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:: Addio a Terry Pratchett, Maestro del Fantasy, a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015

TeSe ne è andato a soli 67 anni per una forma rara e aggressiva di Alzheimer Terry Pratchett, autore fantasy tra i più amati, con al suo attivo oltre settanta libri in oltre trent’anni di carriera.
Britannico, classe 1948, Pratchett arricchiva i suoi romanzi di grande umorismo e divertimento, una nota non così scontata in un genere che spesso si distingue per celebrare eroismi e costruire personaggi manichei: per Terry Pratchett le streghe erano buone, la Morte poteva essere un’amica, gli elfi erano infidi, i maghi spesso pasticcioni.
L’universo di riferimento di Terry Pratchett era il Mondo Disco, Discworld, parodia di vari elementi del fantastico, da Lovecraft a Tolkien, dalle fiabe ad Howard. Le sue storie erano autoconclusive, con determinate premesse di creature, ruolo della magia, eventi da raccontare, linee temporali che si intersecano, ed alcuni personaggi che ritornano, spesso presi dal folklore, tra streghe, vampiri, banshee, elfi, troll, nani.
Negli anni Novanta è stato l’autore più venduto, oltre che un protagonista di fiere e convention, mantenendo poi anche il rapporto con i fan via Internet, su cui ha raccontato anche la malattia, realizzando anche un documentario sulla BBC in tema.
Impossibile citare tutti i libri scritti da Terry Pratchett, che in passato lavorò anche come giornalista e addetto stampa: Il popolo del tappeto, Il colore della magia (primo della serie del Mondo Disco), Stregoneria, Sorellanza stregonesca, Morty l’apprendista, L’intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, Il piccolo popolo dei grandi magazzini e Buona Apocalissi a tutti, scritto a quattro mani con Neil Gaiman, sono solo alcuni dei titoli di una produzione che in teoria si rivolgeva ai ragazzi ma che in realtà era piacevole, interessante e divertente per tutti.
Appassionato di scienza e astronomia, ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico, Cavaliere del Regno, vincitore del British Book Award e della Carnegie Medal, insignito di otto lauree honoris causa, professore di letteratura popolare al Trinity College di Dublino e vincitore di altri vari riconoscimenti, Terry Pratchett è stato pubblicato in italiano da Salani e Mondadori e i suoi libri sono disponibili, anche se per alcuni c’è da fare un po’ di caccia al tesoro.
Terry Pratchett ha continuato a scrivere fino all’ultimo, grazie ad un programma di riconoscimento vocale, battendosi in parallelo per l’aumento dei fondi per i malati di Alzheimer e per il suicidio assistito. La figlia Rhianna ha annunciato la morte del padre citando le sue frasi dedicate al personaggio della Morte nel Mondo Disco: ALLA FINE, SIR TERRY, DOBBIAMO INCAMMINARCI INSIEME. Si è incamminato quindi, i suoi universi fantastici saranno eterni così come sarà eterno il rimpianto di averlo perso.

:: La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt O: perché leggiamo romanzi gialli? (Feltrinelli, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

13 marzo 2015

laQualche anno fa, residente in Germania, entrai in una libreria decisa a comprare finalmente un romanzo in tedesco. La mia padronanza della lingua era sufficiente a vivere in quel Paese, ma ancora ben lontana da quella necessaria a gustarsi un romanzo. Ma da qualche parte si deve pur cominciare, no? E così cominciai, fissando le pareti ricolme di libri con lo sguardo vago dei bambini, per cui molte sequenze di lettere altro non sono che sequenze di lettere mute, alla ricerca di una qualche indicazione, un punto di partenza, un suggerimento.
Scoprii così, con quel privilegiato punto di vista, che era veramente facile riassumere il contenuto di una libreria. Quella, in particolare, mi mostrò una tendenza che – l’anno seguente, di nuovo in Italia – avrei scoperto essere molto più diffusa di quanto credessi.
La maggior parte dei romanzi in vendita cadeva sotto due grandi categorie: il Liebesroman (il romanzo rosa) e il Krimi, l’equivalente dei nostri romanzi gialli.
In quel momento provai una commistione tra rabbia e frustrazione. L’incredibile varietà potenzialmente offerta dalla parola scritta finiva tutta lì, in due parole? Tale rabbia, per qualche secondo, andò direttamente a rivolgersi ai fruitori dei due generi. Perché tanta gente era ossessionata dai romanzi rosa e gialli, o rosa o gialli, come se un romanzo non potesse essere di valore senza offrire un po’ di sentimento o un mistero da risolvere?
Avrei avuto parte della risposta alla domanda negli anni seguenti. In quattro precisi momenti. Grazie a un saggio sulla crittografia, a un seminario su una missione NATO in Afghanistan, a una serie di foto per ossessivo-compulsivi e, per concludere e tirare le somme, a La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Dürrenmatt.
La prima parte della risposta mi venne fornita da un saggio sulla crittografia (Codici & segreti di Simon Singh). Avete presente? Se scrivo rvftub qbspmb in realtà intendo questa parola, ho semplicemente spostato di un posto in avanti le lettere dell’alfabeto. Così come il solutore di codici sa (deduce) che r in realtà è q, l’investigatore provetto sa (deduce) che l’impronta della scarpa nel terriccio è in realtà un indizio: qualcuno è passato di lì, e quel qualcuno portava quell’esatto tipo di scarpa, numero 42, lo stesso tipo e numero dell’indiziato numero uno. E, indizio dopo indizio, decifratura dopo decifratura, l’investigatore decifra l’intero giallo. Da un accumulo confusionario di segni, esso diventa una trama ben ordinata. Da un testo cifrato, esso diventa quello che viene chiamato un testo in chiaro, ed è leggendo questo testo che si scopre chi è il colpevole.
Il peggior nemico di un creatore di codici è la regolarità. O, detto in altre parole e dal punto di vista opposto, il peggior nemico di un solutore di codici è la casualità.
Se ora vi scrivessi vo’bmusb qbspmb, vi sarebbe semplice decrittare il messaggio: vi basterebbe applicare lo stesso metodo usato prima. Potrei complicare le cose, spostando le lettere di due posti indietro, o addirittura cambiando metodo a ogni lettera, ma per rendere il messaggio decrittabile dal destinatario dovrei trovare una regolarità che il destinatario del messaggio possa riapplicare, e voi – in veste di solutori di codici – non dovreste far altro che cercare quella regolarità. Se il mio modo di crittare mancasse di regolarità, e fosse invece completamente casuale, non avreste modo di decrittare il messaggio – ma non lo avrebbe neanche il destinatario del messaggio.
(Per amor di precisione: per quanto riguarda i codici non è esattamente così. Ma, se la materia vi interessa, oltre a Dürrenmatt potreste comprare anche Singh.)
Quel che dà una speranza ai solutori di codici è che tutti i codici vengono creati per essere decifrati almeno da una persona, sia questa il depositario di una compromettente lettera d’amore o l’ambasciatore stanziato in un Paese ostile. Deve quindi esserci almeno un modo di penetrare nel codice, ed è questo che il solutore di codici deve scoprire.
Nel caso dei crimini, però, il colpevole desidera tutt’altro che fornire all’investigatore un giallo risolvibile. (Tranne nei casi, molto amati nella fiction, in cui il colpevole vuole essere scoperto dall’investigatore, anzi, vuole che l’investigatore si danni l’anima pur di scoprirlo, in un gioco gatto & topo che fa somigliare il colpevole a un passivo-aggressivo in cerca di attenzioni.) Il colpevole geniale, anziché architettare un giallo elegantissimo e barocco che si svelerà completamente non appena trovata la chiave giusta, cercherà piuttosto di confondere le proprie tracce nel caos generale che compone la realtà. E non è che sia poi così difficile. Quanti modelli X di scarpa numero 42 vengono venduti all’anno? In quanti di questi può andare a perdersi il fatto che l’indiziato porta quel modello e quel numero, e che nel terriccio c’è l’impronta di quel modello e di quel numero?
E questo è proprio il problema al centro de La promessa di Dürrenmatt: la molteplicità e la casualità con cui la realtà si dispone.
Il quadro del colpevole all’interno del romanzo indica un uomo che guida un’auto X e veste di un certo colore Y e ha percorso più di una volta la strada che va da una città Z a una città J. Quanti individui del genere esistono? (Senza contare che due di questi stessi dati – l’auto X il colore Y – sono deduzioni, ipotesi, e quindi probabilmente fallaci.) Se questo fosse un messaggio cifrato, bisognerebbe provare un numero enorme di chiavi, producendo un numero enorme di testi in chiaro insensati, prima di trovare quella giusta. Una vita non basterebbe, probabilmente. E neanche due. Per trovare la chiave di alcuni messaggi criptati, pensate, non basterebbero migliaia di anni – e un messaggio criptato è incredibilmente più facile da decriptare della realtà, in cui il messaggio criptato – il giallo – si mescola indistintamente a variabili che nulla hanno a che fare con il crimine ma sembrano in tutto e per tutto indizi. Aggiungeteci il fatto che, nel caso del nostro giallo, anziché provare chiavi producendo testi in chiaro insensati, bisognerebbe fermare tutti gli individui che corripondono al quadro di cui sopra e sottoporli ad altre verifiche. Non solo ciò non è verosimilmente realizzabile dalla polizia – che nel frattempo ha altri casi da risolvere – ma se anche fosse possibile, la polizia non avrebbe altri dati in mano che una verifica potrebbe confermare.
E allora come si fa?
Leggete il romanzo e scopritelo: è il giallo che Dürrenmatt crea per voi, e che vi svelerà, ma svelandovelo vi mostrerà quale risicata probabilità abbia la polizia di risolverne uno simile.
Il problema dei gialli – o perlomeno della tipologia di giallo che funziona, tira e vende, e quindi viene riprodotto – è che hanno solo due strade per uscire dalla frustrante complessità casualmente ordinata che compone la realtà. O – e questa è la soluzione che viene più criticata – ricorrono a un deus ex machina, creando provvidenzialmente connessioni nodali tra elementi altrimenti troppo distanti (Toh, guarda caso l’assassino è il vicino di casa dell’investigatore, che può quindi osservarlo nella sua quotidianità); oppure semplificano quella complessa realtà, eliminando le variabili che confonderebbero l’investigatore (Toh, in quel punto è passata solo una persona che indossava quel modello e numero di scarpe, e quella persona è il colpevole). Il giallo ideale – quello che avvince il lettore per la sua complessità iniziale, ma che alla fine viene sbrogliato – deve poter essere come una cifratura complessa: per quanto casuale e complessa essa possa sembrare, sarà comunque incredibilmente più regolare e semplice della realtà.
Ed è questo, proprio questo, che Dürrenmatt critica.

La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa “in sé”, come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità.

Il giallo ideale, quindi, sarebbe quello che riesca a mantenere l’effetto thrilling dato dalla risoluzione di una cifratura complessa senza però, per far questo, sminuire la complessità della realtà.
Mi viene in mente, a tal proposito, un corso sulle Organizzazioni Internazionali a cui partecipai in Inghilterra. Divisi in gruppi, nel corso dei seminari avremmo dovuto preparare una presentazione di una missione di un’organizzazione internazionale. Avendo nel gruppo un ex militare che era stato in Afghanistan, ci concentrammo sull’ISAF (International Security Assistance Force), missione appena conclusasi. La maggior parte dei nostri incontri, ricordo, venne spesa ascoltando i tentativi dell’ex militare di farci capire il problema della complessità nel disegnare strategie per la ricostruzione post-conflitto in luoghi come l’Afghanistan. Ci parlava degli infiniti elementi da considerare per prendere una singola decisione su una singola istituzione. Ad esempio: come evitare che gli afghani continuino a coltivare oppio? Bisogna considerare una varietà di elementi che raramente coesistono nella mente di un esperto, in questa società delle specializzazioni: le condizioni economiche, la microeconomia dei contadini e quella macro dell’Europa che compra oppio, e quelle culturali, la fiducia e sfiducia dei contadini nei confronti dei talebani e delle varie forze straniere presenti sul territorio (che a loro volta si dividono, perché un americano non viene visto come un italiano che non viene visto come un tedesco), gli interessi politici locali e quelli nazionali e quelli internazionali, e la religione, ovviamente, anzi, le religioni, e poi un sonoro e sincero boh, perché non sono stata in Afghanistan né ne sono un’esperta, ma ricordo ancora il complessissimo schema che quell’uomo ci piazzò sotto gli occhi, e che potete trovare a questo link.
L’ISAF si è conclusa e le scommesse sul suo lascito sono aperte. Se andrà male, ricorderà uno di quei casi in cui si scopre che in quel punto sul terriccio di persone ne sono passate due, non una, e quindi che in prigione c’è la persona sbagliata.
Questo è quello che accade nella realtà.
E nella fiction?
Perché amiamo leggere gialli – i gialli canonici, eleganti e con una conclusione, non i gialli alla Dürrenmatt?
Dopo questo lungo elogio alla complessità e alla casualità, per non parlare della multicausalità, non posso certo darvi un’unica, certa, risposta. Non ce l’ho. Ma, mentre leggevo La promessa di Dürrenmatt, mi è venuta in mente una serie di foto di Ursus Wehrli (svizzero come Dürrenmatt) in cui ero inciampata aprendo un link intitolato 12 pics that will satisfy your obsessive compulsive disorder .
Trovare un senso e un ordine alle cose è rassicurante. Un po’ artificioso, a volte – come nel caso di queste foto e di molti gialli – ma rassicurante. E, se non si può fare in questa caotica realtà di gente imprigionata per sbaglio e contadini afghani che continuano a coltivare oppio, lo si può sempre fare nel tempo libero leggendo un libro.
Ho risolto il giallo dei romanzi gialli?
Non credo. Né quello di Dürrenmatt è stato un requiem per il romanzo giallo. Ma rileggerlo ora, dopo più di cinquant’anni, ci permette di osservare quanto poco certe cose siano cambiate: la complessità dei drammi umani e la semplicità con cui, a volte, viene esorcizzata.

Friedrich Dürrenmatt (5 gennaio 1921 – 14 dicembre 1990) scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. E’ stato esponente del teatro epico le cui opere riflettevano le recenti esperienze della Seconda Guerra Mondiale. Autore attivo politicamente, raggiunge la fama ampiamente dovuta alle sue opere avanguardiste, i romanzi criminali profondamente filosofici, e spesso alla sua satira macabra.

:: La firma del puparo, Roberto Riccardi (collezione Sabot/age Edizioni E/O, 2015) a cura di Natalina S.

12 marzo 2015

pup“Non ho ancora deciso chi sia peggiore, se l’uomo che preme il grilletto o quello che gli ordina di sparare”.

È Rocco Liguori – tenente dei carabinieri conosciuto e apprezzato per le abili operazioni narrate in Venga pure la fine e Undercover. Niente è come sembra – a fornirci l’importante chiave di lettura dell’ultimo romanzo di Roberto Riccardi, La firma del puparo, collana Sabot/age delle edizioni e/o, riportata all’apice di questa recensione. È una riflessione profonda e amara quanto lo squarcio di dolore che il protagonista si porta dentro per la morte di quel fratellino spento innaturalmente, prima ancora che si macchiasse di colpe e che, simbolicamente, abbraccia il potenziale di vite stroncato dai proiettili delle organizzazioni criminali. Chi sia il peggiore tra i due, il sicario o il mandante, il pupo o il puparo, chi può dirlo a netto di un atto tanto atroce?

“…amare qualcuno vuol dire esporlo ai tuoi pericoli. Se vivi di fronte ad una pistola puntata, chiunque ti stia vicino si trova sulla stessa traiettoria.

È questa la consapevolezza a cui giunge il tenente Rocco Liguori, figlio dell’Aspromonte e della giustizia che in questo romanzo si trova a dover affrontare una partita tanto personale quanto professionale: seguire le indagini sulla scomparsa di Michele Sanfilippo, noto giornalista di un quotidiano della Sicilia al quale nome si dovevano le inchieste più coraggiose su Cosa Nostra, e proteggere la famiglia di Nino Calabrò, amico d’infanzia di Liguori, arrestato dallo stesso per narcotraffico, ora intento a collaborare con la giustizia.

dare in pasto alla giustizia la sua storia criminale è per Nino Calabrò una possibile salvezza, se non per lui almeno per i suoi figli affinché una volta tanto si possa spezzare l’anello della catena che porta anime innocenti a sporcarsi le mani in nome dell’Onorata società e non possa più accadere che le colpe dei padri ricadano sui figli.

La narrazione prende forma e procede attraverso un linguaggio semplice e pulito in cui descrizioni e dialoghi si incastrano perfettamente con riflessioni tanto significative quanto disarmanti che conducono il lettore ad interrogarsi sulle azioni dell’uomo senza necessariamente pontificare o emettere sentenza e scoprire che il vero epilogo di questo intenso romanzo non è altro che l’inizio di un cammino personale: “Con le parole si abbatte ogni barriera… scopriamo chi siamo, definiamo noi stessi in rapporto con il mondo.”
Un mondo nel quale possiamo lasciare una traccia migliore della nostra esistenza, sempre e comunque, dopo aver assunto consapevolezza che la linea di confine tra il bene e il male non è sempre netta ma valicabile. Così come accade nel romanzo in cui, in momenti di massima tensione narrativa, nella lotta fisica e ideale tra odio e amore, il bene sconfina nel male fino a rovesciare le priorità di un’esistenza. L’intero romanzo rispecchia questo dualismo, dall’animo inquieto e combattuto del protagonista Rocco Liguori, incerto se redimere o meno quell’uomo di cui ha conosciuto l’innocenza e preservare le nuove generazioni dalle colpe di cui lui stesso porta i segni, alla grande contrapposizione tra mafia e legalità, Cosa Nostra,’Ndrangheta e gli uomini di legge di cui all’infinito si perpetueranno i nomi: Dalla Chiesa, Borsellino, Falcone e + (per non dimenticare nessuno).

Roberto Riccardi: colonnello dell’Arma e giornalista, è nato a Bari nel 1966 e vive a Livorno. Ha lavorato a Palermo negli anni delle stragi e poi in Calabria, a Roma, in Bosnia e Kosovo quale componente dei contingenti di stabilizzazione. Con il personaggio di Rocco Liguori ha già firmato per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O il noir imperniato sul ruolo degli agenti sotto copertura Undercover. Niente è come sembra (2012), che ha vinto i premi Biblioteche di Roma, Azzeccagarbugli e Mariano Romiti, e il romanzo sullo sfondo delle guerre balcaniche Venga pure la fine (2013), candidato al Premio Strega 2014, che ha ottenuto riconoscimenti ai Festival del noir di Serravalle e Suio Terme. Ha inoltre all’attivo due romanzi nel Giallo Mondadori, il primo dei quali, Legame di sangue, gli ha fruttato il premio Tedeschi nel 2009. Ha pubblicato tre libri sulla Shoah per l’editrice Giuntina: Sono stato un numero (2009), La foto sulla spiaggia (2012) e La farfalla impazzita (2013, scritto insieme a Giulia Spizzichino). Con Sono stato un numero, opera premiata da “Adei-Wizo”, l’Associazione Donne Ebree d’Italia, si è aggiudicato il premio Acqui Storia.

:: Mediorientarsi – Pallidi Segni di Quiete, Adania Shibli (Argo Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

11 marzo 2015

Pa“L’occupazione non ci occupa solo fisicamente, ma ci ha occupato anche l’anima. Tutto quello che sogno è che i miei sogni non siano brutti come la realtà“. (Pallidi segni di quiete: diario palestinese).

Premetto che recensire questa raccolta di racconti non è un compito facile: la stessa quarta di copertina dichiara che Adania Shibli “consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile”. In effetti, ciò che emerge dalla lettura è un senso di straniamento, quasi d’angoscia. I racconti sembrano riflettere i moti interiori di un’anima disorientata, che si smarrisce nella quotidianità palestinese. Si può trovare un po’ di quiete interiore in questa terra senza pace e, forse, senza futuro?
Pagina dopo pagina invisibili granelli di sabbia entrano nelle nostre scarpe di viaggiatori letterari e iniziano a darci fastidio. Ci indigniamo perché il programma di studi nelle scuole elementari è soggetto al controllo israeliano, il quale vieta espressamente lo studio degli autori palestinesi (Fuori dal tempo), perché ci sembra di respirare la stessa nuvola di polvere e disperazione che avvolge i palestinesi in attesa di un taxi collettivo al check-point (Polvere). L’autrice ci confida che l’unico modo per andare avanti è mantenere il sangue freddo: “La mia freddezza è necessaria per riuscire ancora a essere una persona capace di vivere!” (Sangue Freddo)
Quello di Adania Shibli è un universo bello e terribile in cui il tempo sembra essersi fermato. Perfino gli orologi da polso smetteno di ticchettare, per riprendere poi all’atterraggio in un aeroporto straniero. “In Palestina, spesso mi accorgo che [il mio orologio] smette di camminare. Improvvisamente entra in una specie di coma e proprio non riesce più a segnare l’ora. (…) Probabilmente esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita, quello che maggiormente provoca disperazione nel mio animo” (Fuori dal tempo). Nella raccolta trovano spazio anche alcuni aneddoti famigliari: un racconto è dedicato alla morte della nonna (La cenere nei suoi occhi) ed un altro all’infanzia dell’autrice cresciuta in una famiglia di accaniti lettori (La differenza la fa sempre Nagib Mahfuz).
Lo stile narrativo è secco e diretto, non lascia spazio alle descrizioni e va dritto al cuore del lettore, quasi a volerlo trafiggere. Alcuni racconti sono brevi, altri brevissimi, di tre pagine appena, ma non per questo meno efficaci. L’autrice procede in un’inesorabile enunciazione di piccole vicende quotidiane, in un’atmosfera che oscilla tra stupore e sgomento.
Consiglio questi racconti a chi voglia aprirsi una nuova finestra sulla Palestina attraverso lo sguardo inerme e spietato di Adania Shibli.

Adania Shibli è nata in Palestina nel 1974 e oggi vive tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are All Equally Far from Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei. Dal 2012 è visiting professor e ricercatrice presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

Geografia della Palestina – Secondo i dati forniti dall’Unione Europea, oggi vivono in Palestina 4.5 milioni di persone, di cui 1.8 milioni nella Striscia di Gaza e 2.65 milioni in Cisgiordania. I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, nelle Seam Zones (tra il Muro e la linea verde dell’Armistizio del 1949) e in Area C (area sotto il pieno controllo israeliano, che rappresenta il 60% della West Bank) si trovano ad affrontare la pressione crescente dall’occupazione israeliana. La situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi è allarmante. Alle violazioni compiute dalle forze di occupazione israeliane (detenzioni amministrative, espropri arbitrari, demolizioni di case, tortura) si aggiungono quelle compiute dalle forze di sicurezza palestinesi (arresti arbitrari, violazioni della libertà di espressione, eliminazione di palestinesi accusati di collaborazionismo). Da segnalare inoltre anche l’emergenza dei profughi palestinesi, che si concentrarono nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania e della Giordania, del Libano e della Siria. I profughi erano poco più di 900.000 nel 1948, mentre a oggi, secondo le stime di Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sostenere i profughi palestinesi), sfiorano i 5 milioni.

:: L’anello dei Faitoren, Emily Croy Barker, (Giunti, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

Non si può dire che la vita di Nora sia perfetta, anzi è sempre più convinta che la sua vita sia proprio un disastro, ma non immagina di quanto realmente cambierà.
Infatti un giorno, mentre sta passeggiando per le montagne ripensando alla fine della sua relazione si imbatte in un vecchio cimitero con all’ingresso una lapide con uno strano epitaffio che non può fare a meno di leggere e ripetere più volte ad alta voce. Di colpo si accorge che intorno a lei il paesaggio è cambiato, cerca di tornare sui suoi passi ma del cimitero nemmeno l’ombra, quando a un tratto incontra una signora vestita in modo ricercato ma seguendo la moda di altri tempi che dice di chiamarsi Ilissa.
Nora si fa conquistare subito dai toni mielosi di Ilissa e dall’ambiente perfetto che la circonda, forse troppo perfetto. Scoprirà molto presto che non tutto appare per quello che è realmente, purtroppo nel modo peggiore possibile sfiorando la morte dopo aver superato prove davvero dure.
L’anello dei Faitoren è un romanzo per ragazzi con ambientazione fantasy che si discosta molto dalla visione odierna sia di romanzo per ragazzi che di fantasy, infatti alcune scene vengono descritte in modo forse un po’ troppo diretto e crudo, come la parte dove Nora perde il bambino dopo una brutta caduta dalle scale.
I personaggi sono descritti molto minuziosamente sia fisicamente che caratterialmente e pur essendo molti di essi magici o trasmutazioni di animali sono molto diversi dai classici e ormai banali personaggi di libri analoghi.
le ambientazioni prendono connotazioni magiche come se effettivamente si trasformassero anche intorno al lettore durante lo scorrere delle pagine seguendo le vicende da paese in paese o semplicemente il cambio della magia che ha colpito uno stesso luogo.
Unico neo trovato sono le reazioni di Nora davanti alla magia appena arriva all’Altro Mondo. Nora infatti non crede alla magia, ma quando ci si trova davanti invece di rimanere sorpresa, diffidente, spaventata, non ha alcuna reazione e l’accetta come cosa normale, e lo stesso la reazione della sua famiglia quando torna a casa.
Nel complesso è comunque un romanzo avvincente che sa conquistare i suoi lettori sia giovani che più grandicelli, un libro per ragazzi che non è solo per ragazzi.

Elena Romanello

Nora Fischer, giovane ricercatrice universitaria in letteratura, è stata appena lasciata dal fidanzato e la sua carriera non sta andando propriamente come lei sperava: un giorno, durante una passeggiata in campagna, si trova di colpo in un sontuoso palazzo, dove incontra il bellissimo Raclin, che si innamora di lei e le propone di diventare sua moglie, spalleggiato dalla sua affascinante madre Ilissa. Nora si immerge in questo nuovo mondo, dove però ci sono alcuni aspetti inquietanti e strani, finché un giorno non incontra il mago Auriendel, che le rivela di essere stata vittima di un incantesimo da parte di un’antica stirpe fatata, in cerca di una donna umana che diventi madre della loro progenie e le offre una via di salvezza da un mondo che non è il suo e in cui il tempo scorre in maniera diversa dalla sua realtà.
Questo romanzo è vittima di un equivoco di fondo: molti l’hanno snobbato pensando che fosse l’ennesima operina a base di vampiretti che brillano al sole e cosette simili, ma in realtà ci si trova di fronte a una storia molto diversa, molto più complessa e affascinante. Innanzitutto la protagonista non è una ragazzina romantica e poco furba, ma una professionista che si trova coinvolta in un intreccio con echi di Alice nel paese delle meraviglie, ma soprattutto del folklore legato al Piccolo Popolo e alla loro abitudine di rapire gli esseri umani per assicurarsi bambini e madri per i loro figli.
La trama è complessa, e smonta tutta una serie di luoghi comuni di un certo genere di fantastico non proprio di qualità degli ultimi anni, a cominciare da quello dell’amore incondizionato della ragazza umana di turno per il sovraumano: Raclin è il cattivo della situazione, da cui Nora dovrà salvarsi, con una metafora di tanti, troppi amori pericolosi della vita reale, con l’aiuto di Auriendel, molto lontano da certi cliché e per questo molto più interessante.
La descrizione del mondo in cui Nora si trova, con un ingresso vicino ad un cimitero e con un’antica iscrizione, è interessante e insolita, con forti riferimenti all’immaginario celtico e al lato oscuro di fiabe e leggende. Una storia fantasy per un pubblico adulto, con al centro la ricerca di sé di una ragazza di oggi, non più nell’età di credere alle favolette. Tra l’altro, pare che sia il primo di una serie, ed effettivamente il finale non è del tutto concluso e può dare adito a nuovi viaggi e minacce. Per chi crede nelle potenzialità del fantasy quando pesca da fiabe e folklore, anche quello più cupo, le sue fonti di ispirazione.

Emily Croy Barker vive nel New Jersey e si è laureata a Harvard. Dopo un’esperienza di vent’anni nel campo del giornalismo, ha deciso di dedicarsi alla scrittura, esordendo con l’originalissimo fantasy L’anello dei Faitoren, accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Oltre all’attività di scrittice, Emily Croy Barker dirige la rivista The American Lawyer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Mariliou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa dei fantasmi, John Boyne, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

1867, Londra. Eliza Caine vive da sola con il padre dopo che in tenera età ha perso la madre di parto e la sorellina mentre nasceva. Ha avuto un’infanzia meravigliosa confortata dall’amore paterno e dall’amore per la letteratura trasmessagli dal padre. Un giorno leggono sul giornale che il grande Charles Dickens avrebbe tenuto una lettura di persona al museo lì vicino. Pur essendo malato il padre vuole andarci a tutti i costi, Eliza cerca di fargli cambiare idea ma non ci riesce e così lo accompagna.
Al ritorno il padre peggiora e dopo nemmeno una settimana muore.
Eliza è sconvolta, come se non bastasse scopre anche che la casa in cui è sempre vissuta non era di proprietà del padre ma solo in affitto e da sola non può mantenerla.
Proprio in quel momento trova un’inserzione sul giornale che cercano un’istitutrice in un paesino vicino a Norfolk. Eliza decide di partire immediatamente, ma appena arriva scopre che qualcosa non è come dovrebbe essere.
Nella casa accadono strani avvenimenti e la gente del posto appena scopre chi è lei cambia immediatamente atteggiamento. Nessuno risponde alle sue domande o le dice cosa sia successo.
Un romanzo davvero eccezionale che pur dopo una partenza un po’ lenta sa creare suspance e domande nel lettore alle quali non troverà una vera risposta se non alla fine, ma non si sente nemmeno dimenticato dall’autore perché per tutta la durata della lettura avrà dei piccoli indizi e delle piccole risposte che gli daranno soddisfazione e nello stesso tempo gli creeranno altre domande, tenendolo così legato a sé per tutta le sue pagine.
Le descrizioni sono fatte a livello minuzioso sia degli ambienti che dei personaggi, talmente profondamente che il lettore ha la sensazione che tutto intorno a lui cambi e si trasformi ritrovandosi nelle campagne inglesi del 1800.
Una storia mozzafiato che anche se parla di un argomento ormai usato in tutte le salse, ovvero i fantasmi, viene descritto, narrato, utilizzato e sviluppato in un modo del tutto nuovo rimanendo molto invitante e avvincente che fa venire voglia di cercare un altro libro dell’autore sperando di ritrovare la stessa capacità di creare empatia tra personaggi e lettore e amore per la lettura.

Elena Romanello

La vita di Eliza Caine, giovane donna colta nella Londra vittoriana di Charles Dickens, si divide tra le cure all’anziano padre e il suo lavoro come insegnante in una scuola femminile: la morte improvvisa del genitore, dopo un’infreddatura rivelatasi fatale presa proprio ad una conferenza di Dickens, la porta a dover sconvolgere la sua vita e ad accettare una proposta di lavoro come istitutrice nel remoto Norfolk, presso un castello abitato da due bambini, Isabella e Eustace, che sembrano non avere altri parenti dopo un oscuro dramma familiare. Presto Eliza scoprirà i segreti di un posto che ha già portato alla morte le precedenti governanti e dove non mancano i pericoli, di natura paranormale, anche per lei, mentre verrà a conoscenza di cosa si è consumato in quelle mura. La sua priorità sarà cercare di salvare se stessa e i due bambini da una presenza capace di divorare tutto quello che viene vicino a lei, per un’oscura gelosia che ha distrutto la sua vita e la rende incapace di far vivere gli altri.
Normale pensare a Il giro di vite di Henry James leggendo la trama di questa nuova fatica di John Boyne, che si occupa di nuovo di bambini, in una chiave diversa rispetto al suo ottimo Il bambino con il pigiama a righe, diventato un classico per parlare ai più giovani di Shoah. Ci sono molti punti in comune tra le due vicende, entrambe con protagoniste due governanti, uno dei pochi lavori concessi alle donne nell’Inghilterra ottocentesca, se erano colte e non riuscivano a sposarsi, entrambe con bambini in pericolo, entrambe con fantasmi che minacciano. Ma Eliza è diversa dall’austera e un po’ bigotta miss Giddens di James, è una ragazza con ambizioni moderne, più simpatica e pronta a non cedere alla paura e alle minacce, oltre che capace di amare i bambini che le sono stati affidati oltre le regole sociali e le convenzioni.
Nel libro ci sono tutti gli elementi delle storie gotiche, che oggi vanno di nuovo di gran moda, basti pensare a The crimson peak di Guillermo del Toro al cinema o a Penny Dreadful in tv, ma tutto è ben dosato, interessante, avvincente e alla fine non ripetitivo e scopiazzato. John Boyne riesce a costruire in maniera egregia una storia di fantasmi vecchia maniera, omaggiando i classici senza seguirli pedissequamente, ricostruendo un’epoca e delle atmosfere che sono alla base di tanto immaginario di allora e posteriore. Un libro che funziona dalla prima pagina all’ultima, un’indagine negli abissi dell’animo umano e su cosa possono portare drammi e troppo amore che avvolge fin dalle prime pagine, una storia gialla e paranormale intrisa dell’atmosfera dell’epoca ma alla fine eterna. Per chi ha nostalgia delle storie di fantasmi di una volta, che sono sempre attuali e affascinanti, ma anche per chi ama un’epoca e un immaginario impareggiabili come quelli vittoriani.

John Boyne nasce in Irlanda nel 1971 e passa la sua vita a Dublino.
Nella sua carriera letteraria scrive 14 romanzi sia per adulti che per ragazzi e vengono tradotti in più di 40 lingue.
Il suo primo libro Il bambino con il pigiama a righe ha avuto un successo internazionale in pochissimi anni, e nel 2008 è stata fatta una trasposizione cinematografica con la regia di Mark Herman.

Source: libri dei rispettivi recensori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi junior – Oh, freedom!, Francesco D’Adamo, (Giunti, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 marzo 2015

index“Quando il sole ritorna,
Al primo verso della quaglia
Segui il mestolino
Perché il vecchio ti aspetta
Per condurti alla libertà
Segui il Mestolino”

Alabama, Stati Uniti d’America, 1850. Tommy è un bambino di undici anni che vive con i genitori in una piantagione di cotone, dove abitano e lavorano tanti altri schiavi. Tommy vorrebbe un mondo migliore e non a caso spesso si immagina e sogna la libertà, ma non ha la più pallida idea di come raggiungerla. Poi, una sera, in una delle capanne degli schiavi arriva un certo Peg Leg Joe, un vagabondo che con sé porta uno strano oggetto. A Tommy quell’affare sembra una zucca con il manico, ma in realtà il piccolo protagonista del romanzo di D’amato scoprirà che quel buffo oggetto è un banjo. Uno strumento musicale che l’uomo suona quando canta quelle canzoni- gli spirtuals -, che Tommy sente sempre in chiesa durante la celebrazione della funzioni religiose. Tra lo sconosciuto e il piccolo Tommy scatterà una profonda amicizia che avvicinerà il piccolo raccoglitore di cotone non solo alla musica, ma anche alla conoscenza dei valori della libertà dell’uomo. Un giorno Tommy e Peg Leg Joe, sempre con il suo banjo in spalla, scapperanno lungo la Underground Railroad, alla ricerca della libertà. La coppia si troverà coinvolta in mirabolanti avventure e anche in situazioni pericolose che rischieranno di far fallire i loro intenti. A guidare i due amici verso la libertà il Mestolino (la stella polare) che brilla in cielo. Tommy crescerà e, seguendo le orme di Peg Leg Joe, guiderà altri uomini verso la salvezza dall’oppressione. Oh, freedom!, di Francesco D’Adamo è un bel romanzo d’avventura per ragazzi che, attraverso la storia di un piccolo raccoglitore di cotone di colore, narra il processo di conoscenza della vita e dei valori della libertà umana per ogni singolo individuo. Il libro di D’Adamo può essere visto come un romanzo di formazione, perché ogni evento del quale Tommy sarà protagonista, ha il valore di una prova da superare per crescere e diventare un adulto. In Oh, freddom!, di Francesco D’Adamo, Tommy diventerà grande, cercherà di aiutare altri individui che come lui sanno cosa vuol dire vivere in schiavitù, e si accorgerà quanto sia dura la lotta per i diritti umani e per la libertà. Dai 10 anni in su.

Francesco D’Adamo è nato nel 1949 vicino a Venezia da profughi istriani arrivati in Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, vive per qualche tempo a Cremona per poi trasferirsi a Milano dove attualmente vive. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Milano, ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e negli istituti tecnici, per poi dedicarsi alla scrittura. Il suo primo libro è scritto nel 1990 ed è un romanzo noir per adulti, Overdose, che parla delle imprese di un gruppo di sbandati drogati. Sul finire degli anni ’90 inizia a scrivere per i ragazzi, definiti da lui stesso adulti che hanno qualche anno in meno. Il suo romanzo Storia di Ismael che ha attraversato il mare ha avuto molto successo perché è una storia affascinante. Nel 2001 scrive Storia Di Iqbal, edito da EL, ispirato alla vita di Iqbal Masih, con cui vince il Premio Cento nel 2002 e il premio Cristopher Awards negli USA. Nel 2006 con Jonny il seminatore vince il Premio di Narrativa per ragazzi “Comunità Montana Altocrotenese”. I suoi romanzi sono noti per il livello formativo e pedagogico e per questo apprezzati nelle scuole.

:: Laura Toffanello e Marco Pistacchio parlano di “L’estate del cane bambino” (66thand2nnd) a cura di Elena Romanello

10 marzo 2015

pisCome mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?

1961, a Brondolo una piccola località sperduta nella provincia di Venezia, a Ercole, Vittorio, Menego, Michele e Stalino basta un vecchio pallone tra i piedi, un mozzicone di sigaretta in bocca, una fuga al cinema nel paese vicino, per sentirsi i padroni del mondo. Se la loro non è felicità, le somiglia molto. Poi un bambino scompare, e in una notte i cinque amici dodicenni si ritrovano ad essere dei vecchi con tutta la vita da vivere davanti. Passano cinquant’anni, per Stalino, Vittorio, Michele e Menego cinquant’anni di rimorso, attesa, dolore, rimpianto, rimozione: di vuoto, perché dove non c’è verità regna il silenzio. Ne L’estate del cane bambino volevamo parlare delle conseguenze. Ci sono dei fatti che segnano per sempre la vita delle persone, a volte come nel nostro romanzo sono istanti irreversibili, dopo i quali nulla potrà più essere come prima, ma cosa accade in seguito? La relazione tra ciò che accade e le conseguenze che ne derivano chiama in causa il concetto di responsabilità, collettiva o individuale, quella secondo la quale bisognerebbe agire in modo tale per cui gli effetti delle nostre azioni siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. E allora sono umani cinquant’anni di silenzio e di vuoto? È questo il prezzo dell’assenza della verità? È il silenzio a generare altro silenzio? E quali sono le nostre responsabilità personali e sociali?

Nella scelta di un tempo lontano da noi, non intendevamo indicare nel passato un’epoca di particolare oscurantismo e omertà distinta dal presente. Semplicemente, per lasciare maturare le conseguenze, avevamo bisogno di un lunghissimo lasso di tempo, e andando a ritroso di cinquant’anni, ci siamo ritrovati nei dintorni degli anni Sessanta. Abbiamo scelto il 1961 perché proprio nella ricorrenza dell’unità d’Italia, un piccolo paese prima si disgrega, di fronte al clima di caccia alle streghe che segue la scomparsa di un bambino, e poi viene spazzato via per sempre sotto la pressione di un concetto di fraintesa modernità.

Per il vostro libro sono stati citati Stand by me e It di Stephen King: che rapporto avete con questo autore?

“È la storia, non colui che la racconta”: con Steven King condividiamo assolutamente questa che è più di una semplice affermazione, è una dichiarazione poetica ed è metodo di scrittura. Cosa, che fra le altre, ci rende facile, oltre che possibile, scrivere insieme. Per il resto Stephen King è un mostro sacro, e It non l’abbiamo mai letto.

Nel libro si parla del dramma, oggi non più presente, dei manicomi. Come mai avete scelto questo tema e cosa pensate di come oggi sono trattate le persone diverse?

Come dicevamo prima, nel nostro romanzo il silenzio è nodale. Nella leggenda della valle dei sette morti, un bambino viene trasformato in cane perché non possa mai raccontare a nessuno cosa ha visto, nelle case di Brondolo si sbattono i pugni sul tavolo per troncare ogni discussione con donne e figli, e il silenzio, prima ancora della menzogna, avvolge le verità che devono essere taciute. Il silenzio è causa e conseguenza. Chi grida, finisce in manicomio, luogo per antonomasia dove vengono cancellati non solo gli individui, ma anche la loro voce e la loro storia. Come la società attuale tratti le diversità? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la condizione di internamento nei manicomi prima dell’applicazione della legge 180 è la stessa che si ritrova oggi negli Opg, perché è identica la logica di annullamento sottesa. La violenza cambia forme, strumenti, ma la contenzione a qualunque costo resta ancora un dogma della psichiatria.

Nel libro citate Dumas. che rapporto avete con questo autore?

Più che con Dumas, abbiamo un rapporto con Il conte di Montecristo, libro che fa da contrappunto alla vicenda de L’estate del cane bambino e che Vittorio Boscolo il narratore, legge durante i giorni di punizione che gli vengono inflitti quando Narciso scompare. È un libro basato su un terribile fraintendimento. Tutti noi lo ricordiamo, dalle nostre letture infantili, colpevoli le riduzioni, come una storia di vendetta. Invece si tratta di una storia di perdono. Ma questo Vittorio lo scoprirà solo cinquant’anni dopo, quando leggerà il finale. Perché il senso delle storie si giudica dalla fine.

:: Pétronille, Amélie Nothomb (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

10 marzo 2015

amAmélie Nothomb torna a parlarci di sé con l’amabile ironia che la caratterizza.
Un dialogo tra amiche ci conduce tra serate al gusto di champagne e viaggi notturni per i locali di Parigi, perché l’amicizia, si sa, è soprattutto condivisione. Ciò che le due amiche hanno in comune, oltre alla scrittura, è la passione per le adorabili bollicine e ogni occasione, dall’uscita di un nuovo romanzo alla discesa da una pista di sci, è buona per farsi coccolare.
L’altra scrittrice, meno navigata e decisamente molto ribelle, è Pétronille Fanto che da ammiratrice e seguace della Nothomb, ne diventa confidente, ruolo che riveste con dissacrante naturalezza. La distanza tra le due donne è però evidente nell’imbarazzo e nell’incredulità che la scrittrice alle prime armi, con fattezze da adolescente, riesce sempre a sollevare nella già famosa autrice belga.
Così la Pétronille che testa farmaci per denaro (con le inevitabili drastiche conseguenze che ne derivano), che gioca con la roulette russa o che decide di attraversare il deserto del Sahara a piedi rimane per la Nothomb un autentico enigma.
Il romanzo ripercorre, attraverso la storia di un’amicizia, le pubblicazioni dei suoi famosi romanzi e la vita di una scrittrice che, nonostante il successo dei suoi libri, deve fare i conti con inevitabili delusioni e incontri decisamente mortificanti, come l’incredibile intervista a Vivienne Westwood, che ricorda, per grado di umiliazione e divertimento, la fallimentare esperienza della Nothomb nella società giapponese Yumimoto, raccontata nel romanzo Stupore e tremori del 1999.
Senza raggiungere i risultati esilaranti a cui ci ha abituato con alcuni suoi precedenti romanzi, con Pétronille Amélie Nothomb continua a farci sorridere.
Non risparmia sferzate al mondo editoriale che ben conosce e di cui ci regala un quadro non molto lusinghiero: la vicenda di Pétronille scrittrice ne è certamente un valido pretesto. Traduzione di Monica Capuani.

Amélie Nothomb Scrittrice belga di lingua francese. Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni. http://www.amelienothomb.com/

:: La notte eterna del coniglio, Giacomo Gardumi: la paura è una dolce virgola tra ‘horror’ e ‘thriller’ (Marsilio, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

9 marzo 2015

$Immagina la classica villetta a schiera americana, con tanto di prato verde e amorevole padre che ti attende sulla porta. È da poco scattato il ventunesimo secolo, le Torri Gemelle sono state abbattute, ma in questo angolo di Amerika da quadretto le onde d’urto arrivano in ritardo: l’atmosfera è ancora quella della Guerra Fredda, solo che – al posto dell’URSS – c’è una sempre più potente Cina. Sarà l’argomento del pranzo di Pasqua, sollevato da tuo padre – quello che ti aspettava amorevole all’entrata, ricordi? – che in realtà è un ultraconservatore xenofobo che ha fatto il Vietnam, e del Vietnam ha mantenuto la mentalità paranoica. Infatti, nel suo bellissimo e rispettabilissimo giardino, sotto lo strato di verdissima erba, c’è un bunker.
Sì, hai sentito bene.
Un bunker.
Nel caso in cui vi sia una guerra atomica.

Horror. Thriller psicologico. Post-apocalittico.
La notte eterna del coniglio di Giacomo Gardumi è tutte queste cose, almeno in parte. L’apocalisse c’è – atomica – e piomba i pochi sopravvissuti nei pochi bunker che il padre della protagonista e alcuni famigliari si sono fatti costruire in giardino. La solita vecchia trama di sopravvissuti? Beh, il libro non è nuovissimo, ma sfrutta al meglio il vecchio e tanto amanto what if:
Che cosa accadrebbe se qualcuno sganciasse veramente una bomba atomica?
Che la protagonista – il romanzo è scritto in prima persona dal suo punto di vista – si ritroverebbe blindata in un bunker sotterraneo con il padre razzista e – dolceamara ironia – l’idraulico cinese che stava aggiustando loro il lavello.
I bunker – quattro in tutto – sono collegati tra di loro per mezzo di un sistema video piuttosto rudimentale. I sopravvissuti, quindi, non sono completamente isolati, anzi: scopriranno presto che sono meno soli di quanto pensino, quando uno di loro dirà di aver sentito qualcuno bussare alla porta di un bunker.
In questo romanzo dalla prosa piuttosto semplice ed elementare – e anche, a volte, poco oliata e un po’ ridondante – Gardumi attinge da uno dei rivoli più sottili e difficili da gestire delle correnti di letteratura horror esistenti: quello in cui la paura cresce mano a mano che la realtà per come la conosciamo si disfa, perde senso, crolla inesorabile come un palazzo inservibile. I protagonisti de La notte eterna del coniglio saranno pure asserragliati in bunker capaci di proteggerli persino da una bomba atomica, ma il terrore è infido e sottile come gas, e lentamente rende vane le spesse mura che li circondano. Da superstiti a topi intrappolati in un labirinto senza uscita. E intanto, sempre latente di sottofondo, striscia la domanda che contagia anche i lettori:
È un horror o un thriller?
Che cosa dobbiamo temere? Le manipolazioni di una realtà che non si fa decifrare o le minacce imprevedibili di un mondo che smette di rispondere alle leggi della fisica?
A voi il piacere di scoprirlo.

Giacomo Gardumi nasce a Milano nel 1969. Dopo aver vissuto a Roma e in Francia, si trasferisce stabilmente in Cina. La notte eterna del coniglio è il suo primo romanzo, seguito nel 2005 da L’eredità di Bric.

:: L’8 marzo è anche “#noisì. Generazioni di donne” a cura di Irma Loredana Galgano

8 marzo 2015

roUna campagna lanciata attraverso il web per raccogliere testimonianze, positive, di donne che vogliono e possono essere esempio per altre donne. “#noisì. Generazioni di donne”, un incontro e un confronto tra donne, di differente età, che provengono da diverse culture.
L’assessore alle Pari Opportunità della Capitale, Alessandra Cattoi, spiega con una nota l’iniziativa: «Ogni giorno il mio assessorato è impegnato in azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, in particolare attraverso i centri anti violenza del Comune. Per l’8 marzo vogliamo sostenere una visione positiva delle donne di Roma. Vogliamo portare all’attenzione di altre donne, ma non solo, racconti di vita di successo, per testimoniare la grande capacità femminile di fare la differenza».
Già, “la grande capacità femminile di fare la differenza”. Quella differenza che in parte ancora si vuole tenere nascosta, celata per evitare il rischio che si diffonda e diventi consuetudine. L’iniziativa non deve essere vista come un modo per negare la violenza, che esiste purtroppo… piuttosto un modo diverso di affrontarla, studiarla, combatterla. La violenza di genere ha sempre una doppia valenza, fisica e psicologica. Ed è proprio su questo secondo aspetto che bisogna incidere per sradicarla dalle menti delle vittime e da quelle dei carnefici. Spesso, troppo spesso, rappresenta la dimostrazione di una forza che non si possiede, di una frustrazione che non riesce a trovare altro modo di fuoriuscire se non la brutalità, l’aggressività e allora la battaglia principale che bisogna combattere è quella per raggiungere la liberazione catartica dalle catene del pregiudizio ma anche da quelle della sofferenza.
Uno degli esempi migliori è la coraggiosissima Lucia Annibali, autrice del libro Io ci sono (Rizzoli, 2014), scritto con la giornalista Giusy Fasano, che è riuscita nonostante tutto a ritrovare se stessa dimostrando una forza e un coraggio incredibilmente superiori a quelli dei suoi aggressori, tutti.
«Io non mi arrendo, e questa ferita diventerà la mia forza.»
Il concorso online “#noisì. Generazioni di donne” si è chiuso il giorno 5 e oggi, 8 marzo, ci sarà la premiazione del racconto migliore, a Roma, durante la cerimonia che si terrà nella sala Esedra in Campidoglio con la partecipazione del sindaco Ignazio Marino.

:: Favole del morire, Giulio Mozzi, (Laurana Editore, 2015)

4 marzo 2015

faE’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
I libri dopo tutto trovano strane e misteriose vie per raggiungere i lettori, e la curiosità è una ragione non meno nobile di altre.
Giulio Mozzi è uno scrittore dichiaratamente cattolico, per cui la morte, o meglio il morire dovrebbe acquistare valenze etiche e spirituali legate anche al credere a una vita altrove, oltre questa nostra terrena. E Favole del morire, sebbene raccolga pezzi scritti tra il 2003 e il 2014, alcuni su commissione, (“ciò non ne fa scritture occasionali“) per le ragioni più disparate, (certo non prevedeva che sarebbero stati raccolti in un’antologia, o per lo meno non in questa), ha come tema centrale proprio questo destino che accomuna ormai sette miliardi di persone nate per vivere su questa terra. E quindi nel bene o nel male ci interessa tutti, sebbene molti sfuggano questo pensiero come molesto.
E’ così sgradevole, parlare del decadimento, della vecchiaia, della morte, per alcuni è addirittura di cattivo gusto, ma ciò non toglie che anche se nessuno può parlarne per esperienza diretta (il mistero su questo resta assoluto) tutti noi, vedendo morire familiari o amici, ne facciamo un’esperienza perlomeno riflessa. Quindi la morte è cosa nostra, molto più di altre cose più vanesie e marginali.
I sette pezzi facili (che facili non sono) di Giulio Mozzi sono frammenti di scrittura che si compongono di testi in prosa, altri in versi, Emilio delle tigri se n’è andato, è un testo teatrale per esempio, (che l’autore vorrebbe fosse ri-rappresentato).  Insomma difficilmente questo libro potremmo definirlo con un genere, se non ibrido. Tuttavia una strana unità e omogeneità anche stilistica la possiede, e i vari pezzi si possono leggere tranquillamente nell’ordine in cui l’autore li ha posti.
Se abbiamo una concezione edonistica della lettura e il piacere (parente stretto della felicità,) guida le nostre scelte, forse avremo qualche ritrosia iniziale, ma non spaventatevi Mozzi non tratta la morte, ovvero il morire, in modo tragico o peggio macabro. A tratti si sorride, e dopo tutto l’ironia è una delle maggiori difese immunitarie che abbiamo.  

Giulio Mozzi (Camisano Vicentino, 1960) ha pubblicato vari libri tra cui Questo è il giardino (Theoria, 1993), La felicità terrena (Einaudi, 1996), Fantasmi e fughe (Einaudi,1999), Fiction (Einaudi, 2002), Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009). Consulente editoriale, attualmente per Marsilio, ha maturato anche una solida esperienza come docente di scrittura. Su questo argomento ha pubblicato un fortunato Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo; Zanichelli, 2000) e da ultimo (Non) un corso di scrittura e narrazione (Terre di Mezzo, 2009). Nel 2009 ha creato la casa editrice in rete Vibrisselibri, che si va ad affiancare all’omonimo bollettino di scritture e letture.