Libro inchiesta che riporta un’attenta analisi fin troppo realistica del futuro del nostro pianeta.
L’autore descrive nei minimi particolari come abbiamo sfruttato il nostro pianeta, pretendendo sempre di più senza rispetto. Stiamo consumando il doppio di quello che il pianeta potrebbe fornirci naturalmente e non ci stiamo fermando, ma anzi stiamo cercando di spremerlo ancora di più come un virus autodistruttivo.
Nelle sue riflessioni Sturloni ci fa notare come il pianeta è riuscito a vivere per miliardi di anni senza l’uomo, e anzi viveva molto meglio, e quindi nulla toglie che continuando in questo modo il mondo decida a un certo punto di voler continuare a vivere senza di noi e quindi si possa arrivare alla nostra estinzione.
Un romanzo che tratta indubbiamente un argomento molto serio e importante che riguarda tutti noi, con un linguaggio molto semplice e alla portata di tutti.
Lo stile usato risulta però un po’ lento rendendo difficoltosa la lettura già appesantita dal tema trattato.
Infatti in un periodo dove la gente è sobbarcata da problemi quotidiani, dove fa fatica ad arrivare a fine mese quando legge un libro vorrebbe qualcosa per svagare la mente e distrarsi almeno per un po’ dalla routine quotidiana, con Il pianeta tossico invece viene catapultato in una realtà ancora più dura che però dovrebbe far pensare e magari convincere a fare qualcosa per migliorare il nostro futuro.
Nel complesso un’ottima lettura consigliata a tutti che fa aprire gli occhi e ci obbliga a pensare a prendere coscienza di fatti che vogliamo ignorare solo per stare meglio, anche se è un benessere solo momentaneo.
Giancarlo Sturloni nasce nel 1973. Saggista e giornalista viene considerato cintura nera in comunicazione della scienza. Consulente in campo scientifico, sanitario e ambientale. Collaboratore presso la RAI, giornalista per l’espresso e curatore del blog Toxic Garden sui rischi ambientali. Docente di comunicazione del rischio all’università degli studi di Udine e Governance e cittadinanza scientifica alla SISSA di Trieste.
Nel 2006 ha pubblicato Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico con la casa editrice Sironi.
Nel 2007 con la casa editrice Codice e in collaborazione con Daniela Minerva ha curato il volume Di cosa parliamo quando parliamo di medicina.
Nella sua vita ha conseguito una laurea in Fisica, un master in comunicazione della scienza e un dottorato in scienza e società.
Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un viaggio nella vita di una giovane donna turca emigrata in Svizzera. Qui, la ragazza, lasciata sola dal fidanzato, trascorre le sue serate nei caffè che animano la Città Vecchia di Ginevra. Il pellegrinare tra le viuzze del centro abitato e il frequentare i locali del posto, permetteranno alla giovane protagonista di scrivere memorie della propria vita. Allo stesso tempo, la sua mente e il suo animo saranno portati a compiere una riflessione sulla gioventù che la circonda, traendo conclusioni dolorose. Accanto alla storia della protagonista principale, si innestano altri brevi racconti che, come cartoline arrivate da lontano, narrano vicende di donne e uomini che non hanno avuto una facile esistenza. Gli esseri umani descritti dalla Erdoğan sono persone afflitte dal dolore, più che fisico, emotivo; da menomazioni e incompatibilità caratteriali e culturali che hanno ostacolato, e ostacolano, le relazioni interpersonali dei diversi protagonisti. La protagonista del primo racconto (Nel vuoto dell’occhio perduto) è una ragazza di nazionalità turca, con un occhio solo, che vive a Ginevra e le sue origini etniche, unite all’imperfezione fisica, pregiudicano l’approccio che gli altri hanno nei suoi confronti. Altro personaggio interessante è l’uomo originario della Turchia che dopo anni di lontananza torna nel suo paese d’origine dove, vedendo i luoghi di un tempo, ripensa allo sfacelo del proprio matrimonio. Tante sono le storie presenti ne Il mandarino meraviglioso, come tanti sono i personaggi che in esso vivono, messi a dura prova dalle esperienze della vita quotidiana. Ciò che accumuna queste donne e uomini, più e meno giovani, è il continuo pellegrinare fisico e psicologico dell’io, sempre alla ricerca di traguardi e mete da raggiungere, anche quando l’obiettivo a cui arrivare non è ben chiaro. Il libro della Erdoğan è una romanzo sulla forza del ricordo, sull’importanza che ha il mantenere vivo l’attaccamento alle proprie origini. Queste ultime sono le radici che hanno dato la vita ai protagonisti di questa storia e sono, in un certo senso e per alcuni di loro, la linfa vitale che li spinge ad affrontare ogni imprevisto della quotidianità e del destino. Altri temi trattati dall’autrice sono l’emigrazione e il senso di spaesamento che spesso da essa ne deriva. Una sensazione che ostacola i personaggi nel loro tentativo di farsi accettare dalla nuova società nella quale sono andati a vivere. Il fatto è che la difficoltà di farsi accogliere dagli altri non sembra essere un tratto comune solo a coloro che arrivano in una terra nuova. Il sentirsi fuori posto e inadatti ad un ambiente, a volte, travolge anche coloro che tornano nel posto dove sono nati, proprio come avviene nel racconto di chiusura Un visitatore dal paese del passato. Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un insieme di storie di emigrazione, di identità perse e ritrovate e di chi, come l’autrice stessa, ha vissuto e conosciuto città e culture diverse. Traduzione di Giulia Ansaldo.
Di solito si pensa che i fumetti abbiano a che fare soltanto con storie di genere fantastico: effettivamente molti fumetti sono di genere fantascientifico e fantastico, ma da tempo ormai il medium delle nuvole parlanti viene usato anche per raccontare storie diverse, tra attualità e storia, e qualcuno chiama quest’evoluzione graphic novel. Alle graphic novel si sono dedicate varie case editrici del nostro Paese, presentando prodotti non più seriali come i fumetti propriamente detti, ma opere spesso in un unico volume, presenti nel circuito delle fumetterie e delle librerie.
La Bibbia è uno dei libri più antichi al mondo e tra le sue pagine ci sono tante storie che hanno per protagonista il popolo e la cultura ebraica. David di Pierre Riches, edito da Gallucci, racconta la vita e le avventure vissute da colui che divenne re David. Il libro è narrazione emozionante che ha per protagonista David, il giovane ed esile pastore che grazie alla sua intelligenza riuscì a sconfiggere il gigante Golia. Riches narra tutte le diverse vicissitudini, lotte e confronti con il popolo e i nemici, che portarono David a diventare il re d’Israele. Il libro è adatto ad un pubblico di lettori bambini,perché lo stile favolistico, usato da Riches, riesce a coinvolgere nella trama il lettore. In realtà, la lettura del volumetto, illustrato da Mantegazza, è adatta anche agli adulti ed è un simpatico libro per conoscere l’avvincente epopea di un uomo dal grande coraggio, ma allo stesso tempo molto umile. Ciò che colpisce in David di Pierre Riches è che nonostante tutto il potere ricevuto, il re d’Israele era sempre in grado di riconoscere le proprie fragilità umane, davanti alla grandezza di Dio. Dai 6 anni in su.
Un’opera prima di un’autrice non giovanissima, indo americana come il mondo che descrive nelle oltre cinquecento pagine del libro, che ha non pochi punti di interesse, anche se magari lascia qualcosa in sospeso e di poco convincente, nell’economia di una storia complessa e mai in ogni caso banale.
Novantaquattro anni sono un’età ragguardevole, ma si vorrebbe comunque che certe persone non morissero mai, come P.D. James, autrice di gialli e non solo da oltre cinquant’anni, tra i nomi più amati degli ultimi decenni, capace di prendere in mano la lezione dei classici del genere e di renderli interessanti e fruibili anche dal pubblico di oggi.
Elif Shafak ambienta il suo nuovo romanzo (La città ai confini del cielo, Rizzoli 2014) a Istanbul durante quello che fu il periodo più florido dell’Impero Ottomano, il XVI secolo. L’autrice elegge come protagonista dell’intricata storia un ragazzino di origini sconosciute, un certo Jahan, arrivato alla corte di Solimano il Magnifico con il compito di accudire l’elefante bianco Chota, che lo Shah dell’Hidustan ha inviato in dono a Sua Maestà il Sultano. Jahan è un ragazzo curioso e la sua curiosità lo spinge ben presto lontano dal serraglio in cui sono confinate le esotiche bestie del Sultano. Sarà proprio questa sua caratteristica dote ad attirare l’attenzione del Capo Architetto Reale, l’eccellente Sinan.
Se avete voglia di sorridere leggendo le avventure di una quarantenne nella Roma di oggi, vi consiglio Porca pupazza no! La strategia del pesce palla, di Maria Letizia Maffei edito da Castelvecchi. Il primo romanzo della Maffei è un ritratto di Amy alle prese con il lavoro precario, con l’amicizia, con il sesso e con l’amore. Attenzione questo libro non è il classico chick-lit, perché la Maffei ci racconta di Amy mostrandoci non solo una donna molto sbarazzina e amante della vita. La protagonista è appassionata al suo lavoro traballante e salda alle solide ruote della bicicletta con la quale scorrazza per le vie dell’Urbe e questo porta il lettore dentro alla vita e al cuore di questa donna spontanea e complessa. Amy a volte è impacciata in quello che fa e nei sentimenti che vive (basta leggere le sue avventure nel sexy shop- delle quali si pente subito dopo- o la preparazione fisico mentale che compie prima di un breve ricovero ospedaliero). Il suo essere a volte troppo “trasparente”, non solo le impedisce di nascondere quello che pensa e prova ma, a volte, la porta a credere in cose che non sono quello che sembrano in apparenza. Comica è la situazione romantica di Amy con il suo avvocato quasi “fidanzato”, a casa di lui. L‘atmosfera è idilliaca, ma essa si frantuma in un nano secondo quando lei, lasciata sola, scopre una foto con due ragazzini, che pensa subito siano i figli del suo partner. All’inizio Amy prova un senso di sfortuna, ma lo vive in modo ironico ed è questo che le permette di sorridere alla vita e allo stesso momento di sentirsi un po’ sfigata, visto che sembra trovarli sempre e solo lei gli uomini già ammogliati. Poi, però, leggendo il libro della Maffei ci si rende conto che il tono ironico serve alla protagonista non solo ad affrontare la vita, ma a tenere sotto controllo quel dolore che la tormenta da quando l’amata sorella è morta. Amy prova un vero e proprio senso di colpa per non essere riuscita a strappare alla morte la sorella, ed è questa sofferenza per aver perso qualcuno a cui lei voleva bene, che le rende difficile il riuscire ad affezionarsi prima e ad amare, poi, le persone. Quella di Amy non è incapacità di manifestare i propri sentimenti, la sua è paura di amare e di perdere, ancora una volta, chi ama. Il fil rouge che torna spesso e volentieri nel romanzo della Maffei è l’esclamazione “Porca pupazza”, che la protagonista esprime quando si trova in situazioni grottesche, tra il serio e il faceto. La frase potrebbe apparire infantile e fuori luogo, ma è il motto che serve alla giovane donna per sdrammatizzare e affrontare le assurde e complicate situazioni che la vita le riserva. Poi, Amy -e forse non solo lei- adotta la strategia del pesce palla che di solito, per rendersi più minaccioso, si gonfia per impaurire l’avversario. I protagonisti del libro non si gonfiano, ma si uniscono l’uno con l’altro, per formare un gruppo compatto e affrontare in modo compatto gli imprevisti del vivere quotidiano. Il ritmo incalzante, la trama coinvolgente e la dimensione quotidiana fanno di Porca pupazza no! La strategia del pesce palla di Maria Letizia Maffei un simpatico romanzo nel quale Amy cerca, in modo rocambolesco, la forza e l’amore per andare avanti e affrontare il domani.
Il rapporto tra uomini e animali selvatici è spesso oggetto di contrasti e problemi, che spesso finiscono nelle cronache, ma può anche dare momenti di incomparabile bellezza, oltre che un arricchimento esistenziale e spirituale che non si dimentica facilmente.
A Napoli nel 1655 regnano gli spagnoli con un Vicerè. Almeno questo insegnano i libri di storia. I romanzi ci raccontano un’ altra storia, parallela, ma non per questo meno realistica, e così fa Peste di Alfredo Colitto, uno scrittore che ha sempre fatto della storia la trama dei suoi libri più famosi, unendo avventura, intrighi, affreschi sociali vividi e animati, personaggi ben caratterizzati, ad una facilità di scrittura naturale, che smussa l’ ostacolo maggiore dei romanzi storici, rendere la lettura scorrevole e fluida e soprattutto non noiosa. E se c’è un difetto che Colitto non ha è quello di essere noioso.
Mabel, cresciuta in una famiglia che gestisce una lavanderia e non ha mai visto molto oltre quell’orizzonte, ha la possibilità di cambiare la propria vita quando vince una borsa di studio per un college dell’East Coast, dove si trova a dover dividere la stanza con la ricca, bella e volubile Genevra Winslow, erede di una delle famiglie più importanti del Paese. Dopo un iniziale periodo di noncuranza reciproca, tra le due ragazze nasce un’amicizia, che porta Genevra a invitare Mabel a passare l’estate nella sua casa su un lago del Vermont, dove la aiuterà a sistemare un cottage.
























