:: Due libri per il bicentenario di Charlotte Brontë, a cura di Elena Romanello

7 aprile 2016 by

Duecento anni fa nasceva Charlotte Brontë, una delle più popolari autrici inglesi di sempre, icona romantica ma anche femminista, creatrice, con Jane Eyre, di uno dei più interessanti personaggi femminili della letteratura, fuori da ogni schema e stereotipo e antesignana di ruoli nuovi per la donna nell’immaginario e anche nella società.
A Charlotte Bronte Fazi editore dedica due nuove pubblicazioni, che vanno ad aggiungersi già alla sua proposta di due suoi classici meno noti come Villette e Shirley.
broLa casa editrice propone in italiano l’ottima biografia contemporanea di Lyndall Gordon, elogiata dalla critica britannica e vincitrice del Cheltenham Prize for Literature. Nelle pagine del libro, l’autrice dà un ritratto di Charlotte Bronte molto lontano dall’immagine patetica che ha dominato per troppo tempo, presentandola come una donna passionale, moderna, ironica, anticonformista, protofemminista, che vive nella sua vita due grandi passioni non solo platoniche e poi un breve e felice matrimonio. Un personaggio molto diverso dalle due tragiche sorelle Anne e Charlotte, morte prematuramente senza essersi spostate dal nativo Yorkshire, che viaggiò e mise molto di suo nei suoi romanzi, dove si parla anche di tematiche sociali e di condizione della donna.
cover7Oltre a questa nuova biografia, Fazi propone anche il primo romanzo di Charlotte Brontë, pubblicato in realtà postumo e bollato all’epoca come troppo realistico: Il professore. Nelle pagine del libro, l’autrice si mette nei panni di un protagonista maschile, William Crimsworth, che decide di lasciare le campagne inglesi che non gli propongono grandi prospettive se non lavori non in linea con il suo titolo di studio, per andare a vivere a Bruxelles, dove visse anche Charlotte, dove può fare l’insegnante e dove si innamora di una delle sue allieve, povera e con idee femministe. Un libro da riscoprire, molto attuale tra l’altro, visto che parla di fuga dei cervelli e di soddisfazione delle proprie aspirazioni.
Insomma, un’ottima occasione per scoprire il mondo di un’autrice che ha aperto le porte del mondo della cultura e della scrittura alle donne, e che ancora oggi, a duecento anni dalla sua nascita, sa essere appassionante e attuale.

:: Il caso Manzoni, Fabio Mongardi (Parallelo45, 2016) a cura di Micol Borzatta

7 aprile 2016 by
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Febbraio 1990. In un terreno vicino a Ravenna vengono ritrovate delle ossa umane e una medaglietta d’oro.
Un volta fatte esaminare si scopre essere ossa di una donna ammazzata con un proiettile in testa, stile esecuzione, e la medaglietta appartenere a un’associazione legata a San Vincenzo de’ Paoli, e appartenuta anche alla contessa Beatrice Manzoni Ansidei che nel 1945 fu uccisa insieme al marito, ai figli e alla cameriera poco distante la loro casa a Frascata da dei partigiani.
La vicenda, che già all’epoca aveva fatto molto scalpore, viene riaperta per tentare di trovare una risposta e una soluzione a questo enorme mistero e tragedia che ha coinvolto i discendenti del famoso scrittore Alessandro Manzoni.
Fabio Mongardi riesce, con la sua inestimabile bravura, a trasformare un libro inchiesta in un romanzo scorrevole e avvincente, senza banalità, unendo il romanzo al saggio storico, con la suspance classica del noir.
Un romanzo che coinvolge appieno il lettore e da cui traspare una sensibilità dell’autore rappresentata dallo stile scelto per descrivere sia i personaggi che i luoghi.
Un romanzo da non perdere assolutamente.

Fabio Mongardi nasce e vive a Faenza. Al suo attivo ha già molti romanzi, tra i quali Il verdetto muto che sarà pubblicato nel 2016 in Germania. Ha vinto la sesta edizione di Orme gialle (Pontedera) e il premio Speciale Territorio del Concorso letterario Graphie (Cesenatico). In più è finalista del premio Arcangela Todaro-Faranda.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: I giorni dell’amore e della guerra, di Carla Maria Russo (Piemme edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

6 aprile 2016 by
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Dopo La bastarda degli Sforza Carla Maria Russo torna a occuparsi di Caterina Sforza, in un secondo e conclusivo volume, I giorni dell’amore e della guerra, che racconta gli anni della maturità e della vecchiaia di quella che è stata una delle figure femminili più interessanti e rappresentative del Rinascimento italiano.
Certo, perché Caterina Sforza non è una cortigiana indomita alle prese con avventure improbabili come andava di moda nel romanzo storico per fortuna qualche anno fa, ma una donna reale, in una situazione di giochi di potere tra Papato e principati, in un’epoca di violenza ma fondamentale per la cultura della nostra penisola.
Il primo romanzo, La bastarda degli Sforza, raccontava in maniera più intimista e personale gli anni dell’infanzia e della giovinezza di Caterina, tra matrimoni imposti e intrighi. Qui la storia diventa più collettiva, Caterina continua a lottare per i suoi figli, per un amore che finalmente trova e contro le mire innanzitutto dei Borgia, in un affresco realistico e appassionante del periodo storico tra Quattro e Cinquecento. Il primo romanzo era quindi il ritratto di un’eroina reale ma talmente interessante da essere romanzesca, il secondo invece traccia la storia di un’epoca, che non fu certo clemente con lei ma che le permise alla lunga di trovare un suo equilibrio almeno per gli ultimi anni della sua vita.
Carla Maria Russo racconta anche questa volta una storia reale al femminile nella Storia italiana, coniugando rigore storico, tutto quello che è raccontato è reale, tra prosa e richiamo a documenti veri, e passione per il romanzesco, in un altro libro da non perdere se si ama il genere, su una figura di cui forse non si parla mai abbastanza.
Anche perché Caterina, vedova tra gli intrighi dei Borgia e di Ludovico il Moro, pronta a trovare l’amore con un umile stalliere Giacomo Feo e a difendere il suo dominio su Imola e Forlì, amica di Leonardo da Vinci, è un personaggio che non si dimentica, vivo e reale a distanza di secoli, per chi magari oggi vive o visita da turista i luoghi della sua vicenda umana.
Alla fine, la si lascia con rimpianto, confidando nel fatto che Carla Maria Russo proporrà presto qualche altra eroina storica degna di lei, magari facendo scoprire un’altra vicenda reale rimasta nascosta.

Carla Maria Russo vive e lavora a Milano, e da anni è appassionata di ricerca storica. Le biblioteche dove effettua questo suo lavoro sono diventate la sua seconda casa. Ha pubblicato presso Piemme vari romanzi storica, come La sposa normanna, storia di Costanza d’Altavilla, Il Cavaliere del Giglio, su quel Farinata degli Uberti cantato da Dante, La regina irriverente, sulla leggendaria Eleonora d’Aquitania, L’amante del doge, ritratto della Venezia settecentesca, Lola nascerà a diciott’anni, un affresco della Milano sotto la Resistenza, e alcuni libri di storia per bambini presso il Battello a Vapore.

Source: dono privato ricevuto dal recensore.

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:: La variabile Costante, di Vincenzo Maimone (Frilli editore, 2016) a cura di Federica Belleri

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Il commissario Giacomo Costante, di Acireale, non ama spostarsi, viaggiare, perché è abitudinario. È costretto a farlo per raggiungere Carla, la donna che ama,  a Milano. È costretto anche da un’indagine particolare, dove il nord e il sud sono strettamente collegati. La Milano incontrata da Costante è caotica, legata alle palazzine in stile liberty e ai locali affollati lungo i Navigli; lo porta a scontrarsi con il desiderio di stare bene, del tutto e subito, possibilmente senza sforzo alcuno. Ognuno cerca il proprio spazio di appartenenza ed è disposto a tutto, pur di ottenerlo. Ad Acireale invece, l’Etna fa sentire la sua voce, spargendo ovunque polvere nera. Le strade di basalto ci portano a negozi colorati e profumati. Nella cittadina siciliana, ricca di storia e cultura, un professore di filosofia, Tancredi Serravalle, aiuterà Costante a riunire i pezzi sparsi di questa storia frammentata; interrogandosi su come, vivere, possa essere difficile e tragico, soprattutto per i giovani, costretti alla velocità che può provocare equilibrio precario. Perché si può morire, quando si intralcia il cammino di chi è più forte di noi.  Perché la frustrazione può prevalere sulla consapevolezza di “essere”, nonostante si debba “apparire”. Perché il centro di tutto il male, si trova proprio laddove ci si dovrebbe sentire a proprio agio, con il corpo e con la mente. Tanti indizi, troppe variabili. Solo una, fondamentale. Noir edito da Frilli, dalla scrittura particolare, ricercata ma scorrevole.  Non mancano espressioni dialettali meneghine e della terra d’origine dell’autore. Buona la trama, intrecciata a modo. Vi invito a leggerlo.

Vincenzo Maimone (Messina, 1970) si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Messina. È Ricercatore in Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. È autore di vari saggi e articoli su riviste scientifiche e della monografia, La società incerta. Liberalismo, individui, istituzioni nell’era del pluralismo (Rubbettino, Soveria Mannelli 2002). Ha pubblicato due romanzi, Un nuovo Inizio (Sampognaro e Pupi, 2009) selezionato come semifinalista al Premio Scerbanenco e L’ombra di Jago (Sampognaro e Pupi, 2011). È appassionato di cucina e ama andare in giro in sella alla sua Harley Davidson.

Source: libro del recensore.

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:: Equazione di un amore, Simona Sparaco (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

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Singapore. Dopo aver sposato Vittorio, un avvocato di grande successo, Lea ha lasciato Roma per seguire il marito in Asia. Singapore è una città luminosa, spettacolare, piena di vita e soprattutto privilegiata. Lea però non è felice. Continua la sua vita per abitudine e continua a ripetersi che invece dovrebbe sentirsi felice e fortunata.
Il suo cuore continua a pensare a Giacomo, un ragazzo conosciuto ai tempi della scuola e che le dava ripetizioni di matematica. Un ragazzo che appartiene al passato, ma a volte il passato ritorna.
Ed è proprio un ritorno del passato che travolge Lea quando è costretta a tornare a Roma per la pubblicazione del suo romanzo.
Lea deve affrontare un grosso dilemma: farsi travolgere dal passato o rimanere ancorata al presente?
Un grande romanzo sentimentale scritto con uno stile innovativo che lo rende unico nel suo genere, con un susseguirsi di colpi di scena e descrizioni mozzafiato sia dei pensieri dei protagonisti che dei loro sentimenti e delle loro emozioni.
Un capolavoro che sa conquistare raccontando cosa sia il vero amore diversificandosi per stile e qualità dai moltissimi libri dello stesso genere.

Simona Sparaco nasce a Roma. Dopo essersi laureata in Inghilterra in Scienze della Comunicazione ha seguito la sua passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Nel 2008 ha pubblicato Lovebook, nel 2010 Bastardi senza amore, nel 2013 Nessuno sa di noi diventato subito best seller, vincitore del Premio Roma e finalista del Premio Strega. Nel 2014 ha pubblicato Se chiudo gli occhi, Premio Selezione Bancarella, Premio Salerno Libro d’Europa e Premio Tropea.

Source: ebook inviato da Babel Agency, ringraziamo Francesca.

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:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2016 by
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Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: Blogtour – Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco (Newton Compton, 2016) – seconda tappa

5 aprile 2016 by

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Eccoci arrivati alla seconda tappa del blogtour dedicato a Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci edito da Newton Compton. Ricordo che l’editore metterà in palio due copie del libro che voi lettori potrete vincere seguendo le semplici istruzioni che troverete alla fine del post, trasformando questo simpatico blogtour in un’ autentica caccia al tesoro. In questa tappa ci sarà un approfondimento dei personaggi e dei luoghi del romanzo che anticipo è ambientato, come tutti gli altri volume della serie, a Valdiluce, bellissimo borgo montano. Siete pronti (e anche un po’ curiosi)? Bene, continuate a leggere.

֎ I personaggi ֎

Marzio Santoni detto Lupo Bianco, ispettore del posto di Polizia di Valdiluce e protagonista indiscusso di Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, come della serie. Un ragazzone di montagna atletico, sportivo, lunghi capelli biondi, occhi azzurri. Appena lasciato dalla sua fidanzata, campionessa mondiale di sci. Schivo, per certi versi più un orso che un lupo, odia le telecamere e i giornalisti, ama la natura, l’aria aperta e la sua valle. Amato dai suoi colleghi, rispettato per le sue doti investigative.

Bruna, occhi marroni, tre cuccioli, esemplare femmina di orso bruno.  L’orsa di Validiluce, la mascotte del paese. Simpatica, giocherellona. Peso 100 kili, età cinque anni, alta più di due metri. Dotata di collare satellitare.

Katia Guardì, napoletana, in prestito alle montagne, veterinaria specializzata in plantigradi. A suo modo eccentrica, lo testimoniano le strie turchesi tra i capelli neri tagliati corti. Una donna minuta ma tosta. Sottile, non troppo alta, carattere determinato, ma non privo di dolcezza. Quarant’anni, profuma di bosco con una punta di felce. Volto disegnato con garbo, struccata, con un paio di occhialini tondi di metallo. Occhi grigi.

Kristal Beretta, assistente di Santoni. L’audacia non è il suo forte, mai aveva voluto salire sugli sci. Detesta neve e montagna, ma è onesto, leale, molto coscienzioso nel suo lavoro. Soffre il freddo e mangia di continuo cioccolatini, adora i Ferrero Rocher. Si veste da cittadino con giacca e cravatta e non calza scarponi ma un paio di mocassini. Fedeltà alla legge e all’ispettore colmano le imperfezioni.

Spartaco Tassi detto Zubo, guardia forestale, ragazzone sulla trentina, è un montanaro, vive nei boschi e sua ragione di vita è difendere gli animali selvatici, stanare i bracconieri, difendere gli alberi. Veste sempre in divisa, ma senza armi. Ha una forza eccezzionale e non sono pochi i bracconieri che ha mandato all’ospedale con le ossa rotte. Aveva il compito di monitorare Bruna.

֎ I luoghi ֎

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Valdiluce d’estate

Il romanzo è ambientato a Valdiluce, piccolo borgo montano tipico e caratteristico, circondato da valli, boschi e montagne. Centro internazionale di base jumping, il paese appare ordinato, con le sue strade pulite, le piste di sci, battute con cura, con i suoi impianti di risalita. Un cosmo tranquailloe  placido come quello delle favole.  Intorno foreste di abeti, intiepidite dal sole, odorose di resina mischiata al larice. Si scorgono il Monte Sassone, il monte chiamato Dente della Vecchia, la Valnera, il fiume Marti, il lago Turchino, tutti luoghi reali, non partoriti dalla fantsia dell’ autore, di un’area protetta abitata da volpi, orsi, falchi. Ci sono grotte, rifugi alpini, alberghi.  Un’area incontaminata che stride con i fatti sanguinosi narrati nel romanzo.

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Valdiluce di inverno

Valdiluce, situata a 1500 metri sul livello del mare, è circondata dalle montagne dell’arco appenninico tosco-emiliano. La Valle è dotata di 6 impianti di risalita su 14 km di piste collegate alle restanti 36 del comprensorio Abetone-Montagna Pistoiese. Chi vuole minacciare la pace della valle? Ecco l’interrogativo che troverà spiegazione solo nelle ultime pagine del romanzo. Buona lettura.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 15 aprile sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
–Commentate tutte le tappe del tour.
–Diventate
follower dei blog partecipanti.
–Mettete “mi piace” alla pagina FB di Newton Compton.
–Lasciate la vostra email dove potervi contattare in caso di vittoria
Sistema di estrazione: random org

Non perdete la prossima tappa su Thriller Magazine.

Tutte le tappe:

Prima tappa: Blog Expres 1 aprile
Seconda tappa:  Liberi di scrivere 5 aprile
Terza tappa:  Thriller Magazine 7 aprile
Quarta tappa: Thriller Pages 12 aprile
Quinta tappa: Il flauto di Pan  15 aprile (con estrazione giveaway)

֎ Nota ֎

Si segnala l’impossibilità per motivi tecnici di commentare su Thriller Magazine, si comunica ai partecipanti che anche non riuscenso a commentare quella tappa la partecipazione vale lo stesso, e tutti sarete conteggiati per l’estrazione che si terrà il 17 aprile.

L’estrazione è stata effettuata, potete sapere i vincitori a questo link: qui.

:: Impronte, Hasan Ali Toptaş (Del Vecchio Editore, Novembre 2015, pp. 397) a cura di Matilde Zubani

4 aprile 2016 by
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Impronte è un romanzo che attraversa la vita di un uomo lungo il filo dei ricordi, al confine tra mondo onirico e realtà.
Incontriamo il protagonista, il signor Ziya, nelle prime pagine del libro, mentre si accinge a restituire alla padrona le chiavi dell’appartamento sul Bosforo in cui ha vissuto per anni, deciso ad allontanarsi dalla frenesia della città che porta con sé un ricordo terribile. Diversi anni prima la moglie, incinta del figlio, è morta, per un attentato terroristico in una libreria di Istanbul, portandogli via la voglia di vivere e lasciandolo in balia della vergogna per non essere morto con loro. L’angoscia non lo abbandona e Ziya ha deciso finalmente di accettare l’offerta di raggiungere l’amico e vecchio commilitone Kenan a Yaziköy, il villaggio dove questo è cresciuto e di cui aveva sempre parlato con grande nostalgia durante i duri mesi del servizio militare negli avamposti di confine turco-siriano.
Questo villaggio viene scelto da Toptaş per raccontarci una storia ai margini della Turchia, che stenta a lasciarsi alle spalle il passato. Scorrono veloci le immagini dell’infanzia dei protagonisti, figure antiche di pastori, rigattieri, circoncisori e venditori di sanguisughe si alternano una dopo l’altra. Scene di vita familiare in cui i ricordi si mescolano ai sogni. Dall’incontro con Kenan riemergono anche i fantasmi dei venti lunghi mesi della naia: il pericolo, la paura, i soprusi degli ufficiali, la miseria del Sud-Est della Turchia.
Ziya scoprirà che anche a Yaziköy la quiete sembra essere un miraggio. Sotto un’apparenza di bucolica rassegnazione covano sentimenti primitivi, fioriscono la diffidenza, il sospetto, la calunnia, e la violenza. Lo stesso Kenan si ritroverà ad essere vittima della crudezza dei suoi compaesani.
Impronte racconta della dimensione più aspra e rurale della Turchia, di una vita che sembra essere lontanissima non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Sullo sfondo della storia di Ziya ci sono le tormentate vicende del Kurdistan turco, ancora terribilmente attuali e lo stridente contrasto tra l’urbanizzazione selvaggia di Istanbul e il deserto deprimente dell’Est.
Toptaş sceglie uno stile evocativo, al confine tra presente, passato e sogno. Le immagini dure si alternano a momenti fortemente poetici, quasi commoventi, dove l’immaginazione prende corpo e la realtà di dissolve e si confonde. D’altronde, “quando la realtà è sentita con troppa forza, sembra sempre non essere vera”.
La scrittura è fluida, la punteggiatura quasi inesistente, i dialoghi interiori ed esteriori sembrano sovrapporsi. La scrittura stessa diventa parte della trama. La traduttrice, Giulia Ansaldo, dà prova di grande abilità nel mantenere intatte le affascinanti descrizioni “sensoriali” scelte dall’autore in cui suoni e colori, odori e forme si fondono. Ai lettori italiani alcune pagine potranno ricordare i desolati e desolanti orizzonti de Il deserto dei Tartari di D. Buzzati, mentre vari critici internazionali hanno definito Toptaş “il Kafka turco”. Quel che è certo è che questo romanzo prova le eccellenti qualità artistiche dell’autore.

Hasan Ali Toptaş è uno dei più importanti scrittori turchi viventi. Nato nel 1958 a Çal (vicino alla famosa località di Pamukkale), oggi lavora come funzionario ministeriale. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti e di un primo romanzo, Toptaş attira l’attenzione internazionale con il romanzo Gölgesizler (Senza Ombre) nel 1995, a cui seguono altre tre raccolte di racconti e quattro romanzi.
Nel 2006 vince il prestigioso Premio Orhan Kemal per la letteratura. Con Impronte, il suo primo romanzo ad essere tradotto in italiano, si aggiudica nel 2013 il Premio Sidat Semavi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I miei capitani di Luisa Pérez-Pérez, (Self publishing, 2016) a cura di Micol Borzatta

4 aprile 2016 by

tmpDkgpPS001Don Francisco Pérez Garcia si trasferisce a vivere a Novelda subito dopo il “Grande disastro” di Cuba con tutta la famiglia.
È proprio a Novelda che i figli crescono, studiano per corrispondenza con il dottor Zamenhof e anche se il colonnello Pérez non riesce a garantire alle quattro figlie un matrimonio vantaggioso, cercò comunque di provvedere al meglio.
Una ricchissima saga familiare raccontata con calore ed emozione entrando nei complessi rapporti parentali con minuzia di ricordi e particolari.
Una storia di una famiglia che vive negli anni della repubblica e la guerra civile, una famiglia inventata ma non tanto diversa da quella dell’autrice che ha saputo unire alla perfezione fantasia e realtà mantenendo uno stile narrativo brioso, allegro e vivace.
Come molti romanzi stranieri autopubblicati si possono notare alcuni errori grammaticali e refusi, specialmente nella formazione delle frasi che non sempre rispecchia la forma corretta, ma non per questo un cattivo romanzo, anzi è migliore di molti romanzi pubblicati con procedura regolare.
Un romanzo che sa trasmettere i valori di una volta e il vero significato di famiglia.

Luisa Pérez-Pérez nasce nel Sahara Spagnolo, ma ha vissuto e lavorato a Torino fino al 2007. Nel 1992 ha pubblicato Generalissimo con Bollati Boringhieri e nel 1994 I miei capitani sempre con Bollati Boringhieri. Nel 2016 ha ripubblicato I miei capitani con self publishing.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016 by
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Forse non tutti sanno che nelle Marche, Chiara Giacobelli (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

2 aprile 2016 by
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Una raccolta di racconti, misteri e leggende scritte da una giovanissima marchigiana.

Il romanzo è composto da vari racconti, partendo da i Della Robbia, passando per i Da Varano, la biblioteca più famosa e importante del rinascimento costruita da Federico da Montefeltro, Renata Tebaldi che con la sua voce concorreva a Rossini, la riserva naturale Sentina e la sua liquerizia, Piero e Sara così simili a Paolo e Francesca ma non ugualmente conosciuti…

Racconti che parlano delle marche sconosciute, una terra che non è solo mare e grotte, ma anche misteri, storia e soprattutto vite. Vite di uomini e donne che hanno saputo amare e creare questa terra.

Un romanzo che in realtà è una guida per conoscere a fondo non solo le Marche, ma anche l’amore profondo che lega anima e corpo la terra all’autrice.

È proprio grazie a questa passione che Chiara Giacobelli è riuscita a creare un’opera avvincente e conturbante, fuori da ogni schema, un’opera che scritta da qualcun altro sarebbe solamente una semplice e noiosissima guida.

Chiara Giacobelli nasce ad Ancona nel 1983. Laureata in Scienze della comunicazione con una tesi sul Cinema di Antonio e Visconti, ha deciso di specializzarsi in seguito in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo. Attualmente lavora come giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016 by
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

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