:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010 by

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

:: Recensione di Nero Piemonte e Valle D'Aosta a cura di Barbara Balbiano

1 settembre 2010 by

nero_4La cosa bella di una raccolta di racconti è che non la si deve leggere per forza in ordine cronologico. Si può andare alla fine, come ho fatto io, cercare l’elenco degli autori e scoprire guidati dai propri gusti e attitudini nomi come Angelo Marenzana, Danilo Arona, Claudio Morandini, Roberto Saporito,  Luca Rinarelli o  Paola Ronco così diversi e accomunati semplicemente dal gusto della sfida e da quell’amore passionale che caratterizza il Piemonte terra naturale di noir e di mistero. Mi diverte pensare che traccia abbia dato Barbara Balbiano curatrice di Nero Piemonte e Valle D’Aosta. Geografie del mistero ai suoi scrittori. Avrà detto scrivete di paura , di orrore, dei confini in cui l’oscurità entra nell’anima e lascia cicatrici indelebili, date testimonianza di quanto il noir piemontese sia sfaccettato e vario, siate voi stessi. Non tutti amano i racconti, per alcuni c’è qualcosa di incompleto, non si può dire tutto in un testo breve, frammentario ma io trovo al contrario che nell’essenzialità , nel colpo d’occhio,  nella vertigine data dalla comprensione immediata di qualche oscura verità ci sia un fascino sottile. In un racconto breve non si può perdere tempo, soffermarsi sul superfluo, bisogna arrivare al dunque, cimentarsi in una sfida con il tempo. E poi volete mettere poter leggere un racconto, lasciarlo sedimentare e poi riprendere il testo più tardi e leggerne un altro. Come un amico sincero starà li ad aspettarvi, in silenzio. Non so dirvi quale racconto mi sia piaciuto di più e poi infondo non sarebbe neanche corretto farlo perché un’opera corale ha bisogno di più voci, tutte necessarie, per essere quello che è, so dirvi solo che i luoghi in cui sono ambientate le storie danno davvero la sensazione che siano state scritte in Piemonte e non altrove. L’essenza dei luoghi è intatta che si parli di Torino, delle strade nebbiose di piccoli paesini di campagna, di boschi, di laghi. Dice bene Alessandro Defilippi nella prefazione tutti sono andati alla ricerca delle radici del male e non si sono persi. Infine come nei titoli di coda di un vecchio film in bianco e nero mi sembra doveroso citare in ordine alfabetico tutti gli autori: Danilo Arona, Barbara Balbiano, Luca Bortolazzi, Mariangela Ciceri, Gianluca D’Aquino, Antonio L. Falbo, Fulvio Gatti, Lucio Laugelli, Enzo Macrì, Roberta Marchetti, Angelo Marenzana, Fabio Mazzoni, Claudio Morandini, Sergio Pent, Stefano Priarone, Luca Rinarelli, Paola Ronco, Roberto Saporito, Matteo Severgnini. 
Nero Piemonte e Valle d’Aosta. Geografie del male, a cura di Barbara Balbiano – NOIR – Perrone Lab Editore – 2010 – pagine 220 – prezzo 15,00 euro.

:: Gemma Doyle, non solo letteratura fantastica per ragazzine a cura di Elena Romanello

31 agosto 2010 by
Il genere fantastico per ragazzi (o young adults, come si dice all'inglese) è uno dei più ricchi di titoli negli ultimi anni, ma diventa difficile orientarsi in cerca di qualcosa di interessante e di originale, tra tematiche ripetute all'infinito, a cominciare da quella dell'amore tra una ragazza umana e un ragazzo appartenente a qualche specie fantastica, che sia vampiro o lupo mannaro o angelo.
Nel genere spicca quindi come originalità e interesse la trilogia di Gemma Doyle, scritta dall'autrice statunitense Libba Bray, edita in Italia da Elliot edizioni e diventata popolare sia in patria che altrove grazie al passaparola tra i fan su Internet e nei circoli letterari reali e virtuali: tre titoli, A great and terrible beauty, Rebel angels e A sweet far thing, tradotti da noi come Una grande e terribile bellezza, Angeli ribelli e La rivincita di Gemma costituiscono una saga diversa dai due capostipiti della letteratura fantastica per giovani di oggi, Harry Potter e Twilight, e per certi aspetti anche più intrigante.
Ultimo decennio dell'Ottocento, ancora dominato dalla mentalità vittoriana: la giovanissima Gemma parte dall'India dove è nata e cresciuta in seguito alla misteriosa e tragica morte della madre e va a studiare nell'esclusivo collegio per ragazze di Spence. Là scoprirà gli inquietanti segreti di sua madre e di una setta di misteriosi uomini, tra cui il giovane indiano Kartik del quale si innamorerà, oltre alla chiave per visitare un mondo di magia parallelo e coevo a quello reale, insieme alle ragazze che diventeranno sue amiche, la povera di nascita ma nobile di spirito Anne, l'infelice Pippi, l'ambigua Felicity.
Certo, si sentono echi di tanti romanzi e ambiti dell'immaginario, dai classici per bambine dell'Ottocento, La piccola principessa di Frances Hodgons Burnett in testa, ai romanzi di Jane Austen e delle sorelle Bronte, dalle fiabe popolari anglosassoni a film come Pic nic ad Hanging Rock, da telefilm contemporanei come Streghe ai manga di autrici dark come Riyoko Ikeda e Kaori Yuki. Il tutto però è ben amalgamato, non ci sono plagi ma richiami, e la storia di Gemma è una saga fantasy al femminile in costume, un romanzo storico, ma anche una storia di formazione e di autocoscienza, dove si parla anche di tematiche femministe e omosessuali, di amori impossibili, di minoranze etniche, di diseguaglianze sociali, tutte tematiche attuali e non trattate comunque in maniera pedante, dato il contesto e la felicità di narrare che ha Libba Bray.
Tra l'altro, il finale è conclusivo ed è insolito, forse non propriamente un happy ending ma intrigante, esaltando soprattutto l'autoaffermazione di sé di queste fanciulle dedite alla magia loro malgrado e imprigionate dai meccanismi di una società spietata sotto affascinante, e sarà inoltre difficile in certi momenti capire la differenza tra chi è buono e chi è malvagio.
Libba Bray riesce a costruire un microcosmo affascinante per chi ama il genere fantastico, più declinato al gotico magari, ma anche per chi si appassiona per le storie d'amore insolite, e per chi ama i romanzi storici ricostruiti nei dettagli: questo fa sì che la saga di Gemma Doyle possa essere senz'altro consigliata ad un pubblico adolescenziale, ma che rispetto ad altri libri del genere sia piacevolissima da leggere anche per chi l'adolescenza se l'è lasciata da un pezzo alle spalle.

Elena Romanello

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010 by

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Vita dura per le canaglie di Andrè Héléna (Aisara 2010) a cura di Stefano Di Marino

30 agosto 2010 by

vita dura per le canaglieSembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che  porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in Il festival dei cadaveri) che le conferiscono un sapore epico. Proprio come quei vecchi film che ci piacevano tanto anni fa… Un modo di scrivere il nero europeo con vigore, passione e una strafottenza buscaglionesca che se la ride di certe correttezze politiche che, oggi, non fanno altro che legare mani e piedi a eroi che hanno bisogno di sganassoni e faccia dura per sopravvivere e appassionare.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

::Recensione di Le maschere della notte di Pieter Aspe

29 agosto 2010 by

wGiusto per dimostrare che il buon thriller europeo non è fabbricato solo in Svezia vi segnalo una piccola sorpresa proveniente dal Belgio: Le maschere della notte di Pieter Aspe vero e proprio autore di culto nel suo paese addirittura chiamato il Simenon fiammingo. Dal 1995 ha scritto una ventina di polizieschi ambientati a Bruges che hanno per protagonista il commissario Van In un poliziotto decisamente anticonformista e totalmente “politically incorrect”, con così tanti difetti che messi assieme non possono che farlo risultare simpatico. Forse ad alcuni non sarà passato inosservato che Fazi ha già pubblicato di quest’autore altri due titoli Il quadrato magico e Caos a Bruges rispettivamente primo e secondo della serie. Le maschere della notte è il terzo volume pubblicato originariamente nel 1997 con il titolo De Kinderen van Chronos sicuramente sarà apprezzato dai cultori dei polizieschi di impianto classico, dove l’intreccio, l’ambientazione, la ricerca del movente e i personaggi prevalgono sull’indagini alla CSI e l’adrenalina a fiumi. Aspe ha una scrittura piana, posata, un ritmo lento e i colpi di scena, seppure si susseguono di frequente, non danno mai spazio a sprazzi di violenza fine a se stessa. Tutto si svolge con leggerezza e velato humour anche se un pizzico di critica sociale dà spessore ad un genere che troppo spesso può scadere nell’omologazione o nella falsa copia dei classici. E ora veniamo alla trama. Tutto ha inizio con un macabro ritrovamento. Durante i lavori di ristrutturazione di una villetta nella zona residenziale della periferia di Bruges una bambina scavando nel giardino rinviene quel che resta di uno scheletro umano. L’ ignaro commissario Van In incaricato delle indagini si trova ben presto davanti un vero e proprio vaso di Pandora  pieno delle peggiori depravazioni della natura umana e aiutato dal suo assistente Versavel e dalla sua compagna e sostituto procuratore Hannelore Martens in attesa di un figlio, anche se ostacolato in tutti i modi da chi vuole addirittura insabbiare il caso per proteggere la rispettabilità e l’onore di una classe sociale altolocata e viziosa, riuscirà a far luce nel labirinto di intrighi e corruzioni che sembrano anticipare una pagina davvero buia della storia recente della società belga. Ringrazio la gentilissima Azzurra Carriero di Fazi Editore per avermi segnalato quest’interessante libro. Seguirà a breve una nostra intervista all’autore.
Traduzione dal Nederlandese di Valentina Freschi.

:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010 by

fanPhilip K. Dick – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott- non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi con alterne fortune ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958 – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press – racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla trascina i suoi giorni ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e nonostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene apertamente non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, quasi scarno, come era tra l’altro nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

PHILIP KINDRED DICK nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. Negli anni Settanta esce la sua ultima opera, La Trilogia di Valis, pubblicata da Fanucci Editore in un unico volume. Muore il 2 marzo 1982. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), ScreamersUrla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006). Nel 2008 è uscito il film Next, con Nicholas Cage, tratto dal racconto The Golden Man; mentre I guardiani del destino (2011) trae ispirazione dal racconto Squadra riparazioni. Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione di Philip K. Dick, considerato uno dei più importanti autori della narrativa americana del secondo dopoguerra.

:: Recensione di Fredda è la notte di Carlene Thompson a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010 by

1Blaine Avery ha tutto per essere felice: è bella, è giovane, ha un marito facoltoso che la ama, una figliastra adolescente da crescere, una casa bellissima immersa nel verde del West Virginia e può permettersi il lusso di ignorare chi la invidia e al massimo si limita a spettegolare alle sue spalle finché la vita non le presenta il conto e di colpo si trova sull’orlo dell’abisso ad un passo da perdere tutto.
Martin, suo marito, muore in circostanze misteriose, apparentemente si tratta di suicidio ma è impossibile che non si annidi il tarlo del dubbio: e se fosse stata lei a ucciderlo per ereditare l’ingente patrimonio?
Anche la figliastra Robin sembra pensarlo e quando la più cara amica della ragazza Rosie Van Zandt viene trovata morta nella sua proprietà alcuni particolari sembrano avvalorare l’ipotesi che Blaine sia la colpevole e i sospetti sembrano diventare certezze.
E’ questo è solo l’inizio.
Nuovi delitti si susseguono e Blaine non ha alibi credibili, anzi  è sempre nelle vicinanze dei ritrovamenti dei cadaveri, oltre a comportarsi in modo sfuggente come se nascondesse qualcosa.
Solo lo sceriffo Logan Quincey, ancora innamorato di lei dai tempi del liceo, sembra ostinatamente credere alla sua innocenza ed è il solo a fare di tutto per scagionarla trovando il vero colpevole.
Ma Blaine Avery è davvero innocente?
Questo dubbio accompagnerà il lettore fino al sorprendente finale.
Fredda è la notte  seconda opera della talentuosa Carlene Thompson  edito dalla Marcos Y Marcos, è un thriller psicologico singolare e ricco di atmosfera nella raffinata traduzione di Marzia Luppi Cortaldo.
Già edito come Giallo Mondadori n°2835 con il titolo Tutto ha una fine, titolo originale All fall down, unisce al classico mystery un tocco di romanticismo, imbastendo una storia d’amore che stempera la tensione e accresce l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Come in un gioco di specchi, false piste si intrecciano accrescendo la suspance e il dubbio sembra giocare una carta importante nello svolgimento della trama incentrata sul classico gioco dell’innocente accusato ingiustamente.
Il finale del tutto inaspettato e sconcertante accresce il fascino di questo piccolo gioiellino.
Dell’autrice potete leggere sempre per Marcos y Marcos In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi e Stanotte sei mia.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

Recensione di Percy Jackson Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano

23 agosto 2010 by

percyjackson-10Recensione del libro Percy Jackson- Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano. 

Nell'attesa che venga pubblicato anche in Italia il seguito del primo libro della saga di Percy Jackson, che uscirà in ottobre per Mondadori, prendiamo spunto dal primo dei cinque capitoli della serie, “Il ladro di fulmini”, per parlare di questa epopea che negli Stati Uniti ha venduto oltre 6 milioni di copie. Sull’onda del successo delle saghe fantasy dedicate ai ragazzi, inaugurate dallo straordinario "Harry Potter", negli ultimi anni si sono moltiplicati i libri pensati per gli adolescenti e letti voracemente anche dagli adulti. Quale sia l'ingrediente fondamentale di una diffusione così massiccia, senza distinzione di età, nazionalità, lingua, non è facile dirlo; senza dubbio, oggi come oggi, tutti noi siamo affascinati da storie di coraggio, di avventura, di amicizia, di solidarietà che nel mondo "degli adulti" è davvero difficile trovare. Parlando di Percy Jackson, il protagonista della fortunata saga di Rick Riordan, possiamo aggiungere che grande suggestione viene creata attraverso l'utilizzo della mitologia classica, originalmente rivisitata e adattata al mondo di oggi. Percy è  un ragazzino di 12 anni che vive nello Stato di New York, non è  bravo a scuola (probabilmente è dislessico), è stato abbandonato dal papà, non ha particolare fortuna con le amicizie e non va esattamente a genio agli insegnanti. Fin qui nulla di straordinario. Ma se aggiungiamo che la dislessia deriva dalla sua inevitabile attitudine alla lettura del greco classico, che il papà che lo ha abbandonato è Poseidone, dio del mare, che il suo migliore amico altri non è che un satiro e che la sua professoressa di matematica (e qui alzi la mano chi non l'ha mai pensato) in realtà è una vera e propria arpia, allora si capisce come la vita di Percy sia completamente diversa da quella di un ragazzino normale. Coinvolto in un universo assurdo, mitologico e avventuroso Percy si rivela un vero e proprio eroe, affronta mostri, realizza imprese, sfida il cugino Ares, zio Ade e riporta la folgore rubata a zio Zeus, che vive sull’Olimpo trasferitosi al 600° piano dell’Empire State Building. Ritroverà  il padre, conoscerà l'amicizia, e in una mirabolante serie di avvenimenti più o meno fantastici farà riscoprire al lettore la mitologia classica, suscitando con ilarità e ironia una nuova attenzione verso una cultura che ha segnato le nostre tradizioni e la nostra letteratura e che in fondo, ancora oggi, non smette di incantare. Con uno stile fresco e giovane, che sembra veramente indirizzato agli adolescenti, l'autore dà vita a personaggi ed avventure che sembrano realmente tratte dalla mitologia classica; ciò che diverte è l'ambientazione contemporanea nella realtà statunitense del 21º secolo, la continua mescolanza di modernità e tradizione, le improbabili commistioni tra due realtà agli antipodi: paradigmatica la collocazione dell'inferno, che si apre sotto Hollywood. 

:: Intervista a Claudio Cordova a cura di Cristina Marra

19 agosto 2010 by
Intervista a Claudio Cordova autore di “Terra venduta” (Laruffa editore, 2010) di Cristina Marra


Claudio Cordova è un giovane reporter di Reggio Calabria che, con entusiasmo coraggioso e un pò incosciente, si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Giovanissimo d’età ma con la stoffa e il metodo del giornalista vecchio stampo, Cordova ricerca, indaga a fondo prima di informare i lettori. Redattore del quotidiano on line in tempo reale Strill.it, Cordova ha ceduto ben presto all’impulso di scrivere un libro, un libro di denuncia e di inchiesta, spronato da una lettura, quella di un testo di Carlo Lucarelli che si fa stimolo e volontà di continuare quella strada intrapresa dall’autore di “Navi a perdere”, ma con uno stile personale e camminando con le proprie gambe. Cordova ha camminato davvero a lungo per una Calabria sconosciuta o mai rivelata, per sentieri solitari che conducono nei luoghi in cui la regione è stata venduta alle speculazioni, ai traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi. “Terra venduta” (Laruffa editore, pag.184 euro 10,00) è un viaggio in sette capitoli per la Calabria  per i suoi luoghi incriminati: torrenti, coste, mari in cui il sospetto di inquinamento persiste o è reso noto dalle inchieste giudiziarie. L’autore, con determinazione e nello stesso tempo con la sensibilità di chi è figlio di quella terra, compie un’indagine sul campo con rilievi sulle località violate  ed incriminate accompagnati da ricca documentazione fotografica. Cordova racconta la Calabria venduta con la professionalità e l’intraprendenza del reporter ma soprattutto con gli occhi di chi ha visto i disastri ambientali e i danni provocati alla salute degli abitanti di quelle zone, ignari della presenza di rifiuti e scorie illegalmente occultati.

Quando hai deciso di scrivere "Terra venduta"?

Nella primavera del 2009, leggendo, tutto d’un fiato, nel giro di pochissime ore, “Navi a perdere” di Carlo Lucarelli, che per me è un maestro dal punto di vista narrativo. “Terra venduta”, infatti, nasce come un’inchiesta sulle navi dei veleni, di cui conoscevo già, per ragioni di lavoro, diversi particolari. Poi, indagando, nel corso di oltre dodici mesi, ho avuto modo di scoprire diverse altre storie, per molti versi raccapriccianti, che non riguardano le vicende della navi affondate, ma il traffico di rifiuti sul territorio calabrese.

Dal tuo libro traspaiono dati inquietanti sul tasso di mortalità  di bambini che vivono in quelle zone contaminate. Così  si muore in Calabria?

La Calabria è una regione in cui non ci sono fabbriche, né si può parlare di inquinamento dovuto allo smog, dato che non vi sono metropoli. Eppure, purtroppo, in determinate zone, vi è un’incidenza patologica assai preoccupante, che colpisce soggetti molto giovani. Penso a quello che accade tra Paola e Serra d’Aiello, in provincia di Cosenza, per non parlare di Crotone, dove i bambini andavano a scuola, ignari di essere circondati da scorie. E anche in alcune zone del reggino alcuni tassi sembrano essere in aumento: credo che non si debba viaggiare sui binari dell’allarmismo, ma pensare che tutto vada bene sarebbe da irresponsabili.

La tua indagine si è svolta soprattutto sul campo. Com'é  stato il tuo lavoro di ricerca?

E’ stato un lavoro fatto di viaggi solitari, in condizioni anche ostili. A voler fare un discorso romantico, posso dire che mi teneva compagnia la musica dell’autoradio e la passione nel vedere, giorno dopo giorno, che il materiale che raccoglievo prendeva forma sul foglio bianco. Amo il giornalismo di verifica, fatto sul campo, come si faceva un tempo, sono convinto che un buon giornalista debba avere le doti e la predisposizione di un investigatore, di un segugio: io sto studiando per diventare un buon giornalista, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti dei miei direttori di Strill.it, che mi hanno formato e mi formano, giorno dopo giorno, umanamente e professionalmente.

Sei redattore di Strill.it e scrivi di cronaca nera e giudiziaria, com'é stato occuparti di inchieste scomode e scottanti come quelle riguardanti rifiuti tossici e radioattivi?

Anche l’attività quotidiana non è delle più facili, sono convinto che chi esercita il mestiere di giornalismo in Calabria lo stia esercitando in un territorio di frontiera, in una scala gerarchica colloco la Calabria subito dopo i territori di guerra, quelli dove, davvero, si rischia la vita a ogni passo. Qui i giornalisti combattono una guerra un po’ più silenziosa: sono armati di penne e tastiera, tentano di informare correttamente i cittadini e non è facile perché l’intero contesto sociale è permeato dalla ‘ndrangheta o dalla mentalità mafiosa. Solo attraverso una buona informazione la nostra Calabria potrà crescere e indignarsi di fronte a scandali come quelli che ho tentato di raccontare nel mio libro. C’è di mezzo la salute di tutti noi, dei nostri parenti, non si può tenere la testa sotto la sabbia.

Stai presentando il libro in giro per la Calabria, qual é la reazione di tuoi lettori?

Per me, che ho sempre avuto ambizioni da scrittore, da narratore, il complimento più grande è stato sentirmi dire che il libro si fa leggere come se fosse un romanzo. Purtroppo, quelle narrate in “Terra venduta” sono storie vere, anche se, a volte, sono così incredibili da assomigliare a sceneggiature cinematografiche. Dopo i viaggi d’indagine, per la scrittura del libro, da qualche mese ho iniziato quelli per far conoscere il mio lavoro, per far conoscere, soprattutto, il mio impegno, i miei sacrifici. In questi mesi ho incontrato, in Calabria, ma anche fuori dai confini regionali, tanta gente che crede in quello che fa: questo, ovviamente, mi dà forza e coraggio per continuare la mia attività. Mi rivolgo soprattutto alla gente, ai miei coetanei: solo se noi giovani ci coalizziamo dalla parte giusta, un domani potremo vivere in una Calabria migliore.

Cordova giornalista e scrittore, quali sono i gusti di Cordova lettore?

I libri d’inchiesta e i saggi, soprattutto. Tento di informarmi tramite i libri, dato che giornali e televisione ci tengono troppe cose nascoste. I libri stanno diventando, insieme a internet, l’unico spazio di vera libertà: e l’Italia, la Calabria, hanno bisogno di libertà, quanto l’acqua nel deserto. Leggo gli scritti dei giornalisti che provano a fare un’informazione corretta, fuori dalle logiche dei padroni: cerco di imparare da loro. Sì, leggo per conoscere e per imparare.

Pensi di continuare a scrivere libri-inchiesta? Progetti in cantiere?

Spero che la mia attività possa continuare nella mia terra, la Calabria, che amo moltissimo. Per ora, come dicevo, l’attività principale, per quanto riguarda l’editoria, è quella di far conoscere a più gente possibile “Terra venduta”. Sicuramente spero che non resti un’opera isolata: complice lo spirito inquieto, quello che io chiamo, spesso, “caratteraccio”, non riesco a restare fermo e fare il compitino. Paolo Borsellino diceva una frase bellissima, secondo me: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco,  qualsiasi progetto futuro, sarà rivolto soprattutto a migliorare, nel mio piccolo, la mia terra. Credo che sia necessario fare di tutto per lasciare, alla fine della nostra vita, le cose in uno stato migliore rispetto a come le avevamo trovate.

:: Recensione di Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli a cura di Maurizio Landini

9 agosto 2010 by

morbillaio-coverDanilo  Giovanelli “Il segreto del Morbillaio”, Edizioni XII, pagine 179 recensione di Maurizio Landini

Saturnetto Vinceslovo, detto il Morbillaio perché più “fragile di altri provò su di sé tutte le malattie che il buon Dio aveva avuto l’accortezza di diffondere a valle, maturando contorto, piagato e giallastro, colore della polenta con la quale si mimetizzava” è un celebre poeta di Vermiziano. La scuola elementare del paese porta il suo nome e sorge proprio sulle fondamenta della casa del cantore vermizianino.
   Una scuola tranquilla, tutto sommato, divisa fra bulli e secchioni, sfide all’ultimo sms tra messaggiai, e gare di onniscienza fra piccoli super-saccenti.
Finché il segreto del Morbillaio non rischia di essere svelato da un gruppo di ragazzini: Ebète il ragazzo cosmopolita dall’improbabile esperanto, Elio il secchione sempre in gara con Donnetta Spilunga, Crescione il maniaco dei videogiochi, Erode travolto da malattie e medicine, Cassadra la bambina posseduta dal’aristocratica Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi. Ma i Goonies della Quinta A Saturnetto Vinceslovo dovranno vedersela con la vecchia Gioconda di cui si racconta che “ha fatto fuori qualche ragazzino. E poi li seppellisce nella sua cantina” e con gli Amici del Morbillaio, fanatici estimatori del poeta, gelosi custodi delle sue opere…
   Un racconto fantasy avventuroso, divertente e scanzonato dove Giovanelli reinventa lo “slang della spensieratezza” nell’eterna sfida fra generazioni, tra complicità dell’amicizia e stregoneria della solitudine.  

:: Recensione di Archetipi di Autori Vari a cura di Maurizio Landini

3 agosto 2010 by

archetipiAutori Vari – “Archetipi” Collana “Camera Oscura” 2009 Edizioni XII pagg. 333 

Protagonisti della paura che ci accomuna come esseri senzienti, che parla la nostra stessa lingua come un esperanto del dolore fisico, sono gli archetipi narrati in dodici racconti, seguendo il filo nero dell’immaginario, attraverso cuciture grossolane nel corpo post-autoptico della modernità secolarizzata ed “evoluta”: micidiale senso del meraviglioso che irrompe nel nonsenso dell’appiattimento quotidiano.

Che si tratti di un golem, di una sirena o di una fenice, nessuno potrà fermare l’avanzata di questi super-eroi super-naturali, neanche Alessandro il Grande: essi hanno il buio dalla loro parte, e l’assenza totale di uno spazio e un tempo definiti e definibili. Il loro topoi sono informazioni di un inconscio collettivo, junghianamente parlando: la condivisione di una speranza che il muro di tamponamento tra realtà e finzione infine si sbricioli…

L’oscurità non è mai stata così illuminante.

Corredata da superbe illustrazioni a colori, “Archetipi” è un’antologia sofisticata, che pianta un paletto dritto nel cuore del fantastico italiano non per uccidere il mostro in un fiume d’inchiostro e banalità bensì per iniettargli nuova linfa vitale e divenire così un riferimento importante per una nuova generazione di modellatori del sense of wonder