Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Mediorientarsi – Ultimo giro al Guapa,Saleem Haddad (E/O, 2016) a cura di Matillde Zubani

4 luglio 2016
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La storia che Saleem Haddad ci racconta attraverso gli occhi del protagonista, il giovane Rasa, è una storia personale, intima e allo stesso tempo collettiva. Rasa è un giovane interprete alle prese con due rivoluzioni: una interiore, che coinvolge la difficile  accettazione della sua identità di arabo e di omosessuale, e una esteriore, la lotta di piazza contro un regime spietato.
Gli eventi del racconto si svolgono in luoghi diversi di una brulicante città mediorientale di cui non viene mai rivelato il nome, ma che capiamo essere scossa da un tumulto sociale e politico: sullo sfondo compaiono manifestazioni, proteste, pestaggi, campi profughi e giornalisti inviati dalla stampa internazionale. Il Guapa, locale underground e luogo di ritrovo dei “deviati”e degli esclusi, diventa il cuore stesso della città di Rasa, il simbolo della strada e della sua ribellione.
Le vicende del romanzo si dispongono su due livelli, presente e passato. Il primo livello si sviluppa nell’arco di trentasei ore a partire dalla notte in cui la nonna Teta sorprende il nipote in compagnia dell’amato Taymour. In seguito a questa scioccante scoperta Rasa trascorre momenti di puro tormento, segnati dalla paura che l’amato possa decidere di tirarsi indietro. La storia così fa un balzo nel passato: Rasa ripercorre le tappe importanti della sua vita e compie un simbolico viaggio alla ricerca di sé stesso.
Rasa racconta della sua infanzia, del suo essersi trovato a fare i conti con la doppia natura della società in cui vive, spettatore di un contrasto esistenziale interno alla sua stessa famiglia. Da un lato ci sono le regole imposte dalla tradizione, incarnate dalla nonna Teta, autoritaria e inflessibile, che fanno leva sul concetto di vergogna: ‘eib‘; dall’altro c’è la voglia di rompere questi schemi, rappresentata dalla madre artista e pittrice, che trova ispirazione negli “ultimi”. Sarà il mondo di Teta da avere la meglio, dopo l’allontanamento della madre e la morte del padre. L’opportunità di partire per frequentare l’università in America rappresenterà per Rasa un tentativo di fuga dal Paese e dalle sue costrizioni, nella speranza di trovare un luogo in cui poter essere finalmente sé stesso. Convinto che avrebbe smesso di interpretare un personaggio, si troverà invece costretto a misurarsi con il suo essere arabo negli Stati Uniti di inizio millennio.
Taymour si sposerà con una ragazza di buona famiglia (nell’estremo tentativo di proteggere la loro storia d’amore?), rinnegando sé stesso e i suoi sentimenti, piegandosi al volere sociale. La ricerca di identità del protagonista si intreccia con quella di una collettività agitata dal desiderio di cambiare. Parallelamente, l’autore s’interroga anche sulla breve e intensa stagione delle proteste di piazza prima che la repressione del regime e la conseguente estremizzazione degli scontri portassero all’emergere del fondamentalismo islamico: “Per un attimo abbiamo avuto tra le mani l’intero Paese. Ma poi ci siamo tirati indietro. E adesso il potere della strada è stato abbattuto, gli è stato spezzato il cuore. Abbiamo spinto a calci il cadavere della rivoluzione fino al cordolo dei marciapiedi e abbiamo cercato di allontanarci, senza renderci conto che nel farlo avevamo seppellito noi stessi. E dopo che un uomo viene ucciso, e poi un altro e un altro ancora, le morti diventano così tante che una singola vita non importa più a nessuno.”
Ultimo giro al Guapa è un romanzo intenso e coinvolgente sul piano emotivo, ma anche molto interessante dal punto di vista sociale e politico. L’autore trascina i lettori nel turbinio angoscioso di una storia dolorosa, che lascia però intravedere nel finale una speranza per cui si può ancora combattere:

“Forse dovremo andare a manifestare!”. “Si, si, è una splendida idea. Andiamo a manifestare. Contro chi?” “Contro tutti. Contro tutti.”

Assolutamente consigliato!
Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.

Saleem Haddad è nato in Kuwait nel 1983 da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Ha lavorato per Medici Senza Frontiere in Yemen, Siria e Iraq. Ha collaborato con il Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania. Attualmente vive a Londra dove lavora per conto di Safeworld come Conflict and Security Advisor per le aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Ultimo giro al Guapa è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulio dell’ Ufficio stampa E/O.

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:: Da qualche parte c’è un briciolo di felicità, Svenja Leiber (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2016
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Ruven Preuk è il protagonista del romanzo Da qualche parte c’è un briciolo di felicità della scrittrice Svenja Leiber. Il libro, pubblicato in Italia da Keller editore per la collana Passi, ha per protagonista il ragazzino Ruven, residente in un piccolo villaggio campagnolo, dislocato a Nord della Germania. Ad un certo punto tutta la comunità si accorge della forte propensione alla musica di Ruven e, per tale ragione, il giovane abbandona il suo villaggetto di campagna con un fine preciso: raggiungere il suo insegnante di violino Golbaum, residente nel ghetto ebraico di Amburgo, e diventare un grande musicista. Con l’anziano maestro, Ruven trova quell’empatia che lo porta a credere di poter avere un futuro e un successo certi e sicuri in ambito musicale. Tutto questo a Ruven sembra una qualcosa di fattibile, perché a dargli forza c’è l’amore per la bella Rahel. Peccato che la vita e le cose non sempre vadano come noi vorremmo e lo stesso Ruven dovrà fare i conti con risvolti esistenziali ben diversi da quello che aveva pensato per sé. L’imprevedibile destino separerà l’aspirante violinista dalla sua amata e, pagina dopo pagina, la Leiber ci conduce dentro alla vita di un giovane diventato uomo che sposerà una donna, forse, mai amata fino in fondo. Ruven, una volta diventato marito, soldato e padre sembrerà del tutto incapace di assolvere alle funzioni familiari, lavorative e sociali, come se fosse travolto da un male di vivere che gli impedisce di trovare la felicità. Il tutto è ambientato in una Europa tra gli anni Dieci e l’immediato periodo del Secondo dopoguerra. Uno scenario narrativo che permette al lettore di comprendere quanto geograficamente la nostra Europa sia cambiata all’inizio del XX secolo e quanto gli eventi che in essa sono accaduti (due guerre mondiali e la ricostruzione poste bellica) abbiano influenzato anche la vite delle persone che ci hanno vissuto. Da qualche parte c’è un briciolo di felicità dimostra che oltre al variare dei confini quello che si verifica nella vita del protagonista è la presa di coscienza del fatto che tutti gli uomini, spesso e volentieri, trascorrono la loro esistenza cercando la felicità, senza rendersi sempre conto che la vera gratificazione sta anche, o forse soprattutto, nelle piccole cose del quotidiano. Traduzione dal tedesco Elisa Leonzio.

Svenja Leiber è nata a Amburgo nel 1975 ed è cresciuta nella Germania settentrionale. Ha vissuto per breve tempo in Arabia Saudita. Ora vive a Berlino insieme al marito e ai loro due figli. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di racconti, Büchsenlicht, e nel 2010 il romanzo Schipino. Ha potuto godere di diverse borse per scrittori finanziate da importanti fondazioni culturali tedesche e ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Werner-Bergengruen-Preis e l’Arno-Reinfrank-Literaturpreis. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Source: Keller editore. Grazie a Silvia Turato dell’ufficio stampa.

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:: Anime di seconda mano di Christopher Moore (Elliot, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

30 giugno 2016
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Un piccolo avvertimento: Anime di seconda mano è in realtà il secondo libro che Moore dedica alle assolutamente folli vicende della vita di Charlie Asher.
Il  che comunque non impedisce di cominciare a leggere senza sapere nulla del libro precedente, Un lavoro sporco (Elliot, 2007), esattamente come ho fatto anche io.

Tra i due libri infatti sono passati alcuni anni e l’autore stesso sembra rendersene ben conto, agevolandoci con delle rapide sintesi degli eventi accaduti:
Charlie Asher era un mercante di morte, incaricato, lui come molti altri, di raccogliere le anime dei defunti e custodirle fino al loro passaggio in un nuovo essere vivente. Fortuna ha voluto poi che sua figlia di sette anni, Sophie,  fosse l’incarnazione in terra della Grande Morte in persona. Cosa che comunque gli è tornata molto utile quando le Morrigan, delle antiche divinità celtiche divoratrici di anime e assetate di sangue, si sono liberate dalle Tenebre per piombare su San Francisco. Sophie è riuscita a vaporizzare le tre donne-corvo, ma non prima che uccidessero suo padre Charlie.
O meglio: ora sappiamo che solo il corpo di Charlie è andato perduto, perché la sua anima in realtà è stata salvata e messa in una creaturina artificiale, un recipiente a forma di bizzarro coccodrillo di trenta centimetri dotato di piccole zampette artigliate, una tunica da mago e un gigantesco pene. Ed in questa forma assolutamente disagevole Charlie si trova a dover affrontare il ritorno delle Tenebre, attirate in città dall’enorme quantità di anime e fantasmi che sono rimasti in giro dopo che lui e gli altri mercanti di morte hanno smesso di fare il loro lavoro.
Il testo di Moore è divertente, pieno di guizzi linguistici, giochi di parole e battute che ti fulminano mentre leggi; è un libro pieno di inventiva, straripante di idee e trovate buffe, un po’ freak, e che all’improvviso vira violentemente verso il grottesco e l’inquietante. Dove il motore della storia è la fantasia dell’autore, che si diverte a mettere insieme dei personaggi improbabili e tutti dalla caratterizzazione fortissima, alle prese con vicende cosmiche e un pantheon di dei altrettanto variegato che mette insieme celti e antichi egizi, cristianesimo e buddismo.
Il vero punto di forza del libro sono proprio, almeno secondo me, i suoi personaggi, particolari fino all’inverosimile e impossibili da scordare: c’è l’Imperatore di San Francisco, un vagabondo senza tetto con i suoi due cani, ex-mastini infernali, che parla in sogno coi fantasmi; Menta Fresca, afroamericano di due metri che veste solo di sfumature di verde menta, mercante di morte anche lui; Audrey, monaca direttrice di un centro buddista con dei capelli cotonati da drag queen, capace di proiettare l’anima di un defunto nei pupazzi creati da lei; e la mia preferita in assoluto, Jane, la sorella di Charlie Asher che dopo la “morte” di lui gli ha rubato tutti i migliori completi dall’armadio e che con la sua compagna è diventata la tutrice della piccola Sophie alla quale è stata capace di insegnare parolacce veramente molto fantasiose.
E in tutto questo si trova coinvolto e sballottolato Charlie Asher, “maschio beta”, naturalmente remissivo e anonimo, alla ricerca di un po’ di equilibrio nella sua vita, di un corpo nuovo e di un modo per evitare la fine del mondo.
Si potrebbe dire insomma che questo libro è costruito un po’ come lo sono alcuni dei suoi personaggi, ovvero le creaturine artificiali del Popolo degli scoiattoli, realizzate dalla monaca buddista Audrey a partire da pezzi di animali e prosciutto per contenere le anime da salvare: tanti personaggi diversissimi tra loro formano un’unica storia, così come le tante parti di animali formano un unico essere vivente; mentre tanti stili diversi (specie nei racconti che i fantasmi fanno in prima persona delle loro vite) sono i tanti materiali diversi che compongono il Popolo degli scoiattoli.

Christopher Moore, nato in Ohio nel 1957, è autore di quindici romanzi, inclusi alcuni come Il vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù o Un Lavoro sporco che hanno avuto un successo internazionale. Prima di pubblicare l suo primo romanzo nel 1992, La commedia degli orrori, ha lavorato come cameriere, fotografo, DJ, portiere di notte, commesso di drogheria e riparatore di tetti, tutte occupazioni che svolgono anche i personaggi di alcuni suoi romanzi.
Al momento vive a San Francisco col la moglie e quando non scrive si rilassa con il kayak o la fotografia.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulia dell’ ufficio stampa Elliot Edizioni .

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:: La ragazza del treno, Paula Hawkins, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016
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In vista del film in preparazione con la brava Emily Blunt nel ruolo della protagonista, merita senz’altro di recuperare se non lo si ha ancora letto un bel thriller di qualche mese fa, La ragazza del treno di Paula Hawkins, una storia on the road in maniera però abbastanza insolita.
Dopo il divorzio, la vita di Rachel ha preso una brutta piega: tutte le mattine prende un treno che la porta dal sobborgo fuori Londra in cui vive al lavoro non certo esaltante in centro, in un tran tran senza prospettive di miglioramento in cui lei si è ripiegata con non poca depressione. L’unica consolazione di Rachel è guardare dal treno le strade e le case fuori dal finestrino nei quartieri benestanti, case in cui lei non si potrà mai permettere di vivere, con i suoi abitanti, come quella coppia che vede tutte le mattine fare colazione e che per lei è diventata simbolo di una vita perfetta. Ma un giorno su quella veranda da sogno Rachel vede qualcosa che non doveva vedere, qualcosa di legato alla sua precedente vita, che sconvolgerà le sue certezze e che potrebbe anche metterla in pericolo, perché presto ci sarà un crimine su cui la polizia deve indagare.
Già Alfred Hitchcock aveva raccontato il guardare le vite altrui, ne La finestra sul cortile, dove un reporter immobilizzato per un incidente spiava in un mondo senza social network il suo vicinato finché non scopriva un crimine all’apparenza inesistente. La ragazza del treno ricorda in qualcosa questa trovata geniale, spostandola però dalla relativa tranquillità dei propri vicini di casa al mondo che si vede da un treno, non luogo della contemporaneità, preso oggi da milioni di persone nei Paesi occidentali, Italia compresa, da cui si può vedere di tutto ma dove si può approfondire ancora meno che dalla finestra di casa propria e dove forse si può lavorare ancora di più di fantasia prima che la realtà colpisca con la sua durezza.
Volendo, si potrebbe citare anche un altro film, sia pure in un contesto ancora più diverso, Le vite degli altri di Henckel, dove un agente della Stasi nella Germania dell’Est a forza di spiare gli altri non aveva più una vita sua. Però è quello che succede alla fine a Rachel, immersa in una sorta di abulia senza prospettive, capace solo di sognare dietro a vite irraggiungibili e delle quali alla fine non sa niente, finché non arriva la scossa.
Dietro a questo romanzo, dedicato dall’autrice a tutti i pendolari che si muovono nella zona di Londra, una città nella città, ci sono quindi tante cose, oltre ad un’avvincente storia thriller: la solitudine, l’inadeguatezza di cui si sentono vittime tante persone, il non riuscire a cambiare la propria vita, il sognare come antidoto ad una realtà, il non doversi fermare alle apparenze. Un libro piacevole da leggere ma che lascia non poche cose importanti dietro di sé.

Paula Hawkins ha lavorato come giornalista prima di mettersi a scrivere. La ragazza del treno è il suo primo romanzo, già in corso di trasposizione cinematografica, e uno dei maggiori successi degli ultimi anni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Grandi momenti, Franz Krauspenhaar (Neo Edizioni, 2016)

30 giugno 2016
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E’ uscito qualche mese fa, l’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar. Dal titolo quanto mai evocativo, e amaramente beffardo, Grandi momenti. Quali sono i grandi momenti di una vita? La vita ha davvero grandi momenti? Il titolo mi richiama alla mente Great Expectations di Dickens, anche forse non ci sono altri punti di contatto. Grandi momenti e un romanzo autobiografico, (non lo sono tutti i romanzi di Krauspenhaar?) in una misura abbastanza singolare (la chiamano autofiction, mi pare). Franz Krauspenhaar prende parti della sua vita e le scompone e trasfigura nell’arte. L’arte di narrare una storia, con quella irritazione, e quella selvatica forza che non punta a rassicurare o compiacere il lettore. Ha senso contaminare l’arte con la vita o viceversa? Per Franz Krauspenhaar sì, è il suo tratto distintivo, il suo marchio di fabbrica. Se poi per il lettore ha senso invece scoprire se davvero Franco Scelsit è l’alterego narrativo di Franz Krauspenhaar, fedele in ogni sua piega, in ogni suo pur minimo dettaglio, è un’altra questione. A chi scrive non interessa granché, ogni scrittore svela o nasconde quello che vuole, guidato dal talento di cui più o meno è dotato. Vivisezionare o psicanalizzare Franz Krauspenhaar non mi interessa, già un po’ di più mi incuriosisce analizzare e sondare il personaggio Franco Scelsit voce narrante di questo romanzo a tratti oscuro, a tratti allegro, a tratti comico, a tratti melanconico. Ciò non toglie che Krauspenhaar è un autore davvero capace di esporsi fino a scorticarsi, perché certe cose non si inventano, o le si prova, e le si vive, o non vengono proprio in mente. Franz Krauspenhaar possiede questa sorta di generosità ostinata, e scontrosa che impone al lettore di mettere dei paletti, quasi per pudore, e non accettare tutti gli inviti, anzi eluderli proprio. Leggo prevalentemente la sera, finché il sonno non mi fa desistere, e certe sere allontonavo il libro e dicevo basta, non me la sento di affronatare un testo così. Non è un libro leggero, non è intrattenimento puro, ti costringe a pensare, a fare i conti anche con la tua vita. Franco Scelsit, il protagonsita voce narrante è uno scrittore, che si trova a dibattersi tra scrivere ciò che la sua arte gli impone (ed essere letto da tre persone) o scrivere romanzi più commerciali (da autogril), e guadagnarsi una certa sicurezza economica e una relativa tranquillità. Vive con la madre (il colonnello della sussistenza) e un fratello, ama le auto veloci (la meravigliosa Jaguar E Type – anno di fabbricazione 1967, color oro brunito e sedili in pelle nera), le donne, e tra gli inciampi del vivere si trova a sopravvivere a un infarto. La sua vita cambia, (diremmo in meglio) c’è la riablitazione, nuovi amici (compagni di sventura, naufraghi), c’è una strana rielaborazione del lutto (mancato). Franz Krauspenhaar è uno scrittore onesto. Un artista eccentrico se vogliamo, ma dotato davvero del dono di inannellare parole. Nel panorama italiano ha una sua nicchia una sua posizione che difficielmente lo fa paragonare ad altri. Segue la sua poetica fino alle conseguenze più estreme e inaspettate. E sembra divertirsi. Martin Amis (non leggo nulla di contemporaneo che non sia scritto da me, a parte forse, martin Amis), William Faulkner e Jean Cocteou, compaiono nell’ epigrafe. E poi Thomas Mann, Antony Burgess, e Godard, Truffaut, Scorzese. E Gigi Riva e Renato Rachel e le lavanderie di Cindy Lauper. E il fantasma di suo padre, come quello di Amleto (lo vedo passare e lui è una cazzo di lepre). E il fratello in una sorta di epifania gli dice a proposito: “Tu hai le visioni di un animale, un mostro. E’ il prodotto della tua paura di vivevre. La stessa paura che temi e che fomenti”. Paura di vivere, paura di morire, aspettative, conti da saldare con il passato e il presente. Per progettare un futuro, che ancora si spera di poter avere. Un libro bellissimo, dolorosamente bellssimo.

Franz Krauspenhaar (1960, Milano) scrittore, poeta e compositore, ha pubblicato quasi 20 libri tra narrativa e poesia. Ricordiamo i romanzi Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Era mio padre (Fazi, 2008), Le monetine del Raphael (Gaffi, 2011). In poesia, i libri Effekappa (Zona, 2010), Biscotti selvaggi (Marco Saya, 2012) e il poema Le belle stagioni (Marco Saya, 2014). L’unico saggio è Un viaggio con Francis Bacon (Zona Novevolt, 2010). È stato redattore di “Nazione Indiana” e attualmente è redattore della rivista letteraria “Achab” coordinata da Sara Calderoni e diretta da Nando Vitali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Neo Edizioni.

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:: Verità sepolte, Allen Eskens,(Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016
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Tempo d’estate e tempo di gialli, tra i quali Beat edizioni propone l’edizione tascabile dello struggente cold case Verità sepolte, ricerca di una verità ma anche di un’umanità perduta, di un saper vedere oltre le cose e i luoghi comuni, partendo da un incontro che potrebbe a prima vista ricordare quello di un ormai classico del genere, Il silenzio degli innocenti, tra un’investigatrice alle prime armi e un pericoloso serial killer. Ma qui le carte in tavola sono ben diverse, come si scopre man mano.
Joe Talbert, studente universitario alle prese con i deliri di una madre incapace di badare a se stessa e pronta a dilapidare i soldi che lui ha messo da parte per studiare, decide di incontrare e intervistare uno degli uomini più odiati d’America, Carl Iverson, da anni in galera con l’accusa di aver stuprato, ucciso e bruciato una ragazzina di soli 14 anni decenni prima. Di fronte al mostro, Joe ascolta il racconto della sua vita di reduce del Vietnam, ma pian piano comincia a capire un’altra realtà, qualcosa che può cambiare una vita per cui sembra non esserci più tempo.
Un thriller che scava nell’animo umano, mettendo a confronto due solitudini, quella di un carcerato con un’accusa infamante che l’ha bollato a vita e quella di un ragazzo che cerca di riscattarsi con lo studio da una vita triste, ma anche una lucida denuncia degli errori giudiziari e un invito al riscatto, anche se in extremis, perché non sempre ci possono essere lieti fini, anzi nella vita reale quasi mai, ma va fatta giustizia e va ristabilita la verità.
Verità sepolte si inserisce nel filone dei Cold case, dall’omonima e ormai conclusa serie televisiva, cioè delle storie in cui si riprendono delitti irrisolti o risolti nella maniera sbagliata per scoprire cosa è successo veramente. Un filone sfruttato in letteratura, cinema e tv, ma presente anche nella vita reale, soprattutto da quando le indagini della polizia scientifica hanno reso possibile il recupero di prove che si credevano perdute e nuovi metodi di analisi su quelle esistenti. In questo caso di metodi di indagine scientifica ce ne sono pochi, c’è più un entrare dentro la psiche umana, dentro drammi sociali all’apparenza rimossi, come quello dei reduci del Vietnam, ma ancora ben presenti nella vita quotidiana negli Stati Uniti, visto che i dati su crimine e emarginazione sociale parlano purtroppo chiaro.
Un romanzo giallo, anzi thriller, appassionante fino alla conclusione che non manca di lasciare un groppo in gola, ma che fa pensare sulla nostra società, su come si giudicano troppo frettolosamente certe persone, sull’importanza almeno di dire le cose come stanno per dare pace a chi la merita perché ha già sofferto troppo nella vita. Il tutto, comunque, senza moralismo e retorica.

Allen Eskens è stato avvocato difensore per vent’anni. Ha affinato le sue abilità di scrittura creativa nella Minnesota State University, nel Iowa Writing Festival e nel Loft Literary Center di Minneapolis. Con Neri Pozza ha pubblicato anche Al posto di un altro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia, a cura di Enrica Matricoti (Zambon, 2015)

29 giugno 2016
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Ernesto Guevara de la Serna morì il 9 ottobre del 1967, nella giungla boliviana, per un colpo di pistola al cuore. Ricordo le foto del cadavere, in bianco e nero, che vidi su un giornale illustrato, di quelli che comprava mia nonna e ligiamente conservò, probabilmente era “Gente”. Esposto come un trofeo, esibito in una maniera quanto mai oscena, profanato, credo sia il termine esatto. Mi mise una grande tristezza, mista a rabbia. Credo che il rispetto per i morti, anche se nemici, vada mantenuto.
Questo rispetto al Che non fu tributato. La danza macabra sul nemico sconfitto fu danzata. Anche se una prova materiale della sua morte, come strumento di propaganda, rientra nell’annoso diritto di cronaca. Anche del cadavere di Gheddafi se ne fece un simile barbaro utilizzo. Tanto per dire che sono passati quasi 50 anni e non molto è cambiato.
Presto nacque il mito di questo Cristo rivoluzionario, di questo martire della rivoluzione comunista. La profanazione del suo cadavere scalfì ben poco la leggenda, più che altro offuscò la memoria di coloro che l’uccisero. Se mai ce ne fosse stato bisogno.
E sempre di memoria si tratta a proposito di Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia (Zambon) un documento storico, un saggio che contiene le interviste ai discendenti dei guerriglieri che combatterono con il Che in Bolivia, più quelle ad alcuni dei rarissimi superstiti. Interviste fatte dunque a figli, mogli, nipoti raccolte da Enrica Matricoti tra il 2008 e il 2009, nel corso delle riprese di un documentario.
Della dittatura militare in atto in Bolivia dal 1964 fino agli inizi degli anni ’80 si sa poco, quindi è un’ occasione, la lettura di questo libro, per venire a contatto con testimonianze dirette di quel periodo, grazie alle lettere, i diari e le foto che i guerriglieri inviarono ai loro parenti a casa. La separazione, la lontananza, i disagi contingenti (la fame, la sete, il non potersi lavare, le malattie) sono tutte cose che incisero sullo spirito di questi uomini, e di un’ unica donna, che seguirono il Che in questa sua lotta di liberazione che dalla Bolivia avrebbe dovuto diffondersi in tutto il Sudamerica.
Sappiamo come è andata, ciò non toglie che questa gente ci credeva davvero in quello che faceva, e avrebbe seguito il Che ovunque (tanto era il suo carismatico potere), si abbracci o non abbracci la ribellione armata come strumento di lotta. In un’ intervista chiedono a un parente se anche lui abbia mai pensato di imbracciare le armi e diventare guerrigliero. Questi, un medico, risponde di no, che la sua guerra è sul fronte di salvare vite, e ringrazia suo padre, con il suo sacrificio, di avergli permesso questa libertà di scelta.
Ecco molte risposte sono appunto così, intime, personali, hanno un valore di testimonianza familiare, anche se la storia scorre in sottofondo. Alcune affermazioni forse suonano enfatiche, persino celebrative, ma credo rientrino nella dimensione domestica che rappresentano. Si testimoniano affetti, amori, speranze, cioè è difficile farne una cronaca asettica, ligia solo alla obiettività storica.
Comunque per coloro che apprezzano maggiormente questa dimensione storica, è presente nel testo una sezione di approfondimento con schede storiche, dati biografici dei guerriglieri, un’ Appendice, la Bibliografia e l’Indice dei documenti e delle fotografie. Insomma se servisse come testo di riferimento per la stesura di una tesi, è salvo l’approccio scientifico.
Chi invece lo volesse leggere come puro testo divulgativo, per approfondire un’ epoca, un periodo storico, avrà modo grazie alla forma-intervista, di trovare un testo chiaro e diretto, facilmente avvicinabile.
Le foto sono numerose, a colori o in bianco e nero, utili a dare una dimensione visiva e reale, di quanto narrato. Alcune foto sono di oggi, altre di ieri, tra cui quella del matrimonio del Che.

Enrica Matricoti (Bari 1977). Cresciuta a Bologna, si laurea in Filosofia e si diploma come cantante-attrice presso la Bernstein School of Musical Theater. Studiosa di Storia Latino-americana, è membro del comitato di redazione internazionale della Fondazione Guevara in Italia. A Bologna, nel 2007, porta in scena il monologo teatrale Es Sudamerica mi voz; lo spettacolo verrà rappresentato nel 2009 presso l’Unión de Escritores y Artistas de Cuba a L’Avana, nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° anniversario della vittoria della Rivoluzione. Sempre a L’Avana nello stesso anno, riceve il riconoscimento dell’Università dell’Adulto Mayor e del Museo della Fragua Martiana «per il suo contributo all’approfondimento delle idee di José Martí». Attualmente Enrica Matricoti vive a Cuba dove lavora come redattrice e reporter per l’emittente “Radio Havana Cuba”. Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia è la sua prima pubblicazione d’interazione testo-immagine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’ Ufficio stampa Zambon.

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:: L’uomo di Berlino. La prima indagine di Gregor Reinhardt, Luke McCallin (Baldini&Castoldi, 2016) a cura di Daniela Distefano

29 giugno 2016
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Sarajevo nel 1943 non era la “Miss Sarajevo” cantata dagli U2 nel 1995 come protesta contro la guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma anche allora, soprattutto allora, era un centro perenne di conflitti armati.
Qualche anno prima, nel 1941, i Nazisti avevano conquistato il Regno di Jugoslavia sia per scongiurare un allineamento a favore degli Alleati,  sia per non venir meno a quel bisogno di Lebensraum che pareva realizzarsi sotto gli occhi del mondo.
Di fatto, l’intera regione bosniaca fu legata mani e piedi alle potenze dell’Asse, divenne Stato Indipendente di Croazia guidato dal fascista ustacia Ante Pavelic.
La brutalità degli ustacia (contro la popolazione serba e ebrea) fu tale che molti serbi furono costretti ad imbracciare le armi contro le forze di occupazione.
Il popolo ebreo e rom originario della Bosnia venne quasi interamente annientato.
Dal 1941, i comunisti jugoslavi di Josip Broz Tito si allargarono a macchia d’olio sviluppando la loro resistenza armata.
Il resto fu barbarie dalle eco medievali.
Questo è l’acquario storico all’interno del quale nuota, respira, si nutre, il racconto sodo di un’indagine contorta;  un caso di doppio omicidio affidato a Gregor Reinhardt, capitano dei servizi segreti militari, già detective della polizia di Berlino.
Perché proprio Reinhardt?
Un giocatore in panchina può far comodo se non si vogliono risultati imprevisti.

Sorseggiando il caffè, Reinhardt tornò ancora una volta col pensiero alla fine del 1938, nei giorni in cui si rimise al servizio della nazione e intraprese quel viaggio che, facendo prima tappa in Norvegia, Francia, Jugoslavia e Nord Africa, lo aveva condotto fin lì.
Reinhardt sapeva di essere stato un bravo poliziotto e il fatto di essere tagliato per quel lavoro, senza contare la tranquillità e il rispetto che questo gli aveva procurato dopo gli anni amari e tumultuosi in coda alla guerra, fu per lui una rivelazione inaspettata(..).
Ma ben presto era uscito dalle grazie dei nazisti, soprattutto dopo il suo duplice rifiuto a un trasferimento nella Gestapo in seguito ai ripetuti attriti con le nuove leve piazzate forzosamente in polizia, ma più spesso con i suoi colleghi di vecchia data che, tutt’a un tratto, dal giorno alla notte, si mettevano a sbandierare la propria simpatia nei confronti di Hitler e dei suoi ideali.

Fu così che questo sbattuto Odisseo venne estromesso dalla Omicidi poi spedito in periferia finché non si ridusse a indagare su miseri casi di persone scomparse, cioè a raschiare il fondo del barile.
Però niente dura in eterno, sul suo cammino una deviazione lo porta a prendere coscienza del suo ruolo nella casella del destino.

Sapeva di essere solo e, alle volte, in quella condizione ci sguazzava pure. Sapeva anche che da lungo tempo aveva smesso di essere sincero, realmente sincero, con se stesso.

Prende fiato Reinhardt e comincia ad indagare sulla morte binaria di una giornalista ben ammanicata e di un ufficiale tedesco:entrambi sono stati trovati senza vita nell’appartamento della donna ad Illidza.
Marija Vukic era  croata bosniaca (ustacia), non solo giornalista, ma anche regista e fotografa, di fatto un’ape regina dentro l’alveare del Male.
Aveva un debole per i soldati, quasi sempre alti ufficiali più vecchi di lei.
Chi aveva interesse a vederla in Cielo se stava così bene in quell’Inferno?
C’è un sospettato che muore. Ci sono bobine, un filmato che potrebbe rivelare la mano che ha lanciato il sasso nello stagno.
Chiunque abbia preso la pellicola preziosa proveniente dalla casa della Vukic ha fatto in modo di distruggerla.
E di questa prova vuole ora impossessarsi la Feldgendarmerie.
Buoni e cattivi si mescolano senza confondersi mai in un romanzo dall’atmosfera decadente, non esistenzialista, infiammabile come un liquido che ha aspettato solo il vento su un cerino per invadere il pozzo dalla bassa acqua del Tempo.
Le pagine si sorseggiano come bibita gradita in una giornata d’estate, forse manca un tocco sull’anima, il personaggio della Vukic si rivela marcatamente disegnato (femmina perduta nel formicaio degli usurpatori etc.), quello di Reinhardt bonariamente smart, però è un thriller solido e di questo ne diamo atto.

Luke McCallin, originario di Oxford, classe 1972, ha vissuto in Africa, ma ha girato il mondo prestando servizio come operatore umanitario e mediatore di pace per conto delle Nazione Unite.
Vive in Francia con moglie e figli, ha una laurea in Scienze politiche e parla francese, spagnolo e un po’ di russo.

Nota: Il libro riporta nella sua parte iniziale una “Tabella comparativa dei gradi militari delle SS, dell’Esercito tedesco e dell’Esercito italiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Baldini&Castoldi.

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:: Auschwitz. Ero il numero 220543, Denis Avey, Rob Broomby (Newton Compton, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016
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In questi giorni di Brexit mi è capitato di leggere un libro del 2011, preso (o forse salvato) in un mercatino dei libri usati. Chi mi segue sa che li frequento spesso, un po’ perché i libri costano poco, (e si sa i blogger son tutti squattrinati) un po’ perché stranamente la gente ha la tendenza di disfarsi di libri che a me interessano davvero. Non immaginerete che cosa ho trovato da DeLillo a Bulgakov, da Paul Auster a Virginia Woolf, passando per tanta letteratura di genere fino ad arrivare a Il manuale di cucina di Nero Wolfe di Rex Stout, trovato nel sottopasso della stazione di Alassio (che invito a visitare, le offerte per i libri sono libere e vanno per un ente che si occupa dei malati di cancro). Il libro di cui parlo oggi è Auschwitz, ero il numero 220543 (The Man who Broke into Auschwitz, 2011) di Denis Avey scritto in collaborazione con Rob Broomby, e tradotto per Newton Compton da Elena Cantoni. Direte voi che c’entra Auschwitz, l’Olocausto con la Brexit. C’entra, ma andiamo per gradi. Auschwitz. Ero il numero 220543 raccoglie le memorie in forma romanzata di un reduce di guerra britannico, scampato al campo di prigionia di Auschwitz, e protagonista di un avventura che i più direbbero folle. Chi si toglierebbe la sua uniforme di soldato, prigioniero tutelato dalla Convenzione di Ginevra, per indossare la casacca di un giovane ebreo olandese (di lui sappiamo solo il nome: Hans)? Denis Avey lo fece. Per incoscienza, curiosità, generosità? Forse un miscuglio delle tre. L’Europa che oggi conosciamo, se è come oggi la conosciamo, con i suoi valori, le sue leggi, il suo spirito comunitario, molto lo deve all’Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, padre della regina Elisabetta. Senza, probabilmente Hitler avrebbe fatto un’Europa diversa. La storia avrebbe avuto un corso diverso. Leggendo questo libro mi sono immaginata un’ Europa nazista, e ho riflettuto che per alcuni non è un incubo, ma un reale piano politico. Per questo al voto referendario di uscita dell’ Inghilterra dall’ Unione ho sofferto. Se ne andava un pezzo di storia, se ne andava un tassello fondamentale dell’Europa Unita sognata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann. Probabilmente il cuore dell’Europa è davvero Londra. E né le reazioni isteriche di Juncker o della Merkel, né l’egoismo nazionalista che ha ottenebrato gli animi di chi ha così deciso sono all’altezza di comprendere la gravità di cosa è realmente successo. Lo diranno i nostri posteri, forse solo loro avranno la lucidità e l’indipendenza di giudizio per capire la reale entità di questo danno. Spazzare con un colpo di spugna il voto referendario non credo sia la soluzione. Hanno commesso errori e li stanno ancora commettendo, sia dentro che fuori la Unione, e ridurre tutto a solo una dimensione economica credo pecchi di grande miopia. Chi ha pensato che l’Europa Unita sarebbe colata a picco, e il Regno Unito si sarebbe salvato nel suo splendido isolamento, non ha fatto i conti con la storia, con il passato, e con il presente globalizzato. Il gesto di Denis Avey mi ha portato alla mente quanto coraggio è stato necessario, e quanta comunitaria identità di intenti e di ideali c’era tra il giovane olandese, e il giovane britannico. Quando si sono scambiati le vesti hanno posto in essere il fatto che erano uguali. Che solo la follia nazista vedeva in uno un non uomo e nell’altro un prigioniero di guerra. Non permettiamo che questa follia ritorni, con altri nomi, con altre forme.

Denis Avey è un ex militare, ingegnere e autore britannico.
Prigioniero durante la Seconda guerra mondiale, lavorò come ingegnere all’IG Farben presso il Campo di lavoro di Monowitz. Durante questi giorni, conobbe l’ebreo olandese Hans e con lui decise di avviare uno scambio di abiti per entrare all’interno del Campo di concentramento di Auschwitz e vivere da vicino gli orrori perpetrati dall’esercito nazista. Conobbe anche l’altro prigioniero ebreo, Enrst Lobethal, a cui salverà la vita grazie al contrabbando di alcune sigarette, fatte arrivare apposta da lui. Per questo, nel 2010, ha ottenuto la Medal of Honor dall’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown. A testimonianza di ciò che ha visto, ha realizzato, insieme al giornalista della BBC Rob Broomby, il memoriale Auschwitz. Ero il numero 220543 che è stato pubblicato nel 2011.

Source: acquisto personale in un mercatino dell’usato.

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:: Vita spericolata di Albert Spaggiari, Giorgio Ballario (Idrovolante Editore, 2016)

28 giugno 2016
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Non avevo mai sentito nominare Albert Spaggiari. E come me credo molti altri, qui in Italia. A riportarlo agli onori della cronaca ci pensa Giorgio Ballario, giornalista de La Stampa e autore di raffinati noir sia coloniali che contemporanei. La sua passione per la cronaca nera, un po’ vintage, l’ha portato a riscoprire le gesta di un uomo (un avventuriero, non uno scassinatore) il cui motto era Sans arme, ni haine, ni violence. Insomma tutto un programma, per un criminale, che è difficile definire tale, per alcuni versi, ma che tuttavia rapinò una banca, fu arrestato, evase, si prese l’ergastolo e visse in latitanza per il resto della sua vita.
Ma andiamo con ordine. Chi era Albert Spaggiari? Bert, per gli amici, nacque a Laragne, un comune di una manciata di abitanti situato nel dipartimento delle Alte Alpi della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, nel dicembre del 1932, in una famiglia di origini italiane. Rimasto orfano in giovane età, a diciassette anni entrò nei paracadutisti e partì per l’Indocina. Fu ferito due volte, una volta decorato. Per una brutta storia di un furto in un bordello di Hanoi, venne condannato a cinque anni di lavori forzati e tornato in Francia non si orientò a una vita più tranquilla.
Fu combattente dell’ Organisation armée secrète, un organizzazione terroristica colonialista, che si opponeva al ritiro francese dall’Algeria e soprattutto leggendo un giallo di un autore inglese, ebbe l’idea che nel bene e nel male condizionò e cambiò tutto il resto della sua vita: rapinare una banca e passare dalle fogne. E non un banca qualsiasi, ma anzi la Fort Knox delle banche francesi, (così, almeno diceva il pomposo slogan pubblicitario). La Société Générale, banca fondata a metà del XIX secolo dalla famiglia Rothschild. Scelse la filiale di Nizza di Avenue Medicin, proprio a fianco delle Galeries Lafayette, e poiché non era uno scassinatore di professione si affiancò a una banda di marsigliesi.
Scelta inevitabile, che gli costò anche amare riflessioni alla fine della sua vita del tenore: se ti metti in società con criminali e il meno che ti possa capitare se poi ti prendono parte del bottino. Comunque l’idea, l’organizzazione militare del colpo, fu sua (tentarono anche di metterlo in dubbio, e Ballario lo narra in alcuni capitoli molto ironici e vivaci). Anche la compagna di Spaggiari, Emilia De Sacco lo conferma.
Che dire astenendosi da giudizi morali di sorta, (sembra che abbia avuto rapporti con l’eversione nera, e di certo non nascondeva le sue simpatie per l’estrema destra), la sua vita fu davvero eccezionale, e ho apprezzato quanto fa Ballario non cercando di presentarcelo come una sorta di Robin Hood o di Zorro (lo dice anche in un’ intervista).
Albert Spaggiari fu un avventuriero, fece quello che fece per amore dell’avventura, per combattere la noia della vita di provincia, per i soldi, forse marginalmente (comunque ricordiamoci che furono sempre 30 milioni di Euro di oggi). Lui stesso non sapeva se alla fine era stato un genio o solo un povero coglione. Riflessione abbastanza onesta e sincera, ma certo dissacrante e anarchica, come fu la sua vita. Farne un eroe è sicuramente perlomeno ingenuo, e come detto Ballario non lo proclama tale, ma resta il fatto che una certa simpatia l’ ispira. E Ballario è bravo in questo, con il suo stile classico e sempre corretto, con il suo umorismo garbato e mai sopra le righe.
Vita spericolata di Albert Spaggiari, è una biografia equilibrata e misurata, su un personaggio difficile da definire, difficile da inquadrare. Uno che probabilmente prese sempre in giro tutto e tutti e non prese mai la vita molto seriamente. Non mancano alcune riflessioni graffianti di Ballario sia sul periodo storico, che sulla vita in genere, che rendono bene questo contrasto. Albert Spaggiari fece nella sua vita ciò che volle, ma finì in esilio, malato (cancro ai polmoni), anche amareggiato, con la sola luce della sua compagna. Da lei comunque seppe farsi amare, e questo nel bilancio di una vita credo sia più che sufficiente.
Se vi ho in qualche modo incuriosito, leggetelo, Ballario scrive bene. Anche se non avete simpatie per l’estrema destra, il quadro è interessante, è un pezzo della nostra storia e della nostra società di cui non se ne parla spesso. Idrovolante edizioni diretta da Roberto Alfatti Appetiti, appartiene al Gruppo Editoriale Historica.

Giorgio Ballario, (Torino, 1964) è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir. È stato finalista nella sezione romanzo storico al Premio Acqui Storia, nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. È fondatore e presidente dell’associazione di scrittori Torinoir.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo il direttore editoriale di Idrovolante Editore.

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:: Bookteen – Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach (Edizioni BUR, 1977) a cura di Lucrezia Romussi

27 giugno 2016
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Montesquieu, filosofo, giurista, storico e pensatore francese, riteneva che la libertà fosse quel bene che ti facesse godere di ogni altro bene. Questo aforisma è espresso al meglio dall’ opera di Richad Bach “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Lo scrittore nasce ad Oak Park , un sobborgo di Chicago, il 23 giugno 1936. E’ pilota per l’U.S. Air Force, l’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America, aviatore acrobatico e, data la passione per la letteratura, decide di dedicarsi alla narrativa.   Scrive per varie riviste inglesi specializzate, soprattutto in aviazione, realizza anche vari romanzi come “Biplano”, “Illusioni”, “Nessun luogo è lontano” e “Niente per caso”. Richard Bach è padre di sei figli avuti dalla prima moglie Bette, da cui ha divorziato nel 1970. Durante le riprese del film, tratto dal suo romanzo più famoso, ‘’Il gabbiano Jonathan Livingston’’ conosce l’attrice Leslie Parrish, che diventerà, nel 1977, la seconda sposa. Nel 1999, Bach si è separato pure dalla seconda moglie, per risposarsi, nell’aprile dello stesso anno, con Sabryna Nelson-Alexopoulos. Nell’opera “Il gabbiano Jonathan Livingston” il protagonista è Jonathan un gabbiano particolare, diverso dagli altri: non si accontenta di vivere tranquillamente nel suo stormo Buonappetito utilizzando le ali solo per procurarsi il cibo dal peschereccio più vicino, senza far troppa fatica, Jonathan aspira, invece, alla perfezione e vuole utilizzare le ali per volare più velocemente. Così, i allena di giorno in disparte dal gruppo per riuscire a svolgere acrobazie e movimenti alari straordinari di una infinita bellezza. Soprattutto all’inizio, spesso, perde l’equilibrio sia fisicamente che moralmente, infatti, frequentemente tenta di comportarsi come gli altri, però, Bach, a proposito di ciò nel libro scrive ‘’ Ma il gabbiano Jonathan Livingston che faccia tosta, eccola là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo’’.
Propongo questo libro perché ritengo sia un esempio di libertà intesa non solo come atteggiamento personale adottato dal singolo senza influenze comportamentali esterne, ma anche come mezzo per raggiungere un ideale di perfetta realizzazione. Consiglio tale opera a tutti coloro che hanno nell’anima un vero “Gabbiano Jonathan‘’ soprattutto ai ragazzi, i quali nel complicato e turbolento periodo dell’adolescenza cercano continuamente esempi da cui attingere e imparare elementi necessari e indispensabili per la crescita. Traduzione a cura di Pier Francesco Paolini.

Richard Bach, ex pilota dell’aviazione militare americana, pilota itinerante e meccanico aeronautico, guida idrovolanti nel Nordovest degli Stati Uniti. Ha iniziato la carriera di scrittore con tre racconti di aviazione e ha scritto venti libri, tra cui Illusioni, Uno e Un ponte sull’eternità. Con Il gabbiano Jonathan Livingston ha ottenuto uno straordinario successo in tutto il mondo. I suoi libri sono tutti disponibili in BUR. Il sito dell’autore è richardbach.com.

Source: dono personale ricevuto dal recensore da un amico.

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:: Cascina smorta, Antonio Zamberletti (Runa editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 giugno 2016
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Un gruppo di ragazzini ha l’abitudine, dopo la scuola, di incontrarsi in un vecchio cascinale chiamato Cascina smorta. È il loro luogo sicuro in cui possono fumare di nascosto e parlare di tutto, soprattutto lontano dai bulli che li prendono sempre di mira a scuola. L’unica regola che hanno è quella di non andare nella brughiera.
Dopo vent’anni uno di questi ragazzi, Andrea Modica, torna nel suo vecchio paese, diventando il capo della Squadra Mobile locale.
Deve ancora iniziare ufficialmente, previsto per la mattina successiva, quando squilla il cellulare e viene chiamato a indagare sul ritrovamento di un corpo nei pressi di Cascina smorta.
Tutto il suo passato ritorna a galla, la sua adolescenza, i suoi amici, e le indagini per scoprire il killer lo trasporteranno ancora più in profondità dei suoi ricordi.
Un romanzo giallo completamento diverso dai soliti gialli, con una trama avvincente che sa penetrare nel cervello del lettore trasportandolo in torbidi segreti.
Da bravo sceneggiatore l’autore riesce a descrivere le scene molto approfonditamente, sia a livello visivo, come se si trattasse di un film, ma anche a livello psicologico, puntando molto sui pensieri e i ricordi dei personaggi.
Purtroppo questo lo porta ogni tanto a entrare un po’ troppo nello specifico, specialmente quando parla delle armi che arriva a precisare perfino la specifica delle munizioni che distingue due proiettili dello stesso calibro. Specifiche che la maggior parte dei lettori non sanno cogliere perché relative a un argomento non da tutti i giorni.
Per il resto non si può criticare niente.
Gli ambienti sanno essere freddi e tetri al punto giusto per trasmettere quella sensazione di paura e mistero che portano il lettore a voler approfondire sempre di più i fatti, grazie anche a un continuo saltare avanti e indietro nel tempo (un capitolo nel presente e uno nel passato) che raccontano di volta in volta piccoli particolari dei vari ragazzi e delle vicende che danno sempre nuove informazioni e svelano di volta in volta un nuovo segreto.
Un romanzo che sa come farsi leggere tutto d’un fiato.

Antonio Zamberletti nasce a Varese nel 1963. Dopo gli studi presta servizio per alcuni anni in un reparto operativo della Polizia di Stato e successivamente consulente della security aziendale e personale. Dal 2011 collabora come sceneggiatore e soggettista con la Sergio Bonelli Editore per le testate Zagor, Dampyr e Nathan Never. Con Todaro Editore ha pubblicato I morti non pagano, i duri non piangono che è arrivato tra i primi dieci semifinalisti al Premio Scerbanenco, e Silenziosi nella notte, oltre al racconto Buono da morire. Nel 2015 ha pubblicato con Mondadori il giallo Codice Tunguska e con Runa il seguente: Cascina smorta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Fabio dell’ufficio stampa Runa Editore.

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