Recensione di “Fuori Fuoco” (Odoya 2008) di Maddalena Oliva a cura di Maurizio Landini

12 Maggio 2010 by

fuori_fuoco_coverNel suo saggio “Fuori Fuoco”, la scrittrice Maddalena Oliva affronta le attuali modalità di rappresentazione della guerra. Quanto attraverso i media riusciamo a sapere di un conflitto? La guerra può essere assimilata a un programma di intrattenimento da accendere e spegnere quando si vuole? Attraverso un’attenta descrizione del rapporto tra azione militare e racconto mediatico, l’autrice mette in luce gli elementi che contribuiscono alla creazione di un racconto di guerra, come la demonizzazione del nemico o la spettacolarizzazione dell’evento bellico, fino a giungere a una guerra pensata, pianificata e combattuta in base a come dovrà essere rappresentata.
Se le regole di base di un contratto di embedding (1) “riconoscono il diritto dei media di seguire azioni militari e non intendono in alcun modo censurare commenti negativi o informazioni imbarazzanti e sgradevoli”, la narrazione di guerra, in realtà, diviene parte della pianificazione militare, una co-produzione di eserciti e sistemi mediatici e per questo opportunamente filtrata.
In particolare, scrive la Oliva, “il mezzo televisivo ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, riuscendo a trasformare il racconto di guerra in una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni tra l’eroe e il nemico, eventi straordinari, piuttosto che tendenze di fondo derivanti dal contesto storico e politico.”
   L’azione militare sfugge alla percezione, in uno spazio bellico virtuale in cui “il cittadino in quanto tale vede ridotta progressivamente la sua capacità di stabilire una presa conoscitiva della realtà, base del suo agire politico e sociale”.
(1) un approfondimento sul giornalismo di guerra:
http://www.undicom.it/
network/trieste/repository/articles/terzasessionegiornalismi05/view

Fuori fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto. Di Maddalena Oliva. Editore Odoya. collana Odoya storia. 2008 188 pagine brossura Euro 16,00

:: Intervista a Paolo Pedrazzi Direttore Commerciale di Eumeswil Edizioni e del Gruppo editoriale Arti Grafiche Oltrepò

12 Maggio 2010 by

Ciao Paolo e benvenuto su Liberidiscrivere. E’ interessante conoscere anche il mondo letterario dall’interno, sapere un po’ di più degli operatori che a volte lavorano nell’ombra e sono la base portante dell’editoria. Parlaci un po’ di te, raccontaci quanti anni hai, che studi hai fatto? 

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità. Son d’accordo con te, molto spesso chi lavora dietro le quinte passa inosservato. In realtà attorno a un libro serio ci sono almeno una decina di figure professionali se non di più. Pensa solo che un libro in cartonato passa dentro ad almeno otto macchine… Purtroppo oggigiorno è più facile scriverli, i libri, che produrli. Quando dici in giro, faccio l’editore, uno pensa di te che o sei ricco di famiglia e quindi ti puoi permettere di vivere a pane e gloria, oppure sei uno che non è riuscito a fare altro nella vita e allora si è messo a fare libri, un lavoro leggero, un lavoretto di concetto, un lavoro da poveri illusi, altro che fabbrica o cantiere… In realtà questo è uno dei lavori più difficili che esistano e dietro ci stanno anni di privazioni, sofferenze, casini che tu non immagini nemmeno. E poi tanta professionalità, passione, creatività, notti insonni. E’ un lavoro povero poi, uno in fabbrica porta a casa la pagnotta tutti i mesi, qui si vive sul filo del rasoio e senza certezze…

Di me posso dirti che ho trent’anni a Luglio e ho abbandonato gli studi in comunicazione a  Bologna a pochi esami dalla fine perché parallelamente, per mantenermi gli studi, avevo cominciato a fare l’agente di commercio e non avevo più molto tempo per studiare. Ma non rinnego quell’esperienza commerciale che oggi mi sta tornando particolarmente utile.

Quando hai iniziato a fare l’editore? Raccontaci qualche episodio singolare che ti è successo, errori e scelte vincenti.

Ho iniziato nel 2004. Di giorno facevo, appunto, il commerciale, il venditore, chiamalo come vuoi tu. Di quel periodo dolceamaro ricordo una lezione: un commerciale usa le chiacchiere per portare a casa risultati. Ma non era quello che volevo nella vita e così, di sera, tornavo a leggere e scrivere, la mia vera passione, da sempre. Se leggi i miei temi, a otto anni, già dichiaravo di voler fare quantomeno lo scrittore, cosa che però non mi riesce tanto bene, preferisco lavorare sui testi degli altri, rivoltarli come calzini. Comunque Eumeswil, la casa editrice che ho fondato e che poi è divenuta uno dei marchi di Arti Grafiche Oltrepò, azienda seria e specializzata nella stampa di libri che l’ha salvato da una fine certa, è nata in quelle sere lì, a Bologna caput-mundi. Martin Venator, il protagonista di questo romanzo di Junger è l’anarca per eccellenza, “colui che non ha bisogno di leggi o di qualche giurista di partito”. Eumeswil è un romanzo talmente bello e complesso da spiegare che in poche parole sarebbe difficile, dico solo che questa è una casa editrice nata con una solida base filosofica alle spalle, ed è quello che credo abbia fatto la differenza finora. Tanti editori nascono senza una visione alle spalle, solo sull’onda dell’entusiasmo. Non basta.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?

Io penso che ci siano dei distinguo da fare. Non è detto che ebook e cartaceo debbano essere per forza di cose nemici. I libri blockbuster hanno processi produttivi ormai standardizzati, pochissima scelta in termini di carte utilizzate, confezione, copertina. Si usano spessorate mano 2 per far percepire al lettore di aver appena acquistato tomi infiniti che giustificano prezzi di copertina divenuti esorbitanti. Quando però uno va a leggerci dentro… sono solo 200 pagine… Costo di produzione meno di 1 €, costo la lettore ormai 18/20 €). I best seller sono tutti uguali ormai. Io abolirei il cartonato, per esempio, perché adoro piegare, strizzare, stropicciare i libri che leggo. Tra un libro industriale che non ha peso specifico e sembra “vuoto”, e un e-book reader non c’è alcuna differenza. Si tratta di una questione di supporti. Molti stampatori si fregiano di fare libri ecologici, ma per produrre il singolo libro ecologico, con le loro rotative e impianti automatici, assorbono più energia di una centrale elettrica, producono più scarti di un reattore nucleare e propongono al mercato tirature insostenibili pur di abbattere i costi. Per come vivo la letteratura, i libri che amo e che mi hanno cullato e cresciuto sono sempre i prima fila in libreria sempre pronti ad essere aperti. Adoro le brossure, infatti, libri che ti porti dietro e non ti riempiono lo zaino. Oggi tutto è votato all’abbattimento dei costi. Se guardi gli scaffali di una libreria sono un magma indistinto di colori, una poltiglia di copertine ad effetto e sensazionalistiche. La carta non conta più. Tutto è quadricromia. La filosofia è la stessa della TV, il valore di un oggetto commisurato al suo utilizzo: il libro non è più da compulsare, da meditare, da vivere, ma da divorare e buttare lì. Come si va al cinema o a un concerto: se non hai emozioni forti te ne stai a casa. Editori come Scheiwiller e la bellissima collana “All’insegna del pesce d’oro” appartengono al passato, un passato che per i manager sciacalli che regolano le sorti del mercato, sono improponibili. Bell’Italia vero? Guarda in Francia Nrf… E’ la collana più prestigiosa e ambita… Noi, in Eumeswil, stiamo cercando di tornare a questa tradizione, l’attenzione alla veste grafica più che alla grafica di copertina… l’attenzione al lettore e non al suo portafoglio da svuotare.

Online ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensi? Sono un valido strumento di promozione specie per gli autori esordienti?

Sono l’ultima speranza di equità e pluralità. Milioni di lettori indipendenti e fuori dalle logiche di interdipendenza dei grandi gruppi editoriali garantiscono ai piccoli editori un minimo di giustizia. I premi, le testate giornalistiche vivono ormai di clientele e i giornalisti sono quasi tutti a libro paga. La critica letteraria è una marchetta perenne. O comunque ha sempre quella stizza verso editori definiti “minori”. Minore…. minore dde che? Dovrebbero istituire a reato certo “snobismo” da salotto letterario.  

I piccoli editori fanno un lavoro di scouting molto più accurato. Perché  pensi che la grande editoria punti spesso solo su nomi già famosi? 

Nonostante quello che ti ho detto finora io non sono “contro” le grandi imprese editoriali. Credo nel mercato ancora il giusto e sono a favore della competizione. Non mi spaventa. Credo che non sia impossibile far crescere una casa editrice. Il Gruppo GEMS, nelle sue politiche editoriali ha sempre lasciato ampio spazio alle persone e agli editori, fornendo però le basi di un adeguato supporto finanziario e piani di business equilibrati. Il successo che sta avendo credo sia importante per l’editoria italiana. E il Gruppo Gems per esempio non ha adetiro – esaperandola – alla moda del momento: la caccia all’esordiente. La gavetta non conta più. Prendi un esordiente, mettici una storia scaborsa di sesso, un adolescenza difficile sullo sfondo di un’Italia alla deriva, mescola per benino le carte di Propp, appiccicaci una copertina ad effetto – ah  meglio se l’esordiente in questione è bello/a e dannato/a, come nei talent-show in televisione – e avrai il caso dell’anno. Molto più facile portare al successo un giovane a cui puoi chiedere il sangue garantendogli qualche briciola di fama, sfruttandolo con contratti capestro, piuttosto che puntare su di un rompipalle di scrittore tutto stile e contestazione, con il suo stilema e le sue convinzioni, con le sue fobie e le sue paranoie… Il caso Moresco è eloquente no? Se guardi gli ultimi anni, però, sembra che la “gavetta” non conti più. Basta avere una storia attuale e ben vendibile, una scrittura fruibile e immediata. Qualche “amico della domenica” o “compagno di merenda” nei premi che contano e il gioco è fatto. Ma scrivere è dolore, rinuncia e fatica… non è un gioco, né un passatempo. Per scrivere qualcosa che resta, non basta esibirsi in reading su di un palco come ad Amici. Scrivere si scrive per cambiare le cose – secondo me – per fare la rivoluzione dentro se stessi e dentro gli altri.

Quali sono i segreti per promuovere un autore, quali gli errori da non commettere mai?

Per promuovere un autore ci vuole un buon ufficio stampa. E’ fondamentale in una casa editrice. Noi non abbiamo mai avuto un ufficio stampa all’altezza. Quando io ero la casa editrice e facevo tutto da solo, non avevo i soldi per pagarlo, un ufficio stampa all’altezza, e allora mi arrangiavo. Ora che il marchio fa parte di un gruppo e che l’azienda proprietaria vuole giustamente vedere risultati, si fa molta attenzione ai ruoli e di uffici stampa finalmente ce ne sono due. Poi ci vuole che l’autore si lasci promuovere, ovvio.

Se un giovane ti dicesse che vuole fare l’editore, che consigli gli daresti? Ci sono scuole che preparano a questo duro mestiere?

Gli direi di pensarci su almeno 17-18 volte prima di iniziare. E’ un lavoro difficilissimo pieno di insidie. Ci vogliono tanti quattrini e chi come me parte solo con un valigia carica di speranze, finisce per indebitarsi e vivere di stenti. Ci vogliono almeno tre-quattrocento mila euro da investire per tirare su una casa editrice come si deve. Almeno. Ci vuole un fegato così, una passione smisurata, competenza, creatività, dedizione, spirito di sacrificio, amore per i libri, amore soprattutto per i testi e la parola scritta. Una casa editrice la fai in dieci anni. Un pezzo di vita importante. Non tutti sono disposti a rischiare. Quando ero convinto che la strada cominciasse a ridiscendere mi sono dovuto scontrare, per esempio, con il fallimento di svariati promotori/distributori.

Quanto incide il fiuto tra le doti di un buon editore. Pensi sia anche una questione di fortuna o incide più il duro lavoro?

La fortuna esiste, ci mancherebbe. Ma bisogna aiutarla. Muoversi prima degli altri, frequentare gli ambienti, on e off line, intrattenere contatti, informarsi, farsi vedere. Il mondo dell’editoria è un mondo piccolo e ci si conosce un po’ tutti. Scegliere i cavalli giusti su cui puntare è importante, ma è ancora più importante avere una rete di contatti e di persone che quotidianamente ti seguono, lettori, scrittori, giornalisti, promotori editoriali, amici, autori, distributori. Fiuto ce ne vuole tanto, ma conta anche tutto il resto.

Il duro lavoro è la conseguenza di una vita spesa sulle passioni. Quando ti alzi tutti i giorni alle sei e torni alle otto, affronti un mare di difficoltà e però torni a casa col sorriso vuol dire che sei convinto di quello che fai e niente ti può fermare. Fai le notti a lavorare, ma sei felice perché la tua vita ha uno scopo. In questo caso il duro lavoro ti nobilita veramente.

L’editore è  ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

Io credo che debba tornare ad essere artigiano, l’editore e che non lo sia abbastanza. Oggi che vedo i miei libri nascere tutti i giorni e che assisto a tutte le fasi delle lavorazioni anche tipografiche, che contribuisco a scegliere le carte e i materiali, le confezioni, i formati, le particolarità, mi sento molto più completo e se tornassi indietro eviterei certi erroracci. Molti degli errori che fai appena partito sono errori tipografici. Un libro stampato in un formato intelligente costa la metà. Allo stesso modo funziona anche il lato più creativo. Quello dell’editing per esempio. A noi piace fare editing con l’autore, vivere riga per riga assieme a lui, in giornate e giornate di rilettura, di dialoghi surreali, a pane e “aria fritta” direbbe qualcuno. In dialetto pavese miei compaesani direbbero: “L’è un libar, l’è no una cà” (è un libro non una casa). Invece un libro è come una casa e il suo successo si costruisce dalle fondamenta, un buon editing getta le basi per il successo del progetto.

Quali sono le carte in regola per un giovane autore che volesse pubblicare con voi?

Non essere tronfi. I tromboni li lasciamo squillare. Abbiamo posto un freno e i debiti filtri agli autori esordienti perché, è brutto dirlo, ma si creano troppe aspettative, complice questo mercato. Io credo nel talento. Ma va molto di moda difendere gli esordienti. Ripeto, basta pensare a Moresco per convincersi che la scrittura è sofferenza ed esordire deve essere difficile. Ho una visione della scrittura e dello scrivere piuttosto integralista ma è così, non tutti devono poter pubblicare.

L’imperdibile del 2010 targato Eumeswil?

Abbiamo sfornato un catalogo per il 2010 che si chiama Nemici. Lo trovi qui:

http://issuu.com/artigraficheoltrepo/docs/catalogogiusto Dentro ci sono autori molto importanti come Regìs Jauffret, Carlos Raul Maìcas, Valter Bingahi, Paolo Mastroianni, Anna Maria Papi, Giacomo Sartori, Marino Magliani, Riccardo Ferrazzi, Mario Capello. Recentemente si sono aggiunti Francesco Forlani e Franz Krauspenhaar. Questi sono, oltre a bravissimi autori, anche persone che hanno creduto nel nostro progetto. 

Nemici, come noi, perché stando a quanto dicono i “capoccia” della distribuzione, il nostro catalogo è… troppo “di progetto”. E in un mercato in cui l’editore di “progetto” è Vasco Rossi… 

Quale è la critica più feroce che hai ricevuto e cosa hai fatto per smentirla nei fatti?

Ecco, infatti. Il catalogo di cui sopra è frutto di una notte di sana follia dove con il nostro condirettore editoriale che è Francesco Forlani, abbiamo passato ore febbrili a reclutare autori e a (stra)parlare di letteratura e letterature, mentre fuori dagli uffici le macchine da stampa di Arti Grafiche Oltrepò stampavano libri su libri. Un vero e proprio book-around-the-clock, finalizzato ad impressionare la società di promozione che ci aveva concesso un appuntamento. Alla fine abbiamo preso a manifesto per la nuova linea editoriale una frase di Philippe Muray che recita più o meno così: “Come pensare al romanzo, a quest’arte della circospezione, della diffidenza, del dubbio, della libertà, della critica in atto e della rivelazione dei retroscena del tutto, senza avere in mente, come una collezione di marionette più o meno spaventose, buffe, terrorizzanti tutte le figure moderne della vigilanza risentita , dell’etica furbetta e accigliata, della buona coscienza senza frontiere, della cultura canonizzata, dell’effusione, dell’indignazione di paccottiglie e della denuncia senza alcun rischio? Senza sapere in cosa stia bollendo la nostra epoca?”.

La critica è stata Voi avete un catalogo troppo di progetto, come facciamo noi a spiegare al libraio in due paole chi siete e cosa fate?

Non sono in grado di smentire, all’oggi, quella che non considero una critica, ma che per il mercato di oggi lo è senza dubbio… Penso che i nostri libri parleranno per noi e vedremo chi avrà ragione.

Avete un comitato di lettura a cui fate leggere i manoscritti che vi inviano? Dove e come li scegliete i membri di questi comitati?

Siamo molto legati al nostro comitato editoriale. Settecolori è una collana nata con l’intento di portare in Italia autori internazionali di altissimo livello. Ogni area linguistica è rappresentata da un colore e così della Francia per esempio se ne occupa Francesco Forlani, della Spagna Marino Magliani, dell’Inghilterra Andrea Vercesi, della Germania Domenico Pinto, degli esordienti italiani Gianluca Morozzi e via così. Ma ovviamente vogliamo anche fare letteratura italiana. Un’altra critica che ci è stata mossa è Come fate a fare narrativa italiana? Ed ecco la differenza tra l’Italia e il resto del mondo. Dovunque, nell’arte, nella moda, nel design ci ammirano e ci stimano, all’estero. Sembra che invece non abbiamo una letteratura nazionale. Così importiamo e basta, perché vendere Wilbur Smith al posto di Lucio Mastronardi è più facile. Poco importa se il primo è uno scritorucolo da strapazzo mentre il secondo ha toccato i nervi dell’anima e della vita…

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Domanda di riserva? Lasciamo stare i premi… uno scempio. Stiamo lavorando per istituire “Gli oscar dell’editoria indipendente”. Non avremo “amici della domenica” ma “compagni di merenda” amanti come noi della “letteratura pane e salame” e ne vedremo delle belle. I premi? Gossip. Eppure i critici bravi esistono.

In un certo senso il successo di un libro è merito dei librai. Sei d’accordo con questa affermazione?

Verissima. Peccato che il Italia, il 70% dei libri si vende nelle librerie editoriali. Neanche di catena, editoriali proprio. Filiere autonome. I grandi gruppi hanno le librerie in franchising, le tipografie, la distribuzione e la gdo, la casa editrice… Ecco perché tu, editore, per loro, sei pur sempre un competitor… Barnes & Nobles sono librai… Feltrinelli, Mondadori, Giunti… Mel Book Store e via dicendo sono anche e soprattutto editori. Che equità ci può essere un sistema del genere? E poi c’è il problema dei librai indipendenti… Stritolati da sovrasconti e dalla logica per cui, complice questo meccanismo perverso dei giochi di potere e dei consigli di amministrazione, un libro arriva sullo scaffale di una libreria editoriale spesso già scontato del 15%.

Un libraio indipendente, che è colui che ha passione per i libri, fa fatica a sopravvivere quando riceve invii d’ufficio che da soli fanno il fatturato di un mese. Si regge sui best-sellers che gli mandano e magari ha l’affitto da pagare i figli da mantenere, le rate, l’assicurazione, una casa… Un editore di progetto risulta una scommessa poco credibile… meglio puntare sui blockbuster.

Pensi che ci siano metodi leciti e illeciti di influenzare i gusti del pubblico? Quale è la peggiore scorrettezza che ti è capitato di vedere e alla quale ti sei opposto?

Ma guarda le scorrettezze sono all’ordine del giorno. Io odio i ladri di idee e chi vive di gloria sulla pelle degli altri. Poi odio quegli editori che in tre mesi sfornano il libro dell’anno sfruttando il caso di cronaca che ha fatto discutere. Altra scorrettezza sono quelle mafie che complici tipografi e distributori senza scrupoli portano al fallimento marchi ormai ultradecennali per poi acquisirli a poco prezzo. Un meccanismo becero che andrebbe punito.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano? Pensi che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano i peggiori difetti?

Un po’ ti ho già espresso il mio pensiero sul panorama editoriale italiano. Sì, penso che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano davvero un guaio. Un editore deve sapere tutto, non può non conoscere in profondità e nel dettaglio il suo lavoro. Ci sono editori che non sanno quel che vogliono e si affidano ad altri… questo è triste.

Cosa pensi degli editori a pagamento? Una piaga o un’ opportunità?

Anche qui ci sono dei distinguo. Io non sono né pro, né contro. Quando l’editore a pagamento fa bene il suo mestiere e ti guida passo a passo nella pubblicazione… non ci vedo nulla di male. Però il sottile confine tra correttezza e scorrettezza, tra legalità e illegalità deve essere rispettato. Non può e non deve esistere un editore che alimenta false promesse e i numeri devono essere equi: non puoi far pagare ad un autore 5000 € per 200 copie.

Sono molto convinto che un valido aiuto per esempio sia il book-on-demand. Con le nuove teniche di stampa i costi sono stati abbattuti e con 300/400 € uno si fa le sue brave cento copie…

Sarai presente con uno stand al Salone del Libro di Torino?

Nemmeno morto. Una fiera dove il lettore paga 10 € di ingresso e dove la tassa di iscrizione per gli editori è passata da 300 a 450 € in un anno non è una fiera, una festa, ma un funerale.

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che da tutta la vita sogni di realizzare.

Nel 2004 ebbi l’idea di una free-press letteraria. Nel 2007 nacque Satisfiction, grazie oltreché a Serino, anche all’aiuto di Valeria Gasperi. E’ bene ricordarlo perché quella che oggi è la rivista di Vasco Rossi, nacque per mia volontà, da una mia idea, con i miei sforzi. L’idea che mi ero proposto era quella di favorire, con la freepress, editori indipendenti e autori esordienti di talento. Dopo Satifiction tutti si sono cimentati chi più chi meno col freepress. Ma poi la rivista è diventata altro ed è diventata nel corso degli anni una rivista ad immagine e somiglianza del suo creatore, persona che stimo ancora, nonostante tutto, ma molto rumorosa, che favorisce i soliti noti per puntare ad inediti di alto livello e che non fa letteratura viva, ma gossip editoriale, proponendo autori morti e sepolti da un pezzo pur di riempire le pagino della cultura dei quotidinai, per fare scoop. La rivista che vorrei io è una rivista combattente. Un rivista che faccia politica. Che favorisca le piccole case editrici e il talento. Pur non condividendo in tutto e per tutto la linea ritengo che in Italia la migliore rivista letteraria sia Il Primo amore e mi fa molto piacere che sia nata anch’essa, come Satisfiction, a Pavia, piccola capitale del libro in Italia con una delle migliori case editrici sul mercato che è Effigie, un esempio e un modello per tutti noi giovani editori pavesi. Ci arrivo eh… Satisfiction è stata sostituita da No Tag che curiamo assieme a Mario Capello, ma non è abbastanza perché io sono megalomane e il mio sogno è quello di un quotidiano. Quotidiano degli scrittori. Un sedicesimo tutti i giorni, sedici semplicissime pagine in bianco e nero. E poi dietro al quotidiano, magari, un partito politico degli scrittori, che proponga come soluzione agli investitori dei mercati flagellati dalle crisi e dalle speculazioni, di investire in poesia… Ecco. Lo dichiaro sin d’ora, perché se poi mi fregano anche queste idee… stavolta non la passano liscia:) 

:: Recensione di Dispacci di Michael Herr a cura di Maurizio Landini

11 Maggio 2010 by

herrBasato sull'esperienza di guerra in Vietnam, vissuta dal giornalista americano tra il 1967 e il 1969, Dispacci va ben oltre il romanzo-reportage. l'Autore non si limita semplicemente a “riportare ciò che ha visto” in quel periodo della sua vita; il suo sguardo è vita. Le pagine odorano di Golgota, di luoghi del cranio; continue salite e crocifissioni, senza mai risorgere. Dalle pagine nascono e appassiscono rapidamente fiori di giovani vite: giorni trascorsi con la purezza e con la morte, senza alcun odore di santità…

Ma il Vietnam di Herr non è un'apocalisse da intendere come rivelazione. "A Herr non interessa ricostruire una storia segreta" scrive Roberto Saviano nell'introduzione al libro. "Vuole raccontare quel che è sotto gli occhi di tutti e nessuno però riesce a descrivere." È una "fine dei tempi" reiterata ad infinitum: un’abituarsi all’inferno, giorno per giorno. E bisogna che qualcuno rechi su di sé tutto questo peso, per intero, senza lasciare nulla laggiù: quei poveri ragazzi "…sempre ti chiedevano con un'emozione di un'intensità sconvolgente di raccontare tutto, per favore, perché avevano veramente la sensazione che non lo si raccontasse affatto per loro, stavano passandone di tutti i colori e stranamente nessuno là nel mondo lo sapeva". Il resto del mondo non c'è, è fuori. Non sa o non vuol sapere. Come accade anche in tutti i Vietnam attuali, che ci vengono serviti a domicilio, si accende e si spegne la guerra a piacimento.

Nel ritorno all'America di casa e famiglia, non c'è una vera espirazione per chi ha guardato-vissuto, ma quasi invidia per i morti. "La mia vita e la mia morte si erano mescolate con le loro vite e le loro morti; scivolando dall'una all'altra nella danza del Sopravvissuto, io esaminavo le attrattive di ciascuna e non desideravo granché né dell'una né dell'altra. Una volta stavo così male per questo da arrivare a pensare che i morti si erano soltanto risparmiati un mucchio di dolore."

Dispacci di Michael Herr. Editore BUR Biblioteca Universale Rizzoli. collana 24/7 2008 pagine. 292  Traduzione di Margherita Bignardi. Euro 9,50

:: Recensione di Se ti perdi tuo danno di Renzo Brollo

9 Maggio 2010 by

SETIPERDITUODANNO_1“Se ti perdi tuo danno” è un libro anomalo, se vogliamo proprio strano, bizzarro, e questa stranezza e bizzarria è accentuata dal fatto che è scritto da un giovane quasi esordiente che con il coraggio dell’incoscienza ci porta a toccare tematiche forti con una leggerezza e un’ ironia che ci lasciano storditi e sospettosi. La trama è semplice: il titolare di un’ agenzia di onoranze funebri riceve un incarico del tutto inaspettato riportare in patria la salma di Luigi un italiano morto in Germania vicino a Norimberga in circostanze alquanto dubbie, apparenemente andato all’estero per lavoro, ma in realtà per incontrare il suo amante tedesco Hans Baumgartner. Trovato morto nei boschi mezzo nudo appoggiato ad un albero con un cesto di funghi sulla pancia ora attende in una ghiacciaia di montagna dove usavano tenere in fresco la carne cinquant’anni fa e aspetta che qualcuno lo vada a prendere per riportarlo in Italia e seppellirlo. Il viaggio che ne inizia sarà ricco di sorprese e di colpi di scena e darà l’occasione a Renzo Brollo di riflettere in maniera nello stessso tempo seria e scanzonata sulla vita,  sull’amore e sulla morte in un canone a più voci in cui ogni protagonista dirà la sua con ironia e disincanto. Assai riuscita la descrizione della natura vero personaggio della narrazione, quello che più sorpende di questo romanzo è il tono allegro usato per descrivere argomenti tutto sommato drammatici e tragici. Brollo dissacra le ipocrisie che molto spesso ammantano la morte e ironizza senza lasciarsi intimidire portandoci a riflettere, facendoci commuovere, arrabbiare, fin anche ridere. Dicevo all’inizio che è un romanzo anomalo e lo è nella misura in cui si addentra a sondare la natura umana con lucidità e spiazzante determinazione. Se dovessi incasellare questo romanzo in un genere preciso avrei le mie serie perplessità mi limito a segnalarvi che Brollo gioca con le parole e crea assonanze e dissonanze tutt’altro che consuete.  Se ti perdi tuo danno di Renzo Brollo Editore Cicorivolta collana i quaderni di Cico 2007 pagine 225 Euro 12,50

:: Intervista ad Annalisa Molaschi

8 Maggio 2010 by

Viola_fronteBenvenuta Annalisa su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni, racconta ai nostri lettori chi è Annalisa Molaschi, descriviti con pregi e difetti.

Grande lettrice, ho amato le parole e la lettura da quando avevo sei anni, non ricordo momenti della mia vita in cui un libro non abbia accompagnato le mie giornate. Ho un’ assoluta  intolleranza al razzismo e alle chiusure mentali, odio la violenza in tutte le sue forme.Sono una scrittrice di libri e racconti per bambini e adolescenti da diversi anni, autrice di canzoni per bambini e incontro gli alunni nelle scuole in progetti di lettura sui miei testi.

Annalisa e la scrittura. Che rapporto vi lega, conflittuale, platonico? Come è nata in te l’esigenza di diventare scrittrice?

E’ sicuramente un rapporto platonico con accenni conflittuali quando ho scadenze molto ravvicinate. Sono diventata scrittrice scrivendo una storia che raccontavo ai miei figli (ne ho due) quando erano più piccoli. Ho partecipato ad un concorso letterario nazionale di narrativa per ragazzi della casa editrice Raffaello. Con il libro “Un safari emozionante” ho vinto inaspettatamente, su moltissimi partecipanti.Il libro ha avuto successo ed è stato adottato come testo di narrativa nelle scuole elementari. Non solo… Ha vinto anche un altro importante premio letterario nazionale: il “Premio Aquilone d'Oro” conferito da una giuria di più di mille bambini.Da qui è  partito tutto, ho iniziato a ricevere nuove proposte di pubblicazione e ad intraprendere  collaborazioni con alcune riviste.

Nata e cresciuta a Cremona, città in cui vivi e lavori anche attualmente. Cosa ami di più della tua città e cosa invece detesti? Ci sono luoghi in cui ti rifugi quando sei tristi, periodi del giorno in cui la luce e più calda e vivida? Raccontaci un po’ la tua Cremona.

Cremona è  una città d’arte e di musica famosa in tutto il mondo per i grandi maestri liutai. Ha un bellissimo centro storico con una delle più alte torri campanarie d’Europa, ha molti spazi verdi e conserva intatte diverse tradizioni contadine.  C’è una buona qualità di vita con i ritmi ancora abbastanza calmi di una città di provincia. Lungo il fiume Po ci sono posti in cui a volte è più facile ritrovare l’armonia e la tranquillità della mente. Mi piace e mi trovo bene anche se ho molti altri luoghi in cui sono stata dove penso potrei vivere altrettanto bene.

Scrivi soprattutto libri per ragazzi. E’ più difficile che scrivere libri per adulti? Quali sono le qualità principali di un buon scrittore con questo target di lettori?

Scrivo soprattutto libri per ragazzi, ma ho scritto anche diversi racconti per adulti alcuni dei quali sono stati premiati a concorsi letterari e sono stati pubblicati su riviste e antologie. Penso sia più difficile scrivere per bambini e ragazzi. Scrivere, scrivere una buona storia con una trama avvincente e originale, in un linguaggio sciolto e coinvolgente è sempre piuttosto complesso, farlo per i ragazzi secondo me lo è ancora di più: è necessario saper attirare la loro attenzione, divertirli e interessarli anche quando si tratta di temi importanti La difficoltà della scrittura  per ragazzi sta nel saper raggiungere il loro modo di pensare e di agire avvicinandosi al loro linguaggio, ai loro sogni, alle loro fantasie senza mai dimenticare il ruolo educativo che secondo me è un dovere preciso degli scrittori per l’infanzia e per l’adolescenza. I bambini e i ragazzi se interessati e coinvolti, amano i libri e la lettura e, alcuni, anche la scrittura. Cerco di usare la chiave giusta per arrivare al loro mondo.

Il mondo dei ragazzi non è così  idilliaco come sembra è pieno di drammi, insicurezze, ribellioni. Pensi che un buon libro possa essere un vero amico in questi anni difficili?

Si, sono molti i conflitti interiori e aggiungerei anche la confusione e l’esposizione a modelli sbagliati, a mio avviso soprattutto della televisione, con cui trovano, sempre più spesso, difficile confrontarsi. Sono sicura che un buon libro può essere un amico fidato: da possibilità di sognare, insegna e ti crea attorno una certa magia. Forse un libro non cambia il mondo, ma può cambiare qualcosa dentro di noi. Proprio sull’importanza e sull’aiuto che può essere un libro, ho scritto “Leggere è sognare” una canzone quasi autobiografica le cui musiche sono state composte dal compositore e sassofonista con cui collaboro, Ilio Volante. Questa canzone è stata premiata al concorso radiofonico nazionale “Canzoni e Colori” su oltre sessanta brani partecipanti.

Pensi ci sia abbastanza attenzione al mondo dell’infanzia nel panorama culturale italiano? Quali mali evidenzi e cosa proporresti per porvi rimedio?

A parte un certo tipo di televisione assurda e violenta in ogni orario del giorno, penso che, tutto sommato, ci sia abbastanza attenzione al mondo dell’infanzia. Nell’ambito dei libri per bambini c’è grande scelta e grande varietà, ognuno può trovare, rispetta
ndo gusti e interessi personali, la propria lettura preferita.

Cosa ne pensi del fenomeno “Harry Potter”?

Non è  il mio genere di lettura e non credo sia un vero capolavoro, ma ha avuto il grande merito di avvicinare molti ragazzi e perfino qualche adulto, alla lettura.

Hai amato Salgari, e i libri d’avventura? Pensi siano importanti negli anni della crescita?

Si, li ho letti e mi piacevano, non erano i miei preferiti però, io leggevo soprattutto le vicende di eroine femminili belle, forti e coraggiose sempre in grado di rialzarsi dopo ogni tipo di evento negativo. Penso che i romanzi di avventura siano utilissimi a stimolare curiosità e sappiano accompagnare la crescita verso nuovi orizzonti.

Quali sono i tuoi maestri letterari e i libri che ti hanno formata?

Non ho “maestri letterari” ho sempre letto di tutto dai classici agli scrittori moderni facendo scelte personali dettate dai temi trattati, dalla scrittura scorrevole e dalle trama originale, cosa che apprezzo molto in ogni forma d’arte. Da bambina mi sono appassionata a “Piccole donne”, “Polly, una ragazza all’antica” di L. M. Alcott , alle avventure di “Pollyanna” di E.Porter, ai gialli di A. Christie, ma anche a libri divertenti come “Tom Sawyer” di Twain. Più da grande mi sono avvicinata a ogni tipo di romanzo che colpiva e attirava la mia attenzione per il soggetto e l’intreccio o anche per approfondimenti di argomenti utili al mio lavoro di scrittura.

Ti piace la poesia quali sono i tuoi poeti preferiti?

Nazim Hikmet è il mio preferito, ma amo anche Prevèrt, Alda Merini e Neruda.

Annalisa e la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice leggere?

Per ora, fortunatamente, ho avuto tutte recensioni più che positive. Mi fa naturalmente molto piacere quando mi dicono che il mio stile di scrittura è brillante e coinvolgente e che so trasmettere messaggi importanti in intrecci avvincenti. E poi, critiche e recensioni originali e bellissime, le raccolgo “sul campo” negli incontri con i bambini nelle scuole e nelle mail che ricevo che sono davvero belle e piene di complimenti.

“Viola e il ragazzo invisibile” vuoi parlarcene?

“Viola e il ragazzo invisibile” uscito per MursiaScuola è un libro per adolescenti che è stato adottato come libro di testo di narrativa nelle scuole medie. E’ una storia d’amore e di amicizia, immigrazione e avventura nell’Italia multietnica che parla delle nuove generazioni e di un’integrazione possibile. “Viola è una ragazzina timida e sensibile. Un giorno, mentre esce dalla palestra viene urtata e buttata a terra da un malvivente in fuga. Quell’incontro cambierà la sua vita perché non si tratta di un malvivente, ma di un giovane extracomunitario senza permesso di soggiorno, inseguito dalla polizia e ingiustamente accusato di un reato. A Viola il compito di salvare il ragazzo “invisibile” (Daniel). Invisibile perché straniero e alla ricerca di inserimento in una realtà a lui sconosciuta e spesso ostile.”

Quale libro stai leggendo attualmente?

Come spesso mi capita sto leggendo più libri contemporaneamente. Sto terminando il libro di un amico giornalista e scrittore, Giancarlo Oliani “Ti amo da morire”, ho iniziato l’ultimo di Niccolò Ammaniti “Che la festa cominci” e mi stanno aspettando sul comodino “Il museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk e “Il suggeritore” di Donato Carrisi.

Progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

Moltissimi progetti e già piuttosto concreti: tra pochi mesi uscirà il terzo episodio di Nancy Fly la serie per bambini a cui sto lavorando che ha per protagonista una fata molto particolare che vive avventure incredibili ed emozionanti e ho già in programmazione il quarto e il quinto episodio.  Ho appena terminato un romanzo che tratta del fenomeno del bullismo e sto scrivendo un libro di avventura, target dagli otto anni, per una nuova proposta editoriale. E poi presentazioni in librerie e biblioteche, incontri con le scuole, fiere del libro…

:: Recensione di Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2010 by

Jean Claude Izzo - Storia di un marsiglieseDieci anni fa, sembra ieri ma ormai sono passati già dieci anni, moriva a Marsiglia Jean Claude Izzo e per celebrare questo anniversario Perdisa ha deciso di dedicargli una monografia che inaugura la collana “Rumore Bianco” creata e diretta da Luigi Bernardi. Ogni storia d’amore è unica a suo modo e racchiude sempre qualcosa di tragico perché l’amore è fatto così se è autentico, vero. Conobbi Jean Claude Izzo attraverso i suoi libri e me ne innamorai per una ragione semplicissima non potevo farne a meno. Leggendo Jean Claude Izzo- Storia di un marsigliese della giornalista e scrittrice Stefania Nardini ho provato uno strano senso di deja vu, una fortissima nostalgia e mi sono accorta che le ragioni di un amore possono essere molteplici ma ci accomunano in maniera impressionante. Jean Claude Izzo era un uomo che viveva la scrittura con passione, la stessa passione che metteva nel suo impegno politico o nel suo amore per le donne. “Jean Claude Izzo era un uomo che portava con sé un mistero”. Ecco penso sia questa frase ad avermi dato la certezza che ciò che sfugge alla nostra comprensione è sempre la parte che ci manca e dalla quale siamo inarrestabilmente attratti. Che Jean Claude Izzo sia uno tra i più grandi autori di noir mai esistiti, il padre del noir mediterraneo poco importa, pochi non conoscono la sua trilogia marsigliese composta da Casino Totale, Chourmo – Il cuore di Marsiglia  e Solea, e i suoi due romanzi Marinai perduti e Il sole dei morenti a mio avviso il più bello e dolente,  ciò che veramente lascia il segno e oltrepassa l’indifferenza e la mediocrità e che Izzo era una persona autentica, con pregi e difetti, che non si mascherava per apparire migliore ne recitava la parte del grande scrittore, del giornalista e del poeta. Era tutte queste cose più molte altre ancora non ostante la  sua breve vita,  fa rabbia perché il cancro se lo portò via a soli cinquantacinque anni, morendo infatti così giovane lasciò un vuoto, uno strappo triste come una promessa non mantenuta e Stefania Nardini questo l’ha capito e nel suo omaggio, struggente e poetico come una dichiarazione di amore, si allontana dalle solite monografie, o biografie e abbraccia tanti generi diversi identificando l’uomo con Marsiglia la città simbolo per molti versi dell’universo Izziano. Ad impreziosire questo volume, cesellato come uno scrigno, testi inediti e per la prima volta tradotti in italiano dallo stesso Bernardi,  tra cui brani delle sue poesie, e le bellissime illustarzioni in bianco e nero di Ivana Stoyanova. Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini Perdisa Pop collana Rumore Bianco,  2010, pagine 174, Euro 14,00

:: Intervista a Francisco Pérez Gandul a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2010 by

franciscoperezgandulBenvenuto Francisco su Liberidiscrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori italiani: nato a Siviglia nel 1956, sceneggiatore, scrittore, giornalista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Cantastorie, paroliere di canzoni popolari, inventore di giochi per bambini …  Lo sai che ho brevettato un album di figurine  sui cui fogli il bambino può incollare le immagini e riprodurre una vera  partita di calcio. L’album del 21 ° secolo. Sto cercando un agente in Italia per vendere l’album alla Panini, vuoi essere tu?

Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupi prevalentemente, per quali giornali scrivi, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare lo scrittore?

Sono essenzialmente un giornalista e sono diventato scrittore essenzialmente per vendetta, poiché non volevo rimanere legato alla realtà, caratteristica imposta dalla mia professione, ma volevo sognare, immaginare, scrivere fiction tutte cose che non avrei potuto fare scrivendo per un giornale.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

No,  no, no, il romanziere ha diritto di essere un bugiardo compulsivo. Quale gioia poter mentire liberamente ed essere lodato proprio per quanto lo fai bene!

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti, i classici spagnoli come Don Chichotte della Mancia di Cervantes? Come è stato crescere nella Spagna degli anni 50?

Ero un bambino solitario che amava specialmente leggere: fumetti, Enyd Blyton, Verne, Salgari, Stevenson, poi i classici non solo Don Chichotte ma anche Quevedo con il suo meraviglioso “El Buscon”. Poi amavo Frederic Forsythe, Lapierre e Collins, Follet di ieri e di oggi, Arturo Perez Reverte e Andrea Camilleri, Paul Auster e chiunque avesse una buona storia e la raccontasse bene.

Parlaci ora della tua città Siviglia. Che cosa ami di più, ci sono luoghi che ti commuovono, irritano, fanno innamorare?

Siviglia è come dico sempre la Firenze della Spagna devastata dai sivilliani. C’è stato un tempo in cui il suo patrimono artistico non fu protetto e furono commesse tali atrocità che oggi ci impediscono di avere una città da sogno. Ma è veramente molto bella, conserva molti posti dove è piacevole camminare facendoti sentire il depositario di molte culture e delle parole e dei fatti di molti grandi personaggi. E’ una città che cattura il cuore nonostante i suoi grandi difetti.

Parlaci dei tuoi studi. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Era un tuo sogno fin da ragazzo o i tuoi genitori ti hanno educato con il mito del posto fisso?

Sin da quando ero ragazzo ho scritto e letto in maniera compulsiva. E’ divertente, il giornalismo invece di esacerbare la mia passione per la lettura  e la scrittura mi ha reso per un po’ indifferente. Io ero, e sono, un giornalista sportivo e sono stato per anni ossessionato dal mondo e dal mio lavoro tutti fatti che mi hanno tenuto in un certo senso lontano dai libri. Oggi che sono un editorialista ho recuperato la gioia di leggere e scrivere.

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

Ho scritto una storia che mia ha ronzato per la testa per tre anni poi ho fatto il classico giro di porta in porta domandando un’ opportunità. Io credevo in Cella 211 e sapevo che era una grande storia. Poi non sono una persona che da consigli, solo mi piacerebbe dire ai giovani di fare quello che amano e di crederci. Ciò non gli aprirà ogni porta, ma li farà felici.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Tutti gli scrittori della mia adolescenza che mi hanno invogliato a continuare a leggere.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo  “The Music of Chance” di Auster. Ho così tanta pace nella mia vita che ho bisogno di un po’ di movimento.

Parliamo adesso del tuo romanzo di esordio Cella 211, un thriller carcerario, duro, disturbante, la storia di un uomo qualunque che all’improvviso si trova in una situazione etrema e deve fare di tutto per sopravvivere e riacquistare la libertà. Cos’è la libertà per te? Il tuo romanzo in un certo senso vuole essere un inno alla libertà?

Libertà? E’ una cosa impossibile, un’utopia, si è sempre legati a qualcosa o a qualcuno. In realtà siamo tutti colpevoli di qualcosa e tutti viviamo in una sorta di libertà condizionata. La verità è che è certo più difficile per molte persone che sono chiuse fra quattro mura o che sono portatori di handicap che gli impediscono di muoversi liberamente. Cella 211 è una finzione, non ha altro scopo che intrattenere. Dal momento che i politici si sono appropriati dell’inno alla libertà preferisco non cantare questa canzone.

Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare delle carceri, parlare con i prigionieri?

No, non mi sono documentato affatto. Devi ricordare che volevo fuggire dal giornalsimo. Non avevo bisogno di descrivere un carcere, ciò avrebbe distratto l’attenzione del lettore. Tutto quello che volevo fare era raccontare la lotta per la sopravvivenza di un uomo incarcerato per sbaglio e per fare ciò erano sufficienti i sentimenti che sentivo in me.

Juan Oliver è in un certo senso il protagonista principale, un ragazzo a posto, timido, con una famiglia, dei valori che all’improvviso si trasforma, subisce quasi una metamorfosi, cambia pelle come un serpente. Pensi che realmente l’ambiente in cui viviamo abbia questo potere o Juan aveva già in sé i germi di questo cambiamento?

Tutti noi abbiamo un animale dentro, può essere domestico o selvaggio a seconda dell’ambiente in cui viviamo o degli avvenimenti che ci capitano. Sono convinto che solo noi conosciamo noi stessi,  i nostri limiti, solo noi lasciamo emergere il male quando siamo di fronte a situazioni estreme. In queste situazioni infatti non conta l’educazione che abbiamo ricevuto, la nostra morale, niente conta tranne la nostra intelligenza al servizio della sopravvivenza.

Il personaggio che mi ha più colpito personalmente è Malamadre, un uomo violento, duro con tratti inaspettatamente infantili, dubbi, fede nell’amicizia. E’ un perosnaggio sorprendente, molto sfaccettato e complesso. Come è nato questo personaggio?

Siamo tutti un poco poliedrici, non sei d’accordo? Malamadre è un semi analfabeta, rozzo, violento ma ha anche trascorso più di metà della sua vita rinchiuso in un carcere, conosce solo il suo lato oscuro, deve essere forte per mantenere la sua integrità fisica. Quando incontra Juan Oliver le personalità entrano in conflitto. Il giovane ha la meglio sul veterano e la tenerezza, la fiducia,  la cieca fedeltà che Malamadre non ha mai ricevuto è come se li incontrasse per la prima volta. Non avevo nessun modello per Malamadre, forse è solo un’ esagerazione di noi stessi.

Nel tuo romanzo affronti temi seri come le condizioni dei prigionieri nelle carceri, il fatto che ad una loro possibile rieducazione nessuno ci creda veramente, parli del potere molto spesso corrotto, del terrorismo dell’Eta. Era tuo intento fare discutere, porre degli spunti di riflessione al lettore?

La letteratura spagnola e il cinema sono sempre stati estremamente politicizzati così almeno mi sembrava. E’ abituale che il messaggio che si vuole trasmettere prevalga sulla qualità della storia. Io ho cercato di evitarlo. Io discuto questi temi, suggerisco al lettore di discuterli, di prendere le sue posizioni, non impongo le mie. Se avessi voluto vendergli qualcosa sarei diventato un politico.

In che misura il “prison movie” statunitense ha infleunzato la stesura del tuo libro?

Il cinema e la narrativa poliziesca americana mi hanno molto influenzato, specialmente il cinema, Eastwood o Lancaster nei film su Alcatraz sono indimenticabili per me.  Ad essere onesto sono sempre stato interessato a questo genere ma il fatto che ho fatto il mio debutto in letteratura proprio con un dramma carcerario è del tutto casuale.

Ad un tuo personaggio fai dire :”La parola ha un potere tale che chi la padroneggia ha in pugno l’arma più sofisticata del mondo”. Quanto questa afferamazione si adatta al tuo lavoro di scrittore?

La parola ammettiamolo è un’ arma sofisticata. Io mi considero più un giornalsita che uno scrittore e sono in un certo senso intimidito quando mi chiamano romanziere. Poi si sa  Stendhal o Vargas Llosa sono romanzieri, io sono al limite un narratore maldestro.

Sei rimasto soddisfatto della trasposizione cinematografica di Cella 211? Se avessi scritto tu la sceneggiatura saresti rimasto più fedele al libro, avresti reso più camaleontico il personaggio di Juan Oliver e meno macho Malamadre?

Sì, penso che abbiano fatto un buon adattamento del romanzo, soprattutto fedele, che poi è la ragione per cui il romanzo ha avuto successo. Non mi piace discutere su cosa avrei tolto o aggiunto nello script. Penso che sarebbe una sorta di mancanza di rispetto nei confronti di Daniel Monzon e Jorge Guerricaechevarria, i quali hanno fatto un grande lavoro, dico solo che il finale del romanzo a mio parere mi sembra più giusto per Malamadre e Juan Oliver.

Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai per la Fiera del libro di Torino a maggio?

Amo l’Italia. Il caos di Roma, la serenità di Firenze, il paese delle meraviglie di Venezia, anche le colline di Siena! Sono anche un tifoso della Fiorentina! Se verrò inviatato a Torino, perché no. Non so ancora. In  realtà non conosco molto la tua terra.

A che libro stai lavorando in questo momento, puoi anticiparci qualcosa?

Nel mio secondo romanzo cambierò una prigione con il mondo finanziario e sono proprio pronto per trattare questo nuovo argomento. Per favore sottolinealo in rosso perché sarà un successo sia in Spagna  che in Italia.

:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini

5 Maggio 2010 by
Lilin

Nicolai Lilin – foto Stefano Fusaro

Apriamo questa breve intervista parlando del suo nuovo libro, “Caduta libera” (Einaudi 2010): qual è il motivo che l’ha spinta a condividere un periodo così duro e doloroso della sua vita, come la partecipazione alla seconda campagna di Cecenia, e cosa le premeva comunicare ai lettori quando ha deciso di scrivere questo romanzo-reportage?

Credo che quando una persona ha qualcosa da comunicare al mondo, attraverso qualsiasi modo, deve farlo assolutamente. Tenere per se stessi le proprie esperienze, le conclusioni, i cambiamenti interni è sbagliato e poco saggio. Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.
Per quanto riguarda il senso di ciò che comunica il mio libro, credo che ogni lettore percepisca quello che cerca tra le righe, quello che ognuno di noi vuole vedere: il proprio riflesso. Noi leggiamo per confrontarci con la vita, per immaginare noi stessi nei panni dei personaggi, per sentire con la nostra pelle e poi capire chi siamo, cosa vogliamo dalla vita e dove essa ci trascina. Io ho solamente raccontato come è andata la mia esperienza, tocca al lettori misurare se stesso con la realtà descritta da me.

Secondo lei, il romanzo di guerra contribuisce a trasmettere al lettore il reale dramma di un conflitto o rischia di perdersi in un susseguirsi di azioni militari avvincenti? 

Il “dramma di un conflitto” è una frase che non significa niente e non rappresenta il vero carattere di una guerra. Per me il vero dramma non è nella guerra, ma altrove, nella società pacifica. Io penso a tutte le persone che continuano a vivere, consumare, divertirsi, moltiplicarsi in santa pace, mentre da qualche parte sulla stessa terra, sotto stesso cielo, respirando la stessa aria, altre persone sono costrette a fare la guerra. Per me l’orrore è questo, la linea tra guerra e pace che si definisce con l’indifferenza e l’ipocrisia delle persone che vivono nella pace e si permettono di fare affermazioni sulla guerra, senza averla mai sentita veramente sulla pelle, senza averla mai vissuta. Dalla guerra spesso si torna puri, perché in una situazione così estrema e terribile cadono le barriere delle falsità umane. Le persone pure poi non riescono più a stare nel mondo pacifico, perché la pace forzata crea una sensazione di falsità, per questo le persone che tornano dalla guerra hanno difficoltà a vivere con le altre persone. Io nel mio libro ho cercato di raccontare le situazioni importanti, le situazioni che cancellano l’idea comune del bene e del male, delle possibilità umane. Cerco di spiegare come si trasforma l’essere umano e come diventa puro alla fine. Lo diventa attraverso un duro percorso, attraverso le atrocità e le ingiustizie. In situazioni come queste è necessario perdersi completamente per poi ritrovare se stessi. E quando si riconquista la propria anima, allora quella, strappata alle mani del diavolo, diventa pura come un diamante…

Siamo una civiltà  “fondata” sulla guerra: al giorno d’oggi, la compravendita delle armi coinvolge non solo la Russia ma anche la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, rendendo ogni conflitto un grande business. Ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica su questa piaga, anche attraverso la testimonianza del dramma della guerra, possa contribuire a diffondere una “cultura della pace”?

Noi (intendo voi, come la maggior parte dei civili che non hanno mai vissuto o partecipato ad un conflitto armato) per quanto possiamo credere di essere intelligenti e capaci, non sappiamo veramente niente sulla guerra. Questa è la triste realtà dei nostri giorni. Nemmeno la parola pace significa qualcosa oggi, è uno strumento con cui i poteri corrotti e interessati nel creare una società consumista e indifesa operano un lavaggio dei cervelli di interi popoli. L’uomo deve comprendere i propri limiti, deve sapere cosa significa la guerra, il servizio militare, le armi e come si uccide. Solo allora potrà capire il vero prezzo della pace e imparare a rispettare innanzi tutto la propria vita e poi gli altri. Solo così può essere costruito un mondo vero e puro, composto da persone che conoscono e rispettano se stesse, perché solo attraverso il rispetto per se stessi si impara a rispettare gli altri, il mondo e ogni cosa che ci circonda. Non bisogna avere paura delle armi, ma degli uomini che le maneggiano. L’arma trattata con educazione e filosofia diventa uno strumento importante, una chiave filosofica ed etica nella vita delle persone, chi tiene l’arma, la rispetta e la conosce, non la userà mai contro un umano, se non nel caso di estremo pericolo. Ci preoccupiamo del traffico di armi, ma l’arma più pericolosa è il consumismo, il petrolio, il denaro, i meccanismi corrotti che ci spingono a diventare una massa di ignoranti, talmente terrorizzati da aver paura della propria ombra e permettere ogni ingiustizia. Questa è l’opinione pubblica moderna, influenzata da un branco di incapaci a pensare, ridotta a misurarsi con decisioni importanti guidata da istinti primari fuorviati. Forse la vera “cultura della pace” nascerà solo dopo la quarta guerra mondiale, quella che secondo le previsioni di Einstein sarà combattuta con pietre e bastoni.

Lei, recentemente, ha manifestato la sua solidarietà  nei confronti dei volontari di Emergency detenuti in Afganistan (1). Quanto, secondo la sua esperienza di guerra, è importante il contributo di queste associazioni?

Ho manifestato solidarietà ai volontari di Emergency perché sono miei concittadini e da cittadino italiano, che paga le tasse e fa parte di questo paese con tutti gli impegni che il mio governo mi richiede, mi disonora il fatto che delle persone con il mio stesso passaporto vengano trattate senza dovuto rispetto da un branco di terroristi, messi al potere per una ragione politica in una regione problematica. Noi spendiamo due milioni di euro ogni giorno per la nostra presenza in quel territorio come parte della ISAF, ed è così che ci trattano. Questa è nient’altro che l’ennesima riprova che non esiste “Peace-enforcing”, o fai la guerra come si deve, invadi un paese, spiani la resistenza e ricostruisci tutto come vuoi tu, oppure lascia tutto e torna a casa. Non sono un pacifista, almeno non per come questo termine viene usato e percepito nella società moderna, ma rispetto ed ammiro i nostri ragazzi che fanno volontariato nel mondo, loro sono il nostro orgoglio nazionale, dobbiamo essere vicini a loro, lasciando perdere la politica e cose varie. Senza parlare del fatto che, togliendo Emergency dalla scena afghana, i nostri servizi segreti si vedono mancare un canale sicuro e installato da anni, attraverso il quale si poteva instaurare un dialogo con i talebani. Chi partecipa a queste operazioni o non capisce niente dei meccanismi e particolarità della guerra, oppure volontariamente danneggia la posizione Italiana sulla scena internazionale.

Cosa pensa della guerra mediatica? Di come TV, giornali e internet comunicano la guerra al giorno d’oggi?

Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.

Dopo il suo libro “Educazione Siberiana“, qualcuno si è  affrettato a nominarlo il “Saviano russo”. È d’accordo? Cosa pensa dello scrittore Roberto Saviano? 

Roberto Saviano è la coscienza dell’Italia moderna. Spero che continuerà a portare avanti questa guerra. Lo rispetto perché è un guerriero e ha uno spirito veramente puro, non ha pietà per gli avversari e per questo gli esponenti della criminalità e la politica corrotta lo temono. Paragonare me a lui è sbagliato, io sono un umile ragazzo di trent’anni con varie esperienze alle spalle, che si è trovato un posto tranquillo e ha deciso di condividere le sue esperienze con le persone attraverso la letteratura. Lui è ancora in guerra e spero che il Signore gli dia sempre le forze per continuare a combattere il nostro male.

Dopo “Caduta Libera” ha dichiarato che scriverà un terzo libro autobiografico, incentrato sulla sua vita dopo l’esperienza della guerra in Cecenia: sarà anch’esso avventuroso come i precedenti?

Io non definirei i miei libri autobiografici, l’autobiografia è un genere letterario ben definito, al quale non mi permetterei mai di paragonare i miei lavori. I miei libri sono romanzi, scritti attingendo alle esperienze reali vissute, e non solo da me in prima persona, ma da tanta gente che conoscevo e con cui ho condiviso varie esperienze. Sinceramente non capisco il significato della frase “avventuroso come i precedenti”. Credo che la parola “avventura” stia meglio se riferita alle storie del Barone di Münchausen, o alle vicissitudini di Topolino. Io parlo della vita, di cose accadute realmente, di gente che non è stata così fortunata come me ed ha terminato l’“avventura” prematuramente e per sempre. E in modo atroce, ad esempio fatti a pezzi sotto il fuoco dei mortai, mischiati nel fango in qualche campo sotto le montagne del Caucaso. Secondo me, meritano di essere raccontati come parte di una vita, di un’esperienza profonda e indimenticabile, totale e solida. Non di un’avventura, altrimenti rischiano di perdere dignità, diventando il “retroscena” volto solamente a stuzzicare l’immaginazione del lettore.

Un’ultima domanda che esula dal contesto letterario: vuole raccontare ai nostri lettori come è nata la sua passione per i tatuaggi?

Tutto quello che riguarda il tatuaggio rappresenta per me un tema profondamente personale e cerco di condividerlo con gli estranei il meno possibile, è uno dei temi che preferisco tenere solo per gli amici stretti, un racconto che riservo alle persone con cui mi sento particolarmente in confidenza. Non è un argomento che mi piace affrontare nelle interviste. Posso solo dirvi che disegnavo da quando ho memoria e mi sono fatto da solo il primo tatuaggio all’età di undici anni. Poi è andata come è andata.

(1) si legga: http://www.libreidee.org/2010/04/lilin-conosco-lorrore-per-questo-stimo-emergency/ 

:: Recensione di Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. Copertino

4 Maggio 2010 by

Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. CopertinoRosco Duncan è un veterano, ha conosciuto la guerra in Iraq, l’inferno di Fallujah, ha cicatrici invisibili che difficilmente si rimargineranno, ha perso amici, ha partecipato all’operazione Phantom fury per tentare di catturare al-Zarqawi e ha scoperto la faccia più nera di ogni conflitto, l’incompetenza dei propri superiori causa di morti inutili, di tanti sprechi di vite umane. Proprio per questo decide di lasciare i marine e andare a Los Angeles. Anche qui ci sono guerre da combattere e non meno pericolose, la droga è un mercato che cresce ogni giorno, un nemico altrettanto insidioso e pericoloso del terrorismo e così decide di arruolarsi nella polizia di Los Angeles e di entrare nella SWAT il nucleo d’elite super addestrato per combattere il crimine. Ma i fantasmi di Fallujah lo seguono, perché i nemici non sono sempre solo quelli dichiarati, perché la corruzione e il male si annidano dove meno ce lo aspettiamo e spesso ci si trova a combattere per la propria stessa sopravvivenza. In bilico tra l’action bellico e il police procedural, Angeli neri – L’ultimo agguato è un originale esempio dei confini che può esplorare il romanzo d’ avventura. C’è azione, ironia, suspance, adrenalina che scorre a fiumi ed è ricco di particolari tecnici molto realistici che danno al romanzo un valore aggiunto che soddisfarrà anche i palati più fini dei cultori del genere. Di taglio spiccatamente cinematografico ci immaginiamo nei panni di Rosco Duncan un Bruce Willis prima maniera sulle strade di una Los Angeles nera  e pericolosa  a lottare contro il crimine, un po’ guascone, un po’ eroe, coraggioso, leale, concreto, un personaggio tutto sommato positivo ma non esente da dubbi e umane incertezze anche se l’amarezza non diventa mai cinismo e la violenza non viene mai esaltata fine a se stessa. James C. Copertino riesce ad appassionare e divertire allo stesso tempo, senza mancare di un tocco di originalità che lo differenzia dall’action più grezzo di scuola nordamericana. Leggendolo avrete la sensazione di partecipare davvero alle operazioni, di correre a perdifiato per le vie di Los Angeles con la consapevolezza che dopo tutto il bene è sempre destinato a prevalere. James C. Copertino, Angeli neri – l’ultimo agguatoTHRILLER – Armando Curcio Editore – Noir – 2009 – pagine 474 – prezzo 5,90 euro –       

:: Recensione di Crisantemi a ferragosto di Rocco Ballacchino (Editrice il Punto Piemonte in bancarella 2009)

3 Maggio 2010 by

Version 1.0.0

In una torrida Torino deserta per l’esodo estivo Paolo Volpi un grigio e anonimo impiegato dalla vita noiosa e incolore si trova costretto dalle circostance a rinunciare alle sue vacanze alle Baleari con amici e a mettersi il cuore in pace. Dopo tutto Torino d’agosto ha i suoi vantaggi, poca gente, poco traffico, parcheggi più facili da trovare, più tranquillità se non fosse per quella insopportabile puzza che appesta il palazzo deserto in cui vive.
Dopo un piccolo controllo con l’aiuto di due improbabili poliziotti ne scopre la causa: il suo vicino di casa Valerio Naldi giace morto con accanto sul comodino un po’ d’acqua e alcune confezioni di farmaci semivuote. La causa della morte è lampante: suicidio. Non che sia un avvenimento insolito in questo periodo dell’anno. Molti anziani assaliti dalla solitudine ricorrono al suicidio ma questa volta c’è qualcosa di diverso, l’innocuo e silenzioso Naldi racchiude in sé un mistero e sembra che abbia proprio deciso di affidare a Paolo Volpi una strana eredità.
Incuriosito, irritato, sorpeso Volpi inizia a indagare e viene a conoscenza di una serie di morti di donne avvenute dagli anni 50 in poi in prossimità del Ferragosto, tutte catalogate come suicidi. Ma Valerio Naldi in che modo è collegato a questo ginepraio?
Di colpo la vita grigia e anonima di Volpi si tinge di angoscia e bisognerà arrivare alle ultime pagine del libro per fare piena luce in questa oscura e fosca vicenda che infondo potrebbe capitare ad ognuno di noi.
Crisantemi a ferragosto il romanzo d’esordio di Rocco Ballacchino edito nel 2009 dalla casa editrice Il Punto Piemonte in bancarella, è un giallo anomalo e inquietante non privo di venature noir. Ha per protagonista il classico uomo qualunque coinvolto volente o nolente in una storia più grande di lui, una storia in cui il male ha sfaccetate facce tutte riconducibili al mistero insito nella natura dell’uomo.
Ballacchino ci porta per mano in una storia apparentemente assurda ma nello stesso tempo non del tutto improbabile. Conosciamo infatti davvero chi ci circonda, chi vive magari sullo stesso pianerottolo e con cui scambiamo a volte radi cenni di saluto? Siamo davvero certi che dietro il sorriso mite e un po’ miope del vecchietto che magari incrociamo in ascensore non si nasconda un mistero, la banalità stessa del male?
Ecco la lettura di questo libro porta a porsi domande come questa e non è sempre detto che le risposte ci piaceranno.

:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2010 by

Il bambino della città ghiacciataIn un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta  era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene,  abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile.  Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare,  a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.   

:: Giulia Guida intervista Gaja Cenciarelli

1 Maggio 2010 by

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Benvenuta, Gaja. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberidiscrivere. Traduttrice dall’inglese di narrativa e saggistica, caporedattrice in “Vibrisselibri”, due romanzi all’attivo più l’antologia di “Auroralia” (Zona, 2009), blogger su “Sinestetica.net”, romana d’origine, ma irlandese nell’anima.
Se ti dico Gaja Cenciarelli, insomma, tu cosa mi dici?

Benvenuta a te, e grazie per la presentazione più che lusinghiera. Sono romana d’origine, di sangue e d’amore. Sono irlandese per scelta, perché lì mi riconosco e perché Roma e l’Irlanda hanno uno spirito molto affine.
Quanto alla tua domanda, rispondo che sono una persona piena di dubbi. Che non ho nemmeno iniziato a imparare e che l’unica cosa di cui sono sicura, l’unica certezza che ho nella vita è la scrittura.

Sia come lettrice che come traduttrice hai sempre mostrato uno spiccato interesse per le scritture femminili. Cosa ti piace trovare in una scrittrice?

Mi sono occupata di letteratura femminile per anni e sono arrivata alla conclusione che, leggendo una scrittrice, mi aspetto di toccare il corpo delle parole. Voglio fisicità e plasticità. Sia nella scrittura che nella storia. In effetti sono le stesse caratteristiche che spero di trovare ogni volta che apro un libro, a prescindere dal sesso dell’autore.

Quali sono state le scrittrici che più hanno influenzato la tua formazione?

Margaret Atwood [per i motivi di cui sopra consiglio caldamente a tutti «Il racconto dell’ancella», tradotto da Camillo Pennati], Sylvia Plath, Alice Munro, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Marguerite Duras, Doris Lessing, Jane Austen, Emily Dickinson, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Charlotte Brontë.

E scrittori? C’è stato qualche uomo degno di essere ricordato in questa sede?

Naturalmente, moltissimi. Lady Morgan diceva che il genio e l’anima non hanno sesso.
James Joyce, Samuel Beckett, tutti i russi, l’opera omnia di Shakespeare [il mio faro], Dante, Cervantes. Thomas Mann. Franz Kafka. Tutti gli italiani che ho letto e che leggo ogni giorno, anche coloro che durante la lettura mi accorgo di non apprezzare molto e che sento meno nelle mie corde, perché imparo a capirne i motivi, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Amo moltissimo gli scrittori americani, moderni e contemporanei. Paul Auster, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy. Naturalmente li amo attraverso le parole delle loro traduttrici/traduttori. Eccelsi professionisti. Una citazione a parte la riservo per un grandissimo romanzo di cui si parla troppo poco: «Il conte di Montecristo», di Alexandre Dumas. Per me, indimenticabile.

Se ti dico “Irlanda”? Pensieri random, hai carta bianca.

Tornare a casa.

Tu sei una traduttrice, Gaja. Seppur bistrattato, mal pagato, poco considerato, il traduttore riveste un ruolo fondamentale come mediatore della parola scritta.
Ma adesso lo chiedo a te, chi è il traduttore? E com’è Gaja traduttrice?

La traduttrice, parlo al femminile perché femmina sono J, riscrive il testo originale. Interpreta l’autore, ne coglie lo spirito, l’humus culturale da cui proviene. Ha un’ottima conoscenza della lingua italiana, prima ancora che della lingua da cui traduce. La traduttrice è autrice a tutti gli effetti. La scelta delle parole è sua, appartiene alla sua sensibilità, alla sua capacità di comprendere le sfumature. La traduttrice è una persona puntigliosa fino all’esasperazione. Fa un lavoro di artigianato spesso sconosciuto e invisibile. Ingiustamente invisibile. Sprofonda corpo e mente nel testo che traduce, diventa – in un certo senso – il testo che traduce. Ama il testo, pur odiandolo. Lo odia ma, alla fine della traduzione, si rende conto di averlo amato comunque. La traduttrice è l’esempio vivente del dantesco amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore per la parola scritta vince su tutto, anche sulle condizioni lavorative spesso avverse.

C’è stato un libro che ti è piaciuto particolarmente tradurre? Perché?

Più di uno. I motivi sono legati alla qualità del romanzo, naturalmente.
I libri più belli che abbia mai tradotto sono: «Il prezzo della bellezza» di John Bemrose [E/O], «Hangover Square» di Patrick Hamilton [E/O], «Il piacere della virtù» di Tom Murphy [Le Lettere], «Diario di una casalinga disperata» di Sue Kaufman [Einaudi Stile Libero], «L’alfabeto di Freud», di Jonathan Tel [Sartorio], «La verità a proposito di Celia», di Kevin Brockmeier [Terre di Mezzo].

In quanto caporedattrice editoriale, ti scontri ogni giorno con i problemi del settore.
Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un inedito? E quali le cose che non riesci proprio a sopportare?

Le caratteristiche imprescindibili sono la voce letteraria, che deve essere assolutamente personale e dar vita a personaggi tridimensionali, e l’esistenza di una storia. Se ne intuisce l’esistenza anche in un esordiente – a patto che abbia talento. La scrittura senza storia, e viceversa, non si dà. Non sopporto le storie ombelicali, non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l’accetta, non sopporto la convinzione di chi si reputa “scrittore” e non ha nemmeno le capacità di tenere metaforicamente in mano una penna. Non sopporto che le persone che tanto ambiscono a pubblicare blaterino di editoria senza neanche sapere di cosa stanno parlando, né di chi. Non sopporto chi scrive senza prima aver letto, e tanto. Perché si capisce, altroché se si capisce. Il che, ovviamente, non vuol dire che i lettori forti sappiano tutti scrivere, ma che chi intende farlo non può prescindere dall’essere un lettore forte.

Nella scena editoriale attuale ci sono autori, anche esordienti, che pensi abbiano una marcia in più?

Certo. È appena uscito il libro di Elisa Ruotolo, «Ho rubato la pioggia» [Nottetempo]. Splendido, intenso, da leggere assolutamente.

I libri sul comodino adesso.

Tu intendi sullo scaffale della libreria, sull’armadio, sulla cassapanca, e sulla sedia, vero? Il comodino non basta, sono circondata dal caos primordiale!
Te ne dico uno solo, altrimenti mi perdo. Si tratta di una rilettura fondamentale per me: «L’arte della gioia», di Goliarda Sapienza.

Da tempo gestisci un blog, “Sinestetica.net”.  Prima di tutto, spiegaci la scelta del nome.

Mi piace pensare che i sogni abbiano un sapore, che la musica si possa toccare, che ciò che vediamo profumi. Mente e corpo non sono organi di percezione distinti e separati. Per me leggere significa nutrirmi. Scrivere equivale a bere. Ascoltare è vedere. In questo senso, la sinestesia è stata una s
orta di scelta obbligata.

Che peso dai al blog o ai social networks in generale nel rapporto tra editori, lettori e recensori? 

Ritengo sia necessario saperli usare con un certo discernimento. Il che vuol dire in modo creativo e funzionale. Possono essere utili, ma anche deleteri. Faccio un esempio: internet ha dato la possibilità a chiunque abbia un blog di pubblicare ciò che teneva chiuso nel cassetto. Fin qui niente di male, anzi. C’è posto per tutti e la rete è [e speriamo lo resti ancora e sempre] uno spazio democratico e libero. Il problema è sorto in un secondo momento: la stragrande maggioranza di queste persone si è messa in testa di saper scrivere, o meglio, di essere scrittrice/scrittore solo perché i commentatori si mostravano entusiasti di quanto avevano letto. Credo che certa gente [o meglio, lo stratosferico ego di certa gente, pari soltanto alla loro stratosferica idiozia] non faccia che alimentare il mostruoso fenomeno dell’editoria a pagamento. Dei social network penso più o meno la stessa cosa. C’è da dire che, ad esempio nel caso di Facebook, il rapporto tra utenti è più immediato, anche se sempre virtuale. È un sistema orizzontale, se mi passi la definizione. Non soffre di gerarchie [o, quantomeno, non dovrebbe]. Si può entrare in contatto con persone interessanti e imparare, o instaurare comunque un rapporto che, nella vita quotidiana, spesso potrebbe risultare complicato a causa della distanza e degli impegni. In conclusione, e chiedo scusa in anticipo per la scontatezza dell’affermazione che segue, credo che certi strumenti siano neutri: dipende sempre dall’uso che se ne fa, e l’uso che se ne fa è sempre mediato dall’intelligenza e dalla passione.

Nel 2003 pubblichi il tuo primo romanzo, “Il cerchio” (Ass. Edizioni Empiria), tre anni dopo “L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi” (Zona). E’ stato difficile per te arrivare alla pubblicazione?

È stato difficile scrivere storie che convincessero me per prima. Difficile è scrivere. Anzi, difficile è (saper) raccontare. Ci sono ancora narratori in Italia?

“Il cerchio” racconta un legame tormentato attraverso le fragilità parallele di due donne, Sara e Viviana. Perché questo titolo? Cosa rappresenta il cerchio?

Il cerchio rappresentava una delle più ingenue convizioni che ho perso per la strada. E cioè che nella vita tutto torna, che i cerchi si chiudono, che i fili sospesi si riallacciano. Non è così. Panta rei. Ora credo che la vita sia una sorta di spirale infinita dove i cerchi non si chiudono mai, dove davvero tutto scorre, tutto è fluido.

Parliamo di “Auroralia”, raccolta antologica nata da una foto di Jerry Uelsmann (1987).  Hai invitato cinquanta tra scrittori, giornalisti, recensori, poeti a scrivere circa tremila battute ispirate all’immagine. Perché proprio quella foto? Cosa ti trasmette?

Quella foto l’ho scelta in un momento in cui avrei voluto essere altrove. Ha rappresentato subito il mio desiderio di staccarmi letteralmente dalla terra e di guardare dall’alto il dolore per cercare di trovargli dei confini. A ogni modo era da tempo che volevo tentare un esperimento del genere con le foto di Uelsmann. E sono felice di poter dire che l’esperimento ha superato le mie più rosee aspettative. L’antologia è stata pubblicata da Zona, sono stati girati tre booktrailer, abbiamo organizzato una serie di indimenticabili presentazioni a Roma e fuori, recensioni, attenzione e apprezzamenti. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, diceva l’Homo Faber. Che mi manca terribilmente.

Cosa ami in particolare dell’arte di Uelsmann?

Amo il surrealismo in generale, e Uelsmann è stato definito il Dalì della fotografia. Ogni volta che guardo le sue foto, mi immergo con il corpo e con la mente nelle immagini che – per l’appunto – assaporo. Diventano mie, diventano ispirazione infinita per la mia scrittura.

Che progetti hai in cantiere per ora? Ci vuoi dare qualche anticipazione?

Tutti progetti di scrittura. Alcuni quasi terminati, altri a metà del guado, altri ancora appena abbozzati ma nei quali sono già dentro fino al collo. Ho messo un piede nella corrente di cui sopra per capire se l’acqua era troppo fredda per tuffarmi, e non lo era affatto. Ora nuoto. Chissà, magari arriverò da qualche parte… 😉

Ti ringrazio per la grande disponibilità, Gaja. A presto.

Grazie a te, Giulia. È stato bellissimo.