:: Recensione di Corti Seconda Stagione: l'invasione degli Ultra Corti a cura di Maurizio “ScarWeld” Landini

27 ottobre 2010 by

corti_coverAutori Vari “CORTI Seconda Stagione: l’invasione degli Ultracorti”, Edizioni XII, 2010, pagine 97.

“Il lupo arrivò a casa della nonna tanto in fretta che, quando bussò, gli aprì il cacciatore, ancora in mutande.” (Simone Lega “Scheletri nascosti” in CORTI Seconda Stagione)

 CORTI, è una raccolta di mini-racconti (alcuni ultracorti) curata da Raffaele Serafini che, come accennavo qualche giorno fa nel mio blog, mi sento di consigliare soprattutto a chi scrive. Non è affatto semplice creare una storia in 1800 caratteri. Figuriamoci la metà, o addirittura 200! È proprio ciò che hanno fatto gli autori di questa nuova antologia dedicata alla fanta-narrativa mordi e fuggi, edita dalle inesauribili Edizioni XII per la collana Pigmei (“Piccoli. Piccolissimi. E cattivi”). Credetemi se vi dico che non ho mai trovato tanti scrittori bravi in uno stesso libro: superbo, geniale, tagliente, spassoso, disturbante, scanzonato, ironico concentrato di talento e talenti, fantasmi e finali pazzeschi; strane storie che si risolvono in una frase o anche solo in una parola; trame che mutano in pochissime righe dando sale e sangue al tutto, come scrigni che contengono pietre preziose e gas venefici dal colore incantevole.

   Un cantico dei cantici, formato smart, per innamorati del fantastico.  

:: Recensione di “Ilaria Alpi. Il prezzo della verità” di Marco Rizzo e Francesco Ripoli a cura di Valentino G. Colapinto

27 ottobre 2010 by

alpiIlaria Alpi: il prezzo della verità è sempre troppo alto 

“Ilaria Alpi. Il prezzo della verità” di Marco RIZZO e Francesco RIPOLI: 144 pp. ill. in brossura, prezzo di copertina €15 [BeccoGiallo – Cronaca Storica, 2010].

Il mestiere di giornalista, fatto in modo serio e coraggioso, può essere molto più pericoloso di quanto si pensi. In Italia gli esempi purtroppo si sprecano; giusto per citarne qualcuno: Peppino Impastato, Carmine Pecorelli, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno e poi Ilaria Alpi (1961-1994) giornalista del Tg3 Rai e il telecineoperatore triestino Miran Hrovatin (1949-1994).

Il mistero dietro la morte di Ilaria Alpi ha colpito molto l'opinione pubblica, ha ispirato trasmissioni televisive, libri e anche un film. Adesso è arrivato il turno di un fumetto, anzi una graphic novel, pubblicata dalla “BeccoGiallo Editore”, un'innovativa e coraggiosa casa editrice di Padova, che cerca di raccontare i personaggi e le storie più significative del nostro passato prossimo mediante i fumetti.

“Se si può fare giornalismo attraverso le foto o i video, perché non si può farlo anche con le tavole a china?” si sono chiesti i fondatori della BeccoGiallo, ispirandosi a una rivista satirica degli anni Venti, più volte censurata.

alpi2E ci sono riusciti benissimo, perché “Ilaria Alpi. Il prezzo della verità”, stampato nel 2007 e ripubblicato nel 2010, racchiude il fumetto vincitore del Premio Micheluzzi 2008 come migliore fumetto italiano dell'anno, un'accurata cronologia degli eventi e un resoconto da parte di Giovanna Botteri sia del processo sia dei lavori della Commissione Parlamentare, tramite un'intervista a Mariangela Gritta Grainer, portavoce dell'associazione Ilaria Alpi.

Insomma, un libro davvero completo, molto documentato e curato in maniera ottimale, che andrebbe adottato nelle scuole per far conoscere in maniera piacevole ma rigorosa un piccolo importante pezzo di storia recente.

Il fumetto in apertura, infatti, permette di rivivere in maniera immediata gli eventi, dopodiché le parti scritte successive consentono di approfondire e comprendere meglio la storia narrata.

A tutt'oggi resta ancora un mistero il perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin siano stati barbaramente uccisi a Mogadiscio nord il 20 marzo 1994 in un agguato che lasciò viceversa illesi sia il loro autista che la scorta, ma forse proprio per questo la sete di verità è più forte che mai.

Il processo ha portato ad accertare un unico colpevole, Hashi Omar Hassan, ma su tale incriminazione sussistono molti dubbi, tanto da far parlare di facile capro espiatorio. Dal canto suo, la Commissione Parlamentare d'Inchiesta (2003-2006), presieduta dall'On. Carlo Taormina, è giunta a risultati quantomeno discutibili, attribuendo la morte dei giornalisti a un maldestro tentativo di rapimento e sminuendo la loro professionalità.

Tantissime persone collegate in una maniera o nell'altra all'agguato in seguito sono state uccise o trovate morte in circostanze poco chiare. Sono state manomesse prove, effettuati tentativi di depistaggio, sono spariti i bloc-notes, la macchina fotografica e alcune videocassette di Ilaria e Miran, tutto affinché la verità non emergesse.

Forti indizi inducono comunque a pensare che l'omicidio fosse premeditato e collegato alle loro indagini sui traffici di armi e rifiuti e sul peschereccio Farah Omar, sequestrato a Bosaso e su cui Ilaria voleva salire. Con i pescherecci donati dalla cooperazione italiana alla Somalia, infatti, si sarebbero compiuti traffici illeciti per portare tonnellate d'armi dall'Italia alla Somalia in cambio di rifiuti tossici e nocivi, seppelliti poi sotto scuole e strade, come l'inutile e famigerata Garoe-Bosaso.

Il fumetto, che procede a ritroso nel tempo, si chiude nell'aprile 1987 presso l'ex-aeroporto militare di Kinisia, vicino a Trapani, con la scoperta filmata da parte di Mauro Rostagno – reporter della televisione locale RTC e co-fondatore di Lotta Continua – di armi imbarcate in aerei militari italiani che invece avrebbero dovuto trasportare aiuti umanitari. Pochi mesi dopo Mauro Rostagno venne assassinato.

Ma di questo parleremo nella prossima recensione.

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Uomini a pezzi a cura di Barbara Balbiano

26 ottobre 2010 by

Titolo Uomini a pezzi, Eclissi editrice, genere noir , pagine 280, anno di pubblicazione 2010, Giudizio **** buono

C’è poco da fare … in questa antologia da divorare letteralmente in una delle piovose notti di inizio novembre che stanno per arrivare, spiccano le quattro voci femminili.

Forse perché sono le donne a pensare spesso di fare a pezzi gli uomini ma è certo che i racconti di Chiara Bertazzoni , Manuela Maggi, Ramona Corrado e Francesca Garrello.

Dopo l’introduzione di Paolo Agaraff che ci narra la sfida della scrittura collettiva che sfocia nella Carboneria Letteraria, associazione che firma questo libro, ci si immerge subito in “Non si muore cosi” di Chiara Bertazzoni, curatrice del volume oltre che autrice. Le finestre si aprono per lasciarci affacciare su un momento di vita con il quale prima o poi tutti noi dovremmo confrontarci, la morte di un genitore e i sensi di colpa, la sensazione di impotenza, i perché  e le mille domande.

Si volta pagina ed ecco Manuela Maggi con il suo “Verso chi”. Divertente ed ironico, profondo spaccato di vita matrimoniale, un’analisi attenta di questi uomini che non si accorgono mai di chi gli dorme accanto trascurandola a tal punto da farsela scappare da sotto il naso.

A chiudere la i primi tre racconti ecco “Minù e il demone” di Ramona Corrado. Geniale! Cari uomini se almeno volete tentare di capire quel periodo che ogni mese trasforma le vostre compagne, amiche, mogli … non vi rimane che leggere, perché vi assicuro che dopo starete molto più attenti a sottovalutare certi segnali!

Le donne come corpi ospite e il pensiero della chiesa verso il sesso debole (per così dire) sono il tema di “Un posto per ogni cosa” di Francesca Garrello che trovate quasi a chiusura del volume.

Comunque, anche i carbonari uomini non se la cavano poi tanto male a partire con Piermaria Maraziti, Roberto Fogliardi, Andrea Angiolino, Alessandro Papini, Giuseppe D’Emilio, Pelagio D’Afro, Alessandro Morbidelli, Lorenzo Trenti, Alberto Cola, Cristiano Brignola, Alessandro Cartoni, Arturo Fabra e per finire Paolo Agraff.

Insomma questo affascinante viaggio fra dei moderni gironi danteschi si rivelerà davvero interessante, per capire a fondo vari aspetti dell’animo umano presentati a volte con estrema dolcezza, altre con crudità e dovizia di particolari scabrosi,  ma tutti da penne navigate o alle prime armi ma comunque di alta qualità.

Buona Lettura.

:: Segnalazione Cent'anni di Marquez di Marilù Oliva

26 ottobre 2010 by

Cent'anni di Marquez

Cent'anni di mondo

Marilù Oliva

Prefazione di Omero Ciai 

Le evocazioni letterarie e biografiche di Gabriel García Márquez si dilatano oltre i confini del tempo e dello spazio. Márquez è molto più di quello che trapela dalla lettura delle sue opere: è il narratore che sbocciò leggendo Kafka, è l’uomo che negli anni '50 visitò l’Europa e la paragonò a una sfinge, il turista impressionato dalla tomba moscovita di Stalin, il reporter impavido, l’amico fidato di Fidel Castro, stimatissimo anche da altri capi di stato.

Il suo cosmopolitismo riflette una solidarietà che l’ha sempre spinto a combattere le differenze sociali e a spendersi in favore dei più bisognosi: ambasciatore ufficioso nelle zone caribeñe, si è offerto conciliatore tra i guerriglieri e il governo in Colombia, ha perpetuato quotidianamente la sua attività negoziatrice. Ma Márquez diplomatico si sovrappone all’uomo e allo scrittore. Un artista che ha le sue preferenze, Edipo re come libro, Béla Bartók come musicista, Francisco Goya come pittore, Orson Welles e Akira Kurosawa come registi, il giallo come colore, ma solo quello scintillante del mar dei Caraibi alle tre del pomeriggio, visto dalla Giamaica.

Padre affettuoso, sposato in nozze d’oro con l’inseparabile Merchedes Barcha, egli è infine l’uomo con le sue superstizioni e predilezioni radicate, dal whisky di malto e ben invecchiato, al baseball fino alla musica popolare  latinoamericana dei bolero, dei vallenatose della rumba.

autore

MARILÙ OLIVA vive a Bologna ed è insegnante di lettere. Nel 2010 è uscito con Elliot Edizioni il suo secondo romanzo, ¡Tu la pagarás!, un giallo ambientato a Bologna, nel mondo sudamericano che anima la città e che si esprime attraverso la musica salsa. Il suo romanzo d'esordio si intitolaRepetita, un thriller psicologico. Ha pubblicato brevi saggi storici e letterari e racconti per antologie. Scrive per diversi blog e web megazine. Il suo sito è www.mariluoliva.net.

:: Recensione di Boy di Takeshi Kitano, (Castelvecchi, Le Torpedini, 2010)

25 ottobre 2010 by

3983819Ci sono artisti che come i geni rinascimentali non si specializzano in un solo campo ma amano spaziare, cimentarsi con confronti sempre nuovi per mettere alla prova il proprio talento multiforme. Il giapponese Takeschi Kitano, meglio conosciuto dai suoi fan sparsi in tutto il mondo come Beat Takeschi, rientra in questa categoria. Ha provato di tutto nella vita, in Italia probabilmente è più conosciuto come regista di capolavori come Sonatine, Hana bi, L’estate di Kikujiro, Dolls, Zatoichi, ma è stato anche comico di cabaret, ballerino, attore, musicista, pittore, sceneggiatore, designer di videogiochi, critico cinematografico, presentatore televisivo, e infine anche poeta e scrittore. Forse non tutti sanno che in quest’ultime vesti ha scritto oltre ben 50 libri di poesia, saggi, articoli, e numerosi romanzi dei quali non riesco a spiegarmi il perché solo due giunti in Italia Asakusa Kid e Nascita di un guru, entrambi editi per Mondadori. Ora la Castelvecchi Editore di Roma, con una scelta che non solo i fan di Kitano apprezzeranno, propone al pubblico italiano Boy, originariamente pubblicato in Giappone nel 1987 con il titolo Shonen da Schinchosha. Boy è un libro sottilissimo, non molto di più di 100 pagine, che raccoglie tre racconti brevi: “Il campione dal kimono imbottito”, “Il nido di stelle” e “Okamesan”. La sensibilità lirica dell’autore che traspare come in controluce anche nelle sue opere cinematografiche più violente è presente in Boy in tutta la sua struggente melanconia. Il mondo dell’infanzia con tutte le sue sfumature è tratteggiato con delicatezza, tenerezza, quasi una sorta di pudore e reverenza che evidenzia ancora di più il contrasto con il mondo degli adulti privi di quella spontaneità e innocenza che invece i bambini ancora hanno. La prosa limpida e luminosa di Kitano, a tratti semplice a tratti impreziosita da pennellate di poesia, ci trasmette intatto lo stupore ancora incorrotto e incontaminato con cui i più piccoli guardano il mondo, la pura gioia che li fa sorridere per le piccole cose, come una giornata trascorsa all’aria aperta per un evento sportivo scolastico, o una spedizione per rubare qualche pacchetto di figurine di baseball, o guardare le stelle attraverso un telescopio. Nostalgia e rimpianto si fondono e specialmente nel terzo racconto, a mio avviso il più toccante, raccontando il passaggio dall’adolescenza all’età adulta con una tale delicatezza e autenticità da richiamare esperienze davvero vissute dall’autore. Il viaggio di Ichiro a Kyoto per visitare templi, infatti, nato come una fuga da casa in un moto di ribellione verso il padre troppo oppressivo che ostenta una moralità tutta soldi e potere, oltre ad essere un’affermazione di autonomia e indipendenza diventa l’occasione per crescere davvero e affacciarsi all’età adulta con curiosità ed eccitazione. L’incontro con Jun, una coetanea che ha già oltrepassato l’invisibile confine che separa l’infanzia dal mondo degli adulti, avrà per Ichiro il sapore del primo amore, della prima sigaretta, del primo giro in moto, del primo autostop. E mentre scarta il pacchetto di dolci alla cannella che Jun gli ha dato per addolcire la separazione nella speranza che un giorno si sarebbero incontrati di nuovo, Ichiro guarda le dita tozze e coriacee con cui il camionista, che gli sta dando un passaggio per tornare a casa a Tokyo, afferra tre dolcetti e se li porta tutti assieme con avidità alla bocca  e pensa con un velo di amarezza che infondo  diventare adulti significa solo diventare persone come lui.

:: Recensione di Il profumo di Emma di Thomas Tono

25 ottobre 2010 by

profumoSu un’ isola senza nome perduta nel Mediterraneo, forse non troppo distante da Palermo, qualcosa di malefico si aggira facendo sparire le persone, prima alcune bimbe, poi una vecchia signora. Chiamato ad indagare il Maresciallo Capo Bertone, uomo del nord trapiantato al sud per gli incerti del mestiere, sente la necessità di risolvere un grande caso per fuggire da quell’isola nella quale si sente estraneo. Ma non è affatto facile, nessuno ha visto niente, non ha indizi, tracce se non le enigmatiche parole della sensuale strega Meheret, che parla di un’entità che non appartiene a questo mondo e di una “porta” che deve essere chiusa. Poi la postina Virginia assiste ad un improbabile delitto, un essere demoniaco con la testa di caprone decapita con un’ ascia davanti ai suoi occhi un pescatore rumeno, Eduardo, e finalmente Bertone ha una traccia, una pista da seguire, ma niente di quello che è reale sembra essere d’aiuto. Davvero si sente di inseguire un essere non umano e quello che è peggio che non ha nessuna intenzione di fermarsi. Finale tutt’altro che scontato, che sorprenderà e spiazzerà il lettore già pronto ad aspettarsi qualche soluzione soprannaturale.La realtà spesso sa essere molto più  macabra e raccapricciante di qualsiasi fantasia e  l’autore infatti ci tiene a far sapere nelle note introduttive che gli avvenimenti descritti sono rielaborazioni di fatti di cronaca italiana realmente accaduti. Non fatevi ingannare dal titolo quindi , Il profumo di Emma non è un romanzo rosa o sentimentale come sembrerebbe, ma un piccolo giallo pericolosamente in bilico con l’horror. Caratterizzato da un scrittura surreale, a tratti poetica, piena di riferimenti onirici, Il profumo di Emma sebbene sia l’opera prima di un giovane autore ci rimanda alla letteratura alta, alla dimensione mitico-fiabesca di un Calvino o a molta letteratura sudamericana densa di colori e profumi. Thomas Tono entra a contatto con l’ irrazionale e trasporta il lettore in un mondo alieno e ostile in un altrove in cui ha campo libero il voodoo, le leggende, i miti legati al lato più oscuro dell’anima umana. Tenete d’occhio questo ragazzo sono convinta che sentirete presto parlare di lui.

Il profumo di Emma di Thomas Tono Zona Editrice 2010 pp. 148 – EURO 16.

:: Recensione di I Dodici di Jasper Kent a cura di Stefano Di Marino

25 ottobre 2010 by

i_dodici-Jasper_KentI DODICI- di  Jasper Kent- Rizzoli HD- euro 16- traduzione Ilaria Katerinov

Stefano Di Marino

Cerchiamo di capirci. A me le storie di  vampiri piacciono e sono sempre piaciute. Stoker(mitico anche il romanzo del suo bisnipote Dacre) Stekley,  Lumley la Hamilton. È un genere basato su una mitologia diffusa nel mondo con diverse sfaccettature. Non trovo di nessun interesse per me ovvio le saghe della Rice, della Meyer et similia. Come diceva  James Woods in Vampire . ‘I vampiri sono bestie non raffinati centroeuropei’. Non ho la pretesa di aver ragione su tutto, questione di gusti. E I Dodici mi ha soddisfatto in pieno. Una storia  ottocentesca ambientata al tempo dell’invasione  napoleonica in Russia. Un gruppo di soldati incaricato di colpirei francesi dietro le linee si rende conto che la caduta della capitale è inevitabile. Allora uno  propone di richiamare certi suoi ‘ amici’ discendenti della guardia speciale di  Ivan il Terribile. Si presentano tredici figure spettrali guidate da un grande vecchio chiamato  ‘il figlio del Serpente’(o del Drago?). Hanno i nomi dei dodici apostoli ma portano la morte. In maniera orribile, selvaggia, come un tempo fecero contro i turchi oggi contro i soldati francesi. E quando Mosca viene abbandonata e cade in mano al nemico cominciano a divampare incendi e a diffondersi voci di pestilenze e morti orribili. Trai soldati russi qualcuno dubita. Aleksej, che ha perso tre dita contro i turchi, e intesse una relazione sentimentale tormentata con  la prostituta Dominiika è il primo a realizzare la verità. I dodici alleati sono wurdalak, vampiri della tradizione russa, brutali, selvaggi, quasi indistruttibili. E li guida Iuda che tra tutti sembra il …meno vampiro ma è dotato di intelligenza e perverso desiderio di provocare sofferenza anche psicologica. Aleksey combatte la sua personale battaglia mentre ormai Napoleone è sconfitto. Per lui si tratta di un duello di onore,di sofferenza e redenzione. E, forse è la trovata migliore del romanzo, di capire se Dominiika è o non è un vampiro, se è la donna di cui si è innamorato o, tristemente, un altro inganno dell’esistenza. Teso, avvincente, inedito per situazioni e svolgimento merita senz’altro una lettura.

:: Intervista con Ugo Mazzotta

22 ottobre 2010 by

ugo mazzottaBenvenuto Ugo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nato a Napoli nel 56, oltre che scrittore sei anche medico.Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Ho un carattere schivo, non parlo facilmente di me. Ho una vita normalissima, sposato, tre figli; mi piace molto andare in moto, la uso tutti i giorni con ogni condizione meteorologica e anche se ormai mi serve quasi solo per andare e tornare dal lavoro, quelle due mezze ore al mattino e alla sera sono momenti che cerco di godermi. Amo la musica – non quella "di famiglia", mio padre era un musicista classico – strimpello chitarra e pianoforte, ho una passione per le canzoni della mia adolescenza: i Beatles su tutti ma non solo, mi piace molto il pop, il rock, il beat italiano, la british invasion… le epigrafi dei miei romanzi sono versi di quelle canzoni, che sono anche quelle che ascolta il mio commissario.

Bruno Mazzotta, tuo padre celebre musicista e compositore. Che ricordo hai di lui?

Ricordi ne ho tanti, difficile sceglierne uno… Ho un rimpianto che lo riguarda (e riguarda anche mia madre, che se ne è andata via prima di papà): ho cominciato a scrivere e a essere pubblicato dopo la loro scomparsa e questo è sempre stato un pensiero doloroso, sono certo che sarebbero stati contenti.

Raccontaci un aneddoto curioso, tenero che lo riguardi.

Una cosa che mi capita di tanto in tanto ancora adesso. Mi succede di incontrare persone che mi chiedono se sono il figlio di Bruno Mazzotta e quando rispondo di sì mi raccontano di essere stati suoi alunni al Conservatorio, mi dicono che era un grande Maestro e quanto lo rimpiangono. Ogni volta mi inorgoglisco e un po' mi commuovo; papà amava la musica ma soprattutto viveva per l'insegnamento.

Come è nata in te la passione per la scrittura?

Non lo ricordo nemmeno più. Da ragazzo ho provato a scrivere e disegnare fumetti, a comporre canzoni, il primo romanzo (rigorosamente "à la Christie" e rigorosamente da non tirar fuori dal cassetto!) l'ho scritto intorno ai vent'anni. Poi per parecchi anni mi sono dedicato ad altro ma ricordo di aver sempre pensato, davanti a una scena suggestiva o trovandomi in situazioni particolari, come avrei raccontato quella scena o situazione se avessi dovuto scriverla. Insomma credo che il desiderio di raccontare storie mi abbia accompagnato più o meno per tutta la vita.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Tecla Dozio, direttrice editoriale di Todaro Editore. Per chi si interessa di narrativa gialla lei è un mito, e quando ho saputo che le era piaciuto quello che sarebbe diventato il mio secondo romanzo sono stato davvero felice.

Hai esordito nel 2002 nella narrativa con il romanzo Commissariato di Polizia "La Bella Napoli", col quale hai vinto la sezione opere inedite del premio Tobino. Come sei arrivato alla pubblicazione?

Nel modo più semplice: mandando all'editore il manoscritto. L'avevo mandato a diverse case editrici, piacque a un redattore della Marco Valerio di Torino, che in quel periodo da casa editrice di saggistica voleva provare a cimentarsi anche con la narrativa, e lo pubblicarono.

Hai pubblicato fino ad oggi numerosi  romanzi: Commissariato di Polizia 'La Bella Napoli', Il segreto di Pulcinella, Indagine privata, L'avvocato del diavolo, La stagione dei suicidi. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.

Lo faccio con delle citazioni. La Bella Napoli: "Per un po' di tempo non riuscì a distogliere lo sguardo dal cadavere. Quella era una persona; era stata una persona". Il segreto di Pulcinella: "L'avambraccio destro, trattenuto dai legni che reggevano la scena del teatrino, puntava verso l'alto, la mano ancora inguantata in un burattino. Un Pulcinella che, incurante gli schizzi di sangue che gli imbrattavano la casacca bianca, fissava sardonico Prisco" . Indagine privata: "Era l'unica rimasta viva. L'hanno chiamato l'eccidio di Sassoletto, ma sono solo parole. Quella cosa lì non era un 'eccidio' o una 'strage'. Era come sapere che il diavolo ti guarda di nascosto tra gli alberi e non avere il coraggio di alzare gli occhi". L'avvocato del diavolo: "C'è sempre qualcosa di osceno nella morte (l'incipit)". La stagione dei suicidi: "Per la prima volta da molto tempo ebbe paura dei giorni che l'aspettavano (il desinit)".

Andrea Prisco è il protagonista principale dei tuoi romanzi. Come si è evoluto nel tempo?

Ha perso un po' della leggerezza degli inizi. Nell'ultimo romanzo è più cupo e nel corso della narrazione perde i suoi punti di riferimento, naviga per così dire a vista sia per quanto riguarda la vita privata che il lavoro. E in entrambi i campi alla fine della storia si trova davanti a un bivio.

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

L'odorato, senza dubbio. Ancora adesso se sento profumo di resina mi ritrovo in un labirinto di siepi di bosso che quando ero ragazzo era una delle attrazioni della spiaggia del Poetto, a Cagliari. E se sento l'odore della canfora mi ricordo la crema da barba che usava mio padre, il Prep e rivedo il tubo giallo e blu nell'armadietto del bagno.

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? I tuoi noir privilegiano un’ ambientazione prevalentemente provinciale: le trame si svolgono in una immaginaria valle appenninica che corrisponde nella realtà all'Alto Sangro. Perché non hai scelto una grande metropoli come per esempio Napoli?

La scelta dell'ambientazione nasce da considerazioni pratiche. Quando decisi di scrivere il primo romanzo sapevo di doverlo ambientare in luoghi conosciuti, trovo sempre piuttosto false le storie ambientate in località straniere (specialmente quando si capisce al primo paragrafo che l'autore quelle località le ha visitate solo su Internet!) e decisi di utilizzare l'Abruzzo, dove passo lunghi periodi di villeggiatura da anni, piuttosto che Napoli. Questo perché la mia città natale mi sembrava troppo "invadente" rispetto alla storia, avrebbe rubato la scena ai personaggi; e anche perché mi sentivo più a mio agio, da esordiente, con un'ambientazione più defilata, uno scenario suggestivo e non una realtà complessa come quella di una metropoli.

Hai collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction televisive R.I.S. – Delitti imperfetti e R.I.S. Roma – Delitti imperfetti. Com’è lavorare per la televisione?

Divertentissimo! Ho iniziato nel 2006 ed è stata un'esperienza entusiasmante e molto istruttiva. Ovviamente lì è tutto diverso rispetto al lavoro per i romanzi, si scrive su commissione, sapendo che il tuo lavoro deve incastrarsi in quello di un gruppo e seguire logiche decise da altri. Il tutto spesso con tempi strettissimi
e scadenze ansiogene. Però è anche molto gratificante sapere che collabori con una delle fiction più seguite in Italia e quando l'anno scorso, dopo tre anni di soggetti, sono passato alla sceneggiatura di un intero episodio, beh è stato un bel momento. Forse è un po' infantile da parte mia (alla mia età poi!) ma vedere il tuo nome nei titoli di testa, sapere che i dialoghi che gli attori stanno recitando e che milioni di spettatori stanno ascoltando li hai scritti tu è una gran bella soddisfazione.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Tutto comincia con uno o due spunti principali, le idee forti della storia. In genere il luogo o la modalità del delitto, o il personaggio principale. Attorno a quegli spunti costruisco pian piano la storia, aggiungendo le vicende collaterali, i depistaggi che devono distogliere l'attenzione dalla trama principale, le storie personali dei protagonisti. Nei primi romanzi tutto succedeva abbastanza disordinatamente, aggiungevo  alla trama tasselli su tasselli e via via li traducevo in capitoli, senza una scaletta predefinita. Gli ultimi due romanzi, l'ultimo pubblicato e il prossimo, hanno avuto una genesi diversa, è venuta prima una scaletta vera e propria. Per scrivere uso un programma specifico per la scrittura creativa su un Macintosh (ma più della metà del prossimo romanzo è stata scritta su un iPad), alla fine  stampo una prima stesura che rivedo almeno una o due volte (ma anche tre..) sia per controllare la struttura della narrazione che la scrittura vera e propria. Naturalmente anche durante la prima stesura capita che un capitolo o un paragrafo lo rilegga e lo riscriva più volte, mentre altri scappano via veloci dalle dita.

Oltre che romanzi scrivi anche racconti. Quale è il segreto per un buon racconto?

Credo soprattutto un'idea forte. Secondo me la vera differenza tra romanzo e racconto non sta tanto nella lunghezza quanto nel fatto che il romanzo è costruito su più idee, alcune più forti altre meno, con un ritmo più variabile; il racconto è una singola idea, forte, che deve catturare il lettore e non lasciarlo fino alla fine.

I tuoi personaggi nascono dalla realtà? Sono figli, frammenti, di persone che hai conosciuto o a che anche solo hanno incrociato il tuo cammino?

Qualcuno sì, soprattutto i comprimari e soprattutto da un punto di vista fisico. Del commissario Prisco non ho nemmeno un'immagine mentale, non so com'è fatto. La sua compagna, Agnese, fisicamente è ricalcata sulla figura di Fiorella Mannoia, una cantante che ammiro moltissimo. Altri personaggi hanno l'aspetto di persone che conosco, gente che incontro per lavoro… altri ancora sono stati ispirati da persone incrociate per strada (non si dovrebbe fare e non dovrei rivelarlo, un paio di volte ho fotografato di nascosto col cellulare sconosciuti che poi hanno prestato la loro immagine ai miei personaggi).

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Negli ultimi mesi ho letto molto poco perché ero impegnatissimo a scrivere il prossimo romanzo. Leggo quasi esclusivamente narrativa di genere, è quella la mia passione. L'ultimissimo libro che ho letto e che mi è piaciuto davvero molto è stato "La legge di Fonzi" di Omar Di Monopoli, un piccolo gioiello.

Progetti per il futuro?Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Sto finendo (e rifinendo) il mio prossimo romanzo. Una sfida importante perché, oltre ad avere un nuovo personaggio principale (il commissario Prisco lo ritroverò in un altro romanzo che per ora è a livello embrionale) è scritto in un modo un po' diverso dal solito ed è ambientato a Napoli, il che ci riporta alla domanda precedente a proposito dell'ambientazione delle mie storie. Ho tante idee che mi piacerebbe realizzare, ripetere l'esperienza di sceneggiare un fumetto, scrivere un noir teatrale, insomma ho molti più progetti che tempo per metterli in pratica…

:: Recensione di Il traditore di Versailles di Arnaud Delalande, a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2010 by

tresArnaud Delalande, raffinato autore de La Trappola di Dante, torna in libreria per la Nord Edizioni con un nuovo interessante romanzo storico-avventuroso con venature noir che ha per titolo Il traditore di Versailles, tradotto dal francese, in maniera fluente e sontuosa, da Claudia Lionetti.
Secondo episodio della saga che ha per protagonista l’avventuriero italiano Pietro Viravolta, narra gli intrighi, gli inganni, i delitti, le congiure alla corte di Francia, di un morente Luigi XV, con rara abilità e approfondita conoscenza non solo storica ma anche filosofica, letteraria, artistica.
La storia si dipana nello scenario sfolgorante della reggia di Versailles e dei suoi misteriosi giardini, pieni di giochi d’acqua, passeggiate e labirinti verdi, dove dietro lo sfarzo della ricchezza più ostentata si cela la miseria più estrema, l’assoluta mancanza delle più elementari regole igieniche, la corruzione, il pericolo.
Pietro Viravolta non più giovanissimo, fuggito dalla Serenissima con affianco la sua bellissima moglie Anna, vive ormai da anni in Francia dove fa parte del Segreto del Re, una rete di agenti segreti al servizio di Luigi XV.
Un giorno il duca d’Aiguillon, ministro della corona, lo convoca a corte perché un’ oscura minaccia sovrasta la monarchia. Un serial killer settecentesco, che si firma il Favolista, uccide mettendo in scena ogni volta una favola di Jean de La Fontaine.
La prima vittima è una commessa di un famoso profumiere che ha sentito cose che non dovevano essere sentite. Poi il suo amante anche lui dipendente dello stesso profumiere viene ucciso dalle esalazioni di un profumo velenoso. Anche il “naso” della maison fa la stessa fine e sempre le morti vengono sceneggiate sul tema di una favola.
L’Orchidea, questo il nome con cui è conosciuto Pietro Viravolta, intuisce che non sono solo i delitti di un folle ma c’è qualcosa di più, un sordido complotto politico ordito da potenze straniere che mina alle basi la stessa monarchia e che, non sventato, può cambiare inesorabilmente i destini della Francia.
Con ritmo incalzante e altre morti si sviluppa la storia, fino al colpo di scena finale che non lascerà delusi. Il romanzo storico- avventuroso specialmente francese rimanda a padri illustri come Alexandre Dumas padre e da sempre ha attirato schiere di lettori che ad un testo di evasione richiedevano un’ accurata ricostruzione storica, magari un pizzico di esotico, e inseguimenti, duelli, rocambolesche evasioni, eroine in pericolo e coraggiosi e intrepidi avventurieri un po’ guasconi e un po’ gentiluomini.
Delalande sembra attingere a piene mani dalla tradizione dei romanzi di cappa e spada in più aggiunge contaminazioni sue proprie che vanno dalla spy story all’ horror, con spruzzate di intrigo politico, e riflessioni sociologiche.
La ricostruzione storica è senz’altro la parte che più colpisce, per accuratezza e verosimiglianza, ogni aspetto è dettagliato e frutto di approfondite ricerche, documentate al termine del libro da una interessante bibliografia.
È un libro colto, elegante, imprezoisito da una scrittura ricca che travalica le distinzioni tra i generi, pieno di dotte digressioni che rifanno vivere l’epoca dei Lumi con le sue luci e le sue tante ombre.

Intervista a Michele Monina a cura di Valentino G. Colapinto

20 ottobre 2010 by

milanabadBenvenuto Michele su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come tradizione, iniziamo con le presentazioni. Sei nato ad Ancona nel 1969 e attualmente vivi e lavori a Milano. Sei innanzitutto uno scrittore, ma anche un giornalista e un autore televisivo e hai collaborato con molti musicisti italiani. Vuoi aggiungere altro?

Avete detto anche più di quanto non fosse necessario. Vivo di scrittura. Ormai solo di quella che finisce nei miei libri, in passato anche di quella prestata a riviste e quotidiani, con una certa specializzazione in "musica" e in "viaggi". Quella televisiva, a MTV, è stata un unicum, credo, irripetibile. Le collaborazioni coi cantanti, invece, sono il frutto del mio essere scrittore e al contempo critico musicale, e sono anche uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro. 

La prima domanda è d'obbligo: come ti è venuto in mente di scrivere un romanzo come Milanabad, tutto incentrato sull'hip-hop e sulla “rabbia giovane” delle periferie milanesi?

Vivo a Milano. Esattamente nel quartiere dove è ambientato Milanabad. Per dire, la kebabberia dove si svolge una delle scene più forti del libro è la kebabberia dove vado a prendere il cibo turco, quando ogni tanto ci va di mangiare etnico.

Con Milanabad, il mio ritorno alla narrativa dopo circa dieci anni, ho deciso per la prima volta di affrontare la città nella quale vivo da oltre tredici anni. Ho quindi deciso, proprio perché non è la mia città, ma la città dove vivo, di non entrare nella storia che andavo a raccontare. Quindi per la prima volta ho usato la terza persona, e ho scelto un protagonista, Marco detto Pluto, che con me non aveva nulla in comune. Un ragazzino nato e cresciuto nella periferia milanese.

Però, siccome la musica è parte integrante del mio mestiere, e il rap è un genere che ho sempre seguito e di cui sono considerato, non so se a ragione, uno dei principali esperti in Italia, ho scelto di ambientare il tutto nella scena hip-hop milanese. Quando decidi di raccontare il mix "periferia" + "giovani" + "hip-hop" non può che venirne fuori una storia rabbiosa, credo. 

Il rap è un genere musicale che sorprendentemente ha valicato i confini dei ghetti afroamericani dov'era nato e si è diffuso in tutto il mondo, perfino nei paesi islamici o dell'Africa più profonda. A cosa ritieni sia dovuta questa fascinazione così potente, che altri generi pur di grande successo come il reggae o il punk non hanno saputo esercitare? L'hip-hop è diventato il codice universale dei giovani per esprimere la loro rabbia e i loro desideri? E per conoscere la gioventù italiana bisogna conoscere l'hip-hop italiano?

Il rap, come il rock prima, il punk poi, ha incarnato un linguaggio in grado di superare le differenze culturali e linguistiche dei cosiddetti giovani di quasi tutto il mondo. Potere della musica, credo, e, anche potere di un genere che non richiede una preparazione classica, quindi classista.

Per poter rappare, infatti, non è necessario aver frequentato il conservatorio e avere un pianoforte in casa, ma basta avere un po' di talento e un microfono a disposizione. Anzi, per imparare a rappare non serve neanche il microfono, basta la propria voce e al limite un quaderno dove segnarsi le rime.

So di farla estremamente facile, ma riassumere in poche righe il successo di un genere come il rap (ripeto, figlio di rock e punk) è impresa degna di un supereroe, che non sono. Io credo che per conoscere la gioventù italiana, bisogna frequentarla, e quindi, in parte, anche conoscere il mondo hip-hop.

Con i miei libri, da sempre, cerco di mappare il contemporaneo, anche a vantaggio di chi, magari, non ha modo di studiare la società. In fondo, a parte intrattenere, credo che scopo dei libri sia anche questo, almeno dei miei. 

Molti artisti musicali hanno dato un loro contributo a Milanabad, scrivendo dei testi ispirati al tuo romanzo. Liriche che in più di un caso sembrano vere e proprie poesie. Pensi che le rime rap possano essere considerate un nuovo genere letterario, visto anche che ormai le poesie tradizionali non le legge quasi più nessuno?

Premesso che le liriche originali che mi sono state donate per Milanabad non sono tutte frutto di rapper, anzi, sono in prevalenza arrivate da cantautori/cantautrici o da rocker, quelli che io ritengo i migliori in circolazione al momento, e premesso che lo scopo di questi insoliti featuring era quello di creare una musicalità, la stessa che io ho cercato nel costruire un libro quasi tutto basato sui dialoghi, tanto per ricreare la musicalità del rap, posso dirti che non credo che il rap sia un genere letterario, come non credo che i testi delle canzoni di chicchessia, da De André a Bob Dylan, siano poesia.

La poesia è un genere letterario, i testi delle canzoni sono appunto testi di canzoni, scritti per essere cantati. Con questo non voglio assolutamente dire che siano minori delle poesie, o viceversa, sono semplicemente altro. Mi sembra, infatti, che nel definire poesie i testi di canzoni, si tenda a volerli elevare, come se le canzoni fossero fratelli minori dei testi poetici tour-court. Non la vedo così, evidentemente. 

In Milanabad descrivi una Milano di periferia, poco conosciuta, in cui ragazzi italiani giocano a pallacanestro con coetanei filippini o egiziani e affronti anche il tema dell'integrazione con l'Islam. Secondo te, nonostante il remare contro di certe forze politiche, l'integrazione tra le varie etnie e culture avverrà di fatto sulla strada, grazie alla conoscenza diretta dell'altro, del diverso, oppure si stanno creando anche in Italia tante banlieue pronte a esplodere?

Non credo che in Italia ci sia il rischio Banlieue, perché noi non siamo la Francia, non abbiamo avuto le colonie e l'integrazione sta seguendo strade diverse. L'integrazione, che ovviamente sta incontrando grandi difficoltà, avverrà nelle strade e nelle scuole, dove le nuove generazioni si imparano a conoscere.

Chiaro, se un bambino sente in casa i genitori parlare degli stranieri in modo ostile avrà problemi a interagire con i suoi coetanei provenienti da altri posti, ma conto molto sulla saggezza dei più piccoli. Che io sappia, infatti, bambini leghisti ancora non ce ne sono. 

Sei uno scrittore molto prolifico. Pubblichi almeno quattro-cinque libri l'anno senza contare gli altri tuoi impegni. Come riesci a farti bastare ventiquattro ore al giorno? Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E qual è il tuo metodo di lavoro?

Io vivo di scrittura. Anzi, credo di essere uno dei pochi scrittori italiani a fare questo di lavoro. Quindi la mia giornata ruota tutta intorno alla scrittura. Sempre. E per scrittura, ovviamente, intendo non solo l'atto pratico di mettermi davanti al PC a scrivere, ma anche quello di pensare a cosa devo scrivere e di studiare l'argomento di cui andrò a scrivere.

In media lavoro sulle dieci ore al giorno nei cinque giorni lavorativi canonici, e diciamo sulle cinque ore al giorno nei week-end. Concedendomi, vivaddio, delle giornate di vacanze.

Comincio a lavorare verso le 7 e 30, prima di accompagnare a scuola i miei figli, e poi riprendo in maniera più organizzata dalle nove fino a
lle 13. Poi riprendo verso le 14 e finisco verso le 20, con delle pause nel mezzo.

Lavoro a tre, quattro libri alla volta, scrivendone uno e al tempo stesso iniziando a imbastire gli altri. Così posso tenere i ritmi che, vedo, tendono a creare meraviglia negli altri. Dodici libri in dodici mesi, come mi è successo da ottobre dell'anno scorso, quando è uscito il mio “Vale va ancora veloce” a oggi, con l'uscita di “Cantami o diva”, sono tanti, ma lavorando sodo si può. 

Valentino G. Colapinto

:: Segnalazione Kalevala Edizioni Mediterranee

19 ottobre 2010 by

kalevalaKalevala è un poema epico in versi costituito da carmi sviluppatisi in tempi antichissimi, dall'età del bronzo al basso medioevo, tramandati oralmente dai rapsodi balto-finnici e raccolti dal filologo, medico e botanico finlandese Elias Lönnrot (1802-1884). Viaggiando in regioni lontane e a noi quasi sconosciute, dalla Carelia al lago Ladoga alle coste del Mar Bianco, l'autore registrò dalla voce del popolo le strofe di un sapienza arcaica miracolosamente sopravvissuta nei secoli recuperando un impianto narrativo maestoso ed avvincente che fornì la base per la compilazione definitiva pubblicata nel 1849.

Come per il Beowulf, l'Edda di Snorri e il Nibelungenlied l'importanza del Kalevala non è limitata al solo valore letterario ed alla imponente complessità delle immagini ma abbraccia i riflessi storici, mitologici e religiosi del pensiero tradizionale maturato presso ad una grande ed ancora poco conosciuta civiltà euro-asiatica. In patria l'opera del Lönnrot ha costituito le fondamenta sulle quali la storia ha eretto l'identità etnica del popolo finlandese fino al riconoscimento dell'indipendenza nel 1917. Il 28 Febbraio, data di pubblicazione della prima stesura, è festa nazionale celebrata da numerose iniziative.

L'epopea inizia con un affresco cosmogonico, la formazione del Creato e la nascita dell'eroe principale Väinämöinen, e si conclude col crepuscolo degli Dei, un'allegoria dell'avvento del cristianesimo nella quale il figlio prodigioso della vergine Marjatta viene incoronato Re di Carelia e spodesta il vecchio e saggio “cantore eterno” spingendolo all'esilio. Nei cinquanta canti si sviluppano le vicende degli eroi di Kalevala, Ilmarinen, fabbro che forgiò la volta celeste e Lemminkäinen, guerriero e Don Govanni, contrapposti alle genti dell'arcana terra di Pohjola, la costruzione e la contesa del Sampo, mulino miracoloso portatore di prosperità per chiunque lo possegga, le nozze del suo artefice Ilmarinen con la figlia di Louhi, la temibile signora del Nord, il tema orfico del viaggio infero di Väinämöinen alla ricerca delle parole prodigiose, la costruzione del sacro strumento e l'incanto della musica, la tragedia di Kullervo, figlio reietto che giace con la sorella senza riconoscerla lavando nel sangue le proprie colpe e quelle del mondo intero. La monumentalità del racconto è coronata da preghiere, formule e scongiuri rituali espressione della sensibilità trascendente di una stirpe che forse più d'ogni altra ha saputo coniugare il pensiero magico e l'ispirazione poetica.

A cent'anni dalla traduzione metrica di Paolo Emilio Pavolini l'edizione pubblicata da Mediterranee costituisce l'unica versione filologica del prezioso classico ed un vero e proprio evento editoriale destinato a risvegliare l'interesse del pubblico italiano verso un grande capolavoro della letteratura universale tradotto in oltre sessanta lingue. 

Il prefatore Luigi de Anna è professore di lingua e cultura italiane presso all'università di Turku. Ha pubblicato numerosi saggi concentrandosi soprattutto sui rapporti culturali tra Italia e Finlandia.

Il traduttore e curatore Marcello Ganassini è uralista e filologo, ha tradotto autori finlandesi contemporanei.

:: Recensione di Il giardino dei segreti di Kate Morton a cura di Elena Romanello

19 ottobre 2010 by

Nell, bimba trovata in un porto australiano all'inizio del Novecento con stretto in mano il libro della favolista Eliza Makepeace, è invecchiata e morta senza sapere nulla delle sue origini, di cui aveva vaghi e felici ricordi. A distanza di quasi un secolo sua nipote Cassandra, per la quale la nonna è stata l'unico punto di riferimento in un'esistenza senza una famiglia stabile, non più giovanissima e con un dramma nel passato con cui convivere, ritornerà in Gran Bretagna, per scoprire la verità sui misteri che hanno sempre tormentato Nell, che aveva comunque trovato due amorevoli genitori adottivi e che ha vissuto comunque una vita piena, ma senza qualcosa: la consapevolezza delle proprie origini, svelate in un crescendo di colpi di scena.

Tra il romanzo di formazione e il giallo d'epoca (in fondo alla base di tutto c'è un vero e proprio cold case, per usare un termine oggi di voga), la storia al femminile che travalica il tempo e lo spazio e la saga familiare con tanto di intrecci e di intrighi, con richiami alla letteratura per l'infanzia (come non ricordare Il giardino segreto di Frances Hodgons Burnett) e persino alle fiabe, visto che le storie di Eliza diventano fondamentali per risolvere l'enigma, Il giardino dei segreti risulta essere una storia di rara maestria, capace di appassionare, avvincere e anche commuovere, in quasi 600 pagine, tra salti temporali che all'inizio complicano leggermente (ci sono almeno tre piani diversi della storia), ma che da un certo punto in poi contribuiscono alla risoluzione delle origini di Nell, e del suo rapporto con quei ricordi che non l'avevano mai abbandonata ma ai quali non sapeva dare un senso.

Non mancano amori, passioni, odi, cattivi e buoni, misteri e delitti, ricordi e rimpianti, in una storia in cui emerge un tema importante e oggi molto sentito in un mondo dove molti Paesi, Australia in testa, sono formati da immigrazione stratificata nell'ultimo secolo: la ricerca delle proprie radici, da dove si viene e cosa si è, quella cosa che ha impedito a Nell di poter risolvere fino in fondo il mistero della propria origine e che verrà svelata da Cassandra, ritrovando in essa la voglia di ricominciare e rimettersi in gioco.

Simpatica anche la scelta di presentare le protagoniste come donne di età diversa: non manca una bambina, non manca una ragazza giovane e perfetta eroina romantica, ma Nell da un certo punto in poi è una signora anziana, e Cassandra è una donna di mezz'età, un target poco considerato nella letteratura al femminile, anche se ultimamente le cose stanno finalmente cambiando.

Il giardino dei segreti piacerà alle (e ai) romantiche, ma ha tutti gli elementi per essere un romanzo che va oltre le gabbie dei generi, raccontando una storia universale di sentimenti e non solo, di consapevolezza e di ritrovamento di sé, di radici familiari e di presente da vivere senza dimenticare il passato.

Il giardino dei segreti, Kate Morton, Sperling & Kupfer, 21 euro e 90.

Elena Romanello