Nessuno mi ha chiesto di scrivere una recensione de “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin, questo conviene precisarlo subito. Ho deciso di sedermi e di pensare al commissario Elio Gamba di mia spontanea volontà. Questo perché sono sempre più convinto che nel panorama editoriale di oggi, soprattutto tra le righe di chi in qualche modo sostiene di rappresentare un certo tipo di scrittura di genere, si possano incontrare due tipologie di autori: la prima, molto comune, è quella del mestierante, dell’artigiano della scrittura (quanto piace, oggi, questa definizione…), del lavoratore schematico, di chi potrebbe scrivere centoventisei romanzi in serie, tutti secondo lo stesso disegno e gli stessi stratagemmi narrativi; la seconda, quella che nove volte su dieci è incline al fallimento, che nove volte su dieci non viene capita, quella che dieci volte su dieci vende poco o niente quando per miracolo viene pubblicata, è quella che preferisco. È questa seconda categoria che ci fa ricordare come le storie che ci vengono raccontate possano evadere dalla banalità di una scrittura piatta e incolore, adagiata nello stile, per svegliarsi nello stilema, nella variazione, nella visione. È questa seconda famiglia di autori che mette la vita nelle pagine. Tra le due, intercorre la stessa differenza che passa tra un Big Mac e un panino al lampredotto. La tragedia è varia: il mondo è pieno di mangiatori seriali di schifezze, ormai assuefatti alle schifezze, e a pochi piace il lampredotto. Ma a chi piace, piace davvero…
Ogni scrittore si trova a un certo punto della sua vita a un bivio: seguire la svolta che porta al McDonald’s o sentire da lontano il refolo che esce dal baracchino fermo sul bordo della strada, perso tra banchine insicure, sdrucciolevoli, e affilati guardrail.
Carlo Vanin sa cucinare bene. E per nostra fortuna ha pure trovato un chiosco, che porta il nome di Panda Edizioni, pronto ad accendergli i fornelli.
La sua è una scrittura pop, variopinta nelle sfumature di riferimenti sempre a portata di mano, mai banale, ridondante senza mai essere barocca, coerente e, soprattutto, viva. Il suo è un romanzo di genere, certo, ma il genere che ci troviamo davanti ribolle, ricorda la furia assetata del primo Glen Duncan, quello di “I, Lucifer”, e la lezione livida e alienata dello Shannon Burke de “I Corpi Neri”. La Marghera descritta si muove su livelli che si intersecano tra l’onirico e il surreale, tra il grottesco e il realista, tra il fantascientifico e il gotico, che solo in rari momenti, in cui il nostro si sente in dovere di mostrare al mondo intero quanto sia buono il suo pane e lampredotto, svirgola nell’inessenziale. Eppure non c’è mai uno sbilanciamento, una perdita consistente dell’equilibrio narrativo. Il fondale su cui si muovono i personaggi, una Marghera isolata dal cielo dall’esplosione della famosa raffineria, è solido, e questo è il primo merito di Carlo Vanin, ma non solo. Il suo contesto non è unicamente un paesaggio fotografico, è anche un cantiere in cui una società estrema annaspa tra pastiglie sintetiche e spot televisivi, tra ingorghi infernali che tanto ricordano scenari cyberpunk, figli di quegli spazi precari che Marc Augé definì nonluoghi: la Mediarchia all’apice del suo splendore, in una vibrante attesa.
Poi c’è lui, il protagonista indiscusso del romanzo, il commissario Elio Gamba, un uomo che ha perso la moglie e il figlio nell’esplosione di Marghera senza mai perderli davvero, un corpo scosso dalla droga e dall’alcool, una mente violenta, disturbata e corrotta da Sole-Occhio, la voce che sussurra, la guida che lo elegge a profeta in una landa di desolazione e violenza, fino a portarlo allo scontro finale con i Ministri della Mediarchia. Ecco, non vorrei svelare di più della trama, perché in realtà questa si sviluppa lungo una serie di flash narrativi in cui i protagonisti si collocano secondo una propria comodità formale. Più che un elemento di tensione, il romanzo diventa un insieme di punture, lo dice l’autore stesso (“Ci sono cose che pungono qui dentro”). Non lascerà indifferenti.
Carlo Vanin è uno preciso. Mi perdonerà se ho attinto dalla tradizione culinaria fiorentina per parlare del suo romanzo, lui che è veneto. Eppure mi sembra l’omaggio adatto a chi ha digerito così bene la lezione cinematografica di Robert Rodriguez e di Quentin Tarantino, la visionarietà di Hans Ruedi Giger e di H. P. Lovecraft, la letteratura fisiologica di Tiziano Scarpa, la metafisica insondabile di Stephen King, l’antropologia sadopornografica degli hentai giapponesi con i personaggi di Nivea e Rexona. Citare Miyamoto Musashi ci porta più a pensare a Takehiko Inoue e al manga Vagabond che al personaggio storico realmente esistito. Così come un vero esperto di fumetti giapponesi non può non godere nella citazione di Berserk di Kentaro Miura, quando lo stesso Musashi perde un occhio e rimane con un braccio maciullato.
Carlo Vanin non ha preso la via per il McDonald’s. Per fortuna nostra e per sfortuna sua. E questo panino al lampredotto ci è davvero piaciuto. Chissà se a lui il lampredotto piace. Una volta mi pare di averglielo pure chiesto.
Carlo Vanin: nasce nel 1977 a Spinea, cittadina veneta di cui oggi si autoproclama miglior scrittore vivente. Lavora come libraio alla Libreria Ubik di Castelfranco Veneto. Dal 2009 è membro del direttivo del movimento Sugarpulp nonché segretario dell’omonima associazione. “Mirko e il mostro”, pubblicato nel 2012 per l’editore L.A. Case, è il suo romanzo d’esordio.
A chi non è addentro al mondo del romanzo storico, anzi del romance storico, il nome di Bertrice Small dirà niente o poco niente, ma per i patiti di un genere che, soprattutto nei Paesi di lingua anglosassone miete successi, la perdita di una delle loro autrici di culto è un grosso lutto, anche perché Sunny, come la chiamavano gli amici, era una persona che sapeva mantenere un ottimo rapporto con i lettori, di persona e tramite i nuovi media.
“Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.
La casa editrice latinense Tunué, che da dieci anni si è distinta nel panorama italiano e non solo presentando saggi su fumetto e cinema d’animazione, graphic novel e ultimamente anche romanzi fuori dagli schemi, aggiunge un nuovo titolo per festeggiare il suo primo decennio.
Shankar è un giovane impiegato di un avvocato inglese – l’ultimo- dell’alta corte di Calcutta, un lavoro importante e interessante. Tutto si complica quando il togato muore e il protagonista resta solo, senza il suo lavoro e si trova a non avere più nessuna forma di sostegno economico. Shankar sa’ che deve trovare un nuovo impiego e pur di guadagnare qualche spicciolo si aggira per la labirintica Calcutta degli anni Cinquanta come venditore di cestini per le cartacce. Il ragazzo non ha nulla, non ha una casa, non ha soldi e a volte dorme al parco di Chowringhee, la zona della città che gli inglesi chiamano Esplanade, ed è qui che un giorno il ragazzo viene raggiunto da Byron, un detective capace di trovare la soluzione anche al caso più spinoso. L’uomo, che sa tutto di Shnakar, decide di aiutare il protagonista trovandogli un lavoro allo Shahajahan Hotel, l’albergo più antico e noto di Calcutta. Qui il giovane protagonista imparerà l’arte del tuttofare ma, allo stesso tempo, assistendo i tanti ospiti dell’albergo avrà modo di conoscere la variegata dimensione umana che entra ed esce da quell’imponente stabile. Quello proposto da Shankar, uno dei più importanti autori in lingua bengali, è un vero e proprio viaggio nella Calcutta della seconda metà del XX secolo, dentro alle viscere della città che in quegli anni stava vivendo gli ultimi fasti dell’era coloniale. La narrazione a volte può sembrare lenta, ma questo ritmo pacato è quello che porta il protagonista, e allo stesso tempo illettore, allo scoperta delle storie e delle persone che animano Calcutta. Shankar incontrerà persone come Marco Polo, il direttore dell’albergo che sembra un gigante tanto è grande e grosso, ma ha un passato di grande dolore. Ci saranno Connie e il fratello che non avranno vita facile; Rosie, la dattilografa, amante del cioccolato e tanti altri esseri umani che con il loro viver quotidiano animano le stanze dell’hotel. Leggendo il libro di Sankar si ha come l’impressione di essere in un dedalo di camere da letto, di hall di alberghi e di viuzze della città, dalle quali si diffondono i tipici profumi delle spezie tanto presenti nella cucina indiana. In realtà accanto ad esse ci sono i sentimenti, le paure dei diversi personaggi e i pregiudizi radicati nella metropoli. Hotel Calcutta è un libro di ricordi, di memorie di vita appartenenti ad un mondo umano ormai scomparso per sempre, che rivive e giunge a noi grazie alla dettagliata scrittura di Sankar. Traduzione Norman Gobetti.
Sono passati cinque anni dal primo libro di Lars Kepler L’ipnotista, si cui è stato fatto anche un film nel 2012, che ha avuto un enorme successo e anche stavolta Kepler ha fatto centro pubblicando un altro successo.
Lo ammetto, da piccola non ho mai letto questo libro, forse perché ho visto – mai per intero – l’anime giapponese degli anni Settanta che passavano, e lo trasmettono ancora oggi, in televisione dedicato alla piccola Heidi, la vivace ragazzina che vive con il nonno sulle alpi svizzere. Poi, per curiosità ho deciso di leggere il libro, scritto da Johanna Spiry, e così sono entrata nel mondo di Heidi, del burbero nonno e dei pascoli verdi sui monti, dove Peter fa pascolare sue caprette (sì, esatto quelle che nella canzone cantata da Elisabetta Viviani le fanno ciao). Un bel giorno, dalla città ritorna la zia che prende la piccola e la porta a vivere a Francoforte. Qui Heidi conosce Clara, bloccata sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, e ne diventerà grande amica, ma allo stesso tempo dovrà confrontarsi con un sistema di vita ben diverso da quello adottato sui monti e che la porterà a perdere il sorriso di sempre. Il libro della Spyri è un classico della letteratura per ragazzi, e non importa se la prima edizione risale al 1880, perché le tematiche presenti in esso sono ancora attuali. Heidi è orfana e la zia che la accudisce la affida al nonno perché, avendo trovato lavoro, non riesce più ad occuparsi della nipotina. Il nonno è un uomo silenzioso e, purtroppo, vittima del pregiudizio di chi lo conosce che lo giudica taciturno, molto scorbutico, tanto da avere il dubbio sul fatto che l’anziano sia la persona adatta ad occuparsi di una bambina di cinque anni. Sarà proprio grazie alla spontaneità della piccola protagonista che, un poco per volta, le chiacchiere del paese cadranno nel dimenticatoio. Il romanzo di formazione della Spyri mette in scena anche il contrasto tra vita di montagna, caratterizzata dal contatto diretto con natura, da gesti semplici, ricchi di emozioni, e vita di città. Quando la piccola Heidi arriverà a Francoforte nella famiglia dove la zia lavora, si renderà conto che nella casa dei Seseman non potrà comportarsi come faceva dal nonno, perché in città la vita è organizzata secondo ritmi precisi e ordini da rispettare con leggi intoccabili che la Rottenmeier farà rispettare. Per Heidi tornerà la gioia di vivere solo quando le permetteranno di tornare dal nonno, da Peter e dalle sue caprette, perché solo sulle Alpi, la piccola si sente davvero viva e felice. Heidi è sì un libro per ragazzi, dove l’autrice non manca di analizzare con attenzione il mondo dei suoi tempi. Un universo sociale nel quale il lavoro minorile e il livello di analfabetismo erano elevati (non a caso Peter preferisce pascolare le capre che andare a scuola), ma allo stesso tempo la Spyri attraverso le avventura della piccola Heidi ci fa capire quanto la vita vissuta in libertà e a contatto con il mondo naturale possano giovare ai bambini e agli adulti. Tradotto da Alessandra Lavagnino. Illustrazione di copertina di Edwin Rhemrev.
Questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Come scrittore e come saggista io penso sia una delle migliori penne di sempre. La sua scrittura così precisa, varia e strutturata è capace di rendere accessibile a chiunque anche la materia più oscura. Ma come dicevo questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Mi accingo quindi a parlare per la prima volta di uno scrittore che per me è un Mostro Sacro.
Piemme ripropone, a qualche anno dalla sua uscita ma sembra trascorso un secolo e l’argomento è diventato di grande attualità oggi più di ieri, Semina il vento di Alessandro Perissinotto.
A tutti quelli che hanno apprezzato gli ultimi due libri di Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi 2014) e Condominio Oltremare (L’Orma 2014, con fotografie di Sabrina Ragucci) e soprattutto Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014; Premio Calvino 2013), mi sento di consigliare la lettura di un testo più esile ma ben riuscito, che parla anch’esso del totale sconquasso del tessuto sociale della provincia italiana, tra corruzione, abusivismo edilizio, crisi economica, necrosi intellettuale e ignoranza di ritorno: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali (Stilo, Bari 2014, pp. 120, euro 12). Il libro, pubblicato da un piccolo editore pugliese, è di un autore schivo ma non minore, Francesco Dezio, che esordì nel 2004 con il fortunato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), romanzo pioniere della letteratura precaria. A chi, come me, vive in Puglia e soprattutto nella provincia barese, questi racconti ricordano luoghi, tipi umani, paesaggi osservati fin dall’infanzia: gli outlet super-artificiali, costruiti nelle conurbazioni di periferia, a discapito dei centri storici, tra i più belli d’Italia, svuotati di ogni vitalità. Oniriche le descrizioni del racconto “L’outlet di Molfetta”: sono in un artificioso e rutilante panorama di compensato… un agglomerato di case di Barbie a schiera ingigantite all’inverosimile… Guardo ancora su, verso le finestre cieche… perché mi viene da piangere mentre busso con le nocche e scopro che il mascherone antichizzato di Vacanze Romane è fesso, suona cavo? Eh? Perché sto male davanti a questo orrore marzapanato che si para davanti ai miei occhi? (pagg. 88 e sgg.). O ancora: la Murgia devastata dagli stupri ambientali e dai capannoni industriali del distretto del mobile imbottito (Natuzzi e tutte le piccole imprese dell’indotto), moltiplicatisi in un’orgia di sviluppo che è finita nel peggiore dei modi, con licenziamenti e delocalizzazioni (come nei racconti Almeno il sabato e Alla conquista dell’Est).
Torna in libreria il commissario Andrea Lucchesi il protagonista di una serie di romanzi gialli molto amati dal pubblico di lettori, creato dalla mano di Gianni Simoni. L’ultimo, Omicidio senza colpa, è appena uscito per Tea. Il nuovo romanzo di Simoni comincia con il fugace incontro di Lucchesi con un ragazzino a Milano. Il piccolo è magro, impaurito e il commissario nota ai suoi piedi un cappellino con qualche moneta. Da subito il suo fiuto indagatore gli permette di capire che qualcosa nella vita di quel giovane non va, e decide di assoldare alcuni suoi colleghi per capire dove il ragazzino vive e cose fa. Poi, la storia prende un improvviso cambiamento di rotta, quando Lucchesi viene chiamato ad indagare sulla morte di un vecchio professore in pensione, trovato impiccato nel suo appartamento. L’uomo, vedovo, senza figli, viveva da solo, ma il commissario guardando la salma e scrutando con attenzione la scena del crimine (l’appartamento, le tazzine del caffè usate di recente, i libri, i soprammobili) comincia a sospettare che quello non sia un caso di suicidio. Andrea Lucchesi, aiutato dalla sua squadra, cercherà di ricucire i tasselli di questo intricato puzzle sentendo le testimonianze della giovane vedova (ma nessuno sa bene come sia morto il marito), vicina di casa della vittima, passando poi all’ex domestica e valutando il responso dell’autopsia fatta dai colleghi. La risoluzione del caso si rivelerà più complessa del previsto e ancora una volta il commissario, sempre più cupo e tormentato, dovrà fare i conti con le ambiguità che caratterizzano l’agire umano. In Omicidio senza colpa, Gianni Simoni mette in scena due casi che in apparenza possono sembrare tra loro distanti, ma in realtà, se si fa un parallelo tra la vita del professore e quello del piccolo Hamsy, ci si rende conto di come quelle due esistenze siano, purtroppo, caratterizzate da una profonda solitudine e mancanza di affetti. L’anziano e il bambino, a causa di queste mancanze, sono entrambi deboli e vulnerabili, ed è questa loro fragilità che infonde in Lucchesi quella grinta e voglia di giustizia che lo porterà a lottare per risolvere entrambe i casi. In parallelo alle due indagini, ancora una volta, l’autore ci porta dentro il mondo affettivo del commissario, un uomo sì adulto, ma dall’animo molto sensibile che dovrà sistemare, da un lato, le scaramucce d’amore con l’amata Lucia e, dall’altro, rendersi conto che Alice, la figlia, non è più una bambina, ma è una giovane donna. Omicidio senza colpa di Gianni Simoni è un giallo dal ritmo incalzante, con colpi di scena inaspettati che scuotono l’animo di Lucchesi, troppo coinvolto dal lavoro per pensare alla sua salute, e quello del lettore. Nella trama creata da Simoni, come vuole il suo stile di scrittura, la dimensione lavorativa e privata vissute del commissario Lucchesi viaggiano assieme e restituiscono a chi legge un quadro narrativo nel quale è possibile scovare molte similitudini con la vita quotidiana di ogni giorno
























