Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Il leopardo delle nevi, Peter Matthiessen, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 marzo 2015

LEopardoIl leopardo delle nevi, uscito per la prima volta nel 1978, è un libro che prese vita da un viaggio che Peter Matthiessen, scrittore e naturalista americano, fece con lo zoologo e naturalista George Schaller, nell’autunno del 1973. La coppia, incontratasi un po’ per caso a New York nel 1972, percorse a piedi più di 250 miglia attraversando la regione di Dolpo, sulle montagne himalayane alla scoperta del cuore pulsante della civiltà tibetana più autentica. Il libro, ristampato da Beat, è una sorta di diario di viaggio romanzato, nel quale l’autore non narra solo il tragitto percorso in poco più di due mesi alla ricerca del Bharal (la pecora blu dell’Himalaya) e del raro e misterioso Leopardo delle nevi. Quello raccontato da Matthiessen è un pellegrinaggio dentro alla civiltà del Nepal del Nord, che ha mantenne intatta la sua purezza e il profondo legame con le proprie radici. Allo stesso tempo queste memorie possono essere viste come un cammino alla scoperta di sé e del proprio universo interiore, grazie alla conoscenza approfondita degli insegnamenti e della fede buddhista. L’autore del libro quando compì il viaggio era vedovo e aveva lasciato il figlio a casa e questa esperienza sarà per lui molto importante, in quanto gli permetterà di comprendere chi è, cosa vuole per la propria esistenza e per quella del figlio. Leggendo queste pagine, non solo si partecipa alla costante ricerca del Leopardo delle nevi, un misterioso felino che poco si mostra ai visitatori e che per tale ragione è diventato una creatura mitica, ma si percepisce la sottile trama di relazioni umane che Mathiessen instaurò con le popolazione locali e con gli sherpa (il suo si chiamava Tukten) che gli fecero da guida tra gli anfratti della Montagna di Cristallo. Il leopardo delle nevi è un libro coinvolgente, è un vero e proprio viaggio nelle gole profonde e tra le montagne del Tibet, dove ogni piccolo gesto (il lavarsi, il mangiare, il parlare e lo stesso respirare) veniva vissuto con il massimo rispetto per l’importanza vitale che incarnava. Allo stesso tempo il libro di Mathiessen è un racconto, o meglio un’accurata riflessione filosofica-esistenziale, sul valore che per ogni uomo assumo la vita e la morte e sul rapporto che l’essere umano instaura con la natura e con il mondo che lo circonda. Arrivati alla fine de Il leopardo delle nevi ci si rende conto di come questa esperienza abbia profondamente cambiato la vita e la persona di Peter Mathiessen diventato, prima, un praticante della filosofia Zen e, poi, monaco buddhista tutti gli effetti. La strana sensazione che si ha una volta giunti alla fine del libro, è che il cammino di ricerca vissuto da Mathiessen è sì un’esperienza personale, ma allo stesso vuole essere una storia condivisa per far conoscere un mondo lontano e una visione dell’esistenza dove l’io agisce per trovare l’armonia con il proprio ego e con tutto quello che lo circonda.

Peter Matthiessen è stato uno scrittore naturalista americano. Ha pubblicato, nel corso di quasi cinquant’anni, più di venti libri. Si ricordano Giocando nei campi del Signore (At Play in the Fields of the Lord) (1965) diventato un film con lo stesso titolo; Uccidere Mister Watson (Killing Mister Watson) (1991), la prima parte di una trilogia su un leggendario fuorilegge della Florida. Ha scritto anche romanzi storici, ma sono stati i romanzi di viaggio che lo hanno fatto conoscere come perfetto sostenitore della natura. Oltre a Il leopardo delle nevi, M. ha raccontato anche i suoi viaggi attraverso l’Africa e l’Antartide in African Silences (1991) e End of the Earth (2003), mentre con The Birds of Heaven (2001) ha promosso la protezione delle gru e, più in generale, dell’ecosistema del pianeta. Viveva a Sagaponack,nello Stato di New York, dove è deceduto nel 2014, all’età di 86 anni, a causa di una leucemia.

:: Funny Girl, Nick Hornby, (Guanda, 2014) a cura di Federica Guglietta

26 marzo 2015

Reginette degli anni ’60, Swinging London e la ragazza che sognava di far ridere la gente.

“Barbara sapeva di non voler diventare reginetta per un giorno, e nemmeno per un anno. Non voleva diventare reginetta e basta. Voleva solo andare in televisione a far ridere la gente. Le regine non facevano mai ridere, o comunque non quelle di Blackpool, e neanche quelle di Buckingham Palace.”

Anni ’60. Ci troviamo a Blackpool, cittadina a circa sessanta chilometri a nord di Londra, e Barbara non è che una delle tante ragazze in costume da bagno che concorrono per l’annuale concorso di bellezza del posto. Non una fra tante, è la più bella. Che sia la più bella tra tutte lo dice la gente di Blackpool, secondo cui aveva la vittoria già assicurata. Si faceva notare, eccome se si faceva notare, Barbara. Bionda, bel faccino, fisico da far invidia. O meglio, sarebbe meglio dire che tutti la notavano in quel posto di provincia, che le stava decisamente stretto, lei che avrebbe desiderato tutt’altro nella vita.

2015-03-26 14.29.34Non desiderava diventare una Miss, ma destino volle che stesse per succedere.

Era diversa, Barbara. Lei non voleva essere guardata per l’aspetto fisico, voleva far ridere la gente grazie a battute intelligenti e tanto buon umore. Il suo mito era la star americana Lucille Ball e chissà cosa dato per avere un quarto della sua bravura ed ironia. Anche per questo motivo non si perdeva uno solo dei suoi show in tv ogni domenica.

Desiderava essere felice, era naturale; non avrebbe voluto essere diversa dalle altre.”

Tuttavia si rende conto che il suo, al momento, poteva rimanere solo e soltanto un sogno. Aveva una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una bellezza notevole, sapeva pensare con la propria testa e sapeva a memoria tutte le battute che sentiva e risentiva mille volte in tv.

Dopo aver partecipato a Miss Blackpool, Barbara decide di tagliare i ponti con la vita di provincia e si trasferisce a Londra, nella Swinging London di quegli anni, capitale ricca di opportunità ed altrettanto insidiosa.

piccadilly-circus-1968-london-440x260“Temeva di non essere attraente quanto lo era a Blackpool; o meglio, che a Londra la sua bellezza fosse meno eccezionale. […] Era abbastanza certa, però, nessuna di quelle ragazze voleva far ridere la gente”.

Qui fa diverse esperienze, all’inizio del tutto negative, ma, tutt’un tratto, dalla sconosciuta Barbara arrivata dalla cittadina di Blackpool che era, conosce quello che diventerà il suo agente e diventa Sophie Swan, starlette della (sua amata) tv. La scritturano per una serie in onda sulla BBC dal titolo Barbara (e Jim).

banner-BB-470x330Sophie è la protagonista e lavora fianco a fianco di un cast formato da persone altrettanto attratte dal loro lavoro. Accanto a loro troviamo gli sceneggiatori, Tony e Bill, e Dennis, il produttore.

Il protagonista maschile si chiama Clive, praticamente un narciso che si sente sminuito dalla televisione e vorrebbe lavorare a progetti.

In quest’ambiente Sophie, pur facendo quello che aveva sempre sognato, si ritroverà ad interpretare una parte scritta su un copione che si rivelava, scena dopo scena, sempre più simile a quello della sua vita ed è proprio adesso che definitivamente sbatterà il visto contro una serie di scelte che, in un modo o nell’altro, cambieranno ciò che è e ciò che era stata in passato.

Anche quest’ultimo lavoro, nato dalla penna dell’ormai affermato Nick Hornby, non delude. Anzi. La sua narrazione fluida, ma minuziosa di dettagli ci trasporta automaticamente nell’ atmosfera patinata della Londra degli anni ’60, mostrandoci colori, musiche, attrazioni, non nascondendo paure, compromessi e fallimenti.

Nick Hornby, classe 1957, vive a Londra. Inizialmente lavora come insegnante, giornalista freelance e poi scrittore – sceneggiatore. La sua attività di scrittore comincia nel 1992 con Febbre a 90°, di stampo autobiografico, ma è con Alta fedeltà (1995) che verrà conosciuto dal grande pubblico, anche grazie all’adattamento cinematografico dal titolo omonimo diretto da Stephen Frears nel 2000. Seguiranno Un ragazzo (1998), Come diventare buoni (2001), Non buttiamoci giù (2005). Funny Girl, la sua ultima creatura, come per tutti i libri di Hornby, in Italia è pubblicata dalla casa editrice Guanda a novembre scorso.

:: La danza degli inganni, David Dalglish, (Fabbri Editore, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2015

shNeldar, città di Veldaren. Thren Felhorn, mastro della Gilda del Ragno, è un assassino spietato oltre che capo della gilda di ladri più potente di tutte le gilde. Temuto anche da Re Edwin vaelor e dal Triumvirato, l’alleanza delle tre famiglie più potenti di tutta la terra di Drezel, che si uniscono ogni due anni per festeggiare e ostentare sfarzo e potere nella festività chiamata Kensgold.
Ed è proprio a Kensgold che Thren vuole attaccare, e per farlo deve riunire tutte le gilde sotto il suo controllo.
Anche Aaron, figlio di Thren, teme suo padre, a tal punto che a otto anni uccide suo fratello maggiore solo per compiacere il padre e diventare l’unico erede, crescendo però inizia a capire che non vuole diventare uguale al padre.
Nel frattempo le Senzavolto, guerriere del Tempio di Karak, aiutano Alyssa, figlia di un membro del Triumvirato, a fuggire dalle celle del padre e la guidano per prendere le redini della famiglia.
Un romanzo fantasy molto avvincente che si allontana dai classici fantasy perché concentrato solo ed esclusivamente su una sola categoria di personaggi: i ladri.
Pur mancando i classici guerrieri, maghi e stregoni, non se ne sente la mancanza durante la lettura sia perché l’autore riesce a inserire ugualmente magie e combattimenti spettacolari mescolandoli a una trama avvincente, dinamica e misteriosa.
I personaggi vengono descritti minuziosamente sia a livello fisico, dando modo al lettore di immaginarseli perfettamente durante la lettura, che a livello emotivo e psicologico, rendendoli così reali che il lettore non può fare a meno di affezionarcisi, conquistando la fedeltà e la curiosità che lo porteranno a leggere i successivi capitoli, essendo questo il primo volume di una saga.
Pieno di colpi di scena e mistero è un ottima lettura per vivere il fantasy in modo diverso ma ugualmente affascinante che trasporterà in villaggi fantastici, dove grazie alle descrizioni particolareggiate possiamo toccare con mano le pareti in sasso delle case, nasconderci con i protagonisti dietro ai barili o ai carri, o addirittura partecipare agli incontri clandestini nelle taverne.
Detto questo non mi resta che augurarvi una buona lettura e un buon viaggio.

David Dalglish Scrittore statunitense, vive in Missouri con la moglie e le due figlie. Ha scritto cinque saghe, ma Shadow Dance è l’unica tradotta in italiano, di cui sono già stati pubblicati quattro volumi ed entro la primavera del 2015 verranno pubblicati anche il quinto e il sesto.

:: Gli anni d’argento, Rosalia Messina (Algra Editore, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

25 marzo 2015

5eAlgra Editore, nella collana Scritti diretta da Alfio Grasso, pubblica quest’anno Gli anni d’argento della scrittrice siciliana Rosalia Messina.
Siamo in una Catania contemporanea, assolata, distratta, frenetica come i tempi che la percorrono. In essa convivono modernità e tradizioni, sociali e religiose, che caratterizzano anche i protagonisti del libro, per la maggiore persone mature che rimangono legate ai sogni e ai desideri della vita.
Marisa Ilardo decide di sfruttare la proprietà di una grande villa ai margini della città per portare avanti il suo progetto maturato negli anni: costruire una residenza per anziani in buona salute e con ancora tanta voglia di vivere e divertirsi.
Capitolo dopo capitolo l’autrice conduce per mano il lettore nella conoscenza approfondita non solo della proprietaria ma anche di gran parte degli ‘ospiti’ della casa di riposo Gli anni d’argento, delle rispettive famiglie, storie e vicissitudini personali, di parte del personale di servizio e della nipote di Marisa Ilardo, Noemi, che ha sempre rappresentato una figura importante e determinante nella vita della donna al pari dell’amante perduto.
A tratti la narrazione sembra farsi dispersiva e il lettore rimane quasi spaesato dalla descrizione di tanti personaggi e delle loro numerose storie ma poi l’autrice riprende l’intreccio e lo stringe intorno alla figura di Marisa Ilardo la quale, ancor più della sua casa di riposo, ha rappresentato il filo conduttore della storia.
Rosalia Messina cerca di focalizzare l’attenzione del lettore sui desideri, sui sentimenti, sulle emozioni delle persone, anche quelle anziane, con la pelle rugosa e i movimenti rallentati, sull’anima di ognuno che pulsa e vibra all’interno dell’involucro o della corazza rendendolo ‘vivo’ esattamente come il cuore a cui non si comanda, a qualunque età. Una grande lezione, una morale fondamentale quella che l’autrice cerca, con molto tatto, di donare al lettore ma che colpisce principalmente la Ilardo mettendola crudelmente di fronte alla realtà della vita ancor più severa dell’immagine invecchiata che rimanda lo specchio in cui ogni giorno ha guardato, distrattamente, il proprio riflesso.

Rosalia Messina: Siciliana. Ha studiato giurisprudenza e svolge la professione giuridica ma quando ha iniziato il suo percorso di scrittura ha smesso i panni di avvocato e abbandonato il ‘giuridichese’. È autrice di una raccolta di racconti, Prima dell’alba e subito dopo (Perronelab, 2010) e due romanzi: Più avanti di qualche passo (Città del sole edizioni) e Marmellata d’arance (Edizioni Arianna).

:: Acheloo, Helga Di Giuseppe, Illustrazioni di Emanuele Carosi, (Scienze e lettere 2014) a cura di Viviana Filippini

25 marzo 2015

AAcheloo è una divinità fluviale presente nella mitologia greca, anzi è stata una delle più importanti divinità greche ed oggi corrisponde ad uno dei fiumi più lunghi della Grecia: l’ Aspropotamo. Va bene, ma chi era davvero Acheloo? A raccontarci la vita di questa mitica figura del passato ci pensa il volume Acheloo di Helga Di Giuseppe, edito da Scienze e Lettere. La casa editrice romana ha dato vita alla collana Monstra nella quale si occupa di tutte quelle divinità greche ibride caratterizzate da fattezze in parte umane e in parte animali. In questo volume è Acheloo, in prima persona, racconta al lettore quella che è stata la vicenda che lo ha portato al combattimento con Ercole. Secondo qualcuno, Acheloo era figlio di Oceano e Teti e secondo qualcun altro della Terra. Non solo, perché per gli autori antichi la divinità fluviale era anche il padre delle Ninfe, delle Sirene e di alcune fonti d’acqua. Acheloo era, e lo è ancora oggi, considerato il più potente dei corsi d’acqua che la gente temeva e venerava con il massimo rispetto. Come vuole la sua natura ibrida, Acheloo poteva trasformarsi a seconda delle situazioni e accanto ai tratti somatici umani poteva assumerne altri che  richiamavano il toro o un serpente. Con queste sembianze, nelle quali uomo e animale si mescolano, la mitica creatura affrontò tanti combattimenti, compreso quello contro Ercole, suo rivale in amore. Dopo un duro scontro, Acheloo, con un corno spezzato, accetterà la sconfitta e cederà ad Ercole il diritto di sposare la bella Deianira. Acheloo non si unirà alla sua amata, e non proverà nemmeno rancore verso Ercole per la sconfitta subita, perché il corno spezzato venne tramutato nella cornucopia (corno dell’abbondanza) colma di frutti della terra, che gli uomini poterono consumare per continuare a vivere. Acheloo, di Helga Di Giuseppe, come gli altri volumi che seguiranno, sono un’interessante iniziativa che permetterà ai piccoli- ma anche adulti- lettori odierni di riscoprire e mantenere in vita le storie della cultura Classica, scovando in esse valori utili ancora oggi. A rendere ancora più apprezzabile e visibile la storia di Acheloo ci pensano le colorate illustrazioni di Emanuele Carosi.

Helga Di Giuseppe è archeologa, esperta di cultura materiale di periodo repubblicano, imperiale e tardoantico. I suoi interessi di ricerca riguardano l’archeologia della produzione ceramica e tessile, l’archeologia del rito, la storia dell’insediamento urbano e rurale nei territori antichi e l’economia delle ville romane. Ha scavato a Roma, in Italia e all’estero. Ha pubblicato molti articoli scientifici, scritto e curato varie monografie e collane, tra cui, l’ultima, Monstra, dedicata ai più giovani. Il suo incontro con Acheloo è avvenuto in occasione del ritrovamento di una fattoria/villa nell’area dell’attuale Auditorium Parco della Musica di Roma. Da qui si è sviluppato un ampio studio che ha coinvolto vari contesti dell’Italia antica e ora, abbandonati momentaneamente i panni scientifici, è qui per restituire con fantasia e conoscenza.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni, ispirati a fonti iconografiche antiche, sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: Viaggiatore in terra, Julien Green, (Nutrimenti, 2015) a cura di Viviana Filippini

23 marzo 2015

GTViaggiatore in terra è un’antologia che raccoglie cinque racconti dello scrittore Julien Green, due storie erano già note (Viaggiatore in terra e Le chiavi della morte) le altre tre (Christine, Leviatano o L’inutile attraversata e Maggie Moonshine) arrivano per la prima volta in Italia e sono caratterizzate da una costante atmosfera di suspense e tensione emotiva, presente in ogni singola pagina. Lo scrittore americano naturalizzato francese crea storie nelle quali i protagonisti vivono in bilico tra realtà e fantasia e sono messi in situazioni quotidiane nelle quali devono confrontarsi con le problematiche esistenziali che li tormentano. In particolar modo alcuni dei personaggi che si muovono tra le file narrative create da Green sono persone dall’animo afflitto da continui supplizi che li portano a non riuscire ad esprimere il loro male di vivere. Ne è un esempio la drammatica vita di solitudine di Daniel O’ Donovan protagonista de Viaggiatore in terra; o il senso di impotenza del giovanotto presente in Le chiavi del destino pronto alla vendetta contro l’approfittatore di turno, ma incapace di compierla. Il ragazzino presente in Christine ha una morbosità estrema e, a tratti, esasperante per la cugina che gli impedisce di vedere, mentre in Leviatano il personaggio principale si ritiene colpevole di un reato inconfessabile, ancora più grave di un omicidio, e questo tormento lo porterà a conseguenze drammatiche. Che dire poi della povera Maggie Moonshine dell’omonima vicenda, che rimarrà sola, perché il suo amato la abbandonerà per ragioni che si possono intuire, ma che non vengono esplicitate nella narrazione. Ogni vicenda che si incontra nel libro di Green è ricca di metafore, di immagini simboliche da interpretare che confermano l’abile capacità dello scrittore di trattare temi delicati, come l’omosessualità, senza citarli mai in modo esplicito, ma alludendo ad essi stimolando la mente del lettore. La paura, l’ambiguità comportamentale del genere umano, il dubbio su quello che sarà il domani, la volontà di fare e l’impotenza di compiere in modo concreto le proprie volontà sono alcuni dei temi che ritornano in tutta la raccolta Viaggiatore in terra e poi c’è il “non detto” che accumuna molti dei personaggi presenti nel libro. Esso è la rappresentazione della loro impossibilità ad essere felici e a vivere in modo libero la propria natura umana a causa di pregiudizi sociali che, nei tempi un cui visse lo scrittore, non tolleravano i comportamenti non condivisi dal viver comune. Nelle storie di Julien Green il non poter dire e il non poter vivere l’amore in modo libero determina delle situazioni di vita dove il tormento, le ambiguità e le incomprensioni sono quotidiane. Ogni personaggio è spinto dal desiderio del fare, ma gli eventi e il contesto bloccano in modo irreparabile l’istinto d’azione. Questo determina in ogni essere letterario un senso di sconfitta e un abbattimento morale sfociante nel fallimento e nella sconfitta. In tale status i protagonisti si auto-eclissano con vite passate nell’oblio, nelle quali la libertà di essere se stessi scompare in modo progressivo, in funzione della sofferta solitudine e del suicidio come soluzioni estreme ad un profonda sensazione di disagio per il proprio vissuto. Nella raccolta Viaggiatore in terra di Julien Green è presente un alto tasso di autobiografismo che garantisce all’autore la possibilità di raccontare ciò che per lui sono il bene e il male e gli stati d’animo comuni a molte altre persone che, come lui, non potevano viver liberamente la propria sessualità per non trasformarsi in vittime di discriminazione. A cura di Giuseppe Girimonti Greco. Traduzione e note di Giuseppe Girimonti Greco, Francesca Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena.

Julien Green (Parigi 1900-1998), scrittore naturalizzato francese di origine americana, accademico di Francia, è tra i grandissimi narratori del secolo scorso. Sin dai suoi esordi ha saputo affrontare, con straordinaria eleganza e profondità, i temi più rappresentativi della grande letteratura francese: la fragilità dell’innocenza, la colpa, l’espiazione, il continuo conflitto interiore tra il Bene e il Male. L’opera che lo rese famoso fu Adrienne Mésurat (1927); ma si ricordano anche Le visionnaire (1934) a Moïra (1950). Figlio di genitori nativi degli Stati Uniti, perse la madre a quattordici anni e, dopo una crisi mistica, si convertì al cattolicesimo all’età di sedici anni. Studiò al liceo Janson-de-Sailly. Nel 1918 prestò servizio sul fronte francese, poi in Italia. Finita la la guerra trascorse circa tre anni in America e terminò gli studi nell’università della Virginia.   Dal 1926 al 1940 visse in Francia, per poi trasferirsi in America dove svolse opera di propaganda nelle trasmissioni radio in francese. A guerra finita si stabilì di nuovo in Francia, pur avendo in precedenza ottenuto la cittadinanza americana. Tra i vari riconoscimenti ricevuti figurano anche il premio letterario Prince Pierre de Monaco (1951), il Grand prix de littérature dell’Académie Française (1970) e il premio Cavour (1991).

:: Academy Street, Mary Costello (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G.

23 marzo 2015

ac“Qualche giorno dopo, su un affollato vagone della metropolitana, un uomo seduto accanto a lei le sfiorò accidentalmente un piede. Indossava un completo blu di tessuto leggero e dall’aspetto costoso. Notò le belle mani appoggiate sui pantaloni; la gamba sinistra era parzialmente a contatto con la sua. Sentì il ritmo del suo respiro, intravide i muscoli della coscia contrarsi sotto la stoffa. Illanguidita, lasciò scivolare le braccia in grembo. Il bisogno di toccarlo era incontenibile. A una curva il treno rallentò, spingendola lievemente contro di lui. Chiuse gli occhi e lo immaginò mentre sollevava il braccio per stringerla a sé. Lui cambiò posizione per liberarsi dal contatto …
La porta si aprì … premette il viso sulla sua schiena chiudendo gli occhi … Mi scusi … lo disse in tono rapido e schietto “…

Mary Costello non è una sconosciuta nonostante  Academy Street sia il suo primo romanzo che ha visto la luce tra gli scaffali delle nostre librerie. In precedenza, lei ha pubblicato una raccolta di racconti inediti intitolata  The China Factory  che è stata finalista al Guardian First Book Award. Lo stesso “The Guardian” ha riconosciuto in lei uno di quei talenti che sognano gli aspiranti scrittori : avere il dono di trasformare storie semplici in grandi romanzi. La sua naturalezza è stata paragonata alla penna della grandissima Alice Munro che come lei, appunto, ha la capacità di trattare temi di un notevole spessore attraverso storie di vita quotidiana.
Certo, per una scrittrice che nasce dell’East Galway è sicuramente più facile trarre ispirazione per le proprie storie. L’Irlanda, si sa, è di per sé una terra ricca di visioni e mistero, di sogni e di una natura maestosa nella quale l’uomo è un ospite che non può lasciarsi andare a troppe invadenze: il fiume Shannon, il più lungo di tutto il paese che divide i territori dell’ovest, le alte scogliere che si lasciano frustare dal mare,  le terre incolte, i prati colore dello smeraldo. E poi i piccoli porti, con intorno un cerchio di case dalle tinte vivaci, dai quali in passato partivano le navi dirette nel Nuovo Mondo. Infine, la solitudine dei piccoli centri abitati dove sembra che il tempo e l’uomo si siano entrambi fermati in attesa di un cambiamento divino.
Da questa terra verde e selvaggia parte  Academy Street  pubblicato da Bollati e Boringhieri, tradotto da Mary Guidieri Berner. È Tess Lohan la protagonista: una bambina irlandese che conduce una vita parzialmente tranquilla nella residenza di Easterfield fino al giorno in cui perde la mamma.  E la sua iniziazione al dolore, la porta che si apre sulla vita adulta. La sua esistenza prosegue lenta accanto a quel che resta della sua famiglia che la mancanza della figura materna ha reso triste e silenziosa. Poi, per seguire le orme della tanto amata mamma fa domanda per diventare infermiera e si trasferisce a Dublino. Ma non è qui il suo futuro. Lascia il suo paese natale a bordo di un aereo. Siamo negli anni 60 e Tess, sebbene abbia l’appoggio di sua sorella Claire che vive in America da tempo, approda a New York con il marchio di immigrata irlandese. Le sue giornate nascono nel piccolo appartamento in Academy Street e spesso si concludono in ospedale. In questa città che sta cambiando sotto l’effetto di una nuova guerra, la sua vita povera di evasioni si scontra improvvisamente con la bellezza ruvida di David del quale lei si innamora perdutamente e dal quale avrà il suo unico figlio, illegittimo, Theo.
Quello che emerge è un personaggio speciale e affascinante che si lascia amare già dalle prime righe, una bambina inizialmente, e poi una donna che nella seconda e terza parte del romanzo non smette mai di amare, incondizionatamente e a senso unico, soffrendo per ciò che il destino sembra non volerle concedere. Una donna sola, che vive una solitudine monacale e ingiusta. Una personalità sensibile, all’apparenza fragile, che si affida alla preghiera e alla lettura per non soffocare, ma che sa esprimere un fascino e una forza interiore tale da catturare il lettore il quale vorrebbe non finissero mai le centocinquantasette pagine che compongono il testo, e che vorrebbe, naturalmente, il lieto fine. Qualora l’intento della Costello sia stato quello di descrivere una donna invisibile, mi permetto di dire che non ci è riuscita perché non ci si può dimenticare di Tess Lohan.

Mary Costello è nata nell’East Galway e oggi vive a Dublino. È autrice della raccolta di racconti The China Factory, finalista al Guardian First Book Award. Academy Street, finalista al Costa First Novel Award 2014, è il suo primo romanzo.

:: Red Country, Joe Abercrombie (Gargoyle Books, 2015) a cura di Elena Romanello

19 marzo 2015

inTra i nomi delle ultime generazioni che si cimentano nel genere fantasy, dopo la rivoluzione che ha fatto George R.R. Martin, spicca Joe Abercrombie, uno degli autori più innovativi e originali, capaci di creare universi fantastici mescolandoli con suggestioni noir e western, quelli alla Sergio Leone per intenderci, oltre che con richiami al cinema di Akira Kurosawa nella sua epicità.
Il mondo della saga de La prima legge è un universo di guerre, di vita sui campi di battaglia, di atmosfere dove la magia non esiste quasi e tutto sembra molto vicino a certe realtà non certo fantastiche: dopo una saga in vari libri, Joe Abercrombie racconta una vicenda a se stante in Red Contry, uscito per Gargoyle come già i libri precedenti.
In un mondo dilaniato da guerre intestine, dove l’Impero opprime il Sud, l’Unione deve sedare una ribellione interna e i mercenari sono pronti a combattere per il migliore offerente, mentre gli Spettri, popolo indigeno, non mancano di ribellarsi ai soprusi dei dominatori, ci sono isole dove si crede di poter vivere tranquillamente, come le Terre Attigue, dove vive Shy, giovane contadina.
Dopo il rapimento del fratellino e sorellina minori, Shy parte per ritrovarli, come faceva John Wayne nel classico Sentieri selvaggi di John Ford, percorrendo le strade delle Terre Remote, in un’avventura on the road picaresca dove si trovano tante suggestioni, dal western al Brancaleone di Monicelli passando per la fiaba e il romanzo realista, tra incontri con mercenari, cercatori d’oro, mandriani, attacchi, duelli, faide, per arrivare poi alla destinazione finale.
Red County è una metafora dell’epoca della Guerra civile americana, anche nei nomi dei contendenti, oltre che dell’epopea western, che tanto epopea non fu visto che portò alla devastazione di un territorio e al genocidio di un popolo, ma questa è solo una chiave di lettura. Un universo spietato e avvincente, dove non esistono buoni e cattivi assoluti (un po’ come nei film di Sergio Leone, ma anche in storie come Gli spietati, Deadwood e Hell on Wheels), con al centro un personaggio femminile finalmente diverso da certi archetipi diventati stereotipi del genere fantastico, tra sacerdotesse, guerriere, streghe e fanciulle in pericolo.
Nel libro ci sono riferimenti alle storie precedenti della saga di Abercrombie, eventi e personaggi, ma Red Country è godibilissimo anche come stand alone, ed è un libro che senz’altro piace agli amanti del fantasy, soprattutto a chi cerca storie nuove, ma anche a chi è digiuno del genere e magari non è nemmeno un grande stimatore, ma che ama sperimentazioni, innovazione, tematiche coraggiose trattate con il filtro della fantasia.
Paragonare Joe Abercrombie a George R.R. Martin risulta un po’ superfluo, perché sono autori diversi, capaci di prendere un genere e stravolgerlo, spogliandolo da luoghi comuni e trame che tornano, per creare qualcosa di nuovo. Un libro da leggere e che non lascia indifferente chiunque ami la buona letteratura, in qualunque genere la si voglia incasellare, sempre che questo abbia ancora senso.

Joe Abercrombie è nato nel 1974 a Lancaster (Uk). Sin da studente di Psicologia presso l’Università di Manchester, pensa di scrivereuna saga fantasy dal solido impianto epico-guerresco e ne inizia la stesura. Trasferitosi a Londra per lavorare come montatore freelance e produttore di format televisivi, termina di scrivere il primo episodio, Il Richiamo delle spade, la cui pubblicazione gli vale la candidatura al prestigioso Premio John Campbell. Seguono Non prima che siano impiccati e L’ultima Ragione dei Re. La trilogia – intitolata “La Prima Legge”– viene tradotta in diversi Paesi ed è pubblicata in Italia da Gargoyle. Il suo grandioso successo è confermato dagli stand-alone Il sapore della vendetta, The Heroese Red Country (sempre disponibili per i tipi di Gargoyle). È in corso di pubblicazione la serie young-adult “La trilogia del mare infranto”, di cui è da poco uscito in Italia Il mezzo re per Mondadori.
Abercrombie è fra gli autori della serie della BBC “Worlds of Fantasy”, insieme a China Miéville, Michael Moorcock e al compianto Terry Pratchett.
www.joeabercrombie.com

:: Una luce improvvisa, Garth Stein (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

18 marzo 2015

56Trevor, uomo di oggi, racconta ai suoi figli quello che gli successe nell’ormai lontana estate del 1990, quando il padre, in crisi con la moglie, lo trascinò nella zona di Seattle, nella casa di famiglia di Riddell House, costruita dal bisavolo commerciante in legno e devastatore di foreste, per cercare di venderla e di sistemare l’anziano padre, e risolvere così i problemi economici e personali. Niente andrà come era previsto.
Una luce improvvisa, nuovo libro di Garth Stein dopo L’arte di correre sotto la pioggia racconta la scoperta della vita, delle bugie degli adulti, dei loro segreti ma anche delle cose per cui vale la pena vivere da parte di Trevor, ragazzino in un’epoca che non è lontana ma lo sembra, in cui non esistevano smart phone e tablet, in cerca di una sua strada tra il conformarsi a cui suo padre vorrebbe e lo scoprire invece nuove possibilità.
Sono tanti gli argomenti che si ritrovano in Una luce improvvisa: le colpe dei padri e dei nonni, il rapporto tra le generazioni, gli amori omosessuali proibiti delle convenzioni di decenni fa, il recupero del passato, l’obbligo delle donne di occuparsi sempre e comunque dei familiari senza tenere conto dei loro veri sentimenti e inclinazioni, il rapporto tra le generazioni, la ricerca della verità, ma anche l’ecologismo e il passato di devastazione che molti magnati misero a segno in varie zone naturali degli States, distruggendo equilibri e creando situazioni di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Diventa anche non semplice definire Una luce improvvisa, visto che ci sono elementi del romanzo di formazione, della saga familiare, della storia d’amore, della ricostruzione d’epoca, del thriller, del romanzo fantastico e paranormale con echi di autori come Stephen King, Neil Gaiman ma anche la veterana Daphne du Maurier: tutto insieme concorre a costruire una storia che prende davvero per mano il lettore, ricordando l’importanza del passato per costruirsi una vita in cui cercare almeno di non commettere gli errori delle generazioni precedenti e non dimenticarle, evitando che, come Ben, che comunica con Trevor il suo passato, spariscano con le loro vicende struggenti in un passato che non è concluso.
La grande protagonista del libro è Riddell House, dimora lussuosa e voluta dal suo costruttore in spregio alla natura e alla vita degli altri, ora in rovina insieme ai discendenti di quella famiglia, ma vero e proprio organismo vivente, inquietante e avvolgente, nelle cui stanze Trevor diventa grande e acquista consapevolezza, scoprendo come non si può andare avanti senza chiudere i conti con il passato e che le gioie si sommano anche ai dolori, alcuni irrisolvibili.
Una luce improvvisa è un libro per tanti lettori e lettrici, di varie età, perché ognuno può trovarci qualcosa di sé, qualcosa di utile, qualcosa per capire, qualcosa con cui commuoversi e divertirsi, nel labirinto di Riddell House, che forse, in vari momenti della vita, bisogna attraversare per andare avanti con un bagaglio nuovo, guardando avanti senza dimenticare cosa è successo prima.

Garth Stein vive a Seattle, ed è l’autore di uno dei maggiori bestseller internazionali degli ultimi anni, L’arte di correre sotto la pioggia, pubblicato in Italia da Piemme. Una luce improvvisa, attesissimo in tutto il mondo, è schizzato subito ai primi posti delle classifiche americane e ha ricevuto una magnifica accoglienza di pubblico e critica.

:: Il collezionista di lettere, Jorge Dìaz, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

17 marzo 2015

5Quest’anno ricorre il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, ed è dall’anno scorso, quando ricorreva invece il secolo dallo scoppio del primo conflitto mondiale, che escono romanzi, saggi, film. Tra i tanti spicca il romanzo di Jorge Dìaz, seicento pagine ambientate in Spagna, Paese che restò neutrale durante le due guerre mondiali del Novecento, sia pure per motivazioni diverse.
La collezionista di lettere, traduzione non letterale dell’originale Cartas a Palacio, racconta un fatto, pare realmente accaduto anche se ovviamente romanzato dall’autore, e cioè il ruolo di Alfonso XIII di Spagna nella guerra: commosso dalla lettera di una bambina francese che gli chiedeva notizie del fratello scomparso nelle trincee, il sovrano mise su un ufficio in cui si preoccupava di chiedere notizie di militari e altro personale disperso, ferito, fatto prigioniero per comunicarle alle famiglie, intercedendo a volte anche per la loro liberazione.
A questo sfondo storico interessante e poco noto, si aggiungono le storie di vari personaggi, tra cui spicca Blanca, la figlia ribelle di una famiglia aristocratica, che lascia il fidanzato fedifrago all’altare (e lui si rivelerà ben peggio di un traditore) e che si dedica a questo lavoro per conto del re, scoprendo storie di persone diverse da lei, innamorandosi dell’intellettuale e attivista Manuel e trovando nuovi scopi per la sua vita.
Un romanzo complesso e avvincente, con tante storie in parallelo, con la Storia reale che si mescola con quelle individuali di uomini e donne tra sogni spazzati via dalla guerra, amori, passioni, ritorni, perdite, morti, speranza, che riesce ad avvincere, scritto con l’immediatezza di un reportage giornalistico, usando il presente anziché il passato remoto letterario come si sta diffondendo sempre di più nella narrativa contemporanea.
Ancora una volta gli autori spagnoli o comunque ispanici dimostrano versatilità e capacità di arricchire i generi letterari già noti di vitalità e innovazione: hanno paragonato l’opera di Jorge Dìaz a Ken Follett, il paragone ci sta, con in più l’ambientazione meno nota della Spagna, Paese che ci ha messo decenni per tornare a ripensare sul suo passato e che sta producendo una generazione di abili narratori e narratrici di romanzi storici, come Ildefonso Falcones e Maria Duenas.
La collezionista di lettere, storia di speranza, d’amore e di riscatto contro convenzioni, miseria e oppressione, è un libro che a prima vista può sembrare rivolto ad un pubblico femminile, ma che in realtà sa essere interessante e convincente per chi vuole scoprire una pagina di Storia così lontana e così vicina.
Pare che tra l’altro La collezionista di lettere diventerà presto uno sceneggiato, del resto Jorge Dìaz nasce innanzitutto come sceneggiatore televisivo. In attesa, non resta che immergersi in questo affresco travolgente, capace di incollare alle sue pagine facendo scoprire un mondo e dei personaggi che riescono comunque ad entrare nel cuore.

Jorge Dìaz È nato ad Alicante nel 1962. È scrittore, giornalista e sceneggiatore per la TV. È uno dei creatori e autori della serie tv Hospital Central, un enorme successo in Spagna, vincitore di tutti i premi di settore. La collezionista di lettere è il suo terzo romanzo, un bestseller in Spagna, in corso di traduzione in tutta Europa, e presto diventerà una serie tv.

:: Il colore della magia, Terry Pratchett, (TEA, 1998) a cura di Micol Borzatta

17 marzo 2015

icSi narra che nell’universo ci sia una grandissima tartaruga divina, A’Tuin, che nuota nello spazio infinito. Il sesso di questa tartaruga non si conosce ed è da sempre una delle domande esistenziali che gli scienziati si pongono. L’importanza di saperlo deriva dal fatto che sul guscio di A’Tuin ci sono quattro elefanti, Berilia, Tubul, Gran’T’Phon e Jerakeen, che sorreggono sulle loro spalle il disco del mondo, Mondo Disco, la cui circonferenza è ghirlandata dalle cascate e sormontato dalla volta celeste. Il sole e la luna percorrono le loro orbite intorno al mondo tant’è che spesso gli elefanti si ritrovano a dover alzare una zampa per fare in modo che possano percorrere il loro tragitto.
Ecco si può ben immaginare che gli scienziati siano interessati a sapere il sesso di A’Tuin per sapere che cosa potrebbe accadere al loro mondo quando nel loro viaggio incontreranno un’altra tartaruga.
Su Mondo Disco la vita scorre normalmente, gli eroi sono in viaggio, le principesse nelle loro torri, gli studiosi di Krull continuano le loro spedizioni per determinare il sesso di A’Tuin, e a Ankh-Morpork i maghi continuano i loro studi, tutti tranne uno: Scuotivento.
Infatti il nostro povero mago non può memorizzare nessun incantesimo, nemmeno il più semplice ed elementare, perché la sua mente è occupata da uno degli otto imponenti e potenti incantesimi che sorreggono il loro mondo, memorizzato a causa di una scommessa e che non può usare a causa della sua potenza. Viene così scelto per fare da guida turistica a Due Fiori, un turista proveniente da Mondo Contrappeso, accompagnato da un baule che cammina da solo su mille piedini e vive di vita propria, famoso per la sua fedeltà unica al suo padrone.
Inizia così per i due compagni un viaggio avventuroso per tutto il mondo alla scoperta di misteri, mostri, eroi, e guidati a loro insaputa dagli Dei, come piccole pedine di un’interminabile partita a scacchi a più giocatori.
Il colore della magia è il primo libro del ciclo Scuotivento e primo di una sessantina di libri scritti da Terry Pratchett nella sua lunga carriera.
Come in tutti i suoi romanzi troviamo uno stile ironico con cui crea una parodia del generale genere fantasy, stereotipando al massimo i personaggi, ma rendendoli così anche molto reali.
Nelle sue narrazioni si ritrovano i libri di Tolkien, di Howard, ma si nota anche che Pratchett attinge da Lovecraft, Shakespeare, dai miti e dalle leggende, creando così un suo genere unico e spettacolare.
I personaggi e gli ambienti sono descritti con una minuzia di particolarità immensi che li rende vivi e concreti e si ha la sensazione durante la lettura di vederli intorno a noi mentre compiono le loro gesta.
Lo stile umoristico porta il lettore a divertirsi come un bambino durante la lettura spingendolo a continuare pagina dopo pagina.
Una trama avvincente che seppur simile alle mille avventure fantasy risulta essere unica e inaspettata, piena di misteri e meraviglie grazie proprio allo stile di narrazione scelto.
Un grande romanzo di un grande scrittore che dovrebbero leggere tutti almeno una volta.

Sir Terence David John Pratchett, conosciuto come Terry Pratchett, nasce a Beaconsfield il 28 aprile 1948 e muore a Broad Chalice il 12 marzo 2015.
Nella sua vita è stato uno scrittore di fantasy umoristici e ha studiato astronomia e giornalismo, appassionato di fantascientifico.
Find ai tredici anni aveva la passione per la scrittura e scriveva sul giornale della scuola.
Le sue prime letture furono Wells e Doyle.
Nel 1981 pubblica il suo primo romanzo Il popolo del tappeto, ma è solo nel 1983 con la pubblicazione di Il colore della magia, libro che ha dato vita a Mondo Disco, che inizierà il suo grandissimo successo portandolo a scrivere più di 60 libri in tutta la sua carriera letteraria, diventando l’autore più venduto degli anni novanta con una media di due libri scritti e pubblicati all’anno.
Nel 2007 ha iniziato a soffrire di Alzheimer, ma ha continuato lo stesso a combattere registrando un programma per la BBC, aiutando la ricerca scientifica testando nel 2008 un prototipo per rallentare il progresso della malattia e a scrivere dettando i testi al suo assistente o a un programma con riconoscimento vocale fino alla fine dei suoi giorni senza mai arrendersi.

:: Luna di miele con nostalgia, Molly Antopol, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015

Antopol cop.inddLa forma del racconto o novella, introdotta tra gli altri dal nostro Boccaccio della letteratura, vive alti e bassi ancora oggi, visto che dai più viene preferito il romanzo, considerato, a torto e ragione, più blasonato ed interessante, oltre che più ampio e approndito, visto che ci sarebbe lo spazio per raccontare tutto.
Se si cercano dei racconti interessanti e contemporanei, Luna di miele con nostalgia, serie di storie che hanno come tratto comune il raccontare storie di persone di cultura ebraica nell’ultimo secolo, evitando la Shoah, scritti dalla giovane autrice Molly Antopol, possono fare al caso proprio, anche perché in poche pagine riescono ogni volta a tracciare un ritratto e un microcosmo incredibili, rendendo vivi e indimenticabili personaggi di uomini e donne di varia età, provenienza e con varie storie, che nel racconto vivono un momento fondamentale di snodo.
Segnalata da vari siti ed enti letterari, acclamata anche per la giovane età, paragonata a Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer, Alice Munro e Grace Paley, Molly Antopol si dimostra un nome interessante e da tenere d’occhio, sia che si cimenti nel romanzo in futuro sia che torni al racconto.
Ogni singola storia del libro, agile e di poche pagine, racconta un momento nella vita di persone alle prese con la Storia, da un uomo anziano che decide di risposarsi per superare la solitudine ad una figlia che mette in difficoltà il padre ex dissidente nella Praga comunista, da un giovane soldato israeliano che affronta il dramma di un incidente in servizio a un gruppo di intellettuali vittime del maccartismo negli anni Cinquanta.
Tante storie esemplari, per una commedia umana, o un dramma, dalle mille sfaccettature, tra passato e presente, in vari angoli del mondo, dove si parla di ebraismo ma alla fine di condizione umana, di ricordi, di rapporti tra persone, di drammi e gioie, con una punta di amarezza e rimpianto sullo sfondo, e sempre la capacità di stupire, nel descrivere personaggi essenziali ma che arrivano al cuore.
Luna di miele con nostalgia è un libro per chiunque sia curioso degli altri e dei loro mondi, ma anche per chi vuole leggere delle belle storie, chiuse in loro stesse ognuna ma capaci di aprire un universo. Un libro senz’altro per chi ama il racconto e la novella come forma letteraria, ma anche per chi è scettico, perché grazie a queste pagine non riuscirà più a accusare questo modo di scrivere come superficiale e sbrigativo. In attesa di vedere le prossime prove di Molly Antopol. Traduzione di Costanza Prinetti.

Molly Antopol insegna scrittura creativa alla Stanford University. Ha di recente ricevuto una Wallace Stegner Fellowship e il premio della National Book Foundation 5 Under 35. Vive a San Francisco e sta lavorando al suo primo romanzo,The After Party.