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:: Mediorientarsi: La signora melograno, Goli Taraghi, (Ed. Calabuig, 2014) a cura di Matilde Zubani

25 dicembre 2014

Cover_SignoraMelograno1-253x300Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
Il mio racconto preferito (che poi è anche quello più famoso) è senz’altro La signora melograno, che dà il nome all’intera raccolta. Il setting è quello dell’aeroporto, metafora di quel limbo tra il paese vecchio e il nuovo, dove l’autrice incontra l’anziana signora Anar (letteralmente “melograno”) che ha lasciato per la prima volta il suo villaggio di campagna per raggiungere gli amati figli, emigrati ormai da anni in Svezia. Quello di Anar è un vero e proprio “viaggio della speranza”: paure, aspettative e illusioni si mescolano alle difficoltà materiali e fisiche di un’arzilla vecchietta semianalfabeta che si scontra con una modernità ostile quanto incomprensibile.
Molto interessante, seppur dal retrogusto più amaro, anche il racconto intitolato Madame Lupo, ambientato a Parigi dove l’io narrante (anche in questo caso femminile) e i figli trovano scampo dai bombardamenti dell’aviazione irachena su Teheran. C’è qui una riflessione sull’ansia e la frustrazione dell’emigrante che si trova a fare i conti con il suo orgoglio ferito dall’emarginazione in cui è costretto a vivere, dal sospetto con cui viene guardato. Quell’orgoglio “che ci è stato installato 2500 anni fa e ci fa guardare dall’alto, con distacco, gli accadimenti della civiltà e ogni cambiamento, protetti dalla convinzione che noi, eredi di Ciro e Dario, anche nei momenti di decadenza e rovina, siamo comunque superiori a tutti gli altri”.
Cresciuta a Tehran in una famiglia agiata e colta, Goli Taraghi lascia l’Iran nel 1978, quando la Rivoluzione Islamica irrompe nella sua vita costringendola a cercare rifugio all’estero. In questo spazio, geografico-temporale, si muovono i suoi personaggi: uomini e donne apparentemente stanchi e malinconici, ma mai sconfitti. Dalle pagine trapelano i complicati rapporti della scrittrice con il suo paese d’origine e con quello che l’ha accolta, impazienza e tenerezza si alternano sottolineando di volta in volta l’amarezza e l’ironia.
Lo stile è scorrevole, il ritmo culla piacevolmente il lettore, merito forse anche della traduzione che Anna Vanzan, iranista e islamologa, ha fatto direttamente dal persiano (cosa rara!). Da questi racconti emerge un’eterna testimonianza di vitalità dal valore universale, che sopravvive agli eventi più imprevedibili e drammatici, mentre il viaggio non è più solo tra Oriente ed Occidente, ma è dentro ognuno di noi.
Consigliato a chi si sente “geograficamente in sospeso” e a chiunque sia curioso di scoprire di più sulla diaspora iraniana attraverso osservazioni accorte e sensibili.

Diaspora iraniana – La rivoluzione iraniana del 1979, che porta alla caduta dello Shah e al rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio a Parigi, coincide con l’esodo di circa cinque milioni di iraniani. I primi a lasciare il paese sono coloro che erano stati i più vicini allo Shah – comandanti delle forze armate e personale amministrativo – che si considerano minacciati dal nuovo regime. La situazione precipita quando l’Iraq dichiara guerra all’Iran: in molti fuggono per salvarsi dai bombardamenti e dalla miseria. A partire dalla rivoluzione khomeinista, è comunque soprattutto la repressione politica e sociale ad alimentare l’emigrazione: leggi che limitano la libertà individuale (diritti delle donne, censura, diritti politici) spingono un numero crescente di iraniani, tra cui diversi intellettuali, a lasciare il paese. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, tra i paesi in via di sviluppo, l’Iran è quello in cui l’emorragia di risorse intellettuali è più forte. Oggi sono gli Stati Uniti ad ospitare il maggior numero di iraniani al di fuori dell’Iran: tra il 1980 e il 1990 la percentuale è aumentata del 75% e si stima che oggi siano circa 5-600.000. L’area metropolitana con maggiore concentrazione di immigrati iraniani è la città di Los Angeles che per questo motivo viene soprannominata “Tehrangeles”.

:: La letteratura Tamil a Napoli, Alessio Arena, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

24 dicembre 2014

Arena e CoverLa Napoli sotterranea e la popolazione che la anima sono i protagonisti di La letteratura Tamil a Napoli, il romanzo di Alessio Arena edito da Neri Pozza. Per la precisione chi vive nel ventre di Napoli sono i membri della comunità Tamil, arrivati in Italia dallo Sri Lanka, dopo l’uccisione, da parte delle forze governative, di Velupillai Prabhakaran la loro guida nella lotta tra tamil e singalesi. Arrivati nel capoluogo partenopeo nei primi anni Novanta, in venti anni la comunità Tamil ha formato nel sottosuolo la società segreta chiamata “Accademia dei sotterranei”. Questo gruppo è attivo nella riproduzione di opere letterarie napo-tamil e di tutti quei testi che vennero bruciati nella biblioteca di Jafna, durante gli scontri tra Tamil e Singalesi. Il giovane Bibberò, -che ha origini Tamil, ma si è perfettamente integrato nella cultura napoletana- è colui che guida il lettore dentro ai meandri di questo mondo nascosto nel quale si produce cultura e dove i veri personaggi progettano di farsi saltare in aria per far conoscere al mondo la tragica causa di Tamil Eelam. Il mondo narrato da Alessio Arena sembra una dimensione visionaria, fuori dalla realtà, poi però più ci si addentra nel mondo narrativo, più ci si accorge che tutti i personaggi in lotta per la causa Tamil agiscono in difesa e in funzione della salvaguardia della loro cultura originaria. Le voci narranti in Letteratura Tamil a Napoli sono due, ma in verità i protagonisti della storia di Alessio Arena sono molti di più, perché sono un’intera comunità di una minoranza etnica che non solo vive a Napoli, ma che con la città si è quasi perfettamente fusa. La mescolanza tra mondi e culture diverse non è solo data da unioni e relazioni interpersonali. A sancire questi legami si presentano per esempio i volantini attaccati ai muri dove il napoletano si mescola alla lingua Tamil, o ancora, seguendo i diversi personaggi tra le viuzze di Napoli ci si accorge di come le tipiche immagini religiose cristiane si siano fuse con quelle della religione indù per dare vita a madonne con proboscidi e code di elefante, patroni nati dalla fusione di Buddha e San Gennaro. Ogni capitolo è introdotto da una delle diverse reincarnazioni di Visnu alle quali i personaggi della storia sento di appartenere nel momento narrativo in cui agiscono, e ognuna di essa rappresenta i miti e i temi legati alla divinità che assumono il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. Letteratura Tamil a Napoli di Alessio Arena è un vero e proprio romanzo corale nel quale i personaggi si muovono tra il profondo attaccamento alle proprie radici culturali e la voglia di confrontarsi e fondersi con una cultura nuova (quella napoletana), per certi aspetti diversa, ma per molti altri (in particolare la sofferenza e la voglia di riscatto) uguale.

Alessio Arena, nato a Napoli nel 1984, è scrittore e cantautore. Ha vinto la XXIV edizione di Musicultura, Festival della canzone popolare e d’autore, e il premio A.F.I. al miglio progetto discografico. All’inizio del 2014 ha pubblicato il primo album plurilingue Bestiari(o) familiar(e), inciso tra Napoli e Barcellona. Scrive testi per il teatro e ah pubblicato due romanzi L’infanzia della cose (premio Giuseppe Giusti Opera Prima) e Il mio cuore è un mandarino acerbo.

:: Nero, Angela Di Bartolo, (Runa editrice, 2014) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2014

neroLa letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Nero è un gatto del colore del suo nome, ed è una specie di star nella Città eterna, visto che ogni giorno, da tre anni, prende il trenino da Centocelle al centro di Roma e dopo un po’ torna a casa. Un giorno Nero sparisce e il suo proprietario offre una ricompensa di mille euro a chi glielo riporta, suscitando l’interesse di due compagni di scuola, due ragazzini di borgata, Matteo e Ahmed che si mettono alla sua ricerca, attirati da quello che potrebbero fare con quei soldi.
I due, che all’inizio non si sopportano granché, cominciano un’avventura tra le strade di Roma, sulle tracce del gatto ma anche del passato della città, tra rovine e incontri a sorpresa, scoprendo la verità dietro al ruolo di Nero e del suo padrone di casa, e imparando a conoscersi e ad essere amici, superando la diffidenza reciproca.
Si dice che almeno le storie per i più piccoli devono essere educative, ma questo non vuol dire che devono essere retoriche e ridondanti. Angela di Bartolo, appassionata di archeologia, erudisce innanzitutto i più giovani e non solo loro sulla storia e le bellezze di Roma, ma tra le righe racconta anche di integrazione e di lotta al razzismo, facendo vedere come due giovanissimi, nati in Paesi diversi, possono alla fine scoprire di avere molte più cose in comune. Un tema quanto mai attuale oggi, e i pregiudizi vengono superati essendo coinvolti in un progetto insieme, che porterà nuovi sogni e aspirazioni a questi due amici per caso e forse per sempre.
Nero è una storia per ragazzi con echi delle vecchie storie per ragazzi, quelle che ricordano bene chi era ragazzino negli anni Settanta e Ottanta, con avventure in giro per la città e non chiusi davanti al pc, ed è per questo che può piacere anche a chi non è più piccolissimo e può essere una storia che unisce più generazioni, i bambini di ieri che giravano per le città e quelli di oggi che sono soli davanti ad uno schermo.
Il gatto Nero è il grande protagonista, il personaggio che crea tutti questi cambiamenti, e che simboleggia l’amore per gli animali disinteressato e che alla fine risulta vincente, e questo senza anticipare i colpi di scena finali della storia e la fine di quest’avventura.
Nero è un libro interessante e nuovo, una favola che a tratti profuma d’antico ma parla dell’oggi, una storia per gattofili e per chi cerca la sua strada o ricorda quando la cercava, una manciata di pagine che si leggono con piacere. Un buon inizio per la collana Apprendisti lettori, che vuole creare nuovi amanti della carta stampata.

Angela Di Bartolo è nata a Bologna dove vive tuttora. Laureata in Scienze Politiche, lavora presso il suo Comune come Assistente Sociale. Le sue passioni, oltre alla letteratura, sono il giardinaggio, la storia e l’archeologia.
Negli ultimi anni ha partecipato con successo a concorsi per racconti di genere fantastico, fra i quali il Premio Sentiero dei Draghi con Ottobre (poi pubblicato nell’antologia Il Ritorno, ed. Lulu, 2008), il Trofeo RiLL con Ponti (uscito in Cronache da Mondi Incantati, ed. Nexus, 2009), SFIDA con Relitti (in Riflessi di Mondi Incantati, ed. Giochi Uniti, 2010), Nostos (ne Il Carnevale dell’Uomo Cervo e altri racconti, ed. Wild Boar, 2012) e La conquista (in Perchè nulla vada perduto e altri racconti, 2013). Il racconto Proxima è stata pubblicato da Ciesse Edizioni nell’antologia Favole della Mezzanotte, 2011, a cura di Stefano Pastor. Ha pubblicato nel 2014 con Runa Editrice Per altri sentieri, antologia di racconti fantastici.

:: Una levatrice a New York, Kate Manning, (BEAT, 2014) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2014

kate manningNella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
Una levatrice a New York inizia con toni dickensiani da romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo all’espediente caro anche al nostro Manzoni del ritrovamento di un manoscritto inedito con tanto di autocensure di parolacce riportate direttamente, e poi evolve in una ricostruzione appassionante e cruda della professione medica rapportata alle donne nell’Ottocento, dove fino ad un certo punto contraccezione e aborto erano tollerate a patto che non se ne parlasse troppo e dove il ruolo della donna come medico era disprezzato da parte dei dottori uomini, che intrapresero una vera e propria crociata contro ostetriche e levatrici estromettendole dalla professione.
Annie, ispirata al personaggio reale della levatrice Ann Lohmann, con qualche aggiunta romanzesca che rende il tutto più pepato, è un personaggio interessante, che mescola le eroine dei romanzi d’appendice dell’Ottocento con moderne istanze femministe e discorsi che, al di là della contestualizzazione di un’epoca restituita con cura, sono sempre attuali e interessanti. Antesignana di dottoresse come Margaret Sanger, che portò il dibattito sulla salute della donna e sui suoi diritti riproduttivi ad un livello ufficiale di battaglia, Annie aiuta sia le donne che vogliono essere madri che quelle che si trovano in difficoltà, scontrandosi con povertà, una cosa che lei conosce bene, ignoranza, violenze, incoscienza, sopraffazione, fino ad arrivare ad un processo che può distruggerla e ad un colpo di scena che cambierà la sua vita.
Un romanzo con l’anima ottocentesca ma con un fondo di impegno sociale, un libro da leggere come evasione ma anche come pamphlet contro chi vorrebbe ancora oggi riportare indietro l’orologio della Storia, una storia femminista e militante che svela retroscena e vite della Grande Mela quando era un universo per lo più di disperati da diverse parti del mondo, in cui chi stava peggio erano proprio le donne e i bambini. Da leggere se si hanno a cuore i diritti e se si cerca una storia che racconta di lotte e libertà senza retorica, partendo dalla realtà.

Kate Manning ha scritto e prodotto diversi documentari, con cui ha vinto due Emmy Awards e un Edward R. Murrow Award. Collabora con il New York Times, il Los Angeles Times Book Review, Glamour, ed altre riviste e quotidiani. Una levatrice a New York è il suo secondo romanzo.

:: I gemelli Templeton danno spettacolo, Ellis Weiner e Jeremy Holmes, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 dicembre 2014

TEMpletonJohn e Abigail sono i simpatici gemelli Templeton, figli di un padre inventore, neoassunto dalla Tapas (Teatral Accademia di palcoscenico e altre scienze) per inventare un marchingegno geniale in grado di salvare la scuola dal fallimento. John è un geniale batterista, Abigail invece è un asso nella risoluzione di cruciverba con definizioni fatte da crittogrammi. La loro vita sembra trascorrere al meglio tra compiti; incontri con simpatici e strampalati baby sitter che non leggono libri, perché non hanno occhiali adatti; fascinose insegnanti di teatro e le prove dello spettacolo teatrale orchestrato per salvare l’accademia. Tutto si complica quando sulla scena irrompono altri due gemelli – i guastafeste Dan D. Dan e Don D. Dann -, che non solo tenteranno di rapire Cassie, la cagnolina dei gemelli Templeton, ma cercheranno di derubare il professor Templeton della sua geniale invenzione per rovinare lui e la scuola. Abigail e John, scoperto l’imminente pericolo, daranno sfoggio a tutta la loro estrosa intelligenza e furbizia per fermare gli squattrinati gemelli D. Dann. I gemelli Templeton danno spettacolo è un avventuroso libro per ragazzi, ricco di suspense e di colpi di scena, poi c’è quell’intrigante narratore che appena può si rivolge direttamente al piccolo lettore per renderlo partecipe delle mirabolanti avventure dei gemelli Templeton. Dai 10 anni in su.

Ellis Weiner è autore di articoli divertenti, divertenti sceneggiature televisive e, insieme a Barbara Davilman, di molti libri divertenti. Ha scritto tutto da solo anche vari altri libri divertenti (tra cui The Joy of Worry). Pubblicata con Gallucci, I gemelli Templeton è la sua prima serie per ragazzi… ed è divertente! Ellis Weiner vive in California.

Jeremy Holmes dirige Mutt Ink, la società di design di cui è il fondatore. I suoi lavori di illustratore sono stati elogiati su diverse riviste. È arrivato in finale al Flash Forward Film Festival. Il suo libro di esordio, C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca, è stato definito “sorprendente” e “bellissimo” da “The New York Times Book Review” e ha vinto il prestigioso BolognaRagazzi Award, promosso annualmente dalla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Vive in Pennsylvania.

:: La dama nera, Sally O’Reilly, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2014

la dama neraTra gli autori di teatro di tutti i tempi, William Shakespeare ha senz’altro una posizione predominante di interesse, ed è stato celebrato in film e romanzi, raccontando la storia della sua vita di cui si sa molto poco e infatti c’è chi ha messo anche in dubbio la sua esistenza, creando un suo alter ego possibile e reale in una delle tante possibilità offerte da un personaggio di cui si conoscono benissimo le opere ma poco il vissuto reale.
La dama nera, primo romanzo di Sally O’Reilly ad essere tradotto in italiano, racconta la storia del Bardo da una prospettiva nuova, quella della donna che ispirò i suoi sonetti più belli, la Dark Lady, perché si sa che Shakespeare aveva una moglie più anziana di lui da cui visse per lo più separato, ma la sua vita privata e personale è nascosta nelle illazioni e nel limbo del non noto, tra amori leciti e illeciti e possibili figli illegittimi, tutto rimasto nascosto nelle pieghe della Storia segreta.
Il romanzo racconta quindi la storia di Aemilia Bassano, figlia di un musicista veneziano di origine ebraica, dama di corte di Elisabetta e favorita di un nobile molto più anziano di lei, che rimane travolta da una passione per Shakespeare, un amore impossibile ma che durerà per tutta la sua vita, che la renderà madre ma la intrappolerà in un matrimonio infelice, riunendola al Bardo solo in età matura, ai tempi della ricostruzione del Globe. Aemilia, personaggio realmente esistito con poche fonti e quindi possibilità di ricamare su, è stata una poetessa, una donna istruita anche in odore di stregoneria, e la sua epopea rivive in pagine cupe e appassionanti, che restituiscono l’epoca di Elisabetta I non solo nel suo splendore ma anche nel suo lato oscuro, tra epidemie, superstizioni, oppressione delle donne, paura del sapere, persecuzioni contro il diverso o presunto tale, e Aemilia era donna, ebrea, italiana, istruita e interessata a cose che la fecero anche additare come strega.
La dama nera è quindi un romanzo storico originale e non scontato, a tratti crudo nelle descrizioni e nelle situazioni, il ritratto di una donna in anticipo sui suoi tempi e che forse fu l’artefice di alcune delle figure femminili shakesperiane più inquietanti, e cioè Lady Macbeth e le streghe appunto di Macbeth, a lei ispirate da alcune esperienze ai confini della realtà.
Un romanzo a tratti onirico e paranormale, che restituisce un’epoca sospesa tra razionale e irrazionale, attraverso le parole di una donna, cortigiana, intellettuale, lavoratrice, che rimane nel cuore di chi legge, fuori dagli schemi di tante, troppe eroine romanzesche, raccontando pagine comunque non notissime dell’epoca, tra bassifondi e corte, tra drammi e gioie, tra felicità impossibili e voglia comunque di lasciare una traccia per i posteri.

Sally O’Reilly giornalista e scrittrice inglese, vive con la sua famiglia a Brighton.

:: Finché notte non ci separi, Eva Clesis, (Lite Editions, 2014)

14 dicembre 2014

CoverMio padre si chiamava Nicola Quartullo.
Era impiegato alle poste da circa trent’anni e presto sarebbe andato in pensione. Il suo colore preferito era il rosso e aveva una passione per la pesca dei granchi. Gli piacevano la carne di agnello e le gite domenicali. Portava un’acqua di colonia al sandalo che secondo mia madre sapeva di vecchio, aveva una collezione di cravatte che non indossava mai e un’altra di cartoline da tutto il mondo. Si arrabbiava se sorprendeva me o Paola a dire le parolacce. Aveva le foto di quando eravamo piccoli nel suo portafoglio. Non ci aveva mai comprato un animale domestico nonostante sapesse che avevo sempre voluto un cane o un gatto. Detestava le castagne e le serie tv, la sua stagione preferita era l’estate e…

E’ brava Eva Clesis, pseudonimo di un’autrice pugliese nata a Bari nel 1980. L’avevo già capito leggendo Parole sante, forse uno dei libri più belli che ho letto l’anno scorso. Ha un modo di scrivere particolare che ti fa leggere con piacere storie nerissime, che di bello hanno ben poco. Parlo dei noir, ha scritto anche libri più leggeri come per esempio il romanzo per teenager E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco, per dire.
Finché notte non ci separi è il suo quinto (breve) romanzo. Un noir. Feroce. Senza lieto fine. La storia di una vendetta, in cui tutti i personaggi restano sconfitti, sullo sfondo di una Bari livida, fredda, piovosa. Il perfetto scenario per un noir. Anche il tema della vendetta è un tema tipico da noir. Mette in moto meccanismi crudeli che non sempre portano i personaggi dove vorrebbero. Anche quando le vendette vanno a buon fine. Anche quando l’antieroe di turno, ottiene quello che vuole: l’annientamento della sua vittima.
Nell’antica Grecia sono le Erinni le personificazioni femminili della vendetta. Tre sorelle terribili dedite a vendicare i delitti, per lo più di familiari, portando molto spesso l’assassino alla pazzia. E se vogliamo Finché notte non ci separi è una storia nata sotto la loro stella.
Abbiamo un figlio che vuole vendicare la morte del padre e quando la giustizia umana non porta ad alcun risultato, escogita un piano per distruggere colui che ritiene colpevole. Questo è il cuore della storia, da cui partono varie diramazioni, varie derive. C’è Elisa, la fidanzata del protagonista, che credendosi tradita decide di partecipare a una festa. E c’è un padre che cerca disperatamente la figlia, tra stazioni di polizia e strade affollate di gente.
Tutto si giocherà in poche ore, in pochi frammenti narrativi, in un venerdì sera come tanti. Dante, Elisa, Cristina, Arturo si muovono ognuno recitando il proprio ruolo, sullo sfondo di una città affacciata sul mare, intrecciando i loro destini. A un tratto sembra esserci uno spiraglio, una via di fuga, ma lascio a voi scoprire dove porterà.
Forse una tra le mie autrici italiane contemporanee preferite.

Eva Clesis, nata a Bari nel 1980. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011). A marzo 2013 è uscito il suo quarto romanzo, il noir Parole sante con Perdisa Pop.

:: Il pianeta tossico, Giancarlo Sturloni, (Piano B Edizioni, 2014) a cura di Micol Borzatta

10 dicembre 2014

imagesLibro inchiesta che riporta un’attenta analisi fin troppo realistica del futuro del nostro pianeta.
L’autore descrive nei minimi particolari come abbiamo sfruttato il nostro pianeta, pretendendo sempre di più senza rispetto. Stiamo consumando il doppio di quello che il pianeta potrebbe fornirci naturalmente e non ci stiamo fermando, ma anzi stiamo cercando di spremerlo ancora di più come un virus autodistruttivo.
Nelle sue riflessioni Sturloni ci fa notare come il pianeta è riuscito a vivere per miliardi di anni senza l’uomo, e anzi viveva molto meglio, e quindi nulla toglie che continuando in questo modo il mondo decida a un certo punto di voler continuare a vivere senza di noi e quindi si possa arrivare alla nostra estinzione.
Un romanzo che tratta indubbiamente un argomento molto serio e importante che riguarda tutti noi, con un linguaggio molto semplice e alla portata di tutti.
Lo stile usato risulta però un po’ lento rendendo difficoltosa la lettura già appesantita dal tema trattato.
Infatti in un periodo dove la gente è sobbarcata da problemi quotidiani, dove fa fatica ad arrivare a fine mese quando legge un libro vorrebbe qualcosa per svagare la mente e distrarsi almeno per un po’ dalla routine quotidiana, con Il pianeta tossico invece viene catapultato in una realtà ancora più dura che però dovrebbe far pensare e magari convincere a fare qualcosa per migliorare il nostro futuro.
Nel complesso un’ottima lettura consigliata a tutti che fa aprire gli occhi e ci obbliga a pensare a prendere coscienza di fatti che vogliamo ignorare solo per stare meglio, anche se è un benessere solo momentaneo.

Giancarlo Sturloni nasce nel 1973. Saggista e giornalista viene considerato cintura nera in comunicazione della scienza. Consulente in campo scientifico, sanitario e ambientale. Collaboratore presso la RAI, giornalista per l’espresso e curatore del blog Toxic Garden sui rischi ambientali. Docente di comunicazione del rischio all’università degli studi di Udine e Governance e cittadinanza scientifica alla SISSA di Trieste.
Nel 2006 ha pubblicato Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico con la casa editrice Sironi.
Nel 2007 con la casa editrice Codice e in collaborazione con Daniela Minerva ha curato il volume Di cosa parliamo quando parliamo di medicina.
Nella sua vita ha conseguito una laurea in Fisica, un master in comunicazione della scienza e un dottorato in scienza e società.

:: Il mandarino meraviglioso, Asli Erdoğan, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

9 dicembre 2014

Mandarino CoverIl mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un viaggio nella vita di una giovane donna turca emigrata in Svizzera. Qui, la ragazza, lasciata sola dal fidanzato, trascorre le sue serate nei caffè che animano la Città Vecchia di Ginevra. Il pellegrinare tra le viuzze del centro abitato e il frequentare i locali del posto, permetteranno alla giovane protagonista di scrivere memorie della propria vita. Allo stesso tempo, la sua mente e il suo animo saranno portati a compiere una riflessione sulla gioventù che la circonda, traendo conclusioni dolorose. Accanto alla storia della protagonista principale, si innestano altri brevi racconti che, come cartoline arrivate da lontano, narrano vicende di donne e uomini che non hanno avuto una facile esistenza. Gli esseri umani descritti dalla Erdoğan sono persone afflitte dal dolore, più che fisico, emotivo; da menomazioni e incompatibilità caratteriali e culturali che hanno ostacolato, e ostacolano, le relazioni interpersonali dei diversi protagonisti. La protagonista del primo racconto (Nel vuoto dell’occhio perduto) è una ragazza di nazionalità turca, con un occhio solo, che vive a Ginevra e le sue origini etniche, unite all’imperfezione fisica, pregiudicano l’approccio che gli altri hanno nei suoi confronti. Altro personaggio interessante è l’uomo originario della Turchia che dopo anni di lontananza torna nel suo paese d’origine dove, vedendo i luoghi di un tempo, ripensa allo sfacelo del proprio matrimonio. Tante sono le storie presenti ne Il mandarino meraviglioso, come tanti sono i personaggi che in esso vivono, messi a dura prova dalle esperienze della vita quotidiana. Ciò che accumuna queste donne e uomini, più e meno giovani, è il continuo pellegrinare fisico e psicologico dell’io, sempre alla ricerca di traguardi e mete da raggiungere, anche quando l’obiettivo a cui arrivare non è ben chiaro. Il libro della Erdoğan è una romanzo sulla forza del ricordo, sull’importanza che ha il mantenere vivo l’attaccamento alle proprie origini. Queste ultime sono le radici che hanno dato la vita ai protagonisti di questa storia e sono, in un certo senso e per alcuni di loro, la linfa vitale che li spinge ad affrontare ogni imprevisto della quotidianità e del destino. Altri temi trattati dall’autrice sono l’emigrazione e il senso di spaesamento che spesso da essa ne deriva. Una sensazione che ostacola i personaggi nel loro tentativo di farsi accettare dalla nuova società nella quale sono andati a vivere. Il fatto è che la difficoltà di farsi accogliere dagli altri non sembra essere un tratto comune solo a coloro che arrivano in una terra nuova. Il sentirsi fuori posto e inadatti ad un ambiente, a volte, travolge anche coloro che tornano nel posto dove sono nati, proprio come avviene nel racconto di chiusura Un visitatore dal paese del passato. Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un insieme di storie di emigrazione, di identità perse e ritrovate e di chi, come l’autrice stessa, ha vissuto e conosciuto città e culture diverse. Traduzione di Giulia Ansaldo.

Asli Erdoğan è nata a Istanbul. Laureata al Robert College nel 1983 e presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica di Boğaziçi University nel 1988, ha lavorato in varie parti del mondo prima di tornare in Turchia e diventare scrittrice a tempo pieno.
Il suo primo romanzo, Kabuk Adam, è stato pubblicato nel 1994; in seguito esce Il mandarino meraviglioso, una serie di racconti legati uno all’altro. Nel 1998 vede la luce il romanzo Kirmizi Pelerinli Kent che viene tradotto in varie lingue guadagnandosi il riconoscimento della critica e dei lettori. Unanimemente definita come una delle autrici più interessanti di questi ultimi anni, è stata inserita dal magazine francese «Lire» nella classifica dei 50 Writers of Future.

:: La ragazza indossava Dior, Annie Goetzinger, (Bao Publishing, 2014) a cura di Elena Romanello

6 dicembre 2014

la ragazzaDi solito si pensa che i fumetti abbiano a che fare soltanto con storie di genere fantastico: effettivamente molti fumetti sono di genere fantascientifico e fantastico, ma da tempo ormai il medium delle nuvole parlanti viene usato anche per raccontare storie diverse, tra attualità e storia, e qualcuno chiama quest’evoluzione graphic novel. Alle graphic novel si sono dedicate varie case editrici del nostro Paese, presentando prodotti non più seriali come i fumetti propriamente detti, ma opere spesso in un unico volume, presenti nel circuito delle fumetterie e delle librerie.
Per molti non è ancora esistente un rapporto tra donne e fumetti, e dire che negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale sia le lettrici che le autrici, e le storie scritte da donne e rivolte alle medesime spesso sono tra le più originali, come dimostra uno dei titoli più recenti della Bao Publishing, La ragazza indossava Dior di Annie Goetzinger, autrice che in passato ha scritto opere più militanti, tra femminismo e altre tematiche sociali, e che stavolta sceglie di raccontare una storia solo all’apparenza più soft.
Annie Goetzinger racconta, attraverso gli occhi del personaggio inventato Clara, figlia di una sarta che vuol diventare giornalista di moda, l’epopea della Maison Dior, che nella Francia dell’immediato dopoguerra, ancora in preda a razionamenti e rigore, creò uno stile da sogno e da fiaba, fatto di abiti principeschi, che portarono critiche perché venivano visti come uno schiaffo alla miseria ma rilanciarono anche la moda e un settore dell’economica d’oltralpe.
Il tutto viene restituito in un volume curato, con disegni che si rifanno a foto e atmosfere d’epoca, in una mescolanza tra personaggi noti e inventati, che omaggiano figure famose, come la protagonista Clara che ricorda un’icona della moda e dello stile come Audrey Hepburn. Un breve periodo, dieci anni, tra il 1947 e il 1957 quando Dior morì avendo creato sogni e immaginari che periodicamente ritornano sulle passerelle e non solo, che rivive nelle pagine del volume, più incentrato sulla scoperta e restituzione di un’epoca che non sulla nostalgia.
La ragazza indossava Dior è una storia disegnata interessante per tanti motivi: per scoprire o riscoprire un periodo ormai entrato nel mito della storia del costume e della società europea, per rivivere una pagina della propria gioventù (ecco un titolo da regalare a genitori e nonni per far capire cosa sono i fumetti), per chi è interessato alla storia delle donne in tutte le sue forme, per capire il potenziale che hanno le nuvole parlanti, non solo raccontare storie di pura fantasia ma anche altro, favole moderne realistiche di momenti unici, non tragici, ma sempre pagine della Storia del nostro mondo.
Annie Goetzinger, La ragazza indossava Dior, Bao Publishing 19 euro.

Annie Goetzinger Artista sensibile, dal tratto elegante e dallo sguardo attento al mondo femminile, Annie Goetzinger è una delle disegnatrici più rappresentative del fumetto francese. Esordisce nel mondo della bande dessinée dando un grande contributo a riviste antologiche quali Pilote, Circus e Fluide Glacial. Nel 1975 pubblica Casque d’or, opera che le vale due premi al Festival internazionale d’Angoulême. A partire dal 1980 dà vita al sodalizio artistico con lo sceneggiatore Pierre Christin, insieme al quale pubblica numerose opere.

:: Liberi junior: David, Pierre Riches, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2014

DAVIDLa Bibbia è uno dei libri più antichi al mondo e tra le sue pagine ci sono tante storie che hanno per protagonista il popolo e la cultura ebraica. David di Pierre Riches, edito da Gallucci, racconta la vita e le avventure vissute da colui che divenne re David. Il libro è narrazione emozionante che ha per protagonista David, il giovane ed esile pastore che grazie alla sua intelligenza riuscì a sconfiggere il gigante Golia. Riches narra tutte le diverse vicissitudini, lotte e confronti con il popolo e i nemici, che portarono David a diventare il re d’Israele. Il libro è adatto ad un pubblico di lettori bambini,perché lo stile favolistico, usato da Riches, riesce a coinvolgere nella trama il lettore. In realtà, la lettura del volumetto, illustrato da Mantegazza, è adatta anche agli adulti ed è un simpatico libro per conoscere l’avvincente epopea di un uomo dal grande coraggio, ma allo stesso tempo molto umile. Ciò che colpisce in David di Pierre Riches è che nonostante tutto il potere ricevuto, il re d’Israele era sempre in grado di riconoscere le proprie fragilità umane, davanti alla grandezza di Dio. Dai 6 anni in su.

Pierre Riches è nato nel 1927 ad Alessandria d’Egitto, vicino alla Pale­stina dove visse Pietro. Ha fatto tanti viaggi e il giro del mondo per due volte. A 23 anni, da ebreo, è anche diventato cristiano e poi prete. Ha insegnato in molte università: in Ca­li­for­nia, in Nuova Ze­landa e in Paki­stan. Nel 1963 ha partecipato come teologo al Con­cilio Vaticano II in San Pietro, il ven­tunesimo dopo il primo tenuto dagli Apostoli a Gerusalemme. Ora che è anziano, quando non viaggia, vive nella campagna romana e si diverte ancora molto. Con Gallucci ha pubblicato Pietro e David.

Tinin Mantegazza (Varazze, 1931) ha cominciato prestissimo a disegnare sotto l’influenza del gruppo del “Corriere dei Piccoli”. Scrittore, pittore, scenografo, ha dedicato ai ragazzi molti suoi progetti per il teatro e la televisione. Nel 1985 ha ideato e realizzato il pupazzo Dodò, protagonista della trasmissione Rai “L’albero azzurro”. Per Gallucci ha illustrato Il mistero dei bisonti scomparsi.

:: Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2014

indexUn’opera prima di un’autrice non giovanissima, indo americana come il mondo che descrive nelle oltre cinquecento pagine del libro, che ha non pochi punti di interesse, anche se magari lascia qualcosa in sospeso e di poco convincente, nell’economia di una storia complessa e mai in ogni caso banale.
Mira Jacob, fotografa come la sua figlia letteraria Amina, racconta una saga familiare tra passato e presente, tra Seattle, Albuquerque e il New Mexico, con lutti e gioie, cibo e legami, ricerca di sé e richiamo delle proprie radici, scrivendo un libro scorrevole che parla di cose non proprio leggere ed evitando comunque alcuni cliché del genere incontro e scontro tra civiltà.
Si sa poco, letterialmente parlando degli indiani (dell’India) che vivono negli Stati Uniti: mentre su quelli naturalizzati in Gran Bretagna esistono saggi, romanzi, film e testimonianze, nel crogiolo d’oltreoceano se ne è parlato poco, ed è interessante vedere come se la sono cavata in luoghi non iconici a stelle e strisce, ma fuori dai circuiti della California e di New York. Interessante anche il rapporto con la cultura dei Nativi americani, chiamati per anni anzi secoli a torto indiani, e l’autrice dice di aver voluto trattare cosa vuol dire essere immigrati in quello che è un Paese in definitiva rubato ad altri, cosa evidente in Stati profondi come il New Mexico, terra di frontiera con il deserto e il mondo di altri popoli ora ridotti nelle riserve o come mero folklore.
Si parla di donne, con Amina, la classica esponente della seconda generazione dell’immigrazione, giunta nel suo nuovo Paese da bambina e che si è costruita una vita lì pur con i condizionamenti di una cultura che ha permeato la sua vita, ma anche con sua madre Kamala, rimasta legata a quell’altro universo, simboleggiato, e non è una novità ma funziona sempre, dalla cucina. Da segnalare che per una volta si parla di culture diverse, di abitudini diverse, di problemi che possono insorgere, ma non si cade nei soliti stereotipi di raccontare di donne oppresse da tradizioni arcaiche. L’indianità c’è, in Kamala e in Amina, fa parte della loro identità, sia pure in maniera diversa per età e esperienze, ma non in contrasto con altro, è un elemento della loro vita importante e che non preclude poi ad un percorso di affermazione, con strumenti diversi, in un mondo che non è il loro.
La fotografia è un altro tema importante della storia, un qualcosa che l’autrice conosce bene per esperienza diretta, e la fotografia secondo Roland Barthes poteva creare anche stati alterati della mente, ed ecco che si trovano altri due argomenti della storia, le allucinazioni del padre e il sonnambulismo del fratello, patologie che esistono da sempre e che sono viste come stadi ai confini della realtà, che qui rendono il libro ricco di quello che viene chiamato realismo fantastico, una storia in cui convivono tanti elementi.
Poi, forse il tutto è a tratti un po’ superficiale, si sentono poco gli ambienti, che sia in Occidente che in India, ma la storia scorre e riesce a parlare in maniera non pesante di argomenti estremamente impegnativi, dando un ritratto di una famiglia, tra umorismo e tragedia, e dell’incontro tra culture e modi di vivere diversi, argomenti quanto mai attuali oggi.

Mira Jacob è una scrittrice indiana-americana. Ha fondato il Pete’s Reading Series a Brooklyn, ha lavorato come web-editor e ha insegnato scrittura creativa a New York, New Mexico e Barcellona. I suoi scritti sono stati pubblicati su libri, riviste, tv e sul web. Attualmente vive a Brooklyn con il marito documentarista Jed Rothstein e un figlio. Manuale di danza del sonnambulo è il suo primo romanzo.