:: Dal 9 febbraio Revolver nuova collana della casa editrice BD

14 gennaio 2012 by

La casa editrice BD, una garanzia per chi ama il fumetto, lancerà a partire da febbraio una nuova collana dedicata alla crime fiction diretta da Matteo Strukul  Revolver, che sarà contraddistinta da trame ad alto tasso di adrenalina e dalle copertine d’artista firmate da Davide Furnò. Undici romanzi all’anno, per contrassegnare uno spazio letterario nuovo, fatto di qualità narrativa, agilità di lettura, ritmo sincopato e parossismo visivo.
I primi titoli, in uscita il 9 febbraio 2012, vedono protagonisti tre americani: di Victor Gischler, scrittore amato da Joe R. Lansdale, Don Winslow e più modestamente anche da me, Revolver porta in Italia “Sinfonia di piombo”, romanzo cinematografico rapido, iperviolento, pop, a cui non mancano profonde tracce di lirismo. “I fuochi del Nord” di Derek Nikitas, considerato l’erede di Joyce Carol Oates, è invece la storia mozzafiato della spirale di violenza che lega il destino di tre donne, tra realtà e allucinazioni. Victor Gischler, insieme a Anthony Neil Smith, è anche l’autore di “Salutami Satana”, un libro da leggere tutto d’un fiato scritto da due maestri del genere.
A metà marzo sarà la volta degli scozzesi: “Dietro le sbarre” di Allan Guthrie, uno dei re del tartan noir, racconta in uno stile tra Palahniuk e Irvine Welsh l’inferno quotidiano del carcere, mentre il protagonista de “L’impiccato” di Russel D. McLean, per la prima volta tradotto in Italia, indaga su una scomparsa dolorosa, in un mondo claustrofobico e con un’atmosfera da incubo.
A seguire, tra maggio e giugno e settembre ottobre, Revolver sarà in libreria con altri sei titoli nell’intento di tracciare la spina dorsale di una nuova grande letteratura pop.

:: Intervista a Macs Well (alias Massimo Di Gruso)

14 gennaio 2012 by

Buongiorno Macs, grazie per la partecipazione. E’ uscito da poche settimane “Constantin” (Momentum Edizioni), il tuo ultimo romanzo che sta avendo un grande successo. Ce ne vuoi parlare?

“Constantin” è la storia di un personaggio borderline (Constantin, appunto) la cui infanzia segnata da violenze e abusi l’ha spinto a crearsi un guscio protettivo costituito da una settimana ideale. In ogni giorno della sua settimana ideale Constantin reitera le stesse azioni con metodo  e rigore. Sono proprio queste routine a donargli la tanta desiderata tranquillità. Sono due le uniche persone con cui Constantin si relaziona nella sua settimana: Alice, una modella che posa per lui in pose bondage tutti i lunedì e la Dott.ssa Renoir, la psichiatra che lo segue al giovedì.
Un giorno accade che il suo lunedì, Alice, scompare. Questo avvenimento traumatico spingerà Constantin a combattere contro tutti e contro tutto pur di ritrovarla.

Dove nascono le atmosfere cupe e noir del libro?

L’inquadratura visiva che ho cercato di dare a “Constantin” è quella di una telecamera che resta accanto al personaggio in ogni istante del racconto. Pertanto l’ambiente che descrivo è in qualche modo quello che Constantin vede attraverso i suoi occhi. In vita sua Constantin non ha mai provato sentimenti come l’amore e l’amicizia, l’affetto e la passione. Nessuna di queste emozioni ha mai donato un tocco di colore alla sua esistenza.

Constantin lo vedi come un personaggio negativo, perdente, con una sua etica? Quali sono le particolarità che lo rendono così accattivante agli occhi del lettore?

Constantin non ha un’etica. E’ egoista, non conosce la compassione. E’ in grado di uccidere un vecchio inserviente pur di prenderne il posto. E’ capace di atti di assoluta violenza e brutalità come picchiare a sangue una prostituta che lo ha schernito.
Nel suo disordine ha cercato di imporsi dei paletti mentali, crearsi una recinzione in cui esiliarsi al di fuori di tutto e di tutti.
Solo la Dott.ssa Renoir pare riuscire ad avere con lui un rapporto umano, ma ciò non lo redime nè tanto meno lo giustifica. E’ sicuramente un perdente, perchè sebbene sia particolarmente intelligente e pieno di risorse, nella vita non è mai stato in grado di raggiungere la serenità che avrebbe desiderato.

Nel tuo precedente romanzo “Kebap in Okinawa” (Momentum Edizioni), sono presenti gustose suggestioni filmiche degli anni ’80. E’ voluto? Il libro vuole essere un tributo alla cultura di quegli anni? Puoi parlarcene?

In  “Kebap in Okinawa” il personaggio principale, lo Yankee, ha come unico “bagaglio” o scatola dei ricordi un paio di magliette di gruppi rock degli anni ’80. Le usa per rievocare i ricordi del suo passato, seppur mediocre e poco significativo.
Gli anni ’80 hanno sempre rappresentato nella sfera cinematografica e televisiva un decennio significativo per la cultura americana ed europea. Erano gli anni in cui venivano sponsorizzati i modelli del successo, dell’innovazione, del progresso, dell’affermazione, del divertimento, del lieto fine.
Un’illusione o una falsata percezione della realtà. Il protagonista ripensa a quel periodo con nostalgia, ora che è vecchio, cercando di mantenere l’eco di un’idea ormai scemata. Gli anni ’80 in “Kebap in Okinawa” rappresentano così le aspettative disilluse.

A settembre è uscito il tuo racconto “Giovedì”, all’interno dell’antologia “Cose bulgare. 13 scrittori raccontano la Bulgaria” (Linea BN Edizioni). Come mai hai scelto di partecipare al progetto? La Bulgaria ti affascina?

Non ho mai avuto un particolare interesse verso l’Est, lo ammetto. Ho colto l’occasione di questo progetto promosso dagli amici di Linea BN per ritagliarmi un momento per approfondire un argomento alquanto lacunoso.
Vivendo questo stato di inadeguatezza ho immaginato di vivere la storia di un adolescente con un sacco di problemi (dalla famiglia, al bullismo, dall’amore alla scuola) che si trova a dover affrontare il suo appuntamento col destino proprio ad un’interrogazione sulla Bulgaria. Così è nato “Giovedì”.

Quali sono i tuoi “cattivi maestri”?

Musicalmente Corey Taylor, controverso frontman degli Slipknot e successivamente degli Stone Sour, cinematograficamente abbiamo “Seven”, “Via da Las Vegas” e “Fight Club”. In letteratura Chuck Palahniuk ma solitamente almeno in questo ambito sono più per un genere narrativo alla Benni. Da ragazzo, e ancora oggi, ho amato invece le storie di “Sin City” di Frank Miller. “Constantin”, in un certo senso, è un tributo al suo stile.

Hai una giornata tipo di lavoro creativo?

Ho un brutto difetto, scrivo solo dopo che ho camminato per almeno mezz’ora con le cuffie e musica Alternative Rock o Nu Metal. Infatti solitamente scrivo di più in primavera ed estate. Cammino fino a quando un capitolo è “girato” e funziona nella mia mente. Lo devo visualizzare e mi deve convincere, poi tornato a casa lo scrivo di getto. Raramente poi ci rimetto le mani. Lo ammetto, questo modus operandi è un limite quasi da psicosi. Ma tant’è.

Oltre che prolifico scrittore sei anche responsabile di una casa editrice, Momentum Edizioni, che in poco tempo è riuscita a emergere e ritagliarsi un suo spazio nel panorama nazionale dell’editoria noir e hard boiled. Perché hai deciso di intraprendere questa strada?

Ho sempre desiderato creare qualcosa dal nulla. Il mio background professionale ha spaziato negli anni dall’ingegneria al webdesign, dall’economia al marketing. Da scrittore emergente ho analizzato per mesi il mercato editoriale senza mai inviare un manoscritto a nessuna casa editrice. Non ho mai incontrato una realtà editoriale in cui potermi rispecchiare per idee e immagine. Momentum (la spinta) nasce appunto dal desiderio di fare qualcosa di più, di diverso, e magari di migliore. Chiaramente con i limiti che la micro-editoria ha, ma con il vantaggio di poter essere una realtà indipendente e flessibile. Sfortunatamente Momentum è nata il mese successivo alla dichiarazione di Amazon US di raggiungimento del break-even fra vendite di ebook e cartacei… diciamo pure che non ho scelto il momento storico migliore.

Cosa stai leggendo attualmente?

Non leggo mai meno di 3 libri a rotazione, attualmente i tre titoli in progress sono: Libro acquistato : “Dannazione” di Palahniuk (Mondadori). Manoscritto inedito “Freewheelin” di Nico Di Lalla (a febbraio per Momentum). Libro ricevuto in regalo “Mia suocera beve” di Diego de Silva (Einaudi).

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo il primo anno e mezzo di attività punterò editorialmente su 4/5 titoli per il 2012 sempre sul genere noir ma con un’apertura al genere comico-grottesco. Personalmente ho in cantiere un ciclo di racconti sul Black Circus di cui “Constantin” è stato il capostipite.

Grazie e buona giornata.

Grazie a voi.

Massimo Di Gruso (alias Macs Well) nasce nella capitale nel marzo del ’79, ma da sempre vive nella cerchia dei bastioni di Porta Romana, in quella che potremmo definire la downtown milanese.
Poliedrico ragazzo di larghe vedute nella vita quanto nelle idee, non si è mai precluso nessuna strada, rendendo così la sua vita un parcheggio di supermercato con troppe indicazioni e nessuna uscita.
Sebbene gli studi tecnici in materie pratiche quali l’economia e l’ingegneria, è sempre stato attratto dalla libera espressione in ambito creativo.
Nel 2002 collabora come produttore dell’album di inediti del gruppo punk-rock milanese 2000Malattie intitolato “Skiaccia”.
Disegnatore a tempo perso, raggiunge troppo velocemente la maturità artistica con l’opera omnia intitolata: “il Pollo”. Fusione del pensiero astratto della ricerca allegorica del concepimento creativo (concetto ancora poco chiaro all’autore stesso).
Dal settembre 2008 intrattiene i suoi amici più cari con racconti poco pretenziosi quanto rocamboleschi.

Pubblicazioni

Constantin (2011) – Momentum Edizioni
Giovedì (2011) – Racconto presente nella raccolta “Cose Bulgare” edito da LineaBN
Kebap in Okinawa (2010) – Momentum Edizioni
Il mistero del Gushi (2010) – Boopen

:: Segnalazione Il cameriere di Borges di Fabio Bussotti

13 gennaio 2012 by

“Una storia avvincente e avventurosa. Potrebbe essere un bel film, ricco di azione e umanità”. Liliana Cavani

In libreria dall’8 febbraio

La storia si snoda tra Italia e Argentina, intrecciando temi storici e politici in una trama avvincente, a metà tra thriller e spionaggio. Divertente, ricco e molto cinematografico, il romanzo ha interessato i registi Liliana Cavani e Marco Bechis ed è già destinato a diventare un film grazie a una coproduzione italo-argentina.
Chi è Evaristo Torriani? Perché il suo nome sembra rimbalzare per decenni tra Europa e Sudamerica nei contesti più diversi? Amico di Che Guevara, agente dei servizi segreti, ma anche cameriere personale del grande scrittore Jorge Luis Borges: è possibile che proprio quest’uomo, ormai anziano e con un altro nome, sia il vicino di casa del commissario Flavio Bertone? Fatto sta che è sparito e, poco dopo, sparisce anche la misteriosa busta che il vecchio aveva chiesto al commissario di custodire. Quando poi, viaggiando da Roma a Buenos Aires, Bertone scopre che i servizi segreti stanno ancora cercando Torriani, tutto si complica, perché in quella busta potrebbe esserci un documento molto compromettente: i nomi dei veri genitori degli orfani del regime di Videla. E se invece ci fosse un inedito di Borges?
“Bertone, in punta di piedi, tornò in camera. S’infilò le mutande. In salotto, prese la Beretta dal cassetto della scrivania. Tornò a guardare nello spioncino. Il tipo era ancora lì che cercava di entrare. O come ladro era una schiappa, oppure la serratura del signor Vincenzo era formidabile. Bertone vinse la paura che gli aveva raddoppiato i battiti cardiaci e spalancò la porta: «Mani in alto!”.

Fabio Bussotti è nato nel 1963 ed è uno degli autori e attori più poliedrici d’Italia. In teatro ha affi ancato, tra gli altri, David Haughton, Giorgio Albertazzi, Adolfo Celi, Ermanno Olmi, Vittorio e Alessandro Gassman. Per il cinema ha lavorato con Federico Fellini (L’intervista, 1987), Liliana Cavani (Francesco, 1989, per il quale ha vinto il Nastro D’Argento), Francesca Archibugi (Verso sera, 1990), Mario Monicelli (Come Quando Fuori Piove, 2000). Ha inoltre recitato in numerose fi ction televisive. Egli stesso drammaturgo, è autore di numerosi testi portati in scena dal 1991 a oggi. Come romanziere ha esordito nel 2008 con L’invidia di Velázquez (Sironi).

Fabio Bussotti
IL CAMERIERE DI BORGES
Collana Corsari, diretta da Antonio Paolacci
Pagine 304
Formato 14×21
Prezzo euro 16,00
Isbn 978-88-8372-569-2
Disponibile anche in ebook a euro 6,90 su www.bookrepublic.it

:: Appuntamenti Dylan Dog Horror Fest

12 gennaio 2012 by

13-14-15 gennaio 2012

Dylan Dog

Horror Fest

Una tre giorni di film, visite guidate e incontri chiude la grande avventura 

della mostra “Dylan Dog: 25 anni nel’Incubo”

Oltre 6000 visitatori!

WOW SPAZIO FUMETTO

Viale Campania 12 – Milano

Info: 02 49524744 – www.museowow.it

Ingresso alla mostra: intero 7,00 euro, ridotto 4,00 euro con visita guidata in omaggio

Proiezione film: 3 euro – Pacchetto speciale film + mostra: 10 euro

 

La mostra Dylan Dog: 25 anni nell’incubo si conclude, dopo avere totalizzato oltre 6000 visitatori, con una tre giorni dedicata al cinema horror, festeggiando tre mesi carichi di successi e omaggiando lo storico Dylan Dog Horror Fest.

Era il 1987 quando, presso l’ex cinema Ducale di Milano, si tenne la prima edizione del Dylan Dog Horror Fest, festival dedicato al cinema horror. Organizzato dal Citizen Kane’s Club, l’iniziativa riscosse grande successo e venne replicata fino al 1994. Al culmine della “dylandogmania” si superarono le 8000 presenze, fino a stipare all’inverosimile il Palatrussardi, dove nel frattempo si era spostata la manifestazione. Nel corso degli anni vennnero proiettati in anteprima italiana le ultime novità horror giunte da Oltreoceanocon sopiti del calibro di Robert Englund, Wes Craven e il nostro Dario Argento.

Per festeggiare la conclusione della mostra “Dylan Dog: 25 anni nell’incubo” WOW Spazio Fumetto organizza una tre giorni animata da una rassegna dedicata al cinema horror, con un grande classico del genere e l’ultimo esponente della saga horror più celebre degli ultimi anni, e una conferenza–incontro sull’originale Dylan Dog Horror Fest.

Si parte venerdì 13, ore 21.00, con la proiezione del film “Night of the Living Dead”, presentato in lingua originale con sottotitoli in italiano. Ispiratore di innumerevoli pellicole, fumetti e videogiochi e serie televisive, “Night of the Living Dead” (1968) segue le vicende di un gruppo di persone nascostesi in una casa, assaltata da un gruppo di morti viventi. Esordio cinematografico del regista George Romero, il film fu oggetto di polemiche al momento dell’uscita, ma si è affermato, nel corso degli anni, come un momento fondamentale del cinema horror, contribuendo a sedimentare la figura dello zombie nell’immaginario collettivo, aprendo la strada a innumerevoli pellicole, serie televisive, fumetti e videogiochi.

Sabato 14 gennaio, ore 16.00, è previsto un incontro con Stefano Marzorati, organizzatore della storica Horror Fest originale, e Giovanni Gualdoni, sceneggiatore e curatore della testa Dylan Dog, che ci parleranno dell’Indagatore dell’incubo, del suo 2012 e del suo rapporto con il cinema.

Stefano Marzorati, giornalista pubblicista, collabora con Sergio Bonelli Editore dal 1988. Ha organizzato quattro edizioni del Dylan Dog Horror Fest in veste di direttore artistico. Ha curato alcune edizioni dell’Almanacco della Paura di Dylan Dog e, in veste di sceneggiatore, ha scritto storie per Mister No, Zagor e Nathan Never. E’ autore di due libri di carattere musicale, “Dizionario dell’Horror Rock” (Sugarco, 1993) e “Autostrada per l’inferno” (Sperling & Kupfer, 1995). Attualmente si occupa dell’ufficio stampa e delle relazioni esterne di Sergio Bonelli Editore.

Giovanni Gualdoni dopo la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco, fonda nel 2001 il Settemondi Studio, una cooperativa di autori che riunisce alcuni nuovi talenti del panorama fumettistico italiano. Pubblica in Francia e in Italia, dove, scrive un numero di “John Doe” e crea, insieme al disegnatore Stefano Turconi, la serie “Wondercity”. Approda in Bonelli nel 2006 come redattore e sceneggiatore di Dylan Dog. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo per ragazzi, “Rumbler: il mistero del Qwid” , mentre nel gennaio 2010 sostituisce Mauro Marcheselli come curatore della testata “Dylan Dog”.

Domenica 15 gennaio, ore 16.00, si conclude il programma con la proiezione di “Saw 7 – Il capitolo finale”. Saw 7 porta a conclusione le vicende del perfido Jigsaw, creatore di trappole che mettono alla prova l’istinto di sopravvivenza delle sue vittime, e lo stomaco dello spettatore. Il film porta a termine la saga horror più longeva e influente degli ultimi anni. Uscito nelle sale in 3D, “Saw – il capitolo finale” è stato l’episodio di maggiore successo in Italia, con oltre 7 milioni di euro di incasso.

:: Segnalazione di Le regole del gioco di Riccardo Perissich

10 gennaio 2012 by

Un thriller tutto italiano che ha il respiro e la forza dei grandi thriller americani

Longanesi La Gaja Scienza- 400 pagine, 17.60 €

IN LIBRERIA 19 GENNAIO 2012

Chi ha ucciso Arkadij Orlov, un piccolo oligarca russo trasferitosi da tempo in Costa Azzurra? E perché? L’uomo era controllato dai servizi segreti del suo paese, ma anche da quelli francesi e italiani, e l’omicidio è avvenuto proprio sotto gli occhi di un agente italiano, che non è riuscito a vedere l’assassino… Si dipana da questo episodio un serratissimo thriller che ruota attorno a una misteriosa «Operazione Cinque Novembre» e che ha al centro un personaggio straordinario, il colonnello Valente dei servizi segreti italiani. Valente si troverà al centro di un terribile gioco delle parti, in cui ognuno ha un’agenda segreta da seguire e in cui distinguere il vero dal falso, gli amici dai nemici, è quasi impossibile. Un gioco che lo porterà sul punto di perdere tutto quello che ha e che ama: la sua donna, la reputazione, il lavoro, la vita…

L’autore Riccardo Perissich ha cominciato la sua carriera come giornalista e studioso di relazioni internazionali. In seguito ha lavorato per più di vent’anni a Bruxelles presso la Commissione Europea, dove è stato impegnato in vari negoziati internazionali, assumendo cariche decisionali ai massimi livelli e acquisendo una conoscenza magistrale dei meccanismo diplomatici. Tornato in Italia nel 1994, ha ricoperto incarichi direttivi in Pirelli, nel gruppo Telecom Italia e in Confindustria. Scrive regolarmente di problemi internazionali su giornali e riviste italiane e straniere. Le regole del gioco è il suo primo romanzo, un esordio nel campo della narrativa che non lascerà indifferenti.

:: Segnalazione di Non ti addormentare di SJ Watson

10 gennaio 2012 by

“Un debutto senza precedenti.”

The Indipendent

Ogni mattina Christine Lucas si sveglia in un letto di Londra accanto a un uomo che non riconosce. E ogni mattina quell’uomo le dice di essere suo marito, Ben. Ogni mattina Christine si sveglia e crede di avere poco più di vent’anni. Ma ne ha 47 e la verità è che la sua memoria è ferma a venticinque anni fa, quando un’auto l’ha investita lasciandole una forma di amnesia che azzera i suoi ricordi ogni 24 ore. Ogni giorno Christine mette a mente la sua storia, e ogni notte la scorda di nuovo. Come in un eterno ritorno, non sa chi è e deve ricominciare sempre da capo. Ma come facciamo a sapere chi siamo se non possiamo ricordare la nostra vita? Per riuscirci, Christine scrive un diario su suggerimento del dottor Nash, un neuropsichiatra che incontra di tanto in tanto… perché, però, su una pagina la donna ha scritto di suo pugno “non fidarti di Ben”?

Non ti addormentare, titolo originale Before I go to sleep – pubblicato in Inghilterra da Doubleday nella scorsa primavera e negli Stati Uniti per i tipi di HarperCollins a giugno 2011 -, è il sorprendente esordio letterario del britannico Steven Watson, scritto in prima stesura, per la gran parte, pensate un po’, quando Watson ancora frequentava la Faber Academy, la scuola di scrittura creativa della London Publishing House, alla quale si è iscritto a 40 anni, stanco del suo posto al Ministero della sanità. Un thriller psicologico scritto in prima persona con squisita maestria da un uomo che dà perfettamente voce al diario di una donna – questa la forma -, e che è già stato venduto in 38 paesi (dall’Europa all’Australia all’Asia, è da poco uscito in Cina) per oltre 30 lingue e, ad oggi, circa 800mila copie vendute. Una trama tesa e angosciante, “una lettura compulsiva”, parola di New York Times, che il produttore Ridley Scott ha già opzionato per farne un lungometraggio hollywoodiano, con attrici in lizza per interpretare Christine del calibro di Angelina Jolie, Charlize Teron, Kate Winslet, Cate Blanchett, Helen Hunt; regista, Rown Joffe. Al centro, la memoria, che è per i romanzieri di oggi, come scrive il Guardian in proposito, quello che la follia era per gli scrittori di epoca vittoriana. E non solo per i romanzieri se pensiamo a tutto un filone cinematografico che annovera pellicole come Memento o The Eternal Sunshine of the spotless mind. Non ti addormentare si incastra alla perfezione nella scia e la sua storia editoriale è di quelle straordinarie per uno scrittore che in precedenza aveva cominciato ben 20 libri, accantonandoli tutti dopo l’entusiasmo dell’inizio: ben 3 settimane nella Top Ten del Sunday Times in Uk, dove è andato in sold-out già in prevendita su Amazon ed è stato mandato in ristampa il giorno stesso dell’uscita. In Usa, ottavo posto nella classifica Best Books di Amazon e libro del mese di giugno, oltre che, a una settimana dall’uscita, subito nella Bestseller list del New York Times che lo ha anche inserito tra i suoi Summer’s Beach Book. Sempre in America ha avuto una straordinaria anteprima su NPR, National Public Radio, mentre in Inghilterra, BBC Radio 4 ne ha fatto una serie da cinque episodi di 30 minuti andati in onda alla fine di giugno. Anche in Francia, dove siamo già a quota 120mila copie vendute, Avant d’aller dormir (questo il titolo), ha avuto un impatto straordinario entrando subito in classifica e nelle pagine di Le Point, Elle, Glamour, Rolling Stone, Avantage, Le Nouvel Observateur. In Usa ne hanno parlato New York Times, Los Angeles Times, The Globe and Mail, Wall Street Journal, Boston Herald, Goodreads, Library Journal, Publishers Weekly. In UK tutti i maggiori, tra cui The Indipendent, The Guardian, The Financial Times, The Daily Mail, The Sunday Times. Ma perché non parlare dell’Australia? 15mila copie vendute in una settimana e 4° posto in classifica. E di Taiwan? Aggrappato al primo posto per dieci lunghe settimane. Nei Paesi Bassi, invece, Non ti addormentare, è stato nominato thriller of the year (insieme ad altri 6) addirittura dieci giorni prima della pubblicazione. E mentre in Germania, raggiunta la Top Ten, siamo a quota 100mila copie vendute, la prima prova letteraria di Watson è stata nominata finalista in ben tre categorie del britannico Galaxy National Book Award (miglior nuovo scrittore, miglior thriller, miglior audiolibro), quando ha già vinto il CWA Dagger, premio assegnato dalla Crime Writer Association inglese. Niente male per uno che si è seduto e ha scritto semplicemente la storia che aveva in testa, parola di Watson, e che voleva che fosse solo “una riflessione sulla memoria e sull’identità”.

S.J. Watson
Non ti addormentare
Titolo originale: Before I Go to Sleep
Pagine: 419 Prezzo: 19,00 €
Piemme

:: Intervista a Francesco Fioretti a cura di Elena Romanello

5 gennaio 2012 by

Il libro segreto di Dante, di Francesco Fioretti, dantista e studioso dell’opera del forse massimo poeta non solo della letteratura italiana, è da mesi uno dei più letti, coniugando erudizione letteraria e un intreccio appassionante.

Doveroso fare qualche domanda all’autore, sul libro e non solo.

Come è nata l’idea di scrivere un libro su Dante?

Studio Dante da tanti anni, una passione da sempre, e mi sono interrogato spesso su alcuni misteri della sua biografia. Ho cominciato a scrivere un romanzo quando diversi nodi sono venuti al pettine, cucendo insieme due o tre spunti che sono emersi negli ultimi anni di ricerche.

 Come mai Dante continua ad affascinare ancora oggi?

Perché la Commedia è un’opera immensa, racconta tutti gli stati possibili dell’anima umana, e li narra con un linguaggio efficacissimo di simboli, immagini, concetti che si stampano nella memoria e ti accompagnano sempre. Altissima poesia, e bisogna essere fatti di marmo per non avvertirne il fascino perpetuo.

Il Medio Evo è un’epoca che ha avuto critiche ma che da Il nome della rosa in poi è stata rivalutata: è una moda o c’è qualcosa dietro?

Non credo sia una moda, visto che Il nome della rosa risale ormai a trent’anni fa ed è difficile che una moda duri così a lungo. Ma il Medioevo per noi europei è un po’ come il far west per gli americani, il tempo delle origini, lo spazio leggendario dei primordi della civiltà, dove finiamo per proiettare, per così dire, i nostri miti dell’infanzia. È l’epoca che precede quella della legge, spazio narrativo ideale ove le contraddizioni sono più accentuate, i contrasti più forti, le passioni più marcate. Ecco, ad esempio: non riusciremmo nemmeno a immaginarci un uomo di quel tempo che morisse di noia…

Prossimi progetti?

Completare una trilogia sulla storia d’Italia, spostandomi più vicino nel tempo questa volta, ma sempre, come nel Libro segreto, raccontando l’arte e l’economia, ovvero indagando sulle nostre epoche di crisi, ma anche di creatività, mostrando luci e ombre della nostra civiltà millenaria, che ha conosciuto tanti momenti di difficoltà e tante “ripartenze”. È la mia personale risposta alla crisi.

Cosa pensa del thriller esoterico?

Quella sì, una moda, che peraltro denota un certo vuoto di valori e, nei casi peggiori, quando indulge troppo alle varie tesi del complotto cosmico, maschera male una certa tendenza al vittimismo e al bisogno, che si fa fortissimo in epoche di crisi,  di capri espiatori cui addossare l’intera responsabilità del male. Naturalmente, se il complotto è orchestrato in Vaticano, il libro poi vende anche moltissimo. Ciò non toglie che si possa anche scrivere un buon thriller esoterico, calibrando bene il valore metaforico della storia narrata, ovvero giocando su un doppio piano, riempiendo di senso l’esperienza esistenziale dei protagonisti più che puntando sugli effetti speciali.

Maestri e ispiratori?

Dante, Omero, Umberto Eco, Vonnegut, Guimaraes Rosa, Dostoevskij. Può bastare?

:: Recensione di Angulus Ridet – Dirce Scarpello a cura di Riccardo Falcetta

5 gennaio 2012 by

Un amore che finisce senza il coraggio di una separazione è come una morte senza funeraleerano passati due anni da quando lui era uscito dalla sua vita, era tempo di cercare nuovi equilibri, di capire che la vita continua”.

Mino osserva sua madre Lola. La guarda “con una punta di smarrimento coagulata in una calma apparente” mentre prepara la valigia. Abbandonata da Rocco, marito distratto e padre inadeguato, per molto tempo Lola Console si è sentita “incapace e inerme, come un insetto che ha perso la sua corazza”. Ma adesso ha deciso, a quarant’anni vuole ripartire dalle sue radici. Insieme madre e figlio abbandonano la Capitale e tornano nella pace campestre della provincia pugliese, ad Angulus Ridet. È lì, nella vecchia tenuta di famiglia che Lola è cresciuta ed è diventata donna, e lì ritorna a cercare la possibilità di una vita autentica. Vi ritrova Mimì, sua sorella – Lola e Mimì, “Bohéme e Cavalleria Rusticana” – col marito Bruno, unici rimasti, dalla morte dei genitori delle due donne, a preservare quell’eterno “angolo di quiete” che presto sognano di convertire in agriturismo.

In certi luoghi il passato non passa mai davvero. Vi sono luoghi nei quali il peso degli accadimenti è un humus in cui le radici non muoiono, spesso proliferano più salde e vive, minacciando come un’ombra che emerga dal profondo il gracile e lento terreno del presente. Vittima di un bizzarro incidente, ad Angulus Ridet, Lola, riscopre le presenze di un trascorso lontano e discordante, forse rimosso, forse mai conosciuto. Tornata alla vita che fu, Lola riscopre persino l’amore. Un avvocato facoltoso e tormentato, Gerardo Pinto, le offre un impiego e da quel momento diventa per Lola l’appiglio che nel tenero e disperato turbamento della clandestinità riaccenda una femminilità da tempo sopita. Ma la vita è un filo di seta intessuto sul baratro e proprio nella vertigine degli eventi la vita di Lola si spezza. Il suo sogno resta schiacciato dal peso del passato, nel deserto di una notte di neve che muta in incubo. E, ironia della sorte, la sua fine terribile diventa viatico di scampo per Violetta, cinquantenne, gelida donna d’affari “senza cuore” e senza passato – anche lei un nome e una storia che paiono scaturire da un libretto d’opera.

   Con la morte della vera protagonista il paziente ordito psicologico ed esistenziale del romanzo esplode: nella polifonia di sguardi e punti di vista dei tanti che gravitano intorno alla storia di Lola; l’intreccio prevarica il tempo, tracciando legami tra diverse generazioni, e lo spazio, attirando i destini di almeno quattro famiglie al nucleo della tragedia. Chi è Violetta, la donna che adesso porta il cuore di Lola? E che ruolo ha avuto Gerardo nella misteriosa morte della donna? Tutte le storie, i desideri e i segreti convergono, anni dopo, all’ombra di Angulus Ridet.

L’esordiente Dirce Scarpello, recupera il portato della celebre locuzione oraziana e ne ribalta il senso: da metafora di rifugio e serenità, la ridente tenuta dei Consolo diviene un crocevia di destini, lembo di una sorta di “anima mundi” tra le cui pietre è nascosto il segreto di un passato ineludibile. L’unico luogo deputato a una possibile agnizione e alla catarsi che legherà indissolubilmente il destino di tutti.

Particolare commistione tra romanzo psicologico e suggestioni mutuate dalla soap e dal thriller, “Angulus Ridet” è una storia intensa e corale sull’ineluttabilità dei legami (di sangue, affettivi, comunitari), sulla loro forza e necessità come unico tessuto connettivo di una realtà in perenne frantumazione. Scarpello ha, dalla sua, il piglio di una narrazione che procede soffusa e dolente, e un talento per lo scavo delle psicologie, il cui materiale diviene nelle sue mani impasto di un disegno complesso, di ampio respiro.

Nondimeno questo è un romanzo d’esordio e come tale soffre i problemi di tanti analoghi: all’intensità espressiva, alla buona tenuta della trama e a una ricchissima messe di immagini evocative, fa da contraltare un linguaggio, qualche volta, sovraccarico e la continua presenza di corsivi ridonda, rallentando la narrazione. Se sottoposto a un serio intervento di editing, “Angulus Ridet” sarebbe stato un libro migliore. Resta invece il dilemma di collane come Perrone Lab, le quali, anche nell’ambito di una certa editoria di prestigio, nascono morte, sfornando quantitativi impressionanti di volumi destinati all’indifferenza, in mancanza di una cura editoriale e di un supporto promozionale che faccia emergere i libri (e i loro autori). Perché? Interessante sarebbe riparlarne coi diretti interessati. Nel frattempo, le nuove e ancora inedite prove di Scarpello, mostrano una creatività in progress che potrebbe, in futuro, regalarle importanti soddisfazioni. Tra le righe di “Angulus Ridet”, oltre che una bella vicenda familiare troverete anche i prodromi di un valido talento in divenire.

Angulus Ridet – Dirce Scarpello, Perrone Lab, 2010, pp 240, € 15,00

:: Segnalazione Il cadavere di Varg Gyllander

4 gennaio 2012 by

In uscita il 26 gennaio

Sei mai stato sulla scena del crimine?

Sei pronto a conoscere la verità?

È l’alba di una giornata di primavera. La città di Stoccolma sta ancora dormendo, quando il corpo nudo e senza vita della  giovane Jenny Svensson viene ritrovato in una fontana. Appena arriva sul luogo del delitto, l’agente della Scientifica Ulf Holtz pensa subito a un incidente, magari un gioco finito male. Ma poco tempo dopo viene scoperto anche il cadavere del writer Peter Konstantino, freddato in modo simile alla ragazza, e Ulf capisce allora di essere caduto nella rete di un ingegnoso serial killer. Lui e Pia Levin, la collega che lo affianca nelle indagini, brancolano nel buio: chi si nasconde davvero dietro quegli orrendi delitti? Chi ha ucciso i due ragazzi, e perché? C’è un legame tra le vittime? Una scia di violenza e crimini rischia di insanguinare le strade di Stoccolma…
Grazie alla sua lunga esperienza sul campo come portavoce della polizia svedese, Varg Gyllander ci offre uno spaccato vivido e crudo dei metodi investigativi e dell’atmosfera che si respira sulla scena del crimine, creando un thriller unico nel suo genere.

Un successo internazionale tradotto in Germania, Danimarca e Olanda

«Abbiamo bisogno di un altro thriller? Sì, se a scriverlo è Varg Gyllander!»
Tove Hem & Trädgård

«Gyllander sa come si presenta davvero la scena del crimine e qual è il lavoro quotidiano della polizia. Si sente che è tutto reale e ben documentato, e ciò rende credibile il libro.»
Folkbladet

«Uno dei migliori thriller che abbia mai letto.»
Mariestads-Tidningen

«Un brillante debutto.»
Östgöta Correspondenten

«Una storia perfetta in ogni particolare.»
Information

L’autore: Varg Gyllander dopo un passato da ufficiale in Marina, lavora come ufficio stampa della polizia svedese. Il cadavere è il primo romanzo di una serie che ha per protagonisti gli agenti della Scientifica Ulf Holtz e Pia Levin. Per saperne di più, visitate il suo sito: www.varggyllander.se

:: Segnalazione Ricomincio da te di Eloy Moreno

4 gennaio 2012 by

Il 19 gennaio esce per la Corbaccio Ricomincio da te, romanzo d’esordio di Eloy Moreno, autore spagnolo autopubblicato e, con tanto di trolley pieno di libri al seguito, autodistribuito.
L’entusiasmo dei librai e il passaparola di blog e lettori lo hanno portato a un contratto col più grande gruppo editoriale spagnolo, Planeta. Risultato: undici edizioni in un anno.

Superfici di vita:
Casa: 89 m²
Ascensore: 3 m²
Garage: 8 m²
Open space: 80 m²
Ristorante 50 m²
Bar: 30 m²
Casa dei miei suoceri: 90 m²
Casa dei miei genitori: 95 m²
Totale: 445 m²
Si può vivere tutta la vita in 445 metri quadri? Sicuramente. Il mondo è pieno di persone così: persone che vivono in una cella senza essere incarcerate, che si alzano ogni mattina sapendo che
tutto sarà uguale al giorno prima e che il giorno dopo sarà la stessa cosa… Lui è un uomo come tanti. Quarant’anni, una moglie, un figlio piccolo, un impiego in una società di software, colleghi, genitori, suoceri, giornate scandite dalla routine del lavoro, una vita familiare ridotta a monosillabi di saluto la sera e la mattina, sempre più arida, sempre più marginale. Eppure da bambino non era così. Aveva dei sogni: per esempio costruire un capanno per starci con il migliore amico. E quello è stato il suo primo e più grande fallimento: qualcosa è andato storto, quell’estate la sua infanzia è finita. Ma adesso sente che è arrivato il momento di riprendersi il tempo che ha perduto, di riconquistare l’amore di sua moglie, la stima di se stesso. Ha un piano per ricominciare, ma non osa nemmeno confessarlo a Rebe, sua moglie: ormai è così distante, indifferente, forse ha un altro. Lui sospetta di tutto e di tutti, si sente braccato a casa e in ufficio, organizza piani per vendicarsi di chi considera ormai i suoi ex: la sua ex moglie, i suoi ex amici, i suoi ex colleghi… Ma il sogno rimane, e non è detto che nel modo più impensabile e assurdo non riesca a realizzarsi.
Questa è la storia di un uomo capace di realizzare il suo sogno: ricominciare tutto da capo.
Anche se tutti i sogni hanno un prezzo.

:: Recensione di La voce del destino di Marco Buticchi

2 gennaio 2012 by

La cantante lirica Luce de Bartolo ed Evita Peron sono amiche fin dall’infanzia. Luce in vecchiaia è diventata una clochard e viene salvata da un’aggressione da Oswald Breil, ex capo del Mossad, e da sua moglie Sara Terracini, storica e archeologa, che la ospitano nella loro casa galleggiante ormeggiata a Parigi. L’anziana cantante racconta la storia del suo passato da quando iniziò a calcare i palcoscenici di tutto il mondo grazie alla sua voce stupenda e all’appoggio di Eva Duarte che in seguito diventerà Evità Peron la donna più importante dell’Argentina. Dato che molti ex gerarchi nazisti trovano asilo in Argentina grazie a Peron, i due coniugi mettono insieme un enorme patrimonio in denaro proveniente dalla Germania. Quando Evita si ammala di cancro dona a Luce un ciondolo dove è nascosta una chiave che servirà ad aprire il contenitore dell’immenso tesoro . Inseguita da nazisti e da altri Luce riesce a mettere in salvo la chiave anche dopo la morte di Evita. I nazisti nascosti in argentina sotto falso nome vogliono ricrearvi una nuova Germania e vogliono quel tesoro per rimettere in piedi il Quarto Reich. Oswald Breil riuscirà finalmente a trovare in una banca svizzera una cassetta che viene aperta con la chiave di Luce al cui interno è nascosto un tesoro costituito da molti conti. Toccherà come sempre a Breil di salvare il mondo e di mettere il tesoro al sicuro dalle mire dei criminali nazisti. La voce del destino vede il ritorno di Oswald Breil eroe di tutti i romanzi di Buticchi questa volta alle prese con una vicenda per molti versi ancora oscura e legata ad una delle pagine più atroci del secolo scorso: il nazismo, per molti la storicizzazione stessa del male assoluto, con tutte le sue propaggini e le connivenze che hanno portato alla fuga con i loro tesori dei più efferati gerarchi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Che l’utopia di un Quarto Reich sia un’ipotesi neanche tanto fantascientifica porta le conclusioni di Buticchi e le implicazioni neanche tanto inverosimili con alti prelati vaticani o addirittura con i servizi segreti di alcuni paesi vincitori a gettare una nuova luce sulla storia ufficiale per molti versi venata da sotterranee correnti in cui il profitto e l’avidità se non gli ideali distorti di autentici criminali hanno un ruolo fondamentale. Buticchi su uno sfondo storico attentamente documentato muove le vicende di fantasia con una logicità e un’ attenzione per la plausibilità che spinge a credere che molte sue riflessioni abbiano basi solide e magari tenute all’oscuro dalla storiografia ufficiale. Azione, avventura, cospirazioni, suspence, si intrecciano in una narrazione come sempre tesa ed entusiasmante, caratteristica peculiare dell’autore e portano il lettore davanti ad interrogativi che spesso la storia ci pone. Per chi ama i libri ad ampio respiro di un maestro dell’avventura.

:: Recensione di L’età dei lupi – Maria Silvia Avanzato a cura di Riccardo Falcetta

29 dicembre 2011 by

Una scrittrice che sa cosa vuol dire scrivere e raccontare. Pare una tautologia tirata fuori a mo’ di slogan, ma è la constatazione di quando, pescando in un mare convulso e spigoloso di carta rilegata, resti accecato da un talento che brilla come un paradigma.

Se parli con Maria Silvia Avanzato, lei ti dirà che scrive di tutto: favole (“Ratafià per l’assassino”, Forme Libere, 2010, un registro che resta costante nella sua produzione), chick lit (“Granturco su foglia di The”, Arpanet, 2010, e un seriale, nel 2012, destinato al mercato tedesco), erotica (“CipriaVaniglia”, Damster, 2011, in duetto con Gaia Conventi), noir (premiatissimi, gli ultimi, da “Nero di Puglia” a “Lama e trama”). La verità è che qualsiasi cosa lei scriva, reca ben impressa una sigla fatta di scrittura personalissima e avvolgente, di trame e personaggi perfettamente delineati e tematiche di respiro universale. Non fa eccezione “L’Età dei Lupi” (Voras, 2011), racconto di un passaggio all’età adulta.

Si è Bologna, alla fine degli anni ’90: Anita, detta Lupo, è una ragazzina dotata e sensibile come poche. In quegli anni vive con Tamara, madre trentenne, frivola e insicura (“troppo giovane e annoiata per essere una madre”), e una nonna che, data la sua originalità (è lei a chiamarla Lupo “forse per via di quella storia di lupi omicidi che racconta la Zia Pina. Dice che io sono forte e se voglio mordo, come i lupi”) rappresenta per lei l’unico faro. Un padre Lupo non ce l’ha: lo crede “a Hollywood o magari soltanto a Cinecittà” fuggito non prima di aver sedotto (e ingravidato) la fragile Tamara, convincendola delle sue qualità di attrice.

Dall’ultimo anno di medie, nel bislacco regime confessionale del “Santa Eccetera Eccetera”, alla fine del primo superiore, nell’aperto scompiglio di una scuola pubblica, il cammino di Anita è così pieno di persone, storie ed eventi che sembra dover durare una vita intera; è quel viaggio che consente alla bambina di spingersi in là, alla scoperta della sua giovinezza. Le certezze dei giochi in casa dell’amica Nana e degli amori soltanto immaginati, il fragile ma rassicurante guscio di una famiglia di sole donne e l’austerità dell’istituto religioso, presto lasciano il campo allo scompiglio della scuola pubblica, agli incanti e le insidie dell’amicizia e dei primi amori reali (i più sofferti); a scioperi e fughe, da casa e da scuola, tra un brano delle Spice (colonna sonora del libro intero) e un pomeriggio in discoteca, tra compagnie audaci e ragazzetti insicuri. Fino ai primi segnali di una maturità a lungo bramata, che arrivano proprio quando Tamara decide di regalare a sua figlia l’invadente presenza di un altro padre.

Il confronto generazionale è solo uno degli aspetti più avvincenti di questo romanzo: memorabili restano gli incontri di Anita con vissuti e realtà limite, all’interno della scuola pubblica. Tra gli altri, il simpatico Pietro, il quale, costretto all’isolamento dalla malattia, parla come i personaggi dei crime movies visti e mandati a memoria:

 “Ma io posso morire bambina, io non lo so se va tutto bene… Magari fra un anno mi levo dalle balle e potete dare il mio banco a un altro. Ma intanto voglio bere brandy con gli amici, il giorno del mio compleanno… Dai andiamo di là e fammi vedere le tette! Almeno mi fai morire contento!”);

o la musulmana Latifa (“Se eri amico di Latifa o di Amina, loro ti scrivevano il tuo nome in arabo sul diario…”), che la condurrà in mondo straniante e incantato.

Latifa abitava in una zona che Bologna si era premurata di calciare il più lontano possibile, come se fosse stato un birillo indesiderato durante una partita di bowling. Quartiere Pilastro. Il Bronx…

Erano grandi palazzi con le finestre aperte in pieno dicembre (alcune, dubito avessero le imposte) e camminando fra quegli stabilimenti giganteschi si udiva un brusio concitato: erano le voci delle finestre, le preghiere dei musulmani miste al pianto dei bambini, al fischio delle caffettiere, alle notizie di calcio per radio, alle discussioni di marito e moglie…

Sbirciavi nella vita altrui e la vita altrui ti pioveva addosso, dall’alto, con echi, con fruscii.

Maria Silvia Avanzato non è nuova a narrazioni così intense. Ne “L’età dei lupi” racconta la bufera di una età meravigliosa e terribile come una montagna da scalare. Per chi scrive storie, il talento è saper raccontare, catturando con sguardo nitido, nel groviglio che avvolge il mondo, i tracciati della propria esperienza, e poi scriverne, descriverli in modo personale, sciorinando le parole adatte per restituire, nell’affabulazione, colori ed echi di una esperienza vigorosa e  condivisibile. Un compito non semplice, qui svolto con bravura e tenuta disarmanti.

Sciorinando un linguaggio della memoria e delle emozioni, questo libro reca un assunto fondamentale: ogni singolo tassello di quel piccolo e caotico puzzle di vita che è l’adolescenza è necessario poiché fonda, nell’esperienza e nella forza dei ricordi che saranno, tutta la precaria vivacità dell’età adulta.

“Non gli dico che quelle lacrime sono arrivate con la musica in punta di piedi e mi hanno fatto ripensare a mio nonno che giocava con me, che non cadevo, che mi prendeva sempre in tempo

E alle persone che ti danno un bacio e poi spariscono per sempre. lui non sa che la vecchia musica ha il potere di farti piangere in mezzo alla Romea, in una notte di pioggia, dopo una Sambuca e quattro schiamazzi”

“Dobbiamo proprio deciderci a far visita alle suore, a ritrovare anche gli altri, a guardarci indietro per bene, una volta per tutte”

Di vivere vale davvero la pena.