Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: La ballata di Dante, Eduardo González Viaña, (Baldini&Castoldi, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 gennaio 2015

LaballataQuello che mi ha stupito di La ballata di Dante di Eduardo González Viaña è la capacità dell’autore di realizzare una sorta di versione latinoamericana della Divina Commedia di Dante (non me ne vogliano le spoglie del sommo poeta). Non fraintendete l’affermazione precedente, ma conosce la vicenda narrata dal poeta fiorentino, leggendo questo libro edito da Baldini&Castoldi avrà la sensazione di sentir riecheggiare Dante nella contemporaneità americana di Viaña, dove cultura made in U.S.A. e made in Messico si incontrano e scontrano. Dante Celestino è come il Dante della Divina Commedia, perché anche il personaggio dello scrittore sudamericano partirà per un viaggio che lo porterà ad attraversare l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere una situazione di vita paragonabile alla tranquillità paradisiaca. Il messicano Dante Celestino arriva in Oregon e rimane sempre fermo in quel luogo dove, da solo, cerca di crescere la figlia Emmita, perché la moglie bibliotecaria Beatriz, altro riferimento alla Divina Commedia che richiama alla mente la Beatrice del paradiso dantesco, è morta. Quando la ragazzina raggiunge i quindici anni, Celestino preso dall’entusiasmo –troppo in effetti- organizza una spettacolare cerimonia per celebrare l’ingresso della figlia in società. La gioiosa fatica di Dante verrà spazzata dalla brutale irruzione durante i festeggiamenti di un gruppo di giovani motociclisti che semineranno paura e terrore tra i partecipanti. Il dramma si compie con la fuga di Emmita con Johnny Cabada, il capobanda dei bikers, che si è arricchito con il traffico di stupefacenti. Dante, accompagnato da un asino zoppo e parlante che gli fa da guida spirituale e che, non a caso, si chiama Virgilio, valica i confini dell’Oregon viaggiando per tutti gli Stati americani alla ricerca dell’amata figlia. Certo, nel libro di Viaña non troviamo i vari gironi danteschi con i loro dannati, ma nelle avventure vissute da Celestino povertà, istinto di sopravvivenza, violenza e male che mina gli uomini si mescolano in modo così perfetto da fa apparire, agli occhi di chi legge, il pellegrinaggio del protagonista un vero e proprio viaggio all’inferno. La ballata di Dante di Viaña è interessante perché attraverso la figura di Dante Celestino e della figlia, l’autore racconta le difficoltà di inserimento sociale che molti immigrati hanno nel momento in cui si trasferiscono dal loro Paese d’origine in quello che li ospita. Se la figlia di Dante si sente perfettamente americana e in certi momenti sembra quasi ripudiare le proprie origini del Sud, il padre è l’opposto. Dante vive da sempre in Oregon in condizioni economiche non floride, non sa parlare inglese, non ha documenti d’identità regolari e non riesce a integrarsi nella società americana, perché molto legato alle sue radici messicane. Questo non fa altro che creare un conflitto con la giovane e ribelle Emmita, un dissidio riguardante il classico conflitto generazionale tra genitori e figli. La ballata di Dante Eduardo González Viaña crea il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, nel quale temi come gli scontri tra culture diverse e generazioni differenti è trattato con delicatezza, garbo e con una sottile ironia che conferma quanto i libri, spesso e volentieri, riflettano quella che è al realtà quotidiana nella quale i lettori vivono. Traduzione Lucia Lorenzini.

Eduardo González Viaña (Chepén, 1941) giornalista oltre che scrittore peruviano, da molti anni vive in Oregon, dove ha esercitato l’insegnamento presso l’Università, e da questa località invia periodicamente a un ampio circolo di lettori l’e-mail «Correo de Salem», che contiene spesso osservazioni pungenti sulla società statunitense. Ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di racconti. Ha ricevuto importanti riconoscimenti fra i quali il Premio Juan Rulfo per il racconto (1999) e nel 2007 il prestigioso International Latino Book Award proprio per La ballata di Dante.

:: Blood magic, Tessa Gratton, (Piemme, 2012) a cura di Micol Borzatta

21 gennaio 2015

1578-Sovra.inddSiamo nel 1908, Philip incontra Josephine, una bambina speciale e decide di prenderla con sé. Per Josephine il cambiamento sembra essere noioso, sì sta imparando a leggere, a scrivere, a vivere nella società per bene, ma non sono solo questi i cambiamenti, Philip infatti è uno stregone del sangue e le insegnerà tutto riguardo alla magia, anche a come prolungare la vita in modo da poter vivere quasi per sempre.
Giorni d’oggi. Drusilla e Reese sono rimasti orfani, tutti dicono che il padre ha ucciso la loro madre e poi si è suicidato, ma loro continuano a non crederci e i sospetti aumentano quando scoprono il libro degli incantesimi di loro padre. Iniziando a studiare e indagare Drusilla si innamora di Nick, ma scopre anche che la madre di lui era legata in qualche modo al padre di lei ed entrambi sapevano usare la magia.
Quale mistero unisce le due famiglie e perché sembra che qualcuno li stia cercando e voglia far loro del male?
Un libro mozzafiato pieno di colpi di scena che tiene il lettore legato a sé in uno stato febbricitante che lo porta a voler arrivare alla fine il prima possibile per sapere come si svolgono i fatti.
I personaggi sono descritti talmente a fondo anche a livello psicologico ed emotivo che è facile instaurare un rapporto empatico con loro e considerarli come degli amici di vecchia data.
I sentimenti vissuti vengono provati in prima persona per tutta la lettura e riempiono il cuore del lettore avvolgendolo in un bozzolo di emozioni che lo isola dal mondo esterno coinvolgendolo ancora di più nelle avventure dei protagonisti.
La trama è ben sviluppata, anche se nelle prime pagine del libro non sembra, infatti fin dalla prima riga viene introdotto immediatamente l’argomento di fondo del libro dando l’impressione che manchi un’introduzione, ma continuando a leggere l’impressione svanisce subito e ci si trova trasportati immediatamente in un nuovo mondo pieno di sorprese.
Un ottimo paranormal-romance che consiglierei non solo alle teenagers ma anche a un target più adulto.

Tessa Gratton ha sempre voluto fin da bambina diventare una maga una paleontologa. Crescendo ha studiato poesia epica, inglese e tedesco. Dopo aver viaggiato molto ha deciso di vivere in Kansas. Blood Magic è il suo romanzo di esordio. Nel 2012 è uscito il seguito The blood keeper.

:: Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2015

23653542Sheldon Horowitz, ebreo americano, ex marine, ha vissuto sulla sua pelle le guerre degli ulitmi sessant’anni della storia mondiale e ora si ritrova vedovo, a vivere con la nipote, figlia nata postuma del figlio deceduto in Vietnam quarant’anni fa, e il compagno di questa in Norvegia, paese così lontano dagli Stati Uniti, dove ha fatto l’orologiaio, non dimenticando il suo passato con cui non riesce a fare i patti fino in fondo e ha qualche problema legato all’età di mancanza di memoria e simili.
Un giorno la vita e il destino irrompono nella sua casa, nelle persone della vicina di casa e del suo bambino, provenienti dal Kosovo, quel luogo in Europa in cui nemmeno vent’anni fa si è consumata una delle guerre più crudeli e violente dell’era moderna, con corollari, come gli stupri etnici, atroci, in fuga da un pericolo. E questo cambierà la vita di Sheldon una volta per tutte, in una storia on the road con una nuova, forse, ragione di vita per compensare quello di cui non si è mai perdonato.
Uno strano luogo per morire, libro di esordio di Derek B. Miller, funzionario ONU anglosassone che vive da anni a Oslo in Norvegia è un libro interessante e complesso, leggibile a più livelli. Gli amanti dei thriller troveranno abbastanza pane per i loro denti, con tanto di poliziotti integerrimi e molto inseriti nel sistema di una democrazia solida ma molto inquadrata, contro la quale però l’autore non si scatena più di tanto, non raccontando il lato oscuro della Scandinavia come hanno fatto Larsson e compagnia negli ultimi anni.
Più che parlare della Norvegia, Paese in cui si è consumata nel 2011 una delle più grandi tragedie del terrorismo ad opera di un bianco neonazista, Miller parla delle guerre e delle contraddizioni degli ultimi sessant’ani, della comunità ebraica e dei suoi problemi, dei conflitti combattuti dalla democrazia americana in nome di ideali sempre diversi e spesso discutibili di ordine mondiale, delle conseguenze di immigrazione, nuove famiglie, tragedie vecchie e nuove sulla vita delle persone. Un libro attraverso cui si leggono tutti questi eventi, ripassandoli e riscoprendoli, a testimoniare come certi problemi e questioni restano e sono eterni, e sono capaci di portare la loro ombra oscura sull’oggi, sulla vita di un pensionato che vive tra rimpianti, rimorsi e quotidianità.
Il tema del tramonto della vita e degli anziani è un’importante colonna del romanzo: Sheldon è un personaggio che o si ama o si odia, a cui è rimasta l’impostazione guerresca della vita ma anche il rimorso di aver spinto il figlio ad arruolarsi e non aver seguito l’esempio invece del biblico Abramo, seguendo la voce del cuore anziché quella del dovere. Un personaggio che ha dentro di sé tutte le contraddizioni dei tempi che ha vissuto, il rimpianto di aver comunque fallito la sua vita in questo mondo, la voglia malgrado tutto di provare a riscattarsi, e il dramma, molto realistico, dell’essere soli e sentire che il proprio passato sta svanendo, con tutte le gioie e i dolori.
Un libro interessante, quindi, magari con qualche caduta di tono (il nonnino in stile Schwartzy alla fine fa un po’ ridere) e un titolo che si poteva evitare visto che anticipa alla grande un finale che poteva anche essere alla fine una sorpresa, anche se in fondo annunciata. Un libro per appassionarsi ad un intreccio, ma anche per riflettere sul mondo in cui si vive e sui rapporti con generazioni passate che spesso si vedono solo come stereotipate e senza la loro vera anima.

Derek B. Miller è il direttore del Policy Lab, organizzazione dell’Istituto per la Ricerca del Disarmo delle Nazioni Unite. Dopo la laurea in relazioni internazionali all’Università di Ginevra e un master in studi sulla sicurezza della Georgetown University, in cooperazione con il St Catherine’s college, Oxford, ha cominciato a scrivere. Uno strano luogo per morire è il suo primo romanzo. Vive a Oslo con la moglie e i figli.

:: Satyricon a Napoli ’44, Roberto De Simone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

14 gennaio 2015

978880621978GRA“Per caso o per destino l’8 settembre 1943 fu anche la data in cui fu stipulato l’armistizio, ma questa volta la famosa Madonna sembrò uscire dalla storia ufficiale. Ben presto i rifugiati bellici nella caverna mariana si accorsero che c’era poco da stare euforici, anzi che la situazione si era aggravata, né si sapeva attribuire alla Madonna alcun intervento prodigioso. Senza sosta rimbombavano le cannonate. I napoletani, dopo l’ordine di evacuare le zone prossime al mare, erano per strada con le loro misere masserizie disposte su birocci, non sapendo dove dirigersi. Dunque il precristiano antro dedicato a Mitra o a Priapo ospitò nuovi rifugiati, e si delineò una marcata scissione tra arcaica religiosità e incombenze smitizzate. I tedeschi intensificarono le loro azioni di sabotaggio e di terrorismo. Gli americani sbarcarono a Capri […] Mancava l’acqua, mancava il cibo, mancava lo Stato, ma certo non mancava Dio. […] Il senso di rivolta divampò senza programma, senza collegamenti, come un misterioso tam tam che allargò sempre più la propagazione. […] E furono le Quattro Giornate di Napoli e le quattro notti del nazismo, in cui l’umano senso del tutto per il tutto spezzò il ferro spinato che aveva tenuto in abiezione l’anima del mondo.”

Tra il 27 e il 30 settembre del 1943 un moto di insurrezione popolare liberò la città di Napoli dal giogo nazista, lasciando agli alleati che vi giunsero il primo ottobre una città ormai affrancata.
Roberto De Simone, allora ragazzino, racconta in queste pagine colme di episodi di storia e frammenti di vita vissuta una città allo stremo delle sue forze, ma eroica nella sua misteriosa capacità di reinventarsi e sollevarsi, ogni volta.
La Napoli del ’44 porta i segni di una invasione appena terminata e quelli altrettanto profondi di un nuovo invasore: l’arroganza dei nuovi arrivati costringe il popolo sfiancato dalla guerra a una sorta di tacito accordo con i nuovi occupanti, in nome di uno scambio non certo equo tra cibi in polvere e donne da vendere, tra un apparente mantenimento dell’ordine e una sempre più diffusa delinquenza di strada.

“Ciò che allora tutti non meritavamo era il discutibile cibo di cui ci nutrivamo: un cibo ridotto in polvere come gli edifici che ci circondavano, e a tale emblema di distruzione corrispondeva la polvere americana che ci sostentava. Polvere di piselli, polvere di fagioli, di lenticchie, di vegetali, e poi polvere di latte, polvere di uova, in sintonia persino con Polvere di stelle, un commestibile motivetto americano con cui cibare i nostri sogni già holliwoodianizzati.”

Fa da sfondo e da sottofondo una languida sacralità di ex voto e promesse infrante, di santi in volo, vecchi e nuovi, e di miracoli in attesa: la santità e la dannazione di una città profanata, aggredita, violata e santificata si respirano, insieme, dentro a ogni suo vicolo e anfratto.
Roberto De Simone è l’amico del pastoraro Turiuccio (perché Napoli è anche i presepi di San Gregorio Armeno) e di Carmeniello, lo scugnizzo senza arte né parte ma dal cuore grande.
Sono loro il centro di questo romanzo o melodramma – come lo ha definito lo stesso autore – fatto di tante storie, tenute insieme proprio dal racconto a volte lucido a volte visionario del giovane Roberto che, con un salto nel passato di quasi settant’anni, ritorna in una Napoli che non esiste più, ma in cui è facile ritrovare immagini, melodie e luoghi familiari.

“A volte avevo l’impressione che Napoli fosse una insensata serie di fotogrammi senza parole, con il commento sonoro di un pianino munito di osceni pensieri sessuali e di progetti omicidi.”

Visioni che ci rimandano a una città travolta dai suoi stessi fantasmi e dalle più antiche ossessioni: le strade di Napoli sono gironi infernali popolati da dannati e peccatori incontinenti con lo sguardo rivolto verso il cielo in attesa di una grazia qualsiasi. Un labirinto in cui si ripetono situazioni e miracoli e in cui è inevitabile perdersi e tormentarsi.

Eppure la prostituzione, più che elemento trasgressivo, era considerata una ineluttabile necessità, un antico tributo da pagare al liquido spermatico del conquistatore che solo a tale prezzo, da che mondo è mondo, eiacula una scatoletta di viveri mutando l’atto di amore in animalesco sfoggio di maschietà.

La scelta del titolo ci rimanda all’opera di Petronio, un lungo frammento narrativo in cui ritroviamo l’alternanza di prosa e versi, che qui De Simone recupera dalla tradizione orale o da testi musicali mai dimenticati, quasi a scandire la melodia della narrazione. Così ritornano le parole della Tammurriata nera (1944 – A. Nicolardi e E. A. Mario) o di Dove sta Zazà! (1944 – R. Cutolo e G. Cioffi) o della bellissima Munasterio ’e Santa Chiara (1945 – M Galdieri e A. Barberis), per citarne solo alcune.
Così Napoli mette in scena – nella sua delirante e tormentata quotidianità – la tradizione dei canti e delle rappresentazioni popolari, nelle feste comandate o in occasione delle cerimonie religiose in onore di santi come San Gennaro o San Giovanni, nel tentativo di ritrovarsi e di salvarsi.
Quello di De Simone è un romanzo che rende onore alla città partenopea e ai suoi abitanti, più o meno eroici, più o meno santi, sempre rispettoso della sua storia e della sua complessità.
Ha voluto così ricordare nel romanzo una donna in particolare, la madre superiora della cappella del Monastero di San Pietro e Paolo a Pontecorvo – Maria Cristina – la quale sfidando la furia nazista, accolse, pur conscia del pericolo, – nei giorni che precedettero le Quattro giornate di Napoli – un gruppo di giovani che fuggivano al reclutamento del colonello Scholl e pagò con la propria vita la propria coraggiosa scelta.

Munasterio ‘e Santa Chiara…
tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è?!

Roberto De Simone (Napoli 1933), musicista, compositore, regista, autore teatrale, accademico di Santa Cecilia. Ha diretto il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella. Per Einaudi ha pubblicato i volumi: La gatta Cenerentola (1977), Il presepe popolare napoletano (1998 e 2004), Il convitato di pietra (1998), L’opera buffa del giovedì santo (1999), La Cantata dei pastori (2000), Prolegomeni al Socrate immaginario (2005), Novelle K 666. Fra Mozart e Napoli (2006), Cinque voci per Gesualdo (2013) e Satyricon a Napoli ’44 (2014). Ha inoltre curato nei «Millenni» le Fiabe campane e Il Cunto de li Cunti di Giambattista Basile.

:: Capire la Tunisia con Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane, a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2015

UNA_CITTA__UNA_R_530318e9d4713Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane è una conoscitrice della situazione in Tunisia, Paese vicino all’Italia ma percepito come emblema di un’altra cultura e mondo, a cui ha dedicato il saggio Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, scritto alla vigilia delle ultime elezioni, importante per capire destini e evoluzioni di questa nazione divisa tra Oriente e Occidente.

Come le recenti elezioni possono cambiare la società tunisina?

In Tunisia si sono tenute quattro tornate elettorali in tre anni: la prima nell’ottobre 2011 (per l’Assemblea Nazionale Costituente), la seconda nell’ottobre 2014 (per l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo cioè il parlamento), le ultime due tra novembre e dicembre (primo turno e ballottaggio delle presidenziali). Sono elezioni la cui regolarità è stata certificata da decine di organizzazioni indipendenti nazionali e internazionali, con tassi di partecipazione non eccelsi ma comunque sufficienti, avvenute senza gravi incidenti e che hanno sancito il pluripartitismo e l’alternanza. Esse hanno fatto sì che i Tunisini si familiarizzassero non solo con le procedure democratiche di scelta dei rappresentanti (competizione tra partiti, campagne elettorali, e libere elezioni) ma anche con quelle di formazione dell’opinione pubblica tramite il confronto di opinioni, il pubblico dibattito, l’accesso ad una pluralità di fonti di informazioni, la trasparenza delle istituzioni.
In questo apprendistato molto rapido un risultato importante delle recenti elezioni sarà probabilmente una società meno settorializzata in cui verranno a cadere un certo numero di esclusioni reciproche: ci si abituerà a vedere laici discutere con islamisti, marxisti con liberisti, financo vittime del vecchio regime con ex sostenitori di questo. Ci sarà anche un certo rimescolamento dal punto di vista delle classi sociali: la partecipazione politica è già e sarà ulteriormente un fattore di avvicinamento tra strati diversi e di promozione sociale di gruppi in precedenza marginalizzati, che si tratti dei ceti popolari o delle regioni dell’interno e del Sud. Questo processo sarà rafforzato dal fatto che attualmente si fronteggiano due grandi partiti di massa – Nidaa Tounès e Ennahdha – ambedue con ramificazioni nella società civile tramite associazioni culturali, sociali, civiche, gruppi di pressione, lobbies, vicini all’uno o all’altro.
Sul piano culturale si può infine sperare che la normalizzazione democratica e la rimozione delle barriere sociali favoriscano una rinascita della vita culturale che attualmente è in grave sofferenza. Si produce poco in tutti i campi, e ciò che si produce è raramente di alta qualità, mancano spazi e pratiche dedicati alla cultura. Né potrebbe essere altrimenti, dopo vent’anni di “regime” con le sue repressioni e imposizioni nel campo della cultura, e tre anni di transizione in cui la partita tra rivoluzione e contro-rivoluzione è stata ampiamente giocata anche sul terreno del conflitto ideologico.
Dopo queste elezioni – sia che l’esito istituzionale sia un “compromesso storico” tra islamisti e antislamisti, sia che si configuri in una articolazione fisiologica tra una maggioranza e una opposizione disposte comunque al riconoscimento reciproco – il terreno della cultura potrebbe conoscere una nuova effervescenza. Non bisogna dimenticare che fino ad oggi quanto di meglio sia stato prodotto in campo culturale in Tunisia – e c’è tanto beninteso – soffriva di due grossi limiti: era appannaggio di una piccola élite ed era ampiamente tributario di influenze ex coloniali tendenti a scivolare nel neo coloniale da parte della Francia. Si può prevedere una valorizzazione della cultura locale, anche a seguito dei processi di decentramento politico e di uno sviluppo economico su base regionale, insieme ad una apertura all’Occidente, soprattutto ad un “altro” Occidente, meno europeo, più anglo-americano (e anche ad un oriente più “estremo”).

Che tipo di associazionismo giovanile esiste in Tunisia? E quello femminile? Che evoluzione potranno avere?

Prima della rivoluzione l’associazionismo giovanile era un associazionismo di regime, al quale i giovani rispondevano facendo la resistenza passiva, cioè prendendo poco parte alla vita associativa. Dopo la rivoluzione vi è stata una vera e propria esplosione di associazioni grazie alla liberalizzazione delle procedure di autorizzazione Molte sono state formate da giovani. Alcune esistevano in precedenza ma non erano state legalizzate e la loro attività era sistematicamente oggetto di repressione: è il caso della Association Tunisienne des Diplomés Chomeurs (Associazione Tunisina dei Diplomati Disoccupati) che si battono per delle nuove politiche dell’impiego giovanile. Dopo la rivoluzione i giovani hanno creato numerose associazioni in particolare in campo sociale e umanitario, facendo emergere una forte esigenza di impegno sociale.
In quanto alle donne, la storica Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) esisteva già prima della rivoluzione ma era soggetta ad una soffocante censura preventiva che ne limitava la possibilità di azione. Resta a tutt’oggi la più importante associazioni di donne, accanto all’Association Tunisienne Femmes pour la Recherche et le Développement (AFTURD) anch’essa di vecchia data. Queste associazioni tuttavia attraggono poco le giovani o le donne dei ceti popolari che rimangono oggetto e non protagoniste delle attività e delle rivendicazioni portate avanti.
Peraltro giovani e donne sono spesso impegnati in associazioni non specificamente giovanili o femminili. Vi è la rete tradizionale delle associazioni di beneficenza vicina al partito islamista Ennahdha e vi sono le associazioni che hanno per mission il monitoraggio delle istituzioni e delle procedure democratiche (come TOUENSA). Da queste provengono i volontari che sono stati attivamente impegnati nel monitoraggio delle procedure elettorali ai seggi (gli “osservatori elettorali” locali).

La Tunisia è uno dei Paesi scelti da tanti occidentali anziani, anche italiani, per vivere una terza età dorata. Cosa ne pensa di questo fenomeno sociale e come lo vede nella società tunisina?

Il trasferirsi all’estero nella terza età è fenomeno recente in Italia rispetto ad altri paesi: troviamo infatti nutrite colonie di “expats” inglesi in Grecia o di francesi in Marocco. Il termine inglese “expat” designa una emigrazione di lusso, o perché alle dipendenze di organismi internazionali o multinazionali, o perché scelta da chi ha buone disponibilità economiche. Nel caso degli Italiani si tratta piuttosto di una nuova forma di emigrazione pura e semplice: scelgono di trasferirsi in Tunisia molte persone la cui pensione non consente loro di vivere decorosamente in Italia. Beneficiano così non solo del cambio favorevole e di un costo della vita più basso ma anche di una legge che consente la detassazione delle pensioni italiane versate in Tunisia. Non si tratta però in generale di una vita “dorata” (chi può permettersela non emigra: va dove vuole e per quanto tempo vuole). La Tunisia è pur sempre un paese del “sud del mondo” dove mancano tutta una serie di beni, servizi e confort ai quali siamo abituati in Europa: la qualità delle abitazioni, delle reti idriche ed elettriche, del riscaldamento, dei trasporti pubblici, dell’offerta culturale, ecc. Chi sceglie questa forma di emigrazione ha quasi sempre, accanto alle motivazioni economiche, una qualche forma di motivazione affettiva: origini o legami familiari, dimestichezza e amore per il paese. Non sempre le relazioni sono facili ma in Tunisia gli stranieri sono bene accolti, le persone anziane godono di un rispetto che in Europa ci sogniamo, e il paese ha una vitalità e un clima che sono ottimi antidoti alle depressioni della terza età.
Si tratta di un fenomeno socialmente importante perché è un indicatore tra i tanti della crisi dell’Europa, incapace di trattenere i suoi giovani e di offrire una vecchiaia dignitosa e serena ai suoi anziani. Credo inoltre che questo crescente afflusso dia anche da pensare ai Tunisini: qui le solidarietà familiari sono ancora forti e l’arrivo di anziani soli pare rivelare qualche crepa nella mitizzata società europea. Il fenomeno peraltro non potrà che portare ad un ulteriore avvicinamento tra Italiani e Tunisini che hanno legami storici secolari. E porterà anche a rimettere in questione quella invisibile barriera che taglia in due il Mediterraneo, effetto collaterale disastroso dell’integrazione europea.

Che differenze e somiglianze ci sono tra la Tunisia e il Marocco, l’altro grande Paese maghrebino?

Non conosco il Marocco: posso dire come lo vedono i Tunisini e come lo vedono gli stranieri “expats”. I Tunisini ti dicono che in confronto al loro paese il Marocco è una società feudale, con una popolazione abituata alla sottomissione (tanto più che il re è anche comandante dei credenti e discendente del califfo), dove ci sono più donne velate, dominano i costumi tradizionali, e viene ammessa, sia pure con molte limitazioni, la poligamia. Viene da chiedersi come mai il paese sia prediletto in particolare dai francesi (turisti ed espatriati stabili) i quali hanno snobbato la Tunisia dall’indomani della rivoluzione e della fuga di Ben Ali e continuano a farlo tutt’oggi. Uno dei motivi probabilmente è che il Marocco è dotato di infrastrutture per un turismo o espatrio di lusso con case, alberghi, locali di grande bellezza e atti a soddisfare le inclinazioni orientaliste degli stranieri La Tunisia è meno esotica, è repubblicana, ha assimilato molto di più dall’Europa. Il turismo tunisino non è un turismo di lusso ma un turismo di massa.
La Tunisia nel 2011 disponeva di una popolazione con un buon livello di istruzione, di un grande sindacato, della struttura, ancorché illegale, di un partito di massa, nonché di importanti reti di comunicazione grazie alla digitalizzazione estesa del paese.
Se la Tunsia ha fatto la sua rivoluzione in modo straordinariamente pacifico in confronto al contesto regionale, in Marocco si è messa a tacere la rivoluzione embrionale in modo anch’esso molto soft. I due paesi possono essere visti come i due poli opposti del grande movimento di sollevamento arabo: in Tunisia ha portato ad una vera rivoluzione, in Marocco è stata fatta prontamente rientrare con una riforma costituzionale in larga parte di facciata. Ambedue hanno tuttavia in comune il fatto di aver evitato il bagno di sangue egiziano e la guerra civile di Libia e Siria.

:: L’isola dei libri perduti, Annalisa Strada, (Einaudi, 2014) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2015

isolaL’isola dei libri perduti di Annalisa Strada, edito da Einaudi, è un libro per ragazzi, ma allo stesso tempo la sua storia dimostra –ai bambini e agli adulti- che non si deve avere paura dei libri, anzi si deve continuare ad amarli, perché leggendoli, di generazione in generazione, si manterranno vive le loro storie e i loro valori. La trama del libro della Strada prende il via a Thia, un’isola sperduta nel mare, dove gli abitanti vivono seguendo, nel massimo rispetto, le leggi di vita imposte dal governo centrale. Più che un luogo di felicità, Thia sembra essere una sorta di fortezza-prigione circondata da acque e sabbie mobili che la separano dal resto del mondo. La vita sull’isolotto scorre in modo ripetitivo, sempre uguale a se stessa, divisa tra monotone attività e divieti imposti da chi è il potere. Tra di essi c’è quello della lettura, tanto è vero che di libri sull’isola non se ne vedono e non se ne leggono. Tutta questa uniforme tranquillità, comincia a star stretta ad Amalia, a Nazario, alla ribelle (e ne ha tutte le ragioni, vista la vita familiare da incubo) Flora e al sempre titubante Corrado. I quattro compari decidono quindi di tentare la fuga, per scappare da una vita vuota di emozioni, che non mostra loro nessuna prospettiva allettante per il futuro. I ragazzi hanno una vecchia mappa che studiano per trovare la migliore via per evadere e durante la preparazione del piano di fuga conoscono l’anziana Agape, una simpatica nonnina, che assieme ad alcuni e fedeli aiutanti ha salvato dal macero i libri messi al bando dal governo. L’isola dei libri perduti di Annalisa coinvolge quattro ragazzi alla ricerca della propria identità. A tratti la trama potrebbe sembrare vaga e mancante di qualcosa, ma proprio questa sensazione di incertezza è quella che affligge i protagonisti, costretti a vivere in un mondo nel quale non vedono e non trovano speranze per il futuro. Proprio per questa ragione i ragazzi vogliono rompere gli schemi imposti da altri, per assaggiare la vera libertà e costruirsi una vita con le proprie mani, perché anche i loro genitori sembrano non capirli. Il libro mi ha richiamato alla memoria Fahrenheit 451, solo che qui i protagonisti non sono i pompieri e i piromani incendiari presenti nel libro di Bradbury, in L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada ci sono adolescenti che hanno bisogno di maggiori certezze, uscendo da una dimensione d’instabilità esistenziale che sta impedendo loro di conoscere il mondo attraverso il vivere e la lettura. Dai 12 anni in su.

Annalisa Strada si è occupata per anni di servizi editoriali, per poi dedicarsi alla narrativa per ragazzi e, quasi contemporaneamente, all’insegnamento come docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato oltre trenta titoli, tra i quali: Fino all’ultima mosca (Ed. San Paolo, Premio Gigante delle Langhe), I mestieri di papà (Salani), La Bella Addormentata è un tipo sveglio (Piemme), Evviva la Costituzione (Gabrielli), 1861 Un’avventura Italiana (Ed. Paoline, Premio Giovanni Arpino)e La rivincita della mamma imperfetta (Piemme).

:: Ultima la città delle contrade, Carlo Vicenzi, (Dunwich edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

10 gennaio 2015

ULTIMAKINDLE80percento-300x400Il genere fantastico, di cui più volte qualcuno celebra periodicamente il funerale, riesce sempre a risorgere con nuove storie e tematiche, e da un po’ di anni sta aumentando anche il numero di italiani che si dedicano ad esso, con storie che molto spesso non sono la copia di omologhi anglosassoni ma riescono ad aggiungere molto di nuovo.
Come Ultima la città delle contrade dell’emiliano Carlo Vicenzi, uscito per la romana Dunwich edizioni, che sotto l’egida di Lovecraft vuole proporre libri di genere fantastico poco noti o di autori nostrani, un romanzo steamfantasy di casa nostra capace di interessare e appassionare, in un contesto che reinterpreta passato e presente italiano in un mondo futuro alternativo.
Dopo una catastrofe bellica che viene solo accennata, un Paese che può essere l’Italia è regredito in una specie di Medio Evo con un po’ di tecnologia, diverso dalle ipotesi di opere come Mad Max o Ken il guerriero. In questa nuova società il potere si stabilisce non con elezioni come nelle nostre democrazie, ma con un palio all’ultimo colpo, con alcune regole come non uccidere gli avversari. Ed è dal palio delle contrade di una città tanto simile a quelle dell’Italia centrale catapultate in un altro mondo che parte la vicenda di Ultima, con il protagonista, il poco eroico Demetrio Deisanti, che viene accusato di un omicidio in gara dovuto ad un’arma truccata per potersi accaparrare la vittoria e l’elezione, ed è costretto a fuggire, mentre cerca di dimostrare la sua innocenza.
In questo universo Demetrio troverà molti nemici ma anche alcuni alleati, come Veronica e Miranda, una coppia di spie che lo aiuteranno nelle sue indagini, facendogli anche scoprire un modo di vivere diverso, visto che sono due ragazze gay che vivono insieme sfidando pregiudizi presenti anche in quel possibile mondo futuro.
Ultima prende elementi dello steampunk, la cosiddetta fantascienza nel passato, che parte dal presupposto che si sia potuto evolvere un futuro e una tecnologia a partire dalle premesse dell’epoca vittoriana, come era raccontato nei romanzi di Jules Verne e H. G. Wells e figura oggi come uno dei filoni del fantastico più amati, oggetto anche di produzione di gadget, realizzazione di eventi in tema e ispirazione per uno stile di abbigliamento Tra le pagine del libro, trovano spazio anche tematiche del fantasy e del romanzo d’avventura, per una storia che dimostra come il genere fantastico abbia ancora molto da dire e da dare.

Carlo Vicenzi, di Finale Emilia, città dove si svolge tutti gli anni un palio tra contrade, laureando in lingue e antropologia, ha scritto svariati racconti di genere fantastico e sta lavorando alla serie invece decisamente fantasy I cento blasoni per Delos Books.

:: Amore, cucina e curry, Richard C. Morais, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

9 gennaio 2015

5682256_294308Già pubblicato un paio d’anni fa come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è uscito di nuovo con un nuovo titolo sull’onda del film di Lasse Hallstrom: Amore, cucina e curry di Richard C. Morais racconta di nuovo il rapporto tra culture e cibo, partendo da una storia vera, con i nomi cambiati ma sempre reale.
Hassan, ragazzino indiano cresciuto con il culto per la cucina fin da quando arrivavano gli effluvi di cibo nella sua stanzetta a Bombay, ora Mumbai, si trasferisce in Francia con la sua numerosa e disfunzionale famiglia, prendendo il posto dell’adorata nonna Ammi nel ristorante indiano, una rarità al di fuori di Parigi e soprattutto nella cittadina di provincia d’oltralpe di qualche decennio fa dove si trova a vivere questo microcosmo giunto così da lontano. Il ristorante suscita le ire di madame Mallory, proprietaria del lussuoso albergo e ristorante di fronte, ma poi tra il giovane Hassan, giunto da un altro mondo e in cerca di un equilibrio tra i valori ancestrali e le sue nuove esigenze, e l’anziana donna legata a schemi antichi e a ricette della grande tradizione francofona nascerà una complicità imprevista, che durerà negli anni e influenzerà la vita di Hassan anche dopo.
Il film non ha avuto il successo sperato, il libro è senz’altro da scoprire o riscoprire, perché, parlando di multiculturalismo in un contesto insolito (di indiani e pakistani in Gran Bretagna sono piene letteratura e cinema, in Francia molto meno perché non si tratta di un’etnia che si è trasferita molto lì, per ragioni storiche e sociali), racconta una storia gustosa, di incontro e fusione di culture, di contrasti iniziali che si risolvono usando un linguaggio universale come il cibo, che può essere davvero un veicolo per capire e farsi capire, per comunicare e anche per esprimere amore e considerazione.
Già sentito in parte, si potrà dire, in tanti libri, anche con storie diverse, a cominciare da Chocolat di Joanne Harris, che non a caso si è detta entusiasta del libro: è vero, ma è bello scoprire anche un storia e un universo diversi, che racconta anche due percorsi e due mondi che sono cambiati in questi decenni.
Da un lato c’è infatti l’India, Paese contraddittorio di cui in questo ultimo periodo si è parlato enfatizzando soprattutto lati negativi e violenti, vista in un momento cruciale del suo cambiamento verso l’essere comunque una potenza emergente sia pure con problemi enormi, attraverso uno dei suoi tratti positivi più caratteristici, la sua cucina speziata e saporita, che non è certo solo puzza e cose strane. Dall’altro c’è la Francia, la patria della Haute Cuisine, dove Hassan troverà la sua strada, sapendo mettere insieme il meglio delle due culture per crearsi una vita partendo da quella che è un’arte su uno dei piaceri della vita.
Un libro gustoso e appassionante, una storia di formazione e crescita, un rapporto rispettoso tra culture, e quindi senz’altro estremamente terapeutico oggi da leggere e meditare, anche solo come antidoto a chi vuole contrapporre le culture in termini solo di odio e contrasto.

Richard C. Morais, statunitense, è nato a Lisbona che ha trascorso gran parte della sua vita in Europa. La sua carriera nel mondo del giornalismo è iniziata a New York nel 1984. Nel 1986 si è trasferito a Londra, dove ha vissuto e lavorato per 17 anni come corrispondente di Forbes. Amore cucina e curry, noto anche come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è il suo primo e per ora unico romanzo e nasce dal suo amore per la cucina e le storie collegate ad essa.

:: Cotto a puntino, appunti per una cucina migliore, Guillaume Long (Bao Publishing, 2014) a cura di Micol Borzatta

7 gennaio 2015

Questa mattina a Parigi un commando armato ha fatto irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, giornale satirico francese, uccidendo 12 persone tra cui il direttore Charb (Stephane Charbonnier), e i quattro vignettisti Georges Wolinski, Cabu (Jean Cabut), Honoré (Philippe Honoré) e Tignous (Bernard Verlhac). Un pensiero per le loro famiglie.

unnamed

Fumetto di media lunghezza a metà tra un manuale culinario e una raccolta di storie comiche e umoristiche, questo romanzo del blogger gastronomico francese Guillaume Long è un’opera esilarante e contemporaneamente istruttiva con una grafica davvero strepitosa grazie ai disegni eseguiti in modo impeccabile con dei tratti precisi e fini che sembrano voler saltare fuori dalle pagine, dando ancora più vita ai personaggi.
Creato dalla bravura artistica di Long e ispirato alla sua passione per la buona cucina ritroviamo in queste pagine tutto l’entusiasmo, la vivacità e il buon gusto dell’autore che ci porta a conoscere e assaporare i suoi piatti preferiti, le ricette della sua infanzia e i momenti passati in cucina con la madre, ovvero colei che gi ha trasmesso questa passione.
Il tutto viene raccontato con molto umorismo portando gli eventi più semplici a un livello altissimo di assurdità con l’aggiunta di commenti, opinioni e post scriptum che sembrano piccole confidenze dette in un orecchio direttamente al lettore.
Opera magnifica e passionale consigliata a tutti.

Guillaume Long è nato nel 1977 a Ginevra. Nel 2002 si diploma alla scuola di belle arti di Saint-Ètienne. Fin da bambino, guardando la madre in cucina si appassiona al mondo della gastronomia. Nel 2003 vince il premio Topfer con il volume Les sardines sont cuites (Vertige Graphic). Inizia così a realizzare numerosi libri per ragazzi e non solo e lavora per la stampa. Dal 2009 inizia una collaborazione con Le Monde aprendo un blog gastronomico intitolato Cotto a puntino.

:: Il declino dell’economista, György Dalos, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

Declino CoverIl protagonista de Il declino dell’economista di György Dalos mi ha ricordato molto la figura dell’inetto creata da Italo Svevo per il romanzo Una vita, cioè colui che tenta il riscatto sociale, ma la scoperta dell’impossibilità di cambiare il proprio status sociale, portano il personaggio all’autoisolamento e alla vita ai margini della società. Il libro di György Dalos, edito da Keller è un romanzo di riflessione sul fallimento di una vita umana. Protagonista è Gábor Kolozs, un uomo che da maturo tornerà ad abitare in casa con il padre Daniel, a Budapest, dove i due sopravviveranno grazie al misero vitalizio di Kolosz senior, un superstite al campo di concentramento di Mathausen. La vita dei due scorre tra alti e bassi poi, l’anziano muore e il figlio, prima di comunicare in modo definitivo il decesso del padre, decide di prendersi del tempo e di continuare la sua esistenza utilizzando l’entrata economica del vitalizio del defunto. Tutto va bene e per un po’ Gábor trascorre le sue monotone giornate in tutta tranquillità. La situazione si complica quando una troupe televisiva comincia a tempestare di chiamate il protagonista, con lo scopo di intervistare il signor Daniel, il più anziano ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Il personaggio di Gábor Kolosz ad una prima lettura potrebbe sembrare un figlio cinico e sfruttatore che mente sulla morte del padre per continuare a riceverne la pensione. In realtà, la presenza di vari flashback sul passato della vita di Gábor sono molto utili a chi legge per capire cosa ha determinato lo stato di profonda disillusione e delusione dell’uomo. Nella giovinezza di Gábor sono presenti contrasti accesi con il padre; la frequentazione dell’Università di economia in Russia in netto conflitto con la sua passione per la letteratura di Puskin; l’impegno nella vita politica e le imprevedibili conseguenze che esso avrà; e ancora, il matrimonio con Marta e un po’ di benestare economico. Situazioni diverse tra loro, momenti di vita pubblica e privata nei quali il protagonista dimostra sempre di sentirsi fuori luogo e inadatto a vivere quelle situazioni. Gábor si sente un perdente e un frustrato, perché ogni cosa da lui fatta ha avuto un fine fallimentare: il matrimonio con Marta si esaurisce in poco tempo; i risultati sul in campo politico e al lavoro non portano a nulla di buon e Gábor si trova disoccupato. L’entusiasmo per la ricerca di un nuovo impiego, con l’intento di dare una svolta decisiva alla sua esistenza da single dura ben poco, e dopo le prime ricerche l’uomo si richiude a riccio su se stesso, tornando all’ovile a vivere con il padre Daniel. Il declino dell’economista di György Dalos mostra un uomo maturo, che nonostante l’età avanzata – nel senso che non è più un ragazzino, ma un cinquantenne fatto- sembra non essere in grado di trovare il suo posto giusto nel mondo. Gaber è disorientato, abbattuto, sconfitto e anche in quelle situazioni dove potrebbe prendere posizione e riscattarsi, subentra in lui una sorta di atavico timore di non farcela che lo spinge a ritirarsi dalla scena e a non compiere mai il passo decisivo verso il riscatto sociale. L’unica azione che Gábor fa con decisione, e non è nemmeno tanto nobile de la si osserva dal punto di vista morale, è quella di non dichiarare subito la morte del padre, ma ben presto una serie di eventi del destino lo porteranno a dove fare i conti con la propria coscienza e con tutto il “non fatto” della sua vita. Traduzione Franco Filice.

György Dalos è nato nel 1943 a Budapest. Perse il padre nel 1945 in un campo di lavoro dove era stato internato in quanto ebreo e ha trascorso l’infanzia con i nonni. Dal 1962 al 1967 ha studiato Storia a Mosca. Ritornato a Budapest ha vissuto tutti gli eventi significativi dell’Ungheria degli ultimi quarant’anni. Nel 1977 è tra i fondatori del movimento di opposizione al regime comunista ungherese. Nel 1988 e 1989 è co-editor del foglio clandestino di opposizione «Ostkreuz» della Germania Est. Dal 1995 al 1999 Dalos è a capo dell’Istituto per la Cultura ungherese a Berlino e da allora vive lì e lavora come editor freelance e redattore. Romanziere e saggista, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui l’Adelbert von Chamisso, la Medaglia Presidenziale d’oro della Repubblica di Ungheria e nel 2010 il Leipzig Book Award for European Understanding.

:: Il dominatore, Alma Katsu, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 gennaio 2015

sabotagrandeSecondo volume della saga Immortal, ritroviamo nuovamente Lanny e Luke in fuga dopo che lui l’ha aiutata a scappare dall’ospedale di St. Andrew. La loro love story però dura poco. Lanny si sente in colpa per averlo allontanato dalle figlie e l’improvvisa ricomparsa di Adair le dà il coraggio di lasciarlo, l’unico modo che trova però è con un biglietto come a sua volta era stata lasciata da Jonathan.
Inizia così il suo viaggio per sfuggire ad Adair che la porterà prima in Marocco da Savva, poi a Barcellona da Alejandro e infine ad Aspen, in Colorado, da Tilde, dove scoprirà che chi si dichiarava amico invece stava solo fingendo.
Un romanzo molto interessante anche se molto più lento rispetto al primo, nonostante la Katsu mantenga uno stile di narrazione scorrevole.
La scelta della voce narrante è la stessa del primo libro, ovvero in prima persona per quanto riguarda tutte le parti relative a Lanny e in terza persona per tutto il resto.
La linea temporale anche stavolta non è lineare, c’è una grande presenza di flash back che aiutano a capire cosa ha passato Lanny in 200 anni di vita e a volte riprendono fatti raccontati nel primo romanzo, così da aiutare il lettore a ricordare gli avvenimenti più importanti, anche se tra una pubblicazione e l’altra è passato un po’ di tempo, circa un paio d’anni.
Il linguaggio è sempre semplice, adatto per raggiungere ogni target di lettore.
Anche le descrizioni sono ben fatte, sempre molto minuziose e ben approfondite come nel suo stile, ma contemporaneamente leggere e coinvolgenti come ci ha abituato dall’inizio della saga.
Un ottimo sequel che prepara il lettore all’attesa del prossimo capitolo per conoscere la conclusione delle vicende di Lanny, Adair e Luke. Traduzione di Michele Fiume.

Alma Katsu nasce in Alaska ma passa tutta la sua vita in Massachussetts. Profiler della CIA viene ispirata dal suo lavoro ad approfondire i lati più oscuri nascosti nell’animo umano. Il dominatore è il secondo libro dopo Immortal, uscito nel 2012 sempre presso Longanesi.

:: Dimentica il mio nome, Zerocalcare, (Bao Publishing, 2014) a cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2014

dimenticasidebarEsiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech è un fumettista italiano nato ad Arezzo nel 1983, cresciuto tra la Francia e l’Italia (Roma). Oltre ad un numero sterminato di autoproduzioni nel circuito dei centri sociali, ha collaborato anche con il quotidiano «Liberazione»,il settimanale «Carta», i mensili «XL» di «Repubblica» (spazio italian undergrund) e «Canemucco» e la divisione online della DC comics, Zuda.com. Tra le altre collaborazioni c’è il settimanale Internazionale, l’annuale antologia del fumetto indipendente «Sherwood Comix», la «Smemoranda», la rivista «Mamma!».Alla fine del 2011 ha dato alle stampe il suo primo libro, La profezia dell’armadillo, autoprodotto si, ma da Makkox. A Ottobre 2012 è uscito il secondo, Un polpo alla gola, edito da Bao Publishing. Oltre che su http://www.zerocalcare.it, lo si trova ogni mese sull’edizione cartacea di «Wired».