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:: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali, Francesco Dezio, (Stilo, 2014) a cura di Manuela Mancini

17 febbraio 2015

copertina dezio FRONTE OKA tutti quelli che hanno apprezzato gli ultimi due libri di Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi 2014) e Condominio Oltremare (L’Orma 2014, con fotografie di Sabrina Ragucci) e soprattutto Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014; Premio Calvino 2013), mi sento di consigliare la lettura di un testo più esile ma ben riuscito, che parla anch’esso del totale sconquasso del tessuto sociale della provincia italiana, tra corruzione, abusivismo edilizio, crisi economica, necrosi intellettuale e ignoranza di ritorno: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali (Stilo, Bari 2014, pp. 120, euro 12). Il libro, pubblicato da un piccolo editore pugliese, è di un autore schivo ma non minore, Francesco Dezio, che esordì nel 2004 con il fortunato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), romanzo pioniere della letteratura precaria. A chi, come me, vive in Puglia e soprattutto nella provincia barese, questi racconti ricordano luoghi, tipi umani, paesaggi osservati fin dall’infanzia: gli outlet super-artificiali, costruiti nelle conurbazioni di periferia, a discapito dei centri storici, tra i più belli d’Italia, svuotati di ogni vitalità. Oniriche le descrizioni del racconto “L’outlet di Molfetta”: sono in un artificioso e rutilante panorama di compensato… un agglomerato di case di Barbie a schiera ingigantite all’inverosimile… Guardo ancora su, verso le finestre cieche… perché mi viene da piangere mentre busso con le nocche e scopro che il mascherone antichizzato di Vacanze Romane è fesso, suona cavo? Eh? Perché sto male davanti a questo orrore marzapanato che si para davanti ai miei occhi? (pagg. 88 e sgg.). O ancora: la Murgia devastata dagli stupri ambientali e dai capannoni industriali del distretto del mobile imbottito (Natuzzi e tutte le piccole imprese dell’indotto), moltiplicatisi in un’orgia di sviluppo che è finita nel peggiore dei modi, con licenziamenti e delocalizzazioni (come nei racconti Almeno il sabato e Alla conquista dell’Est).
Se Cartongesso è un monologo fiume (già nella sintassi fluviale e debordante, che non concede soste nell’ipotassi e nella punteggiatura costringendo a letture in apnea per pagine e pagine), Francesco Dezio invece ci dà molte pause, perché il libro si articola in otto racconti-monologhi (alcuni dei quali già pubblicati su testate giornalistiche nazionali tra il 2005 e il 2008) di altrettanti personaggi: c’è un punk di provincia degli anni Ottanta, scampato a derive anarchiche e ai flagelli delle tossicodipendenze, dell’Aids e della malavita; c’è la storia dei membri di un’associazione culturale che negli stessi anni tenta di innestare nella fiacca provincia pugliese le controculture internazionali; poi prende la parola Carla, una cantante alternativa che negli anni Novanta si accontenta di un ingaggio su una nave da crociera, dove canta pezzi di Céline Dion e Mina, perché da quando è tornata da Londra in Puglia non trova un altro modo di sbarcare il lunario: cazzo proprio io, svezzata ascoltando Sex Pistols e Joy Division, vivacchiavo cantando canzoni di merda alle feste dei matrimoni – comunque meglio che fare gli alternativi fuori tempo massimo o sfiatarsi in qualche pub di universitari… Tornare non mi ha emancipata dalla sensazione di non appartenenza. Vivo un’ora alla volta nascondendomi dal sole… A questo penso mentre mi vesto da Jessica Rabbit, voglio un esilio dorato senza progetti, senza ritorno: Croazia Grecia Montenegro Francia Spagna Tunisia. A mai più rivederci (pagg. 61 – 63). Segue lo sfogo di un impiegato che per avere il sabato libero instaura un braccio di ferro con il datore di lavoro, un imprenditore rampante e sleale con i dipendenti e con la concorrenza: il principale c’aveva un’esperienza maturata nel corso di quindici-sedici anni in una ditta media altamurana come commerciale. Era iscritto a Lingue, si era fatto qualche stagione a Rimini… Quando ha visto che poteva camminare con le sue gambe s’è tenuto stretto i contatti commerciali acquisiti e si è licenziato (pag. 70); e la spunta il dipendente, per una volta. Il libro si chiude con la storia d’amore a distanza di due ragazzi disoccupati degli anni Duemila, che non riescono a mettere a frutto i titoli di studio né ad amarsi, tra precarietà affettiva e lavorativa.
Se Maino compone una lunga invettiva dalla cifra stilistica ardua e originale nell’impasto tra italiano e grezzo (il veneto orientale che si parla tra Treviso e Venezia) e nell’invenzione onomastica fortemente satirica (una vera e propria poetica dei nomi), raggiungendo effetti espressivi di grande realismo ma anche di grande levatura tragica, la lingua di Francesco Dezio, che era già stata sperimentale e plurilinguistica in Nicola Rubino (cfr. http://www.treccani.it/magazine/linguaitaliana/percorsi/Silverio Novelli), parte anch’essa dall’uso dell’indiretto libero (ma con esiti meno monumentali di Cartongesso). Anch’essa s’impasta di italiano e lingua parlata (con anacoluti, ripetizioni, inflessioni dialettali, parole gergali, sovrabbondanza del dimostrativo), ma è dotata di grande leggerezza e di una forza comica che tende velocemente verso l’epilogo (icastico) di ciascuno di questi frammenti di vita raccontati in prima persona. I personaggi sono variamente scolarizzati e di età ed inclinazioni diverse, ma tutti con una grande passione in comune: la musica punk, rock, post-punk e post-rock di più di due decenni (dai tardi anni Settanta ai primi anni Duemila), ‘recensita’ nel libro dagli stessi parlanti, che citano formazioni famosissime e quasi sconosciute: Led Zeppelin, AC/DC, Clash, Oasis, Diaframma, Rolling Stones, Gang, Pink Floyd, Underage, Arab Strap, Ramones, Ultravox, Sex Pistols, Orda, Not Moving, Lingomania, Chain Reaction, CCCP, Litfiba, Cure, Died Pretty, Negative Disarcore, Joy Division, Church, Delgados, Rich Fisch in Hand, Boohoos, Simple Minds, Doors, U2, Velvet Underground, Yumi Yumi, Bis, Mando Diao, Libertines, Strokes, Stooges… e tanti altri (i nomi dei 70 gruppi menzionati sono in carattere rilevato nel testo e nell’ultima pagina c’è un’applicazione che consente di scaricare la ‘playlist’ di Dezio).
La letteratura italiana mostra ancora una volta di avere scrittori capaci di sperimentare forme nuove di narrativa: se Cartongesso è un romanzo anomalo perché destrutturato (ma penso anche a Il nemico di Emanuele Tonon, costruito su una trama più lirica ed emotiva che d’intreccio), così Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo, né un saggio musicale, né una semplice raccolta di racconti autonomi: è una polifonia che reduplica e triplica il suo straordinario effetto di coralità nella musica e nella successione dei monologhi, tutt’altro che indipendenti tra loro, ma legati da sottili richiami a distanza, spesso costruiti alla Foster Wallace come recensioni a concerti o pezzi musicali, in uno sforzo ritmico di sintesi, che concentra la parabola narrativa negli stessi tempi di un concerto o dell’ascolto di un album o di un brano, facendo coincidere il tempo della storia e il tempo del racconto (per esempio la descrizione di un concerto dei Boohoos a pag. 35; il concerto di Melpignano di Iggy Pop alle pagg. 45-50; l’ultimo racconto, invece, è una recensione integrale dell’album The Red Thread degli Arab Strap che fa da colonna sonora all’ultimo appuntamento di due giovani). Già il titolo, inoltre, è un omaggio (ed una risposta provocatoria) ad una nota canzone degli Afterhours: anche Dezio, come Maino, individua negli anni Ottanta, nella ubriacatura consumistica di quel decennio e nel saccheggio delle risorse umane attraverso lo sfruttamento ed il lavoro nero, le cause del totale svuotamento di possibilità narrative nel nostro presente, che portano questi autori a sperimentare forme di racconto libere dalla dittatura della trama (Qui non succede mai niente: è il titolo di un altro dei racconti di Dezio), per parlarci di un pezzo di Puglia, o di Veneto, nella loro verità di terre che sono tornate desolate, senza la pretesa di stordirci come turisti nella descrizione delle loro bellezze.

Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia Sporco al sole. Narratori del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opera che inaugura la stagione della cosiddetta ‘letteratura precaria’. Alcuni suoi racconti sono apparsi in antologie e su quotidiani e riviste.
Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit su Rai radio 3.
Ha collaborato con «l’Unità», «la Repubblica-Bari», il «Corriere del Mezzogiorno» e condotto laboratori di lettura e scrittura creativa per le scuole.
Tra un periodo di disoccupazione e l’altro, lavora come disegnatore meccanico e grafico.

:: Omicidio senza colpa, Gianni Simoni, (Tea, 2015) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2015

omTorna in libreria il commissario Andrea Lucchesi il protagonista di una serie di romanzi gialli molto amati dal pubblico di lettori, creato dalla mano di Gianni Simoni. L’ultimo, Omicidio senza colpa, è appena uscito per Tea. Il nuovo romanzo di Simoni comincia con il fugace incontro di Lucchesi con un ragazzino a Milano. Il piccolo è magro, impaurito e il commissario nota ai suoi piedi un cappellino con qualche moneta. Da subito il suo fiuto indagatore gli permette di capire che qualcosa nella vita di quel giovane non va, e decide di assoldare alcuni suoi colleghi per capire dove il ragazzino vive e cose fa. Poi, la storia prende un improvviso cambiamento di rotta, quando Lucchesi viene chiamato ad indagare sulla morte di un vecchio professore in pensione, trovato impiccato nel suo appartamento. L’uomo, vedovo, senza figli, viveva da solo, ma il commissario guardando la salma e scrutando con attenzione la scena del crimine (l’appartamento, le tazzine del caffè usate di recente, i libri, i soprammobili) comincia a sospettare che quello non sia un caso di suicidio. Andrea Lucchesi, aiutato dalla sua squadra, cercherà di ricucire i tasselli di questo intricato puzzle sentendo le testimonianze della giovane vedova (ma nessuno sa bene come sia morto il marito), vicina di casa della vittima, passando poi all’ex domestica e valutando il responso dell’autopsia fatta dai colleghi. La risoluzione del caso si rivelerà più complessa del previsto e ancora una volta il commissario, sempre più cupo e tormentato, dovrà fare i conti con le ambiguità che caratterizzano l’agire umano. In Omicidio senza colpa, Gianni Simoni mette in scena due casi che in apparenza possono sembrare tra loro distanti, ma in realtà, se si fa un parallelo tra la vita del professore e quello del piccolo Hamsy, ci si rende conto di come quelle due esistenze siano, purtroppo, caratterizzate da una profonda solitudine e mancanza di affetti. L’anziano e il bambino, a causa di queste mancanze, sono entrambi deboli e vulnerabili, ed è questa loro fragilità che infonde in Lucchesi quella grinta e voglia di giustizia che lo porterà a lottare per risolvere entrambe i casi. In parallelo alle due indagini, ancora una volta, l’autore ci porta dentro il mondo affettivo del commissario, un uomo sì adulto, ma dall’animo molto sensibile che dovrà sistemare, da un lato, le scaramucce d’amore con l’amata Lucia e, dall’altro, rendersi conto che Alice, la figlia, non è più una bambina, ma è una giovane donna. Omicidio senza colpa di Gianni Simoni è un giallo dal ritmo incalzante, con colpi di scena inaspettati che scuotono l’animo di Lucchesi, troppo coinvolto dal lavoro per pensare alla sua salute, e quello del lettore. Nella trama creata da Simoni, come vuole il suo stile di scrittura, la dimensione lavorativa e privata vissute del commissario Lucchesi viaggiano assieme e restituiscono a chi legge un quadro narrativo nel quale è possibile scovare molte similitudini con la vita quotidiana di ogni giorno

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. Nelle edizioni TEA son pubblicati I casi di Petri e Miceli e Le indagini del commissario Lucchesi.

:: “Nowcomics”, il nuovo marchio di 001 Edizioni a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2015

imLa 001 edizioni di Torino, casa editrice leader nel fumetto d’autore di varia provenienza (o se si preferisce delle graphic novel) lancia una nuova collana, Nowcomics, che coniuga qualità e prezzo nel campo della narrativa disegnata, proponendo storie che si rivolgono all’appassionato e al neofita, con tavole a colori e spazio dato ad approfondimenti su storia e autore, a ricordare che anche il fumetto è un’arte e una forma letteraria, e che spesso la vicinanza tra fumetto e letteratura avviene anche nel campo degli scambi di miti letterari e personaggi.
I singoli titoli, che si alterneranno ogni mese, usciranno varie volte durante l’anno a coprire l’arco narrativo di singole storie senza troppa attesa tra un’uscita e l’altra, croce e delizia spesso degli appassionati di fumetti. Il filo conduttore di NowComics è l’avventura, in tutte le sue accezioni, che sia fantascienza, thriller, paranormale, viaggi, steampunk, tutte proposte a 4 euro e 90, prezzo decisamente basso tenendo conto della veste editoriale e delle storie.
Si inizia con un’icona letteraria del giallo riletta in chiave fumettistica, e cioè Sherlock Holmes e i vampiri di Londra, sceneggiatura di Sylvain Cordurié e disegno dell’artista serbo Laci, gotico di ambientazione vittoriana che unisce miti letterari impareggiabili. Un’altra serie proposta è Scotland Yard, di Dobbs e Stéphane Perger, anche qui thriller ottocentesco che si unisce al gotico, con una caccia all’uomo nelle nebbie di Londra che riserverà più di una sorpresa. Altri miti letterari che si incontrano in Mr. Hyde contro Frankenstein di Dobbs di nuovo con il nostro Antonio Marinetti, per rileggere uno scontro tra titani del genere gotico, in una corsa contro il tempo nell’Europa ottocentesca. Questi tre titoli fanno parte di una collana più ampia che si chiama 1800 NOW e che ospiterà man mano il meglio del fumetto di ambientazione ottocentesca.
In parallelo parte anche la collana SCI-FI NOW, dedicata alla fantascienza, genere che sta tornando di moda (ma forse per chi lo ama non era mai passato..) con Universal War One, saga spaziale in stile space opera classica di Denis Bajram tra astronavi e federazioni planetarie del futuro, che è stata opzionata per il cinema.
Una collana da tenere d’occhio, come in generale tutte le pubblicazioni della casa editrice che, dalla sua sede nel cuore di Cit Turin, sa sempre stupire chi ama il mondo delle nuvole parlanti e non lo considera secondo a niente.

:: Non puoi dimenticare, Jonathan Stone, (Newton Compton, 2015)

12 febbraio 2015

nonThriller anomalo, Non puoi dimenticare (Moving day, 2014), quinto romanzo di Jonathan Stone, edito in Italia in questo inizio 2015 da Newton Compton e tradotto da Roberto Lanzi. Certo un’ opera di fantasia, pur tuttavia capace di affrontare temi anche profondi che solitamente nei thriller sono poco presenti. Già il protagonista Stanley Peke, non è esattamente il classico vecchietto ormai in pensione, un po’ svanito, benestante, chiuso nella sua casa confortevole e piena di ricordi del New England. Stanley Peke ha un segreto racchiuso nel suo passato quando come Stanislaw Shmuel Pecoskowitz si trovò ad affrontare uno dei più grandi drammi della storia. Sfuggito all’Olocausto, forte abbastanza da attraversare l’Oceano e ricostruirsi una vita in America con la moglie Rose, ora sente di essersi meritato di trascorrere gli ultimi anni che gli restano sotto il sole della California. Così organizza il trasloco di tutti i suoi beni terreni affidandoli ad una ditta di trasporti che li consegnerà nella nuova residenza. Se non che quando la ditta di trasporti si presenta con un giorno di anticipo, il dubbio che qualcosa non torni lo assale, ma forse è solo lui che inizia a dimenticare le cose. E invece si trova vittima di una delle tante truffe ai danni di anziani che si stanno diffondendo a macchia d’olio. Il giorno dopo quando si presenta la vera ditta di trasporti è tutto chiaro. L’hanno derubato di tutti i suoi beni, dei suoi ricordi, delle sue fotografie, del suo passato. E Stanley Peke non ci sta. Ha sofferto troppo nella vita, già una volta l’hanno privato della sua esistenza, della sua storia e ora è deciso a non lasciare correre, anche se l’assicurazione ripagherebbe il danno puramente economico. Ma lui rivuole ciò che gli appartiene, così si mette sulle tracce dei ladri con l’aiuto del figlio Daniel e del suo vecchio amico Itzhak, sopravvissuto come lui.
Quanto gli oggetti che possediamo siano più importanti del loro valore puramente monetario è ciò che impara ben presto Stanley Peke, o forse l’ ha sempre saputo. Sono simboli che racchiudono la nostra identità, ed è questa identità che il protagonista non vuole che gli sia sottratta. Le sue foto, l’orologio, i mobili, i tappeti, sono tutti parte di ciò che Pike vuole conservare, vuole difendere. Truffe come quella escogitata per sottrargli i suoi beni, sicuramente sono più comuni in America, dove le grandi distanze rendono quasi impossibili gli inseguimenti, ma anche da noi le truffe contro gli anziani sono all’ordine del giorno. Bussano alla porta fingendosi addetti del gas, o altro e tradendo la buona fede di persone che a volte fanno entrare in casa estranei solo per chiacchierare e combattere la solitudine e poi si trovano derubati dei loro soldi, o degli oggetti preziosi. E l’anziano quasi sempre si crede responsabile, giustamente punito per la propria debolezza e ingenuità. Jonathan Stone ribalta la situazione, e ci parla di un uomo che reagisce, che fa i conti con il suo passato e da vittima diventa una sorta di giustiziere. Certo ha bisogno di aiuto, non può fare tutto da solo. Ma è difficile non tifare per il nostro arzillo vecchietto, fino al finale, forse non imprevedibile, ma sicuramente ammonitore. Non sappiamo mai chi siano davvero le persone, anche quando sembrano del tutto innocue .

Jonathan Stone. Laureato a Yale, scrive la maggior parte delle sue opere sul treno che ogni giorno lo porta dal Connecticut a Manhattan, dove lavora come direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria. È autore di racconti pubblicati in diverse raccolte di successo e di cinque romanzi. Non puoi dimenticare, appena pubblicato negli USA, è già stato opzionato per ricavarne un film. jonathanstonebooks.com

:: Il libro dell’amor perduto, Lucy Foley, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

11 febbraio 2015

amorAnni Ottanta: la giovane fotografa Kate scopre che sua madre June, celebre ballerina da poco scomparsa, non era la vera figlia di sua nonna Evie, insegnante di danza.
Kate parte alla ricerca della sua vera nonna, la misteriosa Celia, scoprendo una storia d’amore che risale agli anni Venti, quella tra l’artista Tom e la ribelle ragazza di buona famiglia Alice, scoprendo segreti e avventure, sullo sfondo di un ventennio tra i più densi della Storia europea, e trovando una parte della sua famiglia che non sapeva che esistesse, anche solo per un ultimo saluto, scoprendo che in fondo esistono tanti modi di amare.
Il tema del ragazzo o ragazza di oggi che cerca notizie sui nonni non è nuovo, ma non per questo è brutto rileggerlo, anzi. La Storia europea dell’ultimo secolo ha sempre il suo fascino, soprattutto se riguarda persone che fanno professioni creative, un tema molto amato e che torna nei libri editi in italiano dalla Neri Pozza. Il punto è che questo romanzo, scritto comunque con garbo e con una scrittura lineare e non dozzinale che si lascia leggere, è già troppo sentito.
Tutto, nel libro, è già stato raccontato, in altri libri, e se senz’altro Il libro dell’amore perduto, pessima traduzione del migliore originale Book of lost and found, è ad un altro livello rispetto a vari romanzetti rosa anni Ottanta, comunque resta poco incisivo e troppo già visto, in una sorta di bignami del Secolo breve che non aggiunge niente a chi conosce già quei fatti, che ci sono praticamente tutti, dalla Grande Depressione alla Resistenza, dalla Guerra civile spagnola alla campagna nel Mediterraneo degli Alleati.
Tra le pagine ci sono anche elementi interessanti, a cominciare dai richiami ad una pagina rimossa della Storia britannica, e cioè le simpatie che molti membri dell’aristocrazia avevano per il fascismo e nazismo, ma tutto rimane troppo sullo sfondo, in un libro che non sa decidersi tra romanzo rosa, rispetto al quale ha più pretese e senz’altro più numeri, e narrativa più di qualità, rispetto alla quale il tutto è un po’ troppo superficiale, un accumulo senza molta organizzazione e rilettura.
Lucy Foley dissemina il suo libro di tante cose e eventi, ma alla fine non approfondisce niente, a cominciare dalle atmosfere e dai tempi descritti, con elementi interessanti a tratti ma con tutto che rimane in maniera embrionale, più simile ad un’occasione perduta che ad un libro veramente riuscito. E gli ingredienti c’erano, non è questo che manca, ma a tratti l’aggettivo superficiale emerge tra le righe e nelle descrizioni. Peccato.
Una cosa curiosa è la scelta di ambientare i tempi recenti negli anni Ottanta, forse per motivi di tempistica (chi era ragazzo negli anni Venti oggi non c’è proprio più), peccato che quel decennio rimasto nel cuore di chi oggi ha cinquant’anni e potrebbe essere un lettore o meglio una lettrice potenziale non viva di vita propria.
Tra le righe, però, un po’ di stoffa nell’autrice emerge, e no, non è Liala o Delly o la Mc Cullough di Uccelli di rovo. Speriamo che in una futura opera l’autrice sappia mettere a frutto le idee buone e conquistare qualcuno in più rispetto a chi cerca solo l’ennesima, commovente storia d’amore non a livello Harmony.

Lucy Foley è laureata in Letteratura inglese alla Durham University e specializzata in Modern Fiction alla UCL. Ha lavorato a lungo come editor presso la casa editrice inglese Hodder & Stoughton. Attualmente vive a Londra. Il libro dell’amore perduto, i cui diritti sono già stati acquistati in tutto il mondo, è il suo primo romanzo.

:: Non ditelo allo sposo, Anna Bell, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

10 febbraio 2015

nonIn amore quanto conta la sincerità? Bella domanda vero? L’essere sinceri e il mentire a fin di bene per rimediare ai propri errori sono alla base della simpatica commedia rosa Non ditelo allo sposo, di Anna Bell, uscito di recente da Tre60 editore. Penny- Penelope- la protagonista della vicenda sta per vedere realizzarsi il sogno della sua vita, sposare il suo fidanzato. Fino a qui nulla di strano se non il fatto che nell’avvio dell’organizzazione di tutto il gran carrozzone matrimoniale, la protagonista scopre di aver dilapidato la maggior parte dei risparmi del conto in banca, suo e del fidanzato, giocando al bingo on line. Non ditelo allo sposo si ispira chiaramente ad uno dei reality show più noti nel panorama televisivo italiano – Non ditelo alla sposa-, solo che in questo caso ad essere all’oscuro di ogni evento, non è la futura sposa, ma Mark, il fidanzato della protagonista. Penny- che devo essere sincera mi ha ricordato un po’ Bridgett Jones- è arrabbiata con se stessa, perché è consapevole dell’errore compiuto e decide di rimediare in qualche modo cercando di organizzare un matrimonio da favola, valutando però ogni singola cosa (dal vestito, al cibo, alla macchina, al luogo del banchetto) per non eccedere nelle spese. In questa sua impresa titatnica Penny incontrerà non pochi ostacoli, ma la sua capacità inventiva le permetterò di superare anche l’imprevisto più limitante. Non ditelo allo sposo della Bell è un romanzo ironico, ma allo stesso tempo pone attenzione ad alcune tematiche importanti come le dipendenze dal gioco e le catastrofiche conseguenze che esse possono avere in un famiglia. Altro tema importante è la fiducia e il rispetto che si stabiliscono nelle relazioni con il prossimo. È vero Penny mente al futuro marito, ma lo fa perché vuole riuscire a risolvere da sola il grave errore compiuto. La ragazza sa di aver tradito la fiducia di Mark e sa che dovrebbe affrontare il problema con lui, ma la paura di essere lasciata dall’uomo che ama, e con il quale vuole trascorrere il resto della vita, è ciò che la spinge a mentire e a voler uscire dai guai da sola. La storia di Penny è interessante, perché la protagonista anche se ha un budget economico molto limitato, si renderà conto che basta aguzzare l’ingegno – e la stessa autrice ne sa qualcosa- per riuscire a trovare soluzioni per ogni evento. Non ditelo allo sposo è caratterizzato da un ritmo narrativo incalzante, nel quale si alternano momenti comici a situazioni serie (per esempio quando la protagonista deve parlare della sua ludopatia con sconosciuti affetti dal suo stesso problema) che evidenziano la molteplicità delle sfumature che la vita umana presenta. Non ditelo allo sposo di Anna Bell è una commedia romantica simpatica e perché no anche un interessante manuale rapido su come scoprire soluzioni alternativa per realizzare il matrimonio dei proprio sogni, dove ciò che non deve ma mancare come punto di forza è l’amore. Traduzione Ilaria Katerinov.

Anna Bell, inglese di nascita, collabora da diversi anni con il sito Novelicious, una importante community per aspiranti scrittori e dove l’autrice di Non ditelo allo sposo è diventata il principale punto di riferimento. Abbandonata la carriera di curatrice museale, la Belle ha deciso di dedicarsi in modo completo alla scrittura. Questo è il suo primo romanzo, nato prima come e-book, diventato un successo grazie al passaparola e pubblicato dall’editore Quercus. Per saperne di più www.annabellwriters.com.

:: Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale, a cura di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, 2015)

10 febbraio 2015

bianParrà strano ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere. Il Nostro se ne asterrà, per quanto possibile: un pezzo di colore esotico a vent’anni, una cauta recensione a venticinque, a trent’anni, già intellettuale di successo, “curerà” libri evitando di scriverli o di tradurli. Due pagine di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie… Se il libro andrà bene suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dar la colpa a chi ha lavorato. Se l’ammalato dovesse morire, si può, in coscienza, dare la colpa al curatore?

Un Bianciardi riscoperto, sottratto alle ombre di un’amnesia collettiva, o più che altro selettiva, riemerge da Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale (Edizioni Clichy), testo a cura del critico letterario Gian Paolo Serino. Non un saggio critico (è un agile libretto di un centinaio di pagine, formato piccolo, composto da una nota biografica, una nota critica scritta da Serino e tante foto in bianco e nero, quasi evaporate, e citazioni, oltre a testi più ampi tratti dai suoi romanzi e articoli giornalistici e una bibliografia essenziale), più che altro un invito alla lettura, di un autore più commentato che letto, che ironia del caso forse oggi è più conosciuto per le sue traduzioni che per i suoi romanzi o saggi.
Porterà davvero a una rilettura di Bianciardi, la lettura e diffusione di questo testo? Questo non lo so, ma quello che è certo farà emergere una specie di senso di colpa, perché cosa c’è di più sovversivo che il pensiero di un uomo libero, non asservito alle logiche dell’industria culturale della nostra società dei consumi, in un mondo dove questo è la norma. Bianciardi visse ai suoi albori, all’inizio del boom economico degli anni 60, intuì il ruolo della televisione, veicolo principe di consumi indotti, e si trovò a fare delle scelte, anche etiche e morali, su come vivere il suo stato di intellettuale anarchico e non compromesso con le logiche di potere.
E sicuramente questo non gli è stato perdonato, allora come oggi. Il grande successo de La vita agra avrebbe potuto corromperlo, gli applausi ricevuti avrebbero potuto privarlo della forza morale necessaria a dire no, a negarsi a quello stato di cose. Bianciardi non si è piegato ma il prezzo che ha pagato in vita, (l’isolamento, l’alcolismo) e in morte, la dimenticanza, sono di memento a tutti coloro che preferiscono la libertà al successo economico e alla fama.
Ne è valsa la pena? Per alcune persone non è una domanda sensata, comportarsi così è semplicemente l’unico stato di cose possibile, l’unica via d’uscita.

Gian Paolo Serino, classe 1972, critico letterario e giornalista, fondatore di Satisfiction.

:: La fabbrica delle meraviglie, Sharon Cameron (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello e Federica Spinelli

6 febbraio 2015

fabElena Romanello

Gran Bretagna, epoca vittoriana: in una notte di nebbia la giovanissima Katharine arriva in uno sperduto maniero con l’incarico dato dalla sua famiglia di origine di controllare che lo zio George, eccentrico ma benestante parente, non stia dilapidando il suo patrimonio, unica possibilità per lei e soprattutto per il fratello di avere una vita decente.
Dopo alcuni spaventi iniziali Katharine scopre che lo zio George non è assolutamente pazzo, ma è un geniale inventore di macchinari incredibili, pesci meccanici, bambole che suonano strumenti, orologi dalle mille funzioni. Inoltre ha dato ospitalità nella sua casa a varie persone, provenienti da situazioni di disagio, che con lui hanno trovato lavoro e una ragione di vita.
Katharine conosce anche uno di questi amici dello zio, il giovane Lane, ma capisce anche che deve scegliere tra quello che conosce da sempre, anche se forse non è la cosa giusta per lei e per tutti, e un nuovo modo di vedere la vita, che dà fastidio a non poche persone.
La fabbrica delle meraviglie di Sharon Cameron, presentato come romanzo young adult, ha non pochi elementi di interesse e non pochi livelli di lettura. I bibliofili ci troveranno vari riferimenti a quell’epoca impagabile nella produzione letteraria che è l’Ottocento inglese, che ha prodotto autori e autrici del calibro di Dickens e delle sorelle Bronte, da cui l’autrice riprende le atmosfere di suspense e le tematiche sociali.
Inoltre ci sono richiami al filone steampunk, la fantascienza nel passato, che ha nell’Ottocento inglese il suo periodo favorito, anche se va detto che gli automi sono una realtà documentata, che ebbe il suo momento d’oro nel Settecento, ma che era presente anche nel secolo successivo.
La fabbrica delle meraviglie è una storia di formazione, con colpi di scena e avventure, con protagonisti in anticipo sui tempi e un apologo a favore della diversità e dell’anticonformismo, sempre attuale.
L’unica cosa che forse stona un po’ è la scelta della protagonista, troppo anacronistica: nell’Ottocento una ragazza di nemmeno diciotto anni non avrebbe mai avuto tutta la libertà di movimento e di visita di Katharine, diverso era il caso di Jane Eyre che si trovava a dover vivere le sue avventure spinta dal lavoro che svolgeva per necessità, qualche anno in più sarebbe stato più credibile per spiegare il viaggio e la pemanenza a casa di zio George.
Detto questo il romanzo è interessante, sia all’interno del filone young adult, dove non sempre le proposte sono all’altezza e originali, sia da leggere se si ha qualche anno in più. Katharine è un personaggio inventato, ma zio George è ispirato ad una figura storica, quella del duca di Portland, uomo schivo che detestava l’aristocrazia e i suoi riti e che fece costruire nella sua dimora un’enorme biblioteca, una centrale a gas, spazi per praticare sport, case per gli operai all’avanguardia, dando da lavorare e da vivere oltre milleseicento persone per decenni, anticipando esperimenti di personalità come Leumann e Adriano Olivetti.

Federica Spinelli

L’incontro con questo libro è avvenuto un po’ per caso. Ammetto che dietro la mia decisione di recensirlo sicuramente ha giocato un ruolo importante la mia simpatia per la letteratura per ragazzi e il fatto che ormai da qualche tempo non mi misuro più con la materia. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu proprio la copertina, devo dire assolutamente sobria e ben scelta. Sul fronte della sovraccoperta è disegnato un profilo femminile, con uno stile che ricorda chiaramente un cammeo, circondato da una oggetti che richiamano il mondo degli orologi che come il lettore scoprirà in seguito, sono un elemento tematico ricorrente insieme il tempo. Pochi e semplici elementi ben distribuiti e delineati da una grafica chiara e da un disegno pulito rimandano ad alcuni tratti della trama e danno al lettore le prime indicazioni sull’atmosfera della storia.
La fabbrica delle meraviglie racconta la storia di Katharine, orfana che vive con la ricca e tirannica zia Alice, inviata da quest’ultima nella tenuta di Stranwyne, per accertarsi dell’instabilità mentale di suo zio George, sorpannominato Tully, e permettere così al figlio di mettere le mani sull’immenso patrimonio di famiglia. Quando la ragazza arriva in questa oscura e polverosa villa, l’accoglienza non è delle migliori. L’atmosfera cupa e gli ambienti sinistri convincono la ragazza a chiudere la faccenda il prima possibile e tornare a Londra e alla sua vita, ma ovviamente il destino ha ben altri progetti e i piani iniziali della ragazza verranno stravolti da una serie di scoperte e dall’evolversi degli eventi che la porteranno a scoprire una verità diversa da quella che si era aspettata. Nonostante il difficile inizio, una casa deserta e piena di stanze buie e polverose, di scricchiolii sospetti e di risatine nel buio e la diffidenza palese degli abitanti del villaggio, la ragazza riuscirà con pazienza a farsi conoscere e ad andare a fondo al mistero che circonda il mondo in cui è stata catapultata. A rendere ancora più difficile la situazione della ragazza ci saranno una serie di incubi che sembreranno perseguitarla arrivando a mettere in dubbio la sua stessa sanità mentale. Katharine, attraverso un percorso di crescita, arriverà a diventare una paladina e a liberare non solo la tenuta da un oscuro piano ma la sua vita dall’ingombrante presenza della zia e riuscirà a riconquistare la libertà. La ragazza nella veste di una novella Jane Eyre scoverà tutti i segreti rimasti intrappolati nella tenuta per portare alla luce un progetto di generosità e buon cuore che ruota intorno alla figura eccentrica dello zio George. Il romanzo ambientato durante l’epoca vittoriana, mescola molto sapientemente la suspance del mistery e la libertà narrativa del fantasy, e affonda le sue radici narrative in un fatto realmente esistente: la scrittrice si ispira alla storia di Welbeck Abbey, la tenuta del duca di Portland che aveva dilapidato il patrimonio di famiglia facendo costruire una galleria sotterranea ma garantendo vitto, alloggio e un lavoro a centinaia di persone. Da questa traccia prende spunto e si dipana la storia de La fabbrica delle meraviglie. Questo libro ha tutte le carte in regola per rendersi interessante agli occhi di un giovane lettore in quanto si presenta scorrevole, avvincente e sorprendente nella trama con una giusta dose di suspance e mistero con molti punti in comune in quanto ad atmosfera e ambientazione con due “big” della letteratura per ragazzi: Hugo Cabret e Alice nel Paese delle Meraviglie. La curiosità che spinge ad andare avanti nella lettura è ben retta da una trama strutturata e accattivante e in definitiva ben scritta. La bravura dell’autrice è stata però anche quella di renderlo interessante anche agli occhi di un lettore adulto che sia predisposto a lasciarsi incantare dalla storia. Insomma un romanzo a tutto tondo dedicato a chi ha voglia di farsi sorprendere e farsi un po’ prendere in giro dalla finzione letteraria.

Sharon Cameron Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

:: A testa in giù, Elena Mearini, (Morellini, 2015) a cura di Natalina S.

6 febbraio 2015

a-testaÉ bello provare meraviglia. E lo è ancor più se a suscitarla è un sentimento di sorpresa verso qualcosa di atteso e conosciuto come l’arte di Elena Mearini, scrittrice lombarda dal tratto indiscutibilmente autentico e personale.
Perito delle parole e della loro armonia nei giusti incastri, Mearini, dopo la storia di Vera in 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881) e quella di Serena in Undicesimo comandamento (Perdisapop), riappare sullo scenario letterario con un nuovo romanzo, A testa in giù, edito da Morellini.

È una storia dolce, nostalgica, a tratti amara ma ricca di speranza,  quella che l’autrice milanese ci racconta attraverso le voci, in prima persona, di Gioele e Maria, anelli tanto fragili quanto forti di una società complessa, spesso arroccata su convinzioni egoiche e false da sfaldare e sfalsare. Due vite in una sola vita, due storie in una sola storia come il battito delle mani di Gioele, sul volante del suo Maggiolone, nel loro ritmo uno, uno-due, a testa in giù. Vien persino male a parlare di rovescio. Ricorda la pioggia, il vomito, qualcosa che è sverso, non conforme, strano. Come Gioele e il suo muro di silenzi. Come Van Gogh e la sua faccia di pietra scavata. Ma che bello sarebbe se tutti noi provassimo a capovolgere il mondo e ci avvicinassimo ai tanti Gioele e ai tanti Van Gogh che ci stanno a fianco? Scambiare i sassi per le nuvole e credere di camminare in cielo con i piedi in terra ci permetterebbe di guardare la vita dalla prospettiva del prossimo tuo come il comandamento dell’Amore insegna.
…è una storia tenera, melanconica, a tratti aspra ma dal sapore buono quella che l’autrice milanese ci consegna attraverso le parole non dette di Gioele e quelle dette di Maria che al contrario del primo ne ha tante anche perché il silenzio è freddo, un secolo è lungo da abbracciare e storie ne ha da raccontare; come la fame e i suoi morsi da leone, la guerra e le sue ferite, l’egoismo e le sue mediocrità.
In un continuo andirivieni tra passato e presente prende forma l’impalcatura narrativa; un viaggio fisico quanto temperale che da Milano ci porta a Covo e poi a San Giorgio; che dal qui e ora ci porta nel luogo di allora, che come allora non è… non è più, se non nel cuore e nella memoria di Maria.
Bisogna saperle trattare, le parole. Altrimenti ti si rivoltano contro, fino a sciupare la storia che avresti tanto voluto raccontare”. E non v’è dubbio alcuno che la Maria il suo canovaccio l’abbia saputo intessere; un punto a destra e uno a sinistra e la trama restituisce un ricamo perfetto in cui gli avvenimenti non sono pure coincidenze ma coincidenze significative. Questa volta, a differenza dei primi due romanzi, frasi meno serrate fanno si che il fiato non sia soffocato in un ritmo accelerato. Non resta che l’encomio per Elena Mearini, per le parole che ha saputo trattare senza sciupare la storia che voleva raccontare.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia, edito da Excelsior 1881 e vincitore del premio Gaia Mancini, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo Undicesimo comandamento, che vince il premio Gaia Mancinie e il premio Unicam – Università di Camerino. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti Latte, chiodo e arcobaleno per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa alla raccolta di racconti Vacanze milane, a cura di Luca Doninelli. Nel 2013 pubblica la silloge Dilemma di una bottiglia per Forme libere Edizioni, nel 2014 la silloge Per silenzio e voce (Marco Saya editore) e partecipa alla raccolta Siria. Scatti e parole (Miraggi edizioni). È finalista al premio Maria Teresa di Lascia e vincitrice del Premio Perelà 2013.

:: Colleen McCullough, molto più che Uccelli di rovo, a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2015

i-giorni-del-potereLa vita è strana e spesso non dà quello che uno merita, in positivo e negativo. Almeno, questa è la sensazione che si è avuta qualche giorno fa, vedendo come è stata accolta, dai giornali italiani ma anche da quelli stranieri, australiani in particolare, la notizia della dipartita, a 77 anni e dopo una lunga malattia invalidante, di Colleen McCullough.
Medico, insegnante di neurologia all’Università di New Haven, articolista e autrice di una trentina di romanzi di vario genere, l’autrice è stata ricordata sui nostri periodici solo per il polpettone Uccelli di rovo, scritto da lei a metà anni Settanta e di cui da anni non voleva più parlare, storia d’amore considerata piccante tra un prete e una ragazza e poi donna, che ispirò uno sceneggiato con cui Canale 5 batté per la prima volta la Rai come indici d’ascolto.
In Australia, anziché rievocare padre Ralph, di cui il suo interprete Richard Chamberlain, protagonista di un coming out dopo aver dovuto per anni nascondere la sua omosessualità per non spiacere alle fan del suo personaggio non vuole più sentire parlare, hanno voluto essere spiacevoli in maniera diversa, stigmatizzando l’aspetto fisico non proprio longilineo dell’autrice che tra l’altro da anni appunto era malata e su una sedia a rotelle.
Tutto questo è davvero un peccato: per fortuna librerie e biblioteche, anche nostrane, di tutta la produzione di un’autrice che ha spaziato dal romanzo storico al thriller, dalla cronaca sociale alla distopia, e che non può essere ricordata solo come una Liala più osé, che tra l’altro ha sfruttato un tema, quello dei preti cattolici che fanno sesso, presente nella letteratura dai tempi almeno di Boccaccio.
Sugli scaffali si possono prendere e leggere libri come il femminista Le signore di Missolungi (1987), il fantasy mitologico Il canto di Troia (1998), il fantascientifico La passione del Dr. Christian (1985), la commedia umana La casa degli angeli (2004), il seguito che stravolge i miti austeniani L’indipendenza della signorina Bennett (2008), ma anche la saga monumentale dedicata all’antica Roma, tra caduta della Repubblica e avvento dell’Impero, con il personaggio chiave di Giulio Cesare, antieroe con vizi e virtù. Senza dimenticare inoltre l’ultima fatica dell’autrice, di cui devono ancora uscire in italiano gli ultimi titoli, i thriller su Carmine Delmonico, detective italo americano che negli States degli anni Sessanta si confronta con serial killer, tensioni sociali, problemi razziali.
Parafrasando altri slogan per altri personaggi, su Colleen McCullough si può dire davvero all’inglese So much more than Thorn Birds. Chi considera l’autrice come quella che ha scritto quella polpetta potrà ricredersi con le altre sue storie, e chi ha apprezzato comunque di Uccelli di rovo fluidità narrativa e perizia nel costruire una vicenda potrà scoprire tutto quello che saputo dire e inventare poi un’autrice eclettica e capace di sperimentare e mettersi in gioco. Il mondo senza Colleen è meno colorato e vario hanno commentato i vertici della Harpers & Collins, la casa editrice che ha pubblicato tutti i suoi libri, ed è il caso di dare davvero loro ragione.
In Italia Colleen McCullough è stata pubblicata per anni da Bompiani e poi da Rizzoli, quasi tutti i suoi libri sono disponibili in edizione tascabile e molti si trovano su bancarelle e nel mercato dell’usato, in attesa degli ultimi tre su Carmine Delmonico, che si spera non tardino.

:: Il cromosoma dell’orchidea, Carlo Mazza, (E/O, 2014)

4 febbraio 2015

orchidea“In Italia ogni giorno si cementificano settantacinque ettari e ci sono quasi trecento abusi edilizi” proseguì Whitaker. ” E il cento per cento dei comuni è a rischio per la progressiva cementizzazione del territorio. Io credo che nessuno possa più fermare tutto questo”. Si fermò e sosprirò profondamente.” A volte gli uomini dormono un sonno così profondo che solo la forza degli eventi può destarli. Lei ama Shakespeare? “Un cielo così cupo non può schiarire senza una tempesta”… Ricorda?”

L’Italia del malaffare, delle collusioni tra politici, imprenditori e criminalità è al centro di Il cromosoma dell’orchidea ultimo romanzo di Carlo Mazza, edito l’anno scorso sempre per E/O, collezione Sabotage. Ritroviamo il capitano dei Carabinieri Bosvades, ma differenza di Lupi difronte al mare, non più Bari come scenario, ma una imprecisata grande città del Meridione, simile a tante altre città, ormai non solo del Sud.
Piccole cortesie tra amici è il titolo che avrei scelto io per questo romanzo, espressione usata dal senatore Leonardo Barracane rivolgendosi al sindaco Gabriele Lovero, preoccupato per la sua rielezione. In cambio dei voti che il senatore potrebbe assicurare, che consentirebbero la rielezione certa, Lovero si trova così legato ai maneggi e alle illegalità orchestrate dall’influente politico.
Un patto col diavolo? Sicuramente, con esiti inevitabilmente drammatici, come è prevedibile quando si gioca in un mondo senza regole e ci si trova costretti ad avvallare la costruzione, voluta da un consorzio edilizio dubbio, di un intero quartiere residenziale, nella zona della cava del Nazareno. Terreno protetto, tra due fiumi a rischio idrogeologico.
Se non fosse che la cava del Nazareno è stato teatro di un presunto suicidio, avvenuto anni prima, su cui il capitano Bosvades indaga. Che Lorenzo Vinciguerra, giovane avvocato ambientalista amico di Bosvades, si sia davvero buttato in una cava contigua ai futuri cantieri edilizi, sembra contraddetto dai riscontri e da una frettolosa indagine che voleva essere portata a termine il più in fretta possibile.
Se la sincerità degli intenti è indubbia, l’atto di denuncia e i meccanismi alla base di raggiri e corruzione che vedono implicata la pubblica amministrazione risulta credibile e per alcuni versi anche efficace nel portare l’attenzione del lettore su mali endemici (l’alluvione di Genova, è recente e le sue ferite sono ancora aperte) singolare la scelta dell’autore di non puntare sull’effetto, sulla drammaticità più immediata, ma anzi al contrario utilizzare un basso profilo che si riflette in uno stile se vogliamo dimesso, a tratti spoglio.
La quotidianità, la banalità del male che si riflette in scelte minime con ripercussioni a cascata, quasi intollerabili, sembra il cuore del romanzo e per descriverla l’autore utilizza una certa uniformità, anche nel caratterizzare i personaggi, quasi ombre in un teatro dove squallore e meschinità sembrano primeggiare.
Significativo e rivelatore lo scambio di battute tra il geologo Whitaker e Bosvades durante il loro incontro nella foresta di pini mediterranei. Quando Bosvades domanda perchè lo scienziato non abbia appoggiato Lorenzo Vinciguerra, e non si sia opposto fermamente, lui risponde candidamente per vigliaccheria, per non essere messo in mezzo e rischiare carriera e forse anche la vita.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale.
Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012.

:: Il dio del deserto, Wilbur Smith, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 febbraio 2015

il dioTamose, nuovo faraone e figlio del deceduto Mamose VIII, si ritrova a dover governare l’Egitto, ma per fortuna è seguito da Taita che gli rende le cose più semplici.
Non sono semplici però per Taita che si trova a dover fare anche da tutore alle due sorelle minori di Tamose, che rimaste orfane non hanno più nessuno che le guidi e si prenda cura di loro a parte il fratello, e lui lo ha promesso alla regina Lostris sul letto di morte.
A rendere ulteriormente complicate le cose arriva anche il momento in cui sorge la necessità si sigillare l’alleanza con Creta offrendo in dono a Minosse due vergini: le sorelle minori di Tamore, Tehuti e Bakatha. Ovviamente il compito ingrato di accompagnarle durante il viaggio spetta a Taita.
Le due ragazze però non hanno ereditato dalla madre solo l’aspetto fisico ma anche lo spirito e non accettano a cuor leggero la decisione.
Durante il viaggio che non è libero da sfide, avventure, imprevisti e guai, le due ragazze si innamorano rispettivamente di un luogotenente di Taita e di un soldato della flotta facendo aumentare a livelli spropositati le preoccupazioni del povero eunuco.
Arrivati a Creta dopo mille peripezie Taita scopre di essere solo all’inizio dei problemi.
Ultima uscita per ora della saga egizia non tradisce le aspettative dei lettori dimostrando ancora una volta che Wilbur Smith è il miglior romanziere storico dei suoi tempi.
Le descrizioni dei luoghi e gli avvenimenti storici raccontati denotano una conoscenza accurata derivata da grande passione e studio da parte dell’autore.
Anche stavolta la narrazione scelta è in prima persona con voce narrante quella di Taita.
I personaggi sono sempre molto realistici come ci ha abituato nei suoi libri precedenti.
Un romanzo che riempie il cuore e l’animo del lettore lasciando un vuoto grande alla sua fine.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933.
Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University.
Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile.
I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere.
Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.