:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

19 giugno 2024 by

Benvenuta Ben su Liberi di scrivere, è sempre un piacere parlare con te di libri e letteratura. Per una volta non parleremo di Martin Bora, e della tua serie ambientata nella Germania nazista, ma di un romanzo appena uscito per Mondadori dal titolo La fossa dei Lupi. Per molti tuoi lettori del tutto inaspettato. Ce ne vuoi parlare? Come ti è nata l’idea di scriverlo?

Di solito rispondo dicendo, come lo scalatore Edmund Hillary quando gli fu chiesto perché avesse voluto scalare l’Everest: “Perché è lì.” E lì, nelle scuole italiane come nelle nostre vite, I Promessi Sposi si trova dal 1870, tre anni prima che l’autore morisse. Un testo obbligatorio, dunque, seminale come Moby Dick per gli statunitensi, Guerra e Pace per i russi, o I Miserabili per i francesi. E se Manzoni condivide il podio con Alighieri, è perché ha “inventato” l’italiano moderno così come la Divina Commedia ci ha fornito una lingua nazionale. Proprio perché imprescindibile, e perché al contrario di molti l’ho amato fin dalla prima lettura, ho in mente e forse anche nel cuore I Promessi Sposi da tempo. Una storia di amore contrastato, fughe oltre i confini, guerre e pandemie, un abietto rapimento a fine di stupro, disordini di piazza… Il romanzo ci parla oggi forse più di ieri! Cresciuta fra libri di grande letteratura, con una carriera accademica alle spalle, e prestata da oltre trent’anni alla detection, mi è parso finalmente il momento di ringraziare Don Lisànder a dovere, abbinando alla mia consueta analisi storica e filologica un pizzico di ironia postmoderna. Che occasione per giocare con lo stile bonario di Manzoni mantenendo una tensione da thriller, ed elaborare i personaggi parlando in modo più esplicito di violenza e sensualità dove l’originale necessariamente doveva tacere! Un’esca troppo ghiotta per ignorarla.

Non avevi paura prima di cimentarti coi personaggi del Manzoni?

I monumenti, si sa, sono eretti per ricordare, ammonire, stupire. Ciò non toglie che nel corso dei secoli rivoluzioni e guerre li abbiano abbattuti fino alle fondamenta spesso e volentieri. Ho un vivido ricordo delle statue atterrate di Marx e Lenin nei giardini pubblici di Sofia poco dopo la caduta del Muro. Se, diciottenne nel 1968, posso essere ascritta a una generazione al contempo idealista e iconoclasta, da amante dell’archeologia detesto la perdita di qualsiasi testimonianza monumentale. Ammiro i capolavori, ma non ne sono intimidita. Manzoni scrisse per tutti noi, amabilmente e in modo comprensibile, conscio di dover “risciacquare i panni in Arno” prima di rendere il suo capolavoro fruibile dalle generazioni. Nessun timore, dunque. La coscienza di avere davanti una sfida notevole, sì. Dalla mia avevo stima per il testo, buona conoscenza della sintassi e delle metafore manzoniane, capacità di investigare il periodo storico nei suoi dettagli: società, religione, sistema economico, relazioni di genere e di classe, musica e arti grafiche… e naturalmente anche i soggetti che prediligo da sempre: armi e uniformologia. Confrontarsi con personaggi letterari già esistenti presenta vantaggi (sono già disegnati in modo più o meno particolareggiato, hanno un loro modus operandi) e svantaggi (gli stessi, come sopra). In altre parole, chi scrive deve accortamente cogliere tutti gli accenni anche sottintesi dell’originale: Lucia è bella o no? Fino a che punto Renzo ha un carattere aggressivo? Sono tutti d’accordo nel perdonare l’Innominato dopo il pentimento? Da queste domande nascono possibilità di elaborazione, nel rispetto del personaggio senza abbandonare la libertà creativa.

Dunque hai proseguito i Promessi sposi. Tornano Renzo e Lucia in una storia inaspettata di indagine, ce ne vuoi parlare?

Sui banchi di scuola abbiamo lasciato Renzo e Lucia novelli sposi, avviati oltre l’Adda. Seguono cenni sulla numerosa prole che avranno, e sulle lezioni di vita che hanno imparato (o no) dalle loro disavventure. La Fossa dei Lupi li porta avanti di qualche mese, durante la gravidanza di Lucia che è tornata dalla Bergamasca per far nascere il primo figlio nel paese natio. Identifico quest’ultimo, sulla scia di vari studi, con Olate, ora parte della città di Lecco. Baffi e barba identificano Renzo come adulto maturo, oltre che futuro padre e piccolo imprenditore. Agnese, madre di Lucia, presenza un po’ ingombrante, li segue ovunque. Agli inizi del romanzo, l’omicidio dell’Innominato sui monti sopra Lecco li sconvolge… o forse no. È quel che vuole scoprire Olivares, che da buon investigatore sospetta di tutti. Come lui, i due Tramaglino sono sopravvissuti al contagio e possono muoversi liberamente. Farli crescere dalla quasi adolescenza alla vita matrimoniale è stato interessante, così come scoprire una certa caparbietà nel comportamento di Lucia (ricordiamo la “Madonnina infilzata” del Manzoni), e inattesa temerarietà in Renzo sotto un interrogatorio che oggi definiremmo di garanzia. Dopo quasi due anni di peste, che richiamano alla mente la nostra recente esperienza con il Covid, tutti i lombardi stanno cercando di ricostruire le loro vite fra i lutti e il disastro economico seguìto alla peste.

Il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares è il vero protagonista del libro? Come hai costruito il suo personaggio?

Devo ammettere che Diego Antonio de Olivares, energico eppure ingenuo venticinquenne, è il mio favorito. Impegnato nella lotta al crimine, la sua fervida religiosità gli fa vagheggiare un futuro non solo nella dotta Compagnia di Gesù ma anche il martirio in terre lontane; si interroga e spesso interroga il suo padre spirituale su questioni morali, ricerca verità e giustizia. Ma è anche un ragazzo pronto ad infiammarsi per una vedova come Donna Polissena Gallarati, tanto affascinante quanto “scienziata” noncurante delle regole che pure formalmente osserva con atti di carità. Mi è piaciuto molto dosare i passi della sua seduzione, secondo i costumi garbati dell’epoca, fino alla delizia di scoprire cosa si nasconde sotto le vesti sontuosamente severe di lei. Costruire Olivares, cosa amabilissima, ha significato studiarne l’aspetto italo-spagnolo (i capelli biondo-rossi del padre galiziano e gli occhi neri della bisbetica madre milanese Donna Sebastiana, “incarognita con Nostro Signore per avere lasciato morire quattro dei suoi sei figli”), il vestiario più vicino al rigore protestante d’Oltralpe che al fasto italiano, e soprattutto la sua verosimile adesione al complicato sistema secondo cui un’indole generosa e priva di pretese può e deve convivere con l’esasperato senso dell’onore spagnolesco. Olivares è il protagonista del romanzo perché indaga sull’omicidio eccellente dell’“Innominato” Bernardino Visconti, perché si confronta con i ricchi eredi del morto e di Don Rodrigo come con i miserabili ex bravi che mendicano un ingaggio, con informatori, prostitute e banchieri, girando per il lazzaretto milanese in via di chiusura, il Lecchese e la Brianza… Ma lui stesso riconosce in Renzo e Lucia il nucleo di una costellazione di personalità ed eventi. Intorno a loro ruotano sospetti, crimini, vendette, senza dimenticare laboriosità premiata, donazioni in denaro, curati truffaldini come Don Abbondio, figli di lanzichenecchi, falsi spagnoli e falsi italiani. E la feroce Guerra dei Trent’Anni fa da sfondo tempestoso al tutto, come nella indimenticabile Resa di Breda dipinta da Velázquez.

Come hai gestito tutta la parte relativa alle concezioni cristiane del Manzoni: la Provvidenza, il libero arbitrio, la giustizia, la fede?

Sulla religiosità del Manzoni si sono scritti non fiumi ma oceani di inchiostro. Convertito al cattolicesimo, moderato nel senso che appoggia almeno formalmente la separazione fra il potere ecclesiastico e quello civile, lo scrittore crede profondamente nell’istituzione del Papato e nel soccorso della Provvidenza divina nelle vicende umane. I suoi personaggi positivi, a partire dai Promessi e da Fra Cristoforo, sono mossi dalla fede; hanno fiducia che Dio provvederà anche contro le infamie umane. In Manzoni la facoltà di scegliere fra il Bene e il Male, o libero arbitrio, è aperta a tutti; quanto alla giustizia, si può solo aspirare ad essa, in un mondo imperfetto dove essa è augurabile solo grazie all’aderenza a principi morali universali. Questo però non equivale a passività: Lucia cerca di sottrarsi alla violenza, Renzo sfugge alla persecuzione emigrando, e Fra Cristoforo affronta a testa alta il prepotente Rodrigo. Aiutati, ché Dio t’aiuta sembra essere il motto per tutti loro. Per quel che mi riguarda, credo nella responsabilità individuale, nel dubbio come strumento del libero arbitrio, e in tempi post olocaustici non so se mi affiderei ciecamente alla Provvidenza. Ho quindi inserito il dubbio in diversi passi del romanzo, da quello etico-giuridico di Olivares a quello materno di Agnese Mondella, fino all’incertezza e alle scelte codarde ma pragmatiche di Don Abbondio, a cui regalo il cognome Romanò.

Hai appena venduto i diritti cine-televisivi per La fossa dei Lupi. Come è andata? Si sa già qualcosa di più dettagliato?

Be’, la notizia è di pochi giorni fa, quindi è ancora tutto piuttosto prematuro; ci sono ancora moltissimi passi da fare, e non è detto che il progetto vada necessariamente in porto. A ogni modo, sarà interessante vedere ricostruire una Milano e una Lombardia scomparse da tempo, magari con ambientazioni in borghi e angoli cittadini ancora conservati, o con l’ausilio della tecnologia informatica. La trama del romanzo include scontri armati, agguati, inseguimenti, risse, cerimonie solenni e momenti ironici, scene d’amore, duelli e cavalcate – tutti i componenti che ci aspetteremmo da una continuazione in chiave di mystery del capolavoro manzoniano. La Fossa dei Lupi potrebbe diventare un racconto visivo entusiasmante e sensuale.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Be’, finito un progetto, ne comincia un altro. Da un po’, infatti, sto considerando di riportare Martin Bora, ufficiale tedesco con una coscienza, agli inizi della sua avventura militare e investigativa sul fronte orientale. Lo specchio del pellegrino (working title) si svolge nel 1941 in un ambiente inedito e assai poco corrispondente alla nostra idea di campagna di Russia. Le sponde del Mar Nero, come ci insegnano i magistrali racconti di Isaak Babel’ e lo splendido film di Nikita Michalkov Colpo di sole, hanno un aspetto quasi mediterraneo. Sarà un’occasione per vedere cosa succede quando Bora, ancora capitano di cavalleria, viene inviato laggiù a risolvere un caso apparentemente facile. Gli appassionati di Martin Bora non saranno sorpresi di riconoscere le descrizioni di regioni e città che oggi sono nuovamente nei notiziari di guerra. Mi affido io per prima al buonsenso e alla tenacia indagatrice del mio protagonista, certa che nonostante gli ostacoli sulla sua strada proseguirà fino a trovare il bandolo della matassa.

:: Atlante Goloso di Marilù Oliva (Rizzoli 2014) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2024 by

Questo splendido libro arricchito da stuzzicanti contenuti ed eccezionali illustrazione, piuttosto che un dotto saggio gastronomico sulla cucina dell’Antichità, con l’accento posto su quella degli Antichi Greci e Romani, mira a diventare un piacevole itinerario nella mitologia legato al cibo e al cibo.
Immaginario viaggio dunque partendo dai loro usi e costumi a tavola e soprattutto dai tanti favolosi miti legati al cibo e ai singoli ingredienti. Concetto molto diverso presso gli antichi rispetto ai nostri giorni. Freneticamente impegnati in nuove e diverse mode a ogni costo.
Nella Roma repubblicana per esempio la frugalità originata dal sostantivo frugalitas regnava sovrana in tutti i ceti sociali, in Grecia poi l’aggettivo spartano ovverosia rigoroso veniva costantemente riferito sia ai costumi che al cibo. Semplicità a tavola dunque, favorita dalle classi superiori e obbligatoria necessità per i più poveri.
Civiltà solitamente parche nel cibo pur lasciandosi andare di tanto in tanto a eccessi e grandi abbuffate (ricorderete tutti, immagino, la famosa cena di Trimalcione, il ricco protagonista del Satyricon di Petronio).
Floride civiltà mediterranee nate, cresciute e sviluppatesi con ciò che terra, mare e allevamenti offrivano loro per vivere. Tempi di guerra, povertà e carestie avevano spesso insegnato cosa fare e come. Insomma tutta una serie di accorgimenti per poter mangiare e soprattutto per conservare il cibo in tempi in cui non esistevano i congelatori o i frigoriferi. Quindi si seccava carne e pesce al sole , si usava il sale, l’olio, si trasformava il latte delle capre in formaggi anche da invecchiare, si mischiavano i cereali e si cuocevano focacce, pane, pasta, biscotti…
Il pasto per tutti era un momento conviviale, esempio della civiltà e dei costumi che differenziavano Greci e Romani dalle popolazioni barbariche. Ma per loro il cibo era anche rigorosamente connesso con il mito e le storie degli dèi.
Un culto della gastronomia diverso dal nostro quindi. Stando infatti ai poemi omerici e alle copiose offerte votive di cibo, quali animali vivi ma anche pane e focacce dolci rinvenute nei templi, abbiamo la prova provata di quanto per gli antichi il cibo fosse strettamente correlato con il divino.
E proprio per questo il testo di Marilù Oliva va a esplorare i fondamentali luoghi di mitiche storie romane e greche in cui gli alimenti vennero sfiorati dalle divinità e implicati in fatti eccezionali. Quindi non sarà solo un saggio culinario legato all’Antichità, ma una specie di viaggio attraverso i posti in cui e da cui si originarono le varie storie e le relative leggende.
L’autrice, amante della cucina e brava cuoca, ha scelto di suddividere i capitoli secondo la precisa caratteristica di ogni alimento e ogni capitolo si conclude con il suggerimento di un menù completo, di sua creazione.
Un viaggio culinario che secondo l’attuale tradizione comincia con l’antipasto per concludersi con il dessert. E un viaggio gastronomico, quello dei romani di allora, non molto dissimile da ciò che Cicerone poteva mangiare seduto a tavola con gli amici: aperitivi vari, primae Mensae o i primi di oggi allora: che poi erano minestre, piatti a base di carne, pesce, legumi e selvaggina. Quindi le secundae Mensae che offrivano non solo frutta ma anche bietole, porri, cipolle con alla fine brindisi, levando calici ricolmi di grandi vini, accompagnati da canti e giochi vari.
La normale vita dei Greci era scandita da tre pasti giornalieri. Al mattino una focaccia intinta nel vino e olive verso le 13/14 (una /due) qualcosa di più mentre il pasto più sostanzioso e spesso condiviso era riservato alla sera. Quella dei Romani era simile: colazione leggera, una prandium veloce, spesso consumato in piedi con pane, carne fredda, o pesce o legumi o uova, seguito alla sera da una cena più copiosa, annaffiata con vino. Momenti solo maschili, le donne fino all’era imperiale, salvo le schiave o le amanti, solitamente venivano escluse.
Archestrato di Gela, Catone, Ateneo di Naucrati, Columelle ecc. appassionati o chef stellati di allora ci descrivono menù e ricette. Esaltate ancora più da Apicio che, dalla vetta della tradizione culinaria dell’epoca, ci ha trasmesso De coquinaria, il suo ricco ricettario.
Da allora se non tutto, molto è cambiato. Spesso le donne sono regine in cucina, abbiamo perso e dimenticato cosa fossero certi cibi, mentre abbiamo aggiunto ai nostri quotidiani menu una ricca varietà di prodotti prima sconosciuti provenienti dalle Americhe. Siamo diventati fans del caffè…
Mangiamo più polli, come facevano gli antichi tuttavia apprezziamo le uova cucinate in vari modi. Le uova, grande simbolo della vita . La leggendaria Elena destinata a provocare la famosa guerra di Troia nata da un uovo di cigno fecondato da Zeus…
Notiamo come i gradini più bassi della società siano sempre stati forzosamente parchi nel cibo, mentre per i ricchi la tavola fu presto un lusso oltre che un piacere. Anche se le regole di una corretta nutrizione ampiamente trattate da Galeno avrebbero sempre suggerito a tutti una vera e propria equilibrata dieta mediterranea.
Però, soprattutto per assaporare davvero il piacere di un pasto, la prima vera regola dovrebbe essere sempre, a detta di Plutarco: “… a tavola per mangiare, ma per mangiare insieme”.
Ringraziando sempre e ancora come facevano gli antichi la romana dea Cere, o Demetra figlia di Crono e sorella di Zeus per i Greci. Cere, che ha regalato il suo nome ai cereali e quindi grazie a lei se ancora oggi ci godiamo focacce, pasta e pane.
Ma che dire allora dei legumi come le fave amate dai mitologici eroi come Ercole e poi i ceci, le vecce, i piselli, i lupini e le lenticchie, consumate spesso e volentieri in zuppa con i cereali e quindi care a Demetra madre di Persefone, la mitica latina Proserpina rapita dal Dio degli Inferi in Sicilia, vicino a Enna, che avrebbe dato luogo al ricorrente ritmo delle stagioni. I legumi, lo straordinario riferimento nutrizionale e insostituibili allora come oggi nelle riserve alimentari di ogni famiglia.
La carne di animali, oltre che dedicata al sacrificio agli Dei, cotta alla griglia o arrostita rappresentò il pezzo forte nella tavola dei due contendenti Greci e Troiani dell’Iliade e dei fuggitivi Greci nell’Odissea. A Itaca i Proci asserragliati nella reggia consumavano smodatamente le carni scannando i buoi e dilapidando senza freni le risorse delll’isola sempre accantonate con parsimonia.
Ma alla mensa di Ulisse troveremo spesso anche il pesce consumato per esempio dell’ omerico eroe nell’isola di Scheria ospite del re Feaci padre di Nausicaa. E il pesce domina con la sua varie e colorita tipicità la grande arte pittorica e musiva romana. Mosaici straordinaria che si possono ammirare nei Musei a Roma, Ostia e Napoli.
Anche i formaggi non potevano mai mancare sulle tavola antiche, formaggi fatti di latte di capra come quelli prodotti dai Ciclopi nella loro immane grotta e che Ulisse e i suoi compagni divoreranno per placare la fame ma il cui smodato consumo costerà la vita a tanti tra loro.
Le verdure poi, con le loro infinite varietà, assursero a piatto privilegiato con la cipolla onnipresente nella tavola degli antichi, amata da Afrodite Efeso, Ares … Da ricordare poi il cavolo e il suo famoso detto: nato sotto un cavolo. L’ortaggio con le parti centrarli del cappuccio che ricordano una vulva femminile mentre il gambo un pene. E che, per coglierlo bisogna impugnarne la testa con le mani quasi fosse un bambino che viene estratto dalla cervice uterina .
E non dobbiamo dimenticare : Frutta e dolci. Mele, pere, susine, fichi, con i fichi secchi che restano i principi della tavola antica e divina. Ma con anche tutta la frutta secca posta sempre gloriosamente a dominare il centro tavola.
Poi giungendo in chiusura, Marilù Oliva dopo una rapida carrellata finale , tra fiori edibili, funghi che comparivano spesso e volentieri su tavole povere e ricche, elargisce indispensabili consigli su come ammollare i legumi, preparare la pasta fresca, fare il pane, le salse più di moda tra Romani e Graci e spiega con dovizia di particolari come e quale vino e altre bevande si consumavano con larghezza attorno alle tavole degli antichi. Ma nella Roma repubblicana ohimè proibito alle donne.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Prima di approdare all’ambito mitologico, ha scritto romanzi thriller e noir. Ha pubblicato bestseller come L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), Biancaneve nel Novecento (2021) e L’Eneide di Didone (2022). A sfondo mitologico è il romanzo per ragazzi Il viaggio mitico (DeAgostini, 2022), scritto con suo figlio Matteo. Nel 2023, sempre per ragazzi, è uscito Miti straordinari (DeAgostini, 2023). Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Rizzoli, nel 2023 è uscito Atlante della Magna Grecia. Italia del Sud e Sicilia tra Mito e Archeologia. Il suo ultimo libro è L’Iliade cantata dalle dee (Solferino, 2024).

::La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma, Alberto Foppa Vicenzini (Ugo Mursia, 2024) A cura di Viviana Filippini

18 giugno 2024 by

Tra i cammini che si possono affrontare a piedi, uno dei più noti è quello verso Santiago De Compostela. Nel nostro territorio italiano, abbiamo per esempio la Via Francigena, diventata la protagonista del libro “La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma” , di Alberto Foppa Vicenzini. Da subito l’autore nato a Crema, mette in evidenza come il suo libro non vuole essere una guida, ma un condividere la sua esperienza personale di cammino con tutto quello che gli è capitato. Tanto è vero che il volume si apre con il capitolo “Istruzioni per l’uso” nel quale l’autore vuole fornire tutto quello che può essere utile al lettore-camminatore per affrontare la via Francigena che, con i suoi circa 2200 km, attraversa cinque Paesi, partendo da Canterbury (Regno Unito), passando per Francia, Svizzera, Italia, fino a Città del Vaticano. In reltà è possibile allungare poi il cammino con il prolungamento noto come Via Francigena del Sud, che si inoltra fino a Santa Maria di Leuca, in Puglia. Non solo, perché secondo Vicenzini oltre a conoscere la strada che si percorre è importante anche avere le idee un po’ chiare su chi sono gli abitanti lungo la via che si potrebbero incontrare, scoprendo i loro usi, costumi, tradizioni e anche molteplicità di lingue parlate. Altro aspetto interessante è il come l’autore è la preparazione al cammino, pensando al punto da dove partire, se da Dover o da Calais, ma anche il considerare il tempo in giorni per svolgere il tragitto (di solito dai tre ai tre mesi e mezzo) e quello atmosferico con i cambiamenti che si possono verificare di temperatura e condizioni meteorologiche, passando per esempio dalla zona pianeggiante a quella montuosa, dal sole alla pioggia. Tra le cose e i documenti da avere è fondamentale la credenziale, la quale certifica il passaggio nelle diverse stazioni della via Francigena e il fatto che si sta compiendo il cammino. Inoltre, uno dei suggerimenti di Vicenzini è che più che una preparazione specifica è importante che il corpo ad abituarsi alla camminata. Finita la parte di contestualizzazione e preparazione del e al cammino, Vicenzini parte con l’inizio di quello che è il suo vero e proprio diario del pellegrino del quale ci rende partecipi. Allora scopriamo che il percorso è un modo per fare nuove amicizie, per conoscere donne e uomini in cammino con le loro storie, ma anche per scoprire e apprezzare il paesaggio, grazie ad una mobilità lenta. Vero che fra le tante soddisfazioni ci sono, arrivano anche gli intoppi e i cosiddetti dolori del cammino che l’autore comunque affronta e supera. Tante sono le persone incontrate, ognuno con il proprio vissuto che è parte integrante del pellegrinaggio. Un aspetto curioso del quale il cremasco ci rende partecipi non sono solo gli acquazzoni, i venti o grandinate nelle quali si è imbattuto, ma anche il rito della lavanda dei piedi che ogni camminatore sperimenta come sulla via di Santiago anche sulla Francigena e, in questo caso, è tenuto dai volontari della Confraternita di San Jacopo a Radicofani, un Comune in provincia di Siena, in Toscana. Interessante anche l’ “Appendice” alla fine, dove l’autore descrive il peso di ogni singolo oggetto che ha portato con sé, che va dai vestiti, ai documenti, fino al kit pronto soccorso; per passare alla descrizione di ogni singola tappa dal Regno Unito, Francia, Svizzera fino all’Italia, indicando la località con i singoli chilometri. Il tutto accompagnato da un interessante QRcode che svela le immagini del cammino. “La Via Francigena passo dopo passo. 2200 km da Canterbury a Roma” di Alberto Foppa Vicenzini è un libro avvincente, profondamente umano che non solo racconta la Francigena, ma condivide con ogni lettore le esperienze, le emozioni che il cammino e gli incontri che si fanno durante esso, donano ad ogni pellegrino/lettore, il quale scopre la bellezza del camminare, del guardare, conoscere posti e persone nuove.

Alberto Foppa Vicenzini, nato nel 1976 a Crema, laureato in Informatica presso l’Università Statale di Milano, con un master in Management, lavora presso un’azienda globale di consulenza direzionale e si occupa della realizzazione di siti e-commerce. Amante della natura e delle passeggiate all’aria aperta, si è avvicinato ai viaggi a passo lento nel 2018 e ha percorso il Cammino di Santiago in Spagna, il Cammino d’Assisi e di San Benedetto in Italia; nel 2022 ha potuto realizzare il suo sogno: percorrere la Via Francigena da Canterbury a Roma.

Source: grazie allo studio di comunicazione 1A.

:: L’avvitatore di penne di Shanmei

17 giugno 2024 by

Tess era di nuovo ubriaca. Tess è mia madre e io sono un ragazzino di otto anni, per cui cercate di capirmi. Devo aiutarla a tirarsi giù dal letto e ad alzarsi e non è facile. Tess fa la cameriera al Choop Caffè di Memphis, una bettola per camionisti ma con la migliore torta di noci di tutto il Tennessee. Ha il turno che va dalle 6,30 alle 14,30 e io ho appena finito di preparare la colazione e sto armeggiando con la sua divisa verde ed azzurra. Tess ha i capelli biondo miele e una predilezione per i liquori forti. Non perché sia mia madre ma è molto carina. Ha tante buffe efelidi sotto gli occhi e le fossette quando ride. Sembrano mele rosse le sue guance. Carina com’è non capisco perché non riesca a tenersi un uomo. Ce ne sono sempre che le ronzano attorno ma tutto dura sempre poco. Ha un bel dire che io sono l’unico uomo della sua vita, io vorrei che si sistemasse. Così non può andare. Tutte le volte che la lasciano  lei  si rimette a bere ed è sempre la stessa storia.
Oggi ho compito in classe di matematica, sono un po’ preoccupato, qua a Memphis le scuole sono severe, non come a Chicago dove vivevamo prima. I miei compagni giravano armati per i corridoi ed erano pochi i maestri con il coraggio di dare insufficienze. Che pacchia era la scuola allora, bastava entrare nella gang giusta. Tess non voleva che entrassi in una gang, ma secondo voi, come ho fatto a sopravvivere 6 mesi al Jefferson. Striscio sotto il letto in cerca di una scarpa anatomica, di quelle per combattere la stanchezza, brutte ma buone, e gliele calzo. Quando la mollano beve e piange, non fa altro quando è a casa. Io le voglio bene certo, ma sono un po’ stufo, vorrei una madre che faccesse raid ai centri commerciali, e invece sono io che faccio la spesa; vorrei una madre che mi mandasse a letto senza cena, e invece sono io che cucino; almeno una madre che mi dicesse che guardo troppa tv e invece sono io a spegnere il video alle due di notte.
Comunque non mi lamento, viviamo in una roulotte, con tutti i confort, e giriamo il paese ogni volta che la licenziano. Vicino al mio letto ho una mappa dell’America e aggiungo bandierine in ogni stato che siamo stati, mi manca Kansas, Nevada, Alabama e Louisiana. Non male vero? Viaggiare non è male, il brutto sono le trafile burocratiche quando cambio scuola, tutti quei moduli da compilare ma sono necessari se non vogliamo che qualche assistente sociale mi porti via.
Poi c’è mio padre. E’ in galera, ne avrà per molto, comunque. L’ hanno beccato in uno stato dove non c’è la pena di morte così forse hanno tempo di capire che è solo un po’ stupido. E’ li da sei anni e faccio un po’ fatica a ricordarlo, ma ci scriviamo. Lui ha tanto tempo libero e a me piacciono le sue lettere. Vuole che gli mandi mie foto, così mi faccio delle polaroid e gliele spedisco. Vuole controllare il mio percorso di crescita, è preoccupato, e conoscendo Tess ha le sue buone ragioni. Finalmente è pronta, anche ubriaca è bellissima. L’accompagno fuori e le annodo l’impermeabile. Piove, fa freddo è inverno. Mi dà i soldi per la spesa e la saluto.
Presto lavorerò anche io. Ho letto su una rivista che mandano lavoro a domicilio. Avvitare e assemblare penne. Poi rileverò l’azienda e altri le avviteranno per me. Farò i soldi ed entrerò in politica. Diventerò governatore e poi presidente e allora farò emanare una legge che bandirà l’alcool da tutto il mondo. E sapete che farò a quelli che non seguono la mia legge? Gli farò avvitare penne.

:: Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito (Qed 2024) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2024 by

Pace a chi resta. O forse no? Cinismo, disillusione, rabbia, tutto pur di sfuggire al dolore di una perdita, di molte perdite, che mettono un uomo devastato davanti alla sua solitudine. Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito, scrittore albese di indubbio talento, ci narra la storia di un uomo che un tempo è stato figlio, fratello, marito e amico e ora è solo più un violento, un assassino. Un uomo che perde tutto il suo mondo e pian piano anche se stessso in una voragine di violenza decontestualizzata. Come sempre le storie di Saporito partono da elementi autobiografici per scavare nell’inconsio e creare storie peculiari e arcane, illusioni ottiche, proiezioni parallele di un altrove non sempre definibile. Il protagonista, figlio della buona borghesia albese, si accontenta di un lavoro da bibliotecario, tradendo le alte aspettative di un padre avvocato la cui religione sono i soldi, il lavoro, l’affermazione sociale. Ma ha Lisa, la moglie, il grande amore della sua vita. Lui vive per lei, lei vive per lui, finchè questo incanto, questo equlibrio, si rompe: il suo migliore amico sotto cocaina e alcool provoca un incidente stradale in cui muoiono la moglie e la sorella del protagonista. Dopo poco, di dolore, ma sarà un infarto, anche il padre, lasciandogli una cospicua eredità e la possibilità di vivere senza lavorare. Ma perdere i suoi principali affetti e punti di riferimento lo porta a volere vendetta. Parte per Roma con in mente solo una cosa…

E così si dipana una storia, di cui non svelerò gli ulteriori colpi di scena, ma ce ne sarà uno risolutivo finale, atto a cambiare le prospettive. La violenza come catarsi, come rabbia vendicativa contro la vita immeritevole di rimpianti. Una storia noir, oscura e feroce, che ci porta nel cuore nero di un uomo che da mite e incolore, persona senza qualità, si fa travolgere dalla rabbia, dall’odio e dalla violenza. L’incapacità di metabolizzare il suo passato proietta il protagonista in un mondo senza redenzione, in un vuoto esistenziale in cui neanche alcune storie passeggere riescono a dare calore. Un mondo freddo, algido, incolore si dipana in un vorticoso abisso verso un male di vivere che non è dato sapere se verrà mai fermato. Se c’è una morale in questo libro, che forse morale non ha, è che meglio esorcizzare i propri demoni sulla carta che nella vita reale, e uno scrittore ha il grande dono, o potere, di analizzare se stesso e da questo proiettare storie cannibalizzate dalla realtà. Resta l’amore, il grande mistero, l’unica luce in un mondo di ombre e di buio, che neanche un tradimento può sminuire, può togliere il senso che può dare a tutta una vita. Romanzo amaro, crudele, ma capace di esorcizzare il dolore, il distacco e la morte.

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto per trent’anni una galleria d’arte. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo Harley-Davidson (1996, Stampa Alternativa Editore, vendendone ventimila copie), e Generazione di perplessi (2011, Edizioni della Sera, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: Il rumore della terra che gira (2010, Perdisa Pop, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi), Il caso editoriale dell’anno (2013, come “Anonimo”, Edizioni Anordest), Come un film francese (2015, Del Vecchio Editore), Respira (2017, Miraggi Edizioni), Jazz, Rock, Venezia (2018, Castelvecchi Editore), Come una barca sul cemento (2019, Arkadia Editore) e In nessun luogo (2022, A&B Editrice). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli riviste letterarie. A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi. A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una sua personale rubrica. Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf [2002] diventa oggetto di studio di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di Anche i lupi mannari fanno surf, di Roberto Saporito”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

:: La fossa dei lupi di Ben Pastor (Mondadori 2024) di Patrizia Debicke

13 giugno 2024 by

Tornano in primo piano in scena memorabili personaggi de I promessi sposi, alcuni come comprimari vedi: Renzo, Lucia, Don Abbondio mentre l’Innominato pur fulcro della storia da bandito e taglieggiatore pentito infine diventato un pio un agnellino, è stato messo da Ben Pastor al servizio della fiction e trasformato in vittima designata. Ciò nondimeno in pratica tutti i personaggi del romanzo manzoniano risalgono in scena maliziosamente collegati in qualche modo alle attuali vicende di La fossa dei lupi.
I promessi sposi proprio loro già ? Il capolavoro di Alessandro Manzoni , amato o più spesso odiato e noioso spauracchio di tanti studenti italiani per generazioni e invece, per chi scrive di giallo spesso un libro da infilare nella rosa dei primi rappresentanti italiani del genere .
Intanto ci prova Ben Pastor, fedele lettrice del Manzoni, a far cambiare idea e interessare tanti italiani incuriosendoli soprattutto con una disincantata ma raffinata e perfetta ricostruzione storica dell’epoca. I milanesi riconosceranno le loro vecchie strade, dovranno riscoprire chiese ormai, scomparse e i Corpi Santi, le cascine e i borghi agricoli sorti attorno alla città di Milano, appena oltre le mura spagnole.
Dunque, dicevamo riprende in mano alcuni personaggi, tre anni dopo le loro drammatiche avventure, , a novembre del 1628 mentre Milano si sta ancora assestando dopo i tanti lutti della peste che ha fatto tirare le cuoia anche al loro persecutore Don Rodrigo, e fa ritrovare Renzo e Lucia economicamente ben sistemati, con lui che gestisce con successo in comproprietà, nella bergamasca, una fiorente azienda di filatura. Ma per il capriccio di Lucia che è incinta e vuole che suo figlio venga al mondo dove è nata lei, li fa tornare temporaneamente a Olate, in terra di Lecco nella vecchia casa di famiglia e in un certo senso diciamo sotto la pelosa influenza di Don Abbondio.
Vi abbiamo anticipato che l’Innominato, al secolo Bernardino Visconti è la vittima designata da Ben Pastor nella sua trama. E dunque a Milano il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares, grande famiglia spagnola ma con un ricca madre italiana, uomo d’ordine ma anche di cultura, sta indagando proprio sulla morte dell’Innominato, ucciso in un bosco dove si cacciano i lupi, sui monti sopra Lecco, vicino alla casa di un suo figlio illegittimo. Una morte che ha lasciato alla famiglia, pur pagati i tanti conti in sospeso, una considerevole eredità da dividere ma anche un complesso intrico di interessi.
Olivares, ex studente presso i Gesuiti che lo vorrebbero nel loro ordine, ma lui nicchia ancora dopo la parentesi militare in Svizzera (guerra dei trent’anni) per difendere la fede contro gli eretici con per compagno Grauembart un capitano miscredente, dove il saggio consiglio di frate Pizarro gli ha suggerito di provare anche altro ed è felicemente sopravvissuto alla peste. Ora vive a Milano, ha un importante incarico ben remunerato, ampia libertà d’azione e può muoversi in lungo e largo nei territori del Ducato.
Ma chi ha ucciso l’Innominato ? Cui prodest? Qualcuno per vendicarsi? I parenti? I suoi ex bravi, messi a stecchetto dalla sua improvvisa conversione e, in una Milano ancora traumatizzata dalla peste, rimasti senza lavoro? Ma se i parenti ci guadagnano qualcosa, gli ex bravi no, o almeno pare. Cosa che dovrebbe farli scartare… Il recente e, se non c’entrano, malaugurato trasferimento di Renzo e Lucia Tramaglino, invece li infila pari pari nella rosa dei sospetti, l’assassinato era stato complice nel tentativo di rapimento di Lucia organizzato con Gian Paolo Osio, l’amante di Suor Virginia Levya, monaca in Monza. E si potrebbe ipotizzare anche il nome di Don Abbondio, il curato, magari per antiche ruggini e invidie nei confronti del Visconti?
Olivares, interroga e reinterroga gli sposi manzoniani: hanno qualcosa da nascondere? Renzo è ancora impetuoso, e Agnese sua suocera non è certo cambiata ma pur invadente, saccente e spesso importuna, pare abbia colpito al cuore un vecchio commilitone.
Il luogotenente interroga e reinterroga anche Don Abbondio, il pauroso ma avido e ricco curato?
Son tempi grami per quanti cercano di sopravvivere. La peste che ha spopolato la Lombardia può far serpeggiare esasperazione e volontà di rivolta?
Avvalendosi di precisi particolari “La fossa dei lupi” descrive in dettaglio la società e il potere di quegli anni. L’influenza spagnola,i rapporti tra i nobili, le abitudini della popolazione più misera, sempre condannata a subirne l’arroganza. I signori lombardi spendono e spandono senza riguardo dominando la plebe che spesso mangia poco o niente. Povertà e lusso smodato si confrontano con criminalità contrastata solo con mostruose torture e pene di morte, intessute in un mondo denso di proibizioni e segreti. Mentre la Chiesa, nella persona del Cardinale, sollecitando a ogni costo pronte risposte e accuse è sempre disposta a usare le proprie guardie, malviste dalla Giustizia laica di Milano, per dominare fino a prevaricare.
Ciò nondimeno Don Diego Antonio de Olivares, passo passo ma con determinazione, allargherà le sue indagini a macchia d’olio, spaziando tra i troppi nullafacenti, bisognosi di guadagnarsi da vivere a ogni costo e, messo sulle tracce delle malefatte di Paolo Osio e della Monaca di Monza, complici di Don Rodrigo e dell’Innominato nel tentativo di sequestro di Lucia Mondella ai fini di stupro, verrà a conoscenza di quali orrendi e reiterati delitti la curia milanese imputi loro e della terribile condanna che sta pendendo sulle loro teste. E in caccia della corrispondenza del defunto padre di Don Ottaviano Gallarati, amico e foraggiatore di crimini all’Innominato, che potrebbe aiutare a risolvere il caso del suo omicidio, chiederà udienza alla vedova,la dotta , poetessa curiosa e stravagante scienziata Donna Polissena, una bella signora evasiva e attraente. Con la quale scoprirà di condividere la passione per la letteratura, l’arte e forse altro… Talmente affascinante e seducente, nonostante gli occhiali che porta, un vezzo pare, persino in grado di spingerlo a fare alcune scelte della vita. E a risolvere il suo personale conflitto fra carne e spirito. Conflitto che per lunghi anni, dopo aver pensato a una vita religiosa sulle orme di Ignazio di Loyola, ambendo addirittura a un possibile martirio in terra lontana gli fa invece desiderare oggi l’amore carnale e il piacere condiviso. E sognare un futuro?
Ma prima di bearsi in un finale a potenziali tinte rosa, come un prestigiatore andando anche a scavare nei quartieri malfamati milanesi, Olivares dovrà sbrogliare e risolvere la sua spinosa indagine thriller ,districarsi tra i miracoli veri o inventati, pericolosi attentati e trasversali prezzolate vendette.

Ben Pastor, scrittrice italoamericana, all’anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferita ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell’Ohio, dell’Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, Il cielo di stagno, – ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) – è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d’acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra e La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d’oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei. Nel 2014 esce La strada per Itaca (Sellerio) e nel 2020 Il ladro d’acqua (Mondadori). Nel 2023 esce per Sellerio La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.

Valerio Vitantoni ci racconta “L’imperatrice Sissi a Madeira” (Mursia 2024) A cura di Viviana Filippini

11 giugno 2024 by

“L’imperatrice Sissi a Madeira” è il libro di Valerio Vitantoni, edito da Ugo Mursia Editore, nel quale l’autore affronta la figura della giovane imperatrice Sissi, dalla giovinezza introversa, alla vita alla Corte asburgica non proprio facile, fino alla malattia che la colpì verso il 1860 e che la mise a dura prova. Da lì, il viaggio, o forse più una fuga, a Madeira, in Portogallo, dove ci fu una vera e propria rinascita per la donna. A raccontarci qualche dettaglio in più sull’imperatrice l’autore Vitantoni.

Dove nasce la passione per la casa reale austrica e per la figura di Sissi? La mia passione per la figura storica dell’imperatrice Elisabetta d’Austria – il cui vero nomignolo era in realtà Sisi – nasce nel lontano 1998. Avevo appena dieci anni e ricorreva il centenario della sua tragica morte. I giornali erano pieni di articoli sulla leggendaria “principessa Sissi” e in televisione se ne parlava spesso, riproponendo i famosi film con Romy Schneider tanto leggendari come la vera sovrana austriaca. Al tempo uscì anche un cartone animato che stimolò ulteriormente la mia infantile curiosità. Inserendosi in un sempre crescente interesse, iniziai ad acquistare i primi libri sull’imperatrice scoprendo che il personaggio interpretato da Romy era molto diverso da quello reale, ma ancor più affascinante ed incredibilmente seducente. L’interesse crebbe negli anni e mi portò ad approfondire figure correlate con biografie sull’imperatore Francesco Giuseppe, sulla sorella di Elisabetta (la regina Maria Sofia del Regno delle Due Sicilie), sull’affascinante Ludwig II di Baviera… Potrei proseguire ad oltranza. La mia biblioteca “asburgica” conterà ormai più di duecento volumi tra biografie, romanzi, libri fotografici, saggi in lingua francese, inglese e tedesca riguardanti Elisabetta d’Austria e la sua famiglia. Con lo storico e giornalista Enrico Ercole, uno dei massimi esperti di storia asburgica e di Sisi che ci sono in Italia, ormai più di dieci anni fa aprimmo un forum online che ci portò a conoscere nuove persone che sono rimaste fra i nostri amici e con i quali si discuteva, anche animatamente, su tanti aspetti della vita di Sisi e della sua famiglia, suggerendoci vicendevolmente letture, film e quant’altro. Seguì poi un blog personale nel quale iniziai a scrivere delle mie passioni: non solo Sisi ma anche usi, costumi e tradizioni dell’Ottocento pure dell’arco alpino che sono un altro mio grande interesse. Seguì poi la creazione di un gruppo Facebook correlato al forum, con l’unico intento di far conoscere la vera “principessa Sissi”. Col tempo maturai l’idea di scrivere qualcosa di mio laddove l’editoria italiana risulta assai povera di approfondimenti aggiornati sulla figura di Sisi. Così ecco che nel 2018 ho pubblicato con Ugo Mursia Editore il mio primo saggio storico dedicato ai viaggi dell’imperatrice Elisabetta in Trentino Alto Adige. E la saga continua senza sosta.

Lei definisce Sissi un’imperatrice controcorrente, perché? Quando dico che Elisabetta fosse una donna affascinante e seducente, lo dico perché era una donna moderna, che aveva anticipato i tempi sotto moltissimi aspetti. La frase dello scrittore francese Paul Morand descrive assai bene questa modernità: “Elisabetta d’Austria è una donna di oggi, con tutte le sue qualità e i suoi difetti, entrata nel XIX secolo come chi sbaglia di porta”. Provò ad assolvere al ruolo di sovrana, di madre premurosa e di moglie affettuosa, come del resto doveva fare seguendo le regole dell’etichetta della Corte di Vienna che lei definirà più avanti come una “gabbia dorata”; purtroppo, lei che non aveva sicuramente la preparazione e l’indole per esser tutto ciò, non ebbe aiuto da nessuno. Si ammalò di depressione dopo la morte della prima figlia, dopo aver scoperto i tradimenti del marito e il contagio con una malattia venerea. Fuggì dall’Impero austriaco e quando tornò era un’altra donna: iniziò a pensare a se stessa prima d’ogni altra cosa, a coltivare il proprio benessere psico-fisico facendo attività fisiche d’ogni genere – dalla scherma alla palestra, passando per l’equitazione e il trekking. Si pensi che in tutte le sue residenze si era fatta installare una palestra con parallele ed anelli. Addirittura, dopo le sessioni di ginnastica, Elisabetta si faceva massaggiare da una propria cameriera, oppure dai massoterapisti più famosi del suo tempo. Curava molto la propria alimentazione e spesso alternava periodi in cui mangiava di più a periodi in cui mangiava molto meno, facendo diete anche bizzarre (in linea col suo secolo!) che purtroppo hanno portato alla creazione del mito d’una imperatrice anoressica (cosa che non è mai stata, altrimenti non sarebbe neppure arrivata a sessant’anni!). Nelle sue residenze aveva fatto collocare un water-closet all’inglese, primo di questa concezione nella conservatrice Corte di Vienna; addirittura fece mettere una vasca nella quale faceva il bagno ogni giorno, spesso si dice perfino nell’olio d’oliva o nel latte per mantenere la pelle idratata. Allo stesso modo si prendeva cura del viso con maschere e creme grasse assai idratanti, mentre di notte si dice che dormisse con dei panni umidi ai fianchi per mantenere il suo girovita sottilissimo, invidiato da tutte le donne del suo tempo. Aveva un vero e proprio culto per i capelli: si dice che li avesse lunghi sino al pavimento ed erano il suo vanto, ma anche il suo cruccio più grande. Li acconciava con mirabolanti pettinature che divennero molto di moda fra le dame dell’alta società.Fu una donna che viaggiò moltissimo in tutta Europa, soprattutto dopo la morte del figlio Rodolfo, visitando le località più à la mode dell’Ottocento. Frequentava la Riviera francese, le località termali dell’Impero austriaco e viaggiava per una sua sete di cultura attraverso la Grecia e le città dell’Egitto, della Turchia, del Marocco, della Spagna ecc… Non c’è forse un luogo in Europa dove l’imperatrice Sisi non abbia messo piede! Fu dunque un’icona sotto molti aspetti e se fosse vissuta nel nostro secolo sarebbe divenuta indubbiamente una influencer molto famosa.

Come fu per Sissi conciliare il suo carattere (vitale, aperto) con le esigenze della vita di corte austriaca? Innegabilmente fu molto difficile e anzi si dovette scontrare con le rigide regole che governavano ogni ambito della vita di una sovrana. Lei provò a fare di tutto, cercando di assolvere pienamente al ruolo che dovette ricoprire suo malgrado e almeno fino al 1860 (si era sposata nel 1854) fece del suo meglio per conciliare il suo essere vitale con l’aria compassata e vetusta della Corte. Almeno inizialmente portò una ventata di freschezza – per il cruccio di sua zia e suocera Sofia, assai tradizionalista – poiché aveva dei comportamenti non proprio consoni per una imperatrice: andava a fare spese in centro da sola, senza scorta, con una sola dama di compagnia; per le feste di Natale era lei stessa che preparava gli addobbi, gli alberi e i regali, ed era prodiga di doni e di affetto verso tutta la sua famiglia. Cercò di portare il suo spirito democratico anche nella politica del marito. Quest’ultimo è un aspetto del quale si parla molto poco, ma nei primi anni di matrimonio Elisabetta tentò di far attuare a Francesco Giuseppe una politica molto più liberale, poiché aveva compreso quanto l’assolutismo fosse la causa del malcontento dei sudditi (specialmente del Lombaro-Veneto). Per sua intercessione il marito concesse, ad esempio, l’amnistia a molti prigionieri politici durante i viaggi a Venezia e Milano; in seguito invece fu grazie a Sisi che si formò la duplice monarchia austro-ungarica.Tutto questo però fece storcere il naso alla Corte e agli aristocratici viennesi. Le critiche si sprecarono, sicché lei poi preferì mandare tutto al diavolo, favorendo la fuga agli eventi di rappresentanza per poter vivere pienamente la vita come voleva, senza sentire i giudizi di nessuno.

Come ha ricostruito questi viaggi, quali documenti ha utilizzato? Come detto, ho collezionato moltissimi libri su questo personaggio e sulle figure correlate che fecero parte della vita dell’imperatrice Elisabetta d’Austria. Al di là delle biografie in italiano, nel vasto panorama dell’editoria tedesca esistono tantissimi volumi su Sisi. Ne esistono di diversi editi moltissimi anni fa, spesso introvabili, con le lettere che il marito Francesco Giuseppe scrisse alla moglie. Sono state pubblicate ad esempio le missive del sovrano all’amica Katharina Schratt che sono fonte preziosa per scoprire gli spostamenti dell’imperatrice e conoscere i retroscena del rapporto tra Sisi e Franz. Si ritrova pure una edizione del diario della dama di compagnia Maria Festics, assai interessante e ricca di dettagli. In italiano, fortunatamente, sono stati pubblicati i memoriali della sua ultima dama di compagnia Irma Sztáray o della nipote Maria Larisch, ma anche il diario del suo lettore di greco Constantin Christomanos o quello della figlia prediletta, Maria Valeria.
Ecco, di solito la base per ricostruire i viaggi di Sisi è sempre questa, ma quello che non riportano questi libri si deve cercare nei giornali dell’epoca che sono una miniera d’oro di aneddoti, storielle e notizie curiose, che raramente vengono riportati nelle biografie. Grazie ai quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca Nazionale Austriaca è dunque possibile ricostruire (quasi giorno per giorno) gli spostamenti dell’imperatrice d’Austria. Nel caso delle sue peregrinazioni sull’arcipelago di Madeira mi sono avvalso dell’aiuto della biblioteca locale che virtualmente mi ha inviato gli articoli dei giornali del XIX secolo riferiti al passaggio della sovrana austriaca a Funchal e dintorni.Ed è in questa maniera che, pian piano, ho avuto modo di riscoprire eventi mai narrati e di stilare un resoconto assai dettagliato sui viaggi di Sisi a Madeira – la stessa cosa la feci per i soggiorni dell’imperatrice in Trentino Alto Adige.

Qui si occupa dei ripetuti soggiorni di Sissi a Madeira, in Portogallo, per ragioni di salute, cosa rappresentò per lei quella località? Inizialmente Elisabetta raggiunse quest’arcipelago sperduto nell’Atlantico, così tanto lontano dall’Impero austriaco che pure aveva località di cura ben più alla moda e ben più attrezzate, per curare una presunta affezione polmonare. Si dice soffrì di tubercolosi, si temette addirittura la sua morte; tuttavia la ragione era ben diversa e assai meno nota. Seppur tormentata da una malattia, vera o presunta che fosse, a Madeira l’imperatrice scoprì per la prima volta cosa volessero dire i lussuosi viaggi per mare e ne rimase incantata; apprezzò la natura aspra e selvaggia dell’isola che suo cognato Massimiliano d’Asburgo (fratello dell’imperatore) le aveva descritto con tanto trasporto; gradì le sistemazioni modeste, i paeselli pittoreschi e i curiosi mezzi di trasporto dell’isola, con i carri trainati dai buoi o con le amache, e scoprì quanto le passeggiate sui monti o le cavalcate forsennate sulla spiaggia, così lontana da Vienna, la facessero sentire viva, felice e libera. Così, rasserenata nello spirito, Elisabetta guarì e conservò sempre un bellissimo ricordo dell’isola tanto da ritornavi dopo oltre trent’anni quando, affranta per la tragica scomparsa del figlio, ripercorrerà come Mater Dolorosa tutti quei luoghi nei quali era stata bene e che, come nel caso di Funchal, l’avevano curata nell’anima e nel corpo.

Che effetto ebbero i soggiorni a Madeira sul carattere di Sissi? Oltre all’effetto benefico sulla sua malattia, Elisabetta cambiò e comprese ben presto quanto ella valesse. A Vienna tutti la ossequiavano perché imperatrice, altrove tutti la apprezzavano non solo per il suo ruolo ma anche per la sua spontaneità, la freschezza e la cortesia che metteva sempre quando conversava con gli altri. A Vienna si sentiva giudicata da tutti: ogni suo gesto veniva criticato, malvisto, e la stessa Elisabetta era considerata solamente come una duchessina bavarese (del resto questo era effettivamente il suo titolo nobiliare, mai fu principessa). In altro luogo Sisi veniva invece apprezzata per i suoi modi ma anche per il suo fascino tanto leggendario. Lontana dalla capitale dell’Impero ella diveniva quasi un’altra persona. Celata dietro uno pseudonimo, sicura di non esser riconosciuta, si intratteneva addirittura a parlare amabilmente con i contadini, entrava nientemeno che in casa d’estranei che pure la trattavano con ogni riguardo pensandola una comune nobildonna in viaggio. La sua identità veniva scoperta solamente con la sua partenza, quando magari donava ingenti somme ai suoi ospiti. Così fu a Funchal. E quando capì quanto poteva fare da sola, con il suo carattere e la sua bellezza, tornò a Vienna sicura di sé, convinta di ciò che non voleva e di ciò che invece apprezzava, decisa di cambiare le carte in tavola alla Corte di Vienna. Forse non ci riuscì, ma da quel 1860 iniziò a far tutto di testa sua a scapito di suo marito, di sua suocera e dei suoi due figli.Il viaggio a Funchal fu dunque tappa fondamentale nella vita di Sisi e mi sono sempre chiesto del perché nessuno abbia mai deciso di scriverne un libro. Così ho pensato di farlo io.

Quanto c’è vero dell’imperatrice  Sissi che ci hanno fatto conoscere i film degli  anni ’50, ma anche quelli di più recente produzione, rispetto a quella reale? In un tripudio di serie televisive e film per il cinema dedicati all’imperatrice Elisabetta d’Austria, capita spesso di leggere che le ultime due fiction andate in onda su Canale5 e Netflix siano molto più vicine alla realtà di quanto invece fossero i film con Romy Schneider. Questi ultimi vengono ormai considerati prodotti di fantasia, esclusivamente zuccherosi, una fiaba ben lontana dalla realtà della vita della sovrana austriaca. Io però sono di avviso contrario. Ora, al di là del fatto che ogni epoca abbia il proprio stile ed il proprio prodotto cinematografico o televisivo, non voglio dilungarmi troppo nel narrare la genesi della trilogia (specificatamente tratta da un’operetta per il teatro dunque secondo uno linguaggio ben definito, in un’epoca ben precisa e con un intento dichiarato sin da principio), mi sento di dire che gli ultimi prodotti andati in onda siano un insulto alla Storia.La “Sissi” di Romy Schneider – ma anche quella di Cristiana Capotondi – è assai più vicina alla realtà di quanto invece lo siano le ultime produzioni. Per quanto possa esser a tratti stucchevole, almeno in questo caso la Storia viene rispettata: i personaggi vengono descritti assai meglio dal punto di vista biografico, se ne rispettano i caratteri (laddove le testimonianze, tante, ce li descrivono), si rispettano certe dinamiche, inventando sì episodi mai avvenuti ma che nulla tolgono o aggiungono all’aspetto generale di determinate figure storiche. Perché se si vuol creare un prodotto che racconta le vicende di una figura realmente esistita, non si possono inventare scene tipo la futura imperatrice d’Austria che si prende una dama di compagnia in un bordello. Men che meno si può dipingere il personaggio di Francesco Giuseppe come un despota che sin da principio vuol quasi violentare la cugina nel bosco dopo una rissa con degli ungheresi. Nei film con Romy Schneider si rispettano le regole e i tempi del XIX secolo, ma ci sono pure tutte le caratteristiche della vera Elisabetta: se ne descrive sin da subito (nel primo episodio) il carattere volitivo e anticonformista di una duchessa dal temperamento allegro, senza regole, disperazione della madre. Viene mostrata una giovinetta indomita, sin da subito contro l’etichetta e le regole la Corte. Dirà alla zia Sofia “Io voglio essere libera, non voglio costrizioni!” aggiungendo che la verità è il Vangelo di suo padre Max col quale va a caccia. Certo, il loro rapporto è edulcorato al massimo, così come quello con la moglie Ludovica – ma poco male. Fa parte della fiction, così come per altri personaggio o episodi inventati! Viene mostrato il lato melanconico della futura imperatrice d’Austria, l’incertezza nello sposare Francesco Giuseppe, la paura di lasciare la sua famiglia e il suo nido di Possenhofen e il timore di aver fatto un torto a sua sorella Elena. Nel secondo episodio viene mostrata tutta la sua intransigenza verso certe regole della Corte, i malumori e liti con la zia Sofia, vengono accennati tutti quelli che sono i suoi turbamenti interiori, il voler vivere la maternità come fece sua mamma Ludovica, la malinconia e la malattia che caratterizzano gli anni a venire e che vengono mostrati quasi velatamente nel terzo episodio. Particolari che non possono esser lasciati in secondo piano o non raccontati, perché la trilogia con Romy Schneider è anche questo e non solo zucchero inventato. Non dagli intenti puramente biografici sì, ma una Storia narrata secondo lo stile degli “Heimat-film”, che porta rispetto alla Storia stessa. Mentre le produzioni degli ultimi tempi sembrano voler discostarsi categoricamente dalla “Sissi” della Schneider, raccontando gli eventi con un occhio moderno, volendo mostrare a tutti i costi complotti e retroscena mai esistiti di orge, bordelli, liti con fratelli mai avvenute in certi termini. Almeno i film di Ernst Marischka avevano la decenza di rispettare quelli che erano usi, costumi e tradizioni del XIX secolo. Ormai queste cose sembrano quasi obsolete, minimamente considerate pur di fare un film attuale ed accattivante per le nuove generazioni, con scene di sesso ovunque – anche queste interamente decontestualizzate dell’epoca che si vuol narrare e che invece non sarebbero accadute con certe modalità. Nelle nuove produzioni manca proprio il rispetto per un’intera epoca, mentre nella trilogia con Romy Schneider questo c’è.

Quanto c’è ancora da raccontare sulla vita dell’imperatrice Sissi? Di Sissi è stato raccontato molto ed ogni anno esce sempre qualche romanzetto sulla vita di questa donna moderna ed emancipata. Sono state scritte tante biografie, molte pressoché identiche poiché come base comune hanno quella che tutti considerano la biografia di Sisi per antonomasia scritta da Brigitte Hamann. Tuttavia questo libro, che in Austria viene ormai considerato sorpassato in quanto scritto oltre quarant’anni fa, ha il difetto di aver apportato tante leggende nella vita dell’imperatrice che ormai anche chi non l’ha mai letta considera per vere. Fu lei che, ad esempio, per prima parlò dell’anoressia nervosa di Elisabetta, un aspetto che non corrisponde a verità. Però, da quando ha aperto il museo dedicato a Sisi nel palazzo imperiale di Vienna (col quale sono sempre in contatto, nel caso io abbia dei dubbi riguardo determinate cose), sono stati acquistati numerosi oggetti legati ad Elisabetta che gettano una luce diversa sulla sua esistenza. Così su di lei c’è ancora tanto da scrivere soprattutto in quest’ottica poiché, oltre alla leggenda, c’è anche molto altro e, poiché il suo mito sembra non voler mai tramontare, più che scrivere biografie è molto più stimolante andare ad approfondire dettagli meno conosciuti riguardanti i suoi viaggi in lungo e in largo per l’Europa.

In un nuovo adattamento cinematografico, che attrice vedrebbe nei panni di Sissi? Difficile fare il nome di un’attrice che possa interpretare l’imperatrice Elisabetta. Il suo volto era così tanto particolare che trovare una donna che possa somigliarle anche lontanamente è davvero un’impresa ardua. Oltretutto rendere un personaggio complesso come il suo, con un carattere volitivo, capriccioso, testardo ed incredibilmente cinico, è cosa assai complicata. Vero è che la somiglianza non è necessaria soprattutto se si guarda alla stessa Romy Schneider che, al di là delle acconciature, non ha nulla che possa ricondurre alla vera Sisi; tuttavia proprio lei vestirà di nuovo di Sisi nel film “Ludwig” di Luchino Visconti e proprio in questa produzione la sua interpretazione è talmente tanto esatta – forse anche un po’ a macchietta – che sembra quasi di vedere la vera imperatrice Elisabetta. Stessa cosa si può dire per l’attrice Marisa Mell, conosciuta soprattutto per il ruolo di Eva Kant nel film “Diabolik” diretto da Mario Bava nel 1968, che interpretò Sisi nel docu-film austriaco “Elisabeth – Kaiserin von Österreich” del 1972. Se proprio debbo fare un nome, penso sempre che l’attrice Rachel Weisz sia forse quella più adatta per vestire i panni di Sisi in una produzione che rispetti la storia e le vicende della sovrana austriaca. Ho sempre intravisto nel suo volto i tratti dell’imperatrice Elisabetta sin dai tempi del film “Agora”. Un’altra attrice nella quale ho intravisto i tratti di Sisi è Henriette Confurius che ho avuto modo di apprezzare nel film “Narciso e Boccadoro” di Stefan Ruzowitzky.

:: L’estate dei morti di Giuliano Pasini (Piemme 2024) a cura di Massimo Ricciuti

8 giugno 2024 by

L’estate dei morti è il periodo dell’anno racchiuso tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. In quei giorni del 1984 una ragazza di nome Sibilla annega in uno stagno in circostanze misteriose. Esattamente due decenni dopo, l’agente scelto Rubina Tonelli, di stanza al commissariato di Case Rosse, sull’Appennino emiliano, riceve una telefonata che annuncia il brutale omicidio di due uomini in un casale della zona. A effettuare la chiamata è una ragazza che dice di chiamarsi proprio Sibilla: secondo lei, le vittime sarebbero state uccise dalla Borda. Quest’ultima, nella tradizione dell’Emilia-Romagna, è una creatura leggendaria rappresentata come una sorta di strega che vive nelle zone paludose e uccide i passanti, soprattutto i bambini. Rubina, come spesso le accade, decide di fare di testa propria e si reca al casale senza il suo superiore, il commissario Roberto Serra. Sul posto trova, in effetti, i cadaveri di due uomini orrendamente massacrati. Il locale sembra appartenere a Luce, amica della ragazza morta nel 1984 e presente anche lei allo stagno venti anni prima. Di Luce, però, si sono perse le tracce da lungo tempo e la telefonata non può essere stata fatta dalla Sibilla del 1984. Sono solo due dei tanti misteri che Roberto e Rubina si troveranno ad affrontare un’indagine destinata a segnarli per sempre.

L’estate dei morti è il quinto romanzo del bravissimo Giuliano Pasini. Al sempre presente commissario Serra, si è aggiunta, dall’avventura precedente, l’agente scelto Tonelli, mandata a Case Rosse per “punizione”. Sono due personaggi complicati, ognuno alle prese con le proprie debolezze e con il proprio, ingombrante passato. Le cicatrici fisiche e morali che si portano addosso faticano a guarire e tutto ciò va a pesare sul loro rapporto, fatto di cose dette e, soprattutto, taciute. In questa indagine saranno costretti a confrontarsi con eventi che di naturale paiono avere davvero poco: Roberto è più scettico al riguardo, mentre Rubina si lascia trascinare da subito. Le tradizioni popolari sono dure a morire e gli abitanti di Case Rosse non fanno eccezione. Serra si sta facendo pian piano accettare, anche se resta comunque uno ed fòra, cioè non del luogo. Il commissario è segnato da una tragedia che l’ha colpito da ragazzo: l’assassinio dei genitori, avvenuto in sua presenza. I responsabili non sono mai stati individuati e lui si è imposto di trovarli. Nel romanzo ritroviamo alcuni personaggi ormai familiari, quali Vito Corazza della Squadra Mobile di Modena e il generale Minimo, comandante del RIS di Parma. Fa capolino una nuova figura, l’invadente giornalista Germana Prilli, che intreccia un inquietante rapporto con Rubina. Proprio quest’ultima assume una maggiore rilevanza, che la porta a essere una vera e propria coprotagonista. Non mancano momenti riservati alla buona musica, al buon cibo e al buon vino. Il tutto nel romanzo sicuramente più “duro” e più cupo dell’autore, una storia davvero forte che, agli elementi del thriller, aggiunge venature noir e soprannaturali.

Giuliano Pasini, nato a Zocca, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via (entrambi Mondadori), tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse dieci anni dopo il primo romanzo.

:: “Il Volto Santo di Gesù. Beata madre Maria Pierina de Micheli” (Edizioni Segno) di Vincenzo Speziale, a cura di Daniela Distefano

8 giugno 2024 by

Mi si presentò Gesù col volto insanguinato e, dopo avermi comunicato le sue pene, mi disse:’Mia diletta, ti rinnovo l’offerta del mio Santo Volto perché l’offri incessantemente all’Eterno Padre; con questa offerta otterrai la salvezza e la santificazione delle anime. Quando poi la offrirai per i miei sacerdoti, si opereranno meraviglie’”.

Il Signore scelse suor Pierina de Micheli come strumento per diffondere i Suoi Messaggi di Amore e Salvezza.

Giuseppina, questo il suo nome prima della consacrazione, non cercava e non voleva la vocazione da ragazza. La lotta fu tremenda ma alla fine capì che in Gesù c’è la vera libertà, libertà di essere e di sentirsi amati, per cui alla fine decise di dirgli sì. Un giorno, passeggiando con sua madre e dopo aver pregato per avere lumi e scegliere in quale Congregazione entrare così gli disse:

Io entrerò nel convento dove sono le suore vestite di color del cielo!” Tramite il fratello sacerdote, don Riccardo conosce due suore venute dall’Argentina, da Buenos Aires, dove c’erano le Suore Figlie dell’Immacolata Concezione e che vestono veramente l’abito del color del cielo. Giuseppina comprende che è quello l’ordine religioso dove il Signore la chiama. Undici anni dopo, all’età di 23 anni, prende la decisione di farsi suora, era il 15 ottobre 1913. Cominciano le prove, ma lei non vede l’ora di poter “dare a Gesù, dare sempre, dare tutto”.

Il 27 maggio 1938, Gesù le si presenta in uno stato da far pietà anche ai cuori più induriti e le dice: ”Contempla il mio Volto e penetrerai gli abissi di dolore del mio cuore. Consolami, e cerca anime che s’immolino con Me, per la salvezza del mondo”.

Il 21 novembre dello stesso anno, Gesù le appare grondante sangue e oppresso da grande tristezza e gli dice: ”Vedi come soffro? Eppure da pochissimi sono compreso. Quante ingratitudini da parte di quelli che dicono di amarmi! Ho dato il mio Cuore come oggetto sensibilissimo del mio grande amore per gli uomini, e do il mio Volto come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini: voglio sia onorato con una festa particolare nel martedì di quinquagesima, festa preceduta da una Novena in cui tutti i fedeli riparino con me, unendosi alla partecipazione del mio dolore”.

Nel 1939, Gesù nuovamente le appare e ripete: “Voglio che il mio Volto sia onorato in modo particolare il martedì”.

Prima di concludere, la beata suor Pierina ci parla di tre potenti armi contro Satana: prima il Santo Nome di Gesù. E’ un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. E’ il sangue di Cristo che rimette i peccati, senza questo non c’è remissione dei peccati.

Terza arma la devozione alla Santa Vergine Maria. Dall’inizio del libro della Genesi si dice che il frutto di una donna avrebbe schiacciato il frutto di Satana.

L’Amore di Gesù per l’umanità è inconcepibile ancora alle nostre menti e ai nostri cuori. Siamo circondati da un filo spinato che ci impedisce di pascolare tra i verdi prati della gioia eterna. Per superarlo, basterebbe amare la Santa Croce e sopportare ogni giorno quella piccola nostra.

Il Signore un giorno le disse: “Non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù”. Suor Pierina le rispose:”Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo grido!”. Gesù le rispose:

Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un uomo sulla croce per lui”.

:: La promessa di Mauro Marcialis – A cura di Valerio Massimo Manfredi (Solferino 2024) a cura di Patrizia Debicke

7 giugno 2024 by

Primo capitolo di una Tetralogia in quattro volumi, il secondo dovrebbe essere in uscita in questi giorni, La promessa di Mauro Marcialis parte dal 61 d.C. con Nerone saldamente al potere e ormai entrato nella sua seconda tragica decade di governo.
Il prefectus orbi Lucio Pedanio Secondo è stato ucciso nel suo letto. Da uno schiavo al quale dopo aver promesso per anni la libertà, gliel’aveva crudelmente negata…
Il senato su dictat del senatore Gaio Cassio Longino ha deliberato e, nonostante l’aperto dissenso del popolo, secondo il diritto romano, un antico senatus consultum per il quale indistintamente tutti e quattrocento schiavi di sua proprietà, che siano uomini donne o bambini, dovranno essere giustiziati. L’orrendo e macabro rituale prevede che prima verranno lapidati e i pochi superstiti crocefissi.. La legge verrà applicata e sarà un’ecatombe.
Alla fine di quel bestiale massacro, secondo il conteggio riportato al redemptor (il liberto preposto all’incarico )che ha ricevuto l’orrendo compito, risulteranno solo 397 corpi:
“Lascia stare, qualcuno al Senato deve avere arrotondato” risponderà secco il legionario Livio Amanzio che fa parte di un migliaio di soldati destinati a scortare quei poveretti alla morte Ma non è vero che il numero degli schiavi era stato arrotondato e lui sa perchè. Perché lui fatto una promessa, a Hagen lo schiavo che ha assassinato Pedanio, tagliandogli la gola . Hagen lo ha pregato di trovare e salvare i suoi figli … E lui che si è impietosito, l’ha fatto. Tre bambini dai sei agli otto anni … che ha nascosto. Per poi scoprire che solo due erano i suoi figli. Derek e Brynia biondissimi, mentre non lo era Arild il terzo, il più grande, quello bruno. Ora però che la sua pietas l’ha spinto a fare quella scelta che cozza contro ogni logica, deve trovare una soluzione. Non può tenerli con sé perché sta per partire per l’Oriente, tra appena due giorni dovrà raggiungere la sua nuova legione. E allora rimedia per loro delle vesti pulite e visto il poco tempo a disposizione, nonostante il loro strazio, li separa, affidandoli a tre diverse famiglie. Consegna Arild al lanista Ovidio con il quale ha un vecchio debito di gioco, e Derek a Curzio, suo caro amico, un venditore di animali che commercia prevalentemente tra Roma e Portus Ostiensis Augusti (Ostia). Chiede a entrambi che i due piccoli pur da schiavi vengano trattati bene. E promette che al suo ritorno saprà ricompensarli. Lascia invece la bambina nella nobilis domus di Flaminia, sotto la protezione della sua adorata amante segreta, la moglie di Gneo Domizio, un influente politico cittadino. Ai piccoli promette che al suo ritorno, a breve spera due/ tre anni, saprà farli ritrovare. Ma la guerra ai confini dell’impero pare non volersi fermare mai, e nei dieci anni che Livio Amanzio dovrà restare lontano da Roma, combattendo in oriente agli ordini di Tito, fino ad arrivare al grado di centurione primus pilus prior (ovverosia capo dei centurioni) e nei quali riuscirà a ottenere saltuarie ma buone notizie dei suoi protetti, tante cose cambieranno. L’imperatore Nerone, dal governante illuminato dei suo primi anni si è trasformato in un instabile e incontenibile tiranno, tanto da mettersi contro senato esercito e popolo e venir deposto e fatto uccidere per ordine del vecchio console Galba, nel 68. Anche lui eliminato dopo appena sette mesi, nell’anno successivo, detto dagli antichi, dei quattro imperatori. In quel 69 d.C. che, dopo Galba, si vide ascendere al trono Otone , poi Vitellio e infine Vespasiano, comandante delle truppe imperiali dal 66 d.C. impegnate nella repressione in Giudea, acclamato imperatore dalle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio, e che pose fine al lungo periodo d’instabilità. Al suo arrivo nell’Urbe, nel 71 infatti, il Senato lo riconobbe, nominandolo console con il figlio maggiore Tito e gli dedicò il trionfo . E anche Livio Amanzio dopo il lungo assedio e la drammatica e definitiva caduta di Gerusalemme (settembre 70 d.C.) inquadrato nel loro seguito farà finalmente ritorno a Roma.
Nel frattempo i suoi tre protetti, ormai diventati adolescenti, hanno vissuto le loro vite lontani e senza sapere nulla l’uno dell’altro. Arild, forte e robusto come un toro, addestrandosi al combattimento e sognando di diventare gladiatore nelle file del lanista Ovidio; Derek, cresciuto con Curzio, il commerciante di animali, dopo essere sfuggito pur sfigurato alla gelosia del figlio del padrone, è stato da lui mandato a Roma, dove si contraddistinguerà per il suo talento di scultore e per la sua eccezionale capacità nell’addestrare i combattivi cani pugnax; Brynja continua a vivere nella domus del Gneo Domizio, diventato l’ influente senatore che sta ideando per l’imperatore la costruzione dell’anfiteatro più grande del mondo. Anfiteatro che vedrà purtroppo la damnatio memoriae del capolavoro di Nerone, la Domus Aurea.
Derek e Arild, ci lavoreranno entrambi: Derek, in un vasto laboratorio fuori città, sta realizzando le 156 maestose statue di bronzo dorato raffiguranti dei, eroi e semidei, da porre nelle arcate perimetrali del II e del III ordine dell’edificio; Arild impiegato nel cantiere, è impegnato nelle fondamenta spostando e tagliando pietre. Brynja, diventata una vera bellezza bionda, non sa di loro, spera solo di rivedere Arild, suo amore da bambina, ma come schiava, non può nemmeno allontanarsi dalla domus di Domizio che per sua disgrazia l’ha già scelta come gioco sessuale. Può solo contare su Flaminia, la sua padrona , l’amore di Livio ma moglie del senatore e prigioniera quasi quanto lei.
Prevaricazioni e complotti, veri amori e desideri forse impossibili, sacrifici di magia nera, ignorate preghiere agli dèi, crudeli scontri e fatali competizioni nel Circo Massimo daranno orgogliosamente il via alla saga dei tre giovani schiavi decisi a fare di tutto per sopravvivere e rivedersi ancora. Riuscirà a mantenere la sua promessa il loro salvatore Livio Amanzio?
Emerge subito da questo primo capitolo il vero volto di Roma, l’allora capitale dell’Impero. Una enorme città dominata da immani contrapposizioni, dove la sfrenata ricchezza dei patrizi si opponeva alla fame dei plebei, dove i potenti si beavano in orgiastici banchetti e organizzavano, per placare la fame della folla giochi sempre più sanguinari. Una città con le mura tempestate di graffiti che narravano storie del mondo intero, mentre il più grande anfiteatro del mondo pian piano prendeva forma e cresceva.
Una straordinaria ricostruzione ambientale e umana di un mondo, quello romano, incompatibile (per lo meno in occidente) a questa nostra era . Un mondo in cui il libero civis romanus pur rispettoso della legge e del costume sociale doveva confrontarsi quotidianamente con lo sprezzo della libertà, della considerazione, della rispettabilità. Un mondo basato per buona parte infatti su un indiscriminato impiego di mano d’opera gratuita, ovverosia gli schiavi. Esseri senza alcun diritto civile. Da usare a piacimento, peggio di carne da macello, per svago, piacere, o come servitù ma solo talvolta impiegati in compiti domestici come crescere i bambini, insegnare e invece troppo spesso relegati a quelli più infimi, umilianti e per il minimo errore ammazzati e gettati in pasto ai cani.

Mauro Marcialis è nato a Roma nel 1972 e vive a Reggio Emilia. Tra i suoi romanzi di successo, Spartaco il gladiatore (Mondadori 2010), Il sigillo dei Borgia (Rizzoli 2012), Il falco nero (Rizzoli 2014) e Roma calibro zero (SEM 2022).

:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2024 by

In occasione dell’uscita del volume fotografico Pride (Scripta Maneant) intervistiamo uno degli autori dei quattro contributi scritti, Emiliano Reali, e segnaliamo che la Happy Productions ha acquistato i diritti cinematografici del suo romanzo di maggior successo “Bambi. Storia di una metamorfosi” e il Ministero della Cultura ha di recente stanziato un contributo economico per lo sviluppo del film, la cui regia verrà affidata a Mario Sesti.

Benvenuto Emiliano su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. E’ in uscita, nei primi giorni di giugno, il volume fotografico bilingue Pride (Scripta Maneant) di cui sei autore assieme a Silvia Ranfagni. Ce ne vuoi parlare?

E’ un progetto meraviglioso e sono stato molto felice quando mi hanno chiesto di parteciparvi. Pride è un volume fotografico che ripercorre momenti significativi e pregnanti del movimento LGBT+ e delle sue rivendicazioni dai moti di Stonewall a oggi.

Oltre alle foto ci sono anche quattro contribuiti scritti, di cui uno tuo dedicato alla tua mamma. E’ un contributo sofferto ma nello stesso tempo molto gioioso, allegro. Tua mamma era una mamma molto combattiva e tenera, quali sono i valori che ti ha trasmesso, quale è il più grande insegnamento che ti ha dato?

Lei mi ha amato, mi ha fatto sentire che quel bene lo meritavo a prescindere dalle mie imperfezioni o dagli errori che commettevo. Mi ha messo davanti a ogni altra cosa. E’ stato un esempio di ciò che davvero significhi amare.

Dignità, gioia, allegria, rispetto, amore, perché pensi che in un mondo ancora segnato da odio, divisioni, guerre, che sono i veri scandali che ci dovrebbero turbare e rattristare, ancora si giudichino i sentimenti, l’amore. Ognuno non dovrebbe essere libero di esprimere se stesso secondo la sua sensibilità?

E’ un momento storico molto difficile, si sta cercando di riportarci indietro, tentando di intaccare anche i diritti che sembravano ormai acquisiti. Siamo molto lontani da una società inclusiva e dobbiamo tenere la guardia alta rispetto ai rigurgiti fascisti che arrivano sempre più frequentemente.

Ho letto il pezzo dedicato a tua madre e mi ha colpito il fatto che morendo non ha pensato a se stessa ma a te, che avrebbe voluto lasciarti con qualcuno che ti amava e si sarebbe preso cura di te. Non pensi sia una delle forme più alte d’amore?

Accipicchia, non volendo, con la risposta precedente ho bruciato questa domanda! Comunque lei non è morta, è libera.

Parlami del libro, come avete raccolto le foto? Chi sono i fotografi che hanno contribuito? Di chi sono gli altri contributi scritti? Essendo bilingue è destinato anche al mercato estero?

Le immagini non hanno lingua, in più il fatto che le parti scritte del volume siano anche in inglese ne sottolinea la natura internazionale. Questo lo si evince anche dai firmatari dei vari contributi. Infatti oltre me e Silvia Ranfagni (autrice insieme a Giovanni Piperno del podcast “Corpi Liberi”) ci sono personalità incredibili. Shrouk El-Attar, attivista per i diritti dei rifugiati LGBTQIA+ nel Regno Unito, dove vive come rifugiata dal 2007, e per i diritti della comunità queer nel suo Paese natale, l’Egitto. Nel 2018 la BBC l’ha inserita tra le 100 donne più influenti del mondo. Sue Sanders, professore emerito dell’Harvey Milk Institute. Attivista per i diritti LGBTQIA+, co-presidente di “Schools Out” per l’uguaglianza delle persone LGBTQIA+ nel sistema scolastico. Il suo impegno concreto è stato riconosciuto con l’assegnazione di numerosi e prestigiosi premi. Non essendomi occupato della raccolta foto ho chiesto alla responsabile di redazione Asia Graziano di cui riporto le parole: “Per la raccolta immagini, vista la natura del volume, ci siamo affidati alla collaborazione con diversi archivi internazionali, per ottenere una documentazione il più variegata possibile, come AGF, Alamy e GettyImages. Più che per fotografi, ci siamo resi conto, per questo progetto editoriale specifico, di dover ricercare per territori: spesso infatti le fotografie dei Pride sono realizzate da giornalisti locali o da partecipanti alla parata stessa. In questo modo siamo riusciti a selezionare interessanti e autentiche testimonianze da ogni continente del mondo. Purtroppo, seppur preziosa, la collaborazione con le diverse associazioni e i circoli LGBTQIA+ nazionali e internazionali, non ha portato alla pubblicazione di materiale fotografico da loro direttamente fornito, perché non incontrava i criteri di alta risoluzione necessari ai fini di una stampa qualitativamente fruibile. I contatti con le associazioni, sono stati comunque vitali nella realizzazione del progetto, sia per l’individuazione delle figure internazionali di rilevanza cui affidare il racconto testuale dei Pride, che per l’attività di divulgazione e promozione del volume”.

Grazie Emiliano della disponibilità e in attesa di sfogliare questo libro, puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

Sono impegnato felicemente con un progetto che più che ‘futuro’ definirei ‘imminente’. Stiamo scrivendo la sceneggiatura per il film tratto dal mio “Bambi. Storia di una metamorfosi” ed è un’emozione che brilla come il cristallo, un progetto che si è fatto largo con forza e che oramai cammina spedito.

Vi raccolgo i brevi profili degli autori del libro:

Emiliano Reali
si occupa da sempre di diri civili e inclusione, autore di libri per ragazzi ulizza anche nelle scuole, ha dato vita alla prima trilogia transgender d’Italia “Bambi. Storia di una metamorfosi” (Avagliano). Dopo la vendita dei diri cinematografici e un finanziamento del Ministero della Cultura, è in lavorazione il film trao dal suddeo romanzo.
Reali ha collaborato alla realizzazione della serie “Refuge LGBT” (Lucky Red), del testo universitario “Manuale di studi LGBTQIA” (UTET) e scrive per Il Mattino, HuffPost , Il Riformista.

Silvia Ranfagni
assistente alla regia per Bernardo Bertolucci e Giuseppe Tornatore, sceneggiatrice per Carlo Verdone, Ferzan Ozpetek e Lamberto Bava, candidata al David di Donatello con “Il mio miglior nemico” (2006) e “La Dea Fortuna” (2020). Docente di Scriura Creava e Sceneggiatura presso la Rome University of Fine Arts (2017-2019). Con Giovanni Piperno, è autrice del Podcast “Corpi liberi”, che racconta la storia di Mark, Alex e Silvia: una persona trans, una non binaria e una madre spiazzata in cerca di risposte.

Shrouk El-Attar
attivista per i diritti dei rifugiati LGBTQIA+ nel Regno Unito, dove vive come rifugiata dal 2007, e per i diritti della comunità queer nel suo Paese natale, l’Egitto. Si esibisce nello speacolo “Dancing Queer” per raccogliere fondi per le spese di difesa legale delle persone LGBTQIA+ in Egitto.
Nel 2018 è stata inserita dalla BBC tra le 100 donne più influenti del mondo.

Sue Sanders
Professore emerito dell’Harvey Milk Instute.
Avista per i diri LGBTQIA+, co-presidente di “Schools Out” per l’uguaglianza delle persone LGBTQIA+ nel sistema scolasco. Il suo impegno concreto è stato riconosciuto con l’assegnazione di numerosi premi importanti, tra cui il Crown Prosecution Award for Equality and Diversity (2012). Nello stesso anno ha ricevuto un encomio dal Metropolitan Police Service per la sua avità nel MPS LGBT Advisory Group, che ha contribuito al miglioramento dei servizi di polizia per la comunità LGBTQIA+ inglese. Nel 2014 è stata candidata per il premio alla carriera nell’ambito dei Naonal Diversity Awards. Nel 2019 le è stato conferito il premio alla carriera dal Rainbow Honours Board e nel 2024 ha ricevuto il premio alla carriera dal Naonal Educaon Union.

:: Premio Letterario Merano Europa 2024 – I vincitori

6 giugno 2024 by

Premio Letterario Internazionale Merano Europa XV edizione

PROCLAMATI I VINCITORI

Sezione italiana

CRISTINA BATTOCLETTIEpigenetica” – La Nave di Teseo

Sezione tedesca

SEPP MALL “Ein Hund kam in die Küche” – Leykam

Sezione Poesia tradotta dall’italiano al tedesco

CHRISTINE WUNNICKE

Margherita Costa “Die schöne Frau bedarf der Zügel nicht”.

Cristina Battocletti è stata premiata da Marco Galateo, Vice Presidente provinciale e assessore alla cultura italiana e da Angelo Gennàccaro Assessore regionale alle iniziative per la promozione dell’integrazione europea, mentre Sepp Mall è stato premiato da Dario Dal Medicoo, sindaco di Merano con la vicesindaca Katharina Zeller.

A seguire, Stefano Zangrando, coordinatore della Giuria tecnica per la traduzione poetica, ha proclamato la vincitrice di questa speciale sezione: CHRISTINE WUNNICKE, autrice di romanzi storici, uno dei quali nel 2020 è entrato nella shortlist del Deutscher Buchpreis.
Wunnicke, già occupatasi di cultura italiana del ‘600, ha scelto di curare e tradurre una selezione di testi di Margherita Costa dandole il titolo di “Die schöne Frau bedarf der Zügel nicht” – traduzione del verso poetico “a bella donna non richiede freno” della stessa Costa. Wunnicke ha ricostruito con scrupolo critico e verve narrativa l’avventurosa vicenda biografica della controversa figura del ‘600, offrendo al pubblico di lingua tedesca una selezione di testi fra i più sapidi e riusciti dell’autrice: attrice, poetessa e prostituta di professione nella Roma dei papi, Costa ha lasciato raccolte poetiche e testi teatrali che ne attestano una vivacità artistica inscindibile da un’abile cura delle relazioni.