:: Recensione di La conta di Luigi Bernardi a cura di Giulia Guida

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la conta 2"E l'ossessione per la morte in una provetta numerata." [Rileggendo "La conta", L. Bernardi.]

C'è un uomo al centro esatto del palcoscenico. In mano stringe la copia di un giornale. Mani annodate, faccia tirata dalla rabbia, denti nervosi, gambe che scattano frenetiche. Dice che ne hanno ammazzata un'altra. Un'altra donna, l'ennesima. Sul giornale c'è scritto tutto, con tanto di interviste e testimoni: un perfetto profilo identificativo usa e getta della vittima, un'autopsia della sua vita anonima dalla culla alla bara, un'asettica biografia post mortem, un referto medico cosparso da tutte le lacrime del parentado e dall'incredulità dei vicini di casa, finalmente in televisione. Finalmente loro i vicini di casa sul luogo del delitto. Il giorno prima era una donna trasparente, una sconosciuta per i più. Basta un giorno, un solo giorno, basta solo la morte alle volte, per poter diventare una stella mediatica, portata alla fama dal proprio assassino. Peccato che spesso la vittima non sia qui per godersi il successo. Non sempre quando si muore si hanno privilegi del genere, d'altra parte. Bisogna essere capaci di accontentarsi per quanto si può. L'uomo lo sa bene, nessuno lo sa meglio di lui, che da cinque anni tiene la conta.  Ogni giorno, ogni delitto, ogni morte ben sigillata in una provetta numerata. Sangue e acido cinico che battono contro la lingua. L'uomo vuole sapere, soffre di una curiosità sfrenata che sconfina nell'ossessione, nella morbosità della patologia, nell'allucinazione visiva. Vuole conoscere a memoria le vittime e i loro assassini, marchiare la sua pelle con le loro impronte digitali, codici da decriptare nel tempo fino alla soluzione finale, allo scioglimento dell'enigma, al crittogramma di svolta, quello che permetterà di tradurre la morte violenta anche ai vivi, di darle un movente, di catalogarla finalmente, trovarle un posto in una scatola impolverata per poi chiudere il caso. E ricominciare a contare. La conta non si azzera mai da cinque anni. L'uomo tiene a mente tutte le informazioni necessarie su ogni omicidio, studia le storie delle vittime come dati statistici, scavando fino a trovare il punto di contatto che gli possa far capire il momento in cui è avvenuto lo scarto. In cui si è  valicato il limite e si è compiuto quel passaggio irreversibile da una realtà regolata da convenzioni sociali prestabilite a una dimensione diversa, priva di punti di riferimento, di norme e di codici a cui attenersi, di un'etica da rispettare. E' la dimensione in cui l'omicidio diventa reale mentre la realtà esterna si sfalda a poco a poco, diventa invisibile, inconsistente al tatto, resta solo il gesto in primo piano.
foto la conta 2La mano che dà la morte, la lama nella carne, l'ultimo sguardo della vittima. Il suo non è lavoro, non è un reportage, non è materiale da documentario noir. L'uomo è  ossessionato da un pensiero fisso, a cui deve trovare risposta o non avrà pace. Perchè si uccide? Questo è l'interrogativo ricorrente. Quali e quanti possono essere i moventi di un omicidio? Si può  uccidere per soldi, per amore, per gelosia. Si può uccidere per vendetta o perché si è perso il senno. E si iniziano a sentire le voci, ad assecondare gesù cristo o il demonio. Potrebbero anche dare delle informazioni sbagliate, è chiaro. E' una questione di fede, sia in un caso che nell'altro. Lui non sente le voci, ma vede le facce, le scompone contro le palpebre da ogni prospettiva. Le facce no, quelle non gli danno tregua. Sono un punto fermo nella sua visuale.  All'inizio l'uomo dimostra una rabbia sprezzante nei confronti degli assassini. Non è  ancora arrivato allo scarto, è ancora lontano dal confine. Non riesce a comprendere la chiave di volta. Dove trovare la forza, la passione, l'odio sufficienti. Quanto si deve avere amato o odiato per lasciarsi andare senza incertezze né rimorsi. Poi, improvvisamente, dopo cinque anni, capisce. Il suo punto di svolta, il suo crittogramma decifrato, il suo movente: per conoscere tutto delle persone che mi interessano, mi basta ammazzarle. Nelle battute finali de "La conta" l'uomo diventa egli stesso un assassino. Le sue vittime abitano in luoghi diversi, fanno lavori diversi, non sono collegate in alcun modo le une alle altre. Vuole scongiurare l'ipotesi di una serialità d'omicidi. Non sa di niente loro, conosce soltanto la loro faccia.  Solo le facce a chiamarlo a loro. Sempre le facce, non smettono mai di fissarlo. Il resto glielo sveleranno i giornali nei giorni successivi, così che possa accumulare nuove informazioni e iniziare la conta. Questa volta solo sua.
"La conta" è un lavoro teatrale di Luigi Bernardi ispirato da un effettivo studio sui delitti in Italia, portato avanti dall'autore per cinque anni dal 1999 al 2003. Si configura come la chiusura ideale di una serie di cinque di libri in cui la realtà criminale in Italia viene scomposta, analizzata e riordinata alla ricerca dei meccanismi psicologici e delle dinamiche sociali alla base dell'azione criminale. Il quinto libro, "Il male stanco", come il titolo stesso suggerisce, chiude questo ciclo di indagini, completa il cerchio, ultima l'analisi. Sarebbe stato inutile e anche dannoso proseguire.
"La conta", che presenta struttura monologica, è già stato rappresentato in teatro dall'attore Fabio Scaramucci, richiesto in prima persona da Bernardi come interprete della sua riflessione a voce alta, come lui stesso l'ha definita. E' stato presentato in prima nazionale al festival di Sarzana, in seguito replicato a Pordenone in occasione del Festival del Teatro Indipendente. Scaramucci non è stato solo interprete, ma anche regista del monologo, che ha visto l'importante contributo delle musiche composte ed eseguite da Fabio Mazza.
L'autore vi invita a portarlo in teatro nelle vostre città.
Se rifiutate, minaccia di riniziare la conta. E di esperienza ne ha parecchia, lui. Non so quanto vi convenga.

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