroianni, Anna Maria Papi, Giacomo Sartori, Marino Magliani, Riccardo Ferrazzi, Mario Capello. Recentemente si sono aggiunti Francesco Forlani e Franz Krauspenhaar. Questi sono, oltre a bravissimi autori, anche persone che hanno creduto nel nostro progetto. 

Nemici, come noi, perché stando a quanto dicono i “capoccia” della distribuzione, il nostro catalogo è… troppo “di progetto”. E in un mercato in cui l’editore di “progetto” è Vasco Rossi… 

Quale è la critica più feroce che hai ricevuto e cosa hai fatto per smentirla nei fatti?

Ecco, infatti. Il catalogo di cui sopra è frutto di una notte di sana follia dove con il nostro condirettore editoriale che è Francesco Forlani, abbiamo passato ore febbrili a reclutare autori e a (stra)parlare di letteratura e letterature, mentre fuori dagli uffici le macchine da stampa di Arti Grafiche Oltrepò stampavano libri su libri. Un vero e proprio book-around-the-clock, finalizzato ad impressionare la società di promozione che ci aveva concesso un appuntamento. Alla fine abbiamo preso a manifesto per la nuova linea editoriale una frase di Philippe Muray che recita più o meno così: “Come pensare al romanzo, a quest’arte della circospezione, della diffidenza, del dubbio, della libertà, della critica in atto e della rivelazione dei retroscena del tutto, senza avere in mente, come una collezione di marionette più o meno spaventose, buffe, terrorizzanti tutte le figure moderne della vigilanza risentita , dell’etica furbetta e accigliata, della buona coscienza senza frontiere, della cultura canonizzata, dell’effusione, dell’indignazione di paccottiglie e della denuncia senza alcun rischio? Senza sapere in cosa stia bollendo la nostra epoca?”.

La critica è stata Voi avete un catalogo troppo di progetto, come facciamo noi a spiegare al libraio in due paole chi siete e cosa fate?

Non sono in grado di smentire, all’oggi, quella che non considero una critica, ma che per il mercato di oggi lo è senza dubbio… Penso che i nostri libri parleranno per noi e vedremo chi avrà ragione.

Avete un comitato di lettura a cui fate leggere i manoscritti che vi inviano? Dove e come li scegliete i membri di questi comitati?

Siamo molto legati al nostro comitato editoriale. Settecolori è una collana nata con l’intento di portare in Italia autori internazionali di altissimo livello. Ogni area linguistica è rappresentata da un colore e così della Francia per esempio se ne occupa Francesco Forlani, della Spagna Marino Magliani, dell’Inghilterra Andrea Vercesi, della Germania Domenico Pinto, degli esordienti italiani Gianluca Morozzi e via così. Ma ovviamente vogliamo anche fare letteratura italiana. Un’altra critica che ci è stata mossa è Come fate a fare narrativa italiana? Ed ecco la differenza tra l’Italia e il resto del mondo. Dovunque, nell’arte, nella moda, nel design ci ammirano e ci stimano, all’estero. Sembra che invece non abbiamo una letteratura nazionale. Così importiamo e basta, perché vendere Wilbur Smith al posto di Lucio Mastronardi è più facile. Poco importa se il primo è uno scritorucolo da strapazzo mentre il secondo ha toccato i nervi dell’anima e della vita…

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Domanda di riserva? Lasciamo stare i premi… uno scempio. Stiamo lavorando per istituire “Gli oscar dell’editoria indipendente”. Non avremo “amici della domenica” ma “compagni di merenda” amanti come noi della “letteratura pane e salame” e ne vedremo delle belle. I premi? Gossip. Eppure i critici bravi esistono.

In un certo senso il successo di un libro è merito dei librai. Sei d’accordo con questa affermazione?

Verissima. Peccato che il Italia, il 70% dei libri si vende nelle librerie editoriali. Neanche di catena, editoriali proprio. Filiere autonome. I grandi gruppi hanno le librerie in franchising, le tipografie, la distribuzione e la gdo, la casa editrice… Ecco perché tu, editore, per loro, sei pur sempre un competitor… Barnes & Nobles sono librai… Feltrinelli, Mondadori, Giunti… Mel Book Store e via dicendo sono anche e soprattutto editori. Che equità ci può essere un sistema del genere? E poi c’è il problema dei librai indipendenti… Stritolati da sovrasconti e dalla logica per cui, complice questo meccanismo perverso dei giochi di potere e dei consigli di amministrazione, un libro arriva sullo scaffale di una libreria editoriale spesso già scontato del 15%.

Un libraio indipendente, che è colui che ha passione per i libri, fa fatica a sopravvivere quando riceve invii d’ufficio che da soli fanno il fatturato di un mese. Si regge sui best-sellers che gli mandano e magari ha l’affitto da pagare i figli da mantenere, le rate, l’assicurazione, una casa… Un editore di progetto risulta una scommessa poco credibile… meglio puntare sui blockbuster.

Pensi che ci siano metodi leciti e illeciti di influenzare i gusti del pubblico? Quale è la peggiore scorrettezza che ti è capitato di vedere e alla quale ti sei opposto?

Ma guarda le scorrettezze sono all’ordine del giorno. Io odio i ladri di idee e chi vive di gloria sulla pelle degli altri. Poi odio quegli editori che in tre mesi sfornano il libro dell’anno sfruttando il caso di cronaca che ha fatto discutere. Altra scorrettezza sono quelle mafie che complici tipografi e distributori senza scrupoli portano al fallimento marchi ormai ultradecennali per poi acquisirli a poco prezzo. Un meccanismo becero che andrebbe punito.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano? Pensi che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano i peggiori difetti?

Un po’ ti ho già espresso il mio pensiero sul panorama editoriale italiano. Sì, penso che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano davvero un guaio. Un editore deve sapere tutto, non può non conoscere in profondità e nel dettaglio il suo lavoro. Ci sono editori che non sanno quel che vogliono e si affidano ad altri… questo è triste.

Cosa pensi degli editori a pagamento? Una piaga o un’ opportunità?

Anche qui ci sono dei distinguo. Io non sono né pro, né contro. Quando l’editore a pagamento fa bene il suo mestiere e ti guida passo a passo nella pubblicazione… non ci vedo nulla di male. Però il sottile confine tra correttezza e scorrettezza, tra legalità e illegalità deve essere rispettato. Non può e non deve esistere un editore che alimenta false promesse e i numeri devono essere equi: non puoi far pagare ad un autore 5000 € per 200 copie.

Sono molto convinto che un valido aiuto per esempio sia il book-on-demand. Con le nuove teniche di stampa i costi sono stati abbattuti e con 300/400 € uno si fa le sue brave cento copie…

Sarai presente con uno stand al Salone del Libro di Torino?

Nemmeno morto. Una fiera dove il lettore paga 10 € di ingresso e dove la tassa di iscrizione per gli editori è passata da 300 a 450 € in un anno non è una fiera, una festa, ma un funerale.

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che da tutta la vita sogni di realizzare.

Nel 2004 ebbi l’idea di una free-press letteraria. Nel 2007 nacque Satisfiction, grazie oltreché a Serino, anche all’aiuto di Valeria Gasperi. E’ bene ricordarlo perché quella che oggi è la rivista di Vasco Rossi, nacque per mia volontà, da una mia idea, con i miei sforzi. L’idea che mi ero proposto era quella di favorire, con la freepress, editori indipendenti e autori esordienti di talento. Dopo Satifiction tutti si sono cimentati chi più chi meno col freepress. Ma poi la rivista è diventata altro ed è diventata nel corso degli anni una rivista ad immagine e somiglianza del suo creatore, persona che stimo ancora, nonostante tutto, ma molto rumorosa, che favorisce i soliti noti per puntare ad inediti di alto livello e che non fa letteratura viva, ma gossip editoriale, proponendo autori morti e sepolti da un pezzo pur di riempire le pagino della cultura dei quotidinai, per fare scoop. La rivista che vorrei io è una rivista combattente. Un rivista che faccia politica. Che favorisca le piccole case editrici e il talento. Pur non condividendo in tutto e per tutto la linea ritengo che in Italia la migliore rivista letteraria sia Il Primo amore e mi fa molto piacere che sia nata anch’essa, come Satisfiction, a Pavia, piccola capitale del libro in Italia con una delle migliori case editrici sul mercato che è Effigie, un esempio e un modello per tutti noi giovani editori pavesi. Ci arrivo eh… Satisfiction è stata sostituita da No Tag che curiamo assieme a Mario Capello, ma non è abbastanza perché io sono megalomane e il mio sogno è quello di un quotidiano. Quotidiano degli scrittori. Un sedicesimo tutti i giorni, sedici semplicissime pagine in bianco e nero. E poi dietro al quotidiano, magari, un partito politico degli scrittori, che proponga come soluzione agli investitori dei mercati flagellati dalle crisi e dalle speculazioni, di investire in poesia… Ecco. Lo dichiaro sin d’ora, perché se poi mi fregano anche queste idee… stavolta non la passano liscia:) 

:: Recensione di Dispacci di Michael Herr a cura di Maurizio Landini

11 Maggio 2010 by

herrBasato sull'esperienza di guerra in Vietnam, vissuta dal giornalista americano tra il 1967 e il 1969, Dispacci va ben oltre il romanzo-reportage. l'Autore non si limita semplicemente a “riportare ciò che ha visto” in quel periodo della sua vita; il suo sguardo è vita. Le pagine odorano di Golgota, di luoghi del cranio; continue salite e crocifissioni, senza mai risorgere. Dalle pagine nascono e appassiscono rapidamente fiori di giovani vite: giorni trascorsi con la purezza e con la morte, senza alcun odore di santità…

Ma il Vietnam di Herr non è un'apocalisse da intendere come rivelazione. "A Herr non interessa ricostruire una storia segreta" scrive Roberto Saviano nell'introduzione al libro. "Vuole raccontare quel che è sotto gli occhi di tutti e nessuno però riesce a descrivere." È una "fine dei tempi" reiterata ad infinitum: un’abituarsi all’inferno, giorno per giorno. E bisogna che qualcuno rechi su di sé tutto questo peso, per intero, senza lasciare nulla laggiù: quei poveri ragazzi "…sempre ti chiedevano con un'emozione di un'intensità sconvolgente di raccontare tutto, per favore, perché avevano veramente la sensazione che non lo si raccontasse affatto per loro, stavano passandone di tutti i colori e stranamente nessuno là nel mondo lo sapeva". Il resto del mondo non c'è, è fuori. Non sa o non vuol sapere. Come accade anche in tutti i Vietnam attuali, che ci vengono serviti a domicilio, si accende e si spegne la guerra a piacimento.

Nel ritorno all'America di casa e famiglia, non c'è una vera espirazione per chi ha guardato-vissuto, ma quasi invidia per i morti. "La mia vita e la mia morte si erano mescolate con le loro vite e le loro morti; scivolando dall'una all'altra nella danza del Sopravvissuto, io esaminavo le attrattive di ciascuna e non desideravo granché né dell'una né dell'altra. Una volta stavo così male per questo da arrivare a pensare che i morti si erano soltanto risparmiati un mucchio di dolore."

Dispacci di Michael Herr. Editore BUR Biblioteca Universale Rizzoli. collana 24/7 2008 pagine. 292  Traduzione di Margherita Bignardi. Euro 9,50