:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2012 by

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Diario di Anna Frank

26 gennaio 2012 by

La mia migliore amica dei miei 11 anni si chiamava Anna Frank. Leggendo il suo diario scritto alla sua amica immaginaria Kitty provai la sensazione che si rivolgesse espressamente a me o meglio che il tempo non esistesse e un senso di continuità e comunione ci unisse. Per me è stata davvero un’ amica nel senso più vero del termine. Ho imparato molto da lei e cose del tutto inattese dato e considerato il triste esito della sua breve vita. Ho imparato l’allegria, l’ironia, e l’amore per la scrittura. Ormai sono passati molti anni e la copia del suo diario è un po’ sgualcita e da anni non ne sfoglio le pagine ma il ricordo di questa strana amicizia è ancora forte. Gli anni delle medie sono anni difficili, si passa dall’infanzia all’adolescenza e degli adulti non si ha grande stima nè fiducia, un coetaneo a volte può fare miracoli e per me Anna è stata una guida. Anni dopo studiando la storia mi sono trovata a studiare anche il periodo storico in cui visse e ad analizzare gli errori e gli orrori delle idologie, nel senso di idolatrie.  Grazie ad Anna non ho mai pensato che un popolo come quello tedesco avesse in sè il germe della follia, tutti gli esseri umani sono vittime degli stessi mali e se mi chiedessero se provo odio per i grandi dittatori della storia direi in tutta sincerità di no. L’odio non mi appartiene, nè la vendetta, ho poca memoria per certe cose ma ricordo le cose belle, questo sì, ricordo quello che basta ad essere felici in questo mondo dove la felicità è un lusso tropppo raro. Se avete figli adolescenti, consigliategli di leggere il Diario di Anna Frank credo sarà per loro un grande sostegno anche nella loro vita di adulti.

:: Recensione di Hollywood Detective di Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2012 by

“È una città infestata, l’ho sempre saputo. Ci sono le orme di gente morta davanti al Grauman’s Chinese Theatre, strade che portano i nomi di registi scomparsi, stelle del cinema morte nelle case segnalate sulle mappe delle abitazioni dei divi. I miei mi hanno portato in vacanza ad Alamo una volta. Quando sono arrivata ho avuto la stessa sensazione che avverto quando cammino per Sunset Boulevard, solo che lì c’è Davy Crockett e qui Steve McQueen”.

Benvenuti a Los Angeles la città dei sogni, non riesco a non pensare alla voce del doppiatore di Danny De Vito che decanta le virtù della città californiana all’inizio di L.A. Confidential sullo sfondo di cartelloni pubblicitari anni ’50, piantagioni di arance e donnine sorridenti in sgargianti costumi da bagno. Con la stessa ironia e vivacità Loren D. Estleman, autore di Hollywood detective (Gargoylextra) ci porta nella Mecca del cinema  e con scanzonata leggerezza ci parla di case di riposo per vecchie glorie, di segretarie eccentriche che hanno messo i binari della ferrovia che ha portato a Los Angeles la prima gente del cinema, di minuscole birrerie un po’ kitch per turisti cinefili con le pareti ricoperte di poster di W.C. Fields intento a giocare a poker, Douglas Fairbanks in calzamaglia e Marilyn che volteggia troppo vicina alla fiamma e i piatti del giorno dai nomi pittoreschi come Buster Keaton, o Scarface, di vecchi professori di storia del cinema in impermeabile e pipa d’ordinanza esperti conoscitori di tutta la mitologia e i retroscena, anche i più scabrosi, della vecchia Hollywood, di giovani archivisti adoratori di cimeli d’antan e sentimentalmente legati a decrepiti cinema in disarmo del tempo del muto, e per finire di fantasmi, ebbene sì la buonanima di niente meno che Eric von Stroheim, più noto per il ruolo di  maggiordomo, a dir il vero un po’ lugubre, di Gloria Swanson nel celeberrimo e amaro Viale del tramonto che come regista di film controversi come Rapacità, film che ha un ruolo di tutto rispetto nella nostra storia, infesta i sonni e le veglie del nostro intraprendente protagonista. Chilometri e chilometri di celluloide scorrono sullo sfondo e i nomi dei divi, idoli pagani di un culto inarrestabile, e gli aneddoti più bizzarri e strani si rincorrono per le pagine di questo omaggio divertito e commosso al Cinema, con la c maiuscola non è un errore. Per i cinefili un’orgia di rimandi, di citazioni, di pettegolezzi nobilitati dalla patina dorata che rende Hollywood la più marmorea e scintillante istituzione americana. Romanzo estremamente piacevole e divertente scandito dai tempi comici di dialoghi brillanti e ricercati questo Hollywood detective  non è un noir nè un hard boiled, ma un piccolo gioiellino che farà la felicità di cinefili e di appassionati di misteriosi omicidi sepolti nel passato, risolti da improvvisati detective tipicamente old american style. Tutto ha inizio quando Valentino, il nostro prode Hollywood detective, chiamato ironicamente lo Sceicco per la sua velata rassomiglianza con il mitico Rodolfo, si reca con una procace agente immobiliare a visitare l’Oracle, vecchia e fatiscente sala cinematografica sul punto di essere demolita, nel cui atrio campeggia un bassorilievo in bronzo di Max Fink una rovina lasciata dall’antica civiltà ormai perduta di Hollywood  e compie la follia di comprarla per farne la sua abitazione. Se non fosse che per prima cosa scova le pizze in versione intergrale di un capolavoro scomparso Rapacità di Eric von Stroheim e nel sottoscala dietro un tramezzo di gesso uno scheletro. Subito si pone un dilemma: salvare quel film dimenticato diventa una priorità e per farlo deve difenderlo dalla polizia che lo vuole requisire come prova. L’unica cosa da fare è svelare il mistero con l’aiuto di un vecchio professore bisbetico, una studentessa di legge dal nome improbabile di una bibita e una bellissima anatomopatolaga di cui si è perdutamente innamorato. Lascio a voi il divertimento e ricordatevi a Hollywood una vita normale è impossibile. Tutto è un effetto speciale.

Loren D. Estleman è uno scrittore americano di western e crime. È noto per una serie di romanzi polizieschi con l’investigatore Amos Walker.

Source: inviato dall’ufficio stampa.

:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio

24 gennaio 2012 by

Ciao Mauro. Parlaci un po’ di te. Chi è Mauro Saracino, al di là della scrittura?

Mi cogli un po’ impreparato, visto che per me è difficile scindere scrittura e lettura dal mio essere… In realtà sono una persona tranquilla, con una passione particolare per la musica pesante, che ho coltivato per molti anni militando in svariati gruppi fino all’uscita del disco con i Midnight Forces. In ogni caso la musica accompagna ancora gran parte delle mie “sessioni letterarie”. Ah, dimenticavo i film horror: non potrei vivere senza. A volte se sono di serie B è anche meglio.

 Ora parlaci del tuo rapporto con la narrativa.

È qualcosa senza cui non potrei vivere. Leggo molto, spesso in lingua originale. Solo quest’anno ho letto più di quaranta romanzi, senza contare quelli abbandonati, dall’horror al noir, con qualche incursione nel fantasy, genere che sto riscoprendo da poco. Allo stesso tempo scrivo molto, in media mille parole al giorno, con pochissime eccezioni.

Bene, adesso veniamo al tuo thriller “Il gioco della mantide”. Ti dirò subito che, come ho scritto su anobii, ci sono due caratteristiche del tuo romanzo che potrebbero sembrare negative, ma non lo sono. Partiamo dalla prima: è un thriller anomalo. Dicci se pensi che sia così e perché.

Sicuramente è anomalo se prendiamo quelli che sono i cliché del genere, in cui c’è bisogno di un detective, un caso da risolvere, una vittima e una serie di intrecci. In questo caso abbiamo “solo” un protagonista alle prese con una situazione particolare. Per sua sfortuna la vicenda si rivela un thriller, nel vero senso della parola e non del genere. E, suo malgrado, si ritrova a essere vittima e investigatore al tempo stesso.

Per quanto riguarda la storia, è davvero forte. A un certo punto diventa persino poco verosimile, per poi riacquistare senso e credibilità alla fine, con i colpi di scena finali. Ci dici com’è nata una trama del genere?

È nata da una riflessione sulla gelosia cronica, ispirata da un tizio che conoscevo. Costui era talmente ossessionato dal tradimento che parlava di mettere microspie nel cellulare della fidanzata. Alla fine è stato mollato, ma non prima di avermi regalato l’idea di base per Il Gioco Della Mantide, sulla quale ho poi lavorato per arrivare ai colpi di scena cui facevi cenno. Ho scelto di trasformare il protagonista in un uomo perché mi sembrava davvero troppo inverosimile per una donna affrontare quel tipo di sfida. E non un uomo qualunque, ma qualcuno che avesse vissuto una vita abbastanza al limite da non lasciarsi travolgere dal corso degli eventi.

Bene. Seconda caratteristica: è un thriller lento. Ma non lento nel senso di noioso, tutt’altro. Lento nel senso di rallentato: ti piace approfondire i pensieri, le espressioni, le emozioni dei personaggi. Senza perdere, ovviamente, il senso della suspance. Il risultato, se posso permettermi, è una prosa che spesso ho riscontrato in altri romanzi, per esempio “It” di Stephen King. Ossia una narrazione così puntuale che ti fa vivere, vedere e sentire i personaggi come fossero davanti a te. Dicci qualcosa in merito al tuo stile.

L’obiettivo è proprio quello. Non sono di certo io a dover dire che un romanzo non possa essere una mera descrizione di eventi. Perché il lettore possa simpatizzare con un personaggio, c’è la necessità che il personaggio in questione sia sviscerato il più possibile fino al punto da risultare vivo, anche a costo di rallentare il ritmo narrativo. Nel mio caso, sviscerato anche fisicamente.

Nel tuo libro spiccano, ovviamente, due personaggi. Partiamo dal protagonista, Daniele Sennis. Un tossicodipendente che, per uscire dalla strada, accetta di “vendersi” a una donna ricca e potente, una grassona nobile che gli permette di vivere agiatamente. Parlaci di lui.

Sennis è un protagonista atipico, almeno per i miei criteri. Di base è un perdente, un ex eroinomane che si ritrova a vendere la sua vita per una condizione di apparente benessere, rinnegando i suoi trascorsi. Ma, come spesso accade, ciò che rinneghiamo ci perseguita ed è ciò che avviene a Sennis. La sua crescita nel corso del romanzo è innegabile, anche se in qualche modo perversa e guidata dalla sua nemesi e futura moglie.

E ora veniamo alla donna, l’artefice di tutto il machiavellico intrigo che si dipana nel romanzo, Elisabetta Rumeo. Parlaci di lei.

Conosciamo Elisabetta solo attraverso le sue azioni, visto che le vicende del romanzo le vediamo solo attraverso gli occhi di Sennis. Di conseguenza, ciò che sappiamo all’inizio è che il protagonista non ha una buona opinione della sua compagna ma che probabilmente la sottovaluta. Quello che sappiamo alla fine è che l’ha sottovalutata molto.

Lo sai che leggere un romanzo in cui il protagonista è spiato, con cuffie e telecamere, ogni secondo della giornata, mi ha fatto venire un senso di claustrofobia e soffocamento? Da dove nasce questa trovata narrativa?

È qualcosa che terrorizza me per primo e sono contento di essere riuscito a trasmettere quest’angoscia. Viviamo in una società che ci spinge sempre di più a essere monitorati, in cui addirittura ci piace esserlo. Dove siamo, quello che facciamo, le persone che frequentiamo: tutto è registrato e il bello è che siamo noi volerlo. La cosa mi inquieta moltissimo. E credo anche Daniele Sennis sia d’accordo con me.

Va bene. Da’ ai nostri lettori un assaggio del libro “Il gioco della mantide”: riporta un brano qualsiasi, che possa suscitare l’interesse del pubblico.

«Sai una cosa?», domandò.
«Cosa?»
«Non avrei mai pensato che saremmo potuti arrivare a questo. Sapevo che la nostra era un’unione strana e tutto il resto. Ma mai avrei pensato che fosse così malata».
Rise.
«Cioè… stiamo per sposarci».
«Lo so», ammise lei, «per me è lo stesso».
Sennis attese qualche secondo prima di lasciarsi andare a una
risata amara. «Ancora provi a prendermi in giro?»
Lei si unì a lui, nella sua risata gioiosa, quasi fanciullesca. «Hai ragione», disse, «sapevo che sarebbe andata in questo modo  ancora prima di incontrarti. Ma se la cosa ti consola, per un  periodo di tempo ho pensato che si potesse evitare».
«Ne parli come se fosse qualcosa di estraneo da te».
«Be’, in parte lo è. Comunque non è questo il momento di
parlarne, non trovi?»
«Sono d’accordo con te. Adesso possiamo tornare al nostro  stupido gioco… che non è un gioco, vero?»
«Verissimo».

Infine dicci qualcosa sulla tua casa editrice, Nulla Die.

È una giovane casa editrice che sta lavorando sodo per diventare una realtà nel panorama italiano.

Tuoi progetti per il futuro?

A metà febbraio uscirà Ali Di Tenebra per la Plesio Editore, un urban fantasy con delle tinte horror.

Grazie. È stato un piacere intervistarti. Alla prossima.

Grazie a te, a presto!

:: Recensione di Se fossi Dio di Meg Rosoff

23 gennaio 2012 by

Tra le uscite per ragazzi nella collana Teens di Fanucci di questo inizio 2012 è presente un libro intitolato Se fossi Dio titolo originale There is no Dog. What If God Were A Teenage Boy? di un’autrice Meg Rosoff, amata dalla critica, pluripremiata, una piccola star della letteratura young adult. Non c’è violenza, non c’è un linguaggio volgare, né la minima traccia di tentativi di corruzione di minorenne non ostante questo il protagonista del libro, un Dio adolescente piuttosto incompetente e pasticcione, ha fatto sì che accuse di blasfemia fioccassero a turbare la placida esistenza dell’autrice. Leggo sul Telegraph infatti che una scuola cristiana ha cancellato un’apparizione della Rosoff accusando proprio il suo libro di contenuti blasfemi. Ora mi chiedo davvero l’intransigenza e la repressione è uno strumento atto a far sì che stuoli di ragazzini non si fiondino in libreria a comprare il succitato libello? Non sarebbe stato meglio accogliere la Rosoff e discutere con lei di Dio? In realtà temo che il tema del libro che più li ha turbati, a parte la supposta offesa dell’Altissimo, sia il modo scanzonato e anticonformista con cui l’autrice parla di sesso. E come si sa si ha soglie di assuefazione altissime quando si parla di violenza, crudeltà, brutalità e bassissime quando si parla d’amore con tutte le dovute cautele che l’autrice usa rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti. Mi rendo conto che queste riflessioni sono più indicate ai genitori dei fruitori privilegiati di questo libro ed è anche evidente che il libro stesso può essere considerato per adulti, non a causa di presunti contenuti scabrosi, ma semplicemente perché la Rosoff ci parla dei nostri figli, di come si approcciano all’altro sesso, di come vivono il potere genitoriale e l’autorità, di cosa realmente li appassiona. C’è una riflessione profonda alla base di questo testo e ciò spiega i motivi per cui i quotidiani e i blog inglesi l’abbiano recensito con così tanto entusiasmo. Se Dio è capace di innamorarsi allora non è un Dio lontano e irraggiungibile. Se Dio vive gli imbarazzi e le insicurezze di un adolescente non fa più tenerezza e simpatia? Con umorismo e leggerezza la Rosoff parla di temi importanti, si diverte, diverte i suoi lettori e insegna la lezione più importante, che l’amore dopo tutto è la sola cosa che conta. Vi sembra poco?

Blog dell’ autrice http://www.megrosoff.co.uk/blog/

:: Recensione di Cul-de-sac di Alberto Custerlina

20 gennaio 2012 by

Innanzitutto vorrei iniziare questa recensione, anche se il termine un po’ mi sta stretto e preferirei sostituirlo con riflessione letteraria, con una doverosa premessa: non è il primo libro di Custerlina che leggo. Per cui ho già un’ idea precisa di Custerlina scrittore, tuttavia per apprezzare questo libro è necessario compiere un piccolo sforzo e considerarlo un’ opera unica e a sè stante. Solo così è possibile notare il terreno sconosciuto in cui si muove e lo sforzo sperimentale che lo sorregge. Custerlina è uno scrittore istintivo, lo si può amare visceralmente o odiare per le stesse ragioni per cui lo si ama. Non permette vie di mezzo, non permette compromessi. Il registro linguistico che utilizza, lo stile solo apparentemente dimesso ma in realtà profondamente letterario, nutrito di autori classici che vanno da Musil, a Joyce, a Buzzati, a classici del noir e dell’ hard boiled  come Manchette, Hammet, o Leonard, l’anima profondamente pulp che lo avvicina inesorabilmente al fumetto, al teatro d’avanguardia, al cinema,  e proprio quest’ ultima arte penso ne costituisca la cifra distintiva su cui mi soffermerò, tutto insomma fa di lui un autore profondamente radicato nel suo territorio e nello stesso tempo alieno nel panorama letterario italiano. In Cul-de-sac  poi azzarda un esperimento narrativo che portato avanti da mani meno capaci avrebbe raggiunto le connotazioni dell’azzardo, sorreggere tre storie separate che si intrecciano solo nel finale risoluzione di un climax narrativo costruito con perizia passo dopo passo. Il collante che rende le tre storie parallele convincenti è la scrittura densa, compatta, non scevra da una certa durezza che ben si addice al genere che Custerlina corteggia senza accettarne del tutto le regole e gli stereotipi. Tornando al cinema, la scrittura di Custerlina è fatta di immagini, di flash, di lampi visivi, se non visionari, che me lo rendono particolarmente vicino al mio modo di concepire la letteratura, anche io nel mio piccolo quando scrivo vivo di immagini e riuscire a trasmettere un’ immagine nella mente del lettore è qualcosa di assolutamente sorprendente. Custerlina ci riesce con pochi tratti, con poche misurate sfumature, fatte di colori, dettagli insoliti, sensazioni. Per completezza penso di dover dire due parole sulla trama e sull’ambientazione per cui inizio con il presentarvi Zeno Weber, ex militare, ex poliziotto, ex contractor, ex guardiano d’obitori, fisicamente un po’ fuori forma, sanguigno ed estremamente concreto, un po’ sfigato, che vive con il busto del duce in corridoio tanto per caratterizzarvi il personaggio. Un giorno sfortuna vuole che, perso il lavoro come vigilante in un supermercato, si trovi a chiedere aiuto ad un suo vecchio amico che gli procura un lavoretto senza impegno: pedinare tre esimi professionisti di Trieste intenti a mettere le corna alle mogli oltre confine. Direte voi una passeggiata, se non fosse che uno dei tre ha la malaugurata idea di farsi massacrare assieme alla sua famiglia nel salotto di casa. Zeno sospetta di essersi cacciato in un brutto guaio, una strada senza uscita, un cul-de-sac come precisa Roman Polanski nella citazione all’inizio del libro, e non ha tutti i torti, pian piano si dipana una matassa dai risvolti inaspettati con diramazioni internazionali che portano Trieste al centro di un commercio altamente pericoloso di uranio che dal Congo viaggia dritto dritto verso l’Iran. A tessere le fila un mafioso russo ormai condannato a morte da una malattia che non lascia scampo e i suoi scagnozzi, tutti tesi a recuperare una borsa piena di un milione di euro. Mafia russa, criminalità albanese, antiterrorismo, cacciatrici di taglie, chi più ne ha ne metta. Riuscirà Zeno Weber a salvare la pelle? Vi tocca leggerlo per scoprirlo. Ah dimenticavo Trieste, bellissima e maledetta, crocevia di criminalità, sferzata dalla Bora con i suoi palazzi asburgici, le villette liberty i caffè dagli ori antichi  e i quartieri periferici di grandi edifici “con l’intonaco tenuto assieme dai graffiti” e di capannoni industriali circondati da recinzioni di metallo zincato. Godibile la scena dello scagnozzo del mafioso russo nel mercatino di bancarelle di Brixton terrorizzato dai riti voodoo.

:: Giorno della memoria Baliani legge Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani

19 gennaio 2012 by

Emons:audiolibri

Marco Baliani legge

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI

di Giorgio Bassani

1 CD MP3, versione integrale, euro 16,90

In uscita il 27 gennaio, Giorno della Memoria 

Il ricordo di una giovinezza incantata a un passo dalla tragedia.

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Tuttavia, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini è ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Era poco più che una bambina, nel 1929, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici”. Per il Giorno della Memoria, uno dei classici più belli della letteratura del ‘900 rinasce in audiolibro nella sapienza della lettura di Marco Baliani: è Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.  

Il romanzo narra in prima persona le vicende di un gruppo di giovani che, alla vigilia delle persecuzioni razziali contro gli ebrei, si incontra nel favoloso giardino della villa dei Finzi-Contini a Ferrara. Ignari di quello che il futuro avrebbe loro riservato, fra partite di tennis e discussioni politiche, essi assistono alla nascita di amori delicati ed infelici, sullo sfondo degli orrori della Storia. Dal romanzo è stato tratto il film omonimo, diretto da Vittorio De Sica.

Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione, è autore, attore e regista. Tra i suoi lavori ricordiamo Kohlhaas, Pinocchio nero, spettacolo realizzato a Nairobi con venti ragazzi di strada, e Piazza d’Italia, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi. Per Emons:Feltrinelli, ha letto In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński.

Giorgio Bassani (Bologna 1916 – Roma 2000) fu scrittore, critico, redattore e collaboratore di importanti riviste letterarie, oltre che vicepresidente della Rai. Nella sua veste di direttore editoriale, fu lui a scoprire Il Gattopardo di Tomasi Lanza di Lampedusa. www.emonsaudiolibri.it

Dopo la pubblicazione di Cinque storie ferraresi e de Gli occhiali d’oro,  Bassani raggiunse un grande successo di pubblico nel 1962 con quello che sarà il suo capolavoro, Il giardino dei Finzi-Contini.  Nel 1974 uscì Romanzo di Ferrara che ne raccoglie l’opera narrativa.

:: Recensione di Il segno dell’untore di Franco Forte

18 gennaio 2012 by

12 agosto 1576. Milano è sempre più simile ad un girone dantesco, un girone infernale in cui morte e disperazione straziano una popolazione ormai stremata. L’aria è irrespirabile per i miasmi del contagio e le ceneri dei corpi bruciati dei roghi sparsi in ogni dove. Pianti e grida si alzano dalle case con le finestre e le porte sbarrate trasformate in prigioni per i pochi sopravvissuti sospettati di aver contratto il morbo mentre nelle strade  le carrette dei monatti cigolano con i loro carichi di orrore. La peste si abbatte come una maledizione strascico di guerre, scarsità di igiene e alimentazione, ma l’ignoranza e la superstizione portano a credere che ci siano dei colpevoli, dei propagatori intenzionali del morbo ed è caccia all’untore fomentata dalla stessa Santa Inquisizione che non risparmia torture e assassinii di innocenti in cerca di capri espiatori. In questo scenario a tinte fosche si muove il giovane protagonista Niccolò Taverna notaio criminale colpito nei suoi affetti più cari e chiamato dal Capitano di giustizia ad indagare sulla morte di padre Bernardino da Savona commissario della Santa inquisizione. Oltre a questo anche alcune “ruberie” sacrileghe impongono il suo intervento: la sparizione del Candelabro del Cellini, sottratto dal Duomo di Milano,  in costruzione per volere del Borromeo, e di una reliquia ancora più preziosa il Sacro Chiodo della Croce di Cristo.  Niccolò ha poco tempo per scoprire cosa sia successo e per assicurare il colpevole o i colpevoli alla giustizia. A rischio della vita, schiacciato tra lotte di potere e oscure trame che vedono la corona di Spagna, la Santa Inquisizione e fin anche il Borromeo in persona, lunga mano del Papa, tra coloro che hanno molto da perdere Niccolò ha solo la sua intelligenza e il suo acume investigativo che lo spingono ad andare a vanti e ad indagare dove solo lui ha il coraggio. Il segno dell’ untore di Franco Forte edito a Mondadori ( Mondadori Omnibus – pagine 358 – prezzo 15,00 euro) è un romanzo che si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione del romanzo storico italiano. La ricostruzione storica lascia ben poco spazio all’improvvisazione o all’approssimazione ma è frutto di anni e anni di studio e di accurata documentazione e questo si desume con chiarezza e non risulta pesante soprattutto grazie al fatto che l’autore evitando la trappola di subissarci di dati e nozioni distribuisce con naturalezza e spontaneità le spiegazioni incuriosendo e coinvolgendo il lettore. La lettura di questo libro lascia il raro piacere di aprire una finestra sulla Milano della seconda metà del 1500 e seppure fu un periodo funestato da malattie, guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere l’effetto è emozionante. Si ha la sensazione di comprendere davvero i personaggi del racconto, per i quali si prova immediata simpatia o aperta ostilità come nel caso dell’orrido e crudele Giacinto Quercia, segretario inquisitoriale del Consiglio con le vesti intrise di pece e dell’odore dei corpi degli eretici bruciati o del lugubre  Guaraldo Giussani,   imparando a conoscere i più minimi dettagli delle loro vite, da cosa mangiavano, da come si vestivano, da che armi usavano, da che letture facevano, ho sorriso quando il protagonista ricorda la lettura fatta con la moglie della Divina Commedia dell’Alighieri, vite così diverse dalle nostre eppure per alcuni versi non troppo dissimili almeno per quanto riguarda i sentimenti e le profonde motivazioni che li spingono ad agire. Lo stile di Forte è apparentemente semplice e lineare, e questa sua capacità rende il tutto scorrevole e veloce caratteristica decisamente singolare data la quantità di informazioni che man mano apprendiamo durante la lettura. Il segno dell’untore è senz’altro un thriller investigativo in cui l’originalità maggiore è costituita dagli strumenti investigativi in dotazione di un magistrato del 1500, pensiamo solo ai bastoncini con la punta cosparsa di cera per toccare i reperti di un delitto e sfuggire così al contagio e perciò limitati e a volte bizzarri che strapperanno molti sorrisi a noi uomini contemporanei nutriti delle più sofisticate tecniche da CSI. Pur tuttavia l’abilità e lo spirito analitico del protagonista, aiutato dagli insegnamenti del padre e dai suoi validi collaboratori Rinaldo Caccia e Tadino José Del Rio, uniti all’acume dell’ eroina della storia che non gli è da meno, non dimentichiamoci che è anche una  storia d’amore, sono una carta vincente e forse la parte più interessante della costruzione narrativa.

Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it

:: Liberidiscrivere Award seconda edizione

17 gennaio 2012 by

Le votazioni sono concluse un po’ di pazienza e sarà proclamato il vincitore. Grazie a tutti!

Giunto alla seconda edizione il Liberidiscrivere Award permette di  votare il migliore libro edito nel 2011, italiano o straniero, senza preclusione di generi.

In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto rigorosamente edito nel 2011 mi raccomando e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola e agli ebook che sono sempre esclusi da questo tipo di contest.

C”è tempo di votare fino alla mezzanotte di domenica 29 gennaio, lunedì ci saranno i conteggi definitivi e martedì 31 gennaio  la proclamazione del vincitore.

Dunque iniziate a votare! ( Vale un voto solo!)

Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. Lorenzo Mazzoni Momentum Edizioni VOTI 126

Re di bastoni, in piedi Francesca Battistella Scrittura & Scritture VOTI84

Lezioni di tenebra Enrico Pandiani Instar libri VOTI 11

22/11/63  Stephen King Sperling & Kupfer VOTI 3

La mano del morto  Antonio Chiconi Momentum edizioni VOTI 3

Belve Don Winslow Einaudi VOTI 3

Underworlds  Alan D.Altieri Tea VOTI 2

Notte di sangue a Coyote Crossing Victor Gischler Meridiano Zero VOTI 2

Proibito Tabitha Suzuma Mondadori VOTI 1

Le cose di cui sono capace, Alessandro Zannoni, Perdisa Pop VOTI 1

Tu sei il male  Roberto Costantini Marsilio VOTI 1

Per mano mia Maurizio De Giovanni Einaudi VOTI 1

I materiali del killer  Gianni Biondillo Guanda VOTI 1

Radio città perduta  Daniel Alarcòn Einaudi VOTI1

Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon Gargoyle Books VOTI1

:: Intervista a Franco Forte a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2012 by

Bentornato Franco su Liberi di scrivere. Oggi 17 gennaio esce il tuo nuovo romanzo, un thriller storico decisamente degno di attenzione intitolato Il segno dell’untore, la prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Ce ne vuoi parlare? Come è nato il soggetto? C’è qualche personaggio storico realmente esistito che ti ha ispirato?

Il segno dell’untore” è una sorta di compendio di tutto ciò che ho imparato scrivendo prima thriller (come “China Killer” e “La stretta del Pitone”) e poi romanzi storici (da “I Bastioni del coraggio” a “Carthago” e “Roma in fiamme”). Niccolò Taverna è l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia, e i notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano.
Fra i personaggi storici reali del libro ci sono figure di prima grandezza come l’arcivescovo Carlo Borromeo (che poi diventerà San Carlo), il Governatore del Ducato e molte altre figure di prima grandezza. Sono inventati i personaggi funzionali alla trama, anche se costruiti con la massima verosimiglianza, facendo riferimento ai lasciti storici. Per ciò che riguarda Niccolò… può darsi che sia esistito realmente. O forse no…

La ricostruzione storica è sicuramente la parte più impegnativa che richiede mesi, se non anni di preparazione, di studi di documenti, di confronti, di approfondimenti. Come ti sei documento? C’è qualche testo particolare o qualche documentario che ti ha aiutato a ricostruire la Milano della seconda metà del 1500?

Studio Milano, soprattutto del periodo medievale e del 1500, da quasi trent’anni, e quindi sarebbe impossibile citare tutte le fonti da cui ho attinto. Merita però un posto particolare, fra i testi che più mi hanno aiutato nelle ricerche, una enciclopedia Treccani del 1948 interamente dedicata a Milano, con un volume di più di 1000 pagine tutto improntato sul 1500. Una raccolta di copie di documenti originali dell’epoca di inestimabile valore, da cui ho recuperato una mole enorme di materiale per i miei romanzi.

Ricostruire la vita di un uomo del 1500 è sempre una sfida. In cosa Niccolò Taverna, il tuo protagonista, si differenzia dagli uomini d’oggi per credenze, superstizioni, mentalità?

Niccolò è un uomo perfettamente integrato nella sua epoca, con le sue paure, le sue superstizioni, le sue conoscenze limitate. Ma ha una mente scaltra, una capacità deduttiva che va oltre la media, e che gli consente di sfruttare il raziocinio per osservare il mondo oltre le cortine della superstizione e delle credenze popolari. E per un magistrato in un periodo come il 1500, questa capacità è l’equivalente di possedere un moderno laboratorio di analisi scientifiche… sempre a portata di mano.

La parte investigativa sicuramente costituisce la struttura portante del romanzo, grazie al tuo libro ci si immerge nelle tecniche investigative di un’ epoca estranea e sconcertante. Ma il fiuto, quel sesto senso che caratterizza i bravi investigatori sembra senza tempo. E’ stato difficile mantenere un livello di verosimiglianza e obbiettività così elevato?

Niccolò ha avuto un ottimo maestro: suo padre Amerigo, che gli ha lasciato un patrimonio di consigli e spiegazioni tecniche sul mestiere dell’investigazione criminale abbastanza ampio da aiutarlo e sostenerlo nei momenti di difficoltà. E poi non dimentichiamo che può contare anche sull’aiuto di due assistenti particolarmente capaci e le cui caratteristiche si integrano perfettamente con le sue peculiarità: Rinaldo e Tadino. Considerato tutto questo, non mi è stato troppo difficile lasciare campo libero a Niccolò, in modo che se la cavasse da solo nelle sue indagini. E devo dire che non mi ha deluso…

La peste del Manzoni del 1630 fu soprannominata calamitatis calamitatum per la sua particolare virulenza. Il tuo libro è ambientato qualche anno prima nel 1576, durante la peste di San Carlo, un periodo per alcuni versi ancora più oscuro e violento. Sempre caratterizzato dalla dominazione spagnola, dalla presenza dei monatti, dalla superstizione, dall’influenza della Santa Inquisizione. Perché hai scelto proprio questo periodo storico?

La peste di cui scrivo è stata, come numero di vittime, ancora più forte di quella citata dal Manzoni. E ha beneficiato della figura potente e illuminata di Carlo Borromeo, un uomo straordinario di cui si è scritto troppo poco, a mio avviso. Mi piaceva l’idea di raccontare anche questo scenario, e calare il mio Niccolò Taverna in una specie di girone infernale in cui doversi muovere con cautela per svolgere le sue indagini. Il tutto con la pressione dei superiori che non lo mollano un istante. Elementi ideali per dare ritmo a un thriller, non ti pare?

Il personaggio di San Carlo Borromeo come l’hai caratterizzato?

Anche in questo caso ho attinto alle fonti storiche, non ho inventato nulla. Le cose che faceva il Borromeo, eclatanti o meno (come annullare interi ordini ecclesiastici o aiutare gli appestati a rischio della propria vita), non sono mai state accentuate dal cardinale o dall’arcivescovado, perché il Borromeo preferiva i fatti ai proclami, e non ha mai esitato ad aiutare il popolo quando ne aveva bisogno. E’ grazie a lui, poi, se il Duomo di Milano riprese a ergersi verso il cielo, nonostante la crisi economica portata dalla peste. Quello che ho cercato di fare è ritrarre il personaggio senza enfasi, per renderlo proprio come i documenti (non ecclesiastici ma secolari) ce l’hanno tramandato.

Il segno dell’untore sarà il primo di una serie o un romanzo standalone? Ritroveremo ancora Niccolò Taverna?

Il romanzo finisce, ma ha un epilogo aggiuntivo che segna l’inizio di un nuovo, difficile caso per Niccolò Taverna. Ovvero il prossimo romanzo, che mi auguro possa diventare il secondo di una lunga serie, perché ho ancora tantissimo da dire sui notai criminali e sulle loro straordinarie tecniche investigative.

Un buon antagonista è spesso il segreto per un buon thriller. Come hai costruito il personaggio del temibile inquisitore Guaraldo Giussani, già presente ne I bastioni del coraggio ?

L’inquisizione spagnola, in quel periodo, comincia a perdere colpi, proprio grazie alla crescita di personaggi di prima grandezza come Carlo Borromeo e al desiderio del papato di accogliere nel Sant’Uffizio i tribunali ufficiali della Santa Inquisizione. Giussani è il personaggio che mi serviva per raccontare questo “scontro” tra poteri forti: l’inquisizione spagnola legata alla Corona di Spagna e l’arcivescovo di Milano, che agisce per conto del Papa. Un magnifico scontro, che mi ha dato la possibilità di dipingere un antagonista a tutto tondo, terribile ed estremamente coerente, come Guaraldo Giussani.

Parlaci dei personaggi femminili. La condizione femminile dell’epoca è trattata nel tuo romanzo?

I personaggi femminili sono sempre fondamentali, nei miei libri. E anche qui non lesino certo, in fatto di eroine capaci di assestare colpi notevoli ai maschietti che – come succede di solito – si prendono tutto il palcoscenico. In questo caso la giovane e suadente Isabella Landolfi è un peperino che dimostra di avere una grande intelligenza e uno spirito deduttivo che molto si avvicina a quello di Niccolò, e quindi riesce a fare breccia nel suo cuore prima di quanto lo stesso Niccolò ritenga sia possibile, dopo che ha perduto la moglie a causa della peste. Ma la relazione fra i due non sarà facile, te lo posso garantire. E già dal secondo romanzo della serie si capirà ciò che intendo…

Tutto si svolge il 12 agosto del 1576, con l’epilogo quindici giorni dopo. Non è una scelta un po’ azzardata?

La storia della doppia indagine di Niccolò Taverna parte e finisce lo stesso giorno, con un ritmo incalzante e senza soste. La città sta morendo, i superiori lo incalzano: Niccolò non può fermarsi, deve risolvere il caso di omicidio il prima possibile… e ce la fa. Poi, quindici giorni dopo, nel famoso epilogo… ecco che accade qualcos’altro che trascina nuovamente Niccolò sui percorsi tortuosi delle sue indagini criminali. Ma cosa succederà lo vedremo nel prossimo romanzo.

La qualità della scrittura, la ricostruzione storica fedele e accurata, l’attenzione per tutti particolari dall’editing all’impaginazione alla copertina ne fa un prodotto di qualità ad un prezzo leggermente inferiore rispetto ai precedenti volumi Omnibus. E’ un’ eccezione o rientra in una precisa scelta editoriale per avvicinare più gente alla lettura?

Mondadori vuole iniziare il nuovo anno dando un segnale chiaro ai lettori di un grosso mutamento che ci sarà per i rilegati Mondadori. Il mio romanzo è il primo di un nuovo corso studiato con intelligenza, che vuole coniugare un prezzo più aggressivo e abbordabile dal pubblico rispetto al passato (15 euro anziché i soliti 20 euro), senza però svalutare i titoli che saranno presentati, puntando quindi alla massima qualità possibile dei testi da pubblicare. Sono felice di essere un po’ l’apripista di questo nuovo corso, e mi auguro che il mio notaio criminale riesca a farsi apprezzare dal pubblico per continuare a proporre le sue indagini mozzafiato.

Per quanto riguarda il romanzo storico siamo abituati ad apprezzare principalmente gli autori stranieri. Ma ci sono molti scrittori italiani davvero meritevoli. Per chi ama il genere storico che autori italiani consiglieresti?

Siamo tanti, una pattuglia formidabile che sta riuscendo a imporsi anche all’estero. Mi basta citare Danila Comastri Montanari, Alfredo Colitto, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Martigli, Alan D. Altieri, Giulio Leoni… e molti altri ancora.

A che romanzo stai lavorando? Puoi farci qualche anticipazione?

Alla seconda indagine di Niccolò Taverna. Che racconterò in un romanzo dal titolo (provvisorio, ovviamente) di “Deus Irae”.

Ora è davvero tutto, grazie per la tua disponibilità.   

Grazie a te!

Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it

:: Segnalazione di Il segno dell’untore di Franco Forte

16 gennaio 2012 by

IL SEGNO DELL’UNTORE
La prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna

Il nuovo romanzo di Franco Forte, in libreria dal 17 gennaio

Il segno dell’untore
di Franco Forte
Collana Omnibus Mondadori
Pagine 358
Prezzo: 15 euro

Milano, anno del Signore 1576. Sono giorni oscuri quelli che sommergono la capitale del Ducato. La peste bubbonica è al suo culmine, il Lazzaretto Maggiore rigurgita di ammalati, i monatti stentano a raccogliere i morti. L’aria è un miasma opaco per il fumo dei roghi accesi ovunque.
In questo scenario spettrale il notaio criminale Niccolò Taverna viene chiamato a risolvere due casi: un furto sacrilego in Duomo e un brutale omicidio. Chi ha assassinato il Commissario Inquisitoriale Bernardino da Savona? E perché? E chi ha rubato il candelabro di Benvenuto Cellini dal Duomo?
La figura del notaio criminale che si muove nel suggestivo scenario della Milano del 1500, dominata dalla Corona di Spagna e minacciata dalle continue epidemie di peste, è alla base del romanzo “Il segno dell’untore” di Franco Forte (Mondadori, in libreria dal 17 gennaio 2012), che ha per protagonista il giovane magistrato Niccolò Taverna nella capitale del Ducato nel 1576.
Investigatore astuto, intelligente, grande osservatore di particolari che sfuggono a inquirenti e criminali, Niccolò Taverna si trova a dover risolvere difficili casi di omicidio in un clima di tensione tra il Governatore della città, il potere clericale, rappresentato dalla figura dell’arcivescovo Carlo Borromeo, e la Santa Inquisizione spagnola, che vede nell’arcigna figura di Guaraldo Giussani il suo nume tutelare.
Nel primo romanzo delle indagini di Niccolò Taverna, questo straordinario personaggio che sfrutta tecniche investigative a volte sorprendentemente moderne, per quanto perfettamente calate nel contesto storico in cui si muove (e ben documentate dall’autore) si muove in un mondo ricostruito alla perfezione, facendo compiere al lettore un vero e proprio salto all’indietro nel tempo di quasi 500 anni, in una Milano in cui, sullo sfondo del Duomo ancora in costruzione, delle colonne di fumo che si sollevavano dai fopponi, le fosse comuni in cui si bruciavano i morti di peste, dei conflitti di potere tra Stato e Chiesa, la criminalità dilaga incontrastata e stupri, furti e omicidi sono pratiche all’ordine del giorno.
Quella che Niccolò deve seguire è un’indagine incalzante, con lo spettro incombente della Santa Inquisizione che incombe ovunque, per risolvere un caso di omicidio che potrebbe dimostrarsi molto pericoloso. Lo stesso arcivescovo Carlo Borromeo pare implicato, così come le più alte cariche della Corona di Spagna e della Santa Sede. Per non parlare dell’ordine degli Umiliati, che il Borromeo ha cancellato e che già una volta ha cercato di uccidere l’arcivescovo di Milano.
Sfruttando le sue straordinarie capacità investigative e le tecniche d’indagine dell’epoca, il Notaio Criminale Niccolò Taverna cerca di venire a capo di questi due intricati casi, che rischiano di compromettere la sua carriera e la sua stessa incolumità. Pur sostenuto da un intuito eccezionale, è costretto a combattere contro troppi nemici, tutti troppo potenti: pericolosi assassini, la Santa Inquisizione, la peste, i cui artigli ghermiscono proprio chi Niccolò ha di più caro.
Per il più abile Notaio Criminale di Milano la sfida è aperta e la posta in gioco è alta: la propria carriera e la propria incolumità. Oltre all’amore per una fanciulla nei cui occhi ha l’impressione di annegare. Un thriller straordinario, che non concede soste al lettore, sostenuto da una rigorosa ricostruzione storica.

L’autore Franco Forte nasce a Milano nel 1962. Giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo), ha pubblicato i romanzi Roma in fiamme, I bastioni del coraggio, Carthago, La Compagnia della Morte, Operazione Copernico, Il figlio del cielo, L’orda d’oro – da cui ha tratto per Mediaset uno sceneggiato tv su Gengis Khan –, tutti editi da Mondadori, e La stretta del Pitone e China killer (Mursia e Tropea). Per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato alle serie “RIS – Delitti imperfetti” e “Distretto di polizia”. Direttore delle riviste Romance Magazine (www.romancemagazine.it) e Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it), ha pubblicato con Delos Books Il prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per esordienti giunto alla settima edizione. Il suo sito è http://www.franco-forte.it.

:: Segnalazioni: Le prossime uscite Beat Edizioni

15 gennaio 2012 by

Quando cadono gli angeli Tracy Chevalier

Alla fine del primo mese di gennaio del Novecento, gli inglesi sono tutti vestiti di nero. La Regina Vittoria è morta e il XIX secolo, il secolo della gloria dell’Impero, se n’è andato con lei… Straordinario ritratto di un’epoca in cui le prime automoboli sostituiscono i cavalli e l’elettricità soppianta l’illuminazione a gas, Quando cadono gli angeli ci riporta ai sogni e alle disillusioni della breve e dorata stagione edoardiana attraverso le accorate vicende di due famiglie, i Coleman dell’inquieta Kitty e i Waterhouse dell’irreprensibile Albert, che, contro la stessa volontà dei protagonisti, sono ineluttabilmente destinate a incrociarsi. Con la sua scrittura “precisissima, sospesa, che lascia ammirati e sconcertati da tanta bravura” (L’Espresso), l’autrice della Ragazza con l’orecchino di perla ci svela le passioni, i sogni e le disillusioni di “un tempo a noi lontano e, insieme, vicinissimo” (The Times) nel passaggio da un secolo all’altro.

Tracy Chevalier è nata a Washington. Tra le sue opere nel catalogo BEAT: La ragazza con l’orecchino di perla e La Vergine azzurra; nel catalogo Neri Pozza: La dama e  l’unicorno, L’innocenza, Strane Creature.

 Le osservazioni  di Jane Harris

In un giorno del 1863, nella Terra del Diavolo, il pezzo di Scozia che unisce Glasgow a Edimburgo, Bessy entra a servizio in una magnifica casa. Lavare, cucinare, battere i tappeti e fare il tè, accendere i camini tutte le mattine, pulire la cucina e tenerla accesa, lucidare gli stivali e svuotare il pitale della padrona e del marito sono compiti faticosi, ma Bessy ora ha un tetto sulla testa e la pancia piena. Perché, però, Arabella, la padrona di casa, con gli occhi che le brillavano, le ha messo in mano un libretto con una copertina di cartone e le ha ingiunto di scriverci dentro tutte le sue osservazioni mattina e sera? E che cosa è successo veramente a Nora, la ragazza che era prima a servizio, morta in circostanze misteriose? Segreti e sospetti, verità nascoste e palpiti del cuore in un’opera che ha rivelato un nuovo grande talento del romanzo storico, Jane Harris, una scrittrice capace come pochi di narrare della forza inarrestabile delle passioni.

Jane Harris è nata a Belfast. Autrice di cortometraggi premiati nei maggiori concorsi cinematografici internazionali, nel 2000 ha vinto il Writer’s Award dell’Arts Council of England. Dopo Le osservazioni, il suo primo romanzo, ha pubblicato con Neri Pozza I Gillespie.