:: A testa in giù, Elena Mearini, (Morellini, 2015) a cura di Natalina S.

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a-testaÉ bello provare meraviglia. E lo è ancor più se a suscitarla è un sentimento di sorpresa verso qualcosa di atteso e conosciuto come l’arte di Elena Mearini, scrittrice lombarda dal tratto indiscutibilmente autentico e personale.
Perito delle parole e della loro armonia nei giusti incastri, Mearini, dopo la storia di Vera in 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881) e quella di Serena in Undicesimo comandamento (Perdisapop), riappare sullo scenario letterario con un nuovo romanzo, A testa in giù, edito da Morellini.

È una storia dolce, nostalgica, a tratti amara ma ricca di speranza,  quella che l’autrice milanese ci racconta attraverso le voci, in prima persona, di Gioele e Maria, anelli tanto fragili quanto forti di una società complessa, spesso arroccata su convinzioni egoiche e false da sfaldare e sfalsare. Due vite in una sola vita, due storie in una sola storia come il battito delle mani di Gioele, sul volante del suo Maggiolone, nel loro ritmo uno, uno-due, a testa in giù. Vien persino male a parlare di rovescio. Ricorda la pioggia, il vomito, qualcosa che è sverso, non conforme, strano. Come Gioele e il suo muro di silenzi. Come Van Gogh e la sua faccia di pietra scavata. Ma che bello sarebbe se tutti noi provassimo a capovolgere il mondo e ci avvicinassimo ai tanti Gioele e ai tanti Van Gogh che ci stanno a fianco? Scambiare i sassi per le nuvole e credere di camminare in cielo con i piedi in terra ci permetterebbe di guardare la vita dalla prospettiva del prossimo tuo come il comandamento dell’Amore insegna.
…è una storia tenera, melanconica, a tratti aspra ma dal sapore buono quella che l’autrice milanese ci consegna attraverso le parole non dette di Gioele e quelle dette di Maria che al contrario del primo ne ha tante anche perché il silenzio è freddo, un secolo è lungo da abbracciare e storie ne ha da raccontare; come la fame e i suoi morsi da leone, la guerra e le sue ferite, l’egoismo e le sue mediocrità.
In un continuo andirivieni tra passato e presente prende forma l’impalcatura narrativa; un viaggio fisico quanto temperale che da Milano ci porta a Covo e poi a San Giorgio; che dal qui e ora ci porta nel luogo di allora, che come allora non è… non è più, se non nel cuore e nella memoria di Maria.
Bisogna saperle trattare, le parole. Altrimenti ti si rivoltano contro, fino a sciupare la storia che avresti tanto voluto raccontare”. E non v’è dubbio alcuno che la Maria il suo canovaccio l’abbia saputo intessere; un punto a destra e uno a sinistra e la trama restituisce un ricamo perfetto in cui gli avvenimenti non sono pure coincidenze ma coincidenze significative. Questa volta, a differenza dei primi due romanzi, frasi meno serrate fanno si che il fiato non sia soffocato in un ritmo accelerato. Non resta che l’encomio per Elena Mearini, per le parole che ha saputo trattare senza sciupare la storia che voleva raccontare.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia, edito da Excelsior 1881 e vincitore del premio Gaia Mancini, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo Undicesimo comandamento, che vince il premio Gaia Mancinie e il premio Unicam – Università di Camerino. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti Latte, chiodo e arcobaleno per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa alla raccolta di racconti Vacanze milane, a cura di Luca Doninelli. Nel 2013 pubblica la silloge Dilemma di una bottiglia per Forme libere Edizioni, nel 2014 la silloge Per silenzio e voce (Marco Saya editore) e partecipa alla raccolta Siria. Scatti e parole (Miraggi edizioni). È finalista al premio Maria Teresa di Lascia e vincitrice del Premio Perelà 2013.

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