:: Intervista con Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2011 by

Nina dei lupiGrazie Alessandro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1969 ad Alessandria, laureato in Lettere, scrittore, vivi e lavori a Milano. Insegni al NABA e sei condirettore artistico del festival letterario Officina Italia. Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Alessandro Bertante?

Sono uno scrittore, attualmente è la mia principale occupazione. Uno scrittore che ricerca i significati originali, gli archetipi di cosa ci ha fatto occidentali. Proprio per questa ricerca leggo numerosi testi antropologici.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?

Per lo più durante il periodo universitario, infatti ho studiato Lettere. Ho iniziato a scrivere intorno ai 22 e 23 anni. Prima ero troppo occupato a fare il teppista. Non scherzo. Il mio apprendistato è stato lento. Sono stato inizialmente influenzato dai classici principalmente da Dostoevsky e da Marguerite Yourcenar. Poi in un secondo tempo anche da Irvine Welsh e James Ellroy.

Hai esordito nel 2000 con il romanzo Malavida un romanzo di formazione fortemente autobiografico. Che effetto ti fa ripensare alla tua prima giovinezza, al tuo bagaglio underground? Sei molto cambiato da allora?

Spero di essere maturato. Il carattere in fondo non cambia. Sono diciamo lo stesso di allora. Se ci pensiamo bene non si può che peggiorare. Degli anni 90 ricordo che erano anni vacui e superficiali. Ricordo le facce degli amici, questo sì e i centri sociali milanesi. Dall’89 al 94 la mia generazione ha vissuto un’ occasione sprecata. Quello che siamo adesso in fondo è stato generato da quello che eravamo negli anni 80.

Nel 2008 hai pubblicato per Marsilio il romanzo Al Diavul. Un romanzo storico segnato da un forte impegno politico. Il protagonista Errico Nebbiascura soprannominato al Diavul assiste all’affermarsi del Fascismo in Italia con la presa del potere di Mussolini e partecipa alla Rivoluzione spagnola del ’36. Il passato e il presente si sovrappongono. Cosa ha di contemporaneo il personaggio di Errico?

Molti hanno notato quanto Al Diavul sia un romanzo di formazione e ciò è avvenuto per lo più inconsciamente. Il senso di isolamento, di estraneità, l’esclusione dei giovani dal processo produttivo, sono gli stessi dei giovani di oggi. Ricordiamolo il protagonista Errico Nebbiascura visse i suoi anni di formazione negli anni Venti ma c’è una forte correlazione con la contemporaneità. Al Diavul racchiude una forte metafora delle contraddizioni odierne. Anche il clima della Guerra civile spagnola è molto contemporaneo.

A febbraio sempre per Marsilio è uscito Nina dei lupi in cui pur mantenendo la struttura del romanzo di formazione tipica dei tuoi romanzi precedenti assistiamo ad un superamento della dimensione storica e se vogliamo un ritorno ai miti ancestrali legati alla Natura. Parlami della sua genesi. Da che visioni, suggestioni, ricordi è nato?

Tutto è nato da un ricordo, da un’ immagine che ho sempre avuto in mente, quella di un uomo con due lupi sopravvissuto dopo una catastrofe. Un’ immagine nata probabilmente dalle mie letture o da il ricordo di qualche film visto. Anche Piedimulo, il paese incastonato nelle montagne dove è ambientato il romanzo, nasce dal ricordo di un borgo che esiste veramente, che non dirò. Quando ci sono stato ho visto un’ unica strada che lo collegava al resto del mondo, una galleria che se fosse stata chiusa avrebbe preservato il borgo come un paradiso perduto. Non ultimo il personaggio di Nina mi è stato ispirato dalla lettura di La strada di Cormac McCarthy, e dal rapporto tra l’adulto e il bambino, anche se nel mio romanzo non descrivo un rapporto tra padre e figlio.

Alessio e Nina vivono una storia d’amore. Il grande divario di età non ti ha creato problemi? Nina è solo una ragazzina di 13 14 anni mentre Alessio è un uomo maturo.

No, tutto avviene in modo molto naturale. Crescere in un borgo di montagna, ricordiamolo Nina vive un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta con il compimento di 14 anni, non è come crescere in una metropoli odierna. Il tempo è molto più dilatato. Una anno trascorso in quell’isolamento, a contatto con la Natura, le permette di acquisire una grande maturità.

Può essere definito un romanzo post-apocalittico in cui descrivi il mondo dopo la fine della civiltà Occidentale capitalistica e consumistica. Tutto inizia con la crisi economica, la recessione, la crisi finanziaria, la disoccupazione. Non è uno scenario tanto improbabile. Non ti senti un po’ profeta?

Diciamo che questo scenario nel romanzo è solo abbozzato, non ho voluto descriverlo nei particolari. Mi piaceva descrivere la Sciagura come una minaccia mitologica. La società italiana vive uno stato di disgregazione del tessuto etico e civile tale che non è tanto assurdo immaginare una deriva simile. Non c’è solidarietà. Non stento a credere che se vivessimo una crisi di stampo argentino ci troveremmo davvero a scannarci in piazza.

In una recente intervista accenni che ti sei ispirato ad alcuni testi di antropologia culturale e alla mitologia dell’arco alpino. Ci vuoi parlarci di queste influenze?

Tutto l’arco alpino, come forse sai, conserva una memoria archetipa molto antica che trae le sue origini dal neolitico e dalla memoria celtica, romana e poi cristiana. Fino agli anni 50 c’era una forte coscienza e consapevolezza di questa ritualità. Poi dopo si è un po’ persa. Io ho cercato di riscoprire questa memoria.

Nina dei lupi è anche un romanzo fortemente poetico e per ottenere questo utilizzi un linguaggio evocativo, ricco di simboli, metafore tratte dalla Natura . E’ un effetto voluto o un’evoluzione naturale della tua scrittura verso un realismo magico tipico di alcune opere di Buzzati come Barnabò delle montagne, Il segreto del bosco vecchio?

Spero di essere molto più crudo di Buzzati, autore a cui non mi sono ispirato particolarmente. Comunque è vero c’è una forte componete di realismo magico nella mia scrittura che sarà ancora più marcata nel mio prossimo romanzo. Molti momenti lirici sono presi pari passo dalla tradizione bardica per lo più trasmessa oralmente. Un testo soprattutto ho utilizzato, La battaglia degli alberi attribuito al poeta antico di lingua gallese Taliesin.

Nina dei lupi può essere definita una fiaba moderna con un messaggio ecologista e pacifista?

Sì, all’interno della brutale violenza che descrivo c’è un messaggio pacifista. Direi proprio di sì.

Il personaggio di Alessio Slaviero incarna il ruolo dell’eroe leggendario, del salvatore, del Fondatore di una nuova civiltà. A chi ti sei ispirato per crearlo?

Più che ad una persona precisa mi sono ispirato agli eroi che si sacrificano per gli altri. Alessio Slaviero è l’ultimo degli eroi guerrieri delle pianure. Dopo di lui si istaurerà un contesto matriarcale.

Il personaggio di Nina, a mio avviso bellissimo, giovane sposa del Fondatore, si contende con il personaggio di Diana l’archetipo femminile della Grande Madre, principio di vita e detentrice di poteri magici come la capacità di parlare con le bestie della montagna o guarire con le erbe, con le mani, con misteriose parole, capace di esorcizzare gli spiriti nefasti. Già Marisol incarnava una femminilità mitica, spirituale, eroica. Definiscimi il ruolo della donna nelle tue opere.

Mi è stato detto che il personaggio di Marisol fosse troppo stilizzato, ma è stato fortemente voluto, rappresentava una femminilità eterea per caratterizzare la svolta alla pazzia del personaggio di Errico Nebbiascura come nell’ Orlando furioso dell’Ariosto. In Nina dei lupi più che Nina è Diana il personaggio chiave della narrazione, la vera chiave di volta. Nina è il mito, Diana è la concretezza.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal Nina dei lupi? Se avessi la possibilità di scegliere regista e cast chi sceglieresti, a chi affideresti il ruolo di Alessio e Nina?

Non ci ho mai davvero pensato. Affiderei il ruolo di Diana a Charlotte Rampling, la immagino con un collo molto lungo, o a Francesca Inaudi, ma un’Inaudi molto più dura. Per impersonare Alessio vedrei bene un uomo molto possente. Per Nina, non ho proprio idea, attrici quattordicenni non me ne vengono in mente. Per i registi mi piace molto l’autore di Gomorra, Matteo Garrone.

Grazie della disponibilità Alessandro, come ultima domanda ti chiedo se puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Progetti ne ho tanti ma sono tutti ancora piuttosto vaghi. Di certo c’è il mio nuovo romanzo, potente, metropolitano questa volta.

:: Recensione di Nina dei lupi di Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2011 by

Nina dei lupi di Alessandro Bertante

Nina dei lupi (Marsilio) dopo Malavida e Al Diavul  riporta Alessandro Bertante al romanzo con una storia intensa e visionaria in cui il valore simbolico trascende il classico realismo per trasportare il lettore in una dimensione mitologica e leggendaria. Nina dei lupi  è un canto magico, evocativo come una fiaba, e non a caso della fiaba ha la struttura morfologica e mi ha portato a riscoprire le Fiabe italiane di Calvino vera raccolta della tradizione popolare in cui l’autore ha tratto spunto dalla storia del folklore. Come ogni fiaba ha un cuore oscuro in cui si mostra quanto gli archetipi psicanalitici siano potenti e misteriosi e quanto il male e la paura, anche se esorcizzati, siano l’origine di tutto l’immaginario fantastico di fiabe come quelle di  Andersen, dei fratelli Grimm o di Perrault. Nina dei lupi attinge a piene mani da questo immaginario e narra l’ eterna lotta tra Bene e Male in cui la figura dell’eroe emerge con connotazioni epiche e direi anche fantastiche anche se sono il suo coraggio e la sua forza morale, più che reali poteri magici, a fare la differenza. E’ una fiaba ecologista se vogliamo, la Natura spiccatamente simbolica assume un ruolo quasi sacro e funge da catalizzatore per tutta la narrazione e costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con essa diventa l’unico imperativo morale lasciate per  strada come carcasse inutilizzate tutte le religioni rivelate o i credi laici dell’Occidente. Oltre a riti ancestrali, e a legami profondi con la Natura contiene anche un messaggio pacifista e antiviolento che ribalta la visione egoistica e individualista di un capitalismo accaparratore che trasforma i beni materiali in divinità pagane di un culto materialistico e predatorio. Tutto ha inizio con una generalizzata crisi economica che fa sprofondare il mondo Occidentale nella barbarie. La recessione, la crisi finanziaria, il conseguente fallimento delle banche porta ad un cataclismatico punto di rottura e di non ritorno in cui l’esercito spara sulla folla inferocita e le metropoli si trasformano in campi di battaglia dove il cielo con le sue striature argentate, rosse, violette, nere, diventa testimone dell’esplosione della violenza più cieca e più devastante. Malattie senza nome si abbattono come piaghe bibliche in un apocalittico tripudio di mali e la fine del mondo Occidentale tralascia dei sopravvissuti che si dividono tra bande di predatori e di predati. In questo scenario da tregenda Nina, una bambina ormai proiettata nella sua dimensione di donna, scampata all’insana follia collettiva e alla ferocia vive con i nonni Marta e Alfredo e ad altri sopravvissuti  a Piedimulo,  un piccolo borgo ai piedi della montagna e della foresta dei lupi, isolato grazie ad una frana che ha interrotto ogni via di comunicazione con il mondo esterno. Ma l’isolamento e la salvezza non durano a lungo, un giorno maledetto una banda di predatori guidati da Fosco, un agente immobiliare prima della sciagura, irrompe nel villaggio e massacra senza pietà gli abitanti solo Nina e pochi altri vengono risparmiati. Nina fugge e viene raccolta da Alessio Slaviero l’ uomo solitario che vive oltre il torrente in compagnia di una coppia di lupi, l’eroe che come in ogni leggenda incarna in sé il riscatto e la liberazione. Nina si trasforma da fragile bambina spaventata in eroina-madre leggendaria fondatrice di una nuova generazione e la sua storia diventa mito.

Alessandro Bertante (Alessandria, 1969), narratore e saggista, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Estate crudele(Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack, Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti, 2016), Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati, e Pietra nera (nottetempo, 2019) e Nina dei lupi (Marsilio, 2011; nottetempo 2019). Insegna alla Nuova Accademia di Belle Arti e alla IULM di Milano.

:: Recensione di Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson

2 marzo 2011 by

wilsonc1grandeDoveva essere un paese ben bizzarro l’Inghilterra dell’era Thatcher per aver ispirato ad un tranquillo professore del Goldsmiths' College, della London University, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero). Non c’è che dire l’Inghilterra pullulala da sempre di scrittori satirici e lo humour inglese è proverbiale come non pensare a William M. Thackeray che nella Fiera delle vanità fece un esilarante quanto feroce ritratto di vizi privati e pubbliche virtù della società  inglese del diciannovesimo secolo, o Jonathan Swift che ancor prima affilò la penna per colpire al cuore l’ ipocrisia  e la stupidità esaltate come doti nazionali e indelebile per me almeno è il ricordo della sua Modesta proposta in cui consigliava per combattere la povertà di dare da mangiare ai ricchi proprietari terrieri i figli denutriti degli irlandesi poveri. Il vangelo della scimmia, titolo originale Gallimauf 's Gospel, senz’altro si inserisce in questa nobile tradizione e non sfigura sia per stile, agile e brillante, sia per temi drammaticamente seri sotto la patina colorita dell’ironia e dell’umorismo. Protagonista indiscussa di questo breve romanzo è una graziosa scimmietta di nome Maria, per tutta la durata del racconto creduta di sesso maschile e leggendolo capirete bene che questo fatto ha la sua importanza e le sue ripercussioni, una bizzarra creatura un po’ troppo umana quasi la dimostrazione scientifica che la teoria darwiniana non è tanto balzana. Dopo aver vissuto giorni felici su una nave da guerra, e già qua il paradosso si fa marcato, scampa ad un tragico naufragio e approda sull’isola di Iffe aggrappata ad una botte. E’ l’inizio di un’ improbabile serie di eventi che terminerà in un tragico epilogo ma è il durante che ci interessa e per quanto assurdo e paradossale il divertimento è assicurato. Ambientato in un secolo passato, proiezione veritiera del presente contemporaneo all’autore, immaginiamoci l’Inghilterra del 1986 anno in cui fu pubblicato per la prima volta, Il vangelo della scimmia ci costringe a fare uno sforzo d’immaginazione e a vedere dal di fuori un’ isola che ha fatto sua la teoria dello splendido isolamento: tagliata fuori da gran parte del mondo civile, governata da l’eccentrico Lord Iffe, una caricatura gustosa e parodistica di tutti i governanti ottusi e mediocri, da generazioni non ha mai visto uno straniero, e tanto meno una scimmia, per cui è quasi naturale credere per gli abitanti di Iffe che Maria sia un uomo, brutto e peloso quanto volete, ma pure per ironia della sorte con una precisa nazionalità, quella francese. La società di Iffe specchio e metafora del conservatorismo più bieco e dell’oscurantismo più sfrenato e xenofobo racchiude tutti i mali immaginabili come un improbabile vaso di Pandora pronto a rompersi in un culmine di male e di violenza, male e violenza che cova sotto la cenere per tutta la narrazione. Perché il diverso, lo straniero, l’altro da sé va espulso dalla comunità, annientato, distrutto. E anche il personaggio più liberale, l’intellettuale del villaggio Gallimauf, il più aperto di vedute avendo letto ben cinque libri, non fa altro che mimare il gioco delle parti e apparire ridicolo e grottesco anche se a suo modo tragico, parodia smaccata dell’ intellettualismo e razionalismo che ostenta falsa tolleranza e rispetto per il diverso ma in realtà si adegua al conformismo dilagante. Non si salva nessuno in questo pamphlet satirico e politico che sul finale prende i connotati della tragedia anche se è impossibile non invidiare la vera libertà che la scimmietta in sé racchiude, mentre beffarda e istrionica salta da ramo in ramo, felice per il solo fatto di essere se stessa, non condizionata da leggi granitiche, religioni autoritarie, e ottusi conformismi.

Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson, Meridiano Zero, Collana Primo parallelo, Traduzione dall'inglese di Luigi Cojazzi, Titolo originale dell'opera Gallimauf's gospel, 2011, 160 pagine, brossura, Prezzo di copertina Euro 13, 00.

:: Segnalazione I Vermi Conquistatori di Brian Keene

1 marzo 2011 by

vermi-conquistatori-cover-thumbDal 28 febbraio è disponibile sull' eshop della casa editrice lecchese Edizioni XII I Vermi Conquistatori la versione italiana del fortunato romanzo di Brian Keene.  

L'esordio nel nostro paese dell'autore americano è stato curato in maniera diretta da tutta la redazione di Edizioni XII, in particolare dal traduttore Luigi Musolino (già vincitore dell'ultimo Trofeo RILL 2010) e viene illustrato da una nuova, visionaria, copertina, opera del duo artistico Diramazioni.
A partire dalla metà del mese di marzo I vermi conquistatori sarà inoltre disponibile in tutte le librerie.  
Uno dei capolavori del fantastico moderno, un'opera che ha ridisegnato il modo di intendere il romanzo apocalittico.
Teddy Garnett è un arzillo vecchietto e non vuole saperne di lasciare la casa in cima agli Appalachi dove ha vissuto per decenni con la compianta Rose. Non gli importa della pioggia incessante, un diluvio catastrofico che ha messo in ginocchio l'intero pianeta, né di essere l'unico essere umano ancora vivo nella piccola comunità di Punkin' Center, ormai ridotta a un isolotto in mezzo alle acque. Senza paura, Teddy aspetta il giorno in cui si avvererà il suo unico desiderio: riabbracciare la moglie.
Ma quando riceve la visita di Carl , il suo migliore amico creduto morto o portato in salvo dalla Guardia Nazionale, scopre che ci sono cose peggiori della pioggia.
Cose che serpeggiano sottoterra, creature striscianti che tarlano il sottosuolo e scavano verso la superficie per rivelarsi al mondo.
E conquistarlo.  

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L'autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

Per ulteriori informazioni si veda l'annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

:: L'anteprima: Milano Criminale di Paolo Roversi in libreria dal 2 marzo

1 marzo 2011 by

roversi3Arriva il 2 marzo in tutte le librerie “Milano Criminale” (p. 422, € 18,90, Rizzoli), il nuovo e atteso romanzo noir di Paolo Roversi (Suzzara, 1975), fondatore e direttore di NebbiaGialla Noir Festival e del portale MilanoNera, definito dalla critica lo Scerbanenco postmoderno e spesso indicato come il golden boy del giallo italiano. Roversi è famoso per la serie di gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi, nonché per le sue opere dedicate a Charles Bukowski.
Il suo ultimo romanzo descrive la Milano del crimine degli anni Sessanta, partendo da un episodio avvenuto il 27 febbraio 1958: l'assalto a un portavalori in via Osoppo. Le storie private di un poliziotto e di un bandito si intrecciano, in uno spaccato dell'epoca affascinante.
Anche Milano ha avuto i suoi eroi criminali. Erano gli anni del boom economico, dell’uomo sulla Luna, delle grandi passioni politiche e loro rapinavano le banche, assaltavano i furgoni portavalori e sfidavano la polizia in sparatorie a volto scoperto. Amavano i soldi e la bella vita, avevano le donne più affascinanti, bevevano champagne e indossavano abiti firmati. Volevano conquistare la città, e l’hanno presa con la forza.
Per maggiori informazioni:
www.milanocriminale.com e http://hotmag.me/milanocriminale/il-romanzo, mentre su http://www.youtube.com/view_play_list?p=274840EE6927FF90 è disponibile la playlist dei docutrailer di Milano Criminale. Ed ecco l’incipt:

Parte prima
Fine della Ligera
 
Scelte di campo
 
1
L’uomo cammina tranquillo sul ciglio della strada. Scarpe ricoperte di polvere e l’aria di chi ha tutto il tempo del mondo a disposizione. Ogni tanto si guarda intorno con naturalezza, passeggia e tiene una mazza ferrata e una calibro 9 infilate nella cintura.
A qualche metro da lui, un paio di uomini in tuta da lavoro su un furgone grigio. Stanno in silenzio e nessuno bada a loro, tantomeno ai mitra che tengono sulle ginocchia.
Poco distante, un signore, capelli brizzolati e sigaretta appesa a un angolo della bocca, sfoglia un giornale. Lentamente; troppi minuti su ogni pagina per risultare credibile. È seduto dentro una FIAT 1400 nera con un ferro che gli preme contro la coscia destra.
Accanto all’auto, un ragazzo. Immobile. Un rigonfi amento nella giacca: un cannone anche per lui.
Indossano tutti il toni, la tuta blu da operaio; abbigliamento perfetto per confondersi fra i passanti di quella zona piena di fabbriche e opifici manifatturieri.
Un occhio esperto avrebbe capito tutto. Previsto quello che stava per accadere. Ma non c’erano occhi esperti nei paraggi.
 
Le danze si aprono quando il furgone portavalori fa capolino all’imbocco della strada. La filiale della Banca Popolare è a nemmeno cinquecento metri. La prima del giro. Velocità moderata e occhi aperti per i tre uomini a bordo: un autista, un agente di polizia e un funzionario della banca.
Il capo della banda si sforza di rimanere serio. Non può vedere la scena, ma gli basta controllare l’orologio. Tutto è cronometrato al secondo e lui, chiudendo gli occhi, può sapere attimo per attimo quello che sta accadendo.
Mentre ci pensa, sta in fila nel gabinetto di un dentista, dall’altra parte di Milano. Lo fa per procurarsi un alibi inattaccabile visto che, a cose fatte, gli sbirri gli saranno subito addosso. Per questo ha bisogno di testimoni affidabili, non come quelli che potrebbe portare
lui, i suoi compari di Ticinese.
Vorrebbe sorridere al pensiero ma non può. Sta simulando un terribile mal di denti e deve rimanere concentrato. Ha i capelli neri e crespi, un vestito scuro e una rosa bianca all’occhiello: dettaglio che chiunque ricorderebbe. Il piano è di farsi notare il più possibile, così si lamenta a intervalli regolari, ad alta voce.
È un tipo pignolo e riflessivo. Ha preteso che aspettassero proprio quel giorno del mese per agire.
«Lo facciamo il 27 perché è San Paganini, ciula» aveva ripetuto ai suoi fino allo sfinimento, «e sono carichi di soldi per pagare gli stipendi.»
Ci avevano già provato due volte in precedenza, ma qualcosa era sempre andato storto. Un tentativo al mese. Quella mattina tutto sarebbe filato liscio. Se lo sentiva. “Stamattina ce la facciamo” si dice mentre l’infermiera lo fa accomodare.
 
L’uomo sulla 1400, appena vede negli specchietti il bianco del furgone, accartoccia il giornale e pesta sull’acceleratore. L’auto prima si accoda, poi schizza al centro della carreggiata.
Antonio sta sul portone di casa, la bicicletta appoggiata al muro, gli occhi incollati a quell’automobile nera che ha superato il portavalori rombando e ha cominciato a zigzagargli davanti.
«Quel lì l’è matt» urla il guidatore del blindato. Il poliziotto accarezza il calcio della pistola.
El matt non fa nemmeno finta di frenare, scarta a sinistra e attraversa il manto erboso dello spartitraffico. La corsa finisce con uno schianto sordo sul lato opposto della carreggiata, contro un muro. Il conducente se la cava senza un graffio; esce con un guizzo dall’abitacolo e se la dà a gambe mentre una folla di curiosi si raduna sul posto. Anche all’autista del blindato viene spontaneo rallentare per capire cosa succede. Il poliziotto si rilassa. E fa male, perché mentre tutti stanno con la testa voltata, spunta contromano un camion, un Leoncino OM, veloce come se fosse sulle rotaie, che va a scontrarsi con violenza contro il portavalori. Gli uomini nell’abitacolo battono la testa.
È mattina e in strada ci sono parecchie persone. Il botto lo sentono tutti, gli spari pure.
Dal Leoncino scende un uomo con il viso coperto e una pistola. Si avventa urlando verso il furgone della banca e punta il cannone in faccia all’autista che s’immobilizza con le mani alzate.
Alle loro spalle, intanto, in uno stridore di pneumatici, si arresta il furgone grigio: via di fuga bloccata.
Il poliziotto, la faccia rigata dal sangue per un taglio sulla fronte, tenta di intervenire ma il vetro accanto a lui esplode. La mazza ferrata che l’uomo sul marciapiede nascondeva in cintura ha fatto il suo dovere. Il cristallo va in frantumi e l’agente di Pubblica Sicurezza si ritrova la canna di una 38 special in bocca.
«Non fare l’eroe» gli ringhia contro. E lui accetta il consiglio.
Nel frattempo, tre uomini a volto coperto ripuliscono il portavalori e caricano i sacchi coi soldi sul furgone grigio e su una Giulietta Sprint, anch’essa spuntata dal nulla un attimo prima. Nemmeno il funzionario della Popolare ha voglia di prendersi una pallottola, così rimane tranquillo sul suo sedile mentre gli portano via i quattrini da sotto il naso.
Fanno in fretta, meno di due minuti. L’operazione funziona come un orologio svizzero mentre uno dei banditi tiene tutti a bada con il mitra.
Alla fine il furgone parte sgommando, subito imitato dall’Alfa, dalla quale spunta la mano beffarda di uno dei banditi che saluta i curiosi. E qualcuno gli risponde pure.
 
Copyright © 2011 Paolo Roversi
Pubblicato in accordo con PNLA/Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ©
2011 RCS Libri S.p.A., Milano

 
Paolo Roversi, Milano criminale – il romanzo, p. 422, € 18,90, Rizzoli
In libreria dal 2 marzo

:: Donne e Islam per Jane Johnson a cura di Elena Romanello

28 febbraio 2011 by

decimodonoIl rapporto tra l'Occidente e l'Oriente islamico spesso dà vita a storie magari affascinanti e appassionanti ma ligie a certi stereotipi, soprattutto legati al ruolo della donna. La recentissima cronaca di queste settimane, di fronte alle rivoluzioni nel Nord Africa, ha mostrato un'altra volta come sia difficile fare generalizzazioni di tutto un mondo, meno che mai quando si parla delle donne.
Jane Johnson, scrittrice inglese di nascita che ha scoperto in età adulta la cultura islamica del Maghreb sull'onda di importanti cambiamenti della sua vita privata, ha dedicato due romanzi ad una visione originale del mondo musulmano, costruendo due romanzi d'avventura e di scoperta di sé, e andando oltre i soliti luoghi comuni di questo tipo di narrazione.
Il decimo dono è il primo romanzo con cui l'autrice ha esordito, dopo un passato come sceneggiatrice di film di successo come Il signore degli anelli, e in parte Jane Johnson racconta la storia della sua vita nella vicenda di Julia, giovane donna di oggi, che scopre il manuale di ricamo di Catherine, fanciulla della Cornovaglia del Seicento rapita dai barbareschi, venduta come schiava e finita in Marocco, e che decide di ricostruirne la storia, sfidando pericoli e avventure, fino a dare una nuova svolta alla sua vita.

comepioggiasulledune3436_imgCome pioggia sulle dune è la sua seconda fatica, dove Isabelle, professionista in carriera della Londra di oggi, cerca di riannodare la sua vita di ex bambina vivacissima, partendo da una scatola che il padre, amato e odiato, le ha lasciato, una scatola che la porta vicino a Mariata, fanciulla tuareg ribelle come il suo popolo, forse legata a lei da qualcosa di misterioso, che dovrà scoprire, andando lontana da un mondo che non la soddisfa più. Un libro di nuovo su due piani e con due storie, con sullo sfondo un genocidio dimenticato e vergognoso, quello del popolo del deserto, i Tuareg, vittime di giochi economici ma anche dell'odio per la loro eccessiva libertà, come è avvenuto ad altre etnie, a cominciare dai Nativi americani.
Nei romanzi di Jane Johnson c'è amore, avventura e intrigo, ma con cuore e cervello e senza dimenticare l'interesse per culture lontane e vicine, per la ricerca delle proprie origini e di nuove storie, per capire tutte le vie della vita e del destino.
Per chi vuole un altro sguardo sul mondo islamico e le sue donne, oltre stereotipi, luoghi comuni e cose che si credono note, per scoprire sfumature e vite oltre il deserto.
Il decimo dono è disponibile in edizione rilegata da Longanesi e in tascabile da Tea, Come pioggia sulle dune invece è appena uscito per Longanesi.
 
Elena Romanello

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011 by

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.

:: Estratto da Dormi per sempre di Sabine Thiesler

27 febbraio 2011 by

corbaccio_-_dormi_per_sempreDormi per sempre
Di Sabine Thiesler

Titolo originale: Die Totengräberin
Traduzione dall’originale tedesco
di Alessandra Petrelli

Per gentile concessione
Casa Editrice Corbaccio srl Milano
http://www.corbaccio.it

 

Aveva pianto tutta la notte. Alle tre e dieci guardò la sveglia per l’ultima volta, e subito dopo cadde in un sonno profondo. Verso le cinque e mezzo si risvegliò. Le rimbombava la testa e sentiva gli occhi gonfi. Si girò sulla schiena e cercò di rilassarsi. Ma le sue paure peggiorarono. Non aveva più il minimo appiglio a cui aggrapparsi.
Johannes non aveva colto niente di tutto questo. Il suo respiro era regolare, dormiva profondamente. Lei provò a immaginare come sarebbe stato non averlo più accanto, non sentire più il suo respiro, e questo pensiero la fece piombare nel panico. Non poteva vivere senza di lui, ma non poteva più neppure vivere con lui.
Alle sei e mezzo sorse il sole e gettò un raggio rossastro sull’antica madia di fronte al letto che Magda usava per la biancheria. Johannes sbuffò piano e si girò su un fianco. La sera precedente non si era accorta che aveva la barba lunga, probabilmente non si radeva da qualche giorno, almeno tre. Come lo detestava. Quando lo accarezzava sulla guancia, le
piaceva sentire la pelle liscia. Senza irregolarità, senza difetti.
Magda si alzò in silenzio, infilò l’accappatoio e le ciabatte. Sebbene fosse luglio, dentro casa faceva ancora fresco per via dei muri spessi. Avevano comprato l’ex podere La Roccia dieci anni prima. Aveva forma a ferro di cavallo, ed era troppo grande e in uno stato miserevole: il tetto era sul punto di crollare, l’intonaco dei muri interni si sfarinava e il pavimento era pericolante; il terreno di pertinenza era coperto di rovi, rose canine, biancospini ed erica.
Da mettersi le mani nei capelli, secondo Magda. Invece Johannes era rimasto incantato dal panorama che da lì si godeva. Verso nord lo sguardo spaziava da Montevarchi fino al Pratomagno, il massiccio montuoso che separa il Valdarno dal Casentino. A ovest si vedeva un paesino di montagna, a est una collina spoglia con una casa solitaria e a sud un fitto bosco e la strada per Solata. Johannes si era innamorato all’istante di questo luogo e vi era tornato ogni volta che aveva tempo, mobilitando amici e artigiani, buttandosi lui stesso nel lavoro con instancabile energia e trasformando nel corso degli anni il podere in un vero gioiello.
Aveva ristrutturato cinque camere, due bagni e la cucina, ma aveva lasciato allo stato originario il muro semidiroccato sul lato ovest, sostituendo le parti crollate con delle vetrate. Una soluzione originale, che dava alla casa un carattere particolare e permetteva di inondare di luce lo studio di Johannes. La terrazza era stata lastricata con vecchi blocchi di pietra e ospitava un pesante tavolo di legno con appesa sopra una lampada di metallo. Magda aveva sistemato tutt’intorno numerosi vasi di terracotta di diverse grandezze dove crescevano rigogliose ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico e salvia. Quell’ambiente era antico e insieme accogliente: le piaceva trascorrere là fuori le notti d’estate, riparata dal vento dai muri della casa che sprigionavano per ore il calore accumulato durante la giornata.
Ciononostante aveva sempre la spiacevole sensazione di essere osservata. Infatti, dalla strada per Solata era possibile vedere bene alcuni punti della terrazza. Era questo che la disturbava della casa.
Magda uscì piano dalla camera da letto ed entrò nel bagno subito di fronte. Gli occhi gonfi di pianto le davano un aspetto terribile, le ciglia erano quasi del tutto scomparse dietro le palpebre ingrossate.
Decise di far finta di niente e si lavò i denti. Mentre era sotto la doccia e lasciava che l’acqua calda le scorresse lungo il corpo, la sua mente tornò a concentrarsi sull’unico pensiero che da settimane la tormentava: lui aveva rovinato tutto.
Infilò un paio di calzoni estivi leggeri e una maglietta e andò in cucina. Tra un quarto d’ora la radiosveglia in camera da letto si sarebbe accesa. Johannes di solito si alzava subito. Non voleva perdere neppure un attimo della giornata. Si svegliava alla mattina con la testa piena di progetti su quel che poteva riparare o modificare in casa e in giardino, spesso si disperava perché le ferie non gli bastavano per fare tutto quello che si era prefissato.
C’era ancora tempo, perché sarebbe passata una mezz’ora buona prima che scendesse a fare colazione.
Aprì la porta sulla terrazza e uscì. L’aria era limpida e asciutta, sarebbe stata una giornata calda. Magda si stiracchiò e respirò a fondo. La quiete era totale, la strada sterrata per Solata era deserta. Non c’erano auto, non si sentivano voci. Non si vedeva neppure un gatto muoversi nell’erba alta, o crogiolarsi sulle pietre già calde per il sole del primo mattino.
Rimase immobile per qualche istante. Una lieve brezza soffi ava sulla terrazza ora in ombra. Magda rabbrividì sotto la maglietta leggera, tuttavia si sentiva tranquilla e il cuore le batteva lento e regolare. Nemmeno una traccia di nervosismo. Allora era giusto così. Non c’erano dubbi, le riflessioni non erano più necessarie. Lei aveva deciso.
Tornò in cucina e mise sul fornello l’acqua per il tè. Da quando Johannes soffriva di ipertensione, entrambi si erano abituati a non bere più caffè al mattino. Era stata una scelta
molto faticosa eppure la caffettiera giaceva inutilizzata ormai da due anni dentro una piccola credenza sotto la finestra; anzi Magda dubitava che funzionasse ancora.
Johannes aveva sempre preso il caffè con molto latte caldo, con schiuma o senza, era lo stesso. A Berlino beveva Milchkaffee, in Italia cappuccino e in Francia café au lait. Da quando
non poteva più farlo, quella ricarica di calcio gli mancava più del caffè. A volte di pomeriggio entrava in cucina, sudato e stremato dal lavoro in giardino, prendeva il cartoccio del latte dal frigorifero e se ne beveva in un sol colpo almeno mezzo litro. Inoltre si era abituato a mangiare per colazione muesli con frutta annegato nel latte.
Magda guardò il proprio volto riflesso nel vetro della credenza e con la mano sinistra si scostò dalla fronte la frangia troppo lunga.
Tutto quello che faceva costituiva la routine del mattino e avveniva in maniera automatica. Uscì a pulire con un panno umido il pesante tavolo di legno in terrazza. Poi prese le due tovagliette azzurre, posate, piatti e tazze e tirò fuori dal frigorifero il salame toscano, insieme a un pezzo di pecorino e a un cetriolo. Al contrario di Johannes, Magda cominciava la giornata con una colazione sostanziosa. Se avesse mangiato muesli oppure frutta e quark, dopo un’ora si sarebbe sentita male.
L’acqua bolliva e lei la versò sul tè. In quel momento la sveglia in camera da letto iniziò a suonare. Solo restando perfettamente immobile e molto concentrata, riusciva a percepire la musica che attraversava debolmente i muri. Ancora cinque minuti. Al massimo. Poi Johannes si sarebbe alzato.
Tagliò la frutta a dadini. Una mela, mezza banana, mezza arancia. Sopra vi cosparse tre cucchiai di muesli. Sentì sbattere la porta del bagno e poco dopo lo sciacquone. Più o meno dieci minuti ancora prima che arrivasse. Doveva aspettare a versare il latte, il muesli non doveva ammorbidirsi troppo.
Accanto alla casa c’era un piccolo prato dove crescevano i fi ori più diversi, che Magda non conosceva. Fiori di campo indefinibili, molto probabilmente erbacce. Johannes lo tosava soltanto quando era strettamente necessario e così ora le erbe cominciavano a piegarsi sugli steli. Gli piaceva il suo « caos ordinato in giardino » come lo definiva, e tirava fuori il tosaerba dal capanno solo quando riteneva che avesse raggiunto un aspetto « impresentabile ».
Magda raccolse qualche fiore, tra cui dell’aneto giallo, e li mise sul tavolo in un vasetto panciuto acquistato per due euro da un rigattiere di Arezzo.
Ora era il momento del latte. Johannes sarebbe arrivato di lì a poco. Il veleno lo teneva nella tasca dei calzoni. Sapeva che le gocce erano del tutto insapori. Lui non si sarebbe accorto di niente. Almeno non nei primi minuti.

:: Intervista a Lorenzo Mazzoni

26 febbraio 2011 by

KinshasaCOPERTINABentornato Lorenzo su Liberidiscrivere. C’eravamo sentiti ai tempi del tuo viaggio in Turchia. Sei uno spirito nomade. Sempre in viaggio per il mondo a conoscere, a scattare fotografie, a prendere appunti. Quali sono i tuoi prossimi viaggi in programma?
 
Destinazione trasloco. Appena finito quest’inferno mi godrò, insieme a Federica, la mia compagna,  la casa e i libri. Poi si pensava al Brasile, alle Filippine, alla Cina, alla Giamaica…
 
E’ appena uscito per Momentum Edizioni un noir molto greeniano Le Bestie, Kinshasa Serenade in parte spy story, in parte documento di denuncia sulle guerre dimenticate dell’Africa. Ci vuoi parlare di come è nato il libro?
 
Ho scritto “Le bestie” nell'estate del 2004. Da anni raccoglievo materiale su quella che è stata definita “La Guerra Mondiale Africana”. Un conflitto sempre passato in secondo piano per dare spazio solo ed esclusivamente alle Guerre del Terrore di stampo occidentale. Ero arrabbiato. Sono sempre stato interessato a quelli che purtroppo nel nostro Paese diventano fatti marginali ignorati dai media e ho scritto il romanzo di getto. “Le bestie” è uscito, in formato ridotto, in ebook nel 2005 per Kult Virtual Press Edizioni. Successivamente ho iniziato a postarlo sul mio blog, infine Massimo Di Gruso, editore di Momentum Edizioni, trovandolo un lavoro interessante, mi ha contattato per farne una nuova versione cartacea.
 
Sembra incredibile ma ancora oggi è difficile reperire informazioni sulla situazione in Congo teatro di uno dei genocidi africani più antichi perpetrati dai Belgi in nome dei diamanti. Come ti sei documentato?
 
In realtà non ci sono solo i diamanti, ma cobalto, germanio, rame, stagno, zinco, cadmio, argento, oro, berillio, manganese, uranio, tungsteno, radium, carbone… l’industria mineraria congolese è molto ricca, ed è per questo che i belgi, e non solo, hanno depredato questo Paese.
Mi sono documentato principalmente grazie a decine di articoli che ho raccolto dal 1998 e usciti, prevalentemente, su “Internazionale”. Ho utilizzato inoltre il libro “Vado verso Il Capo” di Sergio Ramazzotti e letto siti di missionari e associazioni laiche che operano in Congo. È stata un'operazione veloce perché non ho dovuto inventare nulla. Non una delle mostruosità narrate ne “Le bestie” è frutto della mia fantasia, c'è una documentazione che lo dimostra. Ho solo assemblato i pezzi, amalgamandoli con il mio metodo di scrittura, attraverso personali scelte critiche.
 
I giornali, le tv occidentali quasi censurano un conflitto che ha causato milioni di morti. Pensi ci sia un latente senso di colpa alla base di questo comportamento?
 
Io non credo che l’Occidente viva sensi di colpa, e non credo nemmeno ci siano state censure particolari, semplicemente un menefreghismo generale. Altre guerre più massmediatiche hanno catturato l’attenzione dei telespettatori. In Congo non ci sono cattivoni “post titini” come in Serbia, non c’è il petrolio dell’Iraq, non c’è un’ apparente facile soluzione come quella scelta per l’Afghanistan. In Congo l’Occidente può andare e depredare con il beneplacito del dittatoruccolo di turno. Non c’è bisogno di inventarsi armi di distruzione di massa, l’Occidente vede la popolazione del Congo non come una minaccia, ma come una forza lavoro utilissima per arricchirsi.
 
Il ruolo delle missioni umanitarie in Africa rientra sempre in quella sorta di fardello dell’uomo bianco che implica un vischioso razzismo psicologico difficile da estirpare. Finirà mai secondo te questa sorta di senso di superiorità Occidentale verso le popolazioni più povere?
 
Se tu pensi che in una zona ricca e, tendenzialmente colta, come il nord Italia spopola un partito razzista come è quello del Carroccio, o come le tv ci fanno recepire il problema immigrati, ti rendi conto che questo senso di superiorità sarà difficile da cancellare. I media ci educano con la favoletta che noi siamo più forti, che le popolazioni del Terzo Mondo vanno considerate alla stregua di bambini irresponsabili e i media hanno il potere.
 

l.mazzoni3Uno dei tuoi personaggi è un reporter tormentato, disilluso, stanco e se vogliamo anche un tantino cinico. Ha perso fiducia nel suo lavoro, ha perso fiducia nella società occidentale. Un po’ ti riconosci? C’è in questo personaggio qualcosa di autobiografico?
 
La perdita di fiducia nella società occidentale. Il nostro sistema non porta la felicità, l’arricchimento spietato e la perdita di interesse nei confronti della cultura sono fattori determinanti per allontanarmi da un modello di vita che reputo “non-vita”.
 
Un altro tuo personaggio Jakov Cohen è una sorta di specchio del cuore nero dell’Occidente membro dei Servizi Segreti sudafricani, faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino. Il male è così brutto visto da vicino? 
 
Il male è sempre brutto, e la bruttezza di Jakov Cohen sta nella sua indifferenza verso l’orrore che lui stesso mette in atto. 
 
Dicevo prima un noir molto greeniano. Si sente l’eco di opere come Il nocciolo della questione, I commedianti, Un americano tranquillo, Il potere e la gloria. In cosa ti senti in debito con il grande autore inglese?
 
Ti ringrazio. Graham Greene è stato un grandissimo umanista e un grandissimo letterato. Greene mi ha insegnato che si possono raccontare fatti storici e sociali facendo della buona letteratura. Certo, lui scriveva libri inarrivabili, non voglio assolutamente mettermi al suo livello, stiamo parlando di un mio eroe. Greene mi ha insegnato un metodo per raccontare l’uomo qualunque che si ritrova a vivere grandi cambiamenti epocali, mi ha insegnato a far diventare esperienza letteraria i luoghi che ho visitato e che ho vissuto.
 
Parliamo del tuo editore Momentum, un editore giovane  specializzato in noir, hard boiled, spy story e guidato da Massimo Di Gruso, un vero appassionato. Come vi siete conosciuti? Che tipo di collaborazione avete istaurato?
 
Se in Italia tutta l’editoria operasse con la serietà con cui lavorano Massimo Di Gruso e la redazione di Momentum sarebbe un Paese dove sarebbe davvero piacevole vivere. Ci siamo conosciuti con il più classico dei metodi moderni: internet. Ho trovato un link di Momentum e gli ho sottoposto il romanzo. Il nostro è sempre stato un rapporto paritario e trasparente. Lo scrittore, o almeno il sottoscritto, sogna di avere un editore simpatico, intelligente, che ami il rischio e che creda nel romanzo che promuove più dell’autore stesso… ecco, con Momentum Edizioni è così. Inoltre c’è da parte loro una reale conoscenza dei generi hard boiled, noir e spy, insomma, siamo davvero sulla stessa lunghezza d’onda.
 
Che libro stai leggendo in questi giorni?
 
“La mano del morto”, di Antonio Chiconi, finalmente un esordiente che ha qualcosa da dire e che sa trasportare il lettore in gustose situazioni da spy-story classica ed esotica.
 
Viviamo in tempi tragici. Il Maghreb in fiamme. In Algeria e Tunisia la folla si è riversata nelle piazze, così come in Egitto e ora in Libia con effetti devastanti di repressione disumana. Vento di libertà, lotta per il pane o agenti di paesi esteri che fomentano la ribellione. Che idea ti sei fatto? Tutto in nome del petrolio? Per quello né l’Europa e né gli Stati Uniti intervengono?

 
I regimi non possono vivere per sempre. In tutti questi Paesi (ora anche la Mauritania e la Giordania sono insorte) i dittatori sono stati alleati fedeli dell’Occidente. Lo stesso colonnello Muammar Gheddafi negli ultimi anni ha perso ogni velleità da superstar antiamericana per dedicarsi ai baciamano con i leader dell’Occidente. È una rivolta contro la corruzione, la disoccupazione, la mancanza di prospettive per gli studenti, le discriminazioni religiose e sessuali. Anche il ’68 è stato un effetto a catena, lo è stato anche l’89. Speriamo che da queste rivoluzioni popolari non sorgano leader mediocri come quelli usciti dalle rivolte studentesche degli anni ’60 e dal post-Muro. Io spero che l’Europa e gli Stati Uniti non intervengano, o almeno non nel solito modo fatto di portaerei, militari ignoranti e supersoldati. Tutto quello che interessa all’Occidente è che da queste rivolte non emergano i movimenti islamici radicali, senza però tenere in conto che se tali movimenti in certe nazioni sono così forti è perché il dittatoruccio supportato dall’Europa e/o dagli Stati Uniti si è sempre disinteressato della scuola, della salute e dell’assistenza ai più poveri. Funzione che è stata svolta dalle associazioni religiose, creando una base fra il popolo. Ho abitato a Sana’a, in Yemen, ed era evidente che se ci fosse stata una protesta in qualche modo le associazioni religiose ne avrebbero fatto parte. Ma non c’è solo questo. Il popolo è stanco, non ne può più di colonnelli corrotti, craxiani tunisini fuori moda e sanguisughe reali. Ripeto: un regime non può durare per sempre.
 
Le migrazioni dall’Africa sono un fenomeno ormai inarrestabile, una vera e propria pacifica invasione che forse l’Europa non è pronta a gestire limitandosi a fare una sorta di scarica barile e obbligando a far gestire l’emergenza ai paesi del Mediterraneo su cui gli sbarchi avvengono. Non pensi ci sia miopia e vera e propria follia in questo comportamento? 
 
Se poi ci mettiamo che a gestire questa migrazione in Italia e al Parlamento Europeo ci sono brillanti umanisti dell’integrazione fra i popoli quali Borghezio o Maroni (per fare qualche esempio) la cosa fa un po’ ridere. Europa o no, l’Italia è incapace di fare fronte a una migrazione di grossa portata. Il problema non è che Lampedusa è grande come un campo da calcio o che non abbiamo abbastanza lager, pardon, centri di accoglienza. Il problema è che mancano figure professionali per gestire un’emergenza come questa. Al di là delle cifre deliranti sparate dal governo (due milioni di profughi ha detto ieri lo zelante e preparatissimo Ministro dell’Interno) il problema esiste, è reale, ma c’è una generale impreparazione non solo su come operare in situazioni simili, ma anche sugli usi, i costumi, la lingua e la cultura degli immigrati.
 
Grazie della tua disponibilità e prima di lasciarti un’ ultima domanda. Puoi anticiparci quali sono i tuoi progetti per il futuro?
 
Grazie a voi. Uscirà un mio racconto sull’antologia “Verrà domani e avrà i tuoi occhi.  Frammenti di vita migrante dall’universo del lavoro in Italia”, edito da Compagnia delle Lettere . Dal 1° Marzo in tutte le librerie e in tutte le piazze italiane che celebreranno lo sciopero degli stranieri. Stranieri non dal punto di vista anagrafico, ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente. Autoctoni e immigrati, uniti nella stessa battaglia di civiltà. Poi sto cercando un nuovo agente e sono in gara per l’International Migration Art Festival e sto prendendo appunti per un paio di romanzi ambientati fra la Turchia, la Lombardia, Tirana e Ferrara… e poi c’è il trasloco.

:. Intervista a Carmelo Musumeci autore di Gli uomini ombra

25 febbraio 2011 by

Gli-uomini-ombra-380x556Grazie Carmelo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Questa è probabilmente l’intervista più difficile che abbia mai fatto ma voglio iniziarla considerandoti uno scrittore prima che un ergastolano. Siciliano, sei nato nel 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania, laureato in Giurisprudenza, scrittore. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Carmelo Musumeci?
 
Sono quello che senz’altro non avrei voluto essere.
Sono un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio, se non metto in cella un altro al posto mio.
Sono un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre.
Sono anche molte altre cose.
Sono pure un bambino cresciuto troppo in fretta e un uomo che ama essere ancora un bambino.
 
C’è qualche ricordo della tua infanzia che ti è particolarmente caro e vuoi dividere con noi? Parlami, della tua Sicilia. Che profumi, sapori, colori fanno parte dei tuoi ricordi?
 
Ti racconto la prima volta che incontrai l’amore:

La bambina era bellissima.
Era di una bellezza che toglieva il respiro.
Aveva i capelli che le scendevano sulle spalle.
Gli occhi neri come i capelli e le ciglia lunghe.
Le labbra rosse come i papaveri.
Lo sguardo tenebroso.
Vidi in lei la dolcezza e la sensibilità che cercavo.
Aveva un anno meno di me.
L’avevo saputo dal fratello perché lei non parlava mai.
Rimaneva seduta nello scalino della porta di casa a guardarci giocare e dopo un po’ rientrava in casa.
Si chiamava Angela, ma non me l’aveva detto lei, l’avevo saputo dal fratello.
Quando c’incontravamo ci guardavamo senza dirci nulla.
Lei non mi rivolgeva la parola ma mi guardava tutte le volte che c’incontravamo.
Sentivo la tristezza di quella bambina nel mio cuore.
Ero timido!
Non avevo il coraggio di rivolgerle la parola.
Giocavo con suo fratello e con gli altri bambini, ma lei rimaneva sempre seduta in un angolo della viuzza.
Teneva sempre fra le mani un orsetto di colore blu.
Non lo lasciava mai.
Ormai era quasi un mese che eravamo vicini di casa e non ci eravamo mai parlati.
Ma continuavamo a guardarci, felici di guardarci.
Una sera nella viuzza eravamo rimasti soli.
Eravamo seduti ognuno nello scalino della sua porta di casa.
Sentivo il suo dolce odore di bambina.
Odore di latte.
Guardai i suoi piedi nudi e sporchi, ma bellissimi.
 
 
Nessun bambino della viuzza portava le scarpe.
Era un lusso che nessun bambino dei quartieri poveri si poteva permettere.
In quel tempo si cresceva in mezzo alla strada, scalzi e mezzi nudi.
Si faceva a sassate e a cazzotti fra bambini che abitavano nel centro del paese e quelle che abitavano in periferia.
Quella sera pochi metri mi dividevano da Angela.
Ci guardavamo senza dirci nulla.
I suoi occhi parlavano per lei.
Ci guardavamo in silenzio.
Sentivo il mio giovane cuore solitario che batteva.
Io vedevo la sua solitudine e lei vedeva la mia solitudine.
Il buio sbucò all’improvviso.
Non mi accorsi che il sole era sparito all’orizzonte.
Ad un tratto sentimmo tuonare la voce del padre di lei.
Angela vieni a casa che è tardi.
Lei sospirò!
Si alzò.
Mi voltò le spalle per rientrare a casa.
Ci ripensò.
Con passo esitante venne verso di me.
Mi fissò per un attimo negli occhi.
S’inchinò e mi diede un bacio sulle labbra.
E subito dopo scappò in casa.
Rimasi ammutolito.
Sentii un tuffo al cuore.
Sentii la faccia prendermi fuoco.
Mi sentii confuso e disorientato ma felice.
Continuai a stare seduto nello scalino della porta di casa anche quando iniziò a piovere.
Mi bagnai e battei i denti dal freddo ma rimasi fermo lì dov’ero.
Ero felice e non volevo che la felicità si alzasse e se ne andasse da quello scalino.
Venne a prendermi per i capelli mia nonna.
Brutto scemo, sei tutto fradicio, vatti ad asciugare e vai a letto.
Anche quella sera, tanto per cambiare, non c’era nulla da mangiare.
Andai a dormire morto di fame, i miei fratelli si erano mangiati anche la mia parte.
Quella notte in un angolo del mio cuore nascosi l’amore per Angela che mi avrebbe accompagnato tutta la vita.
 
Parlami dei tuoi studi. Mentre eri all’Asinara in regime di 41 bis hai ripreso gli studi e da autodidatta hai terminato le scuole superiori. Nel 2005 ti sei laureato in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”. Attualmente sei iscritto all’Università di Perugina al Corso di Laurea specialistica, dove hai terminato gli esami, e attualmente stai preparando la Tesi con il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale. Come hai deciso di seguire studi giuridici?
 
Sono entrato in carcere con la quinta elementare.
Le giornate passavano vuote, affannose, tutte uguali, lasciandomi il senso della nullità.
 
Mi capitò di leggere un libro di Don Lorenzo Milani.
Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo.
E iniziai a studiare.
Venne il momento d’iscrivermi all’università.
Quale facoltà scegliere?
Scelsi la facoltà di giurisprudenza perché qualsiasi altra laurea che avessi preso non mi sarebbe servita a nulla.
 
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Un uomo libero può essere libero anche in carcere se ha la forza di scrivere quello che pensa.
Il mio amore per la scrittura è nato per continuare a vivere.
Scrivo solo per continuare a esistere aldilà del muro di cinta perché quando scrivo non mi sento di essere in cella perché mi sembra di essere altrove, dentro i cuori delle persone che mi leggono.
Scrivere mi riscalda il tempo, il cuore e la mente.
Giulia, mi piace scrivere perché vivo quello che scrivo, ed è l’unica maniera che ho per continuare a vivere.
Non ho particolari maestri letterari a cui mi ispiro.
Mi ispiro solo al mio cuore.
A volte, di notte, al buio, guardo per delle ore a occhi aperti il soffitto della mia cella, ascolto il mio cuore, mi alzo e scrivo.
Scrivere mi fa bene e mi aiuta a sapere anche cosa penso.
 
Per Gabrielli Editore hai pubblicato Gli uomini ombra, un libro di racconti social noir. Puoi parlarcene. Hanno elementi autobiografici, o parti dalla realtà per descrivere altro?
 
Molti scrittori per scrivere hanno bisogno d’inventare, di documentarsi, di fare ricerche, io ho solo bisogno di ricordare la mia vita.
Molti scrittori per descrivere il coraggio, l’odio, la paura, il tradimento, la bontà, il male e tante altre sensazioni hanno bisogno di immaginare.
Io ho solo bisogno di scavare nella mia mente.
E nella malavita e in carcere spesso la realtà supera la fantasia.
 
Quale racconto ti è più caro o come figli li ami tutti allo stesso modo? Scrivi un diario? Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia?
 
Il racconto, ma più che un racconto è un romanzo, che più mi è caro è ancora inedito ed è quello che ho scritto e donato al mio angelo, dal titolo “Il Senza Dio”.
Da moltissimi anni scrivo un diario pubblico che viene inserito nel sito di
www.informacarcere.it
per cui svolgo regolare attività lavorativa con un contratto a progetto, regolarmente remunerato.
Ho già scritto da anni un’autobiografia dal titolo “Nato colpevole”, ma la pubblicazione non dipende da me, ma dai miei due figli.
Saranno loro che decideranno come, quando e se pubblicarla.
Ti dono alcune righe di questa autobiografia.
 
Già quando nacqui mi sentii solo.
Guardavo con curiosità tutto quello che accadeva intorno a me.
Desideravo fare delle domande ma non sapevo ancora parlare e quando imparai capii che in quel mondo comandavano i grandi.
Credo di essere nato per caso.
Non l’avevo chiesto io e già questo mi dette fastidio, appena vidi in che casino ero nato.
Non ricordo come è successo, ma da quello che ho saputo dopo, cerco d’immaginarlo.
Fin dalla nascita mi sentii perso fra gente sconosciuta.
Sono nato in un paesino in provincia di Catania dopo una iecina di anni ch’era finita la seconda guerra mondiale.
Tutto quello che vedevo intorno a me non mi piaceva, non vedevo amore.
Probabilmente perché l’amore nella mia famiglia era un lusso che nessuno si poteva permettere, forse perché non era roba da mangiare.
Mi raccontarono che presi il latte da mia madre fino a due anni, che altro potevo fare se non c’era nulla da mangiare?
Di giorno dormivo e di notte rimanevo delle ore a occhi spalancati a guardare l’oscurità.
Chissà cosa pensavo!
Ora mi piacerebbe saperlo.
Capii molto presto che in quello strano mondo dove ero nato molte persone avrebbero deciso per me.

 
Nel 2007 hai conosciuto don Oreste Benzi e da tre anni condividi il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII. Puoi raccontarci di cosa si tratta?
 
Per la Comunità Papa Giovanni XXIII, ogni uomo buono o cattivo è l’uno e l’altro.
Io sono ateo, ma il Dio di Don Oreste mi piacerebbe conoscerlo.
L’essenza del programma sta nel risarcimento sociale come pena alternativa al carcere.
 
Le condizioni pessime delle carceri italiane è un tema molto dibattuto e doloroso. Il numero dei suicidi non solo tra i carcerati ma anche tra le guardie è in costante aumento. Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
 
Negli istituti italiani si muore perché nei nostri carceri togliersi la vita è meno doloroso, drammatico e brutto che viverci.
Neppure io so s’è meglio morire o stare chiusi in una cella a sopravvivere.
Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
Nulla di difficile e complicato, il carcere dovrebbe assomigliare alla vita esterna e non essere uguale all’inferno dove forse andremo nell’aldilà.
Giulia la pena più potente e rieducativi del mondo è l’amore e in carcere manca proprio quello.
 
Sei promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine. Che parole avresti per convincere un ipotetico scettico che la tua campagna è ragionevole, che un ergastolo ostativo senza benefici, senza mai un giorno di permesso, impedisce qualsiasi forma di recupero, rieducazione e giustizia?
 
Più che rivolgermi agli uomini liberi devo prima convincere gli stessi ergastolani ostativi per questo va a loro questo mio appello:
 
Compagni,
tutti noi abbiamo un sogno: un fine pena, ma i sogni non si realizzano da soli, hanno bisogno del nostro aiuto.
Alcuni di noi aspettano che quelli di fuori lottino per noi, ma quelli di fuori sono già impegnati a risolvere i loro problemi, i ricchi a diventare più ricchi, i poveri a sopravvivere e i politici ad andare con le minorenni o a difendere chi ci va.
Non possiamo riscattare le nostre vite se i “cattivi” non lottano, non educano al perdono, alla legalità i “buoni”, i nostri politici, i nostri “educatori” e i nostri giudici di sorveglianza.
La paura non ci deve condizionare, se non lottiamo è ancora peggio,  non abbiamo più nulla da perdere, possiamo perdere solo le nostre catene.
Molti uomini ombra stanno fermi nelle loro celle e aspettano non si sa cosa, ma se continuano a fare nulla la nostra sorte è già segnata.
 
Grazie Carmelo della tua disponibilità e spero di leggere al più presto i tuoi prossimi libri.
Giulia.
 
Il mio cuore dice grazie a te Giulia.
Il mio prossimo libro sarà “Le avventure di Zanna Blu”.
Non lo comprare e non lo leggere perché parla di uno stupido lupo che è innamorato dell’amore, della luna e delle stelle.
E mi sta rubando l’affetto di tutte le persone che mi vogliono bene perché chi legge le sue avventure dopo vuole più bene a lui che al suo scrittore, sic!
Colpa mia che nell’ultima avventura non l’ho fatto morire, ma i miei figli e i miei nipotini mi hanno minacciato che se lo avessi fatto morire non mi sarebbero più venuti a trovare.
Il mio cuore ti sorride.

:: In anteprima estratto di Altri regni di Richard Matheson Fanucci

24 febbraio 2011 by

fanucci_-_altri_regni1
Sono nato a Brooklyn, New York, il 20 febbraio del 1900. Figlio del capitano Bradford Smith White e di Martha Justine Hollenbeck. Avevo una sorella, Veronica, più piccola di me, morta nello stesso anno in cui ebbero inizio questi strani avvenimenti.
Il capitano Bradford Smith White era un porco. Ecco, l’ho scritto, dopo tanti anni. Era un porco calzato e vestito. No,non lo era. Era un uomo malato. Il suo cervello era contorto; infestato dalle ombre, si potrebbe dire.
Veronica e io (specialmente Veronica) soffrimmo moltissimo il suo carattere violento. La sua era una disciplina ferrea. Credo che l’arruolamento in marina gli abbia risparmiato l’internamento in un manicomio. Dove altro avrebbe potuto sfogare il suo temperamento quasi da demente? Nostra madre, dolce ed emotiva, morì prima di compiere quarant’anni. Dovrei dire ‘se la cavò’ prima di compiere quarant’anni. Il suo matrimonio fu un soggiorno prolungato all’inferno.
Vi offro un piccolo esempio. Un giorno di marzo del 1915 mamma, Veronica e io ricevemmo un invito (un ordine) a partecipare a un pranzo sulla nave di papà (una nave ausiliaria, ricordo). Nessuno di noi voleva andarci, ma in pratica non avevamo scelta: o il pranzo sulla nave di papà oppure, in caso di rifiuto, diverse settimane (forse un mese) di punizioni non ben precisate. Così indossammo i nostri vestiti migliori e raggiungemmo l’arsenale marittimo, e lì scoprimmo che la nave di papà era ancorata lungo il fiume Hudson, spazzato da un vento fortissimo che provocava movimenti ondosi simili a piccoli tsunami.
Un marito e padre sano di mente poteva mai permettere alla sua famiglia di affrontare una situazione tanto pericolosa? Vi chiedo, un marito e padre sano di mente non avrebbe annullato un programma tanto folle per portare la sua famiglia in un ristorante degno di questo nome?
Naturalmente sì. E il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti, si comportò come chi si ritenesse sano di mente? Giudicate voi. Era programmato che dovessimo partecipare al pranzo a bordo di quella dannata nave comandata dal dannato – dal porco – White, e se nell’occasione fossimo tutti annegati – com’è che si dice oggi? – peggio per noi. Spiacevole, ma inevitabile.
Salimmo con passo malfermo a bordo della barca a remi del capitano – la sua lancia privata – e partimmo. Le tendine laterali erano abbassate, senza dubbio una concessione di papà al maggior realismo possibile. Il vento comunque soffiava con tale violenza che le tendine continuavano a sbatacchiare anche così calate, e il fiume ci riempiva di spruzzi. È inutile dirlo, ma lo dico lo stesso, il fiume era ben più che increspato: c’erano dei cavalloni veri e propri. La lancia rollava e beccheggiava, si inclinava di lato e si sollevava. Mamma implorava il capitano di tornare indietro, ma quello rimase irremovibile, con le labbra strette ed esangui. Avremmo raggiunto la nave ‘lisci come l’olio’ – fu questa la frase che usò – oppure, ma questo lo pensai io, ci saremmo sfracellati contro di essa. Mamma si teneva un fazzoletto sulle labbra, certamente per impedirsi di rigettare ciò che aveva mangiato quel giorno. Veronica piangeva. Quanto a me, ricordo che tentavo (invano) di non piangere perché il capitano detestava le lacrime di Veronica, e non cessava di sottolinearlo con occhiatacce critiche.
In qualche modo, nonostante la mia convinzione che fossimo tutti destinati a finire in fondo al fiume, alla fine raggiungemmo – vivi ma fradici – la nave di papà. E questa, caro lettore, non fu affatto la conclusione del nostro incubo a base di mal di mare. Non c’era una scala vera e propria che portava in coperta, capisci, ma solo una rampa metallica esterna che per via delle ondate era flagellata  dall’acqua. La famiglia White si arrampicò per questi gradini scivolosi, assolutamente convinta che una morte di qualche tipo – per caduta o per annegamento – fosse imminente. Anzi, prima la caduta, poi l’annegamento in quell’abisso salmastro. Il faro della lancia era rimasto acceso, intensificando la nostra salita alla cieca, un po’ anche perché abbagliati dal faro di coperta, e mamma salì per prima, aiutata alla meno peggio da un marinaio terrorizzato. Con mia grande meraviglia – e incredulo sollievo – non cadde né annegò, e raggiunse la coperta zuppa come un pulcino, ma incolume.
Subito dopo salì Veronica. In quel momento chiamai a raccolta tutti gli angeli custodi. Veronica rinunciò del tutto al suo tentativo di non piangere per non offendere il capitano e si impegnò al massimo, aiutata, su per la scala fangosa, scivolando più di una volta e concedendosi lacrime e singhiozzi in abbondanza. La seguii, stringendo la ringhiera gelata con tale violenza che le mani mi si intorpidirono. Nessuno mi aiutò. O mio padre era convinto che fossi abbastanza forte da cavarmela da solo, oppure nutriva la segreta speranza che perdessi la vita in acqua e lo liberassi dal fastidio di un figlio irritante.
Comunque stessero le cose salii da solo afferrandomi alla ringhiera con entrambe le mani. Mi sforzai di non guardare su, ma lo feci lo stesso, e avvistai la gonna di Veronica che svolazzava furiosamente; a un certo punto vidi di sfuggita le sue mutandine e notai che erano bagnate.
Niente di strano. Succedeva anche a me. E mi domandai se anche a mamma fosse capitata la stessa cosa. La debolezza non poteva essere frutto dell’eredità genetica di papà. Se ne aveva una, era la totale incapacità di immedesimarsi in altri esseri umani.
Aun certo momento della sua salita nella quale sfidava la morte, Veronica scivolò del tutto fuori dalla scala, urlando per il terrore. Il tacco della sua scarpa sinistra (ma perché non si era messa degli scarponi da montagna?) mi colpì alla testa (ma perché non mi ero messo un casco da pompiere?) e cominciai a sanguinare. Fu un attimo pieno di tensione. Veronica sarebbe precipitata nel fiume? Io avrei sanguinato fino a morire? Nessuna delle due. Veronica, singhiozzante, terrorizzata, povero angelo, riuscì a rimettere il piede sul gradino, aiutata dal marinaio che era con lei, e venne sollevata sul ponte da un altro marinaio, un villanzone grande e grosso dai capelli rossi che sghignazzava sotto i baffi. Poi salii io, e subito dopo, con mio grande disappunto, il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, con un leggero sorriso sulle labbra di granito. Tutto ciò che era successo lo aveva divertito. Sono sicuro che mamma avrebbe potuto ucciderlo. Idem per me. Più di lei. Naturalmente adesso darete per scontato che tanto furore fosse la fine di tutto. Non fu così. Il buon capitano aveva altri terrori in serbo per noi.
Ma prima qualche parola su mia sorella. Veronica era davvero un’anima gentile. Una volta, durante un violento temporale, raccolse un cucciolo sanguinante che era stato investito (e abbandonato) da un automobilista lanciato a tutta velocità. Lo portò a casa – cinque isolati più in là – tenendolo in braccio. Per colmo di sfortuna quel pomeriggio il capitano si trovava in casa e le ordinò di togliere di mezzo ‘quella maledetta bestia frignante’ prima che insanguinasse tutto il tappeto cinese lavorato a mano.
Solo un piagnucolio isterico di Veronica, e un insolito pestar di piedi da parte di mamma – per non parlare di qualche pungente aggressione verbale da parte mia, unita ad alcune impulsive volgarità (per cui in seguito pagai un pesante pedaggio, e lascio alla vostra immaginazione figurarsi quale) – convinse il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, sia pure controvoglia, a lasciare che Veronica portasse quel bastardaccio di cane ancora silenzioso, tremante e sanguinante, in un angolo non utilizzato della cantina.
Vi andai con lei, contravvenendo all’ingiunzione del buon capitano di ritirarmi ‘nella mia fottuta camera’(un’altra manchevolezza per la quale pagai il pesante pedaggio numero due) e lì vidi quella dolce creatura, benedetto sia il suo nobile cuore, che piangeva sommessamente, scossa da singhiozzi, amorevolmente preoccupata per quel cucciolo (era, poverina, una Florence Nightingale in erba), che lo lavava e lo fasciava utilizzando la biancheria di casa (‘Questo cucciolo ne ha più bisogno di lui’, rivelandomi così, se mai avessi necessità di saperlo, quanto odiasse suo padre). Medicò le ferite e le escoriazioni del cagnolino, poi lo baciò sulla testa bagnata, piangendo di nuovo quando l’animale le leccò la mano.
Lieto fine? Volete un lieto fine? Scordatevelo. La mattina presto Veronica si precipitò in cantina per vedere se il cucciolo stava bene. Era sparito, e lei corse con l’intenzione di chiedere notizie al capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti e mamma le disse che era uscito per assolvere al suo dovere di comandante… Probabilmente per picchiare a morte qualche marinaio con la catena.
Ma sto divagando. Veronica si mise a urlare come una disperata e, sospettando (secondo logica) il peggio, corse fuori. Trovò il cucciolo sul portico posteriore, tutto raggomitolato in una scatola di cartone aperta. Inutile dirlo – e lo dico quasi con vendicativo compiacimento – pioveva ancora e il cucciolo tremava in modo incontrollato, ormai moribondo. Infatti morì il pomeriggio stesso. Vorrei descrivere la cerimonia funebre celebrata da una Veronica col cuore spezzato, ma il ricordo è troppo doloroso per scendere nei particolari.
Un altro aneddoto sul capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti. Un altro capitolo nero nel suo Libro delle porcherie. La conclusione? Punì (severamente) Veronica per aver rovinato una tovaglia, per aver usato la biancheria di casa, per aver scavato una tomba senza autorizzazione nel cortile posteriore e, inoltre, per aver celebrato un funerale ‘non cristiano’ senza l’esplicito permesso
della chiesa. Scherzava? Proprio no.
Veronica non ha mai goduto di buona salute, né tantomeno è stata mai robusta. Mamma la portava in macchina – un tragitto lungo e scomodo – fino a un ospedale della marina per farla curare. Il capitano Sapete Chi non permetteva a Veronica, a me o a mamma di farsi curare da un medico locale. Lui era un ufficiale della marina (perdio) e le cure mediche per la famiglia di un ufficiale della marina dovevano (ripeto, dovevano) essere eseguite in un ospedale o in una clinica della marina. (Perdio). Veronica divenne più debole ogni anno che passava. Quando l’epidemia di influenza raggiunse gli Stati Uniti, lei fu tra le prime vittime, così poco resistente com’era. Povera, dolce, cara Veronica. Sento ancora la sua mancanza e piango per la sua infelicità.
Il capitano esercitò il suo brutale effetto su di me, particolarmente nell’età preadolescenziale. Nato sotto il segno dei pesci (che qualcuno aveva definito il secchio della spazzatura dello zodiaco), anch’io piansi molto prima di arrivare a quindici anni. Poi il mio ascendente, qualunque fosse (in realtà lo so), dev’essere cresciuto con prepotenza e si manifestò, poiché cominciai a tenermi alla larga dal capitano B.S. W. e lui non riuscì più a mettermi le mani addosso.
Se fossi stato il felice proprietario di una pistola carica, probabilmente (non dico indubbiamente) gli avrei sparato in più di un’occasione: per Veronica, per mamma, per me stesso. Nessun senso di colpa. Avevo le idee chiare. Più che altro un senso di ghignante giustificazione.
Ho evitato abbastanza a lungo la divulgazione del mio ‘spaventoso racconto’(ricordate naturalmente che è anche un racconto straordinario). Avrete già capito che sono stato troppo condizionato emotivamente per rivelarlo in questi sessant’anni e passa. Perciò perdonatemi se dimentico me stesso e consento al mio alter ego commerciale, Arthur Black, di emergere e di sostituirsi gentilmente alla mia persona, insensibile e affamato di denaro com’è. Vi prometto che tutto ciò che sto per raccontarvi non è frutto del mio cervello dissestato. È successo.
Ritornate con me al 1917. Avevo diciotto anni e la Prima guerra mondiale infuriava ancora. Naturalmente il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti voleva che entrassi in marina; ci avrebbe pensato lui a farmi ottenere una posizione ‘adeguata’. Resterete sorpresi se vi dico che non ne volli sapere? Mi arruolai nell’esercito. Non riesco a descrivere in modo compiuto il  piacere intenso che provai quando vidi l’espressione di totale repulsione sul suo viso mentre gli comunicavo la ‘bella notizia’( andavo a fare la guerra per conto dello Zio Sam!). Eccomi lì, una recluta dell’esercito, senza dubbio destinato a un viaggio in Francia. Non fu esattamente l’inizio del mio incubo-di-là-da-venire, ma di certo fu un buon avvio.

:: Recensione di Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2011 by

Il correttoreViviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste: terrorismo.
Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso.
In Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea, Ricardo Menéndez Salmòn, stilando una specie di cronaca ha conchiuso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore, tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di  El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez.
Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir, o meglio Vlad, un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto.
Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta.
Lui che

a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui

si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura.
Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanete al supermercato.
È l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sottocontrollo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti.
Ricardo Menendez Salmon evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un JAccuse di zoliana memoria che non risparmia ipersonaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per

quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.

Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
La scrittura di Ricardo Menendez Salmon è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature.
Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971.
Autore di profonda cultura europea e fortissima impronta personale, esce dai confini del paese di origine e si afferma anche in Germania, Francia, Portogallo e Italia come una delle figure più innovative e promettenti della letteratura contemporanea. Conclusa la trilogia sul Male (L’offesa, il Male storico; Derrumbe, il Male della paura; Il correttore, il Male della menzogna), ha raccontato la forza rivoluzionaria dell’arte e della bellezza in La luce è più antica dell’amore. Questo romanzo, celebratissimo in Spagna e in corso di traduzione in varie lingue, offre pagine di straordinario talento narrativo.
I romanzi e i racconti di Ricardo Menéndez Salmón hanno conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato anche Bambini nel tempo.