A Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo.
Chi è Alexis Tsipras? Un Davide greco contro il Golia troika (Commissione Europea, Bce, Fmi)? Sembrerebbe, e dopo la vittoria del 25 gennaio di Syriza, (Coalizione della Sinistra Radicale) il suo partito, un attore politico da prendere in considerazione, con cui fare i conti nei tavoli delle discussioni in cui si decidono i destini dell’Europa. Ma oltre alle parole, ai proclami, agli inviti alla speranza, ha un concreto piano politico, economico, finanziario per portare avanti la sua battaglia contro la crisi umanitaria che ha colpito il suo paese? In ultima analisi dove troverà i soldi per rendere reali i suoi progetti, che vedono prioritaria una rinegoziazione del debito con l’Europa e la fine della politica di austerity voluta dalla troika, che in questi quattro anni ha messo la Grecia in ginocchio? Per rispondere a queste domande il giornalista Dimitri Deliolanes, da più di 30 anni corrispondente dall’Italia della Tv pubblica greca ERT, ha pubblicato per Fandango La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità (mi sforzavo di cercare un traduttore, ma questo libro è stato scritto in italiano), un libro necessario per fare luce su una situazione obbiettivamente complessa e di non facile risoluzione.
Innanzitutto se l’Europa dell’austerity è il male, o per lo meno una cura che non porta alla guarigione del malato, per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario conoscere le dinamiche e le debolezze interne al paese che hanno radici antiche, se vogliamo riconducibili all’ultimo periodo bellico, alla tormentata storia dei comunisti greci da sempre partito di opposizione (in un ampio capitolo vengono descritti i motivi del suo rifiuto ad azioni di governo, che spiegano la necessità di Syriza di cercare altri alleati per quanto improbabili come i Greci Indipendenti, Anel), e della stessa sinistra con l’ emblematico fallimento dell’esperienza del leader socialista Andreas Papandreou e del suo partito il Pasok, al rafforzarsi di forse di estrema destra apertamente neonaziste come Alba Dorata, alla corruzione, all’affarismo e al clientelismo, alla difesa dei privilegi dei più ricchi in modo sistematico e irragionevole, al sistema finanziario e bancario che praticamente ha fagocitato capitali e fondi Europei come in un pozzo senza fondo in un economia che non prevede crescita. Insomma il nemico non è solo la Merkel, e il suo no categorico a ogni rinegoziazione, ma se vogliamo ci sono ostacoli anche all’interno di Syriza stesso Nell’affrontare la nuova campagna elettorale i greci hanno dimostrato di sapere bene che ci sono anche difficoltà sostanziali, dentro il corpo dirigente di Syriza, divisioni interne, ingenuità e semplificazioni teoriche, inesperienza di governo, mancanza di personale politico preparato. Questo libro lo ha ripetuto fino alla noia: Alexis Tsipras è solo e cammina molte miglia di distanza avanti al suo partito.
Se questi sono i mali e le ombre, ampiamente analizzate da Deliolanes, credo sia doveroso sottolineare che Tsipras sebbene non abbia ancora all’attivo nessuna esperienza di governo, ha un progetto reale, delle reali misure da attuare per risolvere la crisi non solo greca ma europea, e se vogliamo il cuore del suo mandato politico si basa su un unico caposaldo: se c’è una pur minima chance di successo, sarà solo con la solidarietà europea. Le conseguenze dell’austerity non sono quindi un male solo per la Grecia, ma per tutti i paesi, prima quelli della periferia, poi gli stessi paesi “ricchi” con bilanci in attivo. Mettere in ginocchio i debitori non è la garanzia migliore per riottenere i debiti concessi. Tsipras auspica un nuovo New Deal che faccia tesoro delle lezioni del ’29, e riporti sicuramente la questione morale e l’uomo in primo piano.
“Questo esige azioni coordinate a livello nazionale e a livello europeo. Dal momento che non ci sono risorse nazionali per sostenere la crescita, bisogna farlo con fondi europei. È necessario elaborare un progetto complessivo per tutta la periferia dell’eurozona al fine di finanziare progetti, iniziative e imprese che portino alla crescita. Come? Stiamo cercando di rendere realistiche le nostre proposte. La crisi non è finita, anche negli altri paesi europei le risorse sono estremamente limitate. Quindi non pensiamo di chiedere a nessuno di mettere le mani in tasca. Chiediamo solo di diventare soci della nostra crescita, in modo che anche loro abbiano garanzie di ricevere indietro i capitali prestati. Altrimenti il sistema bancario greco ed europeo continuerà a gettare i soldi in un pozzo senza fondo. Chiediamo un’azione coordinata della Bce e della Banca Europea degli Investimenti sotto il controllo politico della Commissione Europea. La Bce dovrebbe dare grande liquidità alla Bei, comprando suoi titoli al posto di quelli dei paesi europei. Con questa liquidità la Bei sarà in grado di finanziare attività specifiche nei paesi indebitati. Questo è il nostro New Deal.”
Dimitri Deliolanes, giornalista professionista, segue il nostro paese da 30 anni come corrispondente della ERT (Radiotelevisione pubblica greca). Ha prodotto documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia, ha studiato la strategia della tensione e il terrorismo italiano e ha tradotto in greco diverse opere della letteratura italiana. Per Fandango Libri ha pubblicato Come la Grecia (2011) e Alba Dorata (2013). Suoi articoli sono stati pubblicati da Limes, il Manifesto, il Foglio e Internazionale.

Argentina è anziana, ma vive ogni giorno con l’entusiasmo di quando era bambina, ricordando il paesino in Basilicata che lasciò all’inizio degli anni Cinquanta per venire a vivere a Milano con il marito ormai morto. Arianna non ha ancora diciotto anni, soffre per il suo sovrappeso e bullismo e bocciature l’hanno portata a chiudersi in casa davanti al pc e in mezzo ai libri.
Il libro scelto da Garzanti per celebrare la Giornata della Memoria di quest’anno, che coincide con i settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è La memoria dei fiori, titolo deciso a tavolino per presentare Il diario di Rywka Lipszyc, un’adolescente ebrea del ghetto di Lodz, in Polonia.
E’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è uno dei libri per bambini – adatto anche agli adulti-, più conosciuti al mondo e non a caso è stato tradotto in più di duecento lingue e dialetti, tra cui l’Esperanto. Nonostante questa sua fama, l’ho letto – e me ne pento – per la prima volta solo qualche anno fa. La mia prima conoscenza del Piccolo principe è avvenuta attraverso un cartone animato che facevano in TV negli anni ’80, del quale ricordo l’immagine di questo ragazzino biondo, che viveva sul suo pianeta con una rosa parlante. Solo anni dopo, ho scoperto che quel cartoon era ispirato al libro dello scrittore di Lione, pubblicato per la prima volta il 6 aprile del 1943, in inglese, dall’editore Reynal & Hitchcock di New York. La storia è semplice e affascinate, perché narra l’incontro tra un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, e un bambino che come prima cosa gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, nel quale non è difficile, identificare l’autore stesso, rimane un po’ stranito dalle richieste e dalle cose che quello strambo ragazzino gli chiede. Solo ascoltandolo, l’adulto capirà che quel bambino ha in sé un’avventurosa storia da raccontare. Il Piccolo principe comincia a dire di sé, narrando che viene da un asteroide dove vive con rosa vanitosa che lui accudisce. Il ragazzino prosegue il suo racconto descrivendo i viaggi che ha fatto, prima di arrivare sulla Terra, partendo dall’asteroide 325 al 330. Queste esperienze gli hanno fatto scoprire che i grandi sono persone davvero molto strane. Il Piccolo Principe non venne solo scritto, ma anche illustrato da Antoine de Saint-Exupéry e ciò che mi stupisce di questo libro, ogni volta che lo rileggo, sono la spontaneità insita nel piccolo protagonista e la sua capacità di stupirsi davanti alle piccole cose quotidiane. Lo sguardo puro e innocente del ragazzino venuto sulla terra da un altro pianeta, mi fa pensare a quella “parte bambina” che molte persone perdono, assieme alla capacità di provare meraviglia per gli eventi del viver quotidiano, quando diventano adulti. Forse al Piccolo Principe i grandi incontrati (un vecchio re solitario che si crede onnipotente e che cerca di farlo suo ministro per essere sempre ascoltato; un uomo d’affari che passa i giorni a contare le stelle credendo che siano sue; o un geografo seduto alla sua scrivania che ha idea di come sia fatto il suo pianeta) sembrano strani, poiché seguono un comportamento che non ha più la spontaneità tipica della fanciullezza, perché trasformato dalle prove della vita. Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è sì un libro per bambini, ma ha in sé una natura filosofica che riflette su tematiche eterne della condizione dell’uomo come la solitudine, il significato dell’amore e dell’amicizia. Un pensare che invita tutti i lettori – grandi o piccini che siano – a cercare il senso della vita e a mantenere viva, anche da grandi, la stessa capacità di meravigliarsi per le piccole cose, tipica del Piccolo Principe venuto dall’asteroide B 612.
Quello che mi ha stupito di La ballata di Dante di Eduardo González Viaña è la capacità dell’autore di realizzare una sorta di versione latinoamericana della Divina Commedia di Dante (non me ne vogliano le spoglie del sommo poeta). Non fraintendete l’affermazione precedente, ma conosce la vicenda narrata dal poeta fiorentino, leggendo questo libro edito da Baldini&Castoldi avrà la sensazione di sentir riecheggiare Dante nella contemporaneità americana di Viaña, dove cultura made in U.S.A. e made in Messico si incontrano e scontrano. Dante Celestino è come il Dante della Divina Commedia, perché anche il personaggio dello scrittore sudamericano partirà per un viaggio che lo porterà ad attraversare l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere una situazione di vita paragonabile alla tranquillità paradisiaca. Il messicano Dante Celestino arriva in Oregon e rimane sempre fermo in quel luogo dove, da solo, cerca di crescere la figlia Emmita, perché la moglie bibliotecaria Beatriz, altro riferimento alla Divina Commedia che richiama alla mente la Beatrice del paradiso dantesco, è morta. Quando la ragazzina raggiunge i quindici anni, Celestino preso dall’entusiasmo –troppo in effetti- organizza una spettacolare cerimonia per celebrare l’ingresso della figlia in società. La gioiosa fatica di Dante verrà spazzata dalla brutale irruzione durante i festeggiamenti di un gruppo di giovani motociclisti che semineranno paura e terrore tra i partecipanti. Il dramma si compie con la fuga di Emmita con Johnny Cabada, il capobanda dei bikers, che si è arricchito con il traffico di stupefacenti. Dante, accompagnato da un asino zoppo e parlante che gli fa da guida spirituale e che, non a caso, si chiama Virgilio, valica i confini dell’Oregon viaggiando per tutti gli Stati americani alla ricerca dell’amata figlia. Certo, nel libro di Viaña non troviamo i vari gironi danteschi con i loro dannati, ma nelle avventure vissute da Celestino povertà, istinto di sopravvivenza, violenza e male che mina gli uomini si mescolano in modo così perfetto da fa apparire, agli occhi di chi legge, il pellegrinaggio del protagonista un vero e proprio viaggio all’inferno. La ballata di Dante di Viaña è interessante perché attraverso la figura di Dante Celestino e della figlia, l’autore racconta le difficoltà di inserimento sociale che molti immigrati hanno nel momento in cui si trasferiscono dal loro Paese d’origine in quello che li ospita. Se la figlia di Dante si sente perfettamente americana e in certi momenti sembra quasi ripudiare le proprie origini del Sud, il padre è l’opposto. Dante vive da sempre in Oregon in condizioni economiche non floride, non sa parlare inglese, non ha documenti d’identità regolari e non riesce a integrarsi nella società americana, perché molto legato alle sue radici messicane. Questo non fa altro che creare un conflitto con la giovane e ribelle Emmita, un dissidio riguardante il classico conflitto generazionale tra genitori e figli. La ballata di Dante Eduardo González Viaña crea il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, nel quale temi come gli scontri tra culture diverse e generazioni differenti è trattato con delicatezza, garbo e con una sottile ironia che conferma quanto i libri, spesso e volentieri, riflettano quella che è al realtà quotidiana nella quale i lettori vivono. Traduzione Lucia Lorenzini.
Siamo nel 1908, Philip incontra Josephine, una bambina speciale e decide di prenderla con sé. Per Josephine il cambiamento sembra essere noioso, sì sta imparando a leggere, a scrivere, a vivere nella società per bene, ma non sono solo questi i cambiamenti, Philip infatti è uno stregone del sangue e le insegnerà tutto riguardo alla magia, anche a come prolungare la vita in modo da poter vivere quasi per sempre.
Il Puzzle di Dio, Laura Costantini e Loredana Falcone, Goware
Cacciatori di Fantasmi, Fabio Monteduro, Runa Editrice
Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella, Scrittura & Scritture Editore
In fondo al tuo cuore, Maurizio de Giovanni, Einaudi
Sheldon Horowitz, ebreo americano, ex marine, ha vissuto sulla sua pelle le guerre degli ulitmi sessant’anni della storia mondiale e ora si ritrova vedovo, a vivere con la nipote, figlia nata postuma del figlio deceduto in Vietnam quarant’anni fa, e il compagno di questa in Norvegia, paese così lontano dagli Stati Uniti, dove ha fatto l’orologiaio, non dimenticando il suo passato con cui non riesce a fare i patti fino in fondo e ha qualche problema legato all’età di mancanza di memoria e simili.
“Per caso o per destino l’8 settembre 1943 fu anche la data in cui fu stipulato l’armistizio, ma questa volta la famosa Madonna sembrò uscire dalla storia ufficiale. Ben presto i rifugiati bellici nella caverna mariana si accorsero che c’era poco da stare euforici, anzi che la situazione si era aggravata, né si sapeva attribuire alla Madonna alcun intervento prodigioso. Senza sosta rimbombavano le cannonate. I napoletani, dopo l’ordine di evacuare le zone prossime al mare, erano per strada con le loro misere masserizie disposte su birocci, non sapendo dove dirigersi. Dunque il precristiano antro dedicato a Mitra o a Priapo ospitò nuovi rifugiati, e si delineò una marcata scissione tra arcaica religiosità e incombenze smitizzate. I tedeschi intensificarono le loro azioni di sabotaggio e di terrorismo. Gli americani sbarcarono a Capri […] Mancava l’acqua, mancava il cibo, mancava lo Stato, ma certo non mancava Dio. […] Il senso di rivolta divampò senza programma, senza collegamenti, come un misterioso tam tam che allargò sempre più la propagazione. […] E furono le Quattro Giornate di Napoli e le quattro notti del nazismo, in cui l’umano senso del tutto per il tutto spezzò il ferro spinato che aveva tenuto in abiezione l’anima del mondo.”
























