:: Intervista a Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2011 by

unnamedBuongiorno Mr Matsuoka. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli  un po’ di lei. Chi è Takashi Matsuoka? Forza e debolezza.

Sono nato a Tokyo  da genitori bilingue giapponesi-americani che lavoravano lì in quel momento. Mia madre era nata e cresciuta alle Hawaii. Mio padre era nato a San Francisco, ed educato a Tokyo. Si è laureato sia all’Università della California a Berkley e sia alla Nippon Daigaku di Tokyo. Suo padre gestiva una società di import-export, così la famiglia viveva in due paesi, mentre mio padre stava crescendo. Dato il background dei miei genitori, mi sembra del tutto naturale che sia cresciuto intensamente consapevole di entrambe le culture sia  americana che  giapponese e avendo percezioni e immagini distorte dell’una e dell’altra. I miei genitori mi hanno raccontato molte storie, e ho letto molti libri, tra storie sul Giappone e storie riguardanti le relazioni tra Giappone ed America, molto prima di studiarle poi  più tardi nella vita.

Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

Mi sono laureato presso la University of Hawaii con una tesi  in storia e sociologia, e presso la Fordham University Law School di New York. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, il mio lavoro principale  è stato come editor di una rivista di moto a Los Angeles durante il 1980. In quel periodo ho guidato moto in tutti gli Stati Uniti, poi in Canada, Giappone ed anche Europa. Attualmente non posseggo una moto, ma ho pensato di comprare sia una Triumph Street Triple che una Ducati Monster. Se ce la faccio ad averne una abbastanza presto, andrò a fare dei viaggi durante le pause dalla scrittura. Io vivo vicino a una bella strada tutta curve che corre lungo una scogliera sul mare. Nelle giornate limpide, riesco a vedere altre isole in lontananza. O almeno credo di poterlo fare, che per uno scrittore di narrativa è comunque una buona cosa.

Legge altri autori contemporanei? Quali sono i suoi preferiti?

Tra i miei scrittori preferiti contemporanei citerei Elmore Leonard, Larry McMurtry, Cormac McCarthy, e Martin Cruz Smith (non ho letto il suo “1941” perché gli eventi in esso contenuti si sovrapponevano con gli eventi di fondo del libro che stavo scrivendo in quel momento). Anche James Elroy prima mi piaceva molto, ma il suo lavoro più recente mi è piaciuto meno.

Lei è uno scrittore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Sono sicuro di aver ricevuto recensioni negative, ma anche alcune buone. Il mio agente non mi invia mai notizie scoraggianti, quindi tendo a conoscere solo quelle buone. Le migliori recensioni (anche negative) sono quelle scritte dai lettori e pubblicate online o inviatemi tramite il mio editore. Sono sempre informato su quello che pensano i lettori dei miei libri , e alcuni dei loro commenti sono stati anche molto commoventi. E’ molto incoraggiante apprendere che sono riuscito a toccare il cuore di persone che forse non incontrerò mai di persona. Alcune delle recensioni più commoventi sono state da parte di lettori che hanno letto i miei libri tradotti in altre lingue (20 o giù di lì, se non ricordo male). Sono sempre molto grato ai traduttori. Se ci sarà  mai la vera pace e armonia nel mondo, sarà perché abbastanza di noi saranno diventati traduttori, nel cuore e nella mente, se non nel linguaggio. (Credo che questo sia sempre stato un tema di fondo persistente miei romanzi.)

Mi piacerebbe conoscere il suo processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Non ho un programma di scrittura. Quando sono ispirato, il processo di scrittura tende a scorrere a torrenti, a cascate come le onde della marea, e scrivo tutto durante questa fase, mangio e dormo quando posso. Quando non ho ispirazione, dormo molto, leggo molto, faccio nuotate e passeggiate sulla spiaggia. In genere riesco a fare una discreta quantità di esercizio fisico. Consiglio a tutti di fare esercizio fisico per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca e l’ossigeno nel sangue. Passare tutto il proprio tempo seduti sul proprio culo non fa affatto bene o mi sbaglio?

Il tuo primo romanzo, molto apprezzato, è stato Nube di passeri. Vuole parlarcene? Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Nube di passeri è nato in modo naturale e senza molto sforzo nel corso di un periodo di sei mesi. Stavo lavorando ad altro in quel momento. Una mattina, mi sono svegliato con l’inizio e la fine di Nube di passeri  di fronte a me, e ho realizzato che la storia in mezzo mancava solo di essere raccontata. Così ho fatto.

La profezia della dama Shikuza (Autumn Bridge) è il sequel? Potrebbe raccontarci la trama senza svelarci il finale?

La profezia della dama Shikuza è sia un sequel che un prequel di Nube di passeri. Si muove attraverso tanti secoli e poiché ci sono salti avanti e indietro nel tempo, alcune persone hanno avuto difficoltà a leggerlo. Altri si sono divertiti molto, il che è incoraggiante. Il personaggio chiave in La profezia della dama Shikuza è una giovane maga, Shizuka, che è la vera fondatrice del  Clan Okumichi, il clan da cui nascono gli eroi e le eroine giapponesi dei miei romanzi. (Gli americani nei miei racconti provengono da esperienze diverse.) Sono sempre stato affascinato dal rapporto e dalle contraddizioni insite nel fatto che tutti abbiamo (o sembriamo avere), sia il libero arbitrio che il destino predeterminato. La profezia della dama Shikuza è costruito tra queste contraddizioni.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho sempre letto sia durante le pause che durante il lavoro, e sempre materiale che non fosse per niente, nemmeno lontanamente, vicino a quello che stavo scrivendo. Nel corso degli anni ho letto e riletto le recenti traduzioni in lingua inglese dell’ Iliade, l’Odissea, Beowulf, Anna Karenina, e L’idiota; ho anche riletto Orgoglio e Pregiudizio, e Sulla strada, due dei miei romanzi preferiti, e un sacco di gialli e di sci-fi, il mio libro preferito tra questi ultimi di Philip K. Dick  è Ubik , che probabilmente avrò letto una dozzina di volte nel corso degli anni. Leggo anche storie della guerra nel Pacifico e del periodo postbellico per i dettagli e la timeline. Ho appena finito di leggere di Don Winslow L’inverno di Frankie Machine, e di William Boyd Ordinary Thunderstorms, entrambi i quali mi sono piaciuti moltissimo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi libri?

L’Universal ha acquistato i diritti cinematografici di Nube di passeri prima che fosse pubblicato, e possono fare (o non fare)  un film in qualsiasi momento a loro scelta. Hanno pagato. Non ho alcun controllo su ciò che ne faranno. Spero sempre che lo facciano, naturalmente, perché verrei pagato di nuovo, e poi sono curioso di vedere come verrà gestita la cosa. Non è un libro facile da trasformare in un film. Non voglio sembrare troppo materialista al riguardo, ma uno scrittore professionista, che non sia preoccupato per il lato economico della scrittura non sarà uno scrittore professionista a lungo. Solo i dilettanti e i ricchi di famiglia possono ignorare le realtà economiche di pubblicazione. Finora, sono stato fortunato. Posso solo sperare che la mia fortuna continui.

Ha scritto solo romanzi o anche racconti?

Ho scritto solo due racconti in tutta la mia carriera, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. Uno è uno sci-fi  ambientato in un in degenerato futuro (che a volte ora non sembra così lontano) e l’altro è un racconto su un  ballerino di tango mezzo delinquente di Buenos Aires. Ho presentato lo sci-fi anni fa una sola volta, e poi l’ho messo via. Solo gli amici hanno letto l’altro.

Infine l’inevitabile domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il mio terzo romanzo, ambientato nel primo anno e mezzo di occupazione americana in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, circa tra il settembre 1945 e il gennaio 1947. Come nei miei precedenti due romanzi, gli eventi chiave della storia ruotano attorno alle interazioni tra giapponesi ed americani. I personaggi centrali giapponesi sono un ex pilota di caccia, una figlia orfana di un maestro irezumi (tatuatore giapponese), un ex generale della polizia segreta imperiale, e la figlia di razza mista di una prostituta deceduta. Sul versante americano, ci sono un maggiore dell’esercito americano, un’ infermiera che è anche un tenente dell’esercito, e un sergente afro-americano. Il contesto è la lotta del personale dell’esercito statunitense per il controllo e il governo di questo paese, le relazioni tra persone così diverse la cui lingua e la cultura sono quasi un completo mistero l’uno per l’altro, e le lotte dei giapponesi per sopravvivere alle  brutali condizioni post-guerra e ricostruire le loro vite spezzate e il paese. Il personaggio centrale giapponese, è sicuramente il pilota ex-lottatore, ed è un discendente dell’eroe giapponese di Nube di passeri. Ho già cominciato a scrivere il prequel e sequel di questo romanzo. Aloha nui loa, Takashi Matsuoka.

:: Recensione di Charleston di Cinzia Tani a cura di Riccardo Falcetta

18 marzo 2011 by

Charleston_Cinzia_taniCharleston – Cinzia Tani, Mondadori, 2010, pp. 360, € 19,50
di Riccardo Falcetta
 
Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio o la donna vestita di giallo che vedrà cadere sul prato.
     Prima di premere il grilletto non le è parso di scorgere un movimento laggiù tra gli Oleandri?”
 
     È con la forza ineccepibile del mistero e dell’ambiguità che Cinzia Tani incolla il lettore ai successivi venticinque capitoli di “Charleston”, suo ultimo imponente romanzo.
     Siamo a Cannes, in una domenica d’estate del ‘29. A più di dieci anni dalla fine della Grande Guerra, l’Europa e il mondo intero vivono l’abbaglio dorato degli anni venti e il tracollo di Wall Street, che segnerà presto la fine di quell’illusione di prosperità illimitata, è ancora di lá da venire.
     Mentre trascorre il pomeriggio nella villa di famiglia esercitandosi nel tiro a segno, la giovane Claire Simmons, frivola e sensibile figlia di un petroliere americano, si convince di aver colpito Stella, danzatrice dal fascino algido e inaccessibile, ingaggiata da suo padre in un locale per insegnarle la danza e con cui da subito la ragazza instaura un relazione di silenziosa conflittualità. Quando diverse ore dopo Claire trova il coraggio di controllare, del corpo di Stella in giardino non c’è traccia, ma forse qualcosa è successo, poiché la ballerina da quel momento scompare nel nulla.
     Una premessa tanto semplice quanto geniale; un mistery che una volta “servito”, consente all’autrice di afferrare il lettore e condurlo altrove, lungo l’ascesa e il declino della famiglia Simmons e lungo il doloroso percorso di crescita che per Claire inizia dal ritrovamento del diario di Stella e prosegue, dopo il crollo della Borsa e il suicidio di suo  padre, nel tormentato rapporto che instaura con Michel, il sassofonista che con Stella viveva e lavorava, in realtà un esponente della guerriglia  siriana.
     Da quando Stella scompare, tutto ciò che Claire scopre su di lei e Michel la spinge a riconsiderare radicalmente la propria vita, i valori, i punti di riferimento, a cercare con ostinazione, anche nel sacrificio, una libertà di crescere che la gabbia delle consuetudini borghesi fino a quel momento le ha precluso.
     “Charleston” è una storia di passioni umane, ideologiche e artistiche, un racconto di amicizia e riscatto che trova il proprio nucleo tematico nello scontro tra la necessità dei legami e l’anelito alla libertà: la libertà che Stella trova nella sua passione esclusiva per la danza e nella figura della grande ballerina Isadora Duncan; la libertà che Michel brama per il suo popolo. La libertà nuova e selvaggia che il jazz e il charleston portano alle giovani generazioni, diventando autentici leit motiv, elementi di coesione di una narrazione particolarmente densa, che dilaga di continuo tra passato e presente.
     A dominare il tutto, la presenza costante e simbolica del mistral, “vento freddo e impetuoso” che reca il cambiamento, e l’assenza di Stella, certamente una delle grandi figure femminili della letteratura recente: è lei, col fascino dirompente di una bellezza imperscrutabile e con la forza delle sue scelte, sempre dettate da una radicale libertà e dall’insofferenza ai condizionamenti, la vera protagonista che, alla stregua di un’invisibile presenza mitica sembra tessere i destini degli altri, fino all’inattesa epifania finale.
     “Charleston” è anche un’epica corale ricca di suggestioni “vintage” che dal cuore dell’America di inizio secolo, alla Corniche di Cannes, da Sanremo ai jazz club e sui sentieri ridenti e pullulanti di crimine del Panier di Marsiglia, fino alla Genova della guerra partigiana, si snoda attraverso una serie di luoghi ed episodi simbolo del Novecento, distillando un cocktail di storia e immaginario pop da un secolo che come pochi ha saputo produrre meraviglie e tragedie.
     Lontana dalle grafie cinematiche che imperano nella produzione letteraria odierna, l’autrice di straordinari romanzi quali “L’insonne” e “Sole e ombra” (selezione Campiello 2008), si affida ancora una volta agli stilemi del grande romanzo ottocentesco attualizzandoli e realizzando un libro notevole. Forse, il suo capolavoro.

:: Recensione di Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro

16 marzo 2011 by

vita privata sconosciutaPer le nostre lettrici più romantiche, ma anche consigliatissimo a qualche maschietto che volesse scoprire i misteri e i segreti del cuore femminile, presento Vita privata di una sconosciuta, edito da Garzanti  un tenero romanzo sentimentale dal gusto un po’ retrò che unisce ad una certa grazia ed eleganza leggermente decadente e vecchio stile un indubbio fascino ben superiore al classico romanzo rosa tout court. Innanzi tutto l’ambientazione è suggestiva. Cosa c’è di più romantico e intrigante di Parigi come scenario di una storia che vede i sentimenti e le emozioni al primo posto.
Ma veniamo alla trama. Tutta la storia ruota intorno ad una semplice scatola quadrata, il cui coperchio di plastica bianca presenta una curiosa fantasia di sottili linee intrecciate, giunta per gli strani echi del destino e per intercessione di Josianne, una bibliotecaria parigina dai lisci capelli rosso fuoco e dagli occhi nocciola, nelle mani di Trevor Stratton un professore americano piuttosto freddo e formale, studioso di letteratura francese del XIX secolo, e residente in Francia con il progetto di tradurre le poesie di Paul Valery. Al suo interno il curioso professore trova alcune lettere ingiallite dal tempo, pagine di diario, suggestive fotografie in bianco e nero di uomini e di donne sconosciute vissute tra la fine del XIX secolo e il periodo tra le due guerra mondiali, alcune monete, guanti di pizzo, un rosario, cartoline, fiori secchi, tutti oggetti appartenuti ad una donna misteriosa, Louise Brunet, abitante al numero 13 di Rue Thérèse, indirizzo che costituisce anche il titolo originale dell’opera.
Per tutto il romanzo le immagini di questi oggetti si alternano alle parti scritte e rendono più evocativa una narrazione che con discrezione e garbo tutto francese porta il lettore a seguire le investigazioni del protagonista intorno a questa donna capace dopo tanti anni trascorsi di affascinare e sedurre. Veniamo così a scoprire i perduti amori di Louise Brunet per il cugino Camille, per il marito non troppo amato, per l’affascinante professore di francese e pian piano il puzzle si compone e compare una donna bizzarra e delicata, capace si scherzi eccentrici come le false confessioni in cui racconta al prete particolari intimi di relazioni adulterine solo per divertimento. Nelle note conclusive l’autrice Elena Mauli Shapiro nata e cresciuta a Parigi ma americana di adozione, ci racconta di come questa scatola sia venuta davvero in suo possesso e sebbene la Louise Brunet che lei ha tratteggiato sia una sua invenzione, in una certa misura è sempre stata lei ad ispirarla.
Infondo è una storia d’amore, soffusa da un pizzico di magia che confonde passato e presente e ci porta a rivalutare le  buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria. Tutto è giocato su echi e suggestioni un po’ demodé e alterna le memorie del passato tratteggiate con struggente malinconia e nostalgia al presente in cui la storia d’amore tra Trevor e Josianne prende forma trasformando tutta la ricerca e le misteriose lettere che lui scrive in un complesso gioco di corteggiamento e seduzione. Per saperne di più il blog dell'autrice: emshapiro.wordpress.com.

Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro, Garzanti, Collana Narratori moderni, Traduzione dall'inglese di Stefano Beretta, Titolo originale dell'opera 13, rue Thérèse, 2011, 260 pagine, rilegato, illustrato, Prezzo di copertina Euro 16, 60   

:: Recensione di L’altare dell’Eden di James Rollins a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2011 by

L'altare dell'Eden di James RollinsPer gli amanti dei romanzi di avventura la scomparsa improvvisa di Michael Crichton è stata sicuramente una grave perdita o almeno lo è stata per me e quindi è stato naturale guardarmi intorno nel panorama letterario non proprio amplissimo del genere e un nome si è fatto strada forse più degli altri, quello di James Rollins. Un autore che è stato accostato anche a Clive Cussler, Wilbur Smith e Matthew Reilly ma a mio avviso più simile a Crichton tanto da essere sicuramente un suo degno erede sia per stile sia per quella sua tendenza a corredare le parti più di fantascienza con dati, tabelle, reali e scientificamente attendibili capaci di creare una realtà parallela a volte solo precorritrice dei tempi.
Forse inizialmente Rollins ha raggiunto una certa notorietà grazie all’adattamento letterario del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma in realtà è stato capace di creare decine di romanzi avventurosi pieni di quel mix tra esotico e fantastico che caratterizzano il suo stile condito da una punta di originalità che lo differenzia dai suoi colleghi magari anche più famosi pensiamo solo ad Amazzonia a mio avviso uno dei suoi libri migliori.
Il mese scorso la Casa Editrice Nord, che ha pubblicato di quest’autore già diversi titoli tra cui l’intera serie Sigma Force  La mappa di pietra, L’ordine del sole nero, Il marchio di giuda, La città sepolta, L’ultimo oracolo e La chiave dell’apocalisse ha pubblicato L’altare dell’Eden romanzo stand-alone che vede protagonisti un’ intrepida veterinaria Lorna Polk e un ruvido e  brusco agente della Border Patrol di New Orleans Jack Menard destinati a rincontrarsi dopo anni e ad unire le loro forze per seguire un’ indagine altamente pericolosa sulle tracce di una fantomatica organizzazione clandestina che attraverso la manipolazione genetica cerca di costruire l’arma perfetta.
Tutto ha inizio a Baghdad nei pressi dell’antica Babilonia, un giorno di aprile del 2003. Due ragazzini irakeni si aggirano tra le rovine dello zoo cittadino in cerca di cibo. Anche rubare un osso avanzato al pasto di un leone per farci un brodo è un modo per combattere la fame. Ma l’arrivo di alcuni uomini armati li spinge a nascondersi spaventati dietro un muretto di calcestruzzo e dalla loro postazione assistono ad uno strano ritrovamento.
Uno degli uomini emerge dai sotterranei sotto lo zoo, sede di un laboratorio segreto dove si testano armi biologiche, con una grossa valigia di metallo. Al suo interno una serie di uova bianche contenenti degli embrioni ancora vivi. Prima di riuscire a fare piazza pulita del laboratorio uno dei ragazzini viene scoperto e un attimo prima di venir ucciso una sagoma grossa e scura scivola fuori dal laboratorio e assale l’uomo armato che lo tiene sotto tiro. Una bestia terrificante, nei cui occhi feroci brilla una scaltra intelligenza umana, uno degli ultimi esemplari di un esperimento che mina a sovvertire le leggi del creato.
L’azione poi si sposta anni dopo negli Stati Uniti. Un vecchio peschereccio arenato sulla spiaggia viene rinvenuto nel delta del fiume Mississippi, una zona di confine nascondiglio ideale per contrabbandieri e trafficanti che approfittavano degli uragani per introdurre negli Stati Uniti droga, armi e anche esseri umani. Al suo interno gli unici superstiti: strani animali esotici deformi che soprattutto attirano l’attenzione perché sono dotati di una strana intelligenza decisamente superiore agli standard delle loro razze.
Jack Menard incaricato di seguire le indagini chiama immediatamente in aiuto la dottoressa Polk che subito intuisce che quelle anomalie non sono affatto naturali e che quegli animali non sono nient’altro che cavie di qualche azzardato esperimento genetico. Prima di essere riusciti a mettere in salvo tutti gli animali il peschereccio esplode portandosi con se la maggior parte dei suoi segreti. Alcuni esemplari riescono ad essere portati al Centro in cui la Polk lavora per accertamenti, ma uno degli animali un gigantesco giaguaro con i denti a sciabola geneticamente modificato è in libertà per le paludi intorno a  New Orleans e inizia a seminare vittime.
Jack e Lorna superando le loro personali incomprensioni si alleano e si mettono all’inseguimento del pericoloso animale. E’ l’inizio di un’ avventura entusiasmante tra colpi di scena, suspence, dubbi morali e raccapriccianti esperimenti scientifici. Rollins tratta temi di attualità con una competenza frutto del suo notevole bagaglio culturale e scientifico e del suo autentico amore per la natura e gli animali, ricordiamo per molti anni ha svolto con successo la professione di veterinario prima di dedicarsi alla scrittura. E’ piuttosto abile nel creare e innescare una crescente tensione narrativa che come negli antichi romanzi a puntate alla fine di ogni capitolo crea aspettative e curiosità.
La trama è ben strutturata, originale, logica, capace di rendere credibili anche gli aspetti più fantascientifici sempre tratti da spunti reali, e alla fine del libro dedica alcune pagine intitolate Verità e finzione in cui segnala la line di demarcazione tra questi due estremi. Un’ ottima qualità del romanzo è la capacità dell’autore di creare un’ ambientazione davvero realistica, mi è piaciuta molto la parte svolta nelle paludi della Louisiana descritte rispettando i vari ecosistemi, descrivendo la vera fauna e vegetazione che si trova in quei luoghi. Poi movimentate e  vivaci le scene di azione che si susseguono in tutta la narrazione rendendo la storia la trama ideale per un film d’azione. I personaggi sono realistici e caratterizzati efficacemente.
L’inevitabile love story tra i due protagonisti può apparire priva di originalità ma è davvero sfumata e più che altro atta a creare un ammorbidimento sulla tensione narrativa a volte creata anche con spunti spiccatamente horror. Se devo essere sincera un po’ di inquietudine a dire il vero me l’ ha messa questo romanzo e soprattutto mi ha fatto pensare a quanti laboratori clandestini esistono realmente dove si portano avanti esperimenti proibiti dalla legge e anche eseguiti su cavie umane, il pensiero agli esperimenti nazisti svolti dai vari dottor Mengele non può che fare capolino. Certo è un libro di intrattenimento ma ci sono anche alcuni spunti su cui riflettere. Sicuramente consigliato.

L’altare dell’Eden di James Rollins, Editrice Nord, Collana Narrativa Nord, Traduzione di Enrica Budetta, Titolo originale dell’opera  Altar of Eden, 2011, 440 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 19, 60.

::Intervista con Maddalena Lonati

16 marzo 2011 by

Maddalena_LonatiGrazie Maddalena di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata in provincia di Milano, ti sei laureata in lingue e letterature straniere, hai frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden.Oltre che libri scrivi recensioni di romanzi e mostre d'arte e redigi una rubrica sui gioielli d’epoca.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Maddalena Lonati?

Grazie a te per l’intervista. Sono una grande appassionata di letteratura e di arte in tutte le sue forme, e sicuramente una grande esteta nel senso più alto e complesso del termine. Il mio punto di forza e di debolezza coincide: sono eclettica. Questo mi porta per fortuna a ricevere ed elaborare molteplici stimoli contaminando più discipline e sperimentando, ma allo stesso tempo ad essere un po’ dispersiva, distraendomi fra i troppi elementi interessanti che vorrei approfondire.

Come è nato il tuo amore per la letteratura? Quali sono state le tue prime letture?

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di lettori, e quindi il mio approccio con la lettura è stato estremamente precoce e, soprattutto, naturale. I libri hanno sempre fatto parte della mia vita, sono una presenza per me irrinunciabile.
I primi libri in assoluto sono stati quelli in cartone della Walt Disney, con splendide illustrazioni e brevi frasi in caratteri molto grossi. Subito dopo sono seguiti tutti quelli di Gianni Rodari, ricordo in particolare “Favole al telefono”, e da lì è stato tutto un susseguirsi di letture, è una passione che non mi ha mai abbandonata.
Sebbene abbia sempre scritto, ed ogni romanzo mi abbia in qualche modo fornito degli stimoli e sia stato in un certo senso fonte di ispirazione, la prima vera folgorazione è arrivata con la lettura di “ Il ritratto di Dorian Gray”. La scoperta di Oscar Wilde è stata una grande emozione, l’ho amato profondamente sin dal primo istante.

Hai pubblicato il romanzo Decadent doll per i tipi di Prospettiva Editrice. Ce ne vuoi parlare?

“Decadent doll”, tratta di un tema impegnato, in quanto la protagonista è afflitta da schizofrenia e si trova ad affrontare tutta una serie di esperienze piuttosto estreme, tra le quali la prostituzione, il sadomaso, l’uso di cocaina durante il suo percorso di annullamento e di fuga dalla realtà mentre costruisce i suoi mondi paralleli nei quali rifugiarsi. Incapace di provare empatia emotiva con le persone si limita a studiarle ed analizzarle, è anestetizzata dai sentimenti sinché, grazie ad un’adeguata terapia psichiatrica e all’amore, non riesce a guarire, riappropriarsi dell’autostima ed apprezzare la normalità della vita che aveva rifuggito sino a quel momento.

Con Robin edizioni hai pubblicato L’apostolo sciagurato. Un libro di racconti apparentemente slegati che a sorpresa compongono le mille facce di un romanzo, di una storia unica e compiuta. Frutto di una scelta improvvisata o c’è qualcosa di più?

Il progetto di scrivere questo libro esisteva già da tempo sebbene alcuni dei racconti presenti fossero già stati pubblicati in precedenza su varie riviste. “L’apostolo sciagurato” è nato innanzitutto dall’esigenza di confrontarmi con una nuova sfida e sperimentare una struttura, un intreccio ed uno stile totalmente differenti rispetto al precedente romanzo, per me è infatti fondamentale percorrere nuove strade per mettermi alla prova ed imparare esercitandomi. Ho deciso così di non dedicarmi all’impostazione canonica del romanzo, ma di scrivere una raccolta di racconti che diviene romanzo perché tutte le storie sono collegate da un preciso filo conduttore, e tutti i racconti sono nati grazie alla particolare relazione erotica e cerebrale dei due protagonisti.

Come è nato il titolo? E’ un po’ un ossimoro. Cosa simboleggia?

L’apostolo sciagurato è l’unica definizione che viene data a quel Lui senza nome, chiamato così sin dalle prime righe perché il tredicesimo giunto a quella cena che cambierà per sempre la vita di Lei, e soprattutto perché è colui che la condurrà a compiere il proprio destino. E’ proprio questo il ruolo dello sciagurato, farle conoscere profondamente se stessa e liberarla dalle convenzioni ma, donandole la conoscenza e la consapevolezza, portarla anche a dannarsi e soffrire perché non potrà mai più accontentarsi di nulla nella vita.La sciagura inoltre non è rappresentata solo dalla sua assenza che scandirà il tempo di Lei negli anni successivi, ma anche dall’ossessione che Lui riuscirà a generare. Lei e Lui sono ossessionati l’uno dall’altra, è un’attrazione così totalizzante che è come se volessero fagocitarsi reciprocamente per divenire un tutt’uno, e questo rapporto così morboso genera sicuramente una sorta di prigionia. Eppure, paradossalmente, sono del tutto liberi di esprimere appieno se stessi e rivelarsi in ogni istante per ciò che sono davvero, senza mai censurarsi, senza mai porre freni o limiti ai propri desideri. E’ un’affinità elettiva così totalizzante che lascia spazio a tutto ciò che vogliono perché nulla può separarli, se non il loro eccessivo amore che li spaventa e diventa ingestibile.
 
La scrittura come sublimazione di un’assenza, di un amore metabolizzato e spiritualizzato. Anche per te la scrittura ha questa valenza o è stato solo un pretesto narrativo?

E’ un tema letterario che mi affascina e che ho desiderato affrontare per analizzarlo profondamente. Per me la scrittura ha molteplici valenze, è simbolo stesso di vita, necessità impellente e desiderio irrinunciabile. La mia è  una raccolta-romanzo, pensata e strutturata per mantenere una solida coerenza interna e per scrivere del  tema dell’assenza negli ambiti più diversi e con i risvolti psicologici più dissimili; sono intrigata da questo argomento, e così avevo deciso di trattarlo in modo un po’ inusuale, e declinandolo nelle situazioni più svariate nonostante rappresenti sempre il vuoto lasciato da Lui. Non è stato semplice mantenere sempre in ogni racconto questo filo conduttore e trattarlo ogni volta da una nuova angolazione, e soprattutto non rendere subito così evidente alla lettura quale sia la chiave che li unisce per lasciare una parte di sorpresa nel finale.
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ed era proprio questo il significato più profondo che desideravo conferire al romanzo: la passeggera corporea assenza che deve diventare possessione totale, eterna presenza. 

E’ un romanzo che ha per tema l’amore, e i suoi mille volti: la seduzione, l’erotismo, la passione, il desiderio, l’ossessione. E’ così complesso questo sentimento? Il tuo essere donna quanto ha influito nel delinearlo?

Trovo sia il sentimento più complesso, profondo e pericoloso che si possa sperimentare, ed anche uno dei più affascinanti che si possano analizzare scrivendo. Lei e Lui vivono un amore assoluto, totalizzante, è come se si trovassero sulla cima di una vetta e per questo contemporaneamente sull’orlo di un baratro. Dell'Eros ho una visione profondamente legata al suo significato originario, per gli antichi greci rappresentava un'attrazione così forte ed incontrollabile, totalizzante, da indurre a perdere la ragione o distruggere.
Non credo di essere stata influenzata dal mio essere donna, quando scrivo cerco semplicemente di analizzare in profondità il tema che tratto, qualunque esso sia.

Utilizzi una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e molto visuale. Associ spesso le cose ai colori: avorio, cannella, viola,  blu,  rosso. Come hai deciso questa scelta?

Cerco di stimolare tutti i sensi del lettore mentre creo, anche se di certo la vista rimane quello più facilmente percepito e sfruttato nella cultura contemporanea occidentale, per questo lo utilizzo ampiamente. Da sempre studio le arti visive, una delle mie maggiori passioni, da qui deriva il mio interesse verso i colori ed il loro simbolismo che veicolo per enfatizzare dei concetti. Vi è una grande potenza ed una lunga tradizione nell’uso dei colori, ed io cerco di attingervi. Talvolta il riferimento ad un colore, se ben utilizzato, può evocare e sintetizzare un concetto più di molte parole.

Il lavoro di ricerca sulla parola è molto meticoloso, di sapore vagamente barocco e decadente, quasi lo stesso lavoro che un poeta compie per cesellare le sue rime. Prosa e poesia sono così separate e inconciliabili?

No, non le trovo affatto inconciliabili, la mia prosa indubbiamente si nutre della musicalità della poesia, la trovo un punto di riferimento molto utile per trovare il giusto ritmo da adeguare alla narrazione e per evocare certe atmosfere, certe suggestioni. Le frasi, per essere davvero efficaci, necessitano di rigore nella scelta delle parole, eppure tutto quello studio non dovrebbe poi essere evidente nel corso della lettura, la prosa non deve rimanere soffocata dalla pesantezza dello sforzo ma risultare leggera e cadenzata. Mi è stato spesso detto che la mia prosa è tinta di poesia, e trovo che sia un grande complimento perché lavoro con dedizione sullo stile, il ritmo e la musicalità. Per me la forma è importante quanto il contenuto, e mi piace sperimentare modalità differenti di scrittura per mettermi alla prova ed apprendere.

Sempre parlando di poesia, quali sono i tuoi poeti preferiti?

Amo soprattutto i versi evocativi dei poeti maledetti, ne subisco il fascino irresistibile e ciclicamente mi capita di rileggerli rapita da quelle atmosfere. Sono una grande esteta e sono anche irrimediabilmente attratta da ciò che ha la forza di rompere gli schemi sperimentando nuove realtà, quindi non posso che amare Verlaine, Rimbaud, Baudelaire.
Per quanto riguarda gli italiani trovo di una musicalità ineguagliabile D’Annunzio, soprattutto ne “La pioggia nel pineto”, che sa incantarmi quanto una perfetta sinfonia.
 
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, sono versi che già conoscevi o ti sono capitati per caso mentre ti documentavi per la stesura del libro?

Avevo già terminato di scrivere il libro, e da tempo stavo riflettendo sull’epigrafe da scegliere per sintetizzare al meglio il concetto di assenza vissuta come ossessione, dell’amore come necessità vitale che non può essere incrinato dalla lontananza corporea. Stavo ascoltando Radio DeeJay ed ho sentito Fabio Volo leggere i versi di “Eterna presenza”: è stata una folgorazione, ho compreso immediatamente che quella sarebbe stata la mia epigrafe.

Parlami del tuo processo di scrittura: Quali sono le ore del giorno in cui preferisci scrivere? Fai molte revisioni, riscritture? Scrivi di getto o dopo lunghe riflessioni?

Non ho mai creduto che si possa scrivere qualcosa di veramente valido e ben strutturato facendolo di getto. L’improvvisazione può esistere solo per l’idea iniziale dalla quale si è attraversati, ma dopo aver preso appunti in merito inizia il lavoro vero e proprio, fatto di dedizione e costanza. Sì, faccio innumerevoli revisioni, e non ho ore preferite durante le quali scrivere. Scrivo il più spesso possibile, anche durante la notte quando i processi creativi sono tendenzialmente più liberi.

Ti senti femminista? Pensi che una donna abbia una sua peculiare sensibilità e una visione del mondo? O non credi alle classificazioni uomo donna?

No, non mi sono mai sentita femminista e, in generale, detesto le classificazioni. Comprendo siano utili per comunicare dei concetti e sintetizzarli, ma qualunque classificazione mi venga rivolta tende a farmi sentire ingabbiata. Mi paiono troppo rigide e poco attinenti alla mia personalità complessa che necessita di fluttuare esprimendosi contemporaneamente su più fronti, talvolta anche apparentemente contraddittori.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto per superarlo?
 

Sì, purtroppo mi è capitato più volte, come probabilmente a quasi tutti gli scrittori. E’ uno dei maggiori incubi per chi crea, e l’unico modo per esorcizzarlo credo che sia continuare a lavorare, senza farsi ossessionare. La scrittura è composta di tante fasi, non solo di pura creazione, ma anche di ricerca, studio, esercizio, appunti, revisioni e molto altro. In quei momenti di blocco è importante concentrarsi su questi altri punti senza costringersi a trovare nuove idee che non arrivano. Con il tempo, all’improvviso, il blocco scomparirà spontaneamente.

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

Ho un buon rapporto con gli editori, fatto di stima e collaborazione reciproca. E’ indispensabile lavorare in sinergia e su più fronti per promuovere i libri e cercare di diffonderli, compito sicuramente non facile.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo di continuo, in genere alternando più libri. In questo momento mi sto dedicando a “La mandorla” di Nedjma, “ Ritratto di un ragazzo da buttare alle ortiche” di Djaidani, e “Belli e dannati” di Fitzgerald.

Quale è in assoluto il libro che ti ha più sconvolta, commossa, indignata?

Direi il “ De profundis” di Oscar Wilde, un libro di un’intensità ed una profondità sconvolgenti, una lunghissima lettera scritta all’amante durante gli anni di prigionia e che narra di tutta la sua sofferenza e del suo amore.

Hai un blog, un sito? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

No, per ora non ho né blog né sito, ma non escludo di crearne uno in futuro. Per ora mi farà piacere incontrare i lettori, quando possibile, durante le presentazioni dei miei libri. Trovo sempre molto interessante avere un contatto diretto ed ascoltare le loro opinioni.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Entro giugno uscirà un mio nuovo libro, “In bianco e nero”, che narrerà di erotismo, di arte e di ossessione secondo schemi e prospettive piuttosto inusuali. E’ anche questo un lavoro abbastanza sperimentale, nel quale mi sono voluta confrontare con una nuova sfida. E poi proseguirò a scrivere recensioni, a redigere la rubrica sui gioielli d’epoca, e ad intervenire a varie trasmissioni radiofoniche e televisive nel corso delle quali parlerò d’arte, letteratura e ovviamente di gioielli d’epoca. Alcune di queste interviste saranno visionabili su youtube digitando il mio nome. Invito inoltre i lettori a guardare il booktrailer, che sintetizza efficacemente in pochi istanti “L’apostolo sciagurato”.
http://www.youtube.com/watch?v=nSrssJfvIts&feature=fvsr

:: Recensione di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2011 by

4Immaginatevi una città fantasma di quelle che costellano come chiazze polverose la desolante realtà della provincia americana. Una città che si sviluppa lungo un’unica via, un’ unica spina dorsale, la Main Street, costeggiata da negozi: la bottega del barbiere, l’emporio, la banca, l’ufficio dello sceriffo, la stazione dei pompieri. Edifici che sembrano i resti spettrali di un vecchio set cinematografico abbandonato dove si giravano vecchi western con il sottofondo lagnoso di qualche ballata country. Con un unico bar Skeeter ’s dove si facevano anche hamburger, un vecchio drive-in, il Tropicana, ormai dismesso e in avanzato stato di abbandono, un motel, una stazione di servizio Texaco, un trailer park che si riduce ad essere “uno scalcinato assembramento di una ventina di case mobili” e tanta campagna incolta, coltivata, adibita a pascolo, limitata da ranch.
Benvenuti nel profondo Oklahoma, e per la precisione a Coyote Crossing, uno sputo di paese in mezzo al più beato nulla. Già il nome è tutto un programma, un nome appiccicato da qualche pioniere forse in vena di scherzi per dare nuova vita ad un paese “nel buco del culo dell’Oklahoma” che prima che arrivasse la ferrovia forse “chiamavano Creek Qualcosa, con qualche parola indiana che significava spirito di scorpione sputato dall’inferno o giù di li”. A Coyote Crossing non succede mai nulla. La gente è tranquilla, non ci sono che bifolchi e camionisti, e a vigilare su tutti lo sceriffo Frank Kruger, un omone gigantesco, tenero come uno schiacciasassi che ha i suoi metodi per ricacciare i ragazzetti che arrivano in paese per ubriacarsi: due colpi di sfollagente assestati nei punti giusti, una notte in guardina e vedi che non ritornano.
Già ma una notte d’agosto un evento imprevisto darà il via ad un vertiginoso susseguirsi di morti ammazzati che vedrà al centro il vicesceriffo part-time Toby Sawyer, ancora un ragazzo in fondo, padre per caso, marito controvoglia, amante di una minorenne per noia,  il cui unico chiodo fisso è la musica e il rimpianto per la vecchia band con la quale aveva vissuto per una breve stagione il sogno di scollarsi da quel pantano.
Qualcuno ha pensato bene di crivellare di colpi il pick up di Luke Jordan, naturalmente con lui a bordo. Ora il cadavere di Luke inizia a decomporsi circondato dalle facce perplesse dello sceriffo e del suo vice part-time. Chi può essere stato a dare il via ad una sparatoria in piena regola nella via principale di Coyote Crossing? Il fatto grave è che Luke Jordan, il classico bullo di paese, belloccio e violento, sempre in jeans stinti, T-shirt senza maniche e stivali da cowboy in finta pelle fatti passare per pelle di serpente a sonagli, ha dei fratelli delinquenti come lui, coinvolti in ogni disonesto traffico nel giro di miglia. “Un intera famiglia assoldata dal diavolo per i suoi sporchi affari.” E questo significa che presto piomberanno in città a reclamare vendetta come nel più classico film western dei bei tempi andati, pensiamo solo a Mezzogiorno di fuoco o Sfida all’O.K. Corral.
Toby Sawyer anche se ancora inesperto non è proprio stupido e capisce all’istante che quando il cadavere di Luke scompare, e ironia della sorte proprio lui era stato incaricato di vigilarvi, beh qualcosa che non quadra deve esserci per forza. E che dire quando vede un suo collega Billy Banks complottare con una banda di chicanos gli stessi che l’hanno appena gonfiato come una zampogna per prendergli un paio di chiavi, per giunta quelle sbagliate.
E’ l’inizio di una notte allucinante e interminabile in cui si troverà a uccidere un collega a colpi d’ascia, a correre con in braccio il figlio di pochi mesi inseguito da un pioggia di proiettili, a entrare in una stanza di un motel con il muso di un camion, a saltare da una finestra di una casa in fiamme, a vedersela molto da vicino con un dobermann inferocito, a sfuggire alla vendetta dei fratelli Jordan seriamente intenzionati a ucciderlo credendolo il responsabile della morte di Luke, per una faccenda di corna che gli cade addosso come una tegola tra capo e collo, e infine come se non bastasse dovrà fare i conti con i veri responsabili di un traffico di clandestini.
Questo è in sintesi quello che succede in questo adrenalinico e scoppiettante western-noir moderno, ultima opera edita in Italia dell’ormai mitico e inimitabile Victor Gischler, per gli amanti del pulp noir una garanzia. Dopo la Gabbia delle scimmie, esordio spiccatamente hard boiled, Anche i poeti uccidono black comedy già recensita da noi su queste pagine e Black city. C’era una volta la fine del mondo, meglio conosciuto con il titolo originale Go-go girls of the apocalypse, ecco a voi dunque Notte di sangue a Coyote Crossing (Meridiano Zero).
La penna nera e intinta di veleno, molto alla Jim Thompson, di Gischler ci porta a confrontarci con un Toby Sawyer atipico antieroe, paladino di un’altra America violenta e nello stesso tempo irriverente, ancora capace di un’ostinata moralità, dove i buoni si contrappongono ai cattivi e ne escono pure vincenti. I personaggi sono sfaccettati e compositi, ognuno con i suoi tratti caratteristici anche i personaggi minori, specialmente quelli femminili, che magari compaiono in una o poche scene come la vecchia matriarca Antonia, nonna ultranovantenne dei terribili fratelli Jordan, la infelice e insoddisfatta Doris, moglie fedifraga del protagonista e madre degenere del piccolo Toby junior, un frugoletto rosa che non fa che dormire e che lei non esiterà ad abbandonare, l’indipendente e forte Molly, gothic girl minorenne della situazione, amante di Toby e decisa anche lei ad abbandonare Coyote Crossing per sfuggire a un patrigno ubriacone e violento.
Lo stile di Gischler cadenzato da un ironia e un humour nero a go go alterna particolari decisamente splatter, da non perdersi l’uccisione a colpi d’ascia, a parti più spiccatamente thriller. E poi la traduzione di Luca Conti è un fatto non trascurabile. Si legge alla velocità di un treno senza freni scagliato nella notte a tutta birra e sovrastato da un cielo nero come la pece chiazzato da stelle grandi come stelle di latta. Dal 26 marzo in tutte le librerie. Da non perdere.

Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero, Collana Meridianonero, Traduzione dall’inglese di Luca Conti, Titolo originale dell’opera The deputy, 2011, 256 pagine, Prezzo di copertina Euro 14, 00.

:: Recensione di Io non sono esterno di Giuseppe Merico a cura di Giulia Guida

14 marzo 2011 by

io-non-sono-esterno-leggete-giuseppe-merico-L-pOi2nfAmore, interno notte.
[Rileggendo "Io non sono esterno", G. Merico]
 
"Io non sono esterno" è la radiografia di una storia d'amore girata in interni.
Dove interno è lo spazio, sempre chiuso e ricurvo, ingobbito dal buio, che si racconta da dentro e immagina il fuori. E il fuori è un deserto con gli occhi grigi della tangenziale, la voce roca del treno quando sferraglia sulle rotaie, lo scricchiolio delle carcasse di ferro da uno sfasciacarrozze, lo stridere del vuoto sugli scaffali di un supermercato fuori paese,  il silenzio metallico di una periferia industriale, il cigolio di due tutori malandati legati ai piedi, lo sfrigolio stanco di una macchinetta del caffè, la puzza della rassegnazione tra le cosce di una madre, l'odore del sangue annidato tra le mani di un padre.
Interni sono un padre e un figlio, perché questa è una storia di maschi, dove le donne restano al margine, comparse occasionali di un cinema muto, trascinate sulla scena dai fili invisibili delle voglie e dei bisogni dei loro uomini.  Dove le donne sono facce sconvolte da un terrore folle, sempre con le mani sulla bocca a coprire l'angoscia, rinchiuse in cucina a fare il caffè, solo il caffè. C'è una madre che subisce e non parla. E' una madre che sa tutto e gira la testa. E vorrebbe solo essere esterna, solo essere fuori, in un fuori lontano che non abbia la pancia cava di un cratere lunare.
Interno è l'amore tra un padre e un figlio.
Un amore che si esaspera fino al punto di saper esistere solo nella tenerezza dell'orrore.
E non ha altro modo di essere, perché è una frattura che rompe il tabù dell'incesto, è un amore consanguineo cresciuto dentro due solitudini claustrofobiche, è un dolore scandaloso che prende le ossa e le spolpa di un piacere morboso, ossessivo, dissacrante.
E' la storia di un padre, che è anche un figlio. E la storia di un figlio, che è anche un padre.
E' un amore sovversivo, perché sovverte la naturale gerarchia dei ruoli familiari, la scuote dalle fondamenta per consumarsi nell'istinto del sangue, che annulla i vincoli, abbatte le sovrastrutture e si esaurisce nella carne sotto forma di energia animale, nell'esplosione oscena del bestiale contro il muro delle convenzioni sociali.
Ed è un amore che solo nel selvaggio può vivere, nell'anomia del selvaggio, nella perdita del nome, nella sottrazione e profanazione dell'identità.
E' una storia d'amore, che è anche una guerra.
Il conflitto archetipico tra il padre e il figlio, che in questo caso, dato il sovvertimento dei ruoli, vede un continuo alternarsi delle posizioni del dominato e del dominatore, del segregato e del segregatore, dell'interno e dell'esterno.
Perché a non essere esterno non è soltanto la voce narrante, il bambino con i piedi guasti e troppo zucchero nel sangue, rinchiuso in uno scantinato dal padre. Ma è soprattutto questo padre a non saper essere esterno, a non saper come altro essere, a non riuscire ad uscire da se stesso, dalla maledizione del proprio passato, che continua a perpetuarsi attraverso il suo amore violento, la sua rabbia carnale, la sua necessità del possesso.
L'interno finisce, dunque, per diventare l'unica dimensione in cui un rapporto è possibile, in cui l'incomunicabilità si sfalda, seppur nello stupro, nella privazione, nella barbarie.
Con questa prima prova narrativa, Giuseppe Merico ci offre la possibilità di affacciarci su uno squarcio di buio che ci fa franare la terra sotto ai piedi. Ha voluto fotografarci l'angoscia, vivisezionando l'orrore, senza rassicurazione alcuna. Ha scelto di parlarci di un amore che non ha le gambe per scappare e, anche se ce le avesse, non è poi così certo che scapperebbe. Ha trovato la voce per raccontarcelo e una scrittura fatta di fotogrammi fulminanti, istantanee dolorose, che scava a fondo e non si rimargina.
 
Autore: Giuseppe Merico
Editore: Castelvecchi
Collana: Le Torpedini
Pp: 154
Prezzo: 14,00

:: Recensione di Divieto di soggiorno di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2011 by

1Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna,  tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Addirittura ci fu un adattamento del suo romanzo più famoso Il sapore del sangue di Marcel Blistène che rimase però unicamente sulla carta anche se erano arrivati a scritturare già il cast che comprendeva attori di prima grandezza come Alain Bouvette e Armand Mestral.
Unica eccezione fu Interdit de sejour di Maurice De Canonge uscito a Parigi il 26 gennaio del 1955 e in Italia con il titolo Aggressione Armata di cui André Héléna scrisse il soggetto e la sceneggiatura assieme a Simone Sauvage in collaborazione con il dialoghista Andrè Tabet. Non tutto andò liscio comunque e infatti la sceneggiatura originale fu rimaneggiata e adattata da Albert Simonin e Jean Rossignol che si occuparono di renderla più politicamente corretta e meno dura, per esempio il personaggio di Suzy che nella sceneggiatura originale era un prostituta venne promossa ad entraineuse, il linguaggio venne depurato.
Questa limitazione della sua libertà artistica fu accettata da André Héléna con una certa insofferenza ma non avendo scelta, viste anche le precedenti fallimentari esperienze, non si oppose più di tanto anche se l’anno seguente sempre con la collaborazione di Simone Sauvage, pubblicò la versione letteraria di Interdit de sejour e riprese molti elementi della sceneggiatura originale con alcune sostanziali modificazioni che resero la storia “indurita” e “incupita” come scrive Michel Marmin nella prefazione dell’edizione francese Laceranti istanti di felicità nella notte del destino che appare come postfazione nella versione italiana Divieto di soggiorno pubblicata nel maggio del 2010 da Aisara e tradotta da Barbara Anzivino.
La trama resta per lo più identica e incentrata su alcuni temi cardine come la polemica contro i metodi assai discutibili che la polizia utilizzava per combattere il crimine, il divieto di soggiorno, e il ruolo degli informatori che in un certo senso ne è conseguenza. E’ forse il romanzo più tragico e romantico di Héléna. Si narra infatti la storia di due giovani amanti parigini Simon Langlois e Suzy il cui amore sfortunato si scontra e inevitabilmente viene sconfitto dal Destino e dalle perverse leggi fatte di sopraffazione e violenza che regolano sia gli ambienti della Malavita che della polizia incaricata di perseguirla.
Simon e Suzy, che in maniera paradossale Héléna porta il lettore ad invidiare per la loro capacità di essere felici non ostante tutte le condizioni siano avverse, in fondo sono due anime semplici, hanno aspirazioni modeste, sognano un piccolo paradiso borghese, una guinguette in riva alla Marna, con una spiaggia davanti alla porta, una casa ammobiliata con sei stanze da affittare.
Il tema dell’innocente ingiustamente accusato e perseguitato dalla polizia viene portato alle estreme conseguenze e amplificato e reso più crudele dalla presenza costante di una felicità irraggiungibile che scintilla e quasi la si tocca, ma sempre sfugge.
Mentre il personaggio di Suzy, dolce, generosa, romantica, tenera, un po’ patetica conserva una certa immutabilità e mi ha ricordato il personaggio di Irma la douce (piece francese in due atti di Alexandre Breffort del 1956 praticamente lo stesso anno e ripresa poi nel 1963 da Billy Wilder non come musical ma come film con Shirley MacLaine come protagonista), quello di Simon si evolve durante la narrazione. Iniziamo infatti a conoscere un giovane timido, ansioso, sincero, innocente, ingenuamente innamorato di una donna che non sa essere una prostituta, con il suo onesto lavoro di incastonare in un laboratorio di orefice, orgoglioso dei suoi settanta bigliettoni al mese, cifra ridicola agli occhi di Paulo il corso, il delinquente, l’assassino, il tentatore che ha già in mente come utilizzare il giovane per uno dei suoi colpi.
Naturalmente il colpo va male e Simon viene coinvolto mentre inutilmente cerca di dimostrare la sua innocenza. E’ l’inizio della sua discesa all’inferno, forse veramente iniziata quando qualcosa era morto in lui nell’attimo che aveva scoperto quale fosse in realtà il mestiere della sua amata.
Da questi punti cardine la discesa è inevitabile, Simon perde la sua innocenza e si trasforma volente o nolente in un delinquente anche non essendolo e per lo più in un infame informatore, dopo il ricatto del commissario Chenier che del personaggio probo e difensore della legge conserva solo le spoglie.
L’epilogo tragico non può che essere un’inevitabile conseguenza. Sullo sfondo la Parigi dei bistrot, dei caffè, degli alberghi dimessi e nello stesso tempo dignitosi, descritta con lampi folgoranti e poetici nelle sue varie stagioni, nelle luci notturne e malinconiche, sotto la pioggia e sotto il sole.

André Héléna (Narbona, 8 aprile 1919 – Leucate, 18 novembre 1972) è stato uno scrittore francese. Nacque a Narbonne, nel sud della Francia, nel 1919. Nel 1944, a soli diciassette anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata Le Bouclier d’or e fondò la rivista di poesia «Le Poterne», ma a causa di alcune illegalità nella vendita degli abbonamenti finì in carcere. I sei mesi di reclusione saranno propizi per la stesura del suo primo romanzo, Les flics ont toujours raison, pubblicato nel 1949. Héléna scrisse poi undici romanzi nel 1952, diciotto nel 1953, dieci ancora nel 1954. In totale, in trent’anni di carriera, Héléna scrisse duecento romanzi. Tra questi si ricordano soprattutto Le goût du sang (1953) e Les clients du Central Hôtel (1960) che gli valsero i maggiori riconoscimenti. Nel 1955 dal suo Interdit de séjour viene tratto un film per il cinema diretto da Maurice de Canonge. Dimenticato dai contemporanei, Héléna morì nel 1972. (Fonte wikipedia).

:: Recensione di Il festival dei cadaveri di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2011 by

imagesAndré Héléna, scrittore francese maudit e precursore di quel particolare genere di noir con venature esistenzialiste che più francese di così non si può, (a lungo sottovalutato dalla critica a lui  contemporanea per le più svariate ragioni, non ultima delle quali una certa eccessiva disincronia che non ne faceva un uomo del suo tempo ma lo proiettava nel futuro), sta vivendo una stagione di grande riscoperta, (anche se in patria, dopo un periodo di riedizioni, mostre, studi e retrospettive, un po’ è ricaduto nel dimenticatoio), almeno in Italia dove l’interesse continua grazie prima a Fanucci e poi all’editore cagliaritano Aisara, e soprattutto al lavoro accurato e filologicamente ineccepibile, per non dire appassionato, dei suoi traduttori.
In Il Festival dei cadaveri, (titolo originale Le festival des macchabées Editions Armand Fleury 1951), torna Maurice Debar, già protagonista di Vita dura per le canaglie, sempre tradotto da Giovanni Zucca, e recensito per noi da Stefano Di Marino e ci riporta nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale.
Maurice questa volta veste i panni di un improbabile agente segreto per caso con l’incarico di trovare certi progetti di fortificazioni tedesche. Insieme al suo amico catalano Bams, tipaccio poco raccomandabile esperto nell’uso del coltello, viaggiano in treno da Lione a Parigi tentando di sfuggire ai nazisti.
Dopo una serie di pericolose avventure, che li portano a sfuggire per un pelo al plotone di esecuzione, riescono a raggiungere la base tedesca. Con uno stratagemma si infiltrano trai nemici facendosi assumere come operai, ma purtroppo incontrano una vecchia conoscenza di Parigi. Un certo Bolduc che già prima della guerra faceva l’informatore e adesso minaccia di consegnarli ai tedeschi. Ad un passo dalla fine compare Consuelo, un’amica di Maurice, che li aiuta a fotografare i piani ma dopo li deruba e Maurice è costretto ad ucciderla.
Un anno dopo senza il becco di un quattrino i due amici si trovano a Parigi. In un bistrot incontrano colui che aveva dato loro gli incarichi precedenti. Ma  Bodager viene ucciso portandosi con se i loro segreti e così con lui muore anche il loro passato. Finalmente liberi possono riprendere il loro posto in una società in rovina, ora che c’è la pace, e liquidano sconsolatamente il resto con la frase: “Alla fine avevamo fatto un anno di guerra in più degli altri”.
Il festival dei cadaveri  ambientato all’epoca dell’occupazione tedesca della Francia, come il più famoso Il gusto del sangue, o l’appunto già citato Vita dura per le canaglie di cui è il seguito, è un noir classico di quelli capaci di scavare abissi nell’anima e nelle coscienze. André Héléna, dotato di un talento discontinuo che gli fa scrivere opere anche mediocri, se pensiamo solo alla sua produzione pornografica capiamo bene che era uno scrittore tutt’altro che snob, quando è in stato di grazia è in grado al contrario di produrre capolavori difficilmente imitabili e degni di una letteratura alta che non lo fa sfigurare assieme e nomi come Celine o Sartre.
La guerra, l’occupazione nazista, il collaborazionismo, la resistenza sono argomenti che  André Héléna contestualizza sullo sfondo per riproporre il dramma e la tragedia dell’ esistenza umana in cui tutti siamo eroi e perdenti, vincitori e vinti. Maurice Debar ha poco del paladino a dire il vero, è capace di uccidere con apparente estrema facilità anche la donna che dovrebbe essere l’amore della sua vita, o una delle tante. Certo è anche capace di gesti coraggiosi, come quando si espone per salvare una donna dalla violenza di tre soldati tedeschi, ma sono appunto scintille, atti isolati di rivolta contro la violenza generalizzata di cui anche lui stesso è strumento.
Il rapporto di amicizia con Bams tradisce la correità tra complici perché infondo Maurice Debar è un gangster, un assassino, fortunato quanto volete ma pur sempre capace di vendere la sua innocenza in cambio di un bicchiere di pastis o quando non ce ne é anche il cognac va bene. Dell’eroe romantico però conserva una certa freschezza, una certa sfrontatezza e spavalderia e un malinconico ottimismo, una fiducia quasi immotivata nel futuro, capace di fargli dire che infondo la vita è bella anche per le piccole cose come camminare sotto la pioggia in primavera fianco a fianco al suo amico diretto infondo da nessuna parte.
Da non perdere la prefazione In difesa del romanzo noir di André Héléna in cui con stile graffiante e caustico umorismo scrive la più autentica e combattiva dichiarazione d’amore verso il noir che abbia mai letto. Data prevista di uscita 24 Marzo 2011.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Satori di Don Winslow a cura di Stefano Di Marino

8 marzo 2011 by

satori016Ho iniziato la lettura di Satori con una certa apprensione. D’accordo Don Winslow è uno dei pochi autori che negli ultimi due anni mi hanno regalato le emozioni più forti e dal quale riconosco di aver imparato non poco, cosa che anche per un narratore rodato è sempre un’esperienza rivitalizzante. Ma Shibumi- il ritorno delle gru di Trevanian è stato uno dei miei romanzi di formazione. Erano gli anni dell’università in cui già scrivevo ma non pubblicavo, sognavo l’Asia ma ancora non ci ero andato, insomma Nikolaj Hel e il suo mondo in equilibrio tra  spy-story, arti marziali, avventura e noir era un riferimento non solo letterario ma comportamentale anche al di là della parola scritta. Un po’come il suo ‘ fratellino’ Johnthan Hemlock del Castigo dell’Eiger. Il Go, le arti marziali, ma anche la speleologia, le arrampicate. Il timore di restare deluso era forte. Però sin dalle prima pagine Winslow ha fatto la magia. Forse perché anche lui ha avuto modelli letterari e di vita simili. Il romanzo non può essere riassunto e recensito così. Vi prego di leggerlo e farvene una opinione personale. Si tratta di una spy story ma anche il romanzo di formazione dell’assassino perfetto. E se Satori è il termine che per  i cultori dello zen rappresenta una illuminata e improvvisa comprensione del mondo e dei suoi meccanismi, incombe   Shibumi che è un altro concetto tipico della cultura nipponica abitualmente associato alle donne. Indica una grandissima raffinatezza mascherata da un’apparente semplicità. Dote generalmente abbinata a donne giapponesi, senza pensarci con lucidità lo citai in una storia del Professionista (Marea  Rossa) associandolo a un personaggio molto amato nella serie. È il genere di qualità che uno userebbe per descrivere Michelle Yeoh o Joko Shimada se qualcuno ricorda chi è. In questo romanzo non è possibile disgiungerla da   Solange, l’amante-cortigiana-insegnante del giovane Nikolaj, strumento e nemesi della sua avventura. L’intreccio lo coglie in un momento precedente a quello fotografato da Trevanian ma al contempo si riallaccia con alcuni fatti raccontati in Il ritorno delle gru. Come su un immaginario gopang le pietre nere e quelle bianche occupano territori, avanzano si ritirano creando un intreccio perfetto, una spy story degli anni 50 che si sposta a Beijing e poi in Indocina in un a Saigon francese percorsa da fremiti rivoluzionari tra legionari, cortigiane, nani, ballerine, tiranni, case di specchi, assassini dall’identità ignota. Non voglio raccontarvi di più, superate la porta del drago e scoprite voi stessi Winslow che riesce a essere se stesso cambiando stile e ambientazioni. In realtà il suo è più di un omaggio a Trevanian, c’è tutto un mondo di romanzi orientali da Ninja di Lustbader, a Dai Sho di Olden sino al Clan dei Corsi di Heffernan. Letture che rammento come fossero oggi. Come il primo atterraggio tra i grattacieli di Hong Kong (quando ancora esisteva Kai tak) come un’alba sul Fiume dei Profumi in Vietnam e un tramonto da Luang Prabang. Uno di quei libri che ti lasciano con una stretta al cuore perché ti ricorda tempi e ispirazioni passati ma non dimenticati.  Brandelli di vita, radici d’ispirazione. Grazie Don, libri così non capitano tutti i giorni. Neanche tutti gli anni. Valgono un tesoro.

:: Intervista con Remo Bassini

8 marzo 2011 by

corsari_bassini_bastardo-posto1Grazie Remo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1956 a Cortona in provincia di Arezzo, ti sei laureato in Lettere all’università di Torino con una tesi in Storia del Risorgimento, scrittore, giornalista, direttore di "La Sesia", storico bisettimanale di Vercelli e provincia, vivi e lavori a Vercelli ormai da anni.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Remo Bassini?

Quando lavoravo e studiavo (lavoravo in fabbrica e per studiare facevo quasi 200 chilometri ogni giorno, Vercelli-Torino, andata e ritorno) ho imparato, col supporto di nicotina e caffeina, a dormire quattro ore a notte, anche a scommettere con me stesso, per esempio mi dissi: Se ti segano a un solo esame lasci perdere l'università. Non me ne andò male nessuno, addirittura mi sono laureato con 110. Lavoravo, studiavo quando potevo, avevo una bimba piccola di nome Sonia (sono sposato due volte, ora ho un figlio piccolo, Federico Libero) soffrivo di crisi convulsive (ora non più). E quando ero giù dio morale, romanticamente, pensavo all'Alfieri, fortissimamente volli. Poi, grazie alla mia determinazione, sono diventato giornalista, direttore della testata storica di Vercelli, infine scrittore. Ed ero fiero di tutto ciò, un po' (un po'…) lo sono ancora.. Ma nel 2005, era il 18 agosto, è morto mio fratello, Moreno, aveva trent'anni. Quando morì capii di essere stato stupido stupido stupido: avevo impiegato tutto il mio tempo per correre dietro alle mie ambizioni, mentre a lui, a Moreno, che era un ragazzo difficile, avevo elemosinato, anche con insofferenza, briciole del mio tempo. Quando morì Moreno, insomma, mi posi la stessa domanda che mi hai posto tu: Chi sei?, mi domandai, senza trovare risposta. Dal 18 agosto del 2005, comunque, ho imparato che tutto conta e niente conta. Conta vivere, con dignità, conta godersi una giornata al mare, una serata, una passeggiata da soli quando si deve riflettere. Non serve affannarsi a rincorrere.
 
Sei stato operaio, sindacalista, disoccupato, portiere di notte in un albergo, volontario in un carcere. Poi è arrivato il giornalismo. Una salvezza, un nuovo stadio di consapevolezza? Cosa ti ha dato il giornalismo? Quale è la più grande lezione da dare ad un aspirante giornalista?
 
Il giornalismo è un gran bel mestiere se lo si fa con coscienza e con coraggio. Servono entrambi, perché la coscienza serve per evitare di fare del male alle persone e il coraggio serve per sfidare i poteri forti e, se occorre, anche chi ti dà il lavoro e gli ordini.
 
Parlaci di una tua grande passione, che forse non tutti conoscono, il teatro. E’ vero che hai anche fatto l’attore?
 
Sì, e stavo per cercare di farlo come mestiere. Un giorno ho la possibilità di fare un provino, se lo passavo diventavo un attore vero. Lo stesso giorno il caporedattore del giornale che ora dirigo mi offrì un posto da correttore di bozze. Scelsi il giornale, pensandoci tutta una notte. Ma aver recitato mi è servito anche per elaborare un metodo mio di scrittura: nei miei romanzi, per esempio, la punteggiatura varia: quando voglio dare ritmo elimino le virgole, allungo i periodi.
 

Poi sei diventato romanziere, o meglio hai iniziato a pubblicare romanzi. Scrittore già lo eri ai tempi della fabbrica. Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Pratolini e Fenoglio, tra gli italiani, Remarque e Steinbeck tra gli stranieri. Poi ne sono venuti altri, come Berto, come Fitzgerald Scott, Izzo, Manchette. L'ultimo autore che mi ha conquistato è Richard Yates, da leggere e rileggere, ma il mio grande punto di riferimento, soprattutto da quando ho scritto (e mentre scrivevo) Bastardo posto è diventato Sciascia.
 
Hai esordito nel 2002 con Il quaderno delle voci rubate edito da La Sesia, in cui c’è molto di te: ricordi o meglio suggestioni della campagna toscana, le lotte sindacali, la vita in una redazione di un giornale di provincia. Tutto nasce dalle storie che hai raccolto facendo il portiere di notte, dalle persone che hai incontrato, insonni, prostitute, carabinieri. Di notte il tempo è sospeso, c’è più comunione, umana solidarietà?
 
La notte è il regno dei ladri  e uno scrittore, di notte, può rubare storie: perché la gente – non dappertutto, ma per esempio in un albergo – si racconta di più, si confessa, quasi.
 
La provincia è uno scenario ricorrente nei tuoi libri. Se ti accostassero a Piero Chiara cantore della vita di provincia che effetto ti farebbe?
 
Mi piace Piero Chiara ma penso di essere molto diverso da lui: io sono uno scrittore o di ricordi (Il quaderno delle voci rubate e Vicolo del precipizio, il prossimo libro che dovrebbe uscire per Perdisa) oppure di temi che puntano il sociale e il politico. Certo, il mio punto di partenza sono la provincia e i piccoli centri, dove si sa tutto di tutti e dove è difficile nascondersi. Questa, credo, sia l'unica analogia con Chiara.
 
C‘è un profondo realismo nelle tue storie, un amore del vero, forse bagaglio indistricabile della tua vocazione di giornalista, anche quando crei storie, quando abbozzi personaggi. Questa concretezza, determinatezza l’ hai acquistata con il tempo o ti appartiene da sempre?
 
Penso che tutto è cominciato quando ho capito cosa vuol dire scrivere un libro. Scrivere un libro non significa solo raccontare una storia con un determinato stile. Scrivere un libro significa anche saper vedere colori o fare sentire odori a chi ti legge. Servono, insomma, “occhi da scrittore” che sappiano descrivere soprattutto il contesto, la scenografia insomma.
 
Nel 2006 pubblichi due romanzi Dicono di Clelia per Mursia e Lo scommettitore, per Fernandel. Ce ne vuoi parlare?
 
Dicono di Clelia penso sia un libro da riscrivere, insomma non è il mio miglior biglietto da visita. Ma contiene un messaggio della cui bontà credo ancora: e che cioè noi, uomini e donne, anche se ci inghirlandiamo, anche se assumiamo espressioni statuarie, siamo dei birilli: basta che succeda qualcosa di importante a una persona a noi cara e siamo travolti e magari travolgiamo altri, provocando così un effetto a cascata.
Lo scommettitore invece è un romanzo politico o, meglio, contro la politica e i politici di professione, la casta insomma.

 
Nel 2010 hai pubblicato Bastardo posto, per Perdisa Pop.  Un libro difficile, scomodo per certi versi ostile in cui affronti il tema del male in modo spiacevole, cattivo, corrosivo. Un noir delle vittime. Si parla di sofferenza, di dolore, di fragilità. Crea disagio. Penso al Male oscuro di Berto. Ti è costato scriverlo in termini di energie emotive, ansie, frustrazioni?
 
La prima versione di Bastardo posto ha, soprattutto nel contenuto, analogie con il flusso di coscienza del Male oscuro di Berto. Il mio protagonista è pure lui fragile, si interroga, è una sorta di autoanalisi. Ma dal momento che si tratta di un giallo che tratta tematiche sociali ho, poi, rivisto quel flusso di coscienza iniziale, lasciandolo qua e là. Mi è costato scriverlo, sì: perché è un libro “contro”, contro la mancanza di coraggio della gente per bene e quindi è un libro, se vogliamo, anche contro me stesso: perché il coraggio che serve per stare dalla parte degli “ultimi” non è mai abbastanza. Su Bastardo posto voglio aggiungere una cosa: penso sia il mio miglior libro, migliore di quelli che ho scritto prima, migliore delle cose che ho scritto poi. A volte penso che non riuscirò mai a scrivere un libro migliore: e non è un bel pensiero, credimi.
 
Remo Bassini e la libertà. Per conquistarla e trattenerla  cosa saresti disposto a sacrificare?

Tutto, ma non i miei figli.
 
Remo Bassini e l’editoria. Spesso denunci meccanismi perversi che la impastoiano, libri rifiutati, autori ignorati o sottovalutati, gente che fa di tutto per fare soldi, clientelismi. Niente si salva o c’è ancora speranza per le anime belle, per gli innocenti, per i puri?

Io dell'editoria conosco quel po' che ho incontrato e ho incontrato tanto aspetti poco piacevoli quanto invece positivi. E credo che i peggiori testimoni di questo mondo siano proprio gli scrittori: guardano al proprio ombelico, stop. Se un editore li pubblica e li valorizza è un grande editore, se un editore non se li caca nemmeno di striscio è un maledetto. Quello che manca, insomma, è la mancanza di chiarezza. Chi scrive, in ogni caso, deve sapere che è solo o quasi: e che deve insistere, credere in se stesso, studiare e poi ancora insistere.
 
Remo Bassini e Pessoa. Anche lui giornalista anche lui scrittore. In cosa vi somigliate letterariamente e  in cosa siete dissimili?
 
Lui è un grande della letteratura, io, per dirla alla Pessoa, “non sono niente”. Ma, sempre per abusare dei suoi versi posso dire di pensarla come lui perché “a parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.
 

Uno scrittore sottovalutato e uno sopravalutato. Defunti così non creiamo gelosie e malumori.
 
Sai, io penso che di scrittori sottovalutati sia pieno il mondo, sono quelli che non hanno pubblicato, quelli di cui nessuno sa o saprà mai.
E più che di scrittori preferisco parlare di libri. Una volta un ragazzo di diciassette anni, madre prostituta, padre sconosciuto, dopo una lunga discussione con me sull'importanza o meno di essere istruiti, prima mi confidò che non aveva mai letto un libro, e poi mi domandò: Da cosa potrei iniziare? Mi vennero in mente don Milani (mi bocciai), Salgari (idem), la Tamaro (idem). Insomma, non seppi rispondergli. Oggi, lo dovessi incontrare di nuovo, gli direi, prova con Moccia. Io penso che i libri non appartengano più a chi li ha scritti, io penso che nessuno può dire che il tal libro è valido oppure no: perché un libro è un… incontro. E quindi: a me per esempio non piace Coelho, ma non dirò mai che Coelho scrive boiate pazzesche: sarebbe mancare di rispetto a chi lo legge e lo apprezza.

 
Vorrei farti arrabbiare, metterti in difficoltà. Cosa dovrei dire? Che temi dovrei affrontare?

Se ti dico che sono permaloso basta? Oddio, lo sono ma col tempo ho imparato a non prendermi troppo sul serio, quindi non so proprio.
 
Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Io sono un clown e faccio collezione di attimi (Heinrich Böll).

Grazie Remo della tua disponibilità e buone cose per tutto Giulia

Buone cose a te Giulia e complimenti (da giornalista) per le domande: “scavano”.

:: Recensione di Dormi per sempre di Sabine Thiesler

7 marzo 2011 by

Luglio. Magda e Johannes Tillmann, ricca coppia berlinese, privilegiata tra i privilegiati, hanno scelto la campagna toscana come terra d’elezione e il bellissimo ex podere di La Roccia, vicino a Montevarchi, come luogo di vacanza estivo. Un piccolo paradiso, una villa silenziosa e isolata vicino al bosco, fresca per i muri spessi, a forma di ferro di cavallo, con una grande terrazza lastricata piena di vasi di terracotta traboccanti di un tripudio di ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico, salvia.
Un matrimonio perfetto il loro, almeno all’apparenza. Per tutti, gli amici, i conoscenti, i parenti, sono una coppia affiatata, invidiata, due innamorati che dopo tanti anni di convivenza ancora si ritagliano spazi e tempi tutti per loro, in quel romantico eremo prediletto da tanti tedeschi per il clima, l’atmosfera, la vegetazione rigogliosa.
Tutto è così diverso da Berlino: il cibo è migliore, più genuino, c’è l’olio di frantoio degli ulivi che crescono lussureggianti e curati da mani amorevoli, il vino buono, c’è pace quiete e silenzio lontano dal frastuono della grande metropoli, dalla quotidianità del lavoro.
Già, ma osservando meglio, più attentamente il pittoresco quadretto ci sono delle crepe, delle ombre oscure e minacciose. Johannes Tillmann è un traditore, a Berlino ha un’ amante più giovane Carolina, come tanti uomini di mezz’età per vanità, per sentirsi ancora giovane, per sentirsi dire che i suoi muscoli sono ancora tonici e scattanti. O almeno aveva un’amante, perché ormai ha deciso di troncare la relazione, di tornare dalla moglie pentito e pieno di buoni propositi, forte del fatto che sua moglie lo ama e riconquistarla sarà facile, nel romantico scenario della campagna toscana.
Ma il tradimento ormai è stato consumato, non si può tornare in dietro. Johannes non sa che Magda non può perdonare, che non le basterà una seconda luna di miele per scordare l’umiliazione, il dolore, l’irriconoscenza per una vita passata a lavare i suoi panni, a cucinare per lui. Lei non è sua madre. Anche suo padre era un traditore e l’ aveva abbandonata insieme alla madre tanto tempo fa, per fuggire con l’amante.
Questo trauma, mai superato, scava nel suo inconscio e la spinge ad una decisone irreparabile. Loro sono una cosa sola, lui ha rovinato tutto, merita una penitenza esemplare, merita la morte. Con freddezza, determinazione,  progetta tutto nei minimi dettagli: si procura il sonnifero, si procura l’anestetico, lei infondo è una farmacista, sa come fare, sa come ucciderlo senza farlo soffrire. Già perché Johannes non deve provare dolore, ha molta cura nel mettergli il sonnifero nella colazione, nell’iniettargli il veleno che lo paralizzerà e fermerà il suo respiro, il suo cuore, spegnerà dolcemente la sua vita.
Poi da sola, con la forza della disperazione lo trascina nell’orto e lo seppellisce sotto un ulivo, con il suo corpo concimerà quella vegetazione rigogliosa. E’ il suo posto. Lui appartiene a La Roccia. E’ giusto così. Sarà suo per sempre. Nessuno potrà più portarglielo via.
Dopo sempre con la stessa impassibilità, con il più assoluto autocontrollo, si costruisce un alibi quasi perfetto, continua la sua vita come se  niente fosse successo. Compra per lui un biglietto ferroviario per Roma, facendo una scenata, marcando ancora di più il suo forte accento tedesco, per essere sicura che la bigliettaia si ricorderà di lei. Va nel piccolo mercato e gli compra alcuni pigiami con amorevole e sollecita cura. Organizza e invita degli amici per pranzo.
Poi una telefonata imprevista incrina un po’ il suo castello perfetto. Lukas, attore disoccupato e fratello di Johannes, da sempre innamorato di lei, da ancora prima che si sposasse, si autoinvita a La Roccia e lei non può fare che buon viso a cattivo gioco. Lo accoglie e recita la parte della moglie preoccupata che del marito non ha più notizie, da quando è partito per Roma per andare a trovare un amico. Quando l’assenza si fa inspiegabile, assieme Magda e Lukas si recano nella stazione dei carabinieri  e ne denunciano la scomparsa.
E’ l’inizio di una ricerca che solo Magda sa quanto è inutile. Magda ormai ha perso il contatto con la realtà e più confonde Johannes con Lukas e più sprofonda nell’abisso di un segreto che porterà con se altre morti.
Riuscirà Magda a farla franca, a non pagare per il suo crimine? Riuscirà a beffarsi di tutti in questo raffinato thriller psicologico giocato sul contrasto tra verità e menzogna, tra vendetta e follia? Sabine Thiesler porta alle estreme conseguenze il nero dramma di una moglie tradita che non perdona e che nello stesso tempo continua ad amare e la tensione che crea non si stempera neanche nel finale, in cui l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo. L’assassina sin dalle prime pagine si rivela come tale, ma la psiche umana è un labirinto davvero complesso, come avevamo già avuto modo di scoprire con La psichiatra di Wulf Dorn, altro psicothriller tedesco sempre edito da Corbaccio, e nel susseguirsi dei capitoli il ribaltamento imprevisto che subiranno i fatti lascerà davvero il lettore spiazzato e disorientato. Un sottile umorismo, mai troppo macabro, ci accompagna per tutta la narrazione e rende meno pesanti e noiose anche le parti più lente e descrittive, a mio avviso le meno riuscite.

Dormi per sempre di Sabine Thiesler, Corbaccio, Collana Narratori Corbaccio, Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, Titolo originale dell’opera Die Totengraberin, 2011, 437 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 18,60.