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:: Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale, a cura di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, 2015)

10 febbraio 2015

bianParrà strano ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere. Il Nostro se ne asterrà, per quanto possibile: un pezzo di colore esotico a vent’anni, una cauta recensione a venticinque, a trent’anni, già intellettuale di successo, “curerà” libri evitando di scriverli o di tradurli. Due pagine di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie… Se il libro andrà bene suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dar la colpa a chi ha lavorato. Se l’ammalato dovesse morire, si può, in coscienza, dare la colpa al curatore?

Un Bianciardi riscoperto, sottratto alle ombre di un’amnesia collettiva, o più che altro selettiva, riemerge da Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale (Edizioni Clichy), testo a cura del critico letterario Gian Paolo Serino. Non un saggio critico (è un agile libretto di un centinaio di pagine, formato piccolo, composto da una nota biografica, una nota critica scritta da Serino e tante foto in bianco e nero, quasi evaporate, e citazioni, oltre a testi più ampi tratti dai suoi romanzi e articoli giornalistici e una bibliografia essenziale), più che altro un invito alla lettura, di un autore più commentato che letto, che ironia del caso forse oggi è più conosciuto per le sue traduzioni che per i suoi romanzi o saggi.
Porterà davvero a una rilettura di Bianciardi, la lettura e diffusione di questo testo? Questo non lo so, ma quello che è certo farà emergere una specie di senso di colpa, perché cosa c’è di più sovversivo che il pensiero di un uomo libero, non asservito alle logiche dell’industria culturale della nostra società dei consumi, in un mondo dove questo è la norma. Bianciardi visse ai suoi albori, all’inizio del boom economico degli anni 60, intuì il ruolo della televisione, veicolo principe di consumi indotti, e si trovò a fare delle scelte, anche etiche e morali, su come vivere il suo stato di intellettuale anarchico e non compromesso con le logiche di potere.
E sicuramente questo non gli è stato perdonato, allora come oggi. Il grande successo de La vita agra avrebbe potuto corromperlo, gli applausi ricevuti avrebbero potuto privarlo della forza morale necessaria a dire no, a negarsi a quello stato di cose. Bianciardi non si è piegato ma il prezzo che ha pagato in vita, (l’isolamento, l’alcolismo) e in morte, la dimenticanza, sono di memento a tutti coloro che preferiscono la libertà al successo economico e alla fama.
Ne è valsa la pena? Per alcune persone non è una domanda sensata, comportarsi così è semplicemente l’unico stato di cose possibile, l’unica via d’uscita.

Gian Paolo Serino, classe 1972, critico letterario e giornalista, fondatore di Satisfiction.

:: La fabbrica delle meraviglie, Sharon Cameron (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello e Federica Spinelli

6 febbraio 2015

fabElena Romanello

Gran Bretagna, epoca vittoriana: in una notte di nebbia la giovanissima Katharine arriva in uno sperduto maniero con l’incarico dato dalla sua famiglia di origine di controllare che lo zio George, eccentrico ma benestante parente, non stia dilapidando il suo patrimonio, unica possibilità per lei e soprattutto per il fratello di avere una vita decente.
Dopo alcuni spaventi iniziali Katharine scopre che lo zio George non è assolutamente pazzo, ma è un geniale inventore di macchinari incredibili, pesci meccanici, bambole che suonano strumenti, orologi dalle mille funzioni. Inoltre ha dato ospitalità nella sua casa a varie persone, provenienti da situazioni di disagio, che con lui hanno trovato lavoro e una ragione di vita.
Katharine conosce anche uno di questi amici dello zio, il giovane Lane, ma capisce anche che deve scegliere tra quello che conosce da sempre, anche se forse non è la cosa giusta per lei e per tutti, e un nuovo modo di vedere la vita, che dà fastidio a non poche persone.
La fabbrica delle meraviglie di Sharon Cameron, presentato come romanzo young adult, ha non pochi elementi di interesse e non pochi livelli di lettura. I bibliofili ci troveranno vari riferimenti a quell’epoca impagabile nella produzione letteraria che è l’Ottocento inglese, che ha prodotto autori e autrici del calibro di Dickens e delle sorelle Bronte, da cui l’autrice riprende le atmosfere di suspense e le tematiche sociali.
Inoltre ci sono richiami al filone steampunk, la fantascienza nel passato, che ha nell’Ottocento inglese il suo periodo favorito, anche se va detto che gli automi sono una realtà documentata, che ebbe il suo momento d’oro nel Settecento, ma che era presente anche nel secolo successivo.
La fabbrica delle meraviglie è una storia di formazione, con colpi di scena e avventure, con protagonisti in anticipo sui tempi e un apologo a favore della diversità e dell’anticonformismo, sempre attuale.
L’unica cosa che forse stona un po’ è la scelta della protagonista, troppo anacronistica: nell’Ottocento una ragazza di nemmeno diciotto anni non avrebbe mai avuto tutta la libertà di movimento e di visita di Katharine, diverso era il caso di Jane Eyre che si trovava a dover vivere le sue avventure spinta dal lavoro che svolgeva per necessità, qualche anno in più sarebbe stato più credibile per spiegare il viaggio e la pemanenza a casa di zio George.
Detto questo il romanzo è interessante, sia all’interno del filone young adult, dove non sempre le proposte sono all’altezza e originali, sia da leggere se si ha qualche anno in più. Katharine è un personaggio inventato, ma zio George è ispirato ad una figura storica, quella del duca di Portland, uomo schivo che detestava l’aristocrazia e i suoi riti e che fece costruire nella sua dimora un’enorme biblioteca, una centrale a gas, spazi per praticare sport, case per gli operai all’avanguardia, dando da lavorare e da vivere oltre milleseicento persone per decenni, anticipando esperimenti di personalità come Leumann e Adriano Olivetti.

Federica Spinelli

L’incontro con questo libro è avvenuto un po’ per caso. Ammetto che dietro la mia decisione di recensirlo sicuramente ha giocato un ruolo importante la mia simpatia per la letteratura per ragazzi e il fatto che ormai da qualche tempo non mi misuro più con la materia. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu proprio la copertina, devo dire assolutamente sobria e ben scelta. Sul fronte della sovraccoperta è disegnato un profilo femminile, con uno stile che ricorda chiaramente un cammeo, circondato da una oggetti che richiamano il mondo degli orologi che come il lettore scoprirà in seguito, sono un elemento tematico ricorrente insieme il tempo. Pochi e semplici elementi ben distribuiti e delineati da una grafica chiara e da un disegno pulito rimandano ad alcuni tratti della trama e danno al lettore le prime indicazioni sull’atmosfera della storia.
La fabbrica delle meraviglie racconta la storia di Katharine, orfana che vive con la ricca e tirannica zia Alice, inviata da quest’ultima nella tenuta di Stranwyne, per accertarsi dell’instabilità mentale di suo zio George, sorpannominato Tully, e permettere così al figlio di mettere le mani sull’immenso patrimonio di famiglia. Quando la ragazza arriva in questa oscura e polverosa villa, l’accoglienza non è delle migliori. L’atmosfera cupa e gli ambienti sinistri convincono la ragazza a chiudere la faccenda il prima possibile e tornare a Londra e alla sua vita, ma ovviamente il destino ha ben altri progetti e i piani iniziali della ragazza verranno stravolti da una serie di scoperte e dall’evolversi degli eventi che la porteranno a scoprire una verità diversa da quella che si era aspettata. Nonostante il difficile inizio, una casa deserta e piena di stanze buie e polverose, di scricchiolii sospetti e di risatine nel buio e la diffidenza palese degli abitanti del villaggio, la ragazza riuscirà con pazienza a farsi conoscere e ad andare a fondo al mistero che circonda il mondo in cui è stata catapultata. A rendere ancora più difficile la situazione della ragazza ci saranno una serie di incubi che sembreranno perseguitarla arrivando a mettere in dubbio la sua stessa sanità mentale. Katharine, attraverso un percorso di crescita, arriverà a diventare una paladina e a liberare non solo la tenuta da un oscuro piano ma la sua vita dall’ingombrante presenza della zia e riuscirà a riconquistare la libertà. La ragazza nella veste di una novella Jane Eyre scoverà tutti i segreti rimasti intrappolati nella tenuta per portare alla luce un progetto di generosità e buon cuore che ruota intorno alla figura eccentrica dello zio George. Il romanzo ambientato durante l’epoca vittoriana, mescola molto sapientemente la suspance del mistery e la libertà narrativa del fantasy, e affonda le sue radici narrative in un fatto realmente esistente: la scrittrice si ispira alla storia di Welbeck Abbey, la tenuta del duca di Portland che aveva dilapidato il patrimonio di famiglia facendo costruire una galleria sotterranea ma garantendo vitto, alloggio e un lavoro a centinaia di persone. Da questa traccia prende spunto e si dipana la storia de La fabbrica delle meraviglie. Questo libro ha tutte le carte in regola per rendersi interessante agli occhi di un giovane lettore in quanto si presenta scorrevole, avvincente e sorprendente nella trama con una giusta dose di suspance e mistero con molti punti in comune in quanto ad atmosfera e ambientazione con due “big” della letteratura per ragazzi: Hugo Cabret e Alice nel Paese delle Meraviglie. La curiosità che spinge ad andare avanti nella lettura è ben retta da una trama strutturata e accattivante e in definitiva ben scritta. La bravura dell’autrice è stata però anche quella di renderlo interessante anche agli occhi di un lettore adulto che sia predisposto a lasciarsi incantare dalla storia. Insomma un romanzo a tutto tondo dedicato a chi ha voglia di farsi sorprendere e farsi un po’ prendere in giro dalla finzione letteraria.

Sharon Cameron Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

:: A testa in giù, Elena Mearini, (Morellini, 2015) a cura di Natalina S.

6 febbraio 2015

a-testaÉ bello provare meraviglia. E lo è ancor più se a suscitarla è un sentimento di sorpresa verso qualcosa di atteso e conosciuto come l’arte di Elena Mearini, scrittrice lombarda dal tratto indiscutibilmente autentico e personale.
Perito delle parole e della loro armonia nei giusti incastri, Mearini, dopo la storia di Vera in 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881) e quella di Serena in Undicesimo comandamento (Perdisapop), riappare sullo scenario letterario con un nuovo romanzo, A testa in giù, edito da Morellini.

È una storia dolce, nostalgica, a tratti amara ma ricca di speranza,  quella che l’autrice milanese ci racconta attraverso le voci, in prima persona, di Gioele e Maria, anelli tanto fragili quanto forti di una società complessa, spesso arroccata su convinzioni egoiche e false da sfaldare e sfalsare. Due vite in una sola vita, due storie in una sola storia come il battito delle mani di Gioele, sul volante del suo Maggiolone, nel loro ritmo uno, uno-due, a testa in giù. Vien persino male a parlare di rovescio. Ricorda la pioggia, il vomito, qualcosa che è sverso, non conforme, strano. Come Gioele e il suo muro di silenzi. Come Van Gogh e la sua faccia di pietra scavata. Ma che bello sarebbe se tutti noi provassimo a capovolgere il mondo e ci avvicinassimo ai tanti Gioele e ai tanti Van Gogh che ci stanno a fianco? Scambiare i sassi per le nuvole e credere di camminare in cielo con i piedi in terra ci permetterebbe di guardare la vita dalla prospettiva del prossimo tuo come il comandamento dell’Amore insegna.
…è una storia tenera, melanconica, a tratti aspra ma dal sapore buono quella che l’autrice milanese ci consegna attraverso le parole non dette di Gioele e quelle dette di Maria che al contrario del primo ne ha tante anche perché il silenzio è freddo, un secolo è lungo da abbracciare e storie ne ha da raccontare; come la fame e i suoi morsi da leone, la guerra e le sue ferite, l’egoismo e le sue mediocrità.
In un continuo andirivieni tra passato e presente prende forma l’impalcatura narrativa; un viaggio fisico quanto temperale che da Milano ci porta a Covo e poi a San Giorgio; che dal qui e ora ci porta nel luogo di allora, che come allora non è… non è più, se non nel cuore e nella memoria di Maria.
Bisogna saperle trattare, le parole. Altrimenti ti si rivoltano contro, fino a sciupare la storia che avresti tanto voluto raccontare”. E non v’è dubbio alcuno che la Maria il suo canovaccio l’abbia saputo intessere; un punto a destra e uno a sinistra e la trama restituisce un ricamo perfetto in cui gli avvenimenti non sono pure coincidenze ma coincidenze significative. Questa volta, a differenza dei primi due romanzi, frasi meno serrate fanno si che il fiato non sia soffocato in un ritmo accelerato. Non resta che l’encomio per Elena Mearini, per le parole che ha saputo trattare senza sciupare la storia che voleva raccontare.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia, edito da Excelsior 1881 e vincitore del premio Gaia Mancini, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo Undicesimo comandamento, che vince il premio Gaia Mancinie e il premio Unicam – Università di Camerino. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti Latte, chiodo e arcobaleno per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa alla raccolta di racconti Vacanze milane, a cura di Luca Doninelli. Nel 2013 pubblica la silloge Dilemma di una bottiglia per Forme libere Edizioni, nel 2014 la silloge Per silenzio e voce (Marco Saya editore) e partecipa alla raccolta Siria. Scatti e parole (Miraggi edizioni). È finalista al premio Maria Teresa di Lascia e vincitrice del Premio Perelà 2013.

:: Colleen McCullough, molto più che Uccelli di rovo, a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2015

i-giorni-del-potereLa vita è strana e spesso non dà quello che uno merita, in positivo e negativo. Almeno, questa è la sensazione che si è avuta qualche giorno fa, vedendo come è stata accolta, dai giornali italiani ma anche da quelli stranieri, australiani in particolare, la notizia della dipartita, a 77 anni e dopo una lunga malattia invalidante, di Colleen McCullough.
Medico, insegnante di neurologia all’Università di New Haven, articolista e autrice di una trentina di romanzi di vario genere, l’autrice è stata ricordata sui nostri periodici solo per il polpettone Uccelli di rovo, scritto da lei a metà anni Settanta e di cui da anni non voleva più parlare, storia d’amore considerata piccante tra un prete e una ragazza e poi donna, che ispirò uno sceneggiato con cui Canale 5 batté per la prima volta la Rai come indici d’ascolto.
In Australia, anziché rievocare padre Ralph, di cui il suo interprete Richard Chamberlain, protagonista di un coming out dopo aver dovuto per anni nascondere la sua omosessualità per non spiacere alle fan del suo personaggio non vuole più sentire parlare, hanno voluto essere spiacevoli in maniera diversa, stigmatizzando l’aspetto fisico non proprio longilineo dell’autrice che tra l’altro da anni appunto era malata e su una sedia a rotelle.
Tutto questo è davvero un peccato: per fortuna librerie e biblioteche, anche nostrane, di tutta la produzione di un’autrice che ha spaziato dal romanzo storico al thriller, dalla cronaca sociale alla distopia, e che non può essere ricordata solo come una Liala più osé, che tra l’altro ha sfruttato un tema, quello dei preti cattolici che fanno sesso, presente nella letteratura dai tempi almeno di Boccaccio.
Sugli scaffali si possono prendere e leggere libri come il femminista Le signore di Missolungi (1987), il fantasy mitologico Il canto di Troia (1998), il fantascientifico La passione del Dr. Christian (1985), la commedia umana La casa degli angeli (2004), il seguito che stravolge i miti austeniani L’indipendenza della signorina Bennett (2008), ma anche la saga monumentale dedicata all’antica Roma, tra caduta della Repubblica e avvento dell’Impero, con il personaggio chiave di Giulio Cesare, antieroe con vizi e virtù. Senza dimenticare inoltre l’ultima fatica dell’autrice, di cui devono ancora uscire in italiano gli ultimi titoli, i thriller su Carmine Delmonico, detective italo americano che negli States degli anni Sessanta si confronta con serial killer, tensioni sociali, problemi razziali.
Parafrasando altri slogan per altri personaggi, su Colleen McCullough si può dire davvero all’inglese So much more than Thorn Birds. Chi considera l’autrice come quella che ha scritto quella polpetta potrà ricredersi con le altre sue storie, e chi ha apprezzato comunque di Uccelli di rovo fluidità narrativa e perizia nel costruire una vicenda potrà scoprire tutto quello che saputo dire e inventare poi un’autrice eclettica e capace di sperimentare e mettersi in gioco. Il mondo senza Colleen è meno colorato e vario hanno commentato i vertici della Harpers & Collins, la casa editrice che ha pubblicato tutti i suoi libri, ed è il caso di dare davvero loro ragione.
In Italia Colleen McCullough è stata pubblicata per anni da Bompiani e poi da Rizzoli, quasi tutti i suoi libri sono disponibili in edizione tascabile e molti si trovano su bancarelle e nel mercato dell’usato, in attesa degli ultimi tre su Carmine Delmonico, che si spera non tardino.

:: Il cromosoma dell’orchidea, Carlo Mazza, (E/O, 2014)

4 febbraio 2015

orchidea“In Italia ogni giorno si cementificano settantacinque ettari e ci sono quasi trecento abusi edilizi” proseguì Whitaker. ” E il cento per cento dei comuni è a rischio per la progressiva cementizzazione del territorio. Io credo che nessuno possa più fermare tutto questo”. Si fermò e sosprirò profondamente.” A volte gli uomini dormono un sonno così profondo che solo la forza degli eventi può destarli. Lei ama Shakespeare? “Un cielo così cupo non può schiarire senza una tempesta”… Ricorda?”

L’Italia del malaffare, delle collusioni tra politici, imprenditori e criminalità è al centro di Il cromosoma dell’orchidea ultimo romanzo di Carlo Mazza, edito l’anno scorso sempre per E/O, collezione Sabotage. Ritroviamo il capitano dei Carabinieri Bosvades, ma differenza di Lupi difronte al mare, non più Bari come scenario, ma una imprecisata grande città del Meridione, simile a tante altre città, ormai non solo del Sud.
Piccole cortesie tra amici è il titolo che avrei scelto io per questo romanzo, espressione usata dal senatore Leonardo Barracane rivolgendosi al sindaco Gabriele Lovero, preoccupato per la sua rielezione. In cambio dei voti che il senatore potrebbe assicurare, che consentirebbero la rielezione certa, Lovero si trova così legato ai maneggi e alle illegalità orchestrate dall’influente politico.
Un patto col diavolo? Sicuramente, con esiti inevitabilmente drammatici, come è prevedibile quando si gioca in un mondo senza regole e ci si trova costretti ad avvallare la costruzione, voluta da un consorzio edilizio dubbio, di un intero quartiere residenziale, nella zona della cava del Nazareno. Terreno protetto, tra due fiumi a rischio idrogeologico.
Se non fosse che la cava del Nazareno è stato teatro di un presunto suicidio, avvenuto anni prima, su cui il capitano Bosvades indaga. Che Lorenzo Vinciguerra, giovane avvocato ambientalista amico di Bosvades, si sia davvero buttato in una cava contigua ai futuri cantieri edilizi, sembra contraddetto dai riscontri e da una frettolosa indagine che voleva essere portata a termine il più in fretta possibile.
Se la sincerità degli intenti è indubbia, l’atto di denuncia e i meccanismi alla base di raggiri e corruzione che vedono implicata la pubblica amministrazione risulta credibile e per alcuni versi anche efficace nel portare l’attenzione del lettore su mali endemici (l’alluvione di Genova, è recente e le sue ferite sono ancora aperte) singolare la scelta dell’autore di non puntare sull’effetto, sulla drammaticità più immediata, ma anzi al contrario utilizzare un basso profilo che si riflette in uno stile se vogliamo dimesso, a tratti spoglio.
La quotidianità, la banalità del male che si riflette in scelte minime con ripercussioni a cascata, quasi intollerabili, sembra il cuore del romanzo e per descriverla l’autore utilizza una certa uniformità, anche nel caratterizzare i personaggi, quasi ombre in un teatro dove squallore e meschinità sembrano primeggiare.
Significativo e rivelatore lo scambio di battute tra il geologo Whitaker e Bosvades durante il loro incontro nella foresta di pini mediterranei. Quando Bosvades domanda perchè lo scienziato non abbia appoggiato Lorenzo Vinciguerra, e non si sia opposto fermamente, lui risponde candidamente per vigliaccheria, per non essere messo in mezzo e rischiare carriera e forse anche la vita.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale.
Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012.

:: Il dio del deserto, Wilbur Smith, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 febbraio 2015

il dioTamose, nuovo faraone e figlio del deceduto Mamose VIII, si ritrova a dover governare l’Egitto, ma per fortuna è seguito da Taita che gli rende le cose più semplici.
Non sono semplici però per Taita che si trova a dover fare anche da tutore alle due sorelle minori di Tamose, che rimaste orfane non hanno più nessuno che le guidi e si prenda cura di loro a parte il fratello, e lui lo ha promesso alla regina Lostris sul letto di morte.
A rendere ulteriormente complicate le cose arriva anche il momento in cui sorge la necessità si sigillare l’alleanza con Creta offrendo in dono a Minosse due vergini: le sorelle minori di Tamore, Tehuti e Bakatha. Ovviamente il compito ingrato di accompagnarle durante il viaggio spetta a Taita.
Le due ragazze però non hanno ereditato dalla madre solo l’aspetto fisico ma anche lo spirito e non accettano a cuor leggero la decisione.
Durante il viaggio che non è libero da sfide, avventure, imprevisti e guai, le due ragazze si innamorano rispettivamente di un luogotenente di Taita e di un soldato della flotta facendo aumentare a livelli spropositati le preoccupazioni del povero eunuco.
Arrivati a Creta dopo mille peripezie Taita scopre di essere solo all’inizio dei problemi.
Ultima uscita per ora della saga egizia non tradisce le aspettative dei lettori dimostrando ancora una volta che Wilbur Smith è il miglior romanziere storico dei suoi tempi.
Le descrizioni dei luoghi e gli avvenimenti storici raccontati denotano una conoscenza accurata derivata da grande passione e studio da parte dell’autore.
Anche stavolta la narrazione scelta è in prima persona con voce narrante quella di Taita.
I personaggi sono sempre molto realistici come ci ha abituato nei suoi libri precedenti.
Un romanzo che riempie il cuore e l’animo del lettore lasciando un vuoto grande alla sua fine.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933.
Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University.
Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile.
I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere.
Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.

:: Il dio del fiume, Wilbur Smith, (Longanesi, 2010) a cura di Micol Borzatta

1 febbraio 2015

il-dio-delLostris è appena divenuta donna ed è pronta per vivere il suo amore con Tanus, guerriero agli ordini di suo padre, il Visir, e con cui è cresciuta fin da piccola. I due giovani sono seguiti e aiutati dall’eunuco Taita, schiavo del padre di Lostris che dopo averlo preso come amante, una notte, avendolo trovato a letto con una donna lo ha fatto castrare e ha fatto uccidere lei.
Lostris prega Taita di ottenere dal Visir il consenso per sposare Tanus, ma come risposta viene fatto frustare perché nel profondo il Visir odia Tanus.
Nel frattempo arriva la festa di Osiride e Taita fa partecipare alla rappresentazione Lostris e Tanus. Rappresentazione che porterà il faraone Mamose VIII a innamorarsi di Lostris e ottenere il consenso del padre alle nozze, e a punire Tanus per il discorso fatto alla fine della rappresentazione dove denuncia i problemi dell’Egitto. Il Visir chiede la morte di Tanus ma il faraone gli concede due anni per sistemare i problemi da lui denunciati, se ci riuscirà avrà salva la vita altrimenti la morte.
Taita dal canto suo ha una visione dove vede Lostris e Tanus insieme che crescono i loro figli, ma lei orami è la moglie del Faraone, com’è possibile? Eppure le sue visioni non sbagliano mai.
Primo romanzo della saga egizia di Wilbur Smith.
La scelta di narrazione fatta da Smith è quella di raccontare le vicende in prima persona usando come voce narrante quella di Taita, come se fosse un diario scritto di suo pugno.
Le ambientazioni sono descritte e raccontate fin nei minimi particolari denotando uno studio approfondito da parte dell’autore.
I personaggi poi sono davvero fantastici. Descritti con grande maestria trasmettono al lettore ogni singolo pensiero ed emozione che provano coinvolgendo il lettore non solo mentalmente ma anche sentimentalmente fin nel profondo.
Un romanzo davvero spettacolare che rivela tutta la bravura di Wilbur Smith.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933. Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University. Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile. I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere. Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.

:: Ogni giorno come fossi bambina, Michela Tilli, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

30 gennaio 2015

OgniArgentina è anziana, ma vive ogni giorno con l’entusiasmo di quando era bambina, ricordando il paesino in Basilicata che lasciò all’inizio degli anni Cinquanta per venire a vivere a Milano con il marito ormai morto. Arianna non ha ancora diciotto anni, soffre per il suo sovrappeso e bullismo e bocciature l’hanno portata a chiudersi in casa davanti al pc e in mezzo ai libri.
Due persone più diverse tra di loro non potrebbero esistere, ma quando Arianna viene praticamente costretta dai genitori ad accettare un lavoro come dama di compagnia di Argentina pena il non poter più usare il pc per rimanere in contatto con i suoi amici e scrivere sul suo blog letterario, tra queste due donne di età diversa nasce qualcosa di indescrivibile, che le porterà a rivoluzionare le loro vite, Argentina per quello che le resta, Arianna per trovare un nuovo inizio.
Il tema del rapporto tra generazioni è un evergreen e un qualcosa che torna molto nei romanzi di questi anni, soprattutto nelle storie al femminile. Nella storia che Michela Tilli racconta però sono tanti gli elementi interessanti e attuali, oltre che un’ambientazione per una volta italiana e non straniera, tra le metropoli del Nord e i paesini da cui tante persone sono partite anni e anni fa, per non tornare ma lasciando lì una parte del loro cuore.
Argentina, capace di raccontare storie appassionanti e di avere ancora sogni nel suo cuore, è un’anziana, che la figlia in carriera sopporta a fatica, perché è lontana anni luce dagli standard di efficienza della nostra società ed ormai è ai margini della vita. Arianna rappresenta un altro problema di oggi, l’emarginazione dei giovani soprattutto di genere femminile che non si adeguano ai canoni e ai modelli familiari e sociali, perché è sovrappeso, intelligente ma timida, persa in un suo mondo tra pc e libri da cui è difficile uscire e in cui lei sta bene e che i genitori non capiscono.
Da due marginalità, nate in maniera diversa ma sempre marginalità, nasce complicità e amicizia, perché Argentina darà a Arianna considerazione e stima, e Arianna darà ad Argentina la voglia di dare un’ultima svolta alla sua vita, perché non c’è un’età giusta per inseguire i propri sogni.
Tutto questo non è scontato né retorico, in una società come la nostra che discrimina anziani e diversi, dove aumenta il numero di ragazzi e ragazze, per la crisi ma non solo, che decidono di chiudersi in casa perché il mondo fuori ragiona per stereotipi: si chiamano hikikomori, termine giapponese perché nel Paese del Sol levante ci sono stati i primi studi su di loro, ma ormai ci sono in tutto il mondo occidentale.
Un libro che parla di ieri e di oggi, della vita nei decenni passati e di come si vive oggi, di amicizie improbabili ma vere, della difficoltà ma anche della ricchezza di essere diversi, dell’importanza di saper capire cosa si vuole e qual è il nostro posto nel mondo, anche se non si ha la fortuna di incontrare una Argentina nella propria vita.

Intervista con Michela Tilli qui.

Michela Tilli è nata a Savona e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo gli studi in filosofia ha intrapreso la carriera di giornalista che ha poi lasciato per dedicarsi alla scrittura narrativa. È stata autrice per la TV e attualmente lavora per il teatro.

:: La memoria dei fiori, Il diario di Rywka Lipszyc, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2015

diaIl libro scelto da Garzanti per celebrare la Giornata della Memoria di quest’anno, che coincide con i settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è La memoria dei fiori, titolo deciso a tavolino per presentare Il diario di Rywka Lipszyc, un’adolescente ebrea del ghetto di Lodz, in Polonia.
Non è il primo diario di una persona travolta dalla Shoah che capita di leggere, basti pensare al celeberrimo diario di Anna Frank, ma questa storia si distingue per originalità e peculiarietà.
La vicenda di Rywka, raccontata dalle sue parole in un diario incompleto, è da leggere e meditare, visto che è la testimonianza su un aspetto non così noto, la situazione del ghetto della città di Lodz, che si era distinta negli anni prima della guerra come una delle più illuminate a accogliere etnie e religioni diverse. Rywka è molto diversa da Anna Frank, che visse nascosta con la sua famiglia, è una ragazza che si trova orfana e costretta a lavorare in fabbrica per salvarsi la vita, con fratelli e sorelle a cui badare, oltre a tre cugine di cui due si sono salvate e vivono oggi in Israele, ormai anziane.
Ma la cosa interessante di questo diario, giunto alla pubblicazione dopo un lungo iter, è la storia che c’è dietro, anzi le storie. Il diario fu trovato ad Auschwitz da Zinaida Berezovskaya, medico militare dell’Armata Rossa che lo portò con sé a casa in Siberia, non parlandone con la sua famiglia. La nipote di Zinaida, Anastasia, trovò nel 1995 il diario nella casa della nonna che stava smantellando dopo la scomparsa di questa, e decise di portarlo a San Francisco, dove risiedeva, per affidarlo a persone più competenti.
Il diario di Rywka è giunto poi nelle mani del Centro di studi sull’olocausto del nord California e del Brooklyn College, che hanno riconosciuto l’importanza di questa testimonianza, lo hanno scansionato, trascritto e tradotto e poi pubblicato, cercando notizie su Rywka e la sua famiglia. Ma la storia di questa ragazzina sparita nelle maglie della Shoah non finisce qui.
Il diario fu trovato ad Auschwitz, da cui Rywka riuscì a salvarsi per l’arrivo dell’Armata Rossa, per essere ricoverata in un ospedale di campo inglese dove la videro per l’ultima volta le cugine sopravvissute, credendo per anni ad una sua morte mai confermata. Le notizie in seguito sono frammentarie: la storica Judy Janec racconta in appendice al libro le sue ricerche in merito, Rywka non risulta morta in ospedale come sembrava in un primo tempo, né deceduta altrove, ad un certo punto le notizie su di lei si perdono, senza che ci sia una tomba, cosa che ai reduci dei lager morti negli ospedali era comunque concessa. Ancora oggi il suo caso è aperto, e anche nell’edizione italiana si invita a dare notizie al Centro se si sa qualcosa in merito.
D’altro canto, dentro c’è un altro mistero, perché negli appunti della dottoressa Berezovskaya in merito al diario, si parla che conterrebbe la storia di una mamma separata da suo figlio, cosa che non corrisponde assolutamente al contenuto del documento.
Quindi il mistero resta, e la storia di Rywka è da un lato l’ennesima testimonianza su una tragedia immane, ma dall’altro offre la speranza che da qualche parte Rywka abbia potuto vivere la sua vita e che qualcuno un giorno possa dire come e dove è andata a finire.
Un libro per chi non vuole dimenticare e anche per chi vuole un attimo sperare sui casi della vita.

Rywka Bajla Lipszyc (ʁivka lipʃitz) (15 set 1929 – 1945?) è stata un’ebrea polacca che scrisse un diario personale, nel ghetto di Lodz in Polonia durante l’Olocausto. Sopravvisse alla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, seguita da un trasferimento a Gross-Rosen e ai lavori forzati nel sottocampo di Christianstadt. Sopravvisse anche a una marcia della morte verso Bergen-Belsen, e visse per vedere la sua liberazione nell’aprile del 1945. Troppo malata per essere evacuata, fu trasferita in un ospedale a Niendorf dove. Il suo diario, composto da 112 pagine, è stato scritto in lingua polacca tra l’ottobre 1943 e l’aprile 1944. Il diario è stato tradotto in inglese da Malgorzata Markoff e commentato da Ewa Wiatr. E ‘stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nei primi mesi del 2014, circa 70 anni dopo che era stato scritto.

:: Mediorientarsi – Specchi Rotti, Elias Khoury (Feltrinelli, 2014) a cura di Matilde Zubani

28 gennaio 2015

elE’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Innanzitutto è la storia di Karim Shamms e del suo ritorno in Libano dopo dieci anni passati in Francia, dove è diventato uno stimato dermatologo e dove ha trovato rifugio dalla tempesta che lunghi anni di guerra civile hanno agitato nella sua anima. Karim decide di tornare, perché suo fratello Nassim gli ha proposto di costruire insieme un nuovo ospedale per Beirut, proprio quando pensava di aver ormai chiuso la sua porta sul Libano.
Nassim e Karim sono due fratelli nati nello stesso anno eppure così diversi (il tema del “doppio” ricorre più volte all’interno del romanzo), tanto da ritrovarsi poi schierati su fronti opposti nel conflitto che ha infiammato la loro terra. Hanno trascorso la giovinezza accanto al padre Nasri, un uomo ossessivo, dalla forte personalità, che finirà per condizionare profondamente le loro vite. Tornare a Beirut significa per Karim ripiombare in un passato fatto di frasi non dette e di dolori appena sopiti, sotto i suoi occhi scorrono frantumi della sua stessa vita: ha cercato di lasciarsi alla spalle l’amore per Hind, diventata poi la moglie del fratello, i sensi di colpa e l’amarezza per la fine di alcuni compagni di lotta, le verità scomode sulla sua famiglia, eppure tutto è così vivido.
Il Libano non è solo uno scenario tormentato, colpisce l’atmosfera sensuale fatta di odori e sapori, ma anche di amori in carne ed ossa: incontri appassionati ed immagini estremamente poetiche, nel senso più mediorientale del termine. L’autore dimostra di tenere molto alla tradizione letteraria arabo-persiana servendosi di immagini allegoriche classiche, in primis quella dello specchio, nonché scegliendo di concludere il romanzo con un maqta’ in piena regola: come nel sonetto persiano, l’ultimo verso della narrazione contiene il nom de plume dell’autore, che viene tradizionalmente inserito nel contesto con qualche abile giro di parole. (Ringrazio un amico esperto di letteratura araba per avermi fatto notare questo imperdibile dettaglio, non so come, ma per un attimo avevo pensato ad una clamorosa caduta di stile!).
L’abilità narrativa di Khoury è notevole, il ritmo si mantiene impetuoso fino all’apice del finale, quasi apocalittico, lasciando spazio ad alcune parentesi storico-politiche che suggeriscono la complessità dell’ambientazione tout court, senza però pesare troppo sulla scorrevolezza della lettura.
Specchi rotti è un libro che mi è molto piaciuto e quindi, senza aggiungere altro, ve lo consiglio!

Elias Khoury è nato a Beirut nel 1948. Ha scritto numerosi romanzi, opere teatrali e saggi. In Libano è considerato una delle personalità di spicco in ambito letterario, ma anche politico. Da anni gioca un ruolo importante nella difesa della libertà d’espressione. Nel 2008 ha ricevuto il Sultan Oweiss Award per la narrativa e il Prix IMA pour le roman arabe. In Italia sono stati pubblicati anche: Il viaggio del piccolo Gandhi (Jouvence 2001), Facce bianche (Einaudi 2007), Yalo (Einaudi 2009) e La porta del sole (Feltrinelli 2014).

La guerra civile del Libano – In molti sostengono che alla base della lunga guerra che ha insanguinato storia del Libano per quindici anni ci sia stato l’esasperato confessionalismo su cui lo Stato si è fondato, dopo l’indipendenza dalla Francia (1943). Cercando di semplificare, possiamo distinguere cinque diverse fasi del conflitto: 1975-1976, Fase Palestinese, nel 1975, in seguito ad un massiccio afflusso di profughi si contano circa 300.000 palestinesi su tutto il territorio libanese, molti dei quali sono guerriglieri che combattono per la libertà della Palestina. La rappresaglia israeliana non si fa attendere e i bombardamenti aerei colpiscono indistintamente i guerriglieri e i civili (palestinesi e libanesi). I primi a reagire a questa presenza sono i cristiani e scoppia la guerra. 1976-1978, Fase Siriana, caratterizzata dall’intervento dei siriani in funzione di mediatori. 1978-1982, Fase Israeliana, Israele avvia in Libano un’operazione congiunta aerea e terrestre che durerà diversi giorni. Prima di ritirarsi l’esercito instaura una zona di sicurezza, che si trasforma in una vera e propria occupazione militare. Questa cosiddetta “fascia di sicurezza” sarà restituita al Libano solo nel 2000. 1982-1990, Fase Integralista, compaiono sul campo gli Hezbollah (milizia musulmana sciita filo-iraniana) creando profonde divisioni interne al fronte musulmano. 1988-89: Fase delle Guerra Inter-cristiana, in cui lo scontro è tra le varie fazioni della destra cristiano maronita, seguita alla “Pax Siriana”, che ufficializza la presenza dell’Esercito di Damasco in Libano attraverso un trattato di alleanza. Il 13 ottobre 1990 termina ufficialmente la guerra civile: 15 anni di combattimenti, massacri e tensioni provocano – fra civili e militari – più di 150.000 morti.

:: Liberi junior – Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry , (Beat edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2015

Piccolo PrincipeIl piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è uno dei libri per bambini – adatto anche agli adulti-, più conosciuti al mondo e non a caso è stato tradotto in più di duecento lingue e dialetti, tra cui l’Esperanto. Nonostante questa sua fama, l’ho letto – e me ne pento – per la prima volta solo qualche anno fa. La mia prima conoscenza del Piccolo principe è avvenuta attraverso un cartone animato che facevano in TV negli anni ’80, del quale ricordo l’immagine di questo ragazzino biondo, che viveva sul suo pianeta con una rosa parlante. Solo anni dopo, ho scoperto che quel cartoon era ispirato al libro dello scrittore di Lione, pubblicato per la prima volta il 6 aprile del 1943, in inglese, dall’editore Reynal & Hitchcock di New York. La storia è semplice e affascinate, perché narra l’incontro tra un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, e un bambino che come prima cosa gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, nel quale non è difficile, identificare l’autore stesso, rimane un po’ stranito dalle richieste e dalle cose che quello strambo ragazzino gli chiede. Solo ascoltandolo, l’adulto capirà che quel bambino ha in sé un’avventurosa storia da raccontare. Il Piccolo principe comincia a dire di sé, narrando che viene da un asteroide dove vive con rosa vanitosa che lui accudisce. Il ragazzino prosegue il suo racconto descrivendo i viaggi che ha fatto, prima di arrivare sulla Terra, partendo dall’asteroide 325 al 330. Queste esperienze gli hanno fatto scoprire che i grandi sono persone davvero molto strane. Il Piccolo Principe non venne solo scritto, ma anche illustrato da Antoine de Saint-Exupéry  e ciò che mi stupisce di questo libro, ogni volta che lo rileggo, sono la spontaneità insita nel piccolo protagonista e la sua capacità di stupirsi davanti alle piccole cose quotidiane. Lo sguardo puro e innocente del ragazzino venuto sulla terra da un altro pianeta, mi fa pensare a quella “parte bambina” che molte persone perdono, assieme alla capacità di provare meraviglia per gli eventi del viver quotidiano, quando diventano adulti. Forse al Piccolo Principe i grandi incontrati (un vecchio re solitario che si crede onnipotente e che cerca di farlo suo ministro per essere sempre ascoltato; un uomo d’affari che passa i giorni a contare le stelle credendo che siano sue; o un geografo seduto alla sua scrivania che ha idea di come sia fatto il suo pianeta) sembrano strani, poiché seguono un comportamento che non ha più la spontaneità tipica della fanciullezza, perché trasformato dalle prove della vita. Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è sì un libro per bambini, ma ha in sé una natura filosofica che riflette su tematiche eterne della condizione dell’uomo come la solitudine, il significato dell’amore e dell’amicizia. Un pensare che invita tutti i lettori – grandi o piccini che siano – a cercare il senso della vita e a mantenere viva, anche da grandi, la stessa capacità di meravigliarsi per le piccole cose, tipica del Piccolo Principe venuto dall’asteroide B 612.

Traduzione integrale dal francese di Giuliano Corà, condotta sulla base dell’edizione originale dell’opera.

Antoine de Saint-Exupéry nacque a Lione nel 1900 e morì il 31 luglio 1944 a bordo del suo aereo, abbattuto da un caccia tedesco al largo della costa marsigliese. Scrisse numerose opere sul mondo dei primi voli aerei, tra i quali Volo di notteTerra degli uomini e L’aviatore. Compose Il Piccolo Principe negli Stati Uniti e lo dedicò al bambino che fu Léon Werth, suo grande amico. Nel 1946, a guerra finita, Gallimard diede alle stampe l’edizione francese dell’opera. Saint-Exupéry non ebbe dunque il tempo di vederla pubblicata in patria né di assistere al suo strabiliante successo dell’opera che ha venduto 150 milioni di copie.

:: Patagonia, Mauro Boselli, Pasquale Frisenda (Bao Publishing, 2014) a cura di Davide Mana

23 gennaio 2015

pat

Nel panorama della cultura “popolare” italiana, Tex è un colosso che getta un’ombra lunga in una quantità di direzioni diverse. Gli italiani non hanno imparato ad amare il West leggendo L’Amour o McMurtry – gli italiani hanno imparato ad amare il West leggendo Tex.
E il fumetto di casa Bonelli è diventato per molti un oggetto di culto, una forma di fede, un punto di riferimento fondamentale – tanto che qualunque variazione sui temi classici, qualunque deviazione dalla formula che si è dimostrata fin qui vincente, qualunque “invenzione” rischia di alienare lo zoccolo duro dei fan.
Gestire Tex, il personaggio, la serie, è un lavoro che richiede una delicatezza estrema, e una quantità di coraggio degna dell’eroe che mette il suo nome sulla copertina degli albi.
Bisogna essere come Tex, per fare Tex.
L’Albo Speciale numero 23, Patagonia, uscito all’orgine nel 2009 e ristampato ora in versione extralusso, gioca col mito e si allontana dalla pista battuta, correndo tutti i rischi del caso.
Dimostra coraggio e intelligenza, e viene premiato per entrambi.
Tex viene invitato in Argentina come mediatore, vista la sua esperienza nel gestire i rapporti non sempre idilliaci fra i “selvaggi” e le persone “civilizzate”.
La trasferta a sud dell’equatore porta il ranger con la camicia gialla a contatto con una cultura che è al contempo familiare – siamo dopotutto su di una frontiera, anche se non è quella dell’ovest – e alieno.
Sarà necessario entrare in contatto con questa nuova terra, imparare a conoscerla, per capire chi siano i buoni e i cattivi, per capire da che parte schierarsi.
Per tentare di risolvere un problema che forse è irrisolvibile.
Il senso di alienità strisciante, di ingannevole familiarità, è trasmesso anche dal disegno – che è Tex ma inserisce elementi stilistici diversi, lasciando al lettore la sensazione che tutto sia come al solito, ma non completamente.
Patagonia riprende la mitologia della frontiera ma la coniuga in maniera diversa. Adotta e incorpora la mistica del gaucho, gli scenari spazzati dal vento delle grandi pianure argentine.
Ci fu un tempo in cui era frequente che la discussione dei meriti e dei demeriti di Tex si incuneasse in una assurda diatriba politica.
Patagonia cortocircuita molte delle aspettative di coloro che hanno incasellato il personaggio a livello ideologico – e ci riesce senza tradire il personaggio stesso, insinuandoci così il dubbio reale che tutte quelle chiacchiere non fossero altro che questo, chiacchiere.
Alla fine, Tex rimane il colosso di sempre, un’icona per i suoi adoratori, un personaggio che sarebbe stupido ignorare per snobismo o pregiudizio per tutti gli altri.
Patagonia è arte sequenziale.
E vale una rilettura.

Mauro Boselli è nato a Milano il 30 agosto 1953. Sceneggiatore, redattore, traduttore, poligrafo, lavora da più di trent’anni nel campo dei fumetti. Dopo un’esperienza come assistente del creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, e la realizzazione di pioneristici “fumetti in TV” (la serie “Tex & Company”, prodotta con Ferruccio Alessandri e Giorgio Bonelli), nel 1984 entra alla Sergio Bonelli Editore come redattore delle riviste “Pilot” e “Orient Express”. Factotum impegnato in traduzioni, revisioni, impaginazioni, correzioni, stesure di articoli e di “librini” allegati agli Speciali, Boselli scrive una prima storia di “Tex” con Gianluigi Bonelli, “La minaccia invisibile”, poi la mini-serie “River Bill”, su soggetto di Guido Nolitta. Il suo primo episodio di “Zagor”, personaggio di cui avrà la cura editoriale per oltre dieci anni, è del 1991. Nel 1994, con “Il passato di Carson”, entra nel ridottissimo staff di “Tex”. Nel 2000, crea, con Maurizio Colombo, la serie horror “Dampyr”. A tutt’oggi, Boselli ha realizzato più di trentamila pagine di fumetti per la Sergio Bonelli Editore e ha ricevuto svariati premi del settore. Dovuto alla sua penna è il romanzo “Tex Willer. La storia della mia vita”, autobiografia “ufficiale” di Tex, pubblicata da Mondadori. Dal 2012 è curatore di “Tex”.

Milanese, Pasquale Frisenda è nato l’8 gennaio 1970. Dopo aver seguito il Corso di Fumetto e Illustrazione presso il Castello Sforzesco, entra in contatto con lo Studio Comix, di Ambrosini e Casertano, che favorisce l’inizio della sua collaborazione con la testata “Cyborg” della Star Comics. Il battesimo del fuoco si dà per Frisenda nel 1992, con la pubblicazione di “Tenebra”, scritto da Michele Masiero, proprio sulle pagine di “Cyborg”. Pasquale Frisenda consolida la sua posizione professionale entrando a far parte della squadra che realizza le nuove avventure di Ken Parker, e lavora a Ken Parker Magazine fino al confluire della testata sotto l’egida della Sergio Bonelli Editore. A questo punto, il giovane disegnatore viene cooptato per l’horror-western di Gianfranco Manfredi, diventando copertinista della testata dal n. 32 al n. 75 della serie. Successivamente si mette al lavoro sul 23esimo “Tex Speciale”, uscito nel 2009, e su di una storia pubblicata nel quinto “Dylan Dog Color Fest”. Attualmente fa parte dei disegnatori di Tex.